TUTTOSCIENZE 12 aprile 95


L'ISTITUTO DI CANDIOLO Cancro, un altro passo Torino mette insieme ricerca e cura
AUTORE: GAVOSTO FELICE
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, RICERCA SCIENTIFICA
ORGANIZZAZIONI: IRCC, FONDAZIONE PIEMONTESE PER LA RICERCA SUL CANCRO, SPECCHIO DEI TEMPI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: RICERCA SCIENTIFICA E NUOVE TERAPIE CONTRO IL CANCRO TEMA: RICERCA SCIENTIFICA E NUOVE TERAPIE CONTRO IL CANCRO

LA creazione a Candiolo, presso Torino, di un Istituto per la ricerca e cura del cancro (Ircc) ha delle peculiarità che vale la pena di ricordare. Intanto, la sua nascita. E' dovuta, in larga parte, alla presa di coscienza di un settore molto sensibile del pubblico piemontese e delle delegazioni regionali che hanno risposto con generosità agli appelli della Fondazione piemontese per la ricerca sul cancro e di «Specchio dei tempi», affiancandosi all'intervento di imprese e di enti. In secondo luogo, la tipologia dell'Ircc che si presenta come una struttura privata sociale, senza fini di lucro. La scelta di un esercizio privato «no profit» facilita la trasparenza nei rapporti con le istituzioni pubbliche: immagine, questa, più che mai necessaria se si pensa alle cronache di questi giorni. Una terza peculiarità, per la nostra Regione, nasce dalla considerazione, ormai accettata in tutto il mondo, che un'attività clinica assistenziale non può essere disgiunta da un'attività di ricerca medica, che ne consenta il trasferimento in tempi reali, che promuova uno stimolo reciproco tra ricercatori e clinici e che conferisca un metodo più rigoroso a entrambi. Infine, l'esistenza, a Torino, di una rete di ottimi laboratori e centri di ricerca sperimentale e clinica, sparsi un po' ovunque negli istituti universitari e ospedalieri, tali da costituire un «istituto senza mura». In essi è cresciuta una nuova generazione di ricercatori e di clinici che, per la buona produzione scientifica, ha acquistato riconoscimento internazionale. L'inserimento di nuovi centri di ricerca nell'Ircc avverrà mediante una convenzione, già firmata, con l'Università di Torino. L'Istituto si sta attrezzando su duemila metri quadrati destinati soltanto alla ricerca e con un numero adeguato di aule e di strutture didattiche per le attività, connesse alla ricerca, di informazione specialistica, per convegni, seminari, corsi di aggiornamento per medici, infermieri e associazioni di volontariato. In campo assistenziale l'offerta dell'Ircc riguarderà inizialmente attività di diagnosi e di riconoscimento precoce dei tumori mediante visite in ambulatori medici e specialistici. Gli accertamenti diagnostici e il «follow up» di pazienti già trattati, saranno forniti da servizi radiodiagnostici, dotati di Tac e di risonanza magnetica, endoscopia, laboratori di analisi, attrezzati anche per l'identificazione di marker tumorali, laboratori di anatomia e citologia patologica. Sono previsti servizi di piccola chirurgia e biopsia, e una unità laser. Un'altra importante offerta di servizio sanitariario in campo oncologico guarda programmi di screening effettuabili su larghi strati della popolazione sana. Alcuni sono già in atto a Torino, grazie ai servizi di epidemiologia. Questi interventi mirano a identificare tumori per lo più iniziali e ancora del tutto asintomatici e costituiscono uno dei mezzi più efficaci per aumentare le probabilità di guarigione. A questo fine, e per tutte le altre attività previste dall'epidemiologia oncologica, compresa l'identificazione genica dei soggetti predisposti, è in corso una trattativa per ospitare, nelle sedi dell'Ircc, un Centro di prevenzione oncologica che sta per essere formalizzato dalla Regione Piemonte e che lavorerà in sinergia con i laboratori di ricerca. Finora la nostra Regione, pur disponendo di una rete ben identificata e di ottimi specialisti in grado di assicurare un buon livello terapeutico, ha sofferto di mancanza di istituti oncologici, di un'eccessiva dispersione dei ricoveri, di disagi a causa di lunghe prenotazioni per visite e interventi, e di una forte migrazione di pazienti verso altre regioni e all'estero. La finalità dell'Ircc, nella sua prima fase di attività assistenziale, è di fornire a tutti i cittadini la possibilità di avvalersi di questi servizi e di controllarne serietà ed efficienza. L'attesa è che le prestazioni che l'Istituto sarà in grado di erogare siano aperte a tutti poiché la malattia non ha preferenze di classi. Questo è ottenibile soltanto mediante un valido accordo con il Servizio sanitario o con istituzioni abilitate per legge alla gestione dei servizi sanitari pubblici. Felice Gavosto Direttore scientifico Ircc, Torino


ULTIMI PROGRESSI Un tumore su due oggi è curabile
AUTORE: CAPPA ALBERTO
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, RICERCA SCIENTIFICA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: T. TAB. SOPRAVVIVENZA A CINQUE ANNI DAL MOMENTO DELLA DIAGNOSI =============================================================== Percentuale di Percentuale sopravvivenza quando di sopravvivenza il tumore è localizzato se ci sono metastasi --------------------------------------------------------------- BOCCA 78% 19% ----- SENO 93% 18% ----- MELANOMA 92% 14% ----- PANCREAS 8% 2% ----- VESCICA 91% 9% ----- POLMONE 46% 1% ----- RENE 86% 10% ----- COLON-RETTO 89% 6% --------- Fonte: Cancer Statistics Branch, National Cancer Institute ===============================================================
NOTE: RICERCA SCIENTIFICA E NUOVE TERAPIE CONTRO IL CANCRO TEMA: RICERCA SCIENTIFICA E NUOVE TERAPIE CONTRO IL CANCRO

IL cancro rappresenta un gruppo di malattie caratterizzate da una moltiplicazione incrontrollata di cellule anormali. Le cause possono essere sia esterne (chimiche, radianti, virali, meccaniche) sia interne (ormonali, immunitarie, ereditarie), e possono agire insieme e in sequenza, dare inizio o promuovere la carcinogenesi. Talvolta passano 10 e più anni dall'inizio del processo al momento in cui il cancro è diagnosticabile. Ma grazie a nuove possibilità di trattamento con la chirurgia, la radioterapia, la chemio-ormonoterapia, l'immunoterapia, si è ottenuto un sensibile miglioramento del decorso della malattia. All'inizio del '900 pochi pazienti potevano sperare di sopravvivere. Nel 1930 un solo paziente su 5 sopravviveva per 5 anni dopo la diagnosi. Nel 1940 la sopravvivenza era di 1 su 4 e nel 1960 di 1 su 3. Dal 1990 si può prudenzialmente valutare che 1 ogni 2 pazienti affetti da tumore maligno sopravvive oltre 5 anni, con un miglioramento in mezzo secolo dal 20 per cento al 50 per cento. Dal 1960 al 1989, considerando tutte le sedi, la sopravvivenza passa dal 39 al 55 per cento. Per i tumori della bocca e della faringe il miglioramento è limitato (dal 45 al 54 per cento) e dovuto soprattutto alla maggiore frequenza di visite mediche specialistiche e all'accresciuta igiene orale. Per l'esofago e lo stomaco, lo scarso miglioramento è prevalentemente legato al ritardo nella diagnosi. Tuttavia i progressi della endoscopia e della chirurgia hanno consentito di raddoppiare il numero dei sopravvissuti. Nel caso dei tumori bronco-polmonari, la diagnosi precoce è ancora oggi molto difficile e le indagini andrebbero soprattutto rivolte ai fumatori. La cura (chirurgica, radioterapica e chemioterapica) è utile solo in una ristretta categoria di tumori bronco-polmonari. I tumori del colon-retto, pur avendo già una prognosi migliore di altri, si sono avvantaggiati in questi ultimi decenni del test del sangue occulto nelle feci e dell'esame procto-sigmoidoscopico. Ne risulta una sopravvivenza di circa il 60%. In quest'ultimo tipo di tumori le prevenzione si avvale anche di test genetici che consentono una precoce identificazione dei soggetti a rischio nelle forme associate a ereditarietà famigliare (poliposi multipla). Questo vale anche per neoplasie che colpiscono altri organi, come la mammella, per quanto riguarda la sindrome dei carcinomi ovarici/mammari a insorgenza precoce e alcuni tumori dei tessuti molli. La sopravvivenza al carcinoma mammario, la più frequente neoplasia della donna (108 casi su 100.000 donne ogni anno), è migliorata in questi ultimi 30 anni dal 63 all'81 per cento soprattutto per la diagnosi precoce, l'educazione sanitaria e i programmi di screening mammografici. Lo stesso vale per i carcinomi del collo dell'utero, la cui mortalità è drasticamente ridotta da quando, prima del 1950, si è diffusa in tutto il mondo la semplice procedura del test di Papanicolau. I test di screening citologico, associati alla cistoscopia, si sono rivelati molto utili per la diagnosi dei carcinomi vescicali soprattutto in soggetti esposti a rischio professionale. Ciò ha permesso di portare la sopravvivenza a 5 anni dei tumori vescicali e delle vie urinarie dal 53 all'80 per cento. Per linfomi e leucemie la diagnosi precoce ha scarsa rilevanza e poche conseguenze sulle curve di sopravvivenza. In queste forme tumorali, invece, la precisa tipizzazione istologica ed ematologica e perciò l'adozione di terapie specificatamente studiate, per ogni sottogruppo individuato, hanno permesso i risultati più brillanti. I recenti controlli chemioterapici, la radioterapia e i trapianti del midollo hanno consentito di passare da sopravvivenze dell'ordine di 30-40 per cento (12-14% nelle leucemie) al 52-80 per cento nei linfomi. Infine interessanti considerazioni si possono fare tenendo conto della differenza di decorso in alcuni tumori secondo lo stadio di sviluppo rilevato al momento della diagnosi: localizzato, regionale, diffuso. Il cancro della cavità orale ha una sopravvivenza a 5 anni nel 78 per cento dei casi nello stadio localizzato e solo del 19% quando si riscontrano una diffusione o metastasi. Questa differenza risulta ancora più evidente nel colon-retto, dove si passa dall'89 per cento al 6%, nel polmone dal 46% all 1%, nei melanomi dal 92% al 14% e nell'ovaia dall'88% al 17%, considerando anche che la sede di alcuni organi non consente un agevole accesso per diagnosi strumentali. Alberto P. M. Cappa


DATI EUROPEI La sigaretta è ancora il grande killer
AUTORE: REGGE TULLIO
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, RICERCA SCIENTIFICA
NOMI: BOYLE PETER, PETO RICHARD
LUOGHI: ITALIA
NOTE: RICERCA SCIENTIFICA E NUOVE TERAPIE CONTRO IL CANCRO TEMA: RICERCA SCIENTIFICA E NUOVE TERAPIE CONTRO IL CANCRO

NON sono un medico ma, per ragioni misteriose, continuo a ricevere e a dare almeno un'occhiata al «Giornale del Medico», alla ricerca di qualcosa che attiri la mia attenzione, se non di medico, di comune cittadino interessato alla salute collettiva. Qualche tempo fa, e precisamente sul numero 4 del 23 febbraio, è apparso un articolo che ha risvegliato il mio interesse: trattava del tabagismo. Peter Boyle, direttore della Divisione di Epidemiologia e Biostatistica dell'Istituto europeo di oncologia (Ieo) con sede a Milano, ha tracciato recentemente, in occasione di un seminario internazionale dedicato al fumo, un quadro generale sugli effetti del tabacco in Europa e in particolare in Italia. Gli effetti nocivi del fumo sono noti da tempo ma l'intervento di Boyle ha avuto il merito di chiarire in termini drammatici e chiarissimi le dimensioni del problema. Il tabagismo è la più grande epidemia del secolo. Secondo Boyle la sigaretta causa in tutto il mondo tre milioni di morti all'anno, vale a dire uno ogni 10 secondi. Dal 1950 ad oggi sono morte di fumo circa sessanta milioni di persone solo nei Paesi sviluppati, dove l'abitudine alla sigaretta è la causa principale di morte tra gli adulti. Le multinazionali del fumo spendono ogni anno circa 2,6 miliardi di dollari (più di 4000 miliardi di lire) in pubblicità che appare spesso in forme insidiose e indirette che aggirano elegantemente le legislazioni che regolano il settore. Poiché il tabagismo è in lento declino nei Paesi sviluppati, le aziende produttrici stanno rivolgendo la loro attenzione ai Paesi dell'Est ed a quelli del Terzo Mondo con conseguenze che potrebbero essere disastrose a livello planetario: si parla di cifre da capogiro, oltre 10 milioni di decessi/anno, uno ogni 3 secondi. Durante lo stesso seminario Richard Peto, direttore del settore sperimentazione clinica del Radcliff Infirmary di Oxford, ha reso noti alcuni dati tra cui molti che interessano l'Italia. Ogni anno muoiono in Italia poco meno di 80 mila persone per patologie collegate al tabacco. Metà circa di questi decessi sono attribuiti a tumori, altri a patologie cardiovascolari. Il totale va confrontato con i 7000 decessi annui per incidenti stradali e cifre minori per l'Aids e la droga. Nel nostro Paese ogni vittima del tabacco perde in media 14 anni di vita e i più esposti agli effetti devastanti del fumo sono i fumatori dell'età di mezzo. Secondo Peto l'effetto statistico del fumo sulla popolazione si fa sentire con un ritardo di circa 40 anni. Oggi risentiamo quindi gli effetti della diffusione massiccia del fumo che ha avuto inizio nell'immediato dopoguerra negli Stati Uniti sotto la spinta dei film di Hollywood e della pubblicità selvaggia. Questo ritardo ha reso particolarmente difficili le indagini statistiche e una efficace campagna antifumo. Il rischio del fumo è legato al numero complessivo di sigarette fumate in tutta la vita e non solamente a quello delle sigarette fumate al giorno, ma in ogni caso chi smette di fumare ottiene solamente vantaggi. Pochi anni fa uno sciopero bloccò le vendite di tabacco in Italia e in quella occasione mi ricordo chiaramente il triste spettacolo dei fumatori incalliti esposti alla pioggia e al freddo in coda per ore davanti ai tabaccai nella speranza di ottenere qualche pacchetto di sigarette. In tutte le fasce d'età assistiamo in Europa a una diminuzione dei tassi di mortalità complessiva con l'eccezione dei fumatori che ormai rappresentano una categoria a parte. Le tasse sul tabacco portano nelle casse dello Stato solamente la metà di quanto si spende per cure mediche associate alla patologia da fumo. Ripetiamolo chiaramente: il tabacco è una droga come lo sono la cocaina o l'eroina, anzi peggiore se valutata in termini di morti e di sofferenze umane e di danno economico; e il tabagismo è epidemia planetaria di vaste proporzioni, legata a colossali interessi commerciali. Il fumo è purtroppo un'abitudine sociale considerata quanto mai rispettabile e quindi estremamente insidiosa e onerosa per la società. I coloranti per uso alimentare sono ritenuti colpevoli a meno che la loro innocuità sia provata al di là di ogni dubbio; il tabacco viene invece ritenuto innocente nonostante esista un'ampia evidenza statistica che ne documenta la nocività. Diamoci da fare per limitarne l'uso. Tullio Regge


UNA MOSTRA A TORINO Attenti a quel cannone! Le prime armi? Pericolose solo per chi le usava
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: ARMI, TECNOLOGIA
NOMI: NEUVILLE MARC
LUOGHI: ITALIA

CERTAMENTE gli esordi non furono brillanti: le prime artiglierie avevano una gittata così limitata che i «serventi» erano facilissimo bersaglio delle balestre avversarie; i pezzi erano pesanti, quasi inamovibili, tanto che spesso dovevano essere abbandonati al nemico in caso di ritirata; i proiettili erano palle di pietra che lasciavano tra sè e la canna uno spazio attraverso il quale si disperdeva gran parte dell'energia propulsiva della carica. Naturalmente si tentò di ovviare alla scarsa potenza costruendo bocche da fuoco sempre più grandi e allora era tale il peso che dovevano essere forgiate sul luogo stesso di impiego, davanti a città e fortezze assediate. Ma i risultati il più delle volte non miglioravano; la celebre «Mahometta», fatta costruire da Maometto II durante l'assedio a Costantinopoli nel 1453, era capace di sparare palle di pietra da cinque quintali, per spostarla occorrevano da 60 a 140 buoi e per ricaricarla un centinaio di uomini impiegava due ore; ma al secondo giorno di impiego si incrinò e al quarto andò fuori uso per sempre. La stessa incerta formula della polvere da sparo, giunta in Europa dalla Cina poco prima del 1300, salnitro, zolfo e carbone di legna in proporzioni non ben codificate, contribuì all'avvio insicuro delle prime armi da fuoco sui campi di battaglia del XIV Secolo. Tuttavia, nonostante questi insuccessi, una serie di decisive innovazioni tecnologiche avrebbe provocato, di lì a poco, una rivoluzione formidabile, come si può constatare visitando la mostra «Col ferro col fuoco - Robe di artiglieria nella Cittadella di Torino», aperta fino al 15 ottobre. Già poco dopo il 1350 il Petrarca scriveva: «Questi strumenti che scaricano palle di metallo con atrocissimo rumore e lampi di fuoco alcuni anni orsono erano rarissimi e venivano riguardati con grande stupore e ammirazione, ma ora sono diventati comuni e familiari come ogni altro tipo di arma. Nell'imparare le arti più perniciose, così pronte e genialli Marc Neuville in uno dei numerosi saggi del grosso catalogo della mostra torinese individua nell'evoluzione delle artiglierie un'età del ferro (e della pietra per le munizioni), un'età del bronzo, e infine un'età dell'acciaio. I primi cannoni erano costruiti più o meno come si costruisce un barile, dove le doghe sono sostituite da verghe di ferro saldate tra loro col fuoco e tenute insieme da cerchioni anch'essi di ferro. In seguito si passò al ferro colato ma il vero grande progresso venne con l'uso del bronzo, a partire dal XVI secolo, materiale che verrà usato fin oltre la metà dell'800. Le canne ora sono più precise, i proiettili sono di ferro e la forza propulsiva della carica può essere sfruttata meglio, tanto che nel '700 la gittata massima raggiunge i 1000 metri. Ancora: i primi cannoni in ferro erano a retrocarica; cioè i proiettili venivano inseriti in una camera mobile, il «mascolo», che era poi serrato contro la canna; ma la chiusura era assai imperfetta e lasciava sfuggire gran parte dell'energia. Con le bocche da fuoco in bronzo questo sistema fu abbandonato e si passò all'avancarica, operazione lenta e complessa, ma che consentiva di sfruttare meglio l'esplosione. Relativamente presto l'artiglieria era stata impiegata anche a bordo delle navi; ma sulle galee, le navi da guerra tipiche delle potenze del Mediterraneo, il suo impiego era rimasto limitato a causa della conformazione di queste imbarcazioni, i cui fianchi erano occupati dai rematori; le cose cambiarono con i galeoni, vere e proprie fortezze galleggianti con le fiancate irte di bocche da fuoco. Come ha sottolineato Carlo Maria Cipolla in un suo libro, «Vele e cannoni» , esse divennero l'elemento decisivo per l'affermarsi delle nuove potenze marinare (Inghilterra, Spagna, Francia, Olanda) destinate ad affrontarsi sugli oceani e a dividersi rapidamente il mondo. I cannoni di bronzo cambiano poco per quasi tre secoli, ma alla fine del '700 compaiono i proiettili esplosivi, cioè caricati con polvere e muniti di spoletta, inventati nel Paesi Bassi. L'altra principale innovazione è il progressivo assottigliamento delle canne che, diventate più leggere, possono essere collocate su affusti altrettanto leggeri e dare luogo all'artiglieria da campagna. Anche il proiettile stava cambiando: dapprima fu dotato di uno zoccolo cilindrico in legno, poi si passò al proiettile cilindrico-ogivale di oggi. Esso aveva una traiettoria più regolare, caratteristica che fu accresciuta grazie alla rigatura elicoidale della canna, che imprimeva al proiettile un movimento rotatorio con effetto stabilizzante. Il ritorno definitivo alla retrocarica (i primi tentativi furono fatti da Krupp) coincide, alla metà dell'800, con l'era dell'acciaio. Per secoli l'artiglieria aveva mobilitato il meglio della tecnologia e della scienza, dai fonditori di campane convertiti alla fusione delle bocche da fuoco (che spesso erano anche capolavori di scultura, come testimonia la mostra torinese), ai chimici, ai fisici, ai matematici. Gli arsenali sono stati sempre elementi decisivi per il progresso tecnico (la vocazione industriale di Torino trova le sue radici più antiche nell'Arsenale voluto da Emanuele Filiberto). Una mobilitazione destinata a ripetersi nell'era dell'acciaio, che segnò nelle «robe di artiglieria» la fine di ogni empirismo. Vittorio Ravizza


SCAFFALE Gould Stephen: «Otto piccoli porcellini», Bompiani; Reichholf Joseph: «L'impulso creativo», Garzanti; Huxley Thomas H.: «Evoluzione ed etica», Bollati Boringhieri
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: BIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

TRE libri importanti sull'evoluzionismo. Gould - biologo, professore ad Harvard e grande divulgatore - è il capofila dei darwinisti che, anziché mettere l'accento sulla gradualità dell'evoluzione, sottolineano come in certi periodi l'evoluzione delle forme viventi acceleri il passo, per poi di nuovo stabilizzarsi fino a un'altra fase di accelerazione. In «Otto piccoli porcellini», con maestria narrativa oltre che con autorevolezza scientifica, Gould prosegue il suo discorso sul darwinismo moderno, arricchendolo spesso con digressioni a largo campo. Reichholf, a sua volta, porta un contributo alla revisione dell'evoluzionismo mettendo la differenziazione delle specie in relazione con l'abbondanza di risorse e con le mutazioni metaboliche. Infine, un classico, «Evoluzione ed etica» di Thomas Henry Huxley (1825-1895), grande sostenitore di Darwin: una conferenza tenuta a Oxford nel 1893 nella quale mise in guardia l'umanità dall'applicare il darwinismo ai comportamenti etici e sociali umani, integrata da altri scritti sullo stesso tema.


SCAFFALE Giorello Giulio: «Introduzione alla filosofia della scienza» , Bompiani; Wulff, Pedersen, Rosenberg: «Filosofia della medicina», Raffaello Cortina
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: EPISTEMOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

Croce sosteneva che le teorie scientifiche sono semplici «ricette di cucina». Oggi sarebbe in imbarazzo di fronte al fatto che l'epistemologia è forse il ramo più attuale dell'intera filosofia. Giulio Giorello, coordinandosi con gli interventi di altri cinque autori, ci introduce ai principali filoni della moderna filosofia della scienza. Ancora la sua mano sta dietro il saggio «Filosofia della medicina», nel quale si affrontano tra gli altri temi come il modello meccanicistico e la categoria di causalità in terapia, probabilità e credenza, psichiatria e psicoanalisi, etica medica.


SCAFFALE Autori vari: «Pericoli e paure», Hypothesis Marsilio
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, PSICOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

Sapete qual è il rischio principale che corre un uomo dopo i quarant'anni? Quello di essere uno scapolo. Accorcia la speranza di vita di ben 3500 giorni. Quasi 10 anni. Ma chi lo direbbe? Quasi tutti noi facciamo confusione tra le nostre paure soggettive e i pericoli oggettivi, con il risultato che la percezione del rischio è molto distorta. Questo libro, costruito sulla base degli interventi a un convegno svoltosi a Roma nel 1993, cerca di ristabilire una giusta percezione del rischio.


SCAFFALE Lalli e Fionda: «L'altra faccia della luna», Liguori
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: PSICOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

Dopo il bel libro divulgativo di Piero Angela, un saggio sul sonno e i suoi disturbi scritto da due specialisti e rivolto agli addetti ai lavori. Il che non toglie che anche il lettore comune possa leggerlo con interesse e senza troppe difficoltà.


SCAFFALE Facchini Fiorenzo: «Il cammino dell'evoluzione umana», Jaca Book
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: PALEONTOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

La paleoantropologia è in continua trasformazione: ogni nuovo fossile rischia di rivoluzionare questa scienza. Il saggio di Facchini disegna un vasto affresco dalle nozioni più stabilizzate fino agli ultimi sviluppi. Da segnalare anche la ristampa di «Uomo bianco scomparirai» di Stan Steiner (Jaca Book).


SCAFFALE Fazzuoli Federico: «L'agricoltura si dipinge di verde», Edagricole
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: ECOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

Un libro più una videocassetta per andare alla scoperta di una agricoltura rispettosa dell'ambiente e delle tecniche naturali. E' una realizzazione di Federico Fazzuoli, conduttore del fortunato programma di Telemontecarlo, insieme con la società di ricerca «Agronomica» del gruppo Eridania Beghin Say. Piero Bianucci


SUCCEDE IN USA Il Casinò mette le ali Giochi d'azzardo sugli aerei
Autore: BOFFETTA GIAN CARLO

ARGOMENTI: TRASPORTI, AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
LUOGHI: ITALIA

DOPO la fine della seconda guerra mondiale le compagnie aeree vissero molti anni felici: la crescita del benessere in molti Paesi del mondo provocava un continuo aumento delle persone e delle merci trasportate; e una ferrea regolamentazione delle tratte, annullando praticamente la concorrenza, generava dei bilanci sempre in utile, tanto da permettere diversificazioni quali l'acquisto di catene di alberghi o grattacieli a New York. Improvvisamente la crisi petrolifera del '73 fece esplodere i costi, mentre si riducevano in parallelo i passeggeri, resi più poveri dalla crisi economica. E ciò accadeva proprio mentre venivano consegnati i Jumbo e gli altre aerei a fusoliera larga acquistati indebitandosi con le banche per cifre colossali. Un'altra disgrazia stava per abbattersi in quei giorni sulle Compagnie Usa: lo scioglimento del Cab (Civic Aeronautics Board) creato nel 1938 per regolamentare l'assegnazione delle tratte. La battaglia per la «deregulation», per la libera concorrenza, perché chiunque potesse far volare i propri aerei sulle rotte preferite, scegliendosi gli orari e facendo pagare le tariffe più basse possibile fu iniziata da Ted Kennedy nel '74 e portata a compimento da Carter con una legge che imponeva l'abolizione del Cab entro il 1985. Si videro allora nuove Compagnie andare all'assalto applicando tariffe impossibili per le grandi, strutturate con una burocrazia pesantissima: la Braniff fallì quasi subito e persino le due più famose, Twa e Panam, furono salvate solo in extremis. Oggi sappiamo anche cosa nascondeva la ferrea difesa degli interessi delle grandi Compagnie. In molti processi, fra i quali il Watergate, è venuta alla luce la connessione tra i «piaceri» che i politici a capo del Cab facevano alle Compagnie difendendole dalla concorrenza e le ingenti somme di denaro che da queste arrivavano alle campagne elettorali. E le ragioni di facciata in difesa del Cab, prima fra tutte quella che minacciava il crollo della sicurezza, causato dai risparmi imposti dalla spietata concorrenza, si sono dimostrate non vere. Per strappare i passeggeri alla concorrenza alcune aviolinee hanno puntato sull'efficienza, gli orari rispettati al minuto, altre sui sedili più comodi, tutte sugli sconti. La Air One all'opposto si è trovata una nicchia facendo volare da costa a costa degli Usa degli aerei salotto per miliardari a tariffe altissime. La People Express si rivolge invece ai giovani che accettano di rischiare una notte in sacco a pelo nell'aeroporto di Londra se i posti sull'aereo sono esauriti ma che in compenso attraversano l'Atlantico ad un prezzo inferiore a quello che noi paghiamo per andare da Milano a Roma. Ora Richard Branson, presidente della Virgin, è sicuro di catturare molti clienti installando su ogni sedile dei suoi Jumbo un gioco d'azzardo elettronico progettato e costruito dalla Sky Games, una ditta americana che ha già piazzato diverse centinaia di queste speciali slot-machines malgrado le autorità Usa nell'agosto scorso abbiamo posto un veto al loro uso per il pericolo di interferenze con i sistemi di radionavigazione, in particolare i calcolatori di volo. La Sky Games si è appellata alla Faa che sicuramente dovrà ammettere che non vi sono pericoli, perché non ve ne sono, ma il Congresso Usa sta per votare una delibera che vieta tutti i giochi d'azzardo sui voli sul territorio americano, superando così il parere tecnico della Faa. La Sky Games, nell'attesa, ha messo a punto un sistema che spegne le macchinette non appena l'aereo attraversa i confini dello spazio aereo Usa, sistema basato sul Gps che, utilizzando la costellazione dei 24 satelliti Navstar, stabilisce con assoluta precisione la posizione del velivolo in ogni istante del volo. Ma poiché così si perderebbero i clienti all'interno degli Usa, ha sviluppato un nuovo sistema satellitare per superare il veto del Congresso. Denominato Rcsg (Remote Control Sky Games), esso sposta via satellite il gioco in un Paese più tollerante. Il passeggero, pur premendo i tasti mentre è in volo sul territorio Usa, non gioca in America ma invia i segnali a una centrale dove è istallata la logica del gioco (ad esempio Panama o Montecarlo). E questa centrale addebiterà o accrediterà il denaro su una Banca locale che si rifarà sulla Banca emettitrice della carta di credito usata nella slot-machine. In questo modo le autorità Usa non dovrebbero aver potere di veto, come non l'hanno per il cittadino americano che gioca nel Casinò di Montecarlo. Ma in Usa molti prevedono già la mossa successiva del governo: il divieto a volare sul territorio americano per qualunque aereo che rechi a bordo, accese o spente, queste slot-machines. Ci saranno quindi interessanti battaglie legali, e forse al governo Americano risulterà più difficile imporre il proibizionismo sui giochi d'azzardo aerei via satellite di quanto lo sia stato per il whisky che attraversava la frontiera con il Canada. Gian Carlo Boffetta


CNR-FIAT Al lavoro il robot-laser Per fare saldature sulle Ferrari
Autore: VICO ANDREA

ARGOMENTI: TECNOLOGIA, INDUSTRIA
ORGANIZZAZIONI: FIAT, CNR, COMAU, MECCANICA CPA
LUOGHI: ITALIA

IN campo automobilistico - e meccanico in genere - la qualità della saldatura tra le diverse componenti metalliche assume sempre più importanza per accontentare le esigenze dei progettisti (che mirano a strutture sempre più leggere, incrementando contemporaneamente anche la robustezza) e dei designer (che vorrebbero lamiere dalle forme sempre più ardite). Per raggiungere questi obiettivi Cnr, Centro ricerche della Fiat, Comau e Meccanica Cpa hanno sviluppato due nuovi sistemi di saldatura laser automatizzata: il primo è un laser scorrevole su una slitta, il secondo abbina al braccio di un robot antropomorfo una sorgente laser ad anidride carbonica. Entrambi permettono di ottenere saldature continue (e non più «a punti»), ma soprattutto di unire lamiere di spessori diversi (tailored blanks, in gergo). Il Robolaser scorrevole su slitta (che entrerà in funzione entro l'anno) è stato proprio concepito per questa particolare esigenza tecnica e la Ferrari è stata la prima a beneficiarne. Infatti durante la progettazione della traversa posteriore su cui viene ancorato il potente propulsore della nuova rossa di Maranello, la F355, ci si è resi conto che solo alle estremità la lamiera doveva avere uno spessore di 12 millimetri. Al centro bastavano anche 8 millimetri. Con il Robolaser è stato, dunque, possibile unire tre parti di diverso spessore, a tutto vantaggio della leggerezza, ma senza assolutamente intaccarne la robustezza. Ancora più versatile sarà il laser montato sul polso di un robot antropomorfo che, essendo slegato dal percorso assolutamente lineare imposto dal carrello su cui si muove l'altro Robolaser, permetterà di effettuare saldature sagomate e in zone scomode muovendosi agilmente anche su una scocca già in fase avanzata di costruzione. La peculiarità del sistema è che il fascio laser corre esclusivamente all'interno del braccio del robot: in questo modo la sorgente laser da 2-3 kW - ingombrante e pesante - è alloggiata alla base del robot e sul suo dito c'è solo il sistema di focalizzazione che dirige il raggio. Ma per garantire che il laser non perdesse di potenza e precisione durante il suo tragitto all'interno di un braccio snodato in perenne movimento i tecnici del progetto Robolaser hanno dovuto faticare non poco e realizzare un sistema di sette specchi che prendessero per mano il raggio alla base del robot trasmettendolo da uno snodo all'altro con assoluta precisione. Trattandosi di un congegno destinato alla catena di montaggio, l'accuratezza di allineamento doveva poi essere costantemente verificabile, sia per poter monitorare la qualità della saldatura, sia per poter immediatamente intervenire a «correggere il tiro». Dunque ogni specchio è stato dotato di regolazione micrometrica secondo due angoli indipendenti l'uno dall'altro, è stato montato su un supporto insensibile alle vibrazioni di routine e può essere mantenuto senza che gli altri specchi debbano essere toccati in alcun modo (tutto questo, tra l'altro, riduce a 2-3 ore il tempo per la messa a punto generale del sistema, mentre su una catena ottica di un robot tradizionale la medesima operazione richiede almeno un paio di giorni). Alcune delle soluzioni tecniche escogitate sono coperte da brevetto: con il progetto Robolaser l'industria italiana si mantiene quindi ai vertici internazionali della robotica laser. Andrea Vico


ETOLOGIA Puma, ognuno per sè E' il più solitario dei felini
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ETOLOGIA
NOMI: ROSS IAN, HORNOCKER MAURICE
LUOGHI: ITALIA

DA 13 anni lo zoologo Ian Ross studia il più misterioso e sconosciuto felino del mondo: il puma, o coguaro, o leone di montagna che dir si voglia (Puma concolor). Per poter osservare un animale così sfuggente, che compare e scompare all'improvviso come un fantasma, non c'è che un sistema: colpirlo con cartucce cariche di anestetico. Una volta addormentato, il ricercatore ha tutto il tempo di pesarlo, misurarlo, stabilirne il sesso e l'età approssimativa e finalmente applicargli al collo un radiocollare. Quel minuscolo aggeggio trasmette segnali radio, svelando agli studiosi come si sposta l'animale, quali sono i confini del suo territorio, quale tana la femmina sceglie come sala parto e come nursery e altri interessanti aspetti del suo comportamento. Le prime osservazioni sul comportamento del leone americano le dobbiamo a Maurice Hornocker, che negli Anni 60 usò per la prima volta la telemetria per studiare i puma in una zona selvaggia e impervia dell'Idaho centrale. Sappiamo così che ciascun individuo si impadronisce di un territorio e ne contrassegna i confini con marchi odorosi, urinando o defecando. Quei marchi equivalgono a una carta d'identità. Dicono chiaramente a chi abita in quel territorio se si tratta di un maschio o di una femmina, di un giovane o di un adulto e così via. Il puma che transita da quelle parti raccoglie le informazioni e si regola di conseguenza. Comunque, si guarda bene dallo scontrarsi con il vicino. Non può permettersi questo lusso. Dando battaglia rischierebbe di rimanere ferito. E un puma ferito è spacciato. Non ha compagni di branco che possano soccorrerlo, come succede invece tra gli animali gregari. I territori dei maschi sono molto più grandi di quelli delle femmine e raramente i loro confini si sovrappongono. Invece il territorio di un maschio può attraversare fino a otto territori di femmine adulte. Il che naturalmente favorisce l'incontro dei sessi. Non esiste per i puma una stagione degli amori. Se non viene fecondata nel suo periodo fertile, che dura sette giorni, la femmina ritorna di nuovo in estro dopo circa un mese. Se invece si accoppia con successo, ritorna in calore e può riprodursi soltanto dopo due anni. Quando si forma la coppia, i due partner rimangono insieme per quattro o cinque giorni. Poi, ciascuno riprende la sua esistenza solitaria. Ross vuole scoprire qualcosa di più sulla vita quotidiana del leone di montagna, soprattutto sulla vita riproduttiva del felino. E svolge la sua ricerca nell'habitat più settentrionale della specie, sulle Montagne Rocciose dell'Alberta, in Canada. Da notare che l'habitat del puma è vastissimo, si estende dall'Alberta e dalla Columbia Britannica fino alla punta estrema della Patagonia. La maggior parte dei mammiferi che vivono nella zona temperata mette al mondo i figli in primavera. E' la stagione più propizia allo sviluppo dei piccoli per l'abbondanza di cibo e la temperatura mite. I puma non seguono la regola generale. Le loro femmine danno alla luce i piccoli in qualunque mese dell'anno. Sulle montagne Rocciose dell'Alberta, dove il clima è molto rigido, Ross ha constatato che un quarto dei cuccioli nascono durante l'inverno, nel periodo compreso tra ottobre e marzo. I neonati, che pesano meno di mezzo chilo, e nascono con gli occhi chiusi, si reggono a stento sulle corte gambette e debbono subito affrontare due nemici: il freddo e la fame. Quando hanno otto o nove giorni, la madre li lascia soli anche per trenta ore. Deve andare a caccia. E' affamata dopo il lungo digiuno e deve assolutamente portare qualcosa da mangiare ai figlioletti. Come fanno i fragili cuccioli a sopportare il freddo? Li protegge fin dalla nascita una folta pelliccetta maculata. Hanno poi coda, orecchie e zampe molto più corte di quelle degli adulti. Una conformazione anatomica che contribuisce a mantenere il calore corporeo, riducendo al minimo la dispersione termica. Inoltre i piccoli, di solito due o tre, se ne stanno stretti l'uno all'altro per riscaldarsi a vicenda. Con tutto ciò, se la madre tarda troppo a rifornirli di cibo, non riescono a sopravvivere. Ci si chiede per quale ragione i puma mettano al mondo i figli nel cuore dell'inverno in una regione già di per sè così rigida. Qualche vantaggio indubbiamente c'è. Predatori temibili, come l'orso bruno e il grizzly, sono ancora in letargo nel periodo in cui i cuccioli sono più vulnerabili. Le aquile reali, altro pericolo incombente, sono fuori circolazione in inverno. E infine cacciare è più facile per mamma puma. Cervi e alci denutriti e indeboliti dalla scarsezza di cibo diventano prede più facili. Il puma è un predatore solitario. Caccia di notte, guidato, più che dall'olfatto, dal finissimo udito e dalla vista. Ci vede infatti anche al buio come il gatto. Avanza nelle tenebre col passo felpato tipico dei felini e coglie la preda di sorpresa. La sua forza è impressionante. Affronta e sconfigge prede assai più grandi di lui. Si è vista una femmina di 50 chili uccidere un alce che ne pesava 300, sei volte più grosso di lei. Se d'inverno le prede preferite del puma sono alci e cervi, bisogna dire che il suo menu è molto vario. Quando ha fame, mangia quello che trova, topi o ratti, lepri o scoiattoli, puzzole o castori, procioni o coyote e persino porcospini. E se ne ha l'occasione, non esita a braccare e uccidere polli, pecore, cavalli, asini o bovini domestici. E' questa la ragione per cui in California fino al l963 si dava un premio per ogni puma ucciso e i cacciatori ne fecero fuori decine di migliaia. Oggi la specie è protetta e si calcola che ce ne siano 5000 in California, 2000 nell'Idaho, 2500 nella Columbia Britannica e 700 nell'Alberta. Con l'aumento numerico dei puma e l'espansione delle aree invase dall'uomo, è fatale che i nostri incontri con il felino selvatico si facciano sempre più frequenti. E c'è chi pensa che il felino stia diventando sempre meno timido e più aggressivo nei riguardi dell'uomo. Ma per fortuna gli attacchi che si registrano qua e là negli Stati americani sono soltanto fatti sporadici. Almeno per ora. Isabella Lattes Coifmann


FAI-DA-TE Alberi in casa
Autore: GRANDE CARLO

ARGOMENTI: BOTANICA, ECOLOGIA
NOMI: SALA GIOVANNI
ORGANIZZAZIONI: WWF, PAROLE DI COTONE
LUOGHI: ITALIA

ALLEVARE una pianta con le proprie mani, a partire dal seme, può anche trasformarsi in un'impresa per nulla «ecologica». Una quercia o un tiglio alti una spanna sono molto carini sul davanzale, ma nel giro di qualche anno raggiungeranno inevitabilmente grandi dimensioni. Come un bobtail o un San Bernardo non possono essere costretti su un balcone, così anche gli alberi di grossa taglia non devono finire in spazi ristretti, a vegetare stentatamente. Eppure non è raro, purtroppo, trovare querce e ippocastani a ridosso delle villette, o specie esotiche come banani e palme sacrificate in climi freddi di mezza montagna. Da qualche settimana il Wwf e la casa editrice «Parole di cotone» offrono i semi di dieci specie tipiche del nostro Paese. In un astuccio allegato al «Libro dei semi» ci sono alberi e arbusti «fai-da-te» come pero, sorbo, biancospino, tiglio, pino domestico, carpino, melo selvatico. Specie autoctone, cioè originarie del nostro Paese e molto diffuse: si riproducono da seme senza particolari difficoltà e le piantine appena nate non richiedono cure complesse. Il divertimento, in questo caso, ha solide basi: le note tecniche di Giovanni Sala, agronomo milanese, indicano in quali regioni vegetano le singole specie, qual è l'epoca giusta per piantarle, il tipo di terreno adatto, come e quanto irrigarle e proteggerle dagli uccelli. Le probabilità di riuscita sono molto alte, anche considerando che si tratta di semi a buona germinabilità (fra il 50 e l'80 per cento), che possono mantenere intatta la capacità di germinare per un paio di anni. Così nessuno commetterà l'errore di coltivare una pianticella di Celtis australis (una delle dieci piante del libro), e metterla a dimora vicino all'orto. Il Celtis è infatti noto anche come «spaccasassi»: può crescere fino a 25 metri di altezza, le sue radici sono talmente potenti da spaccare l'asfalto. Meglio regalarlo a un amico che vive in campagna, o agli addetti al verde pubblico della propria città: sapranno di certo come farlo convivere con semafori e marciapiedi. Carlo Grande


BIOLOGIA Venne prima la bocca o lo scheletro esterno? Alla ricerca del più lontano antenato degli animali pluricellulari
Autore: PILATO GIOVANNI

ARGOMENTI: BIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: T. Evoluzione dei primi animali pluricellulari secondo le due teorie correnti

LA ricostruzione delle prime tappe della storia evolutiva degli animali pluricellulari impone che sull'organizzazione degli antenati più remoti si ragioni anche in base a ipotesi. Questo spiega perché gli studiosi siano ancora divisi. Pochi seguono la teoria della Bilaterogastrea, i più seguono invece la teoria dell'Antenato planuloide. Ambedue le teorie hanno radici lontane, e nella formulazione attuale risalgono a mezzo secolo fa; studiosi più recenti ne hanno perfezionato soltanto dettagli. Secondo quelle teorie l'antenato dei Metazoi sarebbe stato un organismo sferico, cavo, con parete monostratificata (la Blastea), derivato da una colonia di Flagellati diventata eterotrofa. Dalla Blastea deve essere derivato un discendente diblastico, e le due teorie concordano nell'immaginare che il secondo foglietto di tessuto sia stato un endoderma digerente. Secondo la prima teoria quell'antenato sarebbe stato a forma di sacchetto perché l'endoderma si sarebbe formato per invaginazione di una parte della parete; il punto di invaginazione (blastoporo) è interpretato come la bocca primitiva. Secondo la teoria dell'antenato planuloide, il discendente diblastico della Blastea sarebbe stato invece un organismo compatto con una massa interna digerente, formatasi per migrazione di cellule attraverso il blastoporo, interpretato anche in questo caso come la bocca primitiva. A seconda del modello di antenato che si sceglie, si è poi costretti, per raccordare quel modello con gli animali esistenti, a immaginare che l'evoluzione abbia seguito un dato percorso, o un altro. Ambedue le teorie lasciano senza soluzione una serie di problemi di grande rilievo e in qualche passaggio costringono ad ammettere eventi improbabili, che non hanno il supporto di un valore adattativo. Per esempio, nessuna delle due teorie spiega perché il blastoporo, interpretato come la bocca primitiva, in realtà durante l'embriogenesi quasi sempre si chiuda pur dovendosi poi aprire, nella stessa area blastoporale, la bocca (nei protostomi) o l'ano (nei deuterostomi). Ambedue le teorie accettano che i Cordati avessero primitivamente celoma ampio e che si formasse per enterocelia; i Cordati primitivi, però hanno celoma piccolo e che si forma con un meccanismo assai vicino alla schizocelia. Sia seguendo la prima teoria sia seguendo la seconda, molti aspetti della embriogenesi dei vertebrati risultano di difficile interpretazione. Questa situazione fa pensare che in ambedue le teorie sia contenuto un equivoco di fondo. Entrambe fanno partire la filogenesi dei Metazoi dalla stessa Blastea e divergono già a partire dal meccanismo col quale si sarebbe formato il suo primo discendente diblastico; l'unica cosa che hanno in comune è la funzione digerente attribuita al secondo foglietto; ed è lì, a mio parere, che si deve cercare l'equivoco. Numerosi dati relativi alla morfologia e all'embriologia indicano che il discendente diblastico della Blastea deve essere stato un organismo compatto ma nel quale le cellule passate all'interno, pur ereditando la capacità di digerire che era propria di tutte le cellule della Blastea, hanno assunto quella posizione non per digerire ma per sostene re la parete esterna dando origine non a un endoderma digerente ma a un primordiale mesenchima. L'antenato diblastico non aveva dunque un endoderma digerente nè una cavità nè una bocca, e si nutriva, come la Blastea, prelevando il cibo con le cellule esterne; la bocca è comparsa più tardi. Se l'ipotesi è giusta, il blastoporo non deve essere interpretato come una bocca, e si può così capire perché esso si chiuda dopo il passaggio all'interno del mesenchima primordiale. Molto presto, in un discendente, una parte del mesenchima, sfruttando la primordiale capacità di digerire, si differenziò in un vero e proprio endoderma digerente. Quando poi è comparsa la bocca, in alcuni casi si formò nell'area blastoporale (protostomi), in altri al polo opposto mentre nell'area blastoporale si formò l'ano (deuterostomi). Con questa ipotesi non si deve più ammettere una derivazione dei deuterostomi dai protostomi, nè l'inverso; e quindi non si devono più ammettere nè un incredibile cambiamento del destino organogenetico dell'area blastoporale nè l'inversione della polarità del corpo. Per brevità non mi soffermo a illustrare come la nuova teoria offra soluzione a vari problemi: preferisco spiegare l'origine dell'equivoco che ha condizionato finora tutte le teorie filogenetiche. Dopo che da una porzione del mesenchima primordiale si differenziò l'endoderma digerente, si avviò un processo di accelerazione nella messa a posto di quest'ultimo; in alcuni gruppi quel processo è accelerato al punto che l'endoderma va a posto prima della porzione che continua a dare mesoderma. In questa situazione si trovano alcuni animali, come l'anfiosso, le stelle di mare e i ricci di mare molto studiati dal punto di vista embriologico. Poiché in questi animali si vede realmente l'endoderma andare a posto prima del mesoderma, si è creduto che questa fosse la regola, e non si è compreso che quella situazione è invece secondaria. Quell'equivoco non ha permesso di interpretare correttamente taluni aspetti dell'embriogenesi di altri gruppi e ha incanalato le teorie filogenetiche precedenti su binari che le hanno portate in vicoli ciechi. Chiarito l'equivoco, è stato possibile ricostruire le tappe della filogenesi fino al fiorire dei vari phyla valutando alla luce delle nuove acquisizioni i rapporti reciproci di affinità. La nuova teoria riesce a dare risposta a problemi finora aperti, e dato che permette di guardare a molti fatti da un punto di vista nuovo, apre la via a ricerche dalle quali possiamo attenderci sviluppi molto interessanti. Giovanni Pilato Università di Catania


AERONAUTICA In volo sul dirigibile
Autore: MORELLI MASSIMO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, TRASPORTI
NOMI: GIFFARD HENRI, ZEPPELIN FERDINAND, BALASKOVIC PIERRE
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. La struttura di un dirigibile

I dirigibili furono i primattori degli esordi dell'aviazione e nacquero dall'esigenza di superare i limiti delle mongolfiere. La realizzazione fu tutt'altro che semplice. Innanzitutto, per poter governare il movimento dell'aeronave sul piano orizzontale bisognava risolvere il problema della propulsione. La via seguita fu quella empirica di un trasferimento di tecnologie dall'ambito della nautica: si tentò con le vele e persino con remi e pagaie, ma senza risultati apprezzabili. Destinata a miglior fortuna era invece l'idea, dovuta ad Archimede, del propulsore a vite, già utilizzato in marina intorno alla metà dell'Ottocento; restava la questione di reperire l'energia necessaria a far girare la vite archimedea: la forza muscolare era insufficiente e i motori a vapore troppo pesanti. Per una definitiva soluzione del problema si dovette attendere lo sviluppo dei motori a combustione interna verso la fine del secolo scorso. Un passo decisivo fu l'abbandono della forma sferica del pallone aerostatico. Il primo dirigibile, costruito da Henri Giffard nel 1852, consisteva di un grande involucro dalla forma allungata (44 metri), gonfiato a idrogeno e mosso da un motore a vapore pesante 160 chilogrammi e capace di 3 cavalli di potenza (110 giri al minuto). Tra le espressioni di meraviglia dei presenti, volò sull'ippodromo di Parigi alla velocità di sei miglia orarie. Da questo esordio fino a circa il 1910 la grande maggioranza dei dirigibili fu del tipo non rigido, in cui la forma dell'involucro esterno è determinata dalla pressione del gas, e il loro utilizzo restò per lo più limitato all'esposizione di messaggi pubblicitari e a spettacolari comparse nell'ambito di fiere. Con l'avvento dei dirigibili del tipo semirigido o rigido, nei quali la forma dell'involucro esterno è determinata da uno scheletro strutturale iniziò l'età dell'oro dei dirigibili, che vennero ampiamente utilizzati per scopi bellici, missioni esplorative e trasporto di passeggeri. In verità la fortuna militare di questi apparecchi fu abbastanza limitata, con l'eccezione di alcuni bombardamenti su Parigi, Napoli, Porto Said, e soprattutto Londra, portati a termine con successo dagli Zeppelin durante la prima guerra mondiale. L'effetto psicologico fu enorme, ma l'azione della contraerea e degli aerei da combattimento pose rapidamente fine a questi raid temerari. Il primo Zeppelin fu abbattuto nei cieli di Gand da un pilota canadese, il quale riferì di aver udito distintamente le grida e gli insulti rivoltigli dai militari tedeschi. L'aeronave in fiamme precipitò su un orfanotrofio, e a conferma di quanto di miracoloso ed eccezionale accompagnava le vicende dei dirigibili nell'immaginario dell'epoca, accadde che il soldato tedesco Alfred Muhler, dopo aver attraversato in volo tetto e soffitto, cadesse su un letto ancora tiepido dal quale si era appena alzata una suora. Al termine del conflitto la marina statunitense prese in considerazione la possibilità di utilizzare dirigibili per le perlustrazioni oceaniche e il trasporto di piccoli aeroplani, ma ben presto la perdita di tre aeronavi a causa del maltempo suggerì di soprassedere. Maggiori onori vennero ai dirigibili dall'impiego nelle traversate oceaniche e nelle missioni di esplorazione geografica. Nel luglio del 1919 l'aeronave inglese R 34 portò felicemente a termine un viaggio di andata e ritorno attraverso l'Atlantico, e nel '26 Amundsen, Ellsworth e il generale Umberto Nobile sorvolarono il Polo Nord a bordo di un dirigibile italiano del tipo semirigido. Anche in questo caso, però, la gloria della prima spedizione artica fu funestata dalla sciagura occorsa due anni più tardi al generale Nobile, che precipitò con il suo «Italia» dopo aver attraversato il Polo Nord per la seconda volta. Ma il grande successo e la notorietà dei dirigibili negli anni tra le due guerre si devono soprattutto all'iniziativa di un ufficiale della cavalleria prussiana che alla non più tenera età di 53 anni decise di appendere al chiodo il moschetto per dedicarsi alla costruzione delle aeronavi. L'ingresso del conte Ferdinand Zeppelin nella storia dell'aviazione avvenne intorno al 1898, quando con il finanziamento del re del Wurttemberg e l'aiuto di un vicino, l'ingegner Daimler, che gli fornì i due gruppi di motori a 4 cilindri, si accinse alla costruzione del Led Zeppelin 1. Il parere degli ingegneri cui il conte mostrò il progetto fu tutt'altro che favorevole: parlarono di errore tecnico «kolossal», e si dice che Zeppelin, dignitosissimo, abbia ascoltato pazientemente senza proferir verbo. Eppure il 2 luglio del 1900 l'aeronave uscì da un hangar galleggiante sul lago di Costanza e volò senza problemi per 18 minuti. Non andò sempre così liscia: il Led Zeppelin 2 decollò il 17 gennaio 1906 e quella stessa notte fu distrutto da una tempesta. Due anni più tardi il Led Zeppelin 4, atterrato felicemente a Stoccarda, fu sorpreso da un temporale, ruotò su se stesso e prese fuoco. Nonostante questi incidenti, nel 1910 Zeppelin riuscì a inaugurare un servizio regolare di trasporto passeggeri che collegava le principali città tedesche; era la prima linea aerea commerciale della storia: nel giro di 4 anni trasportò più di 34 mila passeggeri senza incidenti. Tutt'al più v'era il disagio degli sbarchi un po' macchinosi: il dirigibile veniva assicurato al tetto dell'hangar e i passeggeri dovevano scendere a terra con la pertica dei pompieri. Più tardi la Grande Guerra interruppe questa florida attività commerciale e gli Zeppelin vennero convertiti all'uso bellico. Il conte Ferdinand Zeppelin morì nel 1917 e non poté assistere ai felici sviluppi della sua impresa, proseguita nel periodo tra le due guerre dagli assistenti Ernst Lehmann e Hugo Eckener. Al termine del conflitto gli americani proibirono la costruzione dei dirigibili, ma per ottenere la revoca del divieto a Eckener fu sufficiente donare il primo dirigibile postbellico agli Stati Uniti; il 14 ottobre 1924 il Led Zeppelin 126 atterrò felicemente a New York e da quel momento la Zeppelin poté riprendere la propria attività produttiva e commerciale. Nel '29 il mastodontico «Graf Zeppelin» fece due viaggi transatlantici di andata e ritorno e un viaggio intorno al mondo trasportando 16 passeggeri paganti e un carico di pacchi postali; sette anni dopo venne inaugurato un regolare servizio di trasporto passeggeri attraverso l'Atlantico, al quale venne destinato il nuovo dirigibile «Hindenburg», ancora più grande e sofisticato del «Graf Zeppelin». I principi costruttivi erano stati messi a punto già nel 1916 dal conte Zeppelin e dall'ingegner Durr: sopra una struttura rigida di longheroni, centine e correnti metallici (duralluminio e acciaio) veniva teso un rivestimento in tessuto (cotone impermeabilizzato). In questa struttura venivano collocate sacche gonfiate di idrogeno che consentivano all'aeronave di sollevarsi nell'aria. All'esterno erano invece fissati la gondola, gli impennaggi e i gruppi motore. Di questo schema costruttivo l'«Hindenburg» fu certamente l'esempio più mirabile: lungo 245 metri e alto 41, poteva ospitare 50 passeggeri in condizioni di comfort paragonabili a quelle delle più lussuose navi da crociera. Le eliche di 7 metri di diametro erano mosse da quattro motori diesel 16 cilindri Mercedes-Benz eroganti complessivamente 5000 cavalli di potenza; all'interno di ognuna delle navicelle che ospitavano i motori era stata sistemata una piccola officina che consentiva di eseguire in volo le principali riparazioni. Il dirigibile aveva un'autonomia di 11.000 chilometri e raggiungeva la velocità di 130 chilometri all'ora. Il destino dell'Hindenburg fu tutt'altro che propizio: al termine di una traversata atlantica, nel corso della manovra di atterraggio a Lakehurst, l'aeronave esplose e andò a fuoco in pochi secondi per motivi che non furono mai accertati (si pensa a una scarica elettrostatica). Era il 6 maggio del 1937: 33 persone, tra cui il capitano Ernst Lehmann, persero la vita, ma ben 64 scamparono al disastro. La sciagura dell'«Hindenburg» , che ebbe risonanza in tutto il mondo, sembrò segnare la fine dell'interesse per i dirigibili che, come i dinosauri alla fine del mesozoico, parvero estinguersi per lasciar libero il campo ai già affermati «più pesanti dell'aria». Forti dei loro innegabili vantaggi, gli aeroplani soppiantarono i dirigibili in tutti gli impieghi cui questi erano stati adibiti. In realtà non si trattò di una vera estinzione e anzi, trascorso un periodo di relativo oblio, le aeronavi paiono oggi voler tornare a svolgere un ruolo attivo nella storia dell'aviazione civile e militare. L'epopea dei dirigibili è ben lungi dall'essere conclusa. La loro utilità come gru volanti e sistemi di sorveglianza è già riconosciuta, ma si sondano anche altre possibilità, quale ad esempio l'impiego come ripetitori stratosferici per le reti di telecomunicazione cui lavora da anni l'equipe francese di Pierre Balaskovic. L'intuizione della nave che si libra nell'aria sopravvive al succedersi delle generazioni, quasi una costante dell'immaginazione umana, e vien da porsi l'antico e mai risolto dilemma: se siano gli uomini a pensare le idee o piuttosto queste ultime a farsi pensare dagli uomini. Massimo Morelli


STRIZZACERVELLO
ARGOMENTI: GIOCHI
LUOGHI: ITALIA

L'algebra di Diofanto Un problema di Diofanto di Alessandria, il più grande algebrista greco. Trovare i quattro numeri che moltiplicati fra loro a due a due, danno come risultato sempre dei quadrati, se si aggiunge un'unità al prodotto ottenuto. Il problema si può risolvere algebricamente oppure per tentativi con una calcolatrice e, più velocemente, con un programmino al calcolatore. La soluzione domani, accanto alle previsioni del tempo.


LA PAROLA AI LETTORI Due forze spingono le piante in su e in giù
LUOGHI: ITALIA

Perché i fusti crescono verso l'alto e le radici verso il basso? Per due importanti caratteristiche morfologiche: il geotropismo e la polarità. La radice contiene una grandissima quantità di granuli d'amido, una sostanza di riserva energetica, che vengono attratti dalla gravità verso il centro della Terra e danno quindi l'orientamento alla radice (che ha andamento geotropicamente positivo). La polarità si manifesta molto bene se facciamo germinare un segmento di salice. Noteremo che esso emetterà gemme caulinari dal lato morfologicamente terminale (polo del fusto) e radici da quello morfologicamente iniziale (polo rizogeno). In definitiva, la polarità assicura la crescita geotropicamente negativa (verso l'alto), anche se non sempre i fusti si sviluppano verso l'alto: gli stoloni infatti (come accade nella fragola) sono fusti che strisciano o addirittura si sviluppano in parte sottoterra, come i tuberi caulinari (le patate). Paolo Rossi, Alessandria Il fusto delle piante è il «portatore» delle foglie. Esse hanno bisogno di energia luminosa per effettuare la fotosintesi, per cui il fusto tende a crescere verso l'alto proprio per captare la maggior quantità possibile di luce. Questo tipo di accrescimento è «secondario» ed è definito fototropismo, perché la pianta cresce verso la luce. Le radici delle piante invece crescono verso il basso perché il loro «scopo» è quello di assorbire i sali minerali di cui la pianta si nutre. Questo accrescimento è «primario» ed è detto geotropismo positivo: la radice risponde alla forza di gravità crescendo quindi nello stesso verso della forza. Francesca Busa, Roasio (VC) All'inizio del secolo scorso venne fatto un interessante esperimento: mettendo alcune giovani piante su una ruota che girava rapidamente sul suo asse (in modo da annullare la forza di gravità) si notava che le radici crescevano verso l'esterno (seguendo il senso positivo della forza centrifuga) e i fusticini verso l'interno. Se la ruota si muoveva lentamente, radici e fusti si muovevano obliquamente secondo la risultante della forza centrifuga e della forza di gravità. ITCG C. Ferrini, II A, Verbania Com'è nata l'attuale lunghez za pressoché standard delle sigarette? E' stata calcolata in base a un'ipotetica dose «standard» di nicotina? Come tutti sanno, nel tabacco è contenuta la nicotina, che è un alcaloide, un olio incolore, di sapore bruciante, che imbrunisce all'aria. E' una base forte, velenosa, otticamente attiva, solubile in acqua e nei solventi organici. Allo stato di sale dell'acido malico, citrico, ecc., la nicotina è presente nel tabacco nella proporzione di 0,6-0,8 per cento, che determina l'attuale lunghezza pressoché standard delle sigarette. Agatino Spoto, Catanzaro Perché si usa dire che l'invidia è verde e la fifa blu? L'invidia e la paura sono stati emotivi a base neurofisiologica con sede nella zona limbica del cervello e sono attivatori del sistema nervoso centrale e del sistema ghiandolare endocrino. Questi stati emotivi producono a volte forti alterazioni nell'organismo sia nella sfera psichica sia negli organi interni e sono riconducibili alla sintomatologia psicosomatica. L'invidia aziona processi neuroendocrini interessando anche il fegato e la cistifellea, all'interno della quale c'è un liquido verde, la bile. Generalmente nel soggetto invidioso, che da anni vive patologici attacchi epato-biliari (travaso di bile), si può osservare un'epidermide pallida con lieve tonalità giallo-verde. La paura invece è uno stato emotivo di emergenza che immette nel circolo sanguigno grandi quantitativi di adrenalina e forti dosi di cortisolo, che provocano una iper-ossigenazione. La struttura dei globuli rossi allora si altera, l'emoglobina si ossida e non tra- sporta più ossigeno e anidride carbonica (cianosi). L'aumento di emoglobina non ossigenata nei vasi sanguigni periferici in particolare fa assumere alla pelle un colore livido-bluastro accentuato dal pallore dovuto alla difficile ossigenazione dell'intero flusso sanguigno. Alfonso Rigato, Torino


CHI SA RISPONDERE?
LUOGHI: ITALIA

Q - Qual è la formula che permette di calcolare la spinta in kg che deve dare il lanciatore del peso alla sfera metallica per lanciarla oltre 20 metri? Q - Che cosa provoca il prurito e perché è sufficiente strofinare l parte per estinguerlo? Q - Perché, spegnendo la fiamma sotto un recipiente contenente acqua in ebollizione, si forma istantaneamente una notevole condensazione di vapore? ---- Risposte a «La Stampa-Tuttoscienze», via Marenco 32, 10126 Torino. Oppure al fax numero 011-65.68.688




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