TUTTOSCIENZE 21 gennaio 98


IPER-ROMANZO Ma esiste?
Autore: BIANUCCI PIERO

ARGOMENTI: INFORMATICA, COMUNICAZIONI, ELETTRONICA, NARRATIVA, LIBRI
NOMI: NELSON TED, BERNER LEE TIM, CAILLIAU ROBERT, BERNSTEIN MARK, JOYCE MICHAEL, BLONSKY MARSHALL, DI BIANCO MICHAEL, MINORE RENATO
LUOGHI: ITALIA

DICEVANO che il computer avrebbe fatto scomparire la carta: bit al posto della cellulosa. Non è stato così. Usiamo i bit quasi soltanto come una copia elettronica: gli scaffali crollano sotto scartafacci usciti dalle stampanti. Dicevano che il computer avrebbe liquidato la cultura scritta, ma uomo e computer non fanno altro che scriversi, come innamorati d'altri tempi. Ora si dice che Internet finirà con il sostituire libri e biblioteche e che l'ipertesto multimediale è la nuova forma della letteratura. Sarà vero? I romanzi saranno fatti di parole (poche) in una finestra del video, foto, animazioni, brani audio, filmati e li sfoglieremo cliccando con il mouse? Le pagine di Dostoevskij, di Proust, di Primo Levi, così intrinsecamente testuali, diventeranno archeologia? Sopravviveranno solo i romanzieri che impareranno a scrivere in forma di ipertesto? La parola ipertesto effettivamente compare per la prima volta in ambito letterario. Era il 1965 e il filosofo Ted Nelson nel suo saggio "Literary Machines" coniando il termine ipertesto lo definì come "una serie di frammenti testuali connessi da rinvii che offrono al lettore percorsi di lettura diversi". Tuttavia l'idea di ipertesto risale al 1945, quando Vanevar Bush, consigliere scientifico del presidente americano Roosevelt, immaginò una specie di archivio nel quale le informazioni contenute in schede e in microfilm fossero accessibili in tempi brevi e con grande flessibilità, in modo da poter mettere a confronto molti dati simultaneamente. Ne venne fuori un apparecchio, il "Memex", che permetteva la proiezione di più documenti insieme, un po' come succede con le finestre sullo schermo di un computer. Ted Nelson sognava di riunire in un unico ipertesto tutto ciò che di scritto esiste sul pianeta. Il progetto, chiamato Xanadu, non si è mai realizzato, ma nel 1989, due ricercatori del Cern di Ginevra, Tim Berner- Lee e Robert Cailliau, creando la struttura ipertestuale di Internet al servizio della diffusione delle informazioni scientifiche, fecero qualcosa di molto simile. Oggi il linguaggio di Internet è essenzialmente ipertestuale: i link cliccabili costituiscono una rete di richiami pressoché illimitata tra testi, immagini fisse e in movimento, messaggi sonori: il substrato digitale di tutti i file rende l'ipertesto della Rete spontaneamente multimediale. Ma esiste una letteratura ipertestuale? Diciamo che ci sono degli esperimenti. Mark Bernstein, ingegnere, e Michael Joyce (un cognome impegnativo), scrittore, ne sono i pionieri. Insieme hanno creato StorySpace, il programma più diffuso per la stesura di ipertesti letterari. Michael Joyce è anche autore di quello che viene considerato il primo romanzo ipertestuale: " Afternoon". Non si può dire che sia stato un grande successo. Douglas Cooper, altro romanziere ipertestuale, nel sito Pathfinder della Time Warner ha scritto "Delirium". Come nella miglior tradizione del feuilleton metteva in rete le puntate via via che le produceva (scrivere in questo caso è un verbo inadeguato). Pare che alla fine non sapesse neppure più lui dove la storia stava andando. John Updike, autore di best seller come "Coppie" e "Le streghe di Eastwick", su Amazon.com, la più grande libreria virtuale del mondo, ha pilotato un esperimento in Rete scrivendo l'inizio e la conclusione di un giallo la cui storia è stata sviluppata da varie decine di cultori del genere. "Murder makes the magazine", questo il titolo, non è però un vero ipertesto; è solo un esperimento di scrittura collettiva che ha usato le risorse di plasticità e di interazione della Rete. E la critica ne ha condannato l'esito. Il che, tuttavia, non significa ancora nulla... Marshall Blonsky, professore di semiotica e comunicazioni di massa alla New School di New York e alla New York University, ha condotto di recente una esplorazione della letteratura ipertestuale su Internet per conto della rivista "Telema" della Fondazione Ugo Bordoni. Partito da alcune affermazioni entusiastiche del metaromanziere americano Robert Coover, è finito nel sito della Brown University (dove Coover insegna) e di qui, un clic dopo l'altro, ha provato a navigare in alcuni iperlibri: "Memory Inc." di Michael Di Bianco, " Hypertex tual Consciousness" di Mark Amerika (?), "Omphaloskepsis" di Jay Dilemuth, "Raiders of the lost time" di Lars Hubrich. Infine si è imbattuto in "Cybersuds" di Jean Baudrillard: foto dell'autore, elenco dei personaggi. Blonsky, che deve essere un metodico, ha cliccato sul primo nome della lista, Chase Underwould. Sul video appare un cadavere in una vasca da bagno, tra pareti chiazzate di sangue. Il testo dice: "Chase Underwould è morto. La grande stella del palcoscenico d'un tempo, ora giace in una vasca piena del suo stesso sangue. Pugnalato 39 volte, il corpo martoriato del famoso attore giace in disarmo. Come se la sua morte non fosse abbastanza atroce, i media sono giunti per primi sulla scena del delitto...". La situazione è ammanitesca, grammatica e stile sono culicchieschi, neppure le virgole (si veda quella dopo tempo) stanno al loro posto. E Blonsky ne conclude che la letteratura ipertestuale è brutta e noiosa. Anzi, inesistente. Gli entusiasti vi diranno invece che è troppo presto per giudicare: il romanzo ipertestuale è appena nato (inutile osservare che anche l'"Iliade" e la "Divina Commedia" si pongono all'inizio delle loro rispettive storie letterarie). Al contrario, tesseranno l'elogio della assenza di centro, di sequenzialità, di tempo e di gerarchia che caratterizza l'ipertesto, tutte qualità che lasciano il lettore pienamente libero di muoversi come vuole nella storia narrata, senza soggiacere alle imposizioni dell'Autore (parola da cui deriva "autoritario", ma che a sua volta rimanda anche ad "auctoritas": del resto non è proprio la forza, l'"auctoritas" che si cerca nel grande scrittore?). Una ulteriore difesa dell'ipertesto potrebbe avere come base le neuroscienze. Noi sappiamo che i cervello è diviso in due emisferi collegati dal corpo calloso. L'emisfero di sinistra presiede all'analisi, alla razionalità, al ragionamento astratto, alle facoltà logiche, alla scrittura. L'emisfero destro presiede alla sintesi, alla percezione spaziale, alle doti di tipo artistico. Da questo punto di vista, il romanzo classico porta in sè una contraddizione: in quanto opera creativa della fantasia, ha il suo riferimento nel cervello destro ma in quanto opera scritta, organizzata, analitica, dipende dal cervello sinistro. Il corpo calloso ha il suo lavoro nello stabilire il giusto equilibrio tra i due emisferi cerebrali del romanziere, e forse per questo le opere narrative veramente grandi sono rare. L'ipertesto, invece, sembra conciliare perfettamente le facoltà dei due emisferi: ci si naviga applicando doti spaziali e creative, immagini e suoni hanno la stessa dignità delle frasi, ma si esercita anche il potere analitico del cervello sinistro. Del resto il modo di procedere per associazioni, similitudini e parallelismi tipico dell'ipertesto è molto più vicino alla nostra spontanea attività mentale che non il forzato accesso sequenziale tipico della lettura di un romanzo classico. Detto questo, non mancano esempi di letteratura classica con caratteristiche ipertestuali: sempre su "Telema", qualche mese fa Renato Minore proponeva lo "Zibaldone" come uno straordinario caso di letteratura ipertestuale ante litteram: e infatti Giacomo Leopardi corredò quel testo magmatico, acentrico, non-sequenziale e fluviale (4618 pagine nell'edizione dei "Meridiani" Mondadori]) di indici tematici che ricordano le reti di link. Se un iper-saggio poté nascere nella prima metà dell'Ottocento, forse un iper-romanzo potrà maturare nel prossimo secolo. Ma per adesso leggiamoci ancora Dostoevskij. Piero Bianucci


Letteratura nella Rete Dibattiti, inediti e riviste virtuali
LUOGHI: ITALIA

I tempi non sono maturi per l'ipernarrativa, ma senza dubbio la letteratura su Internet è ben presente. Con librerie virtuali, riviste elettroniche, siti di sperimentazione e dibattito letterario. Ecco qualche indirizzo. Incominciamo da http://www.amazon.com libreria virtuale dove potete trovare qualsiasi testo a prezzo scontato tra il 20 e il 40 per cento pagando in dollari tramite carta di credito. Se il libro è esaurito, Amazon si preoccupa di trovarvelo usato. La spedizione richiede da due mesi (via nave, basso costo) a tre giorni (Dhl, alto costo: il tempo è denaro). Molti classici italiani, grazie al Progetto Manuzio, si possono " scaricare" direttamente dalla Rete per poi leggerli sul monitor dal dischetto o farne una stampata. L'indirizzo è: http://www. liberliber.it Alcuni editori hanno propri siti dove, oltre alle informazioni bibliografiche, il navigatore può trovare riviste virtuali, spazi dove intervenire in dialogo con altri lettori o dove mettere in vetrina i propri inediti. Un indirizzo molto vivace è: http://www.simonel.com Qui polemiche, attualità e dibattiti culturali trovano la loro sede nella rivista "L'Istrice", mentre una apposita sezione del sito è dedicata agli inediti. Questo stesso sito ha fatto, con lo scrittore e regista Pier Carpi, una esperienza di narrazione on line e attualmente ospita due dibattiti: sui dialetti in Italia e su che cosa c'è da salvare nella nostra letteratura del Novecento. Inediti ed esperimenti letterari sono possibili anche agli indirizzi www.fabula.it e www.info-net. it/webwriters/index.html mentre per i poeti (sa il cielo quanti sono in Italia) c'è la rivista virtuale "Neotipi": www.neotipi.it. Su Alice.it, ottimo sito di informazione bibliografica, si è svolta la prima 24 ore di scrittura telematica.


SCIENZE FISICHE. SIMULAZIONI AL COMPUTER Petrolio virtuale I " modelli" dei giacimenti
Autore: PRELLA DANILO

ARGOMENTI: INFORMATICA, ENERGIA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. Un impianto di perforazione per la ricerca del petrolio

NEL 1998 nel mondo se ne consumeranno circa 76 milioni di barili al giorno, entro il 2015 si arriverà a 95 milioni. Di cosa stiamo parlando? Di petrolio, naturalmente, la principale fonte energetica del pianeta. Il binomio uomo-petrolio dura dal 1859, anno in cui il colonnello Drake compie la prima perforazione, e incomincia a vacillare solo all'inizio degli Anni 70, quando la scoperta di nuove fonti di approvvigionamento subisce una battuta d'arresto. Dopo un secolo di sfruttamento incontrollato si comincia a parlare di "crisi petrolifera" e si profetizza, a volte in modo troppo pessimistico, sulla durata delle riserve mondiali. Ma cosa si sa ora sulle scorte del prezioso liquido? Le cifre ufficiali pubblicate dallo Oil and Gas Journal parlano di una riserva certa di 140 miliardi di tonnellate, pari a circa 1037 miliardi di barili, dispersi in piccoli giacimenti. E' difficile però dare valori definitivi, visto che questa quantità è in costante aumento (20 miliardi di barili dal 1995 al 1996) grazie all'ampliamento delle aree di esplorazione ed al miglioramento dell'aspetto tecnico di ricerca e produzione. Non tutti i giacimenti sono stati infatti scoperti, e la riserva mondiale effettiva potrebbe essere anche doppia di quella attualmente stimata. E' inevitabile comunque che, aumentando le difficoltà di reperire la materia prima, aumentino anche i costi per la ricerca e l'estrazione e diminuiscano di conseguenza i profitti delle compagnie petrolifere. Prima di far partire un progetto di estrazione su vasta scala, diventa quindi sempre più importante effettuare un'accurata ricerca sul volume di idrocarburi del giacimento individuato e sulla qualità e quantità di materiale che può essere recuperato in tempi ragionevoli. Il problema non è di semplice soluzione, perché le riserve di idrocarburi sono sistemi estremamente complessi dal punto di vista geologico e molto poco si sa sulla loro reale struttura interna. La ricerca petrolifera si affida quindi sempre più spesso ai metodi sviluppati dalla fisica statistica per ricreare, nel modo più realistico possibile, le condizioni esistenti in un vero giacimento. Il punto di partenza sono comunque misure sperimentali che possono essere effettuate sul deposito mediante prospezione sismica, analisi della roccia, sonde nei pozzi e prelievo di campioni di roccia durante le perforazioni. Dalle misure si possono ottenere stime di alcuni importanti parametri quali il contenuto di petrolio, la porosità e la permeabilità delle rocce che costituiscono il giacimento (solitamente arenarie). Ed è proprio a questo punto che la fisica teorica fa il suo ingresso. I giacimenti sono così vasti ed eterogenei che si rendono infatti necessarie tecniche di interpolazione estremamente sofisticate per ricostruire, dai dati sperimentali, particolareggiati modelli numerici con cui prevedere le possibilità di estrazione del petrolio dalle rocce che lo contengono. I modelli più utilizzati vengono rispettivamente chiamati a griglia e a oggetti. Nei primi ogni cella che compone una griglia viene riempita con un numero che rappresenta una determinata proprietà della roccia, ad esempio la permeabilità o la porosità, in modo che sia rispettata la distribuzione della proprietà osservata e che il valore in ogni cella dipenda dal valore di tutte le altre celle. I modelli a oggetti considerano invece le entità geologiche che costituiscono il giacimento (ad esempio blocchi di arenaria) come oggetti con particolari dimensioni e forme che vanno posizionati in accordo alle leggi dettate dall'ambiente geologico in cui si sono formati. Pur essendo quanto di meglio offerto dalle scienze statistiche la complessità di questi modelli è però ancora ben lontana da quella dei depositi naturali. Nonostante questo, le equazioni che consentirebbero di ottenere da essi previsioni su scala reale richiederebbero decine di giorni di calcolo per essere risolte. Diventa quindi indispensabile semplificare opportunamente i modelli senza però perdere accuratezza nel descrivere le eterogeneità della riserva. Per risolvere questo problema sono stati proposti diversi metodi analitici e numerici ed il loro numero è in continua crescita, dato l'interesse suscitato da quest'area di studio. Procedimenti analoghi possono essere applicati a tutte le situazioni che coinvolgono il flusso di fluidi in rocce porose, ad esempio le falde acquifere, e dimostrano chiaramente come la ricerca pura non sia poi così "astratta" e lontana dai problemi del mondo. Danilo Prella


IN BREVE Autoradio digitale da satellite in Usa
ARGOMENTI: COMUNICAZIONI
LUOGHI: ITALIA

Una società di Washington fornirà agli automobilisti americani un servizio di radio digitale (con qualità da compact disc) che permetterà di captare la stessa stazione da qualsiasi punto degli Stati Uniti senza cambiare lunghezza d'onda. Il servizio sarà operativo dal prossimo anno e si servirà di tre satelliti che verranno realizzati dalla Alenia Aerospazio. Il contratto che il nostro Paese si è assicurato è di 42 miliardi.


IN BREVE Biotecnologie oggi a Milano
ARGOMENTI: BIOLOGIA, TECNOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

"Biotecnologie: scienze per la vita" è il tema di un convegno che si svolge oggi a Milano al centro congressi Magna Pars (via Tortona 15) dalle 9 alle 18. Tra i relatori, il premio Nobel Renato Dulbecco, il direttore del Centro per le biotecnologie di Trieste Arturo Falaschi, il farmacologo Rino Rappuoli, il filosofo della scienza Giulio Giorello, Ermete Realacci (Legambiente) e il semiologo Omar Calabrese.


IN BREVE Concorso meridiane ecco i vincitori
ARGOMENTI: METROLOGIA, TECNOLOGIA, CONCORSI, VINCITORE
NOMI: AMAPANE ANGELO, PAKHOMOFF JEAN, ANGELO GIUSEPPE, LE GAULTER ANSEL
ORGANIZZAZIONI: PREMIO «LE OMBRE DEL TEMPO»
LUOGHI: ITALIA

Angelo Amapane, di Rivoli, è il vincitore del primo premio del concorso internazionale "Le ombre del tempo" per le migliori meridiane progettate da dilettanti. Il secondo premio è andato a Jean Pakhomoff di Marsiglia; il terzo a Giuseppe Angelo di Milano. Per la categoria professionisti sono state segnalate le meridiane di Ansel Le Gaulter realizzate al planetario di Nantes (Francia). La premiazione si svolgerà il 24 gennaio, ore 17, a Brescia presso la galleria Techne-laboratorio di via Piamarta, dove sarà allestita una mostra delle opere in concorso. Tra i premi, alcune collezioni di "Tuttoscienze". La giuria è composta da Francesco Azzarita, Piero Bianucci, Girolamo Fantoni, Giuliano Romano e Piero Tempesti.


SCIENZE DELLA VITA. LA SPERIMENTAZIONE DEI FARMACI Cure anticancro alla prova Efficacia e tossicità, i fattori da considerare
Autore: GAVOSTO FELICE

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, BIOLOGIA, RICERCA SCIENTIFICA
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA
NOTE: LA TERAPIA ANTI TUMORE DEL PROFESSOR DI BELLA

IL primo farmaco utilizzato nel trattamento dei malati di Aids venne sperimentato, dopo le prove di laboratorio e precliniche, su circa 200 persone colpite dal virus. Fu scelto un protocollo randomizzato, a doppio cieco contro un placebo, come imponeva il rigore scientifico. Questo significava che i due gruppi di ammalati erano scelti mediante sorteggio e che nè paziente nè medico sapevano se veniva somministrato il farmaco reale o quello finto. La sperimentazione era stata prevista per un anno, ma dopo 7-8 mesi, presso la centrale operativa, i computer segnalarono che nessuno dei pazienti del gruppo che assumeva realmente il farmaco, pur mantenendo i segni della malattia, era deceduto, mentre nel gruppo, altrettanto numeroso, che aveva ricevuto il placebo, la mortalità seguiva i dati epidemiologici. Giustamente la segnalazione valse a interrompere la sperimentazione e a indicare l'esistenza di un farmaco dotato di una certa efficacia. Il prodotto fu ulteriormente studiato, approvato e commercializzato e ancora oggi è utiilizzato insieme ad altri nel trattamento dell'Aids, con il risultato di prolungare e alleviare il decorso della malattia oppure procrastinare il suo inizio nei sieropositivi. Furono mesi drammatici, penosi per l'incertezza, mista di trepidazioni e di speranza, sia per i pazienti "arruolati", sia per i loro parenti ed i medici: ma senza quella sperimentazione, rigorosamente condotta, ancora oggi si discuterebbe sulla opportunità di utilizzare il farmaco. Proprio come per il caso Di Bella, sul quale scienza e buon senso inducono a ragionare su alcuni punti fondamentali e attuali. Della cura si sa che non è tossica, ma non si conosce nulla sull'efficacia nel trattamento dei tumori maligni. Ora, tossicità ed efficacia sono i parametri che guidano l'applicazione di un farmaco o di un protocollo terapeutico. Il farmaco ideale dovrebbe avere tossicità zero ed efficacia massima. In pratica, si accetta un farmaco (od una miscela di essi) anche se tossico, purché sia stata dimostrata una significativa efficacia e la tossicità sia controllabile. Il controllo della tossicità è migliorato con la ricerca medica, fino a ricorrere al trapianto di cellule midollari prelevate dal paziente stesso. E' evidente, d'altra parte, l'inutilità della somministrazione di un farmaco non tossico ma privo di efficacia; inoltre, quando il protocollo prevede la somministrazione di più farmaci, occorre anche studiare le interazioni tra di essi, che possono essere di segno opposto. L'efficacia della somatostatina è stata finora provata soltanto per degli adenomi che secernano gastrina o serotonina e che sono molto rari. Non è stata provata per la totalità dei tumori maligni. Occorre quindi studiare correttamente l'efficacia di questo trattamento, in questi giorni molto richiesto. A questo proposito non sono sufficienti i dati cosiddetti "storici" (le famose cartelle cliniche dei pazienti già trattati) perché mancano del tutto i controlli e non esiste omogeneità nell'identificazione, nella stadiazione, nella tipizzazione e nel "follow up" dei casi studiati. E' valida, invece, una sperimentazione prospettica controllata, vale a dire rispettosa dei vincoli che le discipline cosiddette biometriche impongono. La biometria, infatti, ci insegna a impostare una sperimentazione corretta, a utilizzare i controlli, a liberarci dalle influenze soggettive, a prevedere il numero dei casi necessari e ad interpretare la validità statistica dei risultati. Risultati più validi si ottengono se il protocollo è sviluppato in pochi grandi centri per ragioni di omogeneità di osservazione e di rilievi clinici e di laboratorio, mentre sarebbe un errore coinvolgere tutte le Regioni e gli ospedali. La mobilitazione nazionale in corso, la corsa a dire "ci sono anch'io", nasce dall'enfasi e dall'eccitazione del momento, ma non è razionale. Un altro punto importante è proprio legato a quest'ultima osservazione: il clamore, la valanga di informazioni, le amplificazioni dei " media" determinano una falsa comunicazione ai pazienti ed ai loro familiari, sì che molti di essi sono convinti di una già provata efficacia della nuova cura, sono attratti dal suo "buonismo" in termini di tossicità e rischiano di abbandonare i trattamenti in corso per correre a munirsi della nuova medicina, assalendo gli ospedali come i milanesi di Manzoni assalivano i forni. Si consideri poi quanto effimere sono certe clamorose convinzioni: soltanto pochi anni fa avvenne qualcosa di analogo a proposito di un "farmaco" estratto da fegato di animali e ammesso all'impiego clinico per "uso compassionevole". Clamore, vittimismo, intemperanza di medici, indussero le autorità a studiare e a disporre una sperimentazione clinica. Non si sa tuttora se è stata condotta e con quali risultati, ma intanto il clamore si è spento. Il cancro è ancora uno dei problemi più terribili: per l'elevata incidenza della malattia, per la drammaticità che spesso assume, specialmente nelle fasi terminali, per l'insufficiente qualità di vita dei pazienti. In queste situazioni sono sempre coinvolti familiari ed amici e il medico deve affrontare anche le loro pene. Studiare sempre più a fondo questo male per meglio curarlo, valutare esattamente la validità delle nuove cure proposte al fine di aumentare le probabilità di guarigione, riconosce anche il valore e la dignità della vita. Il tema delle polemiche di questi giorni, soprattutto di quelle televisive seguite da milioni di cittadini, anche se eccessivo ed improprio, non deve farci dimenticare la centralità dell'ammalato. In conclusione non lasciamo addormentare la ragione. Sappiamo cosa genera il suo sonno. Felice Gavosto Direttore Scientifico Ircc, Candiolo e Università di Torino


IN BREVE Disegna un fenomeno del cielo
ARGOMENTI: ASTRONOMIA, DIDATTICA, CONCORSI
LUOGHI: ITALIA

L'Osservatorio Serafino Zani di Lumezzane e la Pinacoteca di Rezzato in collaborazione con "Auriga" (Milano) hanno indetto il concorso nazionale "Verso il 2001 con gli occhi al cielo", rivolto agli studenti delle scuole dell'obbligo. I concorrenti dovranno disegnare un fenomeno celeste dell'anno scolastico 1997-98. Per altre informazioni, tel. 030-87.18.61.


SCIENZE DELLA VITA. LE VORACISSIME TARME Divoratrici di corredi Pericolose le larve e non le farfalline
Autore: GROMIS DI TRANA CATERINA

ARGOMENTI: ZOOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

ESISTE una società di piccoli esseri, parallela alla nostra, che ci infastidisce e rovina le nostre cose, con implacabile determinazione. Sono le tarme, divoratrici di lana, pelli, tappeti, terrore delle poche casalinghe dei nostri tempi e delle signore che amano avvolgersi in morbide pellicce, non sintetiche. I minuscoli intrusi si sono evoluti in un modo molto particolare, per guadagnarsi il loro spazio nel mondo: hanno imparato a digerire la cheratina, componente base di piume, lana e peli, al solito disdegnata come alimento dalla generalità degli animali. Questi gusti stravaganti eliminano molti competitori e comportano come unico problema la necessità di assumere in qualche modo vitamine del gruppo B, pressoché assenti nella cheratina e indispensabili allo sviluppo post-embrionale. Ecco che allora le bestiole attaccano con avidità ogni detrito che trovano negli anfratti delle case o rosicchiano con particolare godimento gli indumenti riposti non puliti, dove il buco, corrispondente a ogni minimo residuo organico, è quasi un monito a tenere con cura, ordine e pulizia le proprie cose. I mangiatori di tessuti sono insetti che a molti incutono repulsione, e tra questi i più comuni sono farfalle, il che dovrebbe renderli più gradevoli per lo meno nell'aspetto, se non fosse che sono grigiastre o brunicce e piccolissime; bruttissime agli occhi di tutti eccetto pochi eccentrici studiosi che subiscono il fascino dei microlepidotteri. Questi signori, rinchiusi in polverosi laboratori zeppi di minuscole buste, spillini, micro- aghi, pinzette, lenti e microscopi, nella baraonda di scatole dove, ordine nel disordine, ripongono con cura quasi maniacale distese sterminate di farfalline da collezione. Tra tutte quelle che sembrano uguali riconoscono all'istante la Tinea pellionel la (specie molto diffusa che attacca la lana, feltri, pelli e pellicce), e la distinguono senza fallo dalla Tineola bisselliella (che ha più ampia polifagia: oltre che la lana e le pellicce ama le piume, i pennelli, le spazzole, la lana dei materassi) e dalla Trichophaga tapetzella (meno comune nelle case, prospera nei magazzini di pellame e dove viene immagazzinata carne essiccata). Non è inutile lo studio di queste farfalline: conoscere le abitudini del nemico è indispensabile per combatterlo con successo. Le farfalle adulte sono solamente il breve e innocuo finale del nascosto processo che ci indispettisce. Nello stadio alato sia l'apparato boccale che l'intestino sono atrofizzati, quindi la vita delle tignole, senza cibo nè acqua dura finché sono del tutte consumate quelle riserve accumulate quando erano bruchi. Poi, esaurito lo spirito vitale, muoiono di sfinimento. Una caccia del tutto inutile è quella che le massaie ingaggiano contro una tarma in volo: è probabilmente un maschio, che compiuto il suo dovere coniugale svolazza leggero aspettando inconsapevole la morte; la femmina si tiene nascosta tra le pieghe e le fessure, appesantita dalle uova. E' lei che andrebbe fermata in tempo, schiacciata senza pietà, prima che ci regali una progenie di un centinaio di bruchi affamati e con attivissimo sistema digerente. Grazie alle amorevoli osservazioni dello studioso Reamur, amante dell'infinitamente piccolo, ci è dato di sapere che il vorace bruco della tignola Pellionella lavora di mandibole sulla lana oltre che per mangiare anche per vestirsi: tesse un piccolo astuccio tagliando alla base i peli del tessuto su cui pascola e collegandoli con bave saricee. Questo paltoncino multicolore (Reamur si divertì a mettere a disposizione del bruco lane di colori diversi per vedere come proseguiva la tessitura) viene allargato con maestria dalla larva via via che lei stessa cresce, fino a raggiungere circa un centimetro di lunghezza. Il bruco allora racchiuso nel suo rifugio diventa crisalide e poi, dopo che una nuvola di piccole farfalle come apparse dal nulla ha spiccato il volo da un armadio o da un tappeto, il ciclo ricomincia. Possono succedersi due o tre generazioni in un anno; il loro numero è legato alle condizioni ambientali. Nelle nostre case riscaldate gli adulti possono essere presenti in tutti i mesi, ma sono sempre più frequenti in estate. Esistono altri divoratori di tessuti nello sterminato mondo degli insetti, ancora più infidi e devastanti delle cugine farfalle: sono i minuscoli coleotteri Dermestidi ("mangiatori di derma"). Si tratta di numerose specie i cui adulti si nutrono di polline e di nettare volando di fiore in fiore in primavera, come ogni insetto che si rispetti. Poi però i premurosi genitori scelgono le abitazioni umane come luogo più adatto alla sopravvivenza della figliolanza, larvette tozze e ispide capaci come le tignole di digerire la cheratina, ghiotte di pelli, lana, piume, tappeti e oggetti di corno. Alcuni Dermestidi, più raffinati, preferiscono la seta alla lana; le specie del genere Anthrenus fanno rabbrividire i conservatori dei Musei di Storia Naturale: possono distruggere in men che non si dica intere collezioni di animali impagliati e ridurre in polvere il contenuto di montagne di scatole entomologiche, rendendo totalmente vani studi di anni interi e a volte di secoli se, come purtroppo accade, non si interviene in tempo. Le larve di questi insetti, subdoli untori, per aggiungere danno a danno, oltre che infestare i tessuti con attacchi diretti sono portatrici di noiosissime dermatiti o congiuntiviti che mietono vittime tra gli umani ipersensibili. Un tempo per difendersi dalle "tarme" si usava sbattere i tessuti, poi riporli assieme a sostanze odorose, come la lavanda, o il pepe o la canfora, avvolti in fogli di giornale. Oggi esistono trattamenti preventivi a cui vengono spesso sottoposte le stoffe prima di essere commercializzate. E' sempre utile l'uso della naftalina che, oltre ad essere un deterrente all'attacco, ha anche un'azione mortale sulle uova e sulle larve. L'abitudine costante del "lavaggio a secco" è molto drastica perché toglie alle bestiole anche la più piccola quantità di quel po' di "sporco" necessario come integratore alimentare della cheratina. I minuscoli Dermestidi, resistenti al digiuno e con una dieta più adattabile delle Tignole, saranno i nostri peggiori nemici del futuro. Ogni minimo detrito, nelle cornici dei quadri, nelle fessure dei pavimenti, negli angoli dei mobili, è per loro fonte di cibo e riescono a sopravvivere anche in ambienti apparentemente in perfette condizioni. Solo quando anche le ultime calze diventeranno "a prova di tarma", e riusciremo a rendere del tutto asettiche le nostre case, avremo vinto la battaglia, ma non tutte le speranze saranno perdute per i fastidiosi insettucci: torneranno ai loro rifugi originali, i nidi degli uccelli, dove già stavano ai tempi dei tempi, a nutrirsi di penne e piume, non più antipatici intrusi ma utili anellini della catena della vita. Caterina Gromis di Trana


SCIENZE DELLA VITA. SITI PROTETTI DALL'UNESCO I cento panorami più belli del mondo La maggior parte in America, Africa, Asia; pochi in Europa
Autore: GIULIANO WALTER

ARGOMENTI: ECOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: UNESCO
LUOGHI: ITALIA

SONO ormai oltre 100 nel mondo, le aree di interesse naturalistico tutelate dall'Unesco e inserite nella lista del patrimonio mondiale. Ratificata la convenzione il 17 dicembre 1975 e insediato due anni più tardi il comitato incaricato di scegliere i siti, la lista ha preso via via consistenza. La prima fase di attuazione della convenzione ha visto l'America del Nord tra i protagonisti che più hanno spinto sulle problematiche dei siti naturali. Non solo perché altrove si è concentrata la consistenza del patrimonio storico e artistico, ma anche per le sollecitazioni che in quegli anni, a seguito della prima conferenza internazionale sull'ambiente (Stoccolma 1972), imponevano all'ordine del giorno la conservazione della natura e la tutela degli ecosistemi planetari. Così tra le prime aree naturali che hanno goduto dell'attenzione dell'Unesco ci sono stati i parchi delle Rocky Mountains del Canada e quelli statunitensi di Yellowstone, delle Everglades, del Gran Canyon. Ma anche le ecuadoregne isole Galapagos culla delle osservazioni evoluzionistiche di Darwin, il parco nazionale etiope di Dimen, quello di Ngorongoro in Tanzania e poco dopo (1981) quello di Serengeti, il guatemalteco parco nazionale di Tikal, il nepalese parco di Sagarmatha (Everest) creato intorno alla più alta montagna del Paese e del mondo. I primi campioni mondiali europei, inseriti nella lista del patrimonio dell'umanità sin dal 1979, sono stati la foresta di Bialowieza tra Polonia e Bielorussia, habitat in cui sono stati reintrodotti esemplari di bisonte europeo e il parco di Plitvice in Croazia fortemente compromesso dalle recenti vicende belliche. Ma sono pochi i territori europei: il sito fossilifero di Messel in Germania; la riserva naturale di Srebarna e il parco nazionale di Pirin in Bulgaria; i parchi di Garajonay e di Coto Donana in Spagna; Capo Girolata, Capo Porto e la riserva naturale di Scandola in Corsica per la Francia; le grotte di Aggtelek e il Carso slovacco tra Ungheria e Slovacchia; l'isola di St. Kilda e la riserva naturale dell'Isola di Gough nel Regno Unito; le grotte di Skcjan in Slovenia; il parco del Durmitor in Jugoslavia. Siti misti, a valenza culturale e naturale sono le Meteore e il Monte Athos in Grecia e la regione di Ohrid nella Macedonia jugoslava. Dalla lettura di queste scarne presenze europee balza evidente l'assenza di aree considerate tradizionalmente pregiate sotto il profilo naturalistico, basti pensare alle Alpi. Su queste assenze gioca un ruolo fondamentale la rigidità dei criteri, che risultano difficilmente conciliabili con un territorio come quello europeo in cui la presenza dell'uomo è sedimentata da secoli e che da sempre ha interferito con la natura. E' dunque conseguenza inevitabile che gran parte del patrimonio naturale inserito nella lista mondiale sia ubicato nelle grandi estensioni americane e cinesi o in continenti come l'Africa o l'Australia. Le bellezze naturali presenti nella lista rappresentano soprattutto gli habitat delle mandrie dei grandi mammiferi, le terre umide e le riserve della biosfera inserite nella rete del Programma Uomo e Biosfera (Mab) dell'Unesco, che si propone sin dal 1973 di sperimentare lo sviluppo in armonia con la natura, quella che oggi si definirebbe ecosostenibilità. Tra le aree del primo tipo il parco nazionale del Serengeti che con i suoi circa 15. 000 chilometri quadrati di natura protetta rappresenta il territorio di massima concentrazione di animali delle grandi pianure sopravvissuto sino ai giorni nostri. I quasi 45.000 chilometri quadrati del Wood Buffalo National Park proteggono invece ciò che resta delle grandiose mandrie di bisonti del Nord America oggi ridotte a poche migliaia di capi. Per salvare dall'estinzione il rinoceronte bianco africano è stato invece istituito il parco nazionale della Garamba, nel Nord dello Zaire, al confine con il Sudan, inserito nella lista nel 1980 quando si contavano solo più una dozzina di esemplari, per fortuna poi nuovamente cresciuti di numero. Non è purtroppo un caso isolato. Stesso grave rischio di estinzione lo corre l'Oryx araba, protetta del "santuario" creato in Oman e dal dicembre 1994 inserito nell'elenco del patrimonio mondiale da salvare. Ma nella lista sono comprese decine di altre aree di assoluto pregio, uniche al mondo, dal parco nazionale del Kilimangiaro, che dalla più alta delle vette africane (5895) estende la sua mano protettiva su oltre 75.000 ettari di ecosistema dominato dai leoni, al vertice di una catena alimentare ed ecologica complessa quanto fragile, alla Grande barriera corallina al largo della costa orientale del Queensland, in Australia, 2000 chilometri di un habitat unico che ospita più di 1500 specie di pesci e circa 400 specie di coralli; dai Los Glaciares, il più grande insieme di terre ghiacciate tutelate dalla legge argentina per oltre 600.000 ettari, dalle calotte glaciali della Cordigliera delle Ande alle 47 lingue ghiacciate che da esse si dipartono verso il Pacifico e l'Atlantico, alle foreste che vedono presenti gli ultimi gorilla dello Zaire, o a quelle del parco di Manu, nel Sud-Est del Perù, con i suoi bradipi, i giaguari, i pappagalli, le bellezze geologiche scavate in secoli di attività delle acque e oggi minacciati dallo sfruttamento del gas del sottosuolo. Per questi territori, come per molti altri, l'Unesco è l'ultima speranza. Insieme alla consapevolezza e al senso di responsabilità che dovrebbero guidare l'uomo del nuovo millennio verso una convivenza pacifica con la natura. Walter Giuliano


SCIENZE DELLA VITA I test noti La somatostatina, un ormone che può attenuare i sintomi in tumori del pancreas e dell'intestino
Autore: GIACOBINI EZIO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, BIOLOGIA, RICERCA SCIENTIFICA
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA
TABELLE: D. Schema dei siti dove agiscono alcuni oncogeni
NOTE: LA TERAPIA ANTI TUMORE DEL PROFESSOR DI BELLA

TRA le molecole che costituiscono la "cura anticancro Di Bella" la somatostatina è quella di cui più si parla, sia perché avrebbe il ruolo più determinante nella terapia, sia perché in Italia ha un alto prezzo commerciale e quindi fa salire notevolmente il costo del "cocktail" farmacologico. Per questo le manifestazioni di pazienti e delle associazioni che rappresentano i consumatori si svolgono all'insegna dello slogan "somatostatina libera e mutuabile per tutti" . Ma vediamo che cosa in realtà si sa già oggi, anche senza attendere nuove sperimentazioni, di questa molecola. La somatostatina è un neuro-ormone isolato nel 1971 da colture dell'ipofisi (ghiandola a secrezione interna situata nel capo, vicino all'ipotalamo). Appartiene a una grossa famiglia (venti membri scoperti finora) di molecole (peptidi), chiamate neuropeptidi in quanto vengono prodotte da certi tipi di cellule nervose. La sua struttura molecolare è costituita da una catena di quattordici aminoacidi. Il nome stesso, somatostatina, indica la sua funzione di abbassamento della secrezione dell'ormone ipofisario (somatotropina), che influenza lo sviluppo corporeo, e ne giustifica l'uso nella terapia sintomatica dell'acromegalia (che è un eccesso di crescita corporea dovuto a tumori ipofisari). La somatostatina viene prodotta non solamente in quella parte del cervello che è chiamata ipotalamo, ma anche nell'apparato gastrointestinale, dove inibisce la secrezione dell'ormone gastrina, e nel pancreas, dove regola la secrezione degli ormoni insulina e glucagone. Una decina di anni fa si scoprì che si poteva aumentare l'effetto della somatostatina riducendone la molecola da quattordici a otto aminoacidi in un prodotto sintetico usato attualmente e chiamato Octeotride (Sandostatina). Poiché i recettori della somatostatina sono presenti oltre che nel cervello e nell'ipofisi anche in organi periferici come intestino e pancreas, essa può inibire la secrezione della gastrina, dell'insulina e del glucagone in situazioni normali e patologiche. Vent'anni di studi hanno dimostrato la sua efficacia nel trattamento sintomatico oltre che dell'acromegalia, anche di tumori endocrini rari dell'intestino (carcinoidi, gastrinomi e vipomi) e del pancreas (insulinomi e glucagonomi). In questi tumori, tuttavia, l'effetto della somastostatina non è nè curativo nè definitivo. Nel cinquanta per cento dei casi la somatostatina è però in grado di ridurre sintomi come la diarrea, vampate di calore e sbilancio salino. Gli effetti collaterali della somatostatina sono dovuti alla riduzione della motilità e della secrezione intestinale, e si manifestano come anoressia, nausea, vomito e forme diabeto-simili. Sono tuttora in corso sperimentazioni cliniche, principalmente negli Stati Uniti e in Canada, sulla possibile estensione dell'uso terapeutico della somatostatina ad altre forme di tumori metastatici del cervello, e della mammella. Ma non esistono ancora risultati definitivi e tali da giustificare la sostituzione delle terapie in corso con l'uso della somatostatina. Ezio Giacobini Farmacologo


LA SAGA DEI PICCARD Il primo tuffo nella stratosfera
Autore: PAPULI GINO

ARGOMENTI: STORIA DELLA SCIENZA, TRASPORTI
NOMI: PICCARD AUGUSTO, PICCARD BERTRAND, PICCARD JACQUES
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. La prima ascensione nella stratosfera

L'INTERESSE per il giro del mondo in pallone che Bertrand Piccard si appresta a compiere - impresa che, pur non avendo dichiarate finalità scientifiche, si avvale di soluzioni tecniche avanzatissime - ci induce a ricordare l'avventura aerostatica che, nei primi Anni Trenta, stupì il mondo: l'esplorazione del primo tratto della stratosfera, finalizzata allo studio dei raggi cosmici. L'ideazione del programma, la progettazione del veicolo e la conduzione delle due ascensioni effettuate si devono allo scienziato svizzero Augusto Piccard, nonno del Bertrand che si appresta a gareggiare con il pallone "Breitling Orbiter" e padre di Jacques, che con il batiscafo "Trieste" contribuì alla conquista degli abissi marini. All'epoca, piccoli palloni- sonda erano arrivati fino a circa 30.000 metri di altitudine, ma i dati raccolti erano di poco valore, soprattutto a causa della variabilità (con l'altezza) delle condizioni di taratura delle apparecchiature, e della impossibilità di misurare la direzione della radiazione cosmica. Occorreva, dunque, "andare di persona". Augusto Piccard si servì di un pallone libero in tela di cotone gommato, con diametro equatoriale di 30 m e della capacità massima di 14.000 m3. Dalla fascia di sospensione partivano 128 funi che, più in basso, formavano 32 cavi per l'attacco della cabina. Questa era di forma sferica, in lamiera di alluminio puro dello spessore di 3,5 millimetri; aveva un diametro di 2,1 metri ed era munita di due portelli circolari a tenuta stagna del diametro di 460 millimetri, e di otto oblò a doppio vetro larghi 10 centimetri. Bombole di ossigeno e filtri di potassio per l'anidride carbonica consentivano la respirazione delle due persone a bordo. Come gas di spinta fu scelto l'idrogeno in quanto l'elio era troppo caro. Come zavorra si usarono pallini di piombo e sabbia. Un problema essenziale era quello della temperatura interna, a causa del freddo esterno e dell'irraggiamento solare. Per questo motivo, Piccard verniciò di nero metà della sfera, lasciando lucida l'altra metà, così da poter graduare la temperatura interna mediante un comando di rotazione della cabina rispetto alla direzione dei raggi del sole. Ma il dispositivo di orientamento non diede buona prova e, nella seconda ascensione, la cabina fu semplicemente verniciata di bianco, contando sulla stoica sopportazione dell'equipaggio. La prima ascensione (Piccard e Kipfer) avvenne il 27 maggio 1931 con partenza da Augs burg, in Germania, e terminò con un fortunoso atterraggio su un ghiacciaio di Gurgl, nel Tirolo; la seconda (Piccard e Cosyns) ebbe luogo il 18 agosto 1932 partendo da Duebendorf, presso Zurigo, e terminando in Italia, a Sud di Peschiera del Garda. Le altitudini raggiunte, secondo la severa procedura di omologazione internazionale, risultarono rispettivamente di 15.781 metri e di 16. 201 metri, forse leggermente inferiori alla realtà. I risultati scientifici, tenuto conto della strumentazione disponibile e delle condizioni effettive, furono notevoli e ripagarono l'impegno economico del "Fond National de Recherche Scientifique" (Belgio) che aveva finanziato l'impresa. Si ritenne, infatti, che questo promettente inizio avrebbe avuto un seguito: ma la mente pionieristica di Augusto Piccard era già rivolta al "pallone sottomarino". Gino Papuli


SCIENZE FISICHE. SCOPERTA La colla degli uomini preistorici
Autore: KRACHMALNICOFF PATRIZIA

ARGOMENTI: ARCHEOLOGIA, CHIMICA
LUOGHI: ITALIA

IL clima estremamente secco della regione del Mar Morto ha permesso una curiosa scoperta che riguarda il collagene, una delle ultime mode dell'industria cosmetica. L'analisi di reperti trovati in caverne dell'era neolitica nei pressi del Mar Morto ha stabilito che l'uomo preistorico usava già questo materiale, non come cosmetico ma come collante. L'uso più antico di cui finora si avesse notizia risaliva agli egizi: questa scoperta gli fa compiere un salto indietro di almeno 4000 anni. Gli oggetti estratti dalle caverne presentavano tracce di una sostanza nerastra applicata su cesti di cordame usati come contenitori, su tessuti ricamati o ancora come adesivo per tenere insieme strumenti e attrezzi. Inizialmente ritenuta una specie di asfalto, successive analisi comparative hanno appurato trattarsi semplicemente di collagene, la più comune proteina fibrosa esistente negli organismi viventi, nonché una delle principali componenti delle pelle, delle cartilagini e dei tendini. L'analisi chimica della struttura, nonché l'analisi al microscopio elettronico, hanno suggerito l'ipotesi che provenga da pelle di animali. L'analisi al carbonio 14 ha stabilito che il materiale era di 8100 anni fa, il che coincideva con quanto stabilito dalle ricerche archeologiche in sito, che facevano risalire la presenza umana allo stesso periodo. Il clima del luogo ha impedito che il collagene - che si trasforma rapidamente in gelatina - si deteriorasse, mantenendo le caratteristiche che hanno permesso di analizzarlo. La colla dell'antichità, fino alla chimica dei giorni nostri, è sempre stata di origine animale o vegetale. La scarsità di alberi resinosi in Medio Oriente come in Egitto spiega perché in queste zone sia stato preferibile ricavare il collagene dal mondo animale. Ciò che è sorprendente è quanto anticamente questi uomini avessero trovato la maniera di produrre questa colla. Infatti, fino agli studi compiuti nella zona del Mar Morto dagli scienziati del Weizmann Insti tute, si riteneva che gli inventori della colla fossero gli egizi che, molto tempo dopo, usavano il collagene come colla da falegname, per connettere vari pezzi di mobili e suppellettili. Per aggiungere nuovi particolari alla storia degli adesivi bisogna dire che, se è nota la procedura usata dagli egizi - trattamento per riscaldamento di parti animali in soluzione alcalina -, non è nota invece quella di questi antichi. Le ipotesi più avanzate sono di collagene di provenienza animale rinforzato con fibre vegetali onde dargli una struttura appropriata. E' interessante notare come la scienza proceda per sussulti conoscitivi e non secondo una linea netta progressiva. Infatti, se abbiamo imparato qualcosa sulle conoscenze tecniche di questi antichi progenitori, non è stato però ancora appurato chi fossero, da dove venissero e che origini avessero. Patrizia Krachmalnicoff


SCIENZE DELLA VITA Melatonina Prodotta dall'epifisi o ghiandola pineale agirebbe anche contro alcuni tipi di tumori
Autore: TRIPODINA ANTONIO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, BIOLOGIA, RICERCA SCIENTIFICA
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA
NOTE: LA TERAPIA ANTI TUMORE DEL PROFESSOR DI BELLA

LA melatonina è un ormone prodotto dall'epifisi, detta anche ghiandola pineale, nome datole da Galeno ("corpus pinealis") agli albori della medicina (129-201 d.C.). Pur essendo conosciuta da tanto tempo, questa ghiandoletta situata in profondità tra i due emisferi cerebrali, ha mantenuto fino a pochi decenni fa il segreto della sua funzione, tanto da essere considerato un organo involutivo, un inutile reperto archeologico. Il mistero durò fino al 1958, quando Lerner e collaboratori riuscirono a isolare da questo corpuscolo una sostanza che faceva contrarre i melanociti della cute degli anfibi e dei pesci, e che per questo fu chiamata melatonina. Da allora vi fu un crescendo di sorprendenti scoperte, tanto da far considerare il campo di ricerca intorno alla melatonina uno dei più promettenti in vari settori della medicina. Il ruolo più affascinante svolto dall'epifisi è quello di "trait d'union" tra ambiente esterno e organismo. E' infatti un "trasduttore neuro-endocrino foto-sensibile", denominazione astrusa che significa che è un organo in grado di "tradurre" gli stimoli luminosi esterni in messaggi ormonali interni, in modo che l'organismo possa sincronizzare le sue funzioni al variare delle condizioni ambientali. In pratica, stimoli provenienti dalla retina regolano la produzione di melatonina della pineale. Il buio la stimola, mentre la luce la deprime, motivo per cui i livelli notturni di melatonina sono molto più alti di quelli diurni. A sua volta la melatonina imprime il suo bioritmo sull'ipotalamo (dove è localizzato l'" orologio interno") e, di conseguenza, sul rilascio ormonale dell'ipofisi e delle ghiandole endocrine ad essa sottoposte. Attraverso questo meccanismo la melatonina esplica il suo ruolo di sincronizzatore dei fondamentali bioritmi dell'organismo, quali sonno/veglia e riposo/attività. Ma per questo ormone vengono ipotizzate altre importanti funzioni e nuovi campi di applicazione. Un argomento di grande attualità è il rapporto melatonina/tumori. E' stato visto che l'asportazione della ghiandola pineale induce nei ratti un'accelerazione della crescita e della diffusione metastatica di alcuni tumori, mentre la somministrazione di melatonina ha un effetto inibente su tali fenomeni. Ciò ha fatto ipotizzare un analogo effetto su alcuni tumori umani. Effetto che non sarebbe espletato direttamente sulle cellule tumorali, ma attraverso l'inibizione di altri ormoni stimolanti il tumore (gli estrogeni, per esempio) e attraverso la modulazione del sistema immunitario. E' provato che l'asportazione della pineale induce nei roditori una depressione del sistema immunitario, che viene corretta dalla somministrazione di melatonina esogena. Alterazioni della produzione di melatonina sono state osservate in un certo numero di pazienti depressi, nell'anoressia nervosa, negli obesi con eccessi bulimici notturni e in pazienti affetti da "disordine affettivo stagionale" che si manifesta da dicembre a febbraio con depressione, ipersonnia, crescita di peso per la tendenza a consumare zuccheri. Per tutti questi disturbi si stanno tentando interventi fototerapici nell'intento di manipolare la secrezione di melatonina. Alla melatonina si è anche attribuita un'azione antinvecchiamento, derivante dalla sua capacità diretta e indiretta di proteggere organi vitali della cellula (membrane, mitocondri, DNA) dall'attacco dei radicali liberi. Per la sua capacità di inibire la produzione delle gonadotropine ipofisarie, è in fase di avanzata sperimentazione l'utilizzo della melatonina come contraccettivo, sia maschile, che femminile. Antonio Tripodina


IN BREVE Turismo scientifico
ARGOMENTI: DIDATTICA
LUOGHI: ITALIA

Il numero di febbraio del mensile "Tuttoturismo" conterrà un ampio servizio sul turismo scientifico, come mete americane, europee ed italiane.


SCIENZE FISICHE. DOMANI INCONTRO A ROMA Un consorzio guiderà l'astronomia italiana
Autore: PRESTINENZA LUIGI

ARGOMENTI: ASTRONOMIA
NOMI: RODONO' MARCELLO
ORGANIZZAZIONI: CONSORZIO NAZIONALE PER L'ASTRONOMIA E L'ASTROFISICA
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, ROMA

GLI astronomi italiani riuniscono le forze e le idee in un Consorzio nazionale per l'astronomia e l'astrofisica, che domani a Roma, Monte Mario, inaugura la sua nuova sede, accanto alla vecchia Specola di Armellini e Cimino. E' un passo significativo per quell'unità di propositi e di progetti che i tempi rendono, più che conveniente, indispensabile, in luogo della dispersione di forze e di fondi fra dodici diversi Osservatori. Oggi c'è, fra l'altro, da gestire la grande impresa del modernissimo telescopio "Galileo", installato alle Canarie nell'isola di La Palma, strumento che vedrà la "prima luce" non prima del marzo prossimo, se tutto andrà bene. Ci sono state, infatti, difficoltà e ritardi nel completamento dello strumento. Le previsioni sono, adesso, di portare lo strumento alla piena efficienza entro giugno e di avviare a partire da settembre i programmmi che nel frattempo saranno stati formalmente stabiliti, dopo un vaglio accurato delle richieste presentate, certamente moltissime, dai diversi ricercatori e gruppi di ricerca. Alla cerimonia di inaugurazione della sede del Consorzio, che è presieduto da Marcello Rodonò, interverranno tutti i direttori degli Osservatori e dei centri di astronomia e astrofisica delle nostre università, i responsabili dei maggiori progetti astrofisici nazionali in corso d'opera, compresi il Large Binocular Telescope, detto il "binocolone" e il colossale VLBI quadruplo, per la parte che concerne l'Italia. Nè mancheranno i presidenti dei principali organi di ricerca nazionali, nonché responsabili politici e amministrativi del ministero dell'Università e della ricerca. Luigi Prestinenza


SCIENZE FISICHE. GRAVE PERICOLO PER I JET Un falco libera l'aeroporto dagli uccelli Dopo l'esempio di Torino, New York fa rivivere i falconieri medievali
Autore: BOFFETTA GIAN CARLO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, TRASPORTI
LUOGHI: ITALIA

IN un recente dibattito alla tv si è giunti a invocare l'intervento dell'esercito contro gli stornelli che sempre più numerosi invadono le città e che creano tanti problemi un po' a tutti, ma in particolare a certe categorie di cittadini (commercianti, ambulanti e automobilisti, specie a quelli che abitano in zone popolate dagli storni). E' difficile immaginare che cosa potrebbe fare l'esercito, così come inutile sarebbe il ricorso a ultrasuoni o ad altre tecniche più sofisticate. Il ritorno a sistemi antichi potrebbe invece risolvere il problema, come insegna il caso dell'aeroporto Kennedy di New York, uno tra i più grandi del mondo, ma collocato, sfortunatamente, su di una rotta di migrazione di varie specie di uccelli e vicino ad un parco naturale, rifugio ideale di volatili che rappresentano un serio pericolo per la navigazione aerea. Il pericolo consiste non tanto nell'urto con l'aereo, che in questa fase del volo ha una bassa velocità, quanto nell'ingestione dell'uccello da parte del motore a reazione (che funziona come un gigantesco aspiratore) e nel conseguente urto contro le palette del compressore. I reattori degli aerei devono superare in fase di omologazione una prova di ingestione di un uccello di peso determinato, sparato in sala prova nella presa d'aria del motore funzionante, ma in cielo si possono incontrare animali ben più grandi e l'effetto sul motore può essere devastante, fino a provocare un incendio. Da molti anni all'aeroporto Kennedy si adottano diverse strategie di difesa, con 30 persone impiegate a tempo pieno a questo scopo, dalla caccia, che ha ucciso più di 50. 000 uccelli in 6 anni, dimostratasi inutile perché abbatte alcuni migratori senza alcun effetto sui moltissimi che li seguono, allo sterminio, con prodotti chimici sparsi da elicotteri, degli insetti che sono un buon pasto per i migratori. Dal 1979 sono stati registrati 3900 urti con uccelli e in 180 casi ciò ha provocato seri danni; l'incidente peggiore ha visto la caduta di un DC10 appena decollato, dopo lo scontro con uno stormo di gabbiani. L'anno scorso si sono verificati tre gravi incidenti: un Concorde dell'Air France ha aspirato nei motori dei grossi uccelli e ora la compagnia francese chiede all'autorità aeroportuale 7,5 milioni di dollari; un A320 ha avuto danni per 2,5 milioni; e così pure un Boeing 747 della Polar Air. Constatato l'insuccesso delle tecniche più moderne, nel giugnò 96 si è ripiegato su di un sistema ritenuto fino ad allora "medievale" che è già in uso fra l'altro con notevoli successi da molti anni sull'aeroporto di Torino Caselle: sono stati ingaggiati tre falconieri che portano in giro per l'aeroporto i propri falchi appollaiati su di un trespolo posto sul tetto di una vettura e fanno volare i sei predatori quattro volte al giorno per 15 minuti. Non si tratta di caccia, che sarebbe forse contestata da qualche associazione protettrice di uccelli, ma solo di un modo per far percepire ai migratori l'area aeroportuale come zona pericolosa. A proposito di contestazioni, si è dovuto dimostrare che i 6 cacciatori (che valgono qualche decina di migliaia di dollari l'uno) erano nati in cattività e non erano stati catturati per poterli far lavorare. Ogni giorno uno degli esemplari, in genere una delle femmine, che risultano incutere più terrore dei maschi, viene fatto volare dalla sommità di un alto edificio. Il costo di questa attività è notevole, ad esempio i falchi sono nutriti con quaglie che arrivano ogni giorno via aerea dal loro luogo di nascita ad oltre 3000 miglia di distanza ma i risultati sono notevoli: dal giorno del loro arrivo gli scontri con gli aerei sono diminuiti del 65 per cento e si è notato che non solo gli uccelli fuggono ma si trasmettono l'informazione che in quest'area esiste il pericolo per cui si vedono sciami di migratori che deviano dalla loro rotta subito prima di sorvolare l'aeroporto Kennedy. Garber, il biologo che sovrintende all'operazione, spera di poter aumentare il numero dei suoi predatori ed ha dichiarato che se potesse esporre un'aquila reale in cattività su di un alto edificio risolverebbe completamente il problema. Gian Carlo Boffetta


SCIENZE DELLA VITA. BURKINA FASO Un fertilizzante per il deserto Messo a punto con successo da un'equipe di belgi
Autore: FURESI MARIO

ARGOMENTI: ECOLOGIA
LUOGHI: ESTERO, AFRICA, BURKINA FASO

UNA squadra di botanici belgi guidata da W. van Cottlen, docente di scienze naturali all'Università di Gand (Fiandra meridionale), ha ora portato a termine una lunga ricerca che, iniziata nel 1980, è riuscita a realizzare un composto chimico che rende fertili i deserti. Due anni fa un primo risultato era stato ottenuto in alcune zone aride ma non desertiche delle isole di Capo Verde e dell'Arizona che, dati i buoni risultati, erano diventate campi di esperimento per ottenere un fertilizzante migliore con il leggero ma decisivo mutamento della composizione, scopo raggiunto in pieno come ha dimostrato il più duro dei collaudi che potesse affrontare nel mondo. Il prodotto ultimo così ottenuto, chiamato "terracottlem", dal citato nome del protagonista delle ricerche, è stato infatti collaudato nella "maledetta" fascia meridionale del Sahara, il Sahel, che si estende dall'Oceano Atlantico al Mar Rosso e che in tutta la sua estensione è interessata ai fenomeni di desertificazione e siccità. Tra i Paesi che si allineano lungo il Sahel la scelta per sperimentare il "terracottlem" è caduta sul Burkina Faso (già Alto Volta) il cui nome significa "terra dei veri uomini", e trova giusta motivazione nella durezza della vita che gli abitanti devono affrontare a causa della estrema povertà della loro economia, basata unicamente sulla stentata agricoltura e sull'allevamento degli ovini. Circa la via seguita per ottenere il fertilizzante in questione basterà notare che al punto di partenza troviamo l'hydrogel nella sua ultima composizione e che esso è un polimero idroassorbente, multiplo delle numerose molecole minori (monomeri) che lo compongono. L'azione svolta dall'hydrogel consiste nell'impedire che le scarse tracce d'acqua esistenti nel terreno evaporino o si disperdano. La ricerca del fertilizzante ideale si è svolta essenzialmente "provando e riprovando" una infinita serie di miscugli e composti chimici ottenuti con l'hydrogel e i più diversi stimolatori di crescita delle piante cui venivano aggiunti concimi organici e minerali di ogni specie, mutandone continuamente la composizione per 17 lunghi anni, sino ad ottenere gli attesi risultati. Il grande obiettivo raggiunto avvia a soluzione il problema alimentare del Burkina Faso e degli altri sei Paesi della fascia "maledetta" del Sahel. Mario Furesi


SCIENZE DELLA VITA. ALZHEIMER Un nuovo farmaco dagli Usa
Autore: PELLATI RENZO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, FARMACEUTICA
ORGANIZZAZIONI: FOOD AND DRUG ADMINISTRATION
LUOGHI: ITALIA

DA tempo i neurobiologi hanno dimostrato che la malattia di Alzheimer è associata a una diminuzione del tenore di acetilcolina, una sostanza (definita neurotrasmettitore) che ha un ruolo importante nella trasmissione degli impulsi nervosi a livello cerebrale. Questa intuizione ha portato allo sviluppo di molecole il cui scopo è quello di aumentare la concentrazione di acetilcolina nel sistema nervoso centrale. Nel corso delle sperimentazioni si sono dimostrati validi gli inibitori dell'enzima che inattiva l'acetilcolina, chiamato acetilcolinesterasi. Queste sostanze, impedendo l'inattivazione dell'acetilcolina, ne aumentano la concentrazione in particolari aree cerebrali e consentono il miglioramento e il mantenimento di alcune importanti funzioni cognitive che dipendono da questo neurotrasmettitore, la memoria in primo piano. La prima molecola che divenne disponibile in alcune nazioni fu la tacrina, il cui impiego fu però limitato da una serie di sgradevoli effetti collaterali, primo fra essi l'epatotossicità. Secondariamente, la tacrina si è dimostrata in grado di migliorare la funzione cognitiva soltanto nel venti, trenta per cento dei pazienti. Pur avendo queste limitazioni, la molecola di cui stiamo parlando rappresentò una svolta importante nel trattamento dell'Alzhei mer, aprendo così la strada ad ulteriori acquisizioni. Oggi la ricerca ha messo a punto un altro inibitore dell'acetilcolinesterasi (donepezil), più selettivo, e che provoca un miglioramento statisticamente significativo dell'attività cerebrale in pazienti con malattia di Alzheimer in fase iniziale. Gli effetti collaterali osservati sono risultati lievi e transitori, prevalentemente a carico del tratto gastrointestinale (nessun caso di epatotossicità è stato segnalato). Il farmaco, già autorizzato dalla Food and Drug Administration americana e presentato al settimo Meeting Europeo di Helsinki, sarà presto disponibile anche in Italia. Altre molecole sono attualmente allo studio per migliorare ulteriormente la comunicazione tra le cellule nervose (metrifonato, rivastigmina, galantamina). Nell'attesa che vengano sviluppati farmaci che riparino le cellule nervose danneggiate (NGF - fattore di crescita nervosa), la ricerca internazionale è rivolta a sperimentare i trattamenti che possono ritardare l'insorgenza della malattia (antiinfiammatori, estrogeni, antiossidanti), ormai al primo posto quale causa di demenza nei Paesi occidentali. La diagnosi precoce ha grande importanza, però sussistono difficoltà per distinguere il calo della memoria, frequente nel normale invecchiamento, e il deficit che inevitabilmente precede il deterioramento psichico caratteristico dell'Alzheimer. Oltre alla tomografia computerizzata per escludere cause trattabili e potenzialmente guaribili (ematomi, tumori, forme vascolari) del quadro di deterioramento mentale, oggi c'è la possibilità di ricorrere alla risonanza magnetica, che consente misurazioni estremamente precise delle strutture del lobo temporale e che servono per discriminare i pazienti affetti da Alzheimer rispetto ai controlli. Oggi esiste anche un soft ware per valutare la soglia di percezione visiva denominato "Brava" (Bracco-Alzheimer- Visual-Assesment) che consente in pochi minuti di riconoscere l'esistenza di un deterioramento della "memoria iconica", basandosi sulla cognizione che la funzionalità della retina oculare dipende in larga misura dall'acetilcolina e che l'acetilcolina retinica è espressione dell'acetilcolina cerebrale. Ai pazienti vengono presentate immagini con tempi di esposizione progressivamente crescenti a partire da un valore iniziale di 16,6 millesimi di secondo. Nelle persone colpite dalla malattia di Alzheimer i tempi di reazione risultano allungati più del doppio. Renzo Pellati


IN BREVE Una sola lente per tutti i difetti
ARGOMENTI: OTTICA E FOTOGRAFIA, TECNOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

Una nuova tecnica costruttiva permette di fabbricare lenti da occhiali più sottili del 20 per cento e di risolvere con una unica lente "Multigressiv" tutti i difetti visivi di ipermetropi, miopi e astigmatici che hanno bisogno anche della correzione per vedere da vicino.


SCIENZE DELLA VITA. PROSTATITE Uroscreening per mille uomini Un'indagine che coinvolgerà 50 centri in tutta Italia
Autore: A_T

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: OMS ORGANIZZAZIONE MONDIALE PER LA SANITA', SOCIETA' ITALIANA DI UROLOGIA
LUOGHI: ITALIA

E' definita "ipertrofia prostatica benigna". Ma sulla "benignità" bisogna intendersi. La prostata è una piccola ghiandola (come una castagna) che ha il compito di secernere un liquido che è parte essenziale dello sperma. E' posta subito sotto la vescica e avvolge, come un manicotto, la parte iniziale dell'uretra, il condotto che porta all'esterno l'urina e il liquido seminale. Questa peculiarità anatomica è alla base di tutti i guai, poiché un aumento di volume della prostata (un'ipertrofia), quale si verifica per uno squilibrio ormonale in un'alta percentuale di uomini al di sopra dei 50 anni, determina una compressione dell'uretra e quindi un ostacolo al normale svuotamento della vescica. Da qui una serie di disturbi: dall'urgenza di urinare frequentemente (pollachiuria), anche di notte (nicturia), fino allo sfiancamento graduale del muscolo vescicale, con ristagno di urina in vescica, che diventa terreno di coltura di germi. E' una delle malattie più diffuse a livello mondiale, affliggendo circa il 50 per cento dei maschi tra i cinquanta e i sessant'anni; percentuale che progressivamente aumenta con l'età, fino all'80 per cento circa negli ultraottantenni. Se si considera l'aumento progressivo della durata della vita, si intuisce quale problema sanitario ed economico si prospetta per i prossimi anni. Ecco, allora, la necessità di ottimizzare gli interventi medici e chirurgici. Diversi studi hanno infatti dimostrato una scarsa corrispondenza fra disturbi accusati dai pazienti e i dati obbiettivi (sia clinici che strumentali), per cui sono numerosi i casi complicati piuttosto che risolti da un intervento chirurgico. Raccogliendo il suggerimento espresso dall'Oms (Organizzazione mondiale dela Sanità) durante la terza " International Consultation" sull'ipertrofia prostatica benigna del 1996, è stato programmato, sotto il patrocinio della Società Italiana di Urologia, uno studio osservazionale, mai condotto prima d'ora, con l'intento di fare maggiore chiarezza sulla correlazione fra i sintomi accusati dal paziente (valutati con la "Scala di punteggio sintomatologico internazionale", I-Pss), il volume della prostata (determinato attraverso l'ecografia transrettale) e i segni di ostruzione (studiati attraverso la uroflussometria). Il protocollo dello studio, denominato "Uroscreening", è stato presentato nel dicembre '97 a Parigi e prevede il coinvolgimento, nel corso del 1998, di 50 centri di urologia distribuiti sull'intero territorio nazionale e di 1000 soggetti fra i 50 e gli 80 anni che hanno sintomi di prostatismo.(a. t.)




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