TUTTOSCIENZE 9 ottobre 96


TUTTOSCIENZE-SCUOLA. COME FUNZIONE Dall'uranio all'elettricità Dentro un reattore nucleare (ce ne sono 500 nel mondo)
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. Come funziona un reattore nucleare

L'Italia ha rinunciato alle centrali nucleari, ma nel mondo più di 500 reattori sono in attività. Come funzionano? Parleremo qui dei reattori ad acqua pressurizzata (Pwr = Pressurised Water Reactor) perché sono i più comuni e sono diffusi in oltre 20 Paesi. La loro origine è militare: furono inizialmente concepiti dagli americani per la propulsione dei sottomarini, compito al quale si adattano molto bene perché forniscono un'elevata potenza pur avendo dimensioni limitate. I progettisti statunitensi disegnarono un reattore in cui gli elementi di combustibile erano immersi in un serbatoio di acqua naturale (detta acqua leggera) tenuta a una pressione (circa 150 atmosfere) sufficiente per impedirne l'ebollizione. Il primo «reattore di potenza», come fu definito, raggiunse la criticità, cioè incominciò a produrre energia, il 30 marzo 1953. L'anno successivo fu installato sul «Nautilus», primo sottomarino nucleare azionato da un reattore ad acqua pressurizzata. Nel 1957 un reattore di questo tipo entrò in funzione nella prima centrale elettrica nucleare degli Stati Uniti, costruita a Shippingport, nei pressi di Philadelphia. In Italia un referendum popolare svoltosi una decina di anni fa ha deciso che il nostro Paese non utilizzi l'energia nucleare per produrre elettricità; la centrale illustrata nel disegno è stata costruita recentemente in Gran Bretagna. Un reattore nucleare è un impianto concepito per sostenere una fissione nucleare controllata (la divisione del nucleo di un atomo pesante in due parti più leggere). 1) Il processo di fissione nucleare in un reattore Pwr avviene quando il nucleo di un atomo di uranio radioattivo viene colpito da un neutrone. L'instabile uranio si divide in due frammenti con l'emissione di una grande quantità di energia e, nello stesso istante, emette duo o tre neutroni che vanno a colpire altri atomi di uranio provocando altre fusioni. Ne risulta una catena di reazioni che deve essere controllata affinché produca energia in quantità utilizzabile e non pericolosa. 2) All'interno del core del reattore vi sono barre di combustibile contenenti uranio -235. Gli atomi dell'uranio subiscono la fissione e rilasciano energia sotto forma di calore. 3) Le barre di controllo assorbono neutroni; quando vengono fatte scendere tra le barre di combustibile riducono o bloccano il processo di fissione. 4) L'acqua contenuta nel circuito primario attraversando il core del reattore agisce sia come refigerante sia come regolatore, cioè rallentando la tendenza dei neutroni ad accelerare continuamente la fissione. L'acqua è sotto pressione, e ciò impedisce che entri in ebollizione anche quando la temperatura raggiunge i 320 C o più. 5) L'acqua ad altissima temperatura passa dal core del reattore al generatore di vapore dove la sua energia è trasferita a un circuito secondario contenente acqua non pressurizzata del circuito primario viene rimandata al core del reattore. 6) Il vapore prodotto nel circuito secondario mette in movimento le turbine, che a loro volta fanno girare il generatore di elettricità. 7) il vapore che esce dalle turbine condensa e si trasforma in acqua grazie all'azione di un condensatore raffreddato dall'acqua di mare. L'acqua viene quindi riammessa nel generatore di vapore. 8) il generatore elettrico produce elettricità ad alcune migliaia di volt. Questa viene quindi trasformata da un trasformatore in una corrente ad alcune centinaia di migliaia di volt, che viene quindi distribuita dalle linee ad alta tensione della rete nazionale. 9) L'intero reattore è circondato da uno scudo di cemento che ha lo scopo di impedire fughe radioattive.


IN ANTARTIDE UNA PICCOLA ITALIA
Autore: SCAGLIOLA RENATO

ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA, METEOROLOGIA, GEOGRAFIA E GEOFISICA
NOMI: ZUCCHELLI MARIO
ORGANIZZAZIONI: ENEA, CNR, UNIVERSITA'
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: C. La mappa dell'Antartide con la base dell'Italia

GLI scienziati italiani tornano in Antartide per la dodicesima volta: il 21 ottobre verrà riaperta la base dell'Enea di baia Terra Nova, nel Mare di Ross, costruita e successivamente ampliata a partire dal 1985. Nella stessa regione si trovano le basi McMurdo (Usa, la più grande: può ospitare fino a 1800 persone), Scott (Nuova Zelanda), e Greenpeace. La selezione e l'addestramento del personale, con corsi di adattamento e sopravvivenza in ambiente estremo, si sono tenuti nel Centro di Brasimone, a Castiglion dei Pepoli, (Bologna), nell'Appennino tosco emiliano. Consistono in una settimana di lezioni teoriche e pratiche di survival, e una settimana di esperienze sui ghiacciai del Monte Bianco. L'intero training è stato ripreso da Raitre (Geo), che manderà anche per due settimane una troupe in Antartide: 5 puntate sul tema andranno in onda a partire da aprile. Della spedizione faranno parte 124 tecnici e scienziati, quasi tutti scelti tra Enea, Cnr e Università. Verranno utilizzati quattro elicotteri Squirrel, due navi (la Italica e la Gelendzhik), un aereo da trasporto Hercules C130 e un velivolo leggero bimotore Twin Otter. Per le spedizioni che richiedono una permanenza di più giorni fuori dalla base, si utilizzano speciali gusci (abitativi e di servizio) monoblocco, di fibre di vetro e resina dall'aspetto di batiscafi, trainati su slitte. Capo progetto è Mario Zucchelli di Roma, coadiuvato da altri due ingegneri responsabili della logistica, Ponzo di Roma, e Cucinotta di Bologna. La nave Italica, di un armatore di Napoli, è già partita alla volta della Nuova Zelanda (un viaggio di 45 giorni), dove caricherà gli uomini arrivati per via aerea. La rotta per l'Antartico richiederà dai 15 ai 20 giorni, a seconda dello stato dei ghiacci. La spesa prevista per la spedizione '96/97 è di 46 miliardi, la metà dei quali destinati alla ricerca pura. Fino al '94, l'Italia ha investito circa 400 miliardi, e altri 280 sono stati stanziati per il quinquennio 1996-2000. Particolarmente impegnativi i programmi scientifici di questa stagione, che si concluderà il 13 febbraio '97, al termine della breve estate australe. Primo il Progetto Concordia, un accordo fra Italia e Francia per lo sviluppo in comune di ricerche, che prevede la costruzione di una base comune - Concordia Station - nella località chiamata Dome-C, a mille chilometri dalla costa sul plateau antartico. Parte qualificante del progetto un programma di glaciologia: con perforazioni fino a 3500 metri, da cui si otterranno informazioni sulla storia del clima degli ultimi 500 mila anni. Per cominciare sarà allestito un campo base e verrà eseguito un primo carotaggio fino alla profondità di 120 metri. Il Cape Roberts Project prevede invece un accordo fra Germania, Italia, Nuova Zelanda, Gran Bretagna e Stati Uniti per la ricostruzione della configurazione della crosta terrestre mediante trivellazioni del fondale marino in prossimità appunto di Cape Roberts. Il primo sondaggio è previsto per novembre. Infine il programma internazionale Itase: una serie di convogli detti «traverse», di veicoli cingolati con rimorchi (gatti delle nevi Kassboher modificati e trattori Caterpillar Challenger), compirà puntate all'interno effettuando perforazioni di 150/200 metri, per ricostruire le variazioni climatiche e atmosferiche della calotta negli ultimi 200 anni. L'Italia dovrà effettuare un carotaggio alla profondità di 200 metri in una località a 630 chilometri dalla base. La «piccola Italia» agli antipodi si trova su una penisola lungo la costa delle Northern Foothills, tra le lingue dei ghiacciai di Campbell e Drygalski a 74 gradi di latitudine Sud. L'acqua potabile è ricavata dal mare con un impianto di dissalazione, mentre le acque reflue vengono depurate prima di essere scaricate. L'energia elettrica è fornita da 4 generatori diesel. Esiste anche un distributore di carburanti, un inceneritore per i rifiuti e una foresteria per gli ospiti. I servizi logistici sono assicurati da 53 macchine di servizio e antincendio (trattori cingolati, autogrù gommate, ruspe e pale meccaniche), 44 mezzi e veicoli per operazioni su ghiaccio e neve, un battello oceanografico di 15 metri e sei gommoni di diverse dimensioni. La stazione comprende una superficie coperta di 5 mila metri quadrati con alloggi, laboratori (chimica, biologia, geologia, elettronica e calcolo, geodesia, vulcanologia e così via), magazzini, uffici, centro radio, infermeria, locali di soggiorno e mensa. La cittadella, del tutto autosufficiente, è situata a poca distanza dal mare, al quale è collegata con un piccolo molo. In un'altra grande area adiacente, vicino alle piazzole per gli elicotteri, è previsto un futuro ampliamento. Una curiosità: l'Antartide è l'unica «terra libera» al mondo, non appartenendo a nessuna nazione, anche se ci sono rivendicazioni territoriali di Cile, Argentina, Australia, Nuova Zelanda, Francia, Norvegia e Regno Unito. Non ci sono magistrati nè poliziotti. Eventuali reati commessi in una qualsiasi base sono soggetti alla legge del Paese che l'ha costruita. Responsabile «dell'ordine pubblico», il direttore della base, che agisce come un piccolo governatore, o come il capitano di una nave. La questione s'ingarbuglia se i fattacci (c'è già qualche precedente) avvengono fuori dalla base e tra persone di diversa nazionalità. Sulla questione sta meditando un gruppo di legali che opera nell'ambito dello Scar, un forum scientifico internazionale che promuove e coordina le ricerche antartiche. Ricordiamo che il continente non è mai stato abitato in passato da nessuna popolazione stanziale. I residenti sono arrivati con la scienza: d'estate sono sui cinquemila, d'inverno si riducono a mille, mentre ormai i turisti (di passaggio), raggiungono la ragguardevole cifra di 10 mila unità annue. Sul Progetto Antartide, l'Enea ha realizzato una mostra itinerante che in questo momento si trova a Brescia (fino al 3 novembre), nella Sala Ss. Filippo e Giacomo del Museo di Scienze Naturali, in via Battaglie 61. Per eventuali altre informazioni rivolgersi a Carla Poma delle relazioni esterne Enea, Centro Ricerche Casaccia, 06/3048.3912. Infine, l'Antartide in cifre. Superficie totale: 13 milioni di chilometri quadrati (una volta e mezzo l'Europa). La calotta glaciale ricopre il 98 per cento del territorio e costituisce il 68 per cento delle riserve di acqua dolce del pianeta e il 91 per cento dei ghiacci della Terra. Lo spessore medio del ghiaccio è 2400 metri, ma in alcuni punti arriva a 4700 metri. La calotta si muove radialmente in tutte le direzioni verso l'oceano con diverse velocità, da un metro all'anno dell'interno a duemila metri annui per i fronti glaciali della costa. L'altezza media dei rilievi è 2300 metri, la montagna più alta è il Mount Vilson di 5140 metri. I due principali vulcani sono l'Erebus, di 3784 metri, sull'isola di Ross, e il Melbourne di 2733 metri tra la baia di Terra Nova e la Baia di Wood. Il continente è circondato per dieci mesi all'anno dalla banchisa che si stende al largo per centinaia di chilometri fino a 55 gradi di latitudine Sud. Nell'altopiano centrale la temperatura media annua è inferiore ai -50o. D'estate sulla costa la media è di zero gradi, ma con punte di più15. In inverno si va da meno 15 a meno trenta, sulla costa, mentre nell'interno si raggiungono i -70 gradi. La temperatura più bassa in assoluto, registrata nel 1983 a 3488 metri nella base russa di Vostoc, fu di -89,6. I venti sono impetuosi e micidiali, e possono soffiare fino a 300 chilometri orari. Renato Scagliola


Artico Inaugurata una base anche al Polo Nord
Autore: R_SC

ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA, GEOGRAFIA E GEOFISICA
NOMI: PAGANETTO LUIGI, AZZOLINI ROBERTO, SPARAPANI ROBERTO
ORGANIZZAZIONI: CNR
LUOGHI: ESTERO, EUROPA, NORVEGIA, ISOLE SPITZBERGEN

IL 4 ottobre nell'arcipelago delle Svalbard o Spitzbergen, protettorato norvegese nel mare di Barents, 80 gradi latitudine Nord, è stata inaugurata ufficialmente la base artica italiana del Consiglio Nazionale delle Ricerche. La stazione, edificata nel villaggio di Ny- Alesund, che si affaccia sulla riva ghiaiosa della Baia del Re, è stata battezzata «Dirigibile Italia», in ricordo dell'impresa di Umberto Nobile che nel 1926 e poi nel '29 (tragedia della Tenda Rossa) portò per la prima volta ricercatori italiani verso il Polo Nord. La base è raggiungibile dall'Italia in meno di 24 ore, e sarà operativa anche durante la notte polare. Alla cerimonia sono intervenuti il vicepresidente del Cnr Luigi Paganetto e alcuni responsabili del progetto, come Roberto Azzolini e Roberto Sparapani. La struttura copre 320 metri quadrati e può ospitare otto ricercatori, con laboratori e servizi. Ny-Alesund (a un'ora di elicottero o 14 ore di navigazione a Nord del più importante centro di Longyarbyen), celebre nella storia per essere stata punto di partenza per tante esplorazioni polari, è diventato una comunità scientifica internazionale, con basi francesi, danesi, americane, tedesche, giapponesi. Nella Baia del Re è ancora visibile il pilone a cui attraccava il dirigibile «Norge» di Nobile. In passato il paese era abitato da minatori delle miniere di carbone (ne esistono ancor due a Longyarbyen gestite dai russi), l'ultima delle quali saltò in aria nel '63 provocando decine di morti. Vent'anni dopo la miniera fumava ancora. Il Cnr, con la base artica, rafforza la sua partecipazione ai programmi internazionali di ricerca in aree polari e remote, aggiungendo le Svalbard alla base antartica e a quella in Nepal, la famosa Piramide in vetro alla base dell'Everest. I temi delle prossime ricerche sono: adattamento biochimico e fisiologico degli organismi marini; biologia delle basse temperature; diffusione a larga scala di inquinanti; magnetosfera, ionosfera e studio delle aurore; studi per la protezione della fascia di ozono; oceanografia e geologia marina; glaciologia; telemedicina; telerilevamento da satellite; test di prototipi e strumentazioni polari in condizioni ambientali estreme. (r. sc.)


ECLISSE PARZIALE Sabato la Luna nasconderà il Sole Nel pomeriggio sull'Italia del Nord la luce si dimezzerà
Autore: FERRERI WALTER

ARGOMENTI: ASTRONOMIA
LUOGHI: ITALIA

FORSE Cristoforo Colombo si compiacerebbe nell'apprendere che quest'anno la ricorrenza della sua scoperta sarà sottolineata da un fenomeno celeste: un'eclisse solare, per l'esattezza un'eclisse parziale. L'ultima eclisse di questo tipo visibile dall'Italia avvenne il 10 maggio 1994, con il Sole al tramonto; questa circostanza permise di ottenere stupende immagini del Sole eclissato proiettato sul panorama. Sabato 12 ottobre, invece, il Sole sarà ancora piuttosto alto rispetto all'orizzonte. L'eclisse è prodotta dalla sovrapposizione parziale del disco lunare davanti a quello solare. Nel caso dell'eclisse del prossimo sabato, la «grandezza», cioè la percentuale della sovrapposizione, sarà per l'Italia di circa il 50-55%. Più esattamente, del 56% a Torino e Bologna, del 57% a Milano e Venezia, del 52% a Roma e solo del 46% per le zone più a Sud, come Catania. L'eclisse è osservabile non solo in tutta l'Italia ma dall'intera Europa. L'inizio del fenomeno, che in Italia si verifica tra le ore 15 e 20 e le 15 e 50, si annuncia come una piccola intaccatura del bordo solare «in alto a destra», che, lentamente, si allarga a spese del resto del disco. Non c'è nessun segnale che permetta di rendersi conto dell'eclisse anche pochi attimi prima che essa abbia luogo. Infatti, in questi frangenti, la Luna ci rivolge l'emisfero oscuro e l'assenza di atmosfera del nostro satellite non dà luogo ad archi o anelli luminosi, a differenza di quanto si verifica con Venere. La fase massima viene raggiunta intorno alle ore 16 e 30; l'istante varia da località a località e non è sempre lo stesso come avviene nelle eclissi di Luna. Anche in questi minuti, benché l'eclisse produca una diminuzione della luce di un fattore due, chi non guarderà direttamente il disco solare potrà non accorgersi del fenomeno. Infatti la diminuzione è paragonabile a quella prodotta da leggeri veli nuvolosi che passano davanti al Sole. Anche la diminuzione della temperatura è modesta. Ricordiamo che un'eclisse parziale di Sole non può essere osservata senza un appropriato schermo di protezione, ad esempio un vetro da saldatore o una pellicola bruciata, pena dei danni permanenti alla retina. I comuni occhiali da Sole sono fatti solo per guardare paesaggi fortemente illuminati e non direttamente il disco solare, la cui brillantezza è di ben 427 mila volte superiore a quella della Luna piena. Quando il disco della Luna copre in gran parte quello del Sole, il paesaggio appare come visto attraverso delle lenti affumicate, ma in genere questo effetto si rileva con una percentuale di disco solare coperto maggiore del 60 per cento. Chi segue l'eclisse con un telescopio dotato di filtro opportuno può notare che il bordo della Luna non è perfettamente liscio; sono percepibili delle irregolarità causate da montagne e crateri. Al telescopio si può anche notare come la Luna appaia più scura di eventuali macchie solari presenti al momento del fenomeno. Ciò perché le macchie non sono nere, ma semplicemente meno brillanti dell'abbagliante fotosfera, quella che ci appare come la superficie del Sole. La fine del fenomeno è stata calcolata intorno alle ore 18; più esattamente dalle ore 17 e 47 minuti (Torino) alle 18 e 0 minuti (Catania). Dopo questa, per assistere in Italia a un'altra eclisse di Sole - sia pure parziale - dovremo attendere l'11 agosto del 1999, quando se ne verificherà una totale per l'Europa del Nord e per quella orientale, osservabile come tale da Francia, Germania, Austria, Ungheria, Romania. Walter Ferreri


ACUSTICA L'architettura per la musica E' in arrivo Spark, l'auditorium virtuale
Autore: CAPPELLETTO SANDRO

ARGOMENTI: ACUSTICA, MUSICA
NOMI: SCHROEDER MANFRED, BARBIERI GUIDO, BAROFFIO BONIFACIO, DI GIUGNO GIUSEPPE
ORGANIZZAZIONI: CENTRO RICERCHE MUSICALI, ISTITUTO GOETHE
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, ROMA

PERFINO Luchino Visconti dovette rassegnarsi. Inutile chiederle di spostarsi, di avanzare o arretrare rispettando le indicazioni del regista. Quella, un po' indietro sulla destra, era esattamente la posizione che Maria Callas, diva consapevole, voleva difendere sul palcoscenico della Scala. Sentiva e sapeva che partendo da quel punto preciso la sua voce poteva meglio raggiungere il pubblico, correre nello spazio del teatro nel modo più omogeneo ed efficace. Sapeva e sentiva, come ogni cantante e strumentista, che lo spazio in cui il suono vive e circola prima di scomparire, determina la sua fruibilità, è una variabile fondamentale per realizzare le intenzioni della musica. Una consapevolezza arcaica, evidente osservando la disposizione di un coro: quella forma a emiciclo, già sfruttata dai greci nella costruzione degli anfiteatri, raccolta come un'abside, immutata da millenni, consente la migliore diffusione della parola e del canto. Il rapporto tra la musica e i luoghi che la contengono, le modificazioni che ha conosciuto, le possibilità di controllo e manipolazione offerte oggi dall'elettronica sono stati gli argomenti discussi in Ascoltare lo spazio, un convegno promosso dal Centro Ricerche Musicali di Roma in collaborazione con l'Istituto Goethe. Il secolo che ha imparato a registrare e riprodurre i suoni, creando la possibilità della memoria sonora e la relativa industria, non si è altrettanto preoccupato delle condizioni concrete in cui avviene la produzione e il consumo di musica. Se nelle sale di incisione la tecnologia può modificare e governare molti dei parametri fondamentali del suono - intensità, risonanza, tempo di riverbero, rapporti ed equilibri tra le diverse sezioni orchestrali, perfino l'intonazione - la fruizione nelle sale da concerto è ancora inadeguata rispetto alle conoscenze scientifiche disponibili. «Oggi una sala musicale deve potersi adattare a funzioni diverse e la sua molteplicità d'uso è una sfida meravigliosa, perché genera nuovi problemi di natura strutturale, acustica e concettuale, e di drammaturgia virtuale», riflette Luciano Berio, ribadendo la dimensione comunque teatrale del suono, confermata dalla «legge della prima onda»: il primo manifestarsi al nostro orecchio dell'onda del suono determina la percezione del suo valore semantico. Pericolo, allarme, attesa, eccitazione, felicità: uno strappo cupo delle corde del contrabbasso segnala un messaggio diverso da quello promesso dalla luminosità di una tromba. Ogni suono è un personaggio, il suo teatro è la sala da musica, che può premiare o punire le sue volontà. Dipende da come arriva. A qual punto un luogo acusticamente inadatto possa penalizzare l'ascolto, è raccontato nell'opuscolo pubblicato dal Teatro Regio in occasione dell'avvio del suo «restauro acustico», espressione per la prima volta impiegata da un ente lirico italiano, segno di una consapevolezza finalmente raggiunta. Quelle pagine costituiscono una radiografia fatta da tutti i possibili punti di ascolto: l'orchestrale, il direttore, il cantante, lo spettatore, il critico. «L'acustica attuale del Regio ha un andamento irregolare, tende a togliere spessore e dinamica alle voci e all'orchestra, pone problemi di assieme di ardua soluzione», scrive Claudio Abbado. Ancora più drastico Riccardo Chailly, direttore del Concertgebouw di Amsterdam: «La Prima Sinfonia di Mahler richiede un buon tempo di riverbero perché il suono possa espandersi nella sala e perché sia possibile un gioco di dinamiche: a Torino, i problemi sono stati enormi». «La Boheme del centenario è stata una grandissima fatica perché, come si dice in gergo, la mia voce non aveva ritorno. Non avevo la minima idea di come risuonasse nella sala ed ero portato a forzare continuamente, l'ultima cosa che un cantante deve fare», protesta Luciano Pavarotti. Un'autentica emergenza, dunque, che verrà affrontata anche durante il convegno «L'acustica come bene culturale» (a Torino, 14, 15 e 16 ottobre). Alla giornata di studio, che è promossa dal Crm, Manfred Schroeder, docente dell'Università di Goettingen e ricercatore per i Bell Laboratories, ha ricordato quanto sia antica la consapevolezza della virtualità del suono. L'«orecchio di Dionisio» nelle latomie di Siracusa è il primo esempio documentato del suono sfruttato come veicolo di controllo politico e di terrore. Il critico Guido Barbieri ha proposto di considerare «il testo musicale come una sorta di motore termico, cioè come un dispositivo in cui la variazione di un parametro influenza il valore di tutti gli altri», riflettendo in particolare sul rapporto tra lo spazio e il tempo dell'ascolto, tempo oggettivo occupato dal suono (la sua mera durata) e tempo interiore, inteso come reazione percettiva del nostro organismo (il corpo, l'intelligenza e l'emotività) a quella durata. L'orologio che scandisce il tempo meccanico non basta mai a quantificare il tempo della musica. Quando Luigi Nono in Post-Praeludium per Donau prescrive che un'unica nota del basso tuba perduri, senza mai interrompersi, oltre tre minuti e venga spazializzata da un sistema di altoparlanti tutto attorno al pubblico, piega lo spazio dell'ascolto - qualunque spazio, se l'elettronica può modellare a piacere la sua diffusione - alle proprie esigenze espressive. Bonifacio Baroffio, religioso benedettino, ha ricordato come fossero le voci a «rendere sacro lo spazio», nella gravità cupa del canto funebre nelle catacombe come nella solarità degli inni intonati nelle cattedrali romaniche. Dall'antico al futuribile. Giuseppe Di Giugno, fondatore del centro Iris di Palliano (Frosinone), annuncia Spark, un sistema digitale per il controllo e la spazializzazione delle fonti sonore in tempo reale. Spark interviene su tutti i parametri, inghiotte ogni suono, ogni rumore, ma restituisce all'ascolto nello spazio solamente quanto l'operatore e il compositore decidono. Il dominio dell'intelligenza artificiale celebra un altro trionfo, purché venga sorretta dalla creatività e non si risolva in semplice onomatopea del reale. Sandro Cappelletto


I posti delle note Come si sono evoluti nel corso dei secoli i luoghi dedicati all'ascolto musicale
Autore: S_CA

ARGOMENTI: ACUSTICA, MUSICA
NOMI: PIANO RENZO, MULLER HELMUT, LE CORBUSIER, XENAKIS IANNIS
LUOGHI: ITALIA

LA sala del Lingotto a Torino è l'unico esempio italiano di vero Auditorium, cioè di un luogo per la musica sinfonica costruito ex novo pensando alla sua funzione primaria. Le dimensioni e lo scopo lo rendono adatto in particolare all'esecuzione del grande repertorio orchestrale. Gli autori, l'architetto Renzo Piano e il fisico acustico Helmut Muller, hanno progettato assieme anche il nuovo Auditorium di Roma, i cui lavori procedono lentamente, tra scoperte archeologiche e polemiche. Sono previste tre sale di diverse dimensioni, per rispondere alle diverse esigenze della musica sinfonica, cameristica e corale. L'architettura applicata al suono deve conciliare l'occhio, l'orecchio, il rituale atteso dal pubblico e la funzione sociale a cui quella musica è destinata. La maggior parte delle sale odierne nasce nell'Ottocento, per soddisfare le sonorità «trascendentali» di Franz Liszt, della grande orchestra romantica e delle sue esuberanze sonore, gradite a un pubblico non più contenibile, per numero e per ceto sociale, nei saloni dei palazzi nobiliari. La musica «da camera» deve la sua stessa definizione al luogo in cui veniva eseguita: sale piccole, musica per pochi strumentisti e per pochi spettatori, spesso molto competenti, per un piacere più intimo. Una derivazione della «musica reservata» che si faceva nei palazzi rinascimentali, per una cerchia di principi, artisti, intellettuali. Ridotta nelle dimensioni, l'orchestra del melodramma barocco consentiva il protagonismo delle voci. Alle origini del teatro d'opera, la platea, dove oggi curiosamente si paga il prezzo più alto, era il luogo meno considerato, privo perfino delle poltrone. Il palcoscenico era rialzato perché il canto doveva raggiungere soprattutto i diversi ordini dei palchi, dove sedeva il pubblico nobile. Separati uno dall'altro, come tante stanzette, i palchi garantivano, complice la semioscurità, discrezione e riservatezza. La stessa disposizione della sala «a ferro di cavallo», nata in Italia perché in Italia è nato il melodramma, si rivela funzionale a questa fruizione. La rivoluzione drammaturgica di Wagner, la sua concezione del teatro lirico come «opera d'arte totale», porterà a nascondere l'orchestra, sistemandola nel «golfo mistico» a vantaggio della concentrazione sull'aspetto visivo dello spettacolo. La sala resterà completamente al buio, l'esecuzione sarà interrotta dagli applausi soltanto alla fine degli atti. Nel nostro secolo raramente la nuova musica ha potuto approfittare di sale adeguate. Il primato del repertorio tradizionale - che occupa l'80 per cento della programmazione - penalizza la ricezione di composizioni pensate per luoghi diversi. Spicca come un'eccezione l'esempio del Poeme Electroni que di Edgad Varese, pensato per il Padiglione Philips progettato da Le Corbusier con la collaborazione di Iannis Xenakis per l'Esposizione Universale di Bruxelles nel 1958. Il pubblico camminava lungo il percorso scandito dalla musica nello spazio del padiglione, poteva scegliere quale suono seguire. Più recente, la realizzazione dell'espace de projection nelle sale dell'Ircam di Parigi, dove per la prima volta una sala musicale non è concepita in maniera statica: le sue mura, lo spazio riservato al pubblico, la disposizione degli strumenti diventano parametri mobili, docili alle richieste del compositore. Intanto, il Centro per la Tecnologia dell'Arte e dei Media di Karlsruhe annuncia per il 1997 l'apertura del primo Museo vir tuale degli spazi sonori. Percorrendo le sue sale entreremo in un parlante libro di storia, ascoltando come nel corso del tempo si sia realizzato e modificato il rapporto tra suono e spazio.(s. ca.)


GEOLOGIA La corsa all'oro riparte dalla Sardegna Tra qualche giorno si apre una miniera: la curiosa storia della scoperta
Autore: PAVAN DAVIDE

ARGOMENTI: GEOGRAFIA E GEOFISICA
ORGANIZZAZIONI: SGM (SARDINIA GOLDING MINING), GMS (GOLD MINES OF SARDINIA LIMITED), PROGEMISA
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, FURTEI (CA)
TABELLE: C. I giacimenti di oro presenti in Sardegna

IL primo lingotto non è ancora pronto, ma a Furtei (40 km a Nord di Cagliari) sta per partire la fase estrattiva che dovrebbe fare della Sardegna il primo polo aurifero europeo. L'interesse è enorme. La Sgm (Sardinia Golding Mining), operatrice del progetto, prevede di produrre almeno tremila once d'oro al mese per circa tre anni e mezzo: un valore complessivo di quasi 80 miliardi, al costo di 280 dollari l'oncia. L'affare l'hanno fiutato in molti: la Sgm è una joint venture tra Progemisa, l'ente regionale sardo titolare delle concessioni, e la Gold Mines of Sardinia Limited (Gms), una «public company» a prevalente capitale australiano ma con partecipazioni di illustri banche come la Rothschild e di vecchie volpi del mercato come il finanziere George Soros. L'oro di Furtei non è l'unico dell'isola. Le ricerche condotte in questi ultimi anni hanno permesso di individuare un altro giacimento ad Osilo (Ss) e numerose altre aree anomale (con tenori in oro superiori al normale) meritevoli di ulteriori indagini. La storia che ha portato alla scoperta di questi giacimenti è un classico esempio di come un nuovo approccio teorico accoppiato al progresso tecnologico e a un pizzico d'intuito possa portare a successi insperati. L'uomo per millenni ha cercato pagliuzze e pepite d'oro nelle ghiaie dei fiumi (giacimenti secondari) risalendo poi la corrente alla ricerca del suo punto di origine, il «filone» (giacimento primario). Gran parte di questi giacimenti «classici» (incluso il grandioso Witswaterrand in Sud Africa) si formò in tempi antichissimi, tra i 2,5 e i 2,8 miliardi di anni fa (Archeano). I depositi archeani si trovano attualmente nei «greenstone belts», fasce di rocce vulcaniche e sedimentarie intorno agli antichi scudi continentali. Questi depositi si rinvengono in Canada, Brasile, Africa ed Australia e da essi proviene oltre il 50% della produzione mondiale. Qui l'oro è di norma visibile a occhio nudo e compare sia allo stato nativo sia combinato con altri minerali, come la ben nota «pirite aurifera». Alla fine degli Anni 70 un'impennata del prezzo dell'oro (che sfiorò l'ineguagliata soglia dei 700 dollari l'oncia) rese possibile lo sfruttamento di una quantità di depositi precedentemente non coltivabili a causa dei loro relativamente bassi tenori e spinse le compagnie minerarie, attratte dagli alti profitti, ad ampliare le ricerche e ad affinare le metodologie esplorative. Lo sviluppo di nuove e perfezionatissime tecniche analitiche permise di scoprire, a costi accessibili, che l'oro si può trovare tanto finemente disperso nella roccia o in minerali complessi da risultare assolutamente non visibile sia ad occhio nudo sia al microscopio. Veniva così portato alla luce un mondo rimasto celato per secoli: quello dell'«oro invisibile». All'inizio degli Anni 80 una impressionante serie di ritrovamenti lungo la «Pacific Rim of Fire» (Pcf) confermò l'importanza economica di questa scoperta e consentì di formulare un modello teorico capace di spiegare la genesi e predire la posizione di questa nuova classe di depositi auriferi. In questo contesto geologico grandi quantità d'acqua entrano in contatto con fonti di calore nella crosta terrestre, vengono riscaldate e risalgono per convenzione in superficie trasportando sali e metalli (tra cui l'oro) che vengono poi depositati in ampi volumi di roccia o in fratture a poche centinaia di metri di profondità. I depositi sono detti «epitermali» perché si formano a temperature relativamente basse (50-200 oC). Sono quasi sempre associati a vaste aree di alterazione delle rocce ospiti che costituiscono, grazie all'impiego di programmi di elaborazione di immagini satellitari, una delle principali guide alla loro individuazione. A differenza dei depositi di «greenstone belts», si rinvengono in terreni geologicamente giovani, formatisi meno di 65 milioni di anni fa. L'idea di cercare l'oro epitermale sul territorio nazionale nasce nel 1987 ed è dovuta all'intuito ed all'esperienza dell'Agip Miniere (poi Sim), che in Canada aveva già scoperto un piccolo giacimento di questo tipo. I tecnici Agip si resero presto conto delle notevoli analogie geologico-strutturali tra l'Italia e la «Pacific Rim». Durante l'Oligo- Miocene la Sardegna era unita alla Spagna ed era sede di un'intensa attività vulcanica simile a quella delle Ande. A Rodalquilar, in Spagna, erano state riconosciute mineralizzazioni ad oro in vulcaniti analoghe a quelle sarde e la presenza nell'isola di vaste zone di alterazione caolinica, sicuro indizio di attività epitermale, confermò le idee sviluppate a tavolino. Nello stesso anno vennero richieste alla Regione Sardegna 7 autorizzazioni di indagine. Le prime ricerche, delegate alla Sim nell'ambito di una joint venture con Progemisa, portarono già nel 1989 alla scoperta di Furtei e di altre aree interessanti. Nel '91 la ristrutturazione dell'Eni portò al ritiro della Sim e il progetto subì un rallentamento. La caparbia perseveranza di Progemisa e l'arrivo dei capitali australiani hanno fatto il resto. Davide Pavan


IN BREVE A Siena l'anatomia di Paolo Mascagni
ARGOMENTI: STORIA DELLA SCIENZA, MEDICINA, MOSTRE
NOMI: MASCAGNI PAOLO
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, SIENA (SI)
NOTE: «Las cienza illuminata»

Fino al 7 gennaio '97, nel monumentale complesso dell'Antico Spedale Santa Maria della Scala di Siena, mostra celebrativa «La scienza illuminata, Paolo Mascagni (1752-1815), e il suo tempo», antiche incisioni e tavole anatomiche di grandi artisti del '700. Del bolognese Ciro Santi, saranno esposte le tavole eseguite per il «Vasorum limphaticorum corporis humani historia et ichonographia» opera del Mascagni. E i disegni del corpo umano a grandezza naturale di Antonio Serantoni, realizzate per la Grande Anatomia, opera principale di Mascagni. Questi, docente nelle università di Siena, Pisa e Firenze, anatomista, mineralista, chimico, agrononomo, politico, studioso del sistema linfatico, fu il primo a evidenziare i vasi di tutto il corpo umano usando la tecnica dell'iniezione di mercurio, che ne permette la lettura senza alcuna modifica delle condizioni fisiologiche. Accanto a disegni e incisioni, sono in mostra preparati anatomici originali, strumenti, manoscritti, carteggi, documenti e la biblioteca.


IN BREVE Novara: l'altro mondo di Maurizio Leigheb
ARGOMENTI: ANTROPOLOGIA E ETNOLOGIA, MOSTRE
NOMI: LAIGHEB MAURIZIO
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, NOVARA (NO)

E' in corso a Novara, (fino al 30 ottobre), nell'Arengo del Broletto, una mostra retrospettiva sulla trentennale attività di Maurizio Leigheb, novarese giornalista, viaggiatore, scrittore, etnologo. La rassegna comprende 200 foto di grande formato su popolazioni dei quattro angoli del globo, e una serie di video, documentari e conferenze su paesi diversi, dal Brasile alla Nuova Guinea.


IN BREVE A Roma convegno su calcio e vitamina D
ARGOMENTI: MEDICINA, CONGRESSO
ORGANIZZAZIONI: FAO, CNR
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, ROMA
NOTE: 1o Congresso mondiale sul calcio e la vitamina D nella vita umana

Da ieri fino a sabato 12 ottobre a Roma al Palazzo dei Congressi, «1o Congresso mondiale sul Calcio e la vitamina D nella vita umana», promosso dalla Fao e Cnr. Specialisti di cinque continenti parleranno di prevenzione, diagnosi e terapia di osteoporosi, tumori, ipertensione, e dell'influenza delle radiazioni sugli alimenti, in particolare sul latte e suoi derivati. Scienziati ucraini presenteranno dati inediti sull'effetto dell'ingestione di cibi contaminati. Informazioni 06/44.53.337.


IN BREVE Sulla tavola cibi a rischio
ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE
ORGANIZZAZIONI: ORDINE NAZIONALE DEI BIOLOGI
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, GRADO (GO)

A Grado dal 10 al 13 ottobre l'Ordine nazionale dei biologi promuove una campagna di informazione sui rischi collegati all'alimentazione, che le vicende di «mucca pazza» e del botulino hanno messo di recente in evidenza. Verrà proposto per gli alimenti una sorta di «passaporto scientifico». Per Informazioni: 06-57.1061.


IN BREVE La qualità della vita in psichiatria
ARGOMENTI: MEDICINA, PSICHIATRICA, CONGRESSO
ORGANIZZAZIONI: TORINO INCONTRA, CLINICA PSICHIATRICA DELL'UNIVERSITA' DI TORINO
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, TORINO (TO)

Sul tema, congresso a partecipazione internazionale a Torino, l'11 e 12 ottobre, al centro Torino Incontra, via Nino Costa 8. Segreteria scientifica: Clinica Psichiatrica dell'Università di Torino, via Cherasco 11, tel.011/663.48.48.


STRATEGIE COLORATE La guerra d'autunno Per scoraggiare i parassiti
Autore: BOZZI MARIA LUISA

ARGOMENTI: BOTANICA
NOMI: HAMILTON WILLIAM, BROWN SAM
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, FIRENZE (FI)

GIALLI i pioppi, gli aceri, i larici, i tigli. Rossa la vite e il ciliegio. Rosso bruno la quercia. Tutti i colori dell'autunno: un segnale visivo così potente nelle regioni temperate che un extraterrestre su un satellite in ricognizione intorno alla Terra potrebbe utilizzarlo come indicatore di latitudine. Il segnale però non è destinato allo spazio per guidare un alieno, nè agli occhi umani per appagare un piacere estetico. E' diretto, invece, agli afidi e ad altri insetti parassiti di molte piante a foglie caduche. Per queste creature i colori dell'autunno costituirebbero un segnale di avvertimento, una sirena visiva che urla a tutta forza «va via]». L'ipotesi, avanzata da William D. Hamilton e Sam Brown al Congresso internazionale di entomologia tenutosi a Firenze alla fine di agosto, contraddice l'opinione finora più diffusa che i colori dell'autunno siano solo un sottoprodotto del decadimento della clorofilla che avviene quando, perché nulla vada sprecato, le sostanze di una foglia in procinto di cadere vengono riassorbite dalla pianta. In senso contrario a questa strategia, mentre la clorofilla scompare, la foglia fabbrica i pigmenti responsabili del colore, sotto forma di carotenoidi e antocianine. I primi, di norma presenti nella foglia, non vengono riassorbiti dalla pianta e a volte sono trasformati in altri pigmenti, mettendo in mostra i colori dal giallo all'arancione. Le antocianine, responsabili del rosso, vengono invece sintetizzate all'uopo. Secondo Hamilton, questo processo chimico, che avviene settimane o giorni prima che le foglie cadano, è un investimento costoso per la pianta prodotto dalla selezione naturale, con un preciso significato a beneficio dell'individuo che lo mette in atto. In genere le molecole biologiche non hanno colore. Quelle che ce l'hanno, sono evolute come segnali ottici per creature in grado di recepirli. I fiori usano il colore per attirare gli insetti impollinatori; i maschi dei fagiani e di altri uccelli per essere scelti dalle femmine; certi animali per camuffarsi e sfuggire alla vista dei predatori. Altri invece si vestono di colori brillanti per pubblicizzare le armi velenose con cui possono attaccare i nemici. Proprio così farebbero le piante in autunno. Vestendosi di giallo o di rosso avviserebbero certi insetti, in particolare gli afidi, di essere capaci di produrre con altrettanta abilità potenti veleni a danno delle larve che nasceranno la primavera successiva. «Và a deporre le tue uova su qualcun altro]», sarebbe l'esplicito messaggio. Una minaccia quindi, e l'intensità del colore sarebbe proprio la garanzia che non si tratta di un bluff. Se la pianta è in grado di buttare via in questo momento così tante sostanze - non soltanto i pigmenti di per sè, ma tutto l'armamentario chimico necessario per la sintesi - vuol dire che fa sul serio. Le piante che manifestano i colori più brillanti d'autunno sono quelle maggiormente infestate dagli afidi, insetti con visione a colori e particolare predilezione per il giallo. Ci sono centinaia di specie di afidi che, adattandosi ad altrettante specie di piante, traggono il cibo succhiandone la linfa. I pidocchi delle rose, la fillossera della vite, e l'afide del pioppo Pemphigus betae. Le femmine degli afidi seguono la regola del «fai da te» per fare i figli, ricorrendo alla partenogenesi per buona parte della loro vita riproduttiva. Nel Pemphigus be tae le prime femmine in primavera depongono le uova sulle foglie novelle del pioppo, mentre le generazioni successive si spostano per questa operazione su alcune piante erbacee. Finché la lunghezza più breve del giorno induce l'afide a tornare a deporre sul pioppo e la pianta a coprirsi di colore. Se ci fate caso, l'intensità del colore nella stessa specie varia da pianta a pianta, alcune sono su di tono e altre meno. Sembra che una femmina di afide abbia una spiccata preferenza per le piante con le foglie di un giallo smorto e che eviti, se può, quelle dal giallo puro. Per accertarsene, atterra su una foglia e la ispeziona a lungo rivelandosi particolarmente pignola. Se l'albero non ha i requisiti necessari vola via a cercarne un altro; se invece le va a genio, si trasferisce nella corteccia a deporre le uova. Da queste nascono maschi e femmine non alati che, accoppiandosi, producono le uova destinate a superare l'inverno. La pianta non subisce alcun danno ora, ma la primavera successiva viene invasa dalle femmine nate dalle uova invernali, che ricominciano un nuovo ciclo sulle foglie. Ecco quindi che, se vuole evitare l'invasione primaverile, una pianta ospite degli afidi deve prendere le sue contromisure d'autunno. Coprendosi di colore brillante, avvisa la femmina che sta per deporre di cercarsi qualcun altro, se vuol avere un bel numero di discendenti. I colori dell'autunno, quindi, sarebbero il risultato di una guerra: una parata militare che ogni pianta mette in scena per impressionare il nemico, scaricandolo sul vicino. Maria Luisa Bozzi


ENCEFALOPATIA Vacche svizzere: il crollo di un mito
Autore: MORETTI MARCO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, MEDICINA, ZOOTECNIA
NOMI: DELAMURAZ JEAN PASCAL, ECOFFEY JEAN-FRANCOIS, CRETTAZ BERNARD
ORGANIZZAZIONI: ASSOCIAZIONE ALLEVATORI INDIPENDENTI
LUOGHI: ESTERO, EUROPA, SVIZZERA, ZURIGO

IL mito della vacca svizzera, simbolo della nazione più ricca del mondo, è stato incrinato dall'encefalopatia spongiforme bovina. La Svizzera è infatti il secondo Paese in Europa, dopo la Gran Bretagna, per i casi di «mucca pazza». Il 16 settembre, il presidente della Confederazione, Jean Pascal Delamuraz, è intervenuto in prima persona per annunciare che entro il 1999 saranno abbattuti 230 mila capi: un terzo delle bestie da macello, il cui prezzo sul mercato è crollato nell'ultimo anno del 60 per cento in seguito al calo della domanda al dettaglio di oltre il 30 per cento. Il governo federale si farà carico dell'intera operazione e indennizzerà gli allevatori con uno stanziamento di 350 miliardi di lire. Saranno uccisi tutti i capi nati prima del 1990, quando si utilizzava per la loro alimentazione la farina animale contaminata. Le parti del corpo in cui è stata rilevata la presenza dell'agente patogeno che provoca la malattia (testa, occhi, cervello e midollo spinale) saranno incenerite Il resto dei bovini sarà invece sterilizzato per essere trasformato in farina animale di alta qualità. E' il triste epilogo di una leggenda nazionale, ancora celebrata nel 1991, in occasione dei settecento anni della Confederazione Elvetica, con quattro diverse mostre a Ginevra, Friburgo, Bulle e Sainte-Croix. Iniziative che coinvolsero sette fra musei e altre istituzioni culturali: tutti impegnati in una riflessione sul tema vacca dell'utopia. In realtà il mito veniva infranto nello stesso anno da una ricerca del Politecnico Federale di Zurigo che rivelava come la mucca svizzera si fosse imbastardita. I ricercatori del laboratorio di scienze del latte, diretto da Zdenko Puhan, dopo l'analisi del prodotto di 4 mila esemplari, scoprirono che a seguito di continui incroci con la Holstein della Germania settentrionale, le famose razze svizzere Simmenthal e Friburghese avevano perso gran parte delle loro caratteristiche. La Friburghese in particolare era ormai identica all'Holstein. Questa razza tedesca, pezzata marrone o nera, viene allevata per metà anno allo stato brado e dà una carne molto pregiata: per questa ragione è stata esportata in mezzo mondo e incrociata con i bovini locali. Più della metà dei capi analizzati dal Politecnico di Zurigo produceva inoltre un latte definito «pigro» per il basso tasso di caseina: la sostanza proteica del latte che permette di ricavare il formaggio. Nel Paese delle banche, più che il problema estetico, preoccupo' quello economico: la produzione di un chilo di Emmenthal richiedeva una quantità sempre maggiore di latte. Fu messa sotto accusa la tecnica di inseminazione artificiale impiegata negli ultimi anni dall'ente federale. «Geneticamente, le vacche svizzere hanno anni di ritardo sulle loro cugine statunitensi o canadesi. La Friburghese produce annualmente 2000 chili di latte in meno di alcune razze straniere», affermò Jean-Francois Ecoffey dell'Associazione allevatori indipendenti. E anche in Europa la loro produzione di latte non regge il confronto con le Frisone, una pregiata razza da mungitura con cui sono stati sperimentati incroci anche in Svizzera. Le Frisone, pezzate nere, originarie della regione di confine tra l'Olanda e la Germania: possono produrre fino a 15 mila chili l'anno e raggiungono normalmente gli 8 mila chili. Dopo il tempo delle vacche grasse e quello delle vacche pigre è arrivata anche nella Confederazione l'ora delle vacche pazze. La mucca che bruca l'erba nei prati sullo sfondo di vette innevate e laghi alpini è però ancora il mito nazionale che più sta a cuore agli svizzeri: è la regina indiscussa dell'immaginario elvetico. Tanto amore per la vacca non è solo la conseguenza dei 106 litri di latte che ogni svizzero beve all'anno. La vacca introduce a un mondo domestico. Come in gran parte delle società contadine, è il simbolo ancestrale della madre che nutre il mondo. Ma in Svizzera quest'amore ha risvolti più complessi, arroccati fra le montagne. Le radici del mito risalgono al Settecento, alla nascita della Svizzera urbana che individuava nella vita dei pastori delle valli alpine il suo paradiso perduto. L'ambiente incontaminato. La libertà primitiva. La vita comunitaria. Gli chalet in legno. Le feste arcaiche animate musicalmente da cori, campanacci e corni alpini, questi ultimi in origine venivano usati per tranquillizzare le mandrie. Mistificazioni sostenute culturalmente dalla poetica della civiltà pastorale, dalla santità del latte delle Alpi e dalla celebrità universale di formaggi svizzeri come il Gruviera, l'Emmenthal e lo Sbrinz. Valori che trovarono supporto ideologico persino nell'opera del filosofo ginevrino Jean-Jacques Rousseau, che nell'Emilio esaltò il latte come alimento per eccellenza, facendone, per il suo legame con la terra, uno dei fulcri della sua apologia naturalistica. Stereotipi vecchi, ma ancora validi in un Paese totalmente urbanizzato e informatizzato, in cui la vacca occupa un ruolo di primo piano nelle fantasie e nei sentimenti delle genti dei 25 cantoni. Il mito resisterà al flagello di mucca pazza? Si direbbe di sì rileggendo le parole di Bernard Crettaz, uno degli organizzatori della manifestazione Vacca dell'utopia: «Tra duemila anni saremo ancora un popolo di vaccari». Marco Moretti


RISCOPERTA DI UN GENIO Filosofia zoologica di Lamarck Formulò una teoria evoluzionista prima di Darwin
Autore: COHEN ESTER

ARGOMENTI: STORIA DELLA SCIENZA, ZOOLOGIA, CONGRESSO
NOMI: JEAN-BAPTISTE DE MONET CAVALIERE DI LAMARCK, SCALFARI FRANCESCO, LUZZATTO MICHELE
ORGANIZZAZIONI: ASSOCIAZIONE PER LO SVILUPPO SCIENTIFICO E TECNOLOGICO
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, ASTI (AT)
NOTE: «L'eredità di Lamark»

SI era meritato un posto nella storia delle scienze e nei manuali scolastici per aver concepito, cinquant'anni prima di Darwin, l'idea di evoluzione degli organismi viventi. Ma tutti gli studi successivi avevano tolto alle sue teorie ogni fondamento. Dopo un secolo e mezzo di dibattito scientifico e filosofico in cui Jean-Baptiste de Monet, cavaliere di Lamarck, spesso è stato deriso, nuove scoperte sembrano ora rivalutarlo. Ne hanno parlato studiosi di tutto il mondo nel convegno internazionale L'ere dità di Lamarck organizzato da Francesco Scalfari e Michele Luzzatto dell'Associazione per lo sviluppo scientifico e tecnologico che si è concluso ad Asti il 5 ottobre, sotto la direzione di Michele Sarà dell'Università di Genova e dedicato alla memoria del padre della genetica italiana, Giuseppe Montalenti. Ex ufficiale dell'esercito francese, botanico che andava a raccogliere erbe in compagnia di Jean-Jacques Rousseau, Lamarck fu nominato a cinquant'anni e con sua grande sorpresa professore di zoologia. Prese l'incarico con tale zelo che classificò oltre mille specie di invertebrati, il maggior numero mai catalogato da una sola persona. Dalle sue osservazioni scaturì, nel 1809, la «Filosofia zoologica», dove veniva formulata la prima teoria sull'evoluzione degli esseri viventi. Se l'ambiente, dice la sua prima legge, costringe un animale a servirsi di più di un certo organo, questo si svilupperà. Sotto la spinta delle condizioni esterne, si potranno creare nuovi organi. Le nuove caratteristiche acquisite, dice la seconda legge, potranno essere trasmesse alla discendenza. Mezzo secolo dopo, nel 1859, Charles Darwin, dopo averla meditata per vent'anni, pubblicò «L'origine delle specie», in cui sosteneva tutt'altro: è la selezione naturale a far sopravvivere le specie più adatte. Fra gli individui in continua lotta per la sopravvivenza, talvolta ne nasce qualcuno che casualmente presenta una nuova caratteristica, una mutazione, che lo rende più adeguato alla vita. Nei decenni passati, alla luce delle scoperte sull'ereditarietà (le leggi di Mendel sono state a lungo ignorate) e della genetica, lamarckisti e darwinisti si sono confrontati, non sempre amichevolmente, persino sul piano politico: Lamarck prediletto dal blocco sovietico, Darwin in Occidente. Ma pesanti ostacoli si trovavano sulla strada lamarckiana. A favore dei darwinisti era stato da tempo dimostrato sperimentalmente che solo le mutazioni delle cellule germinali (ovuli e spermatozoi) e non di quelle somatiche, cioè acquisite durante la vita, si possono trasmettere alla discendenza. E poi bisognava fare i conti con il «dogma centrale della biologia» secondo il quale l'informazione biologica procede a senso unico: dal Dna, supporto materiale dell'ereditarietà, all'Rna, infine alle proteine (i «mattoni» dell'organismo) che eseguono l'ordine ricevuto. Oggi si sa però che è possibile l'inverso. Un enzima, la trascrittasi inversa, permette la sintesi di Dna a partire da Rna e certe proteine possono inibire l'espressione di alcune sequenze di Dna. E' a questo punto che torna in gioco Lamarck, anzi il neolamarckismo. Sono stati scoperti alcuni caratteri detti Eis (Epigenetic Inheritance System) trasmissibili senza diretta influenza del Dna ovvero modificazioni indotte dall'ambiente esterno e in grado di influenzare il corredo genetico. Alcuni batteri, secondo un'altra teoria, la Simbiotica Seriale, sono in grado di acquisire Dna dall'esterno inglobandolo nel proprio genoma e di trasmetterlo alla progenie. Stessi risultati stanno dando alcuni studi sulla resistenza degli insetti agli antiparassitari come pure nuove indagini in campo immunologico. Insomma, il vecchio bistrattato Lamarck sembra avere ancora qualcosa da dire. E come ai divi ritornati in auge dopo un periodo di oblio, gli sono ora tributati grandi riconoscimenti: è stato lui, si dice, a coniare il termine biologia, è stato fra i fondatori della paleontologia e, grazie alla visione di un ciclo globale della materia di cui parlava nel suo libro «Idrogeologia», a lui risalirebbero persino i moderni concetti di ecologia e biosfera. Ester Cohen


IL METODO DELLE OMBRE Misuriamo la Terra Ecco come fece Eratostene
Autore: ODIFREDDI PIERGIORGIO

ARGOMENTI: STORIA DELLA SCIENZA, GEOGRAFIA E GEOFISICA
LUOGHI: ITALIA

ABBIAMO tutti sentito e ripetuto la storia che Cristoforo Colombo ebbe difficoltà a trovare finanziamenti per la sua impresa marittima a causa della persistente credenza che la Terra fosse piatta: i banchieri temevano che le caravelle, arrivate al bordo, sarebbero precipitate nel vuoto assieme ai loro soldi. Benché diffusa, questa storia è un mito, ma la realtà è (come spesso accade) ancora più interessante. Come racconta il figlio stesso di Colombo, Fernando, nel secolo XV tutti (o, almeno, quelli che contavano) sapevano che la Terra è rotonda, e l'obiezione era un'altra: che dopo aver navigato in discesa allontanandosi dalla Spagna, le caravelle non sarebbero riuscite a tornare in salita, neppure coi venti più forti. Da quando dunque si sapeva che la Terra è rotonda? Praticamente da quando ci si è posta la domanda. Ad esempio, lo sapava già Aristotele, che nel De caelo (II, 14) riportava due motivazioni indipendenti. Anzitutto, durante le eclissi di luna l'ombra che la Terra proietta su di essa è visibilmente circolare. Inoltre, spostandosi nella direzione Nord-Sud le costellazioni dell'emisfero settentrionale si abbassano rispetto all'orizzonte, fino a scomparire, ed altre nuove ne appaiono. Una volta capito che la Terra è sferica viene subito voglia di calcolarne le dimensioni, ad esempio la circonferenza, e per questo ci vogliono sia matematica che fortuna. Chi riuscì a combinarle egregiamente fu Eratostene (284-192 a. C.), direttore della biblioteca di Alessandria. La fortuna si presentò nel fatto che ad Assuan, città dell'Egitto meridionale dove oggi si trova una famosa diga, a mezzogiorno del solstizio d'estate il sole si trova sullo zenit, ed un bastone diritto piantato per terra non proietta nessuna ombra. Lo stesso giorno Eratostene piantò per terra ad Alessandria un bastone, e misurò la lunghezza dell'ombra che esso proiettava. La matematica servì per il seguente ragionamento. Poiché il Sole è sufficientemente lontano dalla Terra, i raggi solari ad Alessandria e ad Assuan sono praticamente paralleli: il bastone e l'ombra determinano allora l'angolo formato dall'arco di cerchio fra Assuan e Alessandria, rispetto al centro della Terra. Una semplice proporzione permette poi di determinare l'intera circonferenza terrestre: essa sta alla distanza fra Assuan ed Alessandria, quanto l'angolo giro sta a quello determinato dall'ombra. Poiché l'angolo misurato era di circa un cinquantesimo dell'angolo giro, e la distanza fra le due città di circa 800 chilometri, Eratostene dedusse una circonferenza terrestre di 40.000 chilometri. Il metodo fu riportato da Tolomeo (da cui prende il nome il sistema tolemaico) nella sua Geografia, il classico del secolo II a. C., che fu stampato nel 1472, e di cui acquistarono copie Colombo nel 1479, e il re Ferdinando d'Aragona nel 1486. Tolomeo adottò stime diverse da quelle (più corrette) di Eratostene per l'angolo e la distanza, ed i suoi risultati furono personalmente «verificati» da Colombo, durante un viaggio in Africa. La cosa era di importanza cruciale, visto che la stazza delle navi dell'epoca permetteva a malapena approvvigionamenti sufficienti per un viaggio di quella distanza, e non oltre. La Giunta dei Matematici nominata nel 1484 dal re Giovanni II del Portogallo rimase scettica, dubitando che i calcoli fossero un po' troppo ottimisti, e rifiutò il finanziamento dell'impresa. I portoghesi vengono così oggi tacciati di oscurantismo, ma il fatto è che essi avevano effettivamente ragione: la circonferenza terrestre era infatti superiore del 20 per cento alla stima di Tolomeo, il quale aveva per buona misura sottovalutato anche la dimensione delle terre emerse, e le provviste non sarebbero affatto state sufficienti a Colombo per raggiungere le Indie. Se, com'egli credeva, non ci fossero stati ostacoli sul cammino, le tre caravelle si sarebbero dunque trovate in cattive acque: fu soltanto il fortunato annullarsi di due errori che permise all'impresa di riuscire, e (ironicamente) a Colombo di credere di aver avuto completamente ragione] La lezione che possiamo trarre dalla vicenda è che l'importante nella vita non è non sbagliarsi mai, cosa piuttosto difficile, ma cercare di sbagliarsi un numero pari di volte: in altre parole, se errare è umano, non perseverare è diabolico. Piergiorgio Odifreddi Università di Torino


L'ABC DELLA DIETA Tre parole da imparare Proteine, lipidi, carboidrati
Autore: CARDANO CARLA, ROSSI LAURA

ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE, MEDICINA
LUOGHI: ITALIA

UNA buona occasione per mettere in pratica alcune nozioni che si studiano a scuola è quella di leggere e cercare di interpretare correttamente le tabelle della composizione degli alimenti che sempre più spesso troviamo sulle confezioni dei cibi. Facciamo per ora alcune osservazioni di ordine generale (riservandoci di analizzare prodotti specifici in altra occasione). La prima voce che compare su qualsiasi tabella è il valore energetico, cioè l'energia che quel cibo è in grado di fornire; ma guai a valutare un cibo esclusivamente in base al suo valore energetico come purtroppo spesso fanno molte ragazze che di altro non parlano se non di calorie. Il nostro corpo infatti ha necessità qualitative, oltre che quantitative; non possiamo quindi ritenerci soddisfatti di nutrirci per giorni solo di yogurt o di mele, che pure sono ottimi alimenti. Le voci successive sulle tabelle riguardano i vari principi nutrizionali, in ordine proteine, carboidrati, lipidi e poi talvolta varie vitamine e alcuni sali mi nerali. Di tutti viene riportato il peso, in grammi per i primi tre, di solito in milligrammi per gli altri. Una analisi attenta di alcune tabelle relativamente ai pesi mostra che la somma dei pesi dei vari componenti non corrisponde mai al totale, come potete facilmente constatare. Una riflessione non particolarmente laboriosa vi aiuterà a risolvere il problema. Provate a osservare alcuni dati concreti: per i pomodori pelati otteniamo in tutto un peso di poco più di 5 g per 100 g di prodotto, per il riso invece più di 86 g sempre per 100 grammi di prodotto. Conclusione: tutti i cibi contengono qualcosa d'altro, in quantità molto variabile; si tratta, come avrete capito, di acqua. Guardiamo poi alle quantità considerate: è abitudine dei produttori riportare la composizione dal punto di vista percentuale: ma non sempre è così. In alcuni casi infatti ci si riferisce ad una «razione», che in genere è molto meno (25 g, 30 g) dei cento grammi soliti, così, se ci accontentiamo di dare uno sguardo distratto, il risultato può essere di valutare in modo errato il contenuto di un cibo. Facciamo un esempio: la composizione del cioccolato è spesso riferita a 30 g assumendo che ci si limiti a qualche quadretto (ma chi ci riesce?). In questo caso è confortante leggere «grassi: 14 g» quando in realtà la percentuale è più di tre volte tanto. Lo stesso discorso vale per certe merendine, biscotti e anche per alcuni formaggi. Per altri cibi, invece, come ad esempio il latte, è facile incorrere in una situazione opposta alla precedente e sottostimarne il valore nutritivo: le proteine per 100 ml sono solo poco più di tre grammi. Ma 100 ml di latte sono proprio pochi] Una tazza da prima colazione ne può contenere 250, una tazza un po' più piccola si avvicina ai 200. Tuttavia, senza un riferimento alle necessità dell'organismo riguardo a un certo principio nutritivo, anche calcolandone bene il contenuto negli alimenti, non sapremmo poi valutarne il valore nutrizionale: 6-7 grammi di proteine sono poco? Quattordici grammi di grassi sono molto? Certi prodotti presentano a questo proposito alcune informazioni: si tratta di grafici che permettono subito una valutazione dei principi nutritivi rispetto ai Livelli di assunzione raccomandati di nutrienti. In altre parole, il grafico ci indica la percentuale di proteine, carboidrati ecc. fornita dal prodotto rispetto alle necessità quotidiane. Carla Cardano Laura Rossi