TUTTOSCIENZE 17 dicembre 97


SCIENZE FISICHE. AMBIENTE C'è energia nell'olio usato Da un inquinante, una risorsa
Autore: PAVAN DAVIDE

ARGOMENTI: ECOLOGIA, ENERGIA
LUOGHI: ITALIA

CHE fine fa l'olio lubrificante consegnato alle officine o alle stazioni di servizio dopo la sua sostituzione? E' preferibile distruggerlo o è possibile il suo riutilizzo? Cosa si fa per impedirne la dispersione nell'ambiente? Una panoramica sui problemi tecnici, economici e legislativi legati ai lubrificanti è stata offerta a Lione dal 3o Convegno europeo sulla rigenerazione dei lubrificanti, organizzato dal Geir (Gruppo aziende europee della rigenerazione). L'olio, che deriva dalla distillazione frazionata del petrolio grezzo, deve, per definizione, lubrificare, cioè ridurre l'attrito tra superfici in movimento. Le proprietà lubrificanti di un olio dipendono dalla sua viscosità. Poiché la viscosità dei liquidi diminuisce fortemente all'aumentare della temperatura, un lubrificante è tanto più pregiato quanto più questa variazione è piccola. Durante il suo ciclo di impiego, l'olio subisce trasformazioni chimico-fisiche tali da renderlo inadatto a svolgere le sue funzioni; in questo caso l'olio viene sostituito e diventa "olio usato". Questo può contenere vari inquinanti: negli olii lubrificanti dei motori ci sono residui di combustione, negli olii di origine industriale metalli di vario genere. In Italia si consumano ogni anno 600 mila tonnellate di olio lubrificante, da cui residuano circa 200 mila tonnellate di olio usato. Di queste, circa 180.000 tonnellate sono raccolte attraverso un Consorzio nazionale obbligatorio, le restanti 20.000 sono disperse illegalmente nell'ambiente. I problemi legati allo smaltimento degli oli sul terreno sono legati agli accumuli di metalli, che vengono assorbiti dalle piante intossicandole; se versato in fognatura, l'olio provoca blocchi agli impianti di depurazione biologica, uccidendo i microorganismi utili; nelle acque provoca la formazione di una pellicola che impedisce lo scambio di ossigeno con l'atmosfera, con conseguenze drammatiche per la fauna e la flora: un chilo di olio può inquinare una superficie d'acqua di un chilometro quadrato. L'olio usato va considerato invece un'importante risorsa. Esso possiede un alto contenuto energetico: 150.000 tonnellate di lubrificante usato sono in grado di fornire energia per un anno alle necessità domestiche di una cittadina di 70.000 persone. Inoltre l'olio è quasi interamente riutilizzabile. Le avanzate tecnologie di rigenerazione odierne sono in grado di produrre olio base di ottima qualità con le stesse prestazioni dell'olio primario. In Italia vengono inviate ogni anno alla rigenerazione 140.000 tonnellate di olio esausto, mentre solo 40.000 tonnellate sono destinate alla combustione o alla termodistruzione. Il processo di rigenerazione, oltre ad essere più economico e meno inquinante della raffinazione ordinaria, è ad alto rendimento: da 100 kg di olio usato si ottengono 68 kg di olio nuovo. Ecco una soluzione per un ingresso "sostenibile" nel XXI secolo: riduzione dei rifiuti, riciclaggio delle risorse e conservazione dell'energia. Davide Pavan


SCIENZE DELLA VITA. FORSE UNA RISPOSTA Il rebus del letargo degli orsi Una fondamentale riserva di grassi nel sangue
Autore: OLDANI RICCARDO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, BIOLOGIA
NOMI: MUSIANI MARCO, ROTH HANS, GENTILE LEONARDO
LUOGHI: ITALIA

IL mistero del letargo degli orsi è scritto nel sangue. Lo sostiene un gruppo di ricercatori italiani che, in seguito a una lunga indagine condotta nel Parco nazionale d'Abruzzo sull'orso marsicano, è giunto a dare importanti risposte su un meccanismo biologico ancora in gran parte sconosciuto. Il letargo è uno degli argomenti più seguiti degli studiosi in tutto il mondo, che si sono dati un gran daffare per capire come molte specie riescano a trascorrere l'inverno "dormendo" anche per alcuni mesi. Un campo di indagine complesso visto che ogni specie sembra avere una risposta particolare ai problemi della stagione fredda. Ma l'approccio dell'orso all'inverno è forse quello più stupefacente e da sempre ha sollevato un gran numero di interrogativi. La maggior parte delle specie che vanno in letargo, infatti, alternano momenti di profondo torpore, in cui la temperatura corporea scende di molti gradi, ad altri di veglia, necessari per espletare alcune fondamentali attività vitali. L'orso invece no, tanto è vero che gli esperti preferiscono parlare non di letargo, ma di ibernazione. Nella sua tana il plantigrado può restare anche sei o sette mesi senza muovere un muscolo, senza mangiare, bere o defecare, mantenendo una temperatura corporea sorprendentemente alta, da 31 a 36 gradi centigradi, contro i 37-38 dei periodi di piena attività. Un " esercizio" che ha anche un elevato costo in termini di consumi di energia. "Come fanno gli orsi a sostenere un periodo così lungo senza alimentarsi?". "I motivi possono essere tanti, ma noi siamo convinti di avere scoperto qualcosa di molto importante nel sangue dell'orso", spiega Marco Musiani del dipartimento di Biologia animale e dell'uomo dell'Università di Roma. Musiani ha illustrato le acquisizioni ottenute dal gruppo di ricerca sull'orso marsicano, di cui fa parte con Leonardo Gentile, Maurizio Valentini, Hans Roth e Piero Musiani, studiosi dell'Università di Chieti e del Centro studi ecologici appenninici. "Abbiamo fatto dei prelievi - racconta - a nove esemplari di orso marsicano sei in cattività e tre liberi. E le analisi hanno evidenziato che in questi animali i globuli bianchi svolgono funzioni particolari. Come gli altri mammiferi, gli orsi presentano tre popolazioni di cellule bianche del sangue: i linfociti, i monociti e i granulociti. Ma esse non si limitano a entrare in gioco per fronteggiare gli attacchi portati da malattie e infezioni, come avviene per gli altri mammiferi; fanno molto di più" . Ed è proprio qui il nocciolo della scoperta: "I granulociti del sangue degli orsi - continua Musiani - hanno la caratteristica del tutto particolare di contenere una quantità molto elevata di gocce grasse. Si tratta di minuscole goccioline, visibili al microscopio, che si insediano nel citoplasma di queste cellule specializzate. Per fare un paragone, noi "umani" possiamo avere una goccia grassa per ogni sezione di cellula, mentre l'orso ne presenta in media otto] Un numero che tra l'altro cresce quando i granulociti vengono trattati con soluzioni ricche di lipidi". Cosa significa? "Che attraverso i granulociti gli orsi sono in grado di immagazzinare grassi, le molecole più ricche di calorie e di acqua. Preziose riserve di energia che possono dispensare all'organismo, durante il periodo di ibernazione, e di lungo digiuno". Quali sono i vantaggi di questo meccanismo? Anzitutto un'estrema duttilità, visto che attraverso le cellule bianche del sangue l'orso è in grado di convogliare le sue riserve energetiche esattamente dove l'organismo le richiede. In secondo luogo una grande praticità: l'orso infatti non deve crearsi enormi riserve di cibo fresco, ma può utilizzare una "dispensa" interna al proprio organismo. Negli Stati Uniti sono in corso studi per individuare i meccanismi che regolano la biologia di questi animali. I risultati potrebbero portare a nuove soluzioni per combattere alcune malattie dell'uomo, come disfunzioni, calcoli renali, anoressia e obesità. Riccardo Oldani


SALVASCHERMO Nel computer c'è qualcosa di vivo...
Autore: VALERIO GIOVANNI

ARGOMENTI: INFORMATICA
NOMI: LATHAM WILLIAM, ATKINSON MARK
LUOGHI: ITALIA

PROTEGGONO, certo, i fosfori del monitor, ma gli "screen saver" (salvaschermo) hanno anche una funzione estetica. Tutti ne hanno uno installato con il sistema operativo: se non si tocca la tastiera del computer per qualche minuto, lo screen saver fa apparire automaticamente delle immagini sul monitor: dai semplici salva-schermo con puntini in movimento si è passati a figure sempre più sofisticate: astronomiche, geometriche, porno- soft. E ora anche "vive". Gli ultimi arrivati sono gli screen saver che cambiano, giorno dopo giorno, seguendo le leggi dell'evoluzione. Sviluppati dall'artista inglese William Latham, gli schermi viventi sono contenuti in "Organic Art" (Warner Interactive), un Cd- Rom che è qualcosa di più di una tradizionale raccolta tematica di screen saver. Grazie a un programma dello stesso Latham e del mago del computer Mark Atkinson, il Cd-Rom permette non solo di vedere, ma di creare le immagini del vostro salva-schermo. Come un dio microcosmico, scegliete i processi di mutazione e di selezione per far crescere le immagini, che continueranno a evolversi sul monitor formando vere e proprie sculture organiche. Si parte da figure semplici (coni, cubi, piramidi, cuori, ma anche ossa, facce e teschi) e da una trentina di modelli per la generazione delle forme (sferiche, a rete, in rotazione). Si fissano i parametri per le mutazioni, le luci e i colori. E si decide quali forme vivranno e quali moriranno. Le immagini scelte sopravvivono, mutando e riproducendosi, in una selezione più estetica che naturale. Sul monitor appariranno bizzarre figure tridimensionali: creature marine, strane forme di vita aliena, sculture astratte e foreste rigogliose. Nel monitor, Escher batte Darwin, si crea la bellezza a partire dal caos. Dei suoi organismi virtuali, il programma di Latham crea il Dna. Usa cioè algoritmi genetici: codici informatici che descrivono, proprio come i cromosomi, le caratteristiche degli esseri generati dal computer. Il programma genera popolazioni di "cromosomi digitali" . Scegliendone solo qualcuno, si creano nuove generazioni che si avvicinano sempre più allo scopo. Latham usa queste tecniche da anni, producendo forme d'arte. L'artista, spiega Latham, si limita a fare il "giardiniere" dell'opera: una potatura qui, un innesto là, una pianta da estirpare o da incrociare. Il resto lo fa la macchina. Il software grafico basato sugli algoritmi genetici di "Organic Art" (consultabile all'indirizzo Internet http://www.artworks.co.uk/), è solo l'ultima conferma della capacità del computer di simulare i comportamenti della vita reale. Le forme d'arte create da Latham sembrano così vive che, spegnendo il computer, vi assalirà una certa inquietudine. Forse avete interrotto la loro vita tra i bit dietro lo schermo. Giovanni Valerio


SCIENZE DELLA VITA. L'AGLIO Combatte funghi, virus e batteri
Autore: KRACHMALNICOFF PATRIZIA

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, BOTANICA
ORGANIZZAZIONI: WEIZMAN INSTITUTE OF SCIENCE DI ISRAELE
LUOGHI: ITALIA

L'AGLIO è usato in tutto il mondo per insaporire salse e cibi ed è sempre stato considerato, anche se in base a criteri piuttosto empirici, apportatore di benefici effetti sull'organismo. Una specifica e accurata ricerca condotta dal Weizmann Institute of Science in Israele ha ora chiarito scientificamente i meccanismi molecolari con cui questo popolarissimo vegetale compie la sua benefica azione nella prevenzione di alcune gravi malattie. I ricercatori si sono serviti di un procedimento biotecnologico per la produzione di grosse quantità di allicina, la principale componente biologicamente attiva dell'aglio. L'allicina, in natura, è la sostanza che protegge la pianta da funghi e parassiti, ed è la causa del suo odore pungente. Sull'uomo, invece, ha un ruolo importante nel prevenire disturbi cardiaci, ed ora è stato caratterizzato il meccanismo molecolare attraverso il quale blocca certi gruppi di enzimi che sono tra i principali responsabili delle infezioni. Poiché questi gruppi di enzimi si trovano in una grande varietà di batteri, funghi e virus, la ricerca offre una base scientifica del fatto che l'allicina è una sostanza antimicrobica a largo spettro, in grado di allontanare vari tipi di infezioni. E' stato inoltre accertato che è efficace a fronte della crescente resistenza dei batteri agli antibiotici. Difficilmente i batteri potrebbero sviluppare una resistenza all'allicina, in quanto questo implicherebbe una modifica di quegli stessi enzimi che rendono possibile la loro attività. L'allicina blocca gli enzimi reagendo con una delle loro componenti più importanti, i tioli. Questa scoperta è particolarmente importante perché i tioli sono parti essenziali di alcuni enzimi che partecipano alla sintesi del colesterolo; quindi reagendo e modificando i tioli di questi enzimi, l'allicina può impedire la produzione di colesterolo dannoso, quello cioè che ostruisce le arterie. Sono in corso studi più avanzati per accertare che l'azione dell'allicina contro i tioli non sia in contrasto con altri processi enzimatici vitali. La reazione dell'allicina con i tioli ha anche suggerito la possibilità di suoi effetti antiossidanti. Gli ultimi studi hanno confermato questa capacità e per la prima volta hanno stabilito una valutazione quantitativa. Gli antiossidanti neutralizzano i radicali liberi dannosi ritenuti in parte responsabili di tumori, aterosclerosi, invecchiamento ed altri processi. Andando al futuro praticabile come medicina, bisogna dire che la sostanza naturale perde la propria efficacia poche ore dopo lo schiacciamento degli spicchi d'aglio, perché reagisce immediatamente con le altre componenti della pianta. Al Weizmann sono riusciti a produrre allicina in forma semi-sintetica: dapprima viene sintetizzato chimicamente il suo precursore, l'alliina, poi una forma modificata dell'enzima naturale, l'alliinase, la trasforma in allicina pura, che in questa forma semi-sintetica può essere conservata per mesi senza perdere di efficacia. Quindi presto l'allicina potrà essere commercializzata e iniziare a dare i suoi benefici effetti su larga scala. Si può quindi osservare che, ancora una volta, la scienza ha dato ragione agli antichi rimedi che la sapienza contadina ci ha tramandato sotto forma di semplici decotti ed applicazioni, che solo oggi sono riconosciuti e trasformati in terapie tecnicamente precise. Patrizia Krachmalnicoff


Il Polo Nord va a spasso... Così funziona il nucleo terrestre
Autore: PRELLA DANILO

ARGOMENTI: GEOGRAFIA E GEOFISICA, FISICA
NOMI: BLOXHAM JEREMY, WEIJIA KUANG
LUOGHI: ESTERO, AMERICA, USA

L'AGO della bussola indica sempre il Nord: questo fa parte di quel bagaglio di nozioni che ognuno di noi si porta dietro fin dall'infanzia e che ha tutto il sapore di una verità assoluta. Ma non è una convinzione del tutto corretta. In passato vi sono stati periodi in cui il polo Nord magnetico era molto vicino al Sud geografico, invece che al Nord. Il campo magnetico terrestre aveva cioè una polarità opposta rispetto a quella attuale. Il fenomeno può essere compreso più facilmente se si immagina che esso sia analogo a quello prodotto da una barra magnetica posta al centro della Terra ed inclinata di circa 11 gradi rispetto all'asse di rotazione. Quando la barra "ruota" di 180 gradi in direzione Nord-Sud si ha l'inversione di polarità. Si sa con certezza che vi sono state centinaia di inversioni nella storia della Terra, ognuna delle quali si è compiuta in un tempo compreso fra 1000 e 6000 anni. Durante ciascun evento l'intensità del campo diminuisce fino a un quarto del valore normale, ma non è ancora chiaro cosa succede realmente alla sua direzione: i poli magnetici si spostano gradualmente lungo un meridiano fino a raggiungere gli antipodi, oppure hanno movimenti più rapidi, caotici e discontinui? Il problema si può risolvere localizzando le posizioni degli antichi poli mediante l'analisi del magnetismo residuo, registrato da molte rocce vulcaniche e sedimentarie nel momento della loro formazione. Finora però l'interpretazione dei dati non è stata priva di ambiguità. Dalle rocce si sono ricavati modelli di comportamento esattamente contrari: dall'analisi dei sedimenti emerge che i poli si spostano secondo due bande longitudinali poste agli antipodi, mentre lo studio delle lave dice che essi costituiscono gruppi discreti sparsi sulla superficie terrestre. Ma la discontinuità dei fenomeni vulcanici, e la bassa velocità di deposizione dei sedimenti hanno impedito in realtà un monitoraggio regolare ed efficiente delle fluttuazioni del campo. Tuttavia J.E.T. Channell e B. Lehman hanno presentato sul numero di Science del 16 ottobre i risultati ottenuti dallo studio di sedimenti marini ad alta velocità di deposizione (circa 12 centimetri in mille anni) situati nell'Atlantico settentrionale. I dati si riferiscono alle due ultime inversioni del campo magnetico, avvenute rispettivamente 790 mila e 990 mila anni fa, e sono i più completi mai presentati. Gli autori rilevano un comportamento simile per entrambi gli eventi e propongono un modello sostanzialmente in accordo con quello ottenuto da rocce vulcaniche. Secondo i due ricercatori, quindi, il raggruppamento dei poli magnetici in alcune zone geografiche testimonierebbe il carattere discontinuo dell'inversione. Dopo aver appreso che il campo magnetico terrestre è tutt'altro che statico possiamo chiederci quale sia l'origine di queste inversioni. La risposta va cercata nelle profondità del pianeta nella natura stessa del nucleo terrestre, fatto in prevalenza di ferro. Tutto ciò che si trova fra 2900 e 6370 chilometri sotto di noi costituisce infatti una vera e propria dinamo di dimensioni planetarie che mantiene in vita il campo magnetico, altrimenti destinato a estinguersi entro 10.000 anni. Il nucleo terrestre è diviso in un parte interna solida, con un raggio di 1200 chilometri e una parte esterna, spessa circa 2300 chilometri, che è fluida ed elettricamente conduttrice. Il moto di questa massa fluida genera il campo magnetico. Probabilmente è proprio la natura caotica dei processi coinvolti la causa delle inversioni del campo, che avvengono in modo apparentemente casuale persino nelle dinamo di laboratorio. In ogni caso, poiché è molto difficile ottenere dati diretti, vi sono ancora molti dubbi sul funzionamento della dinamo terrestre. Due geofisici dell'Università di Harvard, Weijia Kuang e Jeremy Bloxham, hanno recentemente proposto un nuovo modello teorico di dinamo geomagnetica che, contrariamente ai modelli precedenti, tiene conto della bassa viscosità della massa fluida. Come conseguenza la parte fluida si muoverebbe descrivendo immaginarie superfici cilindriche attorno al nucleo interno, con velocità crescente man mano che ci si allontana dal centro. Questo modello spiega fedelmente molte proprietà dell'attuale campo magnetico terrestre e mette in evidenza come, nonostante tutti i loro limiti, le simulazioni numeriche fatte con l'aiuto del computer siano a tutt'oggi il migliore strumento per mettere in rapporto i fenomeni magnetici del nostro pianeta con ciò che succede nelle profondità più segrete del pianeta stesso. Danilo Prella


SCIENZE FISICHE. A RISCHIO LE ISOLE DEI MARI DEL SUD Un addio a Laguna Blu? Tra inquinamento nucleare ed effetto serra
Autore: MORETTI MARCO

ARGOMENTI: ECOLOGIA, METEOROLOGIA, INQUINAMENTO, ATMOSFERA, MARE, AMBIENTE
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: G. Oscillazioni della temperatura media della Terra in decimi di gradi centigradi

LA decisione di Chirac nel 1995 di riprendere gli esperimenti nucleari a Mururoa aveva offuscato la più bella cartolina illustrata del pianeta. I problemi sembravano risolti, dopo la fine dei test, con la decisione di Parigi, nel 1996, di firmare il trattato per la messa al bando del nucleare dai Mari del Sud. Purtroppo i problemi ambientali della Polinesia non si limitano all'atomica e ai suoi inquinanti strascichi. I tecnici francesi assicurarono che gli esperimenti non avrebbero comportato pericoli per l'ambiente e le persone. Il vulcanologo francesce Pierre Vincent sostiene invece che "Mururoa presenta tutte le condizioni per la destabilizzazione di un vulcano, le cui ripide pendici sono state indebolite dai pozzi scavati per le esplosioni sotterranee e da una serie di fratture". Secondo gli scienziati, il pericolo maggiore per il futuro sarà di dispersione di radioattività nell'oceano a causa delle crepe nell'involucro basaltico in cui sono avvenute le esplosioni. I francesi sostengono che la roccia ha assorbito il 99 per cento delle radiazioni: solo il 75 per cento secondo Greenpeace. C'è una relazione tra gli esperimenti e l'avvelenamento del pesce a seguito della proliferazione di alghe tossiche (ciguatera) nel vicino arcipelago delle Gambier. E le malattie provocate dalla radioattività (leucemia, tumori al cervello e alla tiroide, nascita di neonati deformi) sono in Polinesia Francese, in percentuale molto più alta della media. Georges Delemagne, vicedirettore di Medici senza frontiere, sostiene che in Polinesia "il tasso di mortalità per cancro alla tiroide è 30 volte più alto che in Francia e 50 volte più che in Giappone". Già i test effettuati nel 1987 da Jacques- Yves Cousteau nella laguna di Mururoa rivelarono tracce di cesio 134, un isotopo radioattivo. E, nel 1990, una ricerca dell'Istituto Geologico dell'Auckland University rinvenne cesio 134 nel plancton a decine di chilometri da Mururoa. Se la radioattività minaccia gli abitanti, l'effetto serra mette in discussione l'esistenza stessa degli atolli. Secondo uno studio dell'Onu, l'attuale livello di conbustione degli idrocarburi, prima causa dell'effetto serra, provocherà il progressivo scioglimento delle calotte polari e l'innalzamento dei livello dei mari di 20 centimetri entro il 2030 e di 65 centimetri entro il 2100. Scompariranno gli atolli delle Tuamotu, alti un metro sul livello del mare: dove si trova Rangiroa, la laguna blu più bella del globo, un ecosistema popolato da centinaia di specie di pesci, molluschi e polipi del corallo. All'effetto serra è imputato anche l'aumento degli uragani registrato nell'ultimo ventennio. Alle Fiji la loro incidenza è salita di quattro volte rispetto al periodo 1940-1980. Nel 1993, la combinazione in due soli giorni dei cicloni Nina e Kina flagellò Fiji e Salomone lasciando 20 mila senzatetto. L'arcipelago più colpito è Samoa, dove il fenomeno dei tifoni ha indotto le compagnie assicurative a non emettere più polizze contro i disastri naturali. Colpita in media ogni 10-15 anni, nell'ultimo decennio Samoa ha subito tre disastrosi uragani che hanno raso al suolo villaggi e foreste. Non manca di far danni anche l'industria turistica. In Polinesia Francese un notevole guasto è provocato dai fare piloti: i bungalow a palafitta costruiti nelle lagune. A parte l'inganno di alberghi che vendono per tradizionale un'architettura mai costruita dai polinesiani, questi edifici hanno un alto impatto ambientale perché le loro fondamenta vengono conficcate nel corallo uccidendo i polipi: le madrepore morte originano la ci guatera, un'alga tossica che, quando viene mangiata dai pesci trasforma, in una tragica catena alimentare, la loro polpa in bocconi velenosi. Oltre ai test atomici, a inquinare il Pacifico arrivano i rifiuti industriali, offerti dagli Stati Uniti in cambio di fiumi di dollari a staterelli sull'orlo della bancarotta. Dopo il rifiuto delle proposte di scorie nucleari e di pneumatici, nel 1993 Tonga ha accettato, ad esempio, 350 mila fusti di scorie tossiche in cambio di 5 milioni di dollari. Anche l'industria mineraria australiana ha gravi responsabilità nell'alterazione ambientale della regione: a Nauru (Melanesia) è stato desertificato il 90 per cento dell'isola per estrarre fosfati, un disastro ecologico che oggi confina i suoi 10 mila abitanti in una fascia verde in riva al mare larga da 150 a 300 metri. La deforestazione riguarda soprattutto la Melanesia. Da fine Anni Ottanta Papua Nuova Guinea, Salomone e Fiji sono vittime dell'industria del legname malese che, nel tentativo di preservare le proprie foreste di Sarawak e Sabah, ha scelto il Pacifico per fare incetta di legname tropicale. Alla conferenza su ambiente ed economia nel Pacifico, svoltasi a Brisbane (Australia) nel 1994, il primo ministro delle Salomone Francis Hilly ha denunciato che "a questo ritmo nel 2010 non ci sarà più legname commerciabile nel suo arcipelago" e che gli esportatori malesi e giapponesi pagano il legno ai melanesiani 125 volte meno del prezzo a cui lo vendono a Tokyo. Il problema è legato all'estrema fragilità economica di alcuni arcipelaghi-Stato. Sulla spinta di Greenpeace, i governi di Australia e Nuova Zelanda sono più volte intervenuti finanziariamente per bloccare il disboscamento: dalle Salomone a Tuvalu hanno sborsato milioni di dollari in cambio della trasformazione di isole e atolli in riserve naturali. Altri problemi ambientali sono legati alle specie animali minacciate: dal dugongo (vacca di mare) alle tartarughe, dai leoni marini alle balene. In Melanesia si continua a cacciare le megattere (Megaptera noveangliae) nonostante la moratoria dell'In ternational Whaling Commis sion (Iwc). E in quasi tutte le isole si seguita a impiegare reti a strascico e altre tecniche di pesca devastatrici. Di fondo c'è una diversa concezione del rapporto con l'ambiente. Gli isolani hanno sempre lottato contro la furia dell'oceano e la potenza degli elementi naturali: per loro il mare è una fonte inesauribile, le limitazioni dei bianchi sono arbitrii incomprensibili. Ad aggravare la situazione ci sono le concessioni di pesca rilasciate da molte isole alla devastante industria giapponese, la più attiva - insieme a quelle di Stati Uniti, Taiwan e Corea del Sud - in un oceano (il Pacifico meridionale) in cui viene catturato il 40 per cento del prodotto ittico mondiale per un valore annuo di un miliardo e mezzo di dollari. Solo 50 milioni di dollari tornano nelle isole in cambio delle concessioni o sotto forma di salari per gli addetti all'industria conserviera del pesce, la cui presenza è limitata a Pago Pago nelle Samoa Americane. Marco Moretti


SCIENZE A SCUOLA. UNA MEMORIA ALLO STATO SOLIDO Rom, l'uovo primordiale Le complesse regole per costruire un archivio
Autore: MEO ANGELO RAFFAELE

ARGOMENTI: INFORMATICA
LUOGHI: ITALIA

ABBIAMO parlato di memorie di sola lettura, o Rom (Read Only Me mory). Vi è una Rom a stato solido, fatta di transistori, che è parte della memoria centrale e contiene l'uovo primordiale della macchina, ossia il programmino che non deve cancellarsi quando il calcolatore viene spento e che serve a caricare nella Ram dalla memoria periferica il grosso del software di base, ossia l'insieme dei programmi del sistema operativo. Più noto è il Cd-Rom, o Compact Disk Rom, del quale il compact musicale costituisce l'attuazione più diffusa. Un Cd-Rom contiene oggi 5 miliardi di bit, pari a oltre un'ora di musica ad alta fedeltà o a molte migliaia di articoli di TuttoScienze. Si parla spesso di memorie di sola lettura, e non si parla mai di una mia invenzione, le Wom o Write Only Memory, le memorie di sola scrittura. E' ovvio, perché una Wom non serve a nulla. Ma le Wom sono le più diffuse fra gli uomini (dopo una certa età), negli uffici e nella stessa memoria dei calcolatori. I conservatori riempiono enormi armadi con migliaia di documenti cartacei, grossolanamente classificati in cartelline etichettate con nomi fantasiosi, e già dopo pochi giorni non sono in grado di ritrovare nulla. I conservatori si comportano allo stesso modo anche dopo essere passati al Pc: riempiono la memoria di file in ordine sparso, senza studiare una loro razionale organizzazione in cartelle o sottocartelle, adottando per ogni documento un nome di fantasia che non servirà, dopo qualche mese, a ricordare il suo contenuto. Il problema degli archivi cartacei o agglomerati di file può essere risolto adottando strumenti automatici su PC. Illustriamo Microsoft Access, che fa parte della costosa "suite" di Office. Access è un prodotto sontuoso, ma molto complesso. Una laurea in ingegneria informatica potrebbe non bastare per utilizzarlo compiutamente, essendo necessario aver seguito almeno un corso annuale di "Data Base", che è facoltativo per quei corsi di laurea. Per questa ragione gli obiettivi di oggi saranno un po' meno ambiziosi del solito. Infatti, anziché presentare il 3% delle funzionalità per fare il 97% delle cose che servono, cercherò di insegnare l'1% delle funzionalità per imparare il 30% delle cose che servono. Supponiamo, per iniziare, di aver deciso di diventare procuratori di campioni di calcio. Dovremo ovviamente crearci un archivio contenente tutti i dati di tutti i giocatori professionisti e di tutte le squadre. Dopo essere entrati nel programma, selezioniamo la voce Crea Nuovo Data Base, e quindi, nel menù successivo, Data Base Vuoto e OK. Nella finestra successiva, chiamata Salva nuovo Database si potrà scegliere se accettare per il nuovo archivio il nome proposto dal sistema del tipo db1, db2..., oppure se scegliere una diversa denominazione. Ovviamente, sceglieremo la seconda opzione, per non ripetere sugli archivi la creazione di una nuova torre di Babele, e sostituiremo il nome proposto dal sistema con la parola "Calcio". Chiudiamo la fase di predisposizione dell'archivio cliccando su Crea. Come ogni altro database il nostro archivio del calcio sarà costituito da un insieme di tabelle. Possiamo cominciare con la tabella dei " Giocatori", nella quale i dati di ogni campione saranno riportati su una riga diversa. Per compilare questa tabella, nella finestra Calcio:data base (che si è aperta dopo la creazione del nuovo database), cliccheremo (ricordo che cliccare è regolare della prima) su Ta belle e poi su Nuovo. Se nella finestra successiva, chiamata Nuova Tabella, selezionate Vi sualizzazione Foglio Dati, sul video comparirà lo schema della tabella che intendete produrre suddivisa in colonne, chiamate Campo1, Campo2, ecc. Nei campi di una stessa riga si indicheranno gli "attributi" di uno stesso giocatore. Non alludo al carattere o all'attitudine agonistica di quel campione, ma ai suoi dati distintivi, come il cognome o il nome o la data di nascita. Le denominazioni delle colonne proposte dal sistema - Cam po1, Campo2..., - non sono certo le migliori; così, ad esempio, converrà cambiare il nome della prima colonna da Campo1 a Co gnome. Per questa sostituzione di nome, fate clic su una cella qualunque della prima colonna, e quindi cliccate su Formato e poi su Rinomina Colonna. Il cursore lampeggiante sulla parola Campo1 vi indicherà la possibilità di sostituire quella denominazione con il nuovo nome di campo: Cognome. Con la stessa procedura, ridenominerò le colonne successive con i nuovi nomi: Nome, Nato il, Città nata le, Altezza, Peso. A questo punto potremo introdurre gli "attributi", ossia i valori dei vari campi. Così, ad esempio, nella prima riga scriveremo: Vialli, Gianluca, 9-7-64, Cremona, 1,80, 77, e nella seconda riga: Zola, Gianfranco, 5-7-66, Oliena (NU), 1,68, 65. Dopo l'introduzione dei dati dei singoli giocatori, che potranno essere aggiornati in un secondo tempo, memorizziamo la tabella cliccando sulla crocetta in alto a destra nella finestra. E' forse questo il momento migliore per attribuire alla stessa tabella un nome diverso da quello proposto dal sistema. Il cursore lampeggiante sul nome della tabella vi segnala questa opportunità. Con la stessa procedura adottata per i Giocatori, compileremo una seconda tabella con i dati di tutte le squadre. Infine, costruiremo una tabella per rappresentare la relazione "ha giocato in" che indicherà per ogni campione e per ogni campionato la squadra in cui il giocatore ha militato, il numero delle presenze in campo, il numero di gol segnati. La terza tabella riassumerà la relazione esistente fra l'insieme dei giocatori e l'insieme delle squadre. La possibilità di rappresentare relazioni fra insiemi costituisce forse la caratteristica più importante dei sistemi di gestione degli archivi come Access, che per questa stessa ragione sono chiamati relazionali. Temo di aver descritto qui una tecnica raffinata per creare un nuovo tipo di memoria di sola scrittura. Infatti, i metodi di ricerca su un archivio sono dello stesso ordine di complessità di quelli classici dell'ago in un pagliaio. Forse la soluzione più semplice consiste nell'aprire una tabella (ad esempio: Gioca tori) e cliccare su Filtro in base a maschera. Si aprirà uno schema vuoto della tabella Giocatori. Si scriva "Peruzzi" sulla casella del campo Cognome, e si selezioni Applica filtro ordinamen to nel menù di Filtro: istantaneamente si riempirà tutta la riga, con tutti gli attributi del portierone. Non devono essere pochi con quella difesa allegra che si trova davanti. Angelo Raffaele Meo Politecnico di Torino


SCIENZE A SCUOLA. INVENZIONI Il laser dal Cd alla fabbrica
Autore: P_B

ARGOMENTI: FISICA, TECNOLOGIA
NOMI: EINSTEIN ALBERT, TOWNES CHARLES, MAIMAN THEODORE
LUOGHI: ITALIA

IL laser nacque nel 1917 dentro la testa di Einstein. Allora era soltanto una teoria sulla "emissione stimolata di radiazioni". L'idea di Einstein si può riassumere così: se irradiamo un insieme di atomi (di un gas o di un solido) portando i loro elettroni a un livello di energia più alto, questi elettroni riemetteranno l'eccesso di energia sotto forma di fotoni perfettamente coerenti, cioè tutti con la stessa energia e ben incolonnati. Nel 1951 Charles Townes, nato nel 1915, mentre era seduto su una panchina di Washing ton in attesa che un ristorante aprisse i battenti, ebbe l'idea di realizzare una sorgente di microonde radio coerenti secondo l'idea di Einstein. Ne nacque il Maser: sigla di Microwave Amplification by Stimulated Electromagnetic Radiation. Nove anni dopo Theodore Maiman, nato nel 1927, realizzò un apparecchio simile ma che emetteva luce visibile: appunto il Laser (L come Light, luce). Per il Maser, Townes riceverà il Nobel nel 1964 insieme con i russi Prokhorov e Basov, che per conto loro avevano concepito la stessa invenzione. Il laser fu per un po' di anni segreto militare. Oggi è entrato nella vita quotidiana. Il suo raggio ci rallegra con la nostra musica preferita leggendo i compact disc, ci permette di giocare e studiare con i Cd-Rom, funziona da bisturi, è usato nelle telecomunicazioni a fibre ottiche, incide circuiti integrati, in fabbrica taglia e salda metalli. L'ultima applicazione di fabbrica è curiosa: il laser guida carrelli- robot che si muovono con la precisione del centimetro spostando qualsiasi tipo di carico nei magazzini. Questa applicazione è tutta italiana: un'azienda di Reggio Emilia, Elettric 80, l'ha brevettata e la esporta in mezzo mondo.(p. b.)


SCIENZE FISICHE. CURIOSITA' Una camera iperbarica per i rifiuti
Autore: LO CAMPO ANTONIO

ARGOMENTI: ECOLOGIA, TECNOLOGIA
NOMI: DATA PIER GIORGIO, SILVESTRI GIAN GABRIELE, ROSSITTO FRANCO
LUOGHI: ITALIA

LA tragedia che qualche settimana fa è avvenuta alla clinica Galeazzi di Milano ha improvvisamente fatto balzare alle cronache la tecnologia delle camere iperbariche. Ma se questi sistemi sono attualmente sotto accusa per il loro impiego in campo medico, talvolta, come si è visto, non affiancato da adeguata manutenzione e dalle necessarie precauzioni, la loro tecnologia sembra destinata ad avere grande successo in un prossimo futuro per il trattamento e l'eliminazione dei rifiuti. L'ideatore non è un ingegnere e neanche un fisico, ma un medico fisiologo piemontese del Dipartimento di Scienze Biomediche dell'Università di Chieti, Pier Giorgio Data, specializzato nelle terapie con l'ossigeno ad alta pressione. La nuova tecnologia è in fase di sviluppo ormai da tempo e ha superato tutti i test di sperimentazione. "E' un sistema per trasformare e rendere inerte qualsiasi sostanza tramite combustione in atmosfera controllata", afferma Data. "I prodotti del processo sono gas o composti semplici con volume residuo molto basso. Il sistema si basa, tra l'altro, sull'impiego di ossigeno iperbarico ad altissima pressione. Ma soprattutto non è assolutamente inquinante, poiché l'impianto opera a circuito chiuso e quindi non produce emissioni gassose, ossidi di azoto o di zolfo, o molecole pericolose. E genera un calore tale da consentire la produzione di energia: elettricità o riscaldamento". Dai test finora svolti, dopo questo tipo di trattamento i materiali da distruggere sono come scomparsi: per i materiali inorganici incombustibili, come il cemento, resta fino al 15 per cento di residuo solido, ma della materia inorganica rimane un impercettibile 0,1-0,5 per cento. Quale la bacchetta magica? Un semplice sistema scientifico studiato in laboratorio, e valutato attentamente da ricercatori dell'Esa, l'Agenzia spaziale europea: "Si usano le tecnologie delle camere iperbariche - spiega Pier Giorgio Data -, i grandi moduli d'acciaio di cui si è parlato di recente, purtroppo in termini drammatici. Ma nel nostro caso è una vera rivoluzione per risolvere un grosso problema ecologico e ambientale. Ho fatto diverse sperimentazioni in piccoli ambienti iperbarici, per passare poi ad un impianto pilota a ciclo continuo. Il vantaggio di non avere fumi è utile per quei rifiuti generalmente difficili da smaltire per la loro pericolosità, come l'amianto- cemento, o il cemento che contiene cromo o arsenico, gli olii minerali combusti per i copertoni, le traversine ferroviarie o i pali del telefono, il cui legno è impregnato di antiparassitari". Al progetto hanno collaborato un imprenditore metallurgico di Chieti, Gian Gabriele Silvestri, e un personaggio che per poco non è passato alla storia come primo astronauta italiano: Franco Rossitto, fisico nucleare, che era stato inviato a Houston insieme a Franco Malerba per l'addestramento alla prima missione del satellite "Tethered", ma poi gli venne offerta la possibilità di diventare capo della Divisione astronauti dell'Esa a Colonia, incarico che ricopre tuttora. "E' un sistema molto vantaggioso e affidabile", dice Rossitto. E spiega ancora: "Gli astronauti, durante le selezioni e i test medici, usano camere ipobariche, una versione diversa da quelle iperbariche, che invece vengono utilizzate per i malati, i quali vi restano all'interno per un certo periodo di tempo a una forte pressione di ossigeno. Oppure per i sommozzatori colpiti da embolia o insufficiente irrorazione del sangue. In realtà i ricercatori dell'Università di Chieti hanno chiesto la mia consulenza più in veste di fisico che di astronauta". I costi sembrano essere piuttosto bassi: "Il comburente, cioè l'ossigeno, costa poco, così come i combustibili, che sono materiali tossici come ad esempio olii combusti", aggiunge Data. "E poi sono previsti rientri dagli utili di gestione derivanti dal recupero energetico ed entrate per lo smaltimento di rifiuti da Comuni, industrie e ospedali". Antonio Lo Campo


SCIENZE FISICHE. TECNOLOGIA Nuove colle: "inchiodano" le molecole
Autore: CAGNOTTI MARCO

ARGOMENTI: TECNOLOGIA, CHIMICA
LUOGHI: ITALIA

FRA computer sempre più potenti, reti telematiche sempre più veloci e automobili sempre più confortevoli, c'è un prodotto della tecnologia che fa umilmente il suo dovere ma al quale spesso dedichiamo poca attenzione: la colla. Eppure, senza i molti tipi di adesivi che i chimici hanno sintetizzato, il mondo moderno al quale siamo abituati non esisterebbe. Il pensiero va subito alle suole delle scarpe o ai foglietti che appiccichiamo dappertutto, ma in realtà quasi ogni oggetto artificiale fa uso di qualche tipo di colla. Compresi computer, reti telematiche e automobili. Le proprietà fondamentali della colla sono due: la possibilità di distribuirsi uniformemente sulle superfici che deve unire, senza raccogliersi in gocce, e la capacità di indurirsi senza perdere in adesione. La solidificazione avviene per evaporazione o assorbimento del solvente (acqua, toluene, chetoni, eccetera) da parte di materiali porosi, oppure per raffreddamento, o ancora, nel caso delle colle più forti, per polimerizzazione. Questo processo consiste nella formazione di molecole grandi a partire da altre più piccole. Il cianoacrilato, per esempio, polimerizza rapidamente in presenza di umidità. Si ha polimerizzazione anche per le resine epossidiche, che sono alla base delle colle formate da due componenti, che unite formano un composto con forti proprietà adesive. Durante il mescolamento i gruppi amminici dell'induritore reagiscono con i gruppi epossidici (costituiti da un anello di due atomi di carbonio e uno di ossigeno) delle resine e formano un resistente reticolo rigido. Quanto ai materiali porosi, come carta e legno, l'adesione avviene soprattutto per la penetrazione della colla all'interno di pori e interstizi. In generale però essa agisce grazie alle forze di attrazione molecolare. Infatti le molecole hanno spesso una struttura polarizzata (intrinseca o indotta da altre molecole), ossia con le cariche elettriche concentrate in certe regioni, e quindi si attraggono fra loro. La presenza di gruppi polari in certi tipi di polimeri è una spiegazione della loro efficacia come collanti. Potrebbe sembrare strano che proprio le forze molecolari siano alla base dell'efficacia di molti adesivi. Non è forse vero che gli oggetti mantengono la propria forma proprio perché le molecole che li compongono sono legate le une alle altre? Perché allora non è sufficiente prendere i cocci di una tazzina di caffè e riunirli per ricostruirla? Semplice: le superfici rotte non riescono più a entrare perfettamente in contatto una con l'altra. Affinché le forze molecolari possano agire è necessario che si trovino a pochi Angstrom una dall'altra (un Angstrom corrisponde a un decimiliardesimo di metro), ma i cocci sono così ruvidi che la superficie in contatto è molto piccola. La sporcizia dovuta al pulviscolo presente nell'aria non fa altro che peggiorare la situazione: due superfici perfettamente pulite aderirebbero più facilmente. Per verificarlo basta prendere due strati di mica (un minerale che si presenta a scaglie): appena separati basta accostarli per vederli unirsi di nuovo, ma dopo qualche minuto l'aria ha già contaminato le superfici e inibito il fenomeno. Provare per credere. Ci sono colle dove meno ci aspetteremmo di trovarle: nei vetri delle automobili, per esempio, dove sono necessarie a unire strati diversi per impedire la proiezione dei frammenti in caso di rottura, oppure nelle ali degli aerei. In generale si preferisce ricorrere agli adesivi in tutte quelle situazioni in cui le strutture devono essere leggere e nel contempo devono resistere a sforzi paralleli alla superficie. In questi casi le colle danno più sicurezza di bulloni e ribattini, perché ripartiscono lo sforzo. La ricerca chimica nell'ambito delle colle raramente fa notizia. Questo non vuol dire che è meno fondamentale per il progresso tecnologico di tanti altri studi che più colpiscono la fantasia: senza la colla il mondo che conosciamo non sarebbe com'è. Marco Cagnotti


SCIENZE DELLA VITA. STRATEGIE DIFENSIVE Acciughe, argento vivo Banchi compatti contro i predatori
Autore: PERELLI MATTEO

ARGOMENTI: ETOLOGIA, ZOOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

ERO a 15 metri sotto la superficie marina quando all'improvviso fui colpito dal luccicare di una massa argentea che si muoveva davanti a me. Non era un sommergibile nucleare nè un grosso mammifero marino e nemmeno un grosso squalo bianco ma semplicemente un banco di acciughe. Mi tuffai allora dentro quella nuvola argentata, costituita da almeno un migliaio di individui, nel tentativo di toccarne qualcuna. Il banco di acciughe cambiò però rapidamente direzione e si dileguò lasciandomi a mani vuote. Come potevano tanti pesci spostarsi contemporaneamente così da costituire un unico insieme indivisibile sia nella forma sia nei movimenti? Le acciughe sono pesci dalle abitudini gregarie che trovano il loro meccanismo difensivo nel rimanere uniti in modo da confondere i predatori; il gioco di luci che si viene a creare sui loro corpi è uno spettacolo meraviglioso, ma tentare di fissare lo sguardo su una sola creatura in questa massa scintillante è quasi impossibile. I predatori rimanendo così confusi non riescono a catturare un singolo individuo perché non sanno scegliere la loro vittima. Il colore argenteo è prodotto da microscopiche lamelle rifrangenti che ricoprono le loro squame. Esse sono formate da iridociti, sorta di cristalli opachi composti da un materiale chiamato Guanina (composto chimico presente anche negli acidi nucleici, come Dna ed Rna, comuni alle cellule di tutti gli esseri viventi). Questo cristallo riflette la luce in vari modi, tanto che a volte conferisce al pesce un colore argenteo mentre altre volte il colore è bianco. L'unione di diversi strati di Iridociti ad uno strato di pigmento normale, in cui si mescolano anche alcuni di questi cristalli opachi, produce l'iridescenza. Non è ancora ben chiaro come la luce è riflessa, ma probabilmente gli strati sovrapposti di cristalli permetterebbero ad alcune lunghezze d'onda, o colori, di essere riflesse con un angolo particolare, mentre altre verrebbero assorbite. L'acciuga (Engraulis encra sicholus) appartiene all'ordine dei Clupeiformi, pesci apparsi nel Cretaceo comprendenti le principali famiglie dei Clupeidi e degli Engraulidi. Ai Clupeidi appartengono specie come l'aringa (Clupea harengus), la sardina (S. pilchardus sardina), l'alaccia (Sardinella aurita) e l'alosa (Alosa alosa) con la quale non dobbiamo confondere invece l'acciuga. In particolare viene infatti spesso confusa dal profano con la sardina. Anche se si tratta di pesce azzurro, esistono alcune particolari diversità per le quali è pressoché impossibile incorrere nell'errore. E' presente in tutto il Mediterraneo, nell'Oceano Atlantico, nonché nel Baltico e nel Mare del Nord. L'acciuga, chiamata anche alice, ha il corpo affusolato, poco compresso, con la superficie ventrale liscia. L'occhio è grande e circolare. La bocca, apparentemente piccola, è in effetti molto grande. Il colore del dorso è azzurroverdastro quando è ancora viva ma dopo pescata assume una colorazione bluastra. Fianchi e ventre sono argentati. Può raggiungere una lunghezza totale di 20 cm. La sardina invece ha una corporatura più massiccia con il ventre leggermente carenato, presenta varie macchie nere non ben definite dietro l'opercolo branchiale, che è nettamente striato. Inoltre ha il dorso verde oliva e lungo i fianchi corre una striscia bluastra. L'acciuga è un animale dalle abitudini gregarie e migratorie. Può avvicinarsi molto alla riva o alla costa, specie nel periodo della riproduzione che avviene generalmente nei mesi di maggio-giugno ma che può variare a seconda della località e della temperatura dell'acqua. Nel basso Adriatico, ad esempio, il periodo della riproduzione va da marzo ad ottobre. La maturazione delle gonadi inizia già a febbraio, epoca in cui le ghiandole sessuali occupano quasi tutta la cavità ventrale. Le uova di questa specie maturano tutte contemporaneamente per cui le deposizioni possono avvenire in tempi diversi. Questa specie si nutre essenzialmente di Copepodi, Decapodi allo stato larvale oppure di piccoli pesci bentonici che cattura nel periodo invernale, quando si porta oltre 100 metri di profondità. La pesca delle acciughe avviene tutto l'anno con sciabiche da terra, con reti da posta, ma soprattutto con particolari reti da circuizione chiamate in moltissime località costiere "ciancioli". Questo strumento di pesca, lungo mediamente dai 300 ai 500 metri, ha come principio fondamentale il perfetto equilibrio tra le singole parti, equilibrio che deve essere conservato sia durante il calo sia durante il recupero. Queste particolari reti quando sono completamente distese in acqua vengono a formare una grossa concavità o "sacco" dove rimangono imprigionati i pesci. Esse vengono trascinate a rimorchio da una o due imbarcazioni civetta, munite di lampare, che vengono lasciate di notte nella zona di pesca. Quando i banchi di acciughe si radunano sotto le luci, il peschereccio inizia prontamente la manovra di accerchiamento che è fulminea. A questo punto si fissano a bordo le estremità del cianciolo ed inizia la chiusura della parte inferiore della rete. A mano a mano che il verricello avvolge il cavo di chiusura, il cerchio si restringe fino a che, adiacente all'imbarcazione rimane la "camera della morte" cioè il sacco in cui è stato fatto convogliare tutto il pesce. Secondo i rapporti Istat sulla pesca marittima, in Italia, tra il 1993 e il 1996 si è pescata una quantità di alici assieme a sarde e sgombri nell'ordine di 607.972 quintali nel '93 e di 871.942 quintali nel '96 pari rispettivamente al 35% ed al 40% del pesce pescato totale. Per quanto riguarda la commestibilità le alici vengono consumate crude, fresche, sott'olio o sotto sale ed entrano a far parte di numerose specialità gastronomiche. Le larve delle acciughe vengono spesso vendute con il nome di "bianchetti" ma ricordiamoci che sono in gran parte larve di sardine frammiste ad acciughe. In ogni caso, la pesca dei " bianchetti", che viene praticata in Liguria a fine inverno, costituisce un errore gravissimo sotto il profilo di un razionale sfruttamento delle risorse ittiche, in quanto uccidendo gli avanotti, impedisce alla specie di crescere e riprodursi con il rischio concreto, nel lungo periodo, oltre che di sconvolgere l'equilibrio biologico, anche di ridurre in futuro la quantità del "pescato". Matteo Perelli


Babbo Natale vorrei una BUSSOLA
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: FISICA, GEOGRAFIA E GEOFISICA, STORIA DELLA SCIENZA
NOMI: EINSTEIN ALBERT, CURIE PIERRE, GILBERT WILLIAM, GIOIA FLAVIO, COULOMB CHARLES AUGUSTIN, MAXWELL JAMES CLERK
LUOGHI: ITALIA

ANCHE un futuro genio può prendere il raffreddore. Albert Einstein non dimenticò più quello che si buscò nel 1883, quando era un bambino di 4 anni. Non perché sia stato molto male. Se la cavò con un po' di febbre e qualche giorno di letto. Ma in quell'occasione, per distrarlo, suo padre gli regalò una bussola. Il ragazzino ne fu affascinato. C'era qualcosa di magico, in quell'ago che si orientava sempre in direzione nord-sud, comunque rigirasse la scatoletta. Quale forza invisibile lo guidava? Che cosa "sentiva", l'ago, quando gli avvicinava un pezzo di ferro? Viviamo forse immersi in un fluido che sfugge ai nostri sensi ma "dice" a una sbarretta calamitata da quale parte deve puntare? Einstein dedicherà tutta la sua vita a indagare su forze invisibili, eppure ben presenti in tutte le nostre esperienze quotidiane: la forza magnetica che guida la bussola, la forza elettrica che accende le lampadine, la gravità che fa cadere le mele dagli alberi e la forza nucleare. Sognava di trovare la radice comune di tutte queste forze. Non ci riuscì, ma si guadagnò ugualmente il Premio Nobel. Mi è venuto in mente l'episodio dell'infanzia di Einstein sfogliando il libro per bambini "Bussola a sorpresa" (Editoriale Scienza, Trieste, 22 mila lire). La sorpresa sta nel fatto che il libro contiene anche una bussola: così, oltre a leggere le spiegazioni, il ragazzino può fare i suoi esperimenti. E' il modo migliore per scoprire, giocando, il metodo della scienza: e allora perché non regalare, a Natale, questo libro- bussola? Oppure, sempre nel filone leggere-e-fare, altri libri simili della Editoriale Scienza: quello sulla radio di Franco Foresta Martin, quello sul telefono di Andrea Vico e Gabriele Falciasecca o quello dedicato a vista, tatto, gusto e udito di Paola Pacetti e Massimo Marcolin, corredato di decine di esperimenti più un Cd-Rom? Tornando alla bussola, la curiosità per la forza magnetica è antichissima. Cinesi, indiani e greci avevano già notato che una certa pietra, la magnetite, attrae il ferro, come se tra loro ci fosse un sentimento di simpatia. Per questo i cinesi la chiamarono con una parola che significa "pietra che ama" e ancora oggi in francese "calamita" si dice "aimant". Tre secoli fa a Parigi i droghieri preparavano filtri d'amore con polvere di magnetite. Ma probabilmente, più che far innamorare, procuravano malanni allo stomaco. Lo studio scientifico della forza magnetica inizia nel 400 a. C. con Democrito, il filosofo greco al quale dobbiamo l'idea che tutte le cose sono fatte di atomi. Bisogna però attendere il Medioevo per trovare un vero e proprio trattato sull'argomento. In un libro del 1269 Pierre de Maricourt descrive una specie di bussola, ma non era una vera novità: i cinesi la usavano da secoli, e quindi non è vero che l'abbia inventata l'amalfitano Flavio Gioia. Le idee sul magnetismo, tuttavia, rimanevano vaghe. I marinai, per esempio, evitavano di mangiare aglio e cipolle vicino alla bussola di bordo perché credevano che quegli odori forti facessero svanire le proprietà magnetiche. Naturalmente anche Cristoforo Colombo usò una bussola nel viaggio che lo portò a scoprire (involontariamente) l'America. Fu lui ad accorgersi che la linea Nord-Sud magnetica non coincide esattamente con la linea- Nord Sud geografica; e scoprì anche che la differenza tra Nord magnetico e Nord geografico cambia da luogo a luogo. Nel 1600 uscì un altro libro sui fenomeni magnetici. L'autore era l'inglese William Gilbert, il medico della regina. Gilbert costruì un modellino della Terra in materiale magnetico per dimostrare che il nostro pianeta somiglia a una grande sfera calamitata. Inoltre studiò il fenomeno per cui una calamita può trasmettere le sue proprietà a un pezzo di ferro " calamitandolo" e cercò di spiegare perché, spezzando un magnete, ognuno dei frammenti formi una nuova calamita. Galileo Galilei apprezzò molto il libro di Gilbert e a sua volta studiò le calamite, applicando ad esse una "armatura" di sua invenzione per potenziarne gli effetti. Non era del tutto disinteressato: rivendeva infatti a caro prezzo calamite che acquistava per pochi soldi in Germania. Fu però il francese Charles- Augustin Coulomb (1736-1806) a sintetizzare il comportamento dei magneti in una formula matematica universale: la forza magnetica diminuisce con la distanza esattamente come la forza di gravità e la forza elettrica: se, per esempio, la forza è uguale a 1 alla distanza di un centimetro, diventa 1/4 a 2 centimetri, 1/16 a 4 centimetri... Venne poi l'inglese James Clerk Maxwell (1831-1879), che unificò in poche eleganti formule la forza magnetica e la forza elettrica. Un capolavoro che riassume duemila anni di osservazioni, esperimenti, studi e teorie. Ma per strappare alla calamita il segreto del suo funzionamento è stato necessario arrivare alla moderna fisica atomica. Ogni atomo, infatti, grazie agli elettroni che ruotano intorno al nucleo, si comporta come una minuscola calamita. Se tutti gli atomi di un oggetto si dispongono nella stessa direzione, queste micro-calamite sommano la loro forza, e l'intero oggetto si comporta come una calamita. Nei magneti, gli atomi sono appunto disposti in modo ordinato, come tanti soldati che marciano nella stessa direzione. Quando un magnete viene a contatto con un pezzo di ferro, ne orienta gli atomi allineandoli come i soldati in un battaglione, ed ecco che il ferro si calamita. Il calore fa vibrare gli atomi rapidamente e in tutte le direzioni. Maggiore è la temperatura, più violente e disordinate sono le vibrazioni. Quindi, se la si riscalda troppo, una calamita perde la sua proprietà perché i suoi atomi si dispongono a caso. E' un po' come se gli atomi-soldatini rompessero le righe: il battaglione si dissolve. Fu il francese Pierre Curie (1859-1906) a scoprire che il calore disperde il magnetismo; la temperatura a cui questo avviene varia da materiale a materiale e oggi si chiama "punto di Curie". Per il ferro il punto di Curie è a 775 gradi. Sappiamo tutto sul magnetismo? Naturalmente no. Abbiamo detto che spezzando una calamita se ne formano due e così via. Per quanto si facciano frammenti sempre più piccoli, ogni calamita avrà sempre un polo Sud e un polo Nord. Invece le teorie dei fisici prevedono che esistano particelle chiamate " monopoli magnetici" che portano soltanto la polarità Nord o Sud, così come esistono particelle che portano soltanto la carica elettrica negativa (gli elettroni) o soltanto la carica elettrica positiva (i protoni). Tutti gli esperimenti per scoprire i monopoli magnetici finora sono falliti. Ma la caccia continua. Nel Laboratorio internazionale del Gran Sasso un gruppo di fisici ha preparato una "trappola" che dovrebbe catturare i monopoli magnetici. Vedremo. Il bello della scienza è che non si arriva mai alla fine: ogni risposta pone nuove domande. Lo studio delle calamite è un magnifico modello di tutta la ricerca scientifica: si parte dall'osservazione di un fenomeno strano (la pietra che ne attrae un'altra), lo si descrive, si fanno degli esperimenti, se ne trovano utili applicazioni pratiche (la bussola), si scopre una formula matematica che sintetizza le osservazioni, si inserisce il fenomeno singolo in una teoria più generale come ha fatto Maxwell, la teoria suggerisce nuovi esperimenti, come quelli per cercare i monopoli, che aprono nuovi problemi... La storia continua. Forse anche ai vostri figli una bussola potrà fare l'effetto che fece ad Einstein. Auguri] Piero Bianucci


SCIENZE DELLA VITA. SONDAGGIO EUROPEO Aids, pregiudizi e disinformazione "Berreste nella stessa tazza di un sieropositivo?"
Autore: PROVERA ADRIANO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, SONDAGGIO
ORGANIZZAZIONI: EUROPEAN AIDS TREATMENT GROUP
LUOGHI: ITALIA

BERRESTE dalla stessa tazza in cui ha bevuto una persona positiva all'Hiv?" In un sondaggio compiuto in sette Paesi europei, il primato negativo spetta agli italiani: il 64 per cento preferisce " morire di sete". "Dormireste nello stesso letto e fareste del sesso sicuro con una persona sieropositiva?". I meno propensi sono i britannici, con il 63 per cento. Per la stessa domanda, il 70 per cento dei francesi tra i 18 ed i 24 anni afferma invece che è comunque disponibile al rapporto. I dati sono stati diffusi nei giorni scorsi ad Amsterdam durante un convegno e fanno parte di un'indagine dell'organizzazione per la difesa dei pazienti, la European Aids Treatmen Group (Eatg), supportata da Abbott Laboratories. Svolta dal Nop Healthcare ha utilizzato interviste confidenziali assistite da computer. Il campione era selezionato in base a età, sesso e classe socio-economica e comprendeva in tutto oltre 7 mila abitanti di Francia, Germania, Italia, Olanda, Spagna, Svizzera e Regno Unito. "Lo scopo era di evidenziare i sentimenti nazionali in tutta Europa" spiegano i promotori. "Inoltre aveva l'obiettivo di sconfiggere i pregiudizi e la disinformazione sull'Hiv". Proseguono: "Nonostante da oltre un decennio vengano fatte campagne informative, la maggior parte degli europei, pur con sfumature, è tuttora poco informata e spaventata di fronte a questa malattia tanto discussa e così poco compresa". Sotto accusa sono i pregiudizi. "Sono talmente radicati che quasi la metà degli abitanti, il 45 per cento, si volterebbe da un'altra parte se gli venisse offerta una bevanda nella stessa tazza usata da un sieropositivo". Eppure è dimostrato che il virus non può sopravvivere al di fuori del corpo e non può essere trasmesso condividendo posate o stoviglie. Inoltre emerge una diffusa sfiducia sull'uso del preservativo in lattice e sulle sue effettive facoltà protettive. L'ignoranza è anche sui farmaci, la loro funzione e le terapie usate contro l'Hiv. Solo due anni fa erano pochi i medicinali disponibili e il loro effetto era temporaneo. Oggi in Europa sono otto quelli brevettati e presto ne verranno commercializzati altri tre. Inoltre, per il 1999 il numero potrebbe salire a 20: tra questi alcuni potrebbero aiutare il sistema immunitario nella battaglia contro la distruzione provocata dal virus. Ed è stato accertato come nessuno di questi farmaci sia efficace da solo e occorra somministrarli in cocktail di due, tre, quattro o più preparati. Tutto dovrebbe essere noto. Eppure non è così e la metà degli intervistati francesi non ha mai sentito parlare della "terapia tripla"; l'82 per cento dell'intera Europa ne ignora l'esistenza. E in Germania, addirittura il 93 per cento delle persone "cade dalle nuvole" nell'apprendere la notizia. "Le medicine sono considerate da tutti il miglior rimedio per preservare la salute, anche se secondo tedeschi e inglesi giocano un ruolo più importante una corretta alimentazione e uno stile di vita più sano". C'è di più. Quasi la metà degli intervistati francesi e oltre un terzo del campione degli altri, afferma che "le persone positive all'Hiv ricoverate in ospedale soffrono e sono schiave delle medicine". Arjen Broekhuizen, direttore esecutivo dell'Eatg, commenta: "Siamo scioccati dai risultati dell'indagine. Essa riflette chiaramente le differenze di mentalità e percezione tra i diversi Paesi europei e sottolinea i livelli disastrosi di coscienza e di comprensione del fenomeno che ancora persistono in tutta Europa" . Adriano Provera




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