TUTTOSCIENZE 19 giugno 96


Virus occulti I Cd-rom non sono altro che floppy quindi attenzione agli imbrogli
Autore: REVIGLIO FEDERICO

ARGOMENTI: ELETTRONICA, COMUNICAZIONI, INFORMATICA
LUOGHI: ITALIA

COME si può ridurre il rischio di delusioni, o peggio, quando si compra un cd rom? Una ricetta del tutto sicura non esiste, ma qualche trucco si può imparare. Prima di tutto va sempre ricordato che il cd non è altro che un gigantesco (per capacità) floppy disc. Perciò, fa anzitutto ciò che fa un floppy: contiene dati e programmi che consentono di utilizzare dati. Questa banalità può diventare sinistra, se la si mette così: un cd e un floppy hanno la stessa possibilità di contenere un programma infettato da un virus, siccome tutti e due contengono programmi, e siccome esistono programmi infetti. A questo non si pensa quasi mai. Il floppy, poveretto, vede tutti sospettosi: così prima di usarlo in genere gli si fa dare un'occhiatina da un programma antivirus. Il cd rom inganna con la sua aria per bene: è lucido ed elegante, e soprattutto sembra invulnerabile perché noi non possiamo modificarne il contenuto. Ma se il contenuto era originariamente malandato (o peggio), e chi ha fabbricato il cd non se n'è accorto? Il rischio è reale soprattutto con gli ormai diffusissimi cd fatti di programmi e giochini presi con poco sforzo girando per le reti; nessuno si fida a usare senza precauzioni un programma che lui stesso ha catturato su Internet, ma tutti sembrano fidarsi se trovano lo stesso programma in un cd. Non c'è molta logica in ciò: e allora - primo trucco - non è male trattare i cd come i floppy, dandogli anzitutto una bella occhiata antivirus. Costa poca fatica, e può evitare grandi guai. Il fatto che un cd sia un grosso floppy vuole anche dire che può essere un floppy travestito (e qui si arriva molto vicino alla truffa). Si fa così: un editore senza troppi scrupoli si procura un po' di vecchi programmi Dos che non vuole più nessuno. Possono essere giochi (spesso) ma anche programmi di scrittura, di contabilità o di archivio. L'editore li mette su un cd che poi vende, in genere a poco prezzo. Chi compra il cd pensa che, vista la modernità del supporto, il contenuto sia altrettanto aggiornato; va a casa, e si ritrova con un giochino di dieci anni fa. Intendiamoci, non c'è niente di male in un bel vecchio programma Dos, che qualche volta funziona perfino meglio di certe diavolerie odierne: però bisogna sapere che le cose stanno così. Se no è come vendere la carrozzeria di una Punto con sotto il cofano il motore di una Balilla a tre marce. Se l'editore conserva un minimo di onestà, riporta sulla scatola la data di copyright dei programmi inseriti nel cd: un copyright «1988», per esempio, dice con sufficiente chiarezza che si avrà a che fare con roba d'epoca; se l'editore è soltanto furbacchione, un indizio sarà dato dal prezzo molto basso; se è furbacchione e ladro, per cui si fa anche pagare caro, poveretto chi compra. Federico Reviglio


Avviso ai naviganti
Autore: P_BIA

ARGOMENTI: ELETTRONICA, COMUNICAZIONI, EDITORIA, LIBRI
NOMI: GRIMES GALEN, PASTERIS VITTORIO, AITKEN PETER
ORGANIZZAZIONI: INTERNET, EDITORE APOGEO
LUOGHI: ITALIA

FORSE qualcuno ricorderà che, con una rubrica su «Tuttoscienze» di Silvio A. Merciai, «La Stampa» fu il primo giornale italiano a dedicare attenzione con regolarità al fenomeno Internet. Poco dopo facemmo da apripista andando sulla Rete, dove ora quasi tutti i grandi giornali sono in vetrina. Internet e multimedialità continuano a crescere. A partire da questa settimana dedicheremo ad essi più spazio: per informare sui nuovi computer, sui nuovi software, sui Cd-Rom, sulla telematica, su quell'universo parallelo che è la Rete. Intanto, segnaliamo qualche libro che può essere utile ai navigatori. L'editore Apogeo (Milano) ha appena varato una nuova collana di volumetti agili, pratici ed economici: come è scritto in copertina, veri e propri flash, sia perché i testi sono brevi ed essenziali, sia perché sono illuminanti. Di Galen Grimes consigliamo «Internet per Windows 95» e «Netscape», il primo per entrare nella Rete senza problemi, il secondo per non rimanervi impigliati. E dato che ormai è venuto il tempo di navigare non più seguendo il vento ma cercando mete sempre più precise, ecco, di Vittorio Pasteris, «Internet per chi studia», una guida per servirsi della rete nella preparazione di una tesi. «Word per Windows 95», di Peter Aitken (sempre ed. Apogeo), vi aiuterà poi a scriverla e stamparla.(p. bia.)


IL PROGETTO NETWORK COMPUTER Un pc da 500 dollari? Verso i «senza disco»
Autore: MEZZACAPPA LUIGI

ARGOMENTI: ELETTRONICA, TECNOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: APPLE COMPUTER, IBM, NETSCAPE COMMUNICATIONS, ORACLE, SUN MICROSYSTEMS
LUOGHI: ITALIA

SAN Francisco, 20 maggio: Apple Computer, Ibm, Netscape Communications, Oracle e Sun Microsystems annunciano ufficialmente il comune interesse nello sviluppo di «network computer» a basso costo e di facile uso. I rappresentanti delle cinque aziende hanno svelato alcuni particolari del documento che descrive il profilo dei nuovi dispositivi e costituirà la linea guida per la loro progettazione e realizzazione. Al documento hanno già aderito oltre 70 grandi società. Network computer: con questo ennesimo neologismo si fa riferimento a una categoria di computer «semplificati» - attualmente allo stadio embrionale - liberi dalle complicazioni di applicazioni e sistemi operativi specifici. Senza disco fisso, senza programmi e con tastiera opzionale, funzioneranno secondo logiche e meccanismi ridotti al minimo, concepiti sostanzialmente per accedere a Internet, dalla quale attingeranno le risorse - programmi compresi - solo quando servono. In teoria, il network computer non permetterà nessuna delle funzioni di un comune personal computer se non sarà connesso alla rete, ma dovrebbe costare molto meno, soprattutto per quanto riguarda il software. Il risultato di questo accordo porterà a una nuova famiglia di applicazioni tipo «terminale Internet», con funzioni di personal digital assistant e videotelefono destinato a diventare uno strumento di diffuso utilizzo negli uffici, nelle istituzioni, nella scuola e nelle case. La semplicità di uso e il prezzo di acquisto contenuto (atteso sotto i 500 dollari) dovrebbero fare del network computer un dispositivo molto appetito dalle famiglie, ma anche dalle aziende che vorranno dare a un livello essenziale i servizi Internet ai propri dipendenti. L'evoluzione tecnologica dei nostri anni ci ha ormai frastornati con ogni sorta di notizie su iniziative e accordi di cui è sempre più difficile cogliere il senso e la portata. Con ogni probabilità questo è uno dei casi, ma prima ancora di pontificare sulle probabilità di successo del network computer, vale la pena di notare alcuni aspetti curiosi. Il gruppo è davvero bene assortito: al fianco dell'estabilishment informatico (Ibm), ci sono società appena uscite dal rampantismo degli Anni 80 (Apple), la nuova aristocrazia (Sun e Oracle) e il nuovo outsider (Netscape). Tutti questi recitano una parte fondamentale nell'attuale scenario tecnologico e tutti hanno i titoli per restare protagonisti anche senza straordinari accordi strategici. Ma la lezione è ormai chiara per tutti: in un mondo che cambia così velocemente, non c'è più tempo per difendere confini destinati a cadere. Meglio cogliere tutte le opportunità prima ancora che un vero e proprio mercato sia nato. «Il prodotto descritto nel documento» - recita il comunicato stampa - «è flessibile, aperto e architetturalmente neutrale; è inteso per facilitare la nascita e la crescita di un nuovo mercato proteggendo gli investimenti degli utenti, dei fornitori di servizi e dei costruttori». Naturalmente, in mezzo agli entusiasti, c'è anche un fronte di scettici che vede in prima fila, neanche a dirlo, Microsoft, il cui portavoce sostiene che il network computer dovrà necessariamente rinunciare a qualcosa in termini di potenza elaborativa o di memoria di massa o di capacità grafiche e multimediali rispetto ai normali personal computer. L'obbiettivo dei 500 dollari potrà essere raggiunto, ma si tratta di capire se l'oggetto che ne verrà fuori avrà le carte in regola per diventare davvero lo strumento polifunzionale per le comunicazioni di massa, una specie di telefono per il terzo millennio. Entro la fine di quest'anno lo vedremo. Luigi Mezzacappa


UN CENTRO A ISPRA I grandi rischi sono il loro mestiere Schedati tutti i gravi incidenti industriali in Europa
Autore: QUAGLIA GIANFRANCO

ARGOMENTI: ECOLOGIA, INQUINAMENTO, INDUSTRIA
NOMI: AMENDOLA ANIELLO
ORGANIZZAZIONI: UE UNIONE EUROPEA, MAJOR ACCIDENT HAZARD BUREAU
LUOGHI: ESTERO, EUROPA, SVIZZERA, ISPRA

ESISTE un ufficio, unico in Europa, dove il rischio appartiene al lessico quotidiano, quasi fosse l'unica ragione di vita. Non si parla d'altro, dall'insorgere del fenomeno alla possibilità di arginarlo. C'è addirittura una banca dati, con una scala di valori di pericolosità e una classifica dei casi. Si chiama «Major Accident Hazard Bureau» (Ufficio per i rischi di incidenti gravi). Si trova in una palazzina del Centro comune di ricerca della commissione europea di Ispra, immerso nel verde sulla sponda sinistra del Lago Maggiore. Lo dirige Aniello Amendola, uno fra i maggiori esperti italiani della protezione grandi rischi, coadiuvato da una dozzina di ricercatori. Qui arrivano da tutti i Paesi membri dell'Unione le segnalazioni relative a incidenti accaduti nei complessi industriali: alcuni hanno avuto un riscontro anche fra l'opinione pubblica; altri sono completamente sconosciuti, eppure sono avvenuti e rientrano nella casistica della «pericolosità rilevante». L'organismo, che agisce in attuazione della direttiva «Seveso», ha il compito di fornire un supporto tecnico-scientifico alle attività della Commissione europea nel settore del controllo dei rischi. Un centro di documentazione informatizzato che nei prossimi mesi sarà accessibile anche dall'esterno come punto di riferimento e raffronto. L'origine della normativa comunitaria sul controllo dei rischi industriali rilevanti risale al 1982, quando fu approvata dal Consiglio dei ministri la direttiva «Seveso» a seguito del noto incidente. Gli Stati membri hanno l'obbligo di informare la Commissione degli incidenti rilevanti accaduti nel loro territorio. Così è nato il centro comunitario di documentazione, che raccoglie, ordina e valuta orientamenti, regolamenti e casi storici. Il centro ha promosso anche studi sulle esperienze tratte da azioni di emergenza, attuate per far fronte a incidenti connessi a sostanze chimiche. Inoltre ha messo a punto alcune regole di condotta che riguardano l'informazione al pubblico sul pericolo di incidenti rilevanti. Insomma, senza ricorrere al catastrofismo, l'«Ufficio grandi rischi» svolge un ruolo realistico e un'azione preventiva. La casistica registrata dall'82 a oggi comprende 280 «incidenti rilevanti» nelle industrie di tutta la Comunità. Il centro documentazione si avvale di punti di raccolta in alcuni Stati membri, come Francia, Germania e Gran Bretagna. Un collegamento costante avviene anche con l'Ufficio delle sostanze chimiche (a Ispra), che svolge funzioni analoghe e valuta il rischio e la pericolosità dei prodotti prima di essere immessi sul mercato. Con questa schedatura a maglia fitta il panorama degli incidenti rilevanti in Europa dovrebbe essere coperto. Non solo: le esperienze a confronto consentiranno di elaborare linee guida per sistemi di gestione di sicurezza e ha già prodotto il «codice di riferimento» comune sull'informazione da fornire al pubblico sulle industrie a rischio e nei casi di incidenti. La diffusione delle notizie all'opinione pubblica rappresenta uno deli aspetti fondamentali del «Bureau»: la strategia d'approccio è contenuta in una pubblicazione che raccomanda alle industrie la massima trasparenza, con particolare riguardo alle informazioni di carattere tecnico e pratico. Gianfranco Quaglia


INCESTI VERI E PRESUNTI I ricordi manipolati
Autore: GIACOBINI EZIO

ARGOMENTI: PSICOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: FALSE MEMORY SYNDROME FOUNDATION, NEW ENGLAND JOURNAL OF MEDICINE
LUOGHI: ITALIA

IL desiderio di aiutare adulti che sono stati vittime di abusi sessuali o psicologici durante il periodo dell'adolescenza ha portato alla ribalta della psicoterapia americana un nuovo problema legale. L'accettare come verità ricordi evocati con ipnosi o semi-ipnosi potrebbe causare danni seri a degli innocenti. Queste tecniche si basano sulla descrizione di immagini evocate dal ricordo di spiacevoli avvenimenti passati che sarebbero nascosti negli angoli più oscuri e profondi della nostra coscienza. In casi particolari questi ricordi si dimostrano abbastanza precisi quando vengano controllati con testimonianze di esperienze «indipendenti». Ma numerosi studi pongono seri dubbi sull'affidabilità di risultati ottenuti mediante metodi di psicoterapia oggi molto in voga in Usa. Basandosi esclusivamente su dati raccolti durante queste sedute si sono costruite accuse molto gravi di maltrattamenti o abusi sessuali da parte di famigliari durante il periodo dell'infanzia o dell'adolescenza che hanno dato il via a processi finiti talvolta in severe condanne per i genitori. Nel '92 è sorta negli Stati Uniti un'associazione chiamata «False memory syndrome Foundation» il cui programma è facilmente intuibile. Composta da un gruppo di psichiatri e di psicologi, il suo scopo principale è indagare su certi metodi di psicoterapia usati per l'evocazione di ricordi a distanza di decenni e proteggere i genitori accusati ingiustamente da figli già adulti. Un secondo fine è quello di promuovere una ricerca scientifica seria sul fenomeno dei «falsi ricordi» e sviluppare metodi che possano servire a separare il falso dal vero a proposito di presunti abusi sessuali di tipo incestuoso basati su ricordi creati artificialmente a distanza di decenni dagli avvenimenti reali. In un recente articolo nel New England Journal of Medicine uno specialista di Harward riassume la situazione sulla base di pubblicazioni degli ultimi dieci anni. F.H. Frankel dice di essere al corrente di numerosi casi di genitori accusati di incesto a cui venne perfino negato un colloquio con i figli accusatori alla presenza del terapeuta a meno di una ammissione di colpa precedente all'incontro. Tale richiesta getta un'ombra di dubbio sui metodi usati per arrivare a una conclusione di colpa basandosi esclusivamente su memorie evocate nello studio del terapeuta. Chiaramente l'argomento dovrebbe essere discusso alla luce delle nostre attuali conoscenze su quel processo che chiamiamo memoria, che include vari stadi quali la codificazione dell'informazione sotto forma di messaggi mnemonici (memogrammi) formatisi nel cervello. Essi possono essere non solo immagazzinati per lungo tempo (memoria a lungo termine) come nel caso di memorie evocate dall'infanzia ma anche rimossi a piacere dopo minuti (memoria a corto termine). Al contrario di quanto si può credere, l'evocazione dei ricordi non è un atto passivo simile alla riproduzione di un nastro sul video televisivo. Sia le esperienze che abbiamo accumulato posteriormente a un fatto, sia gli avvenimenti (ambiente psicologico) presenti al momento della codificazione, influiscono sulla ricostruzione dei ricordi. Le memorie di traumi fisici o psicologici possono esser annullate o notevolmente modificate e dissociate. Alcuni asseriscono che un trauma possa esser raccolto nello scompartimento della memoria cosiddetta somatica, per poi esprimersi sotto forma di sindrome da stress che può dar luogo a sintomi spiacevoli ogni qualvolta venga evocato quel particolare ricordo. Sia gli animali di laboratorio sia l'uomo nella vita reale possono essere condizionati da una situazione spiacevole, portandoli a esprimere sintomi di ansia non appena la situazione venga riportata alla memoria. Non esiste però alcuna prova che la semplice evocazione di un'immagine o il ricordo di una sensazione spiacevole di un contatto sessuale possano essere considerati prova diretta di un abuso sessuale sofferto anni prima. Questa nozione è però alla base delle accuse rivolte a parenti e congiunti dalla presunta vittima. Esiste anche la possibilità che reazioni e motivazioni psicologiche come vecchi rancori, rabbie e invidie possano essere alla base dell'interpretazione di un ricordo evocato a distanza di tempo. In un gruppo di 53 donne che denunciavano un presunto incesto, 33 riportavano un certo grado di amnesia riguardo a ricordi evocati in sedute di gruppo e 14 dichiaravano una assenza totale del ricordo dei fatti in causa. Per queste ultime il far parte di un gruppo di attiva discussione era stato determinante per giungere al ricordo del fatto. La possibilità di influenza suggestiva esercitata da parte del gruppo viene riconosciuta dagli autori come possibile per venire poi scartata nell'interpretazione finale. Altri studi gettano dubbi su una interpretazione troppo rigorosa dei fatti ricordati a distanza di molti anni. Uno studio su 129 donne nelle quali il fatto (abuso sessuale, stupro o incesto documentato da testimoni e dati clinici in seguito a ricovero ospedaliero) non era stato riportato dalle vittime, non poneva in evidenza alcun processo di repressione o dissociazione del ricordo. Un altro studio su 31 bambini con disturbi dissociativi del comportamento non poteva dimostrare un processo di memorie represse tali da poter rimanere sepolte negli strati profondi per un periodo di 20-30 anni per esser poi magicamente riportate alla superficie della coscienza grazie a interventi psicologici. Studi di laboratorio hanno ripetutamente dimostrato che se è vero che l'ipnosi può in certi casi facilitare l'attivazione di certe memorie in un modo anche accurato, è bensì vero che in un numero altrettanto ampio di casi esse hanno poco a che fare con i fatti realmente accaduti. Queste «verità parziali» possono venire facilmente incorporate in fatti realmente accaduti e strutturate dal soggetto come «false memorie». Attualmente pratiche come ipnosi e psicoterapia immaginativa devono essere considerate piuttosto come una licenza a immaginare che tecniche di evocazione. In tale gioco nè il terapeuta, nè il paziente sono in grado di separare la fantasia dalla realtà. Ezio Giacobini


L'ALCE EUROPEO Furbo, forte e poligamo Sopravvive nell'estremo Nord e in Siberia
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ETOLOGIA, ZOOLOGIA
NOMI: BREHM ALFRED
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: T. TAB. LE CARATTERISTICHE DELL'ALCE ============================================== - Lunghezza: corpo 200-280 cm, coda 17 cm - Altezza dalla spalla: 140-235 cm - Peso: fino a 800 Kg - Nome scientifico: Alces alces - Classificazione: Artiodattili Cervidi ==============================================

IL maestoso re delle foreste nordiche, l'alce, non è affatto «stupido e ottuso», come lo definiva nel secolo scorso il celebre naturalista Alfred Brehm. Le ricerche degli etologi hanno dimostrato che se c'è un dritto tra i cervidi, questo è proprio lui, il più grosso erbivoro vivente d'Europa, che raggiunge o supera i tre metri di lunghezza e gli otto quintali di peso. Quando è innamorato, il maschio non perde la bussola, come fanno i suoi cugini cervi. Si azzuffa con i rivali, ma lo fa più per mostrare la propria forza fisica che per accanirsi seriamente contro l'avversario. Le lotte tra rivali si riducono per lo più a innocue scaramucce. E sì che le armi per mettere fuori combattimento il rivale non gli mancano. Porta infatti sulla testa palchi di corna pesanti anche più di venti chili che fanno paura solo a vedersi. Però saggiamente il maschio non le usa per ammazzare i suoi simili. Gli servono invece come eloquente biglietto da visita per dire alla femmina: «Guarda come sono forte, bello e potente. Se mi sposi, avremo figli di prima qualità». C'è chi sostiene che l'alce sia un marito fedele, monogamo a oltranza. Vari studiosi hanno osservato invece che l'occasione non solo fa l'uomo ladro, ma fa anche l'alce poligamo. Infatti, dopo aver trascorso un certo lasso di tempo accanto a una compagna, il maschio non disdegna di passare a nuovi amori. Anche nei rapporti sociali, il nostro mostra la sua inclinazione all'indipendenza e alla libertà. E' vero che si formano piccoli branchi di maschi durante l'inverno. Ma sono branchi «aperti». Ciascuno è libero di entrarvi e di uscirne senza formalità. Per la femmina le cose vanno diversamente. Per lei la gravidanza è lunga e vincolante. Dura dagli otto ai nove mesi. Poi giunge il momento del parto. Tutta sola, la partoriente sa scegliersi il luogo adatto in cui mettere al mondo i piccoli (di solito due, raramente tre). I neonati, appena usciti dal corpo materno, stentano a mettersi in piedi. Poi, quando faticosamente ce la fanno, muovono i primi passi malfermi sulle lunghe zampette e la madre li sospinge con teneri affettuosi colpi di muso verso luoghi più solidi e asciutti. L'alce cammina sicuro sui terreni più accidentati e su quelli paludosi dove altri animali affondano e si trovano a mal partito. Può camminare disinvolto e spedito, grazie alla capacità di divaricare al massimo gli zoccoli, allargando così notevolmente la superficie di appoggio. Sa anche nuotare a meraviglia. S'immerge volentieri negli stagni o nei laghi, soprattutto d'estate. In questo modo, oltre a rinfrescarsi, raggiunge due scopi: si libera dalle zanzare e dagli altri insetti che lo tormentano in terraferma e può mangiarsi le piante acquatiche per cui ha un debole. La sua dieta normale invece è a base di ramoscelli, corteccia, aghi di conifere, foglie, gemme di piante di modesto valore economico, come il pioppo, la betulla, il salice, il nocciolo. Si sfata quindi la leggenda secondo cui l'alce sarebbe un distruttore di preziose foreste. Ed è proprio questa leggenda che ha provocato la decimazione delle popolazioni del grande cervide in vari Paesi d'Europa, come la Germania e la Polonia, dove solo di recente è stato reintrodotto. In compenso però nelle zone in cui l'alce è protetto, come in Scandinavia, la consistenza numerica della specie è notevolmente aumentata. Quel che fa gola ai cacciatori è la stupenda impalcatura delle corna, che può raggiungere negli esemplari più grandi i quattro metri d'apertura. Ma vi sono anche esemplari che, invece della caratteristica pala a molte punte, hanno una serie di pugnali aguzzi ramificati. Per molto tempo li si è considerati come individui mal riusciti, di serie B. Ma si è poi accertato che si tratta di una semplice variazione genetica. Certo, senza le loro enormi corna a pala o a pugnali multipli, gli alci maschi perdono gran parte del loro fascino. Il fatto è che le corna le sfoggiano solo per 3-4 mesi all'anno. Verso novembre o dicembre i palchi cadono e rispuntano soltanto verso aprile. Fino a giugno però sono ancora ricoperti da quella pelle ricca di vasi sanguigni che prende nome di «velluto». Poi, a cominciare dalla fine di giugno, il velluto si stacca a brandelli. Solo ad agosto la grandiosa acconciatura en tete è nel pieno del suo fulgore. I maschi si mettono in alta uniforme giusto in tempo per l'epoca degli amori che inizia ai primi di settembre. L'alce ha dimostrato di possedere un fiero spirito d'indipendenza quando l'uomo ha tentato di addomesticarlo per farne un animale da traino. Si sono viste allora scenette umoristiche come quella dell'alce attaccato a una slitta che, attraversando un villaggio, sente l'odore dei funghi di cui è ghiotto. E di punto in bianco piomba attraverso una porta aperta nella cucina di una casa, trascinandosi dietro la slitta e l'attonito guidatore. O come l'episodio dell'alce che, incurante delle sollecitazioni del conducente, si ferma ogni tanto nel bel mezzo della strada e si accovaccia comodamente per schiacciare un pisolino. Ma l'uomo è caparbio. Non rinuncia facilmente ai suoi progetti. Tanto più che nei graffiti preistorici sono raffigurati alci che trainano slitte primitive. E così, nella riserva siberiana di Petciora-Iljicevskij, i russi addomesticano gli alci addestrandoli a diventare bestie da tiro. Naturalmente gli animali vengono catturati a pochi giorni dalla nascita e allevati artificialmente. Si è constatato così che nelle prime settimane questi mammiferi bevono due litri di latte al giorno. Ma non ci sono problemi, perché una femmina nei mesi in cui allatta produce in media 150 litri di latte. Gradualmente si allenano i giovani a trainare le slitte, prima vuote, poi con un carico man mano crescente. A 3 anni un alce traina tranquillamente un carico di due quintali e mezzo. E, a differenza del cavallo, non si spaventa, nè tanto meno s'imbizzarrisce a contatto con il traffico cittadino. Da quel filosofo che è, rimane assolutamente imperturbabile anche se intorno a lui la gente vocifera e rombano i motori delle auto. Isabella Lattes Coifmann


PALEONTOLOGIA Elefanti e ippopotami sulle coste della Sicilia
Autore: PRESTINENZA LUIGI

ARGOMENTI: PALEONTOLOGIA
NOMI: BASILE BEATRICE, CHILARDI SALVATORE
LUOGHI: ITALIA

ELEFANTI nei prati, ippopotami che sguazzano nelle paludi, lontre e grandi uccelli in riva a stagni lungo la costa siciliana: questo il panorama che è venuto fuori dagli scavi di contrada Fusco, alle porte di Siracusa, su un terreno a balze rocciose già esplorato dal grande Paolo Orsi, che vi trovò la più antica necropoli siracusana (VIII-VI secolo avanti Cristo). Proprio per non toccare la necropoli, dovendo aprire un nuovo tracciato ferroviario che affrancherà finalmente Siracusa dal cappio della via ferrata, si decise di deviarlo e di spianare una zona più in basso, vicino al promontorio di Tor di Conte. Ed ecco affiorare prima un immenso sepolcreto di età ellenistica, con ricchi corredi funebri databili tra il IV e il II secolo avanti Cristo, e più in basso (qui agli archeologi subentrarono i paleontologi) un vasto deposito pleistocenico che, con i suoi frammenti ossei fossilizzati, ha spalancato una finestra sulla Sicilia di 146 mila anni fa, attraverso la catalogazione di qualcosa come 5000 reperti: un lavoro di Sisifo, 5 anni per la necropoli e 5 per lo scavo dei fossili, molto più antichi. Ma il risultato finale è stato di prim'ordine, anche grazie all'Ente Ferrovie, che ha non solo acconsentito a dilazionare i propri lavori ma ha anche finanziato l'intera ricerca. I risultati ottenuti si possono giudicare dalla mostra organizzata a Siracusa nel vecchio convento di Montevergine, nella zona più antica della città, sull'isoletta di Ortigia. E' una mostra di grande efficacia didattica perché, accanto alle «ossa dei giganti», come i dotti del Settecento (per esempio il Mongitore) chiamavano ancora i crani dell'Elephas mnaidriensis invocandoli come prova dell'effettiva esistenza di esseri ciclopici, sono illustrati i metodi di scavo, recupero e studio, consegnati a un film didattico e più ancora alla ricostruzione dell'ambiente di lavoro, degli strumenti e delle tecniche con cui le ossa sono state trattate e rimesse insieme. Un impegno delicatissimo, forse più dello scavo. I ritrovamenti di contrada Fusco, dove lo scavo è stato diretto da Beatrice Basile, che ha curato la mostra con il paleontologo Salvatore Chilardi, hanno dato un responso inatteso. Si credeva, in seguito ai reperti di Spinagallo (Priolo di Siracusa) e Acquedolci (Messina), che la Sicilia fosse popolata da elefanti di taglia progressivamente ridotta dall'insularità e dagli accoppiamenti consanguinei, fino alle modeste dimensioni dell'Elephas falconeri, più piccolo di un vitello. Ora il Falconeri è del tutto assente in contrada Fusco, che rappresenta un orizzonte temporale più recente degli altri due, ed è rappresentato invece abbastanza largamente lo Mnaidriensis, più grande, il che fa pensare a una seconda migrazione attraverso le acque basse dello Stretto di Messina, com'era allora. Alla fine, nella zona si impose comunque l'Hippopotamus pentlandi, di taglia media, per il progressivo evolversi del clima e l'impaludamento della costa. Altri elefanti sono arrivati in Sicilia, questi per la mostra «Il mondo dei mammut» alla Fiera di Messina. Benché la mostra si sia ormai conclusa, vale la pena di accennare ad alcune informazioni e spunti che essa ha offerto. I mammut, di età assai più recente, nell'isola non vissero mai; furono un adattamento dei grandi proboscidati come l'Elephas antiquus, di ambiente caldo-temperato, al clima artico della Siberia e dell'Europa del Nord durante le glaciazioni. Furono cacciati dall'uomo primitivo e si estinsero non più di diecimila anni fa nelle foreste e nella taigà siberiana. Qui ne sono stati trovati a centinaia i resti, talvolta ottimamente conservati, come quelli di un cucciolo che perse il contatto con il branco e riaffiorò nel 1977 a Magadan, praticamente intatto. Era fra le attrazioni della mostra messinese, insieme con gli scheletri del mammut del fiume Yuribey, del rinoceronte lanoso, dell'orso speleo, del bisonte europeo e del megacero, il cervo dalle grandi corna, pesanti fino a 40 chili. La rassegna di questi animali preistorici, provenienti dal Museo paleontologico di Mosca, era completata da reperti di provenienza siciliana e calabrese: fra questi i resti di una balena trovata sull'Aspromonte a 700 metri di quota e, sparsi fra le ossa, i denti degli squali che, tre milioni di anni fa, l'avevano assalita. Luigi Prestinenza


IN BREVE Bosco tecnologico di Piero Gilardi
ARGOMENTI: TECNOLOGIA, BOTANICA
NOMI: GILARDI PIERO
LUOGHI: ITALIA

E' in allestimento alla Cité des Sciences et de l'Industrie di Parigi una mostra di biotecnologie vegetali. Per questo evento l'artista Piero Gilardi ha creato una installazione interattiva dal titolo «Le Bois. Totipotence», un'opera che avverte la presenza del pubblico grazie a un sensore infrarosso, avviando una serie di effetti speciali come illuminazione, suoni (il canto di un cuculo) e vento.


IN BREVE I 9 premiati Philip Morris
ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA, PREMIO, VINCITORE
NOMI: ALLEGRINI IVO, GIUSTO ROBERTO, LEONA ALESSANDRO, FEDELE UBALDO, BERETTA ALESSANDRA, MAGNI LALO, PAZZAGLIA GIANLUCA, ZOTTERI GIULIO
ORGANIZZAZIONI: PREMIO PHILIP MORRIS
LUOGHI: ITALIA

Ivo Allegrini, Roberto Giusto, Alessandro Leona, Annachiara Pagano, Ubaldo Fedele, Alessandra Beretta, Lalo Magni, Gianluca Pazzaglia e Giulio Zotteri sono i nove vincitori dell'ultima edizione del Premio Philip Morris per la ricerca scientifica e tecnologica. La dotazione del premio è di 100 milioni.


IN BREVE Un miliardario animalista
ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ECOLOGIA, FINANZIAMENTO, PROGETTO
NOMI: WAMSLEY JOHN
LUOGHI: ESTERO, OCEANIA, AUSTRALIA

John Wamsley, un miliardario australiano di 57 anni, ha deciso di acquistare enormi distese di terreno in Australia per crearvi «santuari» per gli animali in via di estinzione. Pur essendo matematico di professione e autore di 25 lavori di ricerca, l'autentica vocazione di Wamsley è infatti la difesa degli animali: a tutt'oggi, possiede nel Sud del Paese 2774 ettari di terreno adibiti a santuari degli animali, e mira a costruirne in futuro circa un centinaio, di mille chilometri quadrati di superficie l'uno.


METEOROLOGIA Le nubi raccontano Impariamo a chiamarle per nome
Autore: FANCHIOTTI SERGIO

ARGOMENTI: METEOROLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: Atlante Internazionale delle Nubi

QUANTE volte con lo sguardo al cielo ci siamo meravigliati nell'osservare le innumerevoli forme che possono assumere le nubi? Bene: dopo lunghe meditazioni e non meno lunghe dispute, i meteorologi hanno classificato le nubi in dieci «generi» corrispondenti alle forme principali. L'osservazione di strutture che si ripetevano ha condotto a suddividere questi generi in 14 specie con nove varietà, nonché a precisare, se necessario, altri nove particolari elementi caratteristici. Immaginando la troposfera (la parte inferiore dell'atmosfera, sino a circa 11 chilometri di altitudine) suddivisa orizzontalmente in tre regioni - superiore, media e inferiore - si è constatato che ciascuno dei dieci generi aveva origine in una data regione; quindi le nubi sono state raggruppate in tre famiglie i cui membri presentavano come radice comune il luogo di nascita. Questo criterio ha comportato la ripartizione dei dieci generi in nubi alte, medie e basse. Questa suddivisione è fondamentale per l'identificazione delle nubi, problema alquanto complesso per gli addetti alle stazioni meteorologiche, che devono indicarne quantità e genere, con tutte le specificazioni possibili, elementi dai quali i meteorologi possono ricavare utili dati prognostici. La classificazione delle nubi è esposta in una pubblicazione, l'Atlante Internazionale delle Nubi, che ne contiene una descrizione particolareggiata, arricchita da numerose fotografie a colori, oltre a tre tabelle, una per famiglia, per l'identificazione mediante un pratico metodo selettivo. Per le relative telecomunicazioni si usa un codice di ventisette voci, nove per famiglia. Iniziamo le presentazioni con una curiosità: per convenzione internazionale i nomi delle nubi, e i termini relativi, sono espressi in latino e ne viene usata solamente la forma al singolare: ma spesso, nei nostri testi, viene preferito l'italiano, forse a causa di tristi esperienze scolastiche. Con buona pace del professore di latino, è quindi lecito affermare che «il cielo era quasi coperto da numerosi Cumulus humilis, quindi il tempo si sarebbe mantenuto al bello...». Procedendo dall'alto in basso: vi sono tre generi di nubi alte, bianche, dall'aspetto fibroso e lucentezza serica, i Cirrus con i fratelli Cirrocumulus e Cirrostratus. Seguono tre generi di nubi medie, l'Altocumulus, l'Altostratus e lo spesso, piovoso Nimbostratus, che sovente si spinge nella regione superiore e invade, greve, scuro e minaccioso, gli strati più bassi dell'atmosfera. Infine nella regione inferiore si trovano quattro generi di nubi basse: Stratus, Stratocumulus, Cumulus e Cumulonimbus. Tra le varie specie dei Cumulus ve n'è uno buono (humilis, già nominato) e uno cattivo, il Cumulus congestus che, guastandosi nel crescere, evolverà quasi sempre in un temporalesco Cumulonimbus, la pecora nera della famiglia. Il meteorologo che riceve le informazioni, è interessato al carattere delle nubi, che dipende dalle modalità della loro crescita: questa può dar luogo a formazioni stratiformi, con grande estensione orizzontale (Stratus), oppure comuliformi, a forte sviluppo verticale (Cumulus). Tra le nubi basse ve ne sone un paio che si distinguono per la loro smodata ambizione a salire sino a invadere le regioni più alte. Queste nubi, al cui interno spirano forti correnti ascendenti, sono anche indicate come «nubi a sviluppo verticale». Sono il Cumulus congestus e il Cumulonimbus. Dunque, una nube può essere bassa, media o alta a seconda di dove nasce; stratiforme o comuliforme, a seconda di come cresce. Senza dimenticare che quanto nel suo nome c'è il termine «nimbus» o sta piovendo o pioverà. Sergio Fanchiotti


LEGGE IN ARRIVO
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, ROMA
NOTE: Corallo

UN progetto di legge presentato alla Camera prevede una mappa delle risorse di corallo rosso, la rotazione dello «sforzo di pesca» per facilitare la ricostituzione dei banchi, la fissazione di stagioni di pesca, di taglie minime e di limiti quantitativi. I pescatori dovranno avere un'apposita licenza. Banditi gli «ingegni», la pesca potrà essere praticata unicamente «con l'uso di piccozza da parte di pescatori muniti, se del caso, di apparecchi individuali per la respirazione subacquea». Solo per lo sfruttamento di banchi di corallo morto potrà essere ammesso l'uso di attrezzi diversi. La pesca potrà essere vietata in certe zone per favorire il ripopolamento e se ciò dovesse danneggiare pescatori e artigiani le Regioni dovranno mettere a punto apposite misure di sostegno.


L'Europa al bagno Italia quarta nella hit parade delle spiagge
Autore: GRANDE CARLO

ARGOMENTI: ECOLOGIA, MARE, AMBIENTE, SONDAGGIO, STATISTICHE, INQUINAMENTO, CLASSIFICA
ORGANIZZAZIONI: FEEE FEDERAZIONE PER L'EDUCAZIONE AMBIENTALE IN EUROPA
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, ROMA
TABELLE: G. LA QUALITA' DEI MARI in Italia, Francia, Spagna, Grecia

TUFFI sicuri, in tutta Europa. E' possibile, basta consultare la recentissima «mappa» stilata dalla Feee (Federazione per l'educazione ambientale in Europa) e da Legambiente sulla «Qualità dell'acqua balneabile», dopo aver tenuto sotto controllo oltre 18 mila spiagge, dal Mediteraneo al Mar Baltico, incluse - per la prima volta - anche Svezia e Finlandia. I risultati non sono del tutto rassicuranti: ben tremila spiagge europee non sono balneabili o non sono sottoposte a sufficienti controlli. Particolarmente grave la stato delle acque interne, visto che il 30 per cento non risponde ai requisiti minimi richiesti dalla direttiva 76/160 emanata dalla Cee nel 1975. Gli Stati membri avevano assicurato che entro il 1986 si sarebbero adeguati, ma oggi, oltre dieci anni dopo quella promessa, nessuno l'ha ancora completamente applicata. La normativa obbedisce a criteri più severi di quelli italiani: non considera solo, ad esempio, il ph (grado di acidità), la trasparenza, la presenza di coliformi e batteri nell'acqua, ma anche le attrezzature turistiche e ambientali, i sistemi fognari e di depurazione. In questo modo è per le nostre spiagge più difficile ottenere una «bandiera blu» europea, che stando a un calcolo effettuato in Puglia vale 200 miliardi di fatturato turistico. Molte località marine potranno consolarsi con le «bandiere verdi» (qualità «accettabile» dell'acqua), ma altri si vedono marchiare da bandiere rosse («qualità insufficiente»), gialle («monitoraggio insufficiente») o addirittura nere («divieto di balneazione»). Gli ottimisti diranno che siamo pur sempre al quarto posto in Europa: 329 «bandiere blu» per la Spagna, 311 per la Grecia, 271 per la Francia, 219 per noi. Più distanziato il Portogallo, con 114. I pessimisti diranno che siamo il fanalino di coda del Mediterraneo. Se molte località vengono promosse per la prima volta (tra le altre Bibione, Cervo, San Bartolomeo al Mare, Laigueglia, Pietra e Celle ligure, Camogli, Castiglioncello, Anacapri, Marsala, il Golfo degli Aranci), altre perdono la «bandiera blu» guadagnata negli anni precedenti: ad esempio Noli, Bergeggi, Albisola Marina, Portofino e Portovenere, Ostuni, Vieste, Jesolo e Cesenatico. Come stupirsi? I questionari europei compilati dai Comuni italiani dicono che il 50 per cento di essi non pone limiti alla circolazione delle auto. Per l'Europa, inoltre, non vale la deroga «all'italiana» che lo Stato, dal 1985 in poi, concede per variare i parametri sulla colorazione e l'ossigeno disciolto nell'acqua. Dell'«escamotage» si avvantaggiano la Sardegna (con acque per la verità fin troppo «tropicali» per gli standard europei) e l'Alto Adriatico, dove gli scarichi urbani, dell'agricoltura e dell'allevamento continuano a rendere più torbide ed eutrofizzate le acque. Se i dati rivelano che l'inquinamento in Italia non diminuisce, spiega il ministero per l'Ambiente, forse è perché le coste vengono monitorate sempre meglio (130 chilometri in più nell'ultimo check-up, rispetto agli anni scorsi) e quindi è più facile riscontrare inadempienze. Due terzi dei chilometri osservati, dice il ministero, sono pur sempre puliti. Per l'estate, inoltre, il neoministro Edo Ronchi lancia una campagna «mare pulito»: Guardia di Finanza, carabinieri e capitanerie di porto sono pronti ad effettuare 10 mila controlli sulle coste. I nodi vengono al pettine, ribattono invece gli ambientalisti, per la scarsa efficienza dei depuratori e la deregulation: basti pensare al decreto legge che da qualche anno ha «devitalizzato» la legge Merli, quella sugli scarichi nei fiumi. Per chi violava la legge prima c'era una sanzione penale, oggi solo una multa. Chi vuole piantare la tenda o tuffarsi nei pressi delle foci dei fiumi o di scarichi dei canali, dunque, farà bene a tenere gli occhi aperti. E magari consultare il rapporto Cee, che si può avere rivolgendosi al ministero della Sanità (tel. 06-59.94.42.01 o alla Commissione europea in Italia, tel. 06-699.11.60). Carlo Grande


CORALLO Guerra nel Mediterraneo per i gioielli del mare. Ambientalisti contro pescatori
AUTORE: RAVIZZA VITTORIO
ARGOMENTI: ECOLOGIA, MARE, AMBIENTE
NOMI: MURRU ANTONIO, COSTA GIOVANNI BATTISTA, DI NATALE ANTONIO, CICOGNA FABIO, CATTANEO VIETTI RICCARDO, LIVERINO BASILIO, RIPA CLAUDIO, ASCIONE MAURO
ORGANIZZAZIONI: FAO, ACQUARIO DI GENOVA, ASSOCORALLO
LUOGHI: ITALIA

ALL'INIZIO degli Anni 80 si pescavano 70 tonnellate di corallo l'anno, all'inizio degli Anni 90 si era a quota 30 tonnellate e oggi siamo intorno alle 25; cifre raccolte dalla Fao, forse non proprio esatte, ma una cosa la dicono chiara: di corallo rosso del Mediterraneo ce n'è sempre meno e sempre più profondo. Antonio Murru, di Alghero, sommozzatore- corallaro da 35 anni, confessa di scendere fino a 120-140 metri sfidando l'embolia per pochi rametti color fuoco. Dall'altra parte, a Torre del Greco, capitale italiana del Corallium rubrum, intorno a questa preziosa materia strappata al mare lavorano 5- 6 mila persone, forse 8000 calcolando il «sommerso». Un caso, uno dei tanti che segnano la nostra epoca, di clamorosa divaricazione tra economia e conservazione, tra esigenze produttive e sociali e limitatezza di una risorsa naturale. E' possibile conciliarle? «Il corallo rosso del Mediterraneo non è una specie in pericolo di estinzione, - dicono concordemente Giovanni Battista Costa e Antonio Di Natale, rispettivamente direttore e responsabile scientifico dell'Acquario di Genova, aprendo un incontro corallari-artigiani-biologi - si tratta di gestire correttamente questa risorsa, di trovare le regole per uno sfruttamento compatibile». Bisognerebbe, tanto per cominciare a ragionare su argomenti solidi, fare una mappa dei banchi, compresi quelli già sfruttati, stabilire dove le colonie sono ancora integre e vitali e dove invece lo sfruttamento le ha ormai messe alle corde. «Ma il costo sarebbe enorme» obietta Fabio Cicogna, coordinatore del gruppo di lavoro sul corallo rosso della Fao. «Un sistema ci sarebbe, - lancia Riccardo Cattaneo Vietti, dell'istituto di zoologia dell'Università di Genova - chiudere in una stanza quelle poche decine di corallari che tutti conosciamo e indurli a rivelare i luoghi dove pescano. Ma questa è utopia perché un banco è un patrimonio e chi lo scopre se lo tiene. Inoltre la mappa andrebbe fatta per tutto il Mediterraneo perché il corallo rosso è una risorsa comune dei Paesi che vi si affacciano; ma questo vorrebbe dire mettere d'accordo Marocco, Algeria, Tunisia, Spagna e così via» . Per intanto l'Unione Europea ha messo fuori legge le coralline, le barche che un tempo pescavano il corallo per mezzo di un attrezzo chiamato ingegno, una pesante trave singola, o due travi incrociate, o qualcosa di ugualmente pesante, cui erano attaccati dei pezzi di rete; trascinato sul fondo del mare l'ingegno spezzava i rametti di corallo che restavano impigliati nella rete. Ma una buona parte dei rami andava perduta; inoltre l'ingegno sconvolgeva il fondale. Per questo oggi la pesca è riservata ai sub. Cattaneo, uno dei maggiori studiosi italiani della materia, è ottimista sulla capacità di tenuta del Corallium rubrum. «Fino a dieci anni fa non si è fatto quasi nulla per studiarne la biologia. Solo di recente sono sorti gruppi di lavoro a Genova, Napoli e Pisa. Sappiamo che la specie del Mediterraneo non è minacciata perché esite una disponibilità di larve continua e perché si riproduce con relativa rapidità: il diametro dei rami cresce in media di un millimetro l'anno, l'altezza di un centimetro. Da alcuni anni proviamo a manipolare il corallo, per esempio per ripopolare i banchi spogliati, sperimentiamo la riproduzione in cattività, per esempio proprio all'Acquario di Genova. Sembra che alcune popolazioni più profonde crescano più rapidamente, stiamo studiando il processo di formazione del corallo per scoprire se sia possibile accelerare il processo di calcificazione e quindi di crescita. Insomma, oggi possiamo ragionare in termini scientifici. Ed è possibile pensare a una legge che concilii le esigenze della produzione e quelle della conservazione». «Coltivare» il corallo? «Costi enormi e risultati deludenti; io ci ho provato» trancia netto Basilio Liverino. Il cavalier Liverino, ottant'anni, appartiene a una famiglia di Torre del Greco che lavora il corallo rosso da un secolo e mezzo, possiede un importante laboratorio ed ha creato un museo del corallo di importanza mondiale; normale quindi che si preoccupi soprattutto degli aspetti economici. Forse con eccessivo semplicismo. «Di corallo ce n'è tanto; soprattutto in profondità, dove i sub non arrivano. Proteggiamo pure il corallo meno profondo, diciamo fino a 60 metri, ma più in giù torniamo a usare le coralline e gli ingegni. Ci sono centinaia di chilometri di coste dove il corallo è abbondante, per esempio quelle algerine; ci bastano pochi chilometri di costa per lavorare alcuni anni, appena un cestino di corallo grezzo...». «Il cestino di Liverino pesa alcune tonnellate» precisa ironico Cicogna. In realtà anche tra chi vive di corallo ci sono posizioni più sfumate: Mauro Ascione, per esempio, presidente dell'Assocorallo, conviene sulla necessità di una regolamentazione perché, come dice Claudio Ripa, corallaro di Napoli da una vita, «se in passato avessimo pescato di meno oggi potremmo pescare di più». Vittorio Ravizza


CHE COS'E' Il prezioso scheletro di un polipo
Autore: V_R

ARGOMENTI: ECOLOGIA, MARE, AMBIENTE, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: Corallo

IL corallo rosso mediterraneo è costituito dallo scheletro arborescente, composto di carbonato di calcio, secreto da colonie di animaletti, i polipi, del tipo Cnidari. Il colore rosso più o meno intenso (ma ne esiste anche di bianco o rosa pallido) è dato dall'ossido di ferro. Habitat ideale: fondo marino duro, temperatura tra i 13 e i 16 gradi centigradi, acqua pulita e limpida. L'intorbidamento delle acque, infatti, è sospettato di essere, insieme con la pesca eccessiva, una delle cause della diminuzione del Corallium rubrum. Tutte le coste rocciose del Mediterraneo sono un ambiente adatto allo sviluppo del corallo, i cui rametti possono raggiungere e talvolta superare i venti centimetri di lunghezza. Le zone più conosciute si trovano in Algeria, Spagna (in particolare alle Baleari), Tunisia, Marocco, Francia e Italia, in particolare in Sardegna e Sicilia. Uno dei più grandi banchi mai trovati è situato nel mare davanti a Sciacca. Una colonia ancora vitale nonostante l'intensa raccolta si trova sui fondali del promontorio di Portofino e qualche rametto vive ancora addirittura sui battutissimi fondali tra Porto Maurizio e Sanremo. La lavorazione ha visto primeggiare Barcellona nel '300 e nel '400, Lisbona nel '500, Marsiglia nel '700. Trapani si impose fra '400 e '700 contemporaneamente a Livorno. Ma sopra tutte le località italiane primeggiò Genova a partire dal XII secolo, rifornita dai suoi corallari che si avventuravano sulle coste della Corsica, della Sardegna, della Tunisia e dell'Algeria. La più grande «fabbrica» di corallo di tutti i tempi ebbe sede appunto a Genova, la «Raffaele Costa e C.», nata nel 1838; impiegava fino a 1100 lavoranti ed esportava in tutto il mondo. I libri contabili riportano una spedizione di «barilotti» (una forma di corallo lavorato) ad Amburgo per un valore eccezionale: circa 90 miliardi di lire dei nostri giorni. (v. r.)


UN PROGETTO Sonde a vela in viaggio tra i pianeti
Autore: GENTA GIANCARLO, MACCONE CLAUDIO

ARGOMENTI: TECNOLOGIA, AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
LUOGHI: ITALIA

LA tecnologia spaziale è alla ricerca di nuove forme di propulsione che costino meno di quelle attuali e, nello stesso tempo, permettano alle sonde di giungere fino alle zone più lontane del sistema solare in una decina di anni. Uno dei modi più suggestivi di dare una risposta a queste nuove esigenze è la «vela solare». Una vela solare è sostanzialmente una superficie riflettente che raccoglie la pressione esercitata dalla luce del Sole, in modo non molto diverso da quanto accade per le vele delle imbarcazioni con la forza del vento. Un progetto in fase di elaborazione da parte di alcuni scienziati e tecnologi italiani è la vela denominata «Aurora». Questa ha aspetti molto innovativi, sia dal punto di vista costruttivo, in quanto è una struttura particolarmente leggera per sfruttare al meglio la debolissima pressione della luce solare, sia dal punto di vista della progettazione della traiettoria. Infatti, come in mare è possibile navigare a vela anche contro vento, così nello spazio si può, sfruttando i campi gravitazionali e la pressione della luce, ottenere traiettorie che portino verso qualsiasi obiettivo nel sistema solare e oltre. Gli obiettivi di Aurora sono anzitutto una missione dimostrativa per mettere a punto la tecnologia e poi una sonda automatica verso lo spazio interstellare a velocità molto più alte di quelle delle sonde Pioneer 10 e 11 e Voyager 1 e 2, che sono gli unici oggetti costruiti dall'uomo ad essere già usciti dal sistema solare. Di questo si parlerà al Politecnico di Torino dal 25 al 27 giugno in occasione del primo simposio dell'Accademia internazionale di astronautica dedicato a missioni spaziali di tipo avanzato che abbiano realistiche possibilità di realizzazione in tempi brevi. L'incontro si svolgerà nella sala del consiglio di facoltà, l'ingresso sarà libero a tutte le persone interessate, e la lingua comune sarà l'inglese. Nel mattino di mercoledì 26 giugno interverranno anche quattro rappresentanti del Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, in California, presso il quale la Nasa ha sempre progettato e realizzato le sonde spaziali destinate all'esplorazione del sistema solare. Il primo di questi sarà l'attuale direttore di volo delle sonde «Voyager» P.R. Rudd, che spiegherà i problemi che il Jpl sta affrontando per mettere in grado i «Voyager» di rivelare dove si trova l'eliopausa. Questa è la zona all'esterno del sistema planetario dove il vento solare (flusso di protoni emesso dal Sole in modo piuttosto irregolare) viene a scontrarsi con il vento interstellare (plasma costituito da particelle e campi elettromagnetici) ed è dunque la zona di frontiera dove ha termine il predominio fisico del Sole e ha inizio lo spazio interstellare vero e proprio. Ma le distanze dal Sole a cui è situata l'eliopausa variano moltissimo a seconda della direzione in cui ci si allontana dal Sole. Infatti, il Sole si muove intorno al centro della Galassia su di un'orbita circolare, impiegando all'incirca duecento milioni di anni per compiere un giro, e questo fa sì che la zona di spazio dove il Sole predomina (eliosfera) abbia la forma di una bolla molto allungata, e tanto più compressa nella direzione di avanzamento del Sole quanto più è lunga nella direzione opposta. Ora, il caso ha voluto che i vari sorvoli dei pianeti esterni compiuti dai due «Voyager» abbiano richiesto direzioni di uscita dal sistema solare entrambe rivolte verso zone della testa dell'eliopausa, dove essa è meno lontana dal Sole. Questo fatto aumenta le nostre speranze di una possibile rivelazione dell'eliopausa da parte dei «Voyager» prima dell'anno 2015, quando si stima che i loro generatori nucleari di bordo siano talmente scarichi da non consentire più le loro comunicazioni radio con la Terra. Un altro gruppo del Jpl presenterà una ricerca riguardante la Kuiper Belt, ossia la fascia più esterna del sistema solare, compresa fra 40 e 100 volte la distanza della Terra dal Sole. L'idea alla base di questa ricerca è quella di verificare se l'influenza gravitazionale di eventuali pianeti in essa esistenti, ma non ancora scoperti otticamente, non si sia già fatta sentire deviando, anche se di poco, la traiettoria del «Pioneer 10». Giancarlo Genta Claudio Maccone


IN BREVE Giornata europea anti-leucemia
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, ASSOCIAZIONI
ORGANIZZAZIONI: ASSOCIAZIONE ITALIANA CONTRO LE LEUCEMIA
LUOGHI: ITALIA

L'Associazione italiana contro le leucemie celebrerà il 21 giugno la prima «Giornata europea contro le leucemie e i linfomi» nell'intento di promuovere la ricerca e la sensibilità sociale nei confronti di queste malattie. In media si ha un caso di leucemia e di linfoma ogni 50 mila abitanti per anno. I centri per la cura sono in Italia una settantina e quasi tutti si reggono grazie ad associazioni di volontariato.Per informazioni: tel. 06-440.3763; conto corrente postale n. 467.16.007.


IN BREVE Spazio italiano sessanta miliardi
ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, FINANZIAMENTO
NOMI: BERLINGUER LUIGI, AGENZIA SPAZIALE ITALIANA
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, ROMA

Su istanza del ministro Luigi Berlinguer, è stato reiterato un decreto legge che assegna all'Agenzia spaziale italiana 60 miliardi per il '95. Serviranno all'avvio di un programma di telerilevamento da satellite.


PROGETTO EUROPEO HANDYNET Disabili, il catalogo è questo Ecco tutte le tecnologie per limitare gli handicap
Autore: VICO ANDREA

ARGOMENTI: TECNOLOGIA, INFORMATICA, COMUNICAZIONI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: Progetto Handynet

CONTRO i disabili non ci sono solo le barriere architettoniche. Anche la mancanza di informazioni impedisce loro di avere una vita migliore. Spesso basta poco, un computer che controlla tutti gli elettrodomestici di casa oppure poche semplici modifiche ai comandi dell'auto per dare a un handicappato la gioia e l'orgoglio di un'autonomia quasi totale. Per facilitare l'accesso alle informazioni sugli ausilii tecnologici è ora disponibile «Handynet», il primo catalogo europeo informatizzato delle attrezzature per i disabili. Realizzato nell'ambito del progetto comunitario Helios, «Handynet» è una banca dati su cd-rom che contiene notizie aggiornate e precise su tutto ciò che la tecnologia può offrire a chi ogni giorno deve lottare con il suo handicap. Protesi d'ogni genere, carrozzine speciali, piccoli bracci robotici, computer a controllo vocale o ottico, attrezzature per la casa o per il posto di lavoro, software specializzato... Se l'automazione e i progressi dell'informatica permettono a tutti noi di avere una vita più comoda, ogni ricercatore che opera in questo settore dovrebbe sentirsi moralmente obbligato a sviluppare i nuovi prodotti non solo per la gente «normale», ma soprattutto per chi ha difficoltà fisiche o psichiche. Dopo tre anni di lavoro, su «Handynet» sono state raccolte oltre 30 mila informazioni sui dati tecnici, funzionali e commerciali degli ausilii attualmente disponibili (descritti nei dettagli attraverso 4200 immagini), informazioni su produttori e venditori, dati su istituzioni e organizzazioni che operano in favore dei disabili (più di 11 mila voci) e notizie sulle norme e sulle procedure che permettono di usufruire degli ausilii tecnologici. Il cd-rom è disponibile nelle 11 lingue ufficiali dell'Unione europea ed è stato studiato per essere utilizzato anche da persone con difficoltà di vista o di udito. «Handynet» sarà costantemente aggiornato e ogni 4 mesi uscirà una nuova versione del dischetto con tutte le nuove opportunità. Verrà distribuito gratuitamente agli oltre 2 mila centri che in Europa si occupano di disabilità, ma è anche possibile acquistarlo. Per altre informazioni ci si può rivolgere a Handycom: 5, rue Jacob Mayer, 67.200 Strasbourg, France. Numero telefonico: 033-88.77.73.79; fax 033- 88.77.73.75. Andrea Vico




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