TUTTOSCIENZE 26 ottobre 94


ARSENALI DA SMANTELLARE Bombe riciclate in ecologia Il tritolo diventer... resina per filtri
Autore: FOCHI GIANNI

ARGOMENTI: ARMI, ECOLOGIA, RICICLAGGIO
ORGANIZZAZIONI: LAWRENCE LIVERMORE NATIONAL LABORATORY
LUOGHI: ESTERO, USA

FINITA la guerra fredda, molti governi si sono trovati in carico arsenali pieni e ormai in parte inutili. I carri armati o le navi possono sempre essere trattati come rottami per il ricupero del ferro; ma che fare delle enormi quantità d'esplosivo convenzionale divenuto sovrabbondante? Fra l'altro, prima o poi, esso potrebbe finire nelle mani sbagliate e alimentare il terrorismo o le imprese della malavita. Il metodo più semplice ed economico per disfarsene, quello di bruciarlo all'aperto in luoghi sicuri, inquina l'ambiente. L'esercito degli Stati Uniti s'è perciò impegnato volontariamente a non ricorrervi più entro il 1997. In California il Lawrence Livermore National Laboratory si sta dedicando da tempo a questo problema, seguendo tre linee di ricerca. La prima mira a camere di combustione controllata, i cui gas effluenti potrebbero venire depurati prima d'entrare nell'atmosfera. La seconda studia metodi per isolare dalle complicate miscele militari gli esplosivi che potrebbero essere usati nelle miniere. La terza, che concettualmente è la più innovativa, punta a un riciclaggio in settori che con le esplosioni non hanno nulla a che fare. Gli scienziati californiani stanno studiando l'applicabilità su larga scala di processi chimici che convertono il tritolo in prodotti utili per la tecnologia civile. I nitrogruppi (si ricorda che il nome tritolo deriva per contrazione da trinitroto luolo) possono essere trasformati (v. schema) in gruppi amminici, e questi, reagendo con acido cloracetico, danno dei composti idealmente derivati dall'acido amminodiacetico (Ida). Essi possono poi venire ancorati a un polimero; se ne ricava una resina capace di catturare ioni metallici tossici e quindi adatta a funzionare come filtro depurante nelle acque scaricate dagl'impianti industriali. Resine di questo tipo, preparate secondo altri metodi, sono già in uso, ma la loro attuale produzione richiede l'impiego di reagenti cancerogeni. Trasformando il tritolo in un di-isocianato, se ne può inoltre ricavare una sostanza utile per la sintesi di poliuretani, cioè di polimeri largamente impiegati per fare pezzi di macchine o come schiume solide per riempimenti e isolamenti. In questo campo potrebbe sostituire un materiale simile, oggi molto usato per questo scopo. Il derivato del tritolo reagirebbe molto più velocemente, rendendo così inutile l'aggiunta di costosi catalizzatori, cioè di sostanze ora richieste per accelerare la preparazione del poliuretano. Gianni Fochi Scuola Normale di Pisa


POPOLAZIONI A RISCHIO Vivere sotto i vulcani Che si fa in Italia per la sicurezza
Autore: RUSSO SALVATORE

ARGOMENTI: GEOGRAFIA E GEOFISICA
NOMI: BARBERI FRANCO
ORGANIZZAZIONI: PROTEZIONE CIVILE
LUOGHI: ITALIA, ITALIA
TABELLE: D. Tipi fondamentali di vulcano

Iprincipali vulcani italiani sono cinque: Vesuvio, Campi Flegrei, Stromboli, Etna e Vulcano, concentrati in due regioni, Campania e Sicilia. Alcuni ormai sono soltanto attrattive del paesaggio, altri sono ancora irrequieti. In tre casi, ai loro piedi sono sorti grossi centri abitati e cresciute attività industriali. Che cosa bolle sotto le loro pendici? Sono ancora pericolosi? Ne parliamo con Franco Barberi, responsabile della Protezione Civile per il rischio vulcanico. La passeggiata tra le montagne di fuoco inizia dal Vesuvio. «L'ultima eruzione risale esattamente a 50 anni fa, nel 1944, - spiega Barberi - stiamo dunque attraversando un lungo periodo di riposo che speriamo continui, anche se per questo tipo di vulcano più è lungo il periodo di quiete più è violenta l'emissione che segue». «Questo vulcano, - aggiunge - è il più pericoloso, visto che le persone che vivono in zone a rischio sono 700 mila e dovrebbero essere evacuate prima della ripresa dell'attività eruttiva. Per fortuna i segni premonitori durano alcuni mesi, ma il piano di emergenza che si sta predisponendo presso la Prefettura di Napoli è molto complicato, si tratta pur sempre di traslocare un numero di persone pari a quello di una grande città. In questo caso ci vorrebbe una politica dell'uso del territorio più adeguata. La sola area di Portici ha una densità abitativa pari quasi a 20 mila abitanti per chilometro quadrato, seconda solo ad Hong Kong». Senza andare troppo lontano si trovano i Campi Flegrei. «Si tratta di una zona vulcanica particolare, caratterizzata da piccoli coni eruttivi all'interno di un'area sprofondata. Le ultime eruzioni, dopo quella antichissima che ricoprì di pomici e cenere l'intera Campania e creò un'area sommersa che oggi è il Golfo di Pozzuoli, risalgono al 1538, con la creazione del Monte Nuovo. Adesso ci possiamo attendere eruzioni a bassa energia ma di tipo esplosivo, pericolose perché anche in questo caso siamo vicini a centri abitati (Pozzuoli, con 70 mila abitanti). La crisi non eruttiva più recente risale a 10 anni fa: dal 1982 al 1984 e il centro di Pozzuoli fu evacuato; per ora le nostre notizie sono buone, i Campi Flegrei dormono tranquillamente, ma la sorveglianza deve restare ai massimi livelli». Stromboli. «Questo vulcano ha un'attività esplosiva persistente, a bassa energia, con uno spettacolo eruttivo bellissimo. In media è soggetto a eruzioni di lava ogni dieci anni circa, ma per fortuna non c'è pericolo per gli abitanti dato che per la particolare morfologia del vulcano le colate discendono direttamente a mare. L'ultima di queste eruzioni è avvenuta nel 1985, quindi tra breve potrebbe essercene un'altra. Le esplosioni più violente si ripetono invece ogni 50 anni circa, l'ultima risale al 1936. Nonostante le piccole dimensioni del vulcano anche in questo caso occorre un'attenta sorveglianza; l'attività persistente infatti fa sì che il magma sia sempre alto ed il passaggio ad un'eruzione violenta può avvenire in poco tempo. Non siamo in grado di stimare quando avverranno le prossime esplosioni violente, ma in via generale lo Stromboli non dà molti problemi». Infine tocca a Vulcano. «E' l'unico cratere dormiente che sta dando segni di possibile riattivazione: negli ultimi anni abbiamo registrato un aumento dell'attività fumarolica, nuove fratture, più gas con una temperatura cresciuta fino a 700c; ora la temperatura è scesa ma rimaniamo in una situazione potenzialmente critica, soprattutto quando c'è un po' di attività sismica, come nel luglio di quest'anno. Le ultime grandi eruzioni risalgono al 1888- 1890, ed il pericolo maggiore è legato alla presenza a poca distanza del centro abitato, con 700 abitanti d'inverno, che diventano 12-15 mila in estate. Comunque, viste le irrequietezze del vulcano la situazione è sotto controllo. Un piano di evacuazione è stato provato alla fine del '91 e poi abbiamo addestrato lì sul posto un gruppo di volontari per fronteggiare un'eventuale emergenza». Salvatore Russo


VIA SATELLITE Sull'Etna sorveglianza speciale
Autore: S_R

ARGOMENTI: GEOGRAFIA E GEOFISICA, VULCANO, TECNOLOGIA, PROGETTO
ORGANIZZAZIONI: COSPEC CORRELATION SPECTROMETER
LUOGHI: ITALIA

VI ricordate l'impetuosa eruzione dell'Etna, e il paese di Zafferana, minacciato dalle colate laviche, in stato di allarme? Da allora - era il maggio del '92 - sono passati più di due anni, ma il vulcano, ora in tranquilla fase di degassamento, è sempre sotto stretta sorveglianza. Gli esperti della Protezione civile cercano di prevenire eventuali fasi eruttive attraverso due nuove strade: lo studio dell'emissione di gas e la produzione di terremoti artificiali a bassa energia. Nel primo caso si tratta di stimare la consistenza delle esalazioni vulcaniche, paragonabili oggi all'attività di 20 fabbriche. Dei tre gas emessi più abbondantemente - vapore acqueo, anidride carbonica e anidride solforosa - è soprattutto quest'ultimo a destare l'interesse degli studiosi. E' possibile infatti misurare con buona precisione il flusso del cratere e stimare la quantità di magma presente nel sottosuolo, disponibile per nuove eruzioni. Per gli studi si è fatto ricorso a immagini riprese da satellite, in grado di garantire un primo livello di conoscenza degli abituali pennacchi di fumo; in una fase successiva è stato utilizzato uno spettrometro - denominato CoSpec, Correlation Spectrometer - applicato su uno speciale autoveicolo, su elicotteri o su un aereo, in grado di rilevare il flusso di gas (tra mille e 25 mila tonnellate di anidride solforosa al giorno) appena di fuori della bocca del vulcano. Si deve poi ricostruire la struttura profonda del vulcano e in particolare il suo sistema di alimentazione, attraverso esplosioni provocate in pozzi a terra, alla base del vulcano, o a mare, con getti di aria compressa lanciati appena sotto il livello del mare in direzione del vulcano. Questi scoppi artificiali generano piccoli terremoti; le onde sismiche consentono di conoscere la struttura interna del vulcano. Per l'Etna è in funzione ormai da alcuni anni anche un servizio di sorveglianza da satellite col sistema Gps, che controlla i rigonfiamenti della montagna. Il sistema utilizza una rete di stazioni fisse disposte attorno al cratere. Diventa così possibile la rilevazione di spostamenti di pochi centimetri. La prevenzione dei fenomeni eruttivi è affidata infine alla simulazione numerica. Già ai tempi dell'ultima eruzione un modello al calcolatore aveva correttamente individuato i percorsi delle colate laviche, ora questo modello è stato potenziato: tra breve sarà possibile stimare il punto di arrivo delle colate e tracciare una mappa del rischio reale, tenendo conto dei vicini centri abitati.(s. r.)


INIZIATIVA ONU Sei crateri diventano laboratori naturali
Autore: S_R

ARGOMENTI: GEOGRAFIA E GEOFISICA, VULCANO, RICERCA SCIENTIFICA, PROGETTO
NOMI: BARBERI FRANCO
ORGANIZZAZIONI: ONU, UE UNIONE EUROPEA
LUOGHI: ITALIA

NEL Piano di prevenzione dei grandi rischi naturali varato dall'Onu, il rischio vulcanico ha un posto di rilievo. Le Nazioni Unite per il decennio 1990-2000, dedicato allo studio dei grandi disastri, ha dato un ordine di priorità ben chiaro agli interventi per ridurre la pericolosità dei vulcani. Un problema di portata mondiale, con forti riflessi di tipo climatico (si pensi alle eruzioni del Pinatubo). A parte il pericolo delle eruzioni, i vulcani sono formidabili inquinatori: 12 milioni di tonnellate di anidride solforosa, il 15 per cento dell'emissione antropica di zolfo, esce ogni anno dai vulcani. E l'emissione di anidride carbonica è 10 volte più alta. Un'indagine è stata predisposta dal progetto Ambiente della Comunità Europea - 20 miliardi in 3 anni, si concluderà nel '95 - e prevede il monitoraggio e lo studio di sei vulcani e in prospettiva la creazione di una task force composta da scienziati in grado di raggiungere qualsiasi cratere in eruzione. I sei vulcani trasformati in laboratori naturali sono il Piton de La Fournaise, nell'isola de La Reunion (Oceano Indiano); il cratere del Teide nelle isole Canarie; il Furnas nelle Azzorre; il Santorini nel mare Egeo; il vulcano Krafla in Islanda e l'Etna. Una scelta fatta in base alle singole caratteristiche: eruttivi il Piton de La Fournaise e l'Etna; dormienti ma molto pericolosi il Furnas, il Santorini e il Teide; ad alta frequenza di colate laviche il Krafla. Della task force di studiosi fa parte anche Franco Barberi, che per conto dell'Italia segue il progetto Cee. «Gli obiettivi principali di questa importante iniziativa europea - spiega - riguardano la definizione del sistema di alimentazione di ciascun vulcano e del suo funzionamento; il potenziamento delle reti di monitoraggio e la definizione del grado di pericolosità». «Gli studiosi francesi, inglesi e italiani - dice ancora Barberi - sono quelli più preparati ad affrontare problemi di tipo vulcanico; Grecia, Portogallo e Spagna, invece, sono più indietro. Il progetto Cee è servito anche a migliorare lo scambio delle tecniche di controllo dei vulcani e a creare al Santorini, Furnas e Teide i primi osservatori vulcanologici». Il risultato atteso in ambito Cee dai tre anni di studio riguarda la redazione di dettagliate mappe del rischio, che i singoli Paesi potranno poi utilizzare nei casi di emergenza. Conclude Barberi: «Occorre infine automatizzare la raccolta dei dati sul monitoraggio dei vulcani, magari in futuro pensando a un'unica stazione cui far affluire i dati teletrasmessi». (s. r.)


BIOLOGIA DEL SOTTOSUOLO Scoperti batteri vivi in rocce a 3000 metri di profondità Altri microbi, sepolti sotto terreni desertici, «resuscitano» tornando in superficie
Autore: TIBALDI ALESSANDRO

ARGOMENTI: BIOLOGIA, GEOGRAFIA E GEOFISICA
LUOGHI: ITALIA

LA nascita di una nuova disciplina scientifica è un evento raro, indicatore di un fermento nell'evoluzione del pensiero che porta a esplorare nuovi confini della scienza, allargando il sapere tramite il confronto tra scienziati di estrazione diversa. E' il caso della geomicrobiologia: una fusione di discipline quali la geologia, la biologia molecolare, la microbiologia e l'ingegneria chimica, che ha lo scopo di studiare la presenza e distribuzione di materia vivente all'interno della successione di strati rocciosi che compongono la Terra. La nuova scienza è stata presentata ufficialmente al grande pubblico nel corso di un recente convegno internazionale in Inghilterra. Già si sapeva che alcuni microrganismi sopravvivono in condizioni estreme, ma mai si erano avute le prove tangibili che si annidassero nelle masse rocciose a chilometri di profondità e senza nessun contatto diretto con l'esterno. Si sono per esempio campionate delle rocce a mille metri di profondità, al di sotto del fondale marino, nelle quali sono presenti popolazioni di batteri vivi. In ambiente continentale, all'interno di rocce sedimentarie del periodo geologico Triassico, vecchie di 200-250 milioni di anni, sono stati rinvenuti dei batteri vivi a 2800 metri di profondità in grado di resistere, oltre che alle eccezionali condizioni fisico-chimiche, anche a una iperconcentrazione di sali caratteristica di quei depositi. Al contrario si è visto che in rocce vulcaniche tipo i basalti, affini a quelle costituenti l'Etna, ogni forma vivente scompare ad appena 200 metri di profondità. Si può immediatamente pensare a come siano importanti questi risultati nell'ambito dello stoccaggio di rifiuti tossici in caverne rocciose o in depositi sepolti, dove l'attacco ai contenitori, atti a proteggere i rifiuti dalla loro futura dispersione, ad opera dei microrganismi costituisce un grosso problema. Ma le scoperte vanno ancora più lontano. In Siberia, all'interno di depositi rocciosi pliocenici, con età di un milione di anni, congelati dal permafrost per la maggior parte dell'anno o costantemente, sono stati rinvenuti batteri che sopravvivono adattandosi a temperature anche di 10-20 gradi sotto zero. Per arrivare alle sorprese: in zone aride a cinquanta metri di profondità sono stati trovati batteri apparentemente morti in grado di resuscitare se riportati in superficie. Ciò fa supporre che l'uomo possa intervenire direttamente sulle popolazioni naturali di microrganismi annidati nelle rocce, fino ad arrivare alla scoperta che alterando il patrimonio genetico dei batteri si possono indurre variazioni tali da influenzare le loro possibilità di attaccare i componenti mineralogici delle rocce. Si potrebbe così selezionare batteri in grado di assorbire inquinanti. E' stato infatti dimostrato che si possono stimolare batteri particolari già normalmente presenti nelle acque a contatto con giacimenti petroliferi, in modo da indurli ad assorbire dei componenti chimici dannosi per la purezza degli idrocarburi. Oppure si può incrementare la presenza di batteri in grado di assorbire i metalli pesanti dall'acqua e quindi di disinquinarla. Questi ultimi batteri vengono chiamati magnetosensibili e hanno la particolarità di poter essere successivamente recuperati dall'acqua tramite dei campi magnetici indotti dall'uomo. Altri tipi di batteri possono essere nutriti provocando la formazione di membrane biologiche in grado di chiudere i pori di rocce particolarmente permeabili e di incanalare così la migrazione di idrocarburi lungo altri strati rocciosi che ne permettono un più facile recupero. Tutte queste scoperte si devono a due fattori principali: uno umano, riconducibile alla ormai generalizzata presa di coscienza che il grado di specializzazione molto spinto dei ricercatori richiede un dialogo sempre più interdisciplinare e cooperativo, e uno tecnico, da imputarsi ai fortissimi progressi degli anni novanta nelle metodologie di perforazione e recupero di campioni in condizioni integre ed asettiche. Siamo quindi in un campo tutto nuovo che sicuramente ci darà importanti sorprese in futuro. Alessandro Tibaldi Università di Milano


GIAN DOMENICO CASSINI L'astronomo conteso Così Parigi lo rubò a Bologna
AUTORE: RAVIZZA VITTORIO
ARGOMENTI: STORIA DELLA SCIENZA, ASTRONOMIA
PERSONE: CASSINI GIAN DOMENICO
NOMI: DE LAISTRE GENEVIEVE, CASSINI GIAN DOMENICO
LUOGHI: ITALIA

UN giorno del 1638 un ragazzino di 13 anni discendeva la mulattiera da Perinaldo al mare di Bordighera; era diretto a Genova per proseguire gli studi, ed essendo la prima volta che lasciava il paese natio è probabile che provasse un po' di nostalgia e molta apprensione. Si chiamava Gian Domenico Cassini e quei primi passi giù tra gli ulivi della collina familiare erano l'inizio di una eccezionale avventura umana e scientifica; sarebbe diventato uno dei più famosi scienziati del suo tempo ed avrebbe dato inizio a una dinastia di astronomi e cartografi che occupo' un posto di primo piano in Europa fino a meta"800. Dinastia monopolizzata dalla Francia, dove Cassini I si trasferì nel 1669, mentre in Italia, fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori, è quasi ignota. Un documentatissimo libro, pubblicato dal Comune di Perinaldo, «Gio. Domenico Cassini - Uno scienziato del Seicento» di Anna Cassini (una semplice omonimia), offre l'occasione di ripercorrerne le vicende. Cassini nacque l'8 giugno del 1625. Due anni prima Galileo aveva pubblicato il Saggiatore. A Genova nel Collegio dei Gesuiti studiò latino, filosofia e retorica, appassionandosi anche alla matematica e all'astrologia; poi per alcuni anni insegnò filosofia e matematica ai figli della nobiltà genovese. Decisivo fu, nel 1649, il passaggio a Bologna, dove era vacante la cattedra che era stata di Bonaventura Cavalieri, matematico e astronomo allievo di Galilei. Nello Studio bolognese Cassini restò vent'anni; dopo aver diretto la costruzione della famosa meridiana all'interno di San Petronio, che aveva lo scopo di fornire date esatte per la riforma in corso del calendario gregoriano e di verificare le leggi di Keplero, iniziò una sistematica osservazione del Sole che gli consentì di pubblicare più precise tavole solari e poi la compilazione di nuove effemeridi, utilizzate per la navigazione; anche l'osservazione di Giove e dei suoi quattro satelliti scoperti da Galileo nel 1610 ebbe un immediato risvolto pratico perché tramite i tempi di eclisse dei pianetini, come allora erano chiamati, mise a punto un sistema per il calcolo della longitudine che fu usato fino alla seconda metà del '700, cioè fino all'avvento del cronometro. Curioso di tutti gli aspetti della natura, si occupo' anche di medicina eseguendo per primo in Italia una trasfusione di sangue, e di biologia intervenendo nella questione allora vivissima delle germinazione spontanea; come Sovrintendente agli Affari d'Acque lavorò alla regolazione dei fiumi dello Stato Pontificio. Nel frattempo non si sottraeva alla mondanità e scriveva poemetti. Nel 1668, da Luigi XIV e dal suo ministro Colbert, ebbe l'invito a trasferirsi a Parigi; Cassini non ha esitazioni ad accettare ma il Papa vuole garanzie di un pronto ritorno e l'università di Bologna addirittura si oppone. «Luigi XIV che spesso prendeva una città in tre giorni impiegò tre anni per strappare il mio bisnonno all'Italia» scrisse il pronipote Jacques-Dominique Cassini (Cassini IV). Ma infine poté partire. La Francia era in gara con le altre grandi potenze europee per stabilire la propria influenza su nuove terre e al Re Sole interessavano molto gli studi di Cassini applicabili alla cartografia e alla navigazione; un grande osservatorio astronomico era in costruzione a Parigi e Cassini ne divenne l'incontrastato animatore oltre che l'inamovibile inquilino. Appena un mese dopo il suo insediamento individuò un nuovo satellite di Saturno, Giapeto, seguito da altri tre (Rea, Teti e Dione) e scoprì che l'anello del pianeta è in realtà un doppio anello separato da quella che divenne la «divisione di Cassini»; riprese un suo vecchio studio sulle macchie solari, e per ben nove anni lavorò a una «Grande Carta della Luna» presentata nel 1679; inviò missioni di astronomi in varie parti del mondo e una di queste spedizioni, a Cayenna, gli fornì i dati per calcolare la distanza della Terra da Marte e dal Sole da cui dedurre tutte le orbite del sistema solare; ma i dati raccolti servirono soprattutto per la compilazione del celebre atlante marittimo «Neptune Francois» del 1693, fondamentale per la navigazione nei decenni successivi. Nel 1673 Cassini aveva piantato definitive radici in Francia sposando Genevieve de Laistre, ottenendo la cittadinanza francese e acquistando il castello di Thury; intanto da Perinaldo era stato raggiunto a Parigi dal figlio di una sorella, Giacomo Filippo Maraldi (1665-1729), ed era stato affiancato all'Osservatorio dal figlio Jacques (1677-1756). Maraldi, laureatosi in astronomia, pubblicò un nuovo catalogo stellare e continuò il lavoro dello zio per la riforma del calendario facendo la spola con Roma; Jacques Cassini, succeduto al padre morto nel 1712 nella direzione dell'Osservatorio, pubblicò studi importanti come «De la grandeur et de la figure de la Terre» del 1720. Un altro Maraldi, Gian Domenico (1709-1788), figlio di un fratello di Giacomo Filippo, giunto a Parigi dopo aver studiato a Sanremo e essersi laureato a Pisa, fu autore di studi sulle orbite delle comete e collaborò con il terzo dei Cassini, Cesar-Francois conte de Thury (1714-1784) alla «descrizione trigonometrica della Francia», lavoro preparatorio per la prima carta geografica del Paese, nota come «Carta di Cassini», che fu realizzata da suo figlio Jacques-Dominique (1747-1845); quest'ultimo, privato di ogni carica durante la rivoluzione, reintegrato alla direzione dell'Osservatorio dal Bonaparte, creato senatore dell'impero, morì a 98 anni prolungando il regno dei Cassini-Maraldi fin quasi alla metà dell'800. Vittorio Ravizza


SCAFFALE Autori vari: «Psicopatologia della prima infanzia», Bollati Boringhieri
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: PSICOLOGIA, LIBRI
NOMI: FREUD SIGMUND
LUOGHI: ITALIA

E'stato Freud, quasi un secolo fa, ad attirare l'attenzione del mondo scientifico sull'importanza delle esperienze infantili nel determinare la personalità dell'adulto, nel bene e nel male. Si deve quindi in buona parte al fondatore della psicoanalisi se oggi c'è una grande attenzione per i primi anni di vita del bambino, visti non soltanto nella prospettiva «negativa» di evitare l'insorgere di patologie psicologiche ma anche in quella positiva di tutelare i diritti del bambino e di favorire lo sviluppo di tutte le sue potenzialità affettive e intellettuali. Una «summa» di quanto su questo tema possono insegnare discipline come la pediatria, la genetica, la psicologia, la psicoanalisi, la sociologia, le neuroscienze e la stessa etologia si trova ora in tre preziosi volumi di circa 300 pagine ciascuno in cui Serge Lebovici e Francoise Weil-Halpern hanno coordinato una molteplicità di contributi di altri specialisti. Per un pubblico più vasto, dello stesso editore, sono da segnalare i volumetti La gelosia e L'invidia.


SCAFFALE Rose Steven: «La fabbrica della memoria», Garzanti. Searle John: «La riscoperta della mente», Bollati Boringhieri
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: BIOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

Siamo nel «Decennio del cervello», una grande iniziativa di ricerca internazionale per sviluppare le nostre conoscenze sull'organo più importante e misterioso. Il traguardo, come si sa, è lontano, ma si tentano diverse strade: neuroscienze, psicologia, psicoanalisi, modelli mutuati dall'informatica, filosofia. Steven Rose, nel fare il punto sulle conoscenze a proposito della memoria, non rinuncia a nessuna risorsa. John Searle, filosofo del linguaggio, nel suo libro liquida invece ogni confronto con il computer e gli eccessi del cognitivismo.


SCAFFALE Pallante Maurizio: «Le tecnologie di armonia», Bollati Boringhieri
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: TECNOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

Razionalizzare la produzione dei beni di consumo, l'organizzazione del lavoro, la produzione di energia, le tecnologie: sono gli obiettivi che propone Maurizio Pallante in un libro con la prefazione di Tullio Regge. In sintesi, al posto delle «tecnologie di potenza», l'autore suggerisce la «tecnologie di armonia», cioè quelle che danno i risultati di più alta efficienza con il minore impatto sul rapporto tra uomo e natura.


SCAFFALE Pasini Willy: «Il cibo e l'amore», Mondadori
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: PSICOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

Dalla tovaglia alle lenzuola il passo è breve. C'è il mito dei cibi che favoriscono l'eros. E c'è la psicologia a dirci che molte volte si mangia (o si digiuna) nel tentativo di risolvere problemi affettivi. Anoressia e bulimia non sono mai state patologie diffuse come oggi. Con la consueta levità discorsiva Willy Pasini ci accompagna al confine tra quelle due primarie necessità umane che sono l'alimentazione e la sessualità.


SCAFFALE Schobinger Juan: «I primi americani», Jaca Book. Massa Renato: collana «Il profondo verde», Jaca Book
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: ANTROPOLOGIA E ETNOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

Quello delle prime popolazioni americane, giunte attraverso un ponte di ghiaccio sullo Stretto di Bering, è uno dei più affascinanti capitoli etnologici e oggi le nuove conoscenze di climatologia consentono verifiche impossibili fino a pochi anni fa: lo dimostra anche questo documentatissimo volume di Juan Schobinger, con tavole e fotografie davvero splendide. Dello stesso editore segnaliamo due volumi firmati dall'ecologo Renato Massa con Monica Carabella e Lorenzo Fornasari. Il primo, «La Terra che respira», è centrato sulla fotosintesi come meccanismo base dell'ecosistema planetario. Il secondo, «Dall'acqua alla terra», è una storia dell'evoluzione vegetale dalle prime alghe fino alle angiosperme. Seguiranno altri tre volumi degli stessi autori, a formare una collana dal titolo «Il pianeta del profondo verde». Piero Bianucci


TECNOLOGIA Fare il bagno nelle bollicine La vasca per idromassaggi compie 25 anni
AUTORE: NACCARI GIORGIO
ARGOMENTI: TECNOLOGIA, ELETTRONICA
NOMI: JACUZZI ROY
ORGANIZZAZIONI: JACUZZI
LUOGHI: ITALIA

QUANDO la miscela di acqua e aria colpisce il corpo esplode in mille piccolissime bollicine che agiscono come le mani di un esperto massaggiatore, rilassando la muscolatura. E', in poche parole, quanto avviene nell'idromassaggio, la vasca da bagno con le bollicine che da ormai un quarto di secolo sta facendo proseliti in tutto il mondo. Questo semplice strumento per l'idroterapia, che un tempo fu uno status symbol per pochi eletti, è ora diventato, dopo venticinque anni, un dispositivo domestico molto diffuso. E la sua storia è curiosa. Da quando Roy Jacuzzi, disegnatore industriale, terza generazione di una famiglia friulana emigrata negli Stati Uniti agli inizi del secolo, lo installò per la prima volta nel '69 in una villa del Nord della California, l'idromassaggio di strada ne ha fatta parecchia. La prima vasca comprendeva nella struttura sottostante l'invaso, la pompa dell'idrogetto, con i getti a vortice collocati su due punti diversi della vasca, così che il corpo fosse esposto a una grande quantità di acqua compressa dall'aria. Oggi si è arrivati a copiare la medicina cinese facendo, con l'aria e l'acqua, ciò che riesce a fare l'agopuntura. Sulla J-sha, una vasca a 32 bocchette, è infatti possibile ottenere le virtù del massaggio shiatsu, un massaggio orientale che agisce direttamente sulle zone cervicali, dorsali e lombari. Un computer governa il ciclo di massaggi, tarando la forza dei getti secondo il peso di chi si immerge e variando l'intensità dell'uscita che deve farsi progressivamente più forte e più incisiva. Il massaggio shiatsu ottiene risultati diversi a seconda del moto con cui si effettua. Calmante se dall'alto verso il basso, stimolante in senso contrario. Gli effetti del massaggio shiatsu, combinati a quelli del bagno idromassaggio, possono realmente contribuire al mantenimento dello stato di benessere ed essere di aiuto in situazioni di stress o agevolare terapie contro il mal di testa, la cervicale e l'insonnia. Una tecnica, quindi, nata per aiutare a vivere meglio; del resto fu ideata per permettere a un cugino del suo inventore di combattere una grave forma di artrosi reumatoide. Gli Jacuzzi, in oltre mezzo secolo, avevano brevettato qualcosa come 250 invenzioni, dall'elica per il primo aereo monoposto alla macchina anti-brina per i frutteti, dalle pompe di profondità a quelle di irrigazione, soprattutto all'idrogetto. Idromassaggiarsi, oggi, significa non solo avere cura del proprio corpo ma anche aiutarlo a prevenire alcuni malanni. Basta saperlo fare in maniera corretta, iniziando con cinque minuti al giorno alla temperatura di 25-26 gradi, per poi passare a 20 minuti, nel giro di una settimana, con una temperatura di 36-37 gradi. Questa pratica ridà tono alla muscolatura, rinvigorisce la circolazione sanguigna e rigenera i pori della pelle. Per l'idromassaggio certi personaggi famosi sono disposti alle trovate più strane, pur di non rinunciarvi. Sylvester Stallone, il Rambo del cinema hollywoodiano, si fece installare una vasca addirittura nella sua limousine andando incontro, per la posa del solo circuito idraulico, a una spesa pazzesca. Ronald Reagan, per un summit con i 5 Grandi della Terra, a Venezia, fece smontare la sua Jacuzzi dal bagno della Casa Bianca pur di averla anche nella città lagunare; e l'armatore greco Niarkos ordinò due minipiscine per curarsi un piede. Idromassaggiarsi dà una sensazione di benessere, e gli italiani devono averlo compreso. Su cento vasche destinate all'Europa, settanta si fermano in Italia. Giorgio Naccari


STUDI IN USA L'allergia che viene dai guanti di gomma
Autore: BUONCRISTIANI ANNA

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, SANITA'
NOMI: BRANCACCIO RONALD
LUOGHI: ESTERO, USA

SU tutti i giornali è rimbalzata in questi giorni la notizia di Massimiliano Francese, il bambino salernitano fortemente allergico al lattice di gomma e ai suoi derivati. Quello di Massimiliano è certamente un caso estremo e quindi assai raro, ma i dermatologi hanno notato negli ultimi tempi un aumento delle intolleranze più o meno gravi nei confronti della gomma naturale. Intolleranze che presentano sintomi molto vari: da quelli della febbre da fieno a veri e propri shock anafilattici, potenzialmente letali. A un recente congresso dell'Accademia americana di dermatologia, Ronald Brancaccio, dell'University Medical Centre di New York, ha avanzato l'interessante ipotesi che in certi casi la reazione allergica sia dovuta a una proteina prodotta dall'albero della gomma, proteina che i normali processi di lavorazione del lattice non riuscirebbero a rimuovere. Ricordando che l'aumentata esposizione a una sostanza facilita lo svilupparsi di allergie verso di essa, il ricercatore statunitense ha fatto presente che la diffusione dell'Aids ha incrementato di molto l'uso della gomma. Le campagne di prevenzione propagandano infatti in modo martellante l'impiego dei profilattici nei rapporti sessuali. Inoltre l'uso precauzionale di calzare guanti nei contatti coi pazienti si sta ormai estendendo anche tra infermieri e dentisti, dopo che da molto tempo è la regola per i chirurghi. A questo proposito sono già stati segnalati casi di persone colpite da shock mentre subivano interventi chirurgici. Anna Buoncristiani


SCHIAVI & SCHIAVISTI Il trucco della formica Come conquistare i feromoni per governare
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ETOLOGIA, ZOOLOGIA, ANIMALI
NOMI: WILSON EDWARD, LE MOLI FRANCESCO, HUBER PIERRE, TOPOFF HOWARD
LUOGHI: ITALIA

UNA colonna di formiche amazzoni della specie Polyergus rufescens marcia veloce verso un nido di Formica fosca (Serviformica fusca). Sono migliaia di operaie con mandibole da far paura, lunghe e affilate come sciabole e per giunta provviste di puntuti dentelli. Non hanno nulla da invidiare alle formiche-soldato. Arrivate a destinazione, infilzano i difensori del nido nemico come salsicce allo spiedo, fanno piazza pulita degli adulti e arraffano tutti i bozzoli che trovano. Poi se ne tornano trionfanti al loro nido con il bottino di guerra. In quei bozzoli ci sono le formiche fosche allo stadio di pupa, l'ultima fase larvale che prelude alla nascita dell'adulto. E infatti di lì a poco dai bozzoli escono le formiche fosche, le quali non solo si trovano come a casa loro, ma presto incominciano a svolgere tutte le mansioni inerenti alla buona conduzione del nido nemico. Diventano insomma le schiave delle legittime occupanti. Il bello è che queste ultime non sono più capaci di nutrirsi da sole. Senza l'aiuto delle schiave sarebbero votate a morte sicura. Per assoggettare le formiche di altre specie e sfruttarne i servigi, le schiaviste usano strategie diverse. Spesso è la regina schiavista che trova modo di introdursi in un nido estraneo e di farsi «adottare». La regina della Formica pressilabris, ad esempio, si finge morta nei pressi di un nido di Serviformica fusca. Le operaie fusca sollecitamente la sollevano e la trasportano all'interno, senza alcun segno di ostilità. E il gioco è fatto. Una volta all'interno, l'intrusa trova modo di eliminare la regina legittima, prendendone il posto come produttrice di uova. L'assassinio viene perpetrato in vari modi dalle regine. Così quella di Lasius reginae elimina le rivali rovesciandole sul dorso e strozzandole. Quella della specie nordafricana Bothrio myrmex decapitans mette in atto il progetto criminoso indicato nel suo nome. Non appena trova un nido di Tapinoma, si sistema sul dorso della regina ospite e dà inizio all'unico atto per cui è specializzata: decapita lentamente la vittima. Dopo l'operazione, che dura parecchie ore, diventa l'unica riproduttrice e la sua progenie sostituisce quella della specie ospite che gradatamente si estingue. Edward O. Wilson, il padre della sociobiologia, riteneva che il comportamento delle schiave fosse geneticamente programmato. Ma esperienze compiute una quindicina di anni fa dall'italiano Francesco Le Moli e dalla sua equipe hanno dimostrato in maniera inconfutabile che lo schiavismo è un comportamento appreso per imprinting nei primi sedici giorni di vita. Trovandosi a contatto con la specie occupante fin dalla nascita, il modello della specie schiavista si imprime indelebilmente nel cervello delle future schiave e condiziona il loro comportamento per tutta la vita. Si conoscono oggi circa ottomila specie di formiche. Oltre duecento hanno evoluto rapporti di schiavismo, sia pure in diverso grado, con altre specie di formiche. Il grado più blando è quello della Lasius umbratus, che si avvale delle schiave soltanto nei primi stadi di vita della colonia. La regina di questa specie, appena fecondata, entra nel nido della specie parassitata, Lasius niger, uccide la regina residente e deposita le proprie uova, che vengono allevate dalle operaie niger. Ma, poiché non c'è più la regina fabbricante di nuove uova, la popolazione delle niger a poco a poco si esaurisce. Prende il suo posto la popolazione della umbratus, i cui adulti sono perfettamente capaci di curare la sopravvivenza della colonia. Non hanno più bisogno delle schiave. Il fenomeno dello schiavismo, descritto per la prima volta da Pierre Huber nel 1810, continua ad affascinare gli studiosi. Dobbiamo un'interessantissima ricerca in proposito a Howard Topoff, professore di psicologia alla City University di New York, nonché ricercatore del dipartimento di entomologia dell'American Museum of Natural History. Topoff è un appassionato di formiche. Ha studiato per quindici anni il comportamento sociale delle formiche legionarie in Panama e in Arizona. Recentemente ha focalizzato la sua attenzione sulle formiche schiaviste che vivono in una foresta dell'Arizona sudorientale a l800 metri di altitudine (le formiche razziatrici di schiave vivono esclusivamente nei climi freddi). L'unica schiavista della zona è la Polyergus breviceps, che parassitizza la specie Formica gnava. Studiare sul posto le interazioni tra le due specie non sarebbe stato possibile, dato che ambedue nidificano nel sottosuolo. Topoff decide perciò di trasportare le colonie di Polyergus e di Formica in laboratorio. E qui, con l'aiuto di un potente microscopio, scopre come si svolgono i fatti. Non appena la regina Polyergus riesce a penetrare in un nido di Formica, mette in azione le sue possenti mandibole, dando morsi furibondi alle operaie che cercano di respingerla e liquida le altre con un feromone secreto da una sua ghiandola addominale. Poi afferra la regina Formica e per venticinque minuti la morde ripetutamente alla testa, al torace, all'addome. L'assalto della regina Polyergus è talmente fulmineo e violento che la rivale riesce a opporle soltanto una debole e vana resistenza, dopo di che, sopraffatta, muore. Attraverso il microscopio Topoff osserva allora uno strano comportamento della regina Polyergus. Tra un attacco e l'altro, che cosa fa? Spalanca le mandibole e, estendendo la lingua, lecca accuratamente le ferite della rivale. A questo punto avviene un cambiamento radicale nel comportamento delle ospiti. Quelle stesse operaie Formica che prima l'attaccavano e la respingevano come un'estranea, improvvisamente l'accettano. Le si fanno attorno, l'accarezzano con le antenne, si mostrano docili suddite della nuova regina. Cos'è successo? si domanda Topoff. E' successo che leccando la regina morta, l'usurpatrice le ha rubato la bacchetta magica, è venuta in possesso di quei feromoni con i quali la vecchia regina governava il suo popolo. Isabella Lattes Coifmann


IN BREVE Un tessuto salvagente
ARGOMENTI: TECNOLOGIA, SALONE
ORGANIZZAZIONI: IMAT '94, CNR
LUOGHI: ITALIA, MODENA (MO)

Lo ha ideato un tecnico modenese, è ricavato da polimeri, è spesso soltanto tre millimetri ed è il primo «tessuto salvagente». Sarà presentato in anteprima a Imat '94, la mostra-convegno sui materiali innovativi che si terrà a Modena il 27 e 28 ottobre. Il tessuto assicura al corpo umano un perfetto galleggiamento anche con mare mosso. Tra le produzioni esposte a Imat '94, anche il vetro a opacità variabile sotto l'azione di una corrente elettrica. Il Cnr e il Polo Ceramico presenteranno gli ultimi studi sull'impiego di zirconio e nitruro di silicio in marmitte catalitiche di nuova generazione.


IN BREVE La medaglia Wick al fisico Weisskopf
ARGOMENTI: FISICA, PREMIO, VINCITORE
NOMI: WEISSKOPF VICTOR
LUOGHI: ESTERO, SVIZZERA, LOSANNA

La Medaglia per la fisica teorica in memoria di Giancarlo Wick verrà quest'anno assegnata a Victor Weisskopf, uno dei più illustri scienziati della generazione che partecipo' all'esplorazione del nucleo atomico. La consegna avverrà a Losanna il 12 novembre presso l'Icsc World Laboratory. Weiss kopf è molto noto anche in Italia grazie alla traduzione dei suoi libri presso Garzanti e Jaca Book. Allievo e successore di Fermi all'Università di Roma, Wick è scomparso due anni fa lasciando lavori fondamentali di fisica teorica. Di Weisskopf fu amico fin dagli Anni 30, quando si conobbero alle università di Gottinga e di Lipsia.


IN BREVE Napoli capitale della plastica
ARGOMENTI: TECNOLOGIA, MOSTRE
LUOGHI: ITALIA, NAPOLI (NA)

Dal 5 al 12 novembre Napoli sarà la capitale della plastica ospitando la «Prima mostra mediterranea dell'innovazione tecnologica» , articolata in cinque settori espositivi: frutti della ricerca, innovazioni di processo e di prodotto, apparecchiature per materiali polimerici, macchine, libri e banche dati. Ennio Denti, della Snia Ricerche, presiederà un workshop su «Materiali plastici e ambiente».


IN BREVE Borse di studio per neofisici
ARGOMENTI: FISICA
LUOGHI: ITALIA, ROMA

L'Istituto nazionale per la fisica della materia mette in palio 24 borse di studio per giovani fisici residenti nel Mezzogiorno che intendano occuparsi di materiali innovativi. Scadenza per le domande: 18 novembre. Informazioni sul bando: tel. 010- 652.01.56; fax 650. 63.02.


IN BREVE Meridiane un concorso
ARGOMENTI: METROLOGIA, CONCORSI
LUOGHI: ITALIA, BRESCIA (BS)

Nuova edizione del concorso internazionale «Le ombre del tempo» per costruttori di meridiane dilettanti e professionisti, sotto il patrocinio della Società astronomica italiana e dell'Unione astrofili bresciani. La documentazione dovrà pervenire entro il 30 giugno 1995. Per informazioni sul bando fare richiesta all'Unione astrofili bresciani, presso Civici Musei di scienze, via Ozanam 4 - 25128 Brescia.


IN BREVE Pranoterapia alla prova
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: CICAP, ANPSI
LUOGHI: ITALIA

In seguito a un articolo di «Tuttoscienze» che metteva in discussione l'efficacia della pranoterapia, l'Anpsi, associazione nazionale dei pranoterapeuti e sensitivi italiani, ha concordato con il Cicap, Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale, una serie di esperimenti da svolgersi con metodo scientifico, tra i quali la mummificazione di reperti organici animali e l'azione del pranoterapeuta su colture batteriche in vitro e su automobiline radiocomandate. Renderemo conto ai lettori del risultato degli esperimenti.


IN BREVE Informazione medica se ne parla a Napoli
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, CONGRESSO
LUOGHI: ITALIA, NAPOLI (NA)

Dal 21 al 24 novembre si terrà all'Istituto nazionale per lo studio e la cura dei tumori di Napoli un incontro tra giornalisti e scienziati per migliorare l'informazione medica, con particolare attenzione all'oncologia.


IN BREVE Sclerosi multipla un farmaco
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: BIOGEN
LUOGHI: ESTERO, USA

L'americana Biogen ha messo a punto il primo farmaco in grado di rallentare lo sviluppo della sclerosi multipla. Il betainterferone allungherebbe del 75 per cento il tempo durante il quale i pazienti sono stabilizzati su un determinato livello di funzione neurologica.


RIPOPOLAMENTO AAA offronsi stambecchi di qualità Migliaia di capi esportati dal Gran Paradiso in tutta Europa
Autore: DOLFINI GIULIANO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ANIMALI, ESPORTAZIONI, AMBIENTE
ORGANIZZAZIONI: PARCO DEL GRAN PARADISO
LUOGHI: ITALIA

LASSU' sui picchi alpini coperti da neve e ghiacciai perenni, posti sulle montagne fra il Piemonte e la Val d'Aosta, c'è una fabbrica di animali. Non ci sono batterie di allevamento, mangimi, diete, manipolazioni genetiche o altre diavolerie per la produzione di bestie in serie. E' l'ambiente del Gran Paradiso che produce esemplari da esportazione. Da queste montagne lo stambecco - maestoso animale con nodose corna lunghe più di un metro, autentico acrobata delle pareti più inaccessibili - è stato fatto emigrare. In pochi anni dal Gran Paradiso sono stati esportati venticinquemila esemplari. In Europa hanno popolato un milione di ettari di montagne, permettendone la tutela con parchi e aree protette. Gli stambecchi del Gran Paradiso sono stati mandati in Francia e in Svizzera, alcuni sono finiti in Austria e in Slovenia, altri sono stati spostati sulle nostre Alpi per ripopolare zone che avevano un habitat adatto. Ed è con la presenza di questi branchi che sono stati salvati tanti ecosistemi di alta montagna. La presenza dello stambecco sulla Terra risale a quattordici milioni di anni fa. Originario del Caucaso, questo animale era già adorato ai tempi dei Sumeri, che vivevano in Mesopotamia. Al museo del Louvre di Parigi, tra i cimeli di questo antichissimo popolo, c'è anche una statuetta d'oro che rappresenta un esemplare alato. Insomma, lo consideravano un dio o quasi. Sulle montagne europee il declino di questo ungulato iniziò circa un migliaio di anni fa, quando l'uomo comincò a spingersi sempre più in alto (e anche a dargli la caccia). Per tutelare il maestoso e mite re delle cenge alpine, nel Medio Evo si mossero anche i prelati di Salisburgo e l'arcivescono di Cogne (Aosta). Il vescovo di Aosta ne vietò severamente la caccia, in quanto si riteneva che potesse avere delle virtù taumaturgiche - lo si usava addirittura per «sconfiggere il malocchio». E nelle vallate svizzere, tedesche e austriache prosperavano le «farmacie» con unguenti di stambecco, corna e zampe portafortuna. All'inizio del 1700 gli esemplari erano diventati così rari che sulle Alpi lo stambecco venne considerato estinto o quasi. L'imperatore Massimiliano d'Austria emanò allora leggi per la sua completa protezione. Qualche esemplare riuscì a sopravvivere nelle forre del Gran Paradiso: nel 1820 ne furono contati quaranta. Così i Savoia emanarono le «regie patenti» per salvare quel gruppo di esemplari: solo loro li potevano cacciare. Così però li protessero. Anno dopo anno, il branco crebbe e nel 1923 venne istituito il Parco Nazionale del Gran Paradiso. Durante l'ultima guerra gli stambecchi furono nuovamente ridotti a 2-300 capi, decimati dai bracconieri e non solo. Ma gli esemplari superarono anche questa «crisi» e - tutelati dal parco - cominciarono a moltiplicarsi: nell'85 raggiunsero le 3500 unità. Negli ultimi dieci anni sono saliti a settemila capi, che convivono con camosci, aquile, poiane, ermellini, volpi, tassi, il gigantesco avvoltoio barbuto, il gatto selvatico e la lince, giunta di recente dalle Alpi Svizzere. Giuliano Dolfini


DIETA PADANA Latte, formaggi e un piatto di tortellini Apporto equilibrato di calcio e grassi, con un pieno di calorie
Autore: CALABRESE GIORGIO

ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE, MEDICINA E FISIOLOGIA
NOMI: FREGONI MARIO
LUOGHI: ITALIA, PIACENZA (PC)

DOPO che la «dieta mediterranea» ha invaso il mondo, in Italia ci si è ricordati finalmente anche di un altro modello alimentare che è della stessa importanza e non è in contrasto con la dieta mediterranea: la dieta padana. In un convegno organizzato recentemente da Mario Fregoni, direttore dell'Istituto di Vitivinicoltura dell'Università Cattolica di Piacenza, questo argomento è stato ripreso e approfondito. Gli alimenti tipici della Padana sono i formaggi, i salumi, il vino, l'olio. In Italia, il 74 per cento dei formaggi e il 73 per cento dei salumi vengono prodotti nella Valle Padana. L'importanza che rivestono il latte e i formaggi nella nostra alimentazione è testimoniata dal fatto che essi, da pasto frugale nei campi contadini di una volta, oggi sono entrati definitivamente nelle nostre abitudini alimentari, per lo più come sostituti della carne. I latticini sono la fonte primaria da cui noi attingiano il calcio. Siccome il calcio forma e ripara le ossa e i denti, nutrirsi con questi alimenti significa garantirsi una solidità ossea che altrimenti non potremmo avere. Il rapporto calcio fosforo è così alto in formaggi a pasta cotta che l'uso di questi prodotti diventa primario in casi di fratture ossee e nella menopausa, quando il metabolismo del calcio perde colpi. L'accusa di apportare troppo colesterolo è da sfatare. Basti pensare che un etto di un formaggio ritenuto molto grasso come il gorgonzola, apporta una quota di colesterolo (88 milligrammi) pari a quello che apporta un etto di pollo. Occorre poi ricordare che l'apporto di grassi fornito dai salumi è spesso pari, se non inferiore, a cibi che vengono considerati erroneamente magri. Un etto di salame, ad esempio, contiene 60 mg di colesterolo e il pesce palombo, considerato magro, ne ha 70 milligrammi e un etto di fettina di vitello, 71. Grazie ai nuovi accorgimenti nutrizionali operati sui suini, il grasso di infiltrazione dei visceri e quello di copertura sono diminuiti di circa il 90 per cento. Essi presentano inoltre una buona dose di acido stearico, che all'entrata si presenta come grasso non buono e nel corpo umano si trasforma in acido oleico, come quello presente nell'olio di oliva. Molti regimi dietetici degli Anni Settanta si basavano sul fatto che bastava mangiare carne per dimagrire in fretta e bene. Inoltre essa era considerata indispensabile per essere robusti. La carne è veramente il magazzino più pieno di proteine nobili ricche di aminoacidi essenziali. Il nostro corpo non è capace di produrre questi 8 aminoacidi, che però sono importanti per l'organismo. I muscoli, il fegato, il cuore e il cervello ne hanno un bisogno immenso, per cui se non mangiassimo la carne non potremmo averli contemporaneamente presenti in un solo alimento. Quindi i bambini per la crescita e gli anziani per il sostegno ne hanno un bisogno assoluto. La pasta, che non deve per forza essere rappresentata dai soli spaghetti, è un alimento da sempre presente nell'alimentazione padana sotto forma di agnolotti e tortellini, cioè di pasta ripiena, o anche di pasta semplice. Un piatto di pasta condita semplicemente non fa ingrassare e, se mangiata con regolarità, grazie alla presenza del ripieno, apporta in un sol colpo molti nutrienti che altrimenti sarebbero quasi impossibile da introdurre. La pasta e il riso, se apportano una buona dose di calorie, hanno anche un potere di appagare la fame che non ha quasi pari. Il loro contenuto in amidi permette ai diabetici di nutrirsi con gusto, anche se limitatamente, senza fare innalzare il valore della glicemia, cioè dello zucchero nel sangue, in modo dannoso. Mangiare alla padana è quindi come mangiare alla mediterranea; se questa zona prenderà coscienza di ciò, in Italia avremo non uno ma due modelli molto validi per nutrirci bene. Giorgio Calabrese Università Cattolica, Piacenza


LUCE & ARIA Miraggi più veri del vero Tutti gli scherzi della rifrazione ottica
Autore: BO GIAN CARLO

ARGOMENTI: OTTICA E FOTOGRAFIA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. Tipi di miraggio

IL viandante incauto che si rechi a smaltire la propria malinconia nel bel mezzo del nulla del Plateau di Tademait, 400 chilometri di piatto Sahara allucinogeno, può trovare beffa o trastullo: nel miraggio dell'acquitrino realtà e illusione uniscono ansia di refrigerio e umorismo da sopravvivenza. C'è miraggio e miraggio ma alla base di tutti sta il fenomeno della rifrazione ottica. Un raggio luminoso che passi da un mezzo trasparente a un altro, anche trasparente, cambia direzione nel punto in cui traversa la superficie di separazione dei due mezzi. Effetto facile da controllare a casa, senza bisogno di sfidare il Sahara, con pentolino d'acqua e moneta, come nella figura 1. Nell'antichità e nel medioevo gli studiosi erano completamente ignari circa la natura della luce: pensavano che gli oggetti luminosi, o addirittura lo stesso occhio, emettessero particelle. Tutto quello che riuscirono a stabilire fu che la luce si propagava in linea retta; che uno specchio la rifletteva secondo un angolo uguale a quello di incidenza; che passando nel vetro o nell'acqua o in qualche altra sostanza trasparente, cambiava direzione. Fu così per secoli finché Willebrord Snell, fisico olandese, nel 1621 scoprì la relazione esatta fra angolo d'incidenza e angolo di rifrazione ma, chissà perché, tenne per sè la scoperta. Bisognò dunque aspettare 16 anni perché nel 1637 Descartes riscoprisse la legge e altri 29 perché Newton desse il via ai primi esperimenti importanti sulla luce. Così, mentre i miraggi si presentavano inesorabilmente, la rifrazione esordì con le sue due brave leggi che la governano. Secondo la prima, il raggio incidente, il raggio rifratto e la normale giacciono sullo stesso piano. La seconda informa che il rapporto tra il seno dell'angolo d'incidenza e il seno dell'angolo di rifrazione è costante, anche variando l'angolo d'incidenza. Tale rapporto (sen i / sen r, dove i = angolo di incidenza e r = angolo di rifrazione, si chiama indice di rifrazione, del secondo mezzo rispetto al primo) è importante perché vuol dire che dipende soltanto dalla natura dei due mezzi: un raggio monocromatico che entri, con un certo angolo, in uno, esce dall'altro rifratto sempre con lo stesso angolo. Illusione di remi spezzati nell'acqua; cucchiaini nel bicchier d'acqua riflessi dalla superficie di separazione acqua-aria (guardare da sotto in su e lateralmente dal basso verso l'alto); palme e acquitrini nel deserto più infame; brodo di foschie, all'orizzonte sull'oceano, che si trasforma pian piano in immagini di montagne sempre più nitide al tramonto; castelli incantati che sorgono dal mare e poi variano, crescono e scompaiono. Al comportamento freddo e geometrico dei raggi la natura risponde con una messa in scena imponente per confezionare illusioni di magica bellezza. Tutti questi miraggi sono figli della rifrazione ottica, e della variazione, con l'altezza, dell'indice di rifrazione dell'aria, complice talvolta il curioso inaspettato fenomeno della riflessione totale. Avviene nel passaggio della luce da un mezzo più rifrangente a uno meno rifrangente (per esempio dall'acqua all'aria) se si verificano le due condizioni: che il raggio provenga dal mezzo più rifrangente e si diriga verso la superficie di separazione dei due mezzi; che l'angolo di incidenza su detta superficie sia maggiore dell'angolo limite corrispondente ai due mezzi. Allora tutta la luce viene riflessa sulla superficie di separazione, secondo le leggi della riflessione. Di solito l'aria degli strati bassi dell'atmosfera è più rifrangente di quella degli strati alti. A questo punto entra in gioco la temperatura, che può cambiare completamente le carte in tavola. Miraggio inferiore. Con il Sole che arroventi la sabbia del deserto, in assenza di vento, al suolo si formano zone di aria calda meno densa di quella soprastante. Così un raggio proveniente dalla classica palma, incontrando aria sempre più rarefatta, tende ad allontanarsi sempre più dalla normale di incidenza fino a descrivere un arco con la concavità volta verso l'alto (figura 2). Quando il raggio raggiunge in un certo punto l'incidenza limite si riflette totalmente, poi continua a propagarsi e si rifrange di nuovo, allontanandosi dalla normale. Se l'occhio del viandante nel deserto intercetta il raggio nel suo arco ascendente, vedrà la palma nella direzione della tangente al raggio ricevuto e la vedrà capovolta come riflessa nell'acqua di un lago. Si chiama miraggio inferiore perché l'immagine è al di sotto della vera posizione dell'oggettto. Miraggio superiore. Quanti pirati avranno smesso di bere gin (o avranno incominciato) alla vista di galeoni capovolti, alti nel cielo? (figura 3). Nelle regioni fredde, nei mari, dove l'atmosfera è più densa nelle falde prossime alla superficie e meno densa a una certa altezza, succede il contrario del miraggio inferiore. Un raggio proveniente, per esempio, da una barca, svicola secondo una curva con la concavità verso il basso, poi si riflette totalmente e ridiscende. L'immagine della barca si riproduce in alto e capovolta. Oltre alla beffa anche l'inganno. Perché l'assetato viandante vede la palma in linea retta, lungo la tangente al raggio che l'ha colpito, e non nella direzione vera. All'ingrosso il fenomeno si verifica anche nell'osservazione degli astri, con la rifrazione astronomica. Per pigrizia consideriamo la situazione normale in cui la densità, e quindi indice di rifrazione degli strati bassi dell'atmosfera, è maggiore di quello degli strati alti. Un raggio di luce proveniente dalla stella viene deviato, a causa della rifrazione dell'aria, dal suo cammino rettilineo e segue il percorso come in figura 4. Il nottambulo, posto nel punto O, attribuisce la posizione della stella nella direzione OQ della tangente t alla traiettoria nel punto di arrivo, perché l'occhio, abituato alla propagazione rettilinea della luce, fa estrapolare mentalmente il cammino inverso in linea retta. Naturalmente dalla misura dell'angolo beta si può risalire all'angolo omega formato dalla direzione vera con la normale e meditare sul significato di vero, di normale e di espressioni del tipo: «L'ho visto io, con questi miei occhi». Dulcis in fundo, la Fata Morgana è probabilmente il miraggio più bello. Tipico dello stretto di Messina, nelle prime ore del mattino, guardando verso Messina da Reggio Calabria. Si possono veder sorgere dal mare castelli incantati che variano continuamente, crescono e scompaiono. Secondo alcuni per effetto del bianco secco, secondo la leggenda i castelli erano la dimora di cristallo della Fata Morgana. Invece se c'è concomitanza dei fenomeni di riflessione totale nelle falde basse e nelle falde alte, da una posizione di osservazione O si hanno di un punto A immagini A', A", A"' (figura 5) che spiegano l'effetto tridimensionale e fanno riflettere sulle nostre umane certezze. Gian Carlo Bo


STRIZZACERVELLO
LUOGHI: ITALIA

La signora Maria ha comperato tre pesci da mettere nella vasca del giardino. Dando per scontato che, quando li ha presi, le probabilità di scegliere un maschio o una femmina erano esattamente del 50 per cento, quante sono le probabilità che fra i tre pesci ci siano: 1) almeno un maschio e una femmina 2) un maschio e due femmine 3) se avesse n pesci, in che percentuali sarebbero presenti femmine e maschi? La soluzione domani, accanto alle previsioni del tempo.


LA PAROLA AI LETTORI Acqua artificiale? Certo che si può!
LUOGHI: ITALIA

L'acqua è composta di idro geno e ossigeno: è possibile produrla artificialmente? Sì. Il processo è piuttosto semplice e consiste nel miscelare i due gas in una provetta e fornire, tramite una piccolissima scintilla, l'energia di attivazione della reazione. L'acqua non si formerà tutta di colpo, ma poco per volta. L'esperimento però non è privo di rischi a causa dell'infiammabilità dell'idrogeno. Per questo è importante che i due elementi siano nelle giuste proporzioni: un eccesso di uno dei due o un'energia di attivazione troppo alta possono dare luogo a fenomeni esplosivi. Giuliano Appino Castelrosso (TO) La produzione di acqua partendo da idrogeno e ossigeno può essere considerata la dimostrazione della legge delle proporzioni semplici in volume, enunciata nel 1808 da Gay-Lussac. Introducendo in una provetta due volumi di idrogeno e uno di ossigeno si ottiene una combinazione dei due gas che non lascia residui apprezzabili. Massimiliano Sonato, Vercelli Potendo disporre di idrogeno e ossigeno nelle giuste quantità, è possibile produrre acqua secondo la reazione di ossidoriduzione che, essendo esotermica, avviene con rilascio di energia. Tuttavia, il semplice mescolamento di idrogeno e ossigeno non porta spontaneamente il prodotto previsto. Per questo è necessario innescare la reazione nella miscela con una fiamma o una scintilla, che vinca la barriera di potenziale (l'energia di attivazione) che separa i reagenti dal prodotto. Giuliano Ciotti, Torino Negli articoli di ciclismo si legge spesso che nelle disce se in bici «chi pesa di più è avvantaggiato». Lo stesso si dice per gli sciatori di «libe ra». Ma Galileo non ha di mostrato che, attriti a par te, tutti i gravi cadono con la stessa velocità? Chi ha ragione: Galileo o i cronisti sportivi? E' vero che, attriti a parte, tutti i gravi cadono con la stessa velocità, ma questo succede quando la resistenza dell'aria non è apprezzabile. Per due ciclisti o due sciatori in discesa, invece, la resistenza dell'aria si fa sentire e oltre i 30-40 chilometri all'ora diventa determinante e stabilisce la velocità limite. La resistenza dell'aria è proporzionale, a parità di velocità, non al peso ma alla sezione trasversale del discesista. Peso e sezione non variano nella stessa misura: a un peso doppio corrisponde, ad esempio, una sezione pari a 1,5 volte tanto; quindi il discesista «grosso» che ha una spinta (peso) doppia rispetto al «piccolo» ma una resistenza all'avanzamento pari a solo 1,5 volte, acquisterà una maggiore velocità-limite. Tecnicamente, dato che la resistenza del mezzo (aria) cresce con il quadrato della velocità, il rapporto fra le velocità dei due discesisti sarà a favore del più pesante. Paolo Andrietti, Milano Poiché la resistenza all'aria è uguale e opposta alla forza peso (nel caso del moto a velocità costante), tanto maggiore sarà la forza peso, tanto maggiore dovrà essere la resistenza dell'aria e quindi la velocità. Lo sciatore più pesante, per arrivare al fondo della pista, dovrà dissipare una energia maggiore, ossia gli si dovrà opporre una forza di resistenza maggiore, ossia dovrà scendere a una velocità maggiore. Ne è un esempio il fatto che un paradutista che pesa di più scende a velocità maggiore. Carlo Lugaro, Torino E' più economico asciugarsi le mani utilizzando un sof fiatore ad aria calda o le pezzuole di carta crespata? Quale sistema ha un impat to ambientale minore? Dal punto di vista ambientale, sembrerebbe preferibile il soffiatore d'aria calda, in quanto non lascia nessun tipo di scoria. In compenso consuma energia e, sollevando pulviscolo, può creare problemi di respirazione e irritazione agli occhi. Le pezzuole di carta non richiedono energia, a parte quella per la loro fabbricazione, sono biodegradabili e sono costituite da materiali meno inquinanti di quelli del soffiatore. D'istinto, quindi, sarei incline a considerare più ecologica la carta, soprattutto se riciclata, secondo l'attuale tendenza. Mario Busi, Genova


CHI SA RISPONDERE?
LUOGHI: ITALIA

QPerché alcune lettere maiuscole (O, C, P, M) sono l'ingrandimento delle minuscole e altre (A, B, R) sono diverse dalle minuscole? QL'influenza delle fasi lunari e degli astri sui lavori agricoli e sul vino è reale o mitica? Giovanni Cociglio QE' possibile eliminare in modo semplice ed efficace l'umidità nell'aria? Filippo Forchino QPerché l'uomo, a parità di altezza, ha i piedi più lunghi delle donne? Riccardo Comollo _______ Risposte a «La Stampa-Tuttoscienze», via Marenco 32, 10126 Torino. Oppure al fax numero 011-65.68.688




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