TUTTOSCIENZE 14 settembre 94

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ULTIME RICERCHE Le bussole degli uccelli Si orientano con campo magnetico e stelle
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, BIOLOGIA, ANIMALI, ASTRONOMIA
NOMI: BENVENUTI SILVANO
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: T. IL VIAGGIO DEL BECCAFICO (Sylvia borin) A fine settembre lascia i luoghi di riproduzione in Europa e raggiunge l'Africa-Sud Sahariana a ottomila chilometri di distanza. ============================================================ 1) UN COMPORTAMENTO ISTINTIVO. Il beccafico nasce con un istinto che lo fa volare per sei settimane in direzione sud-est. Così evita i pericoli legati all'attraversamento delle Alpi e del Mediterraneo. ----- 2) PARTENZA AL TRAMONTO. Il beccafico aspetta il tramonto per partire: il punto in cui il sole scompare sotto l'orizzonte gli fornisce il primo orientamento. Come tutti i migratori notturni il beccafico viaggia in piccoli stormi e talvolta anche isolatamente. ----- 3) VOLI NOTTURNI. Il beccafico si orienta in base al moto delle stelle intorno alla Stella Polare. In una notte può percorrere fino a 700 chilometri ----- 4) BUSSOLA MAGNETICA. Quando il beccafico arriva all'equatore incomincia a orientarsi con il campo magnetico terrestre. ============================================================

GLI uccelli «vedono» il campo magnetico terrestre? E' una delle più recenti e affascinanti ipotesi formulate per spiegare la stupefacente capacità di orientamento di molte specie. Il piviere dorato americano lascia ogni anno le coste dell'Alaska per andare a passare l'inverno (beato lui) alle Hawaii, 4000 chilometri di volo senza scalo sopra le onde del Pacifico; il piviere minore migra dalla Siberia alle isole del Pacifico; varie specie di uccelli che vivono sulle coste nordamericane dalla Virginia alla Nova Scotia si spostano in Sud America per 3000 chilometri facendosi trasportare dai venti da Ovest che seguono i fronti freddi del tardo autunno; la sterna codalunga, infine, detiene un record assoluto di distanza: dopo aver nidificato alle isole Svalbard raggiunge l'Antartide, lontana 20.000 chilometri. L'uomo, al quale capita a volte di perdere la strada nel quartiere intorno a casa, resta sempre sbalordito di fronte a questa capacità quasi magica. E' noto da tempo che il campo magnetico che avvolge il globo è in qualche modo alla base della capacità di orientamento degli uccelli e di altre specie animali (dalle salamandre ai tonni, alle api) ma sui meccanismi non vi sono ancora certezze assolute; sembra che il campo magnetico sia percepito grazie a cristalli di magnetite contenuti nel cervello, cristalli che hanno la proprietà di allinearsi secondo il campo magnetico stesso. Secondo l'ipotesi «visiva», avanzata da un fisico inglese dell'Università di Oxford nel '77 e sulla quale sta lavorando un'equipe di ricercatori tedeschi e australiani, le molecole del principale fotopigmento della retina, la rodopsina contenuta nei bastoncelli, sotto l'effetto della luce si comporterebbero proprio come i cristalli di magnetite, allineandosi al campo magnetico. Ma quando i ricercatori hanno provato a disturbare la magnetizzazione dei cristalli si sono accorti che gli uccelli perdevano in gran parte la capacità di orientarsi. Ne hanno dedotto che i due «sistemi» si integrano e, più in generale, che ogni animale adotta più di uno dei vari mezzi di orientamento fornitigli dalla natura, contemporaneamente o alternativamente, a seconda delle condizioni (notte- giorno, cielo sereno-cielo coperto, eccetera). Un esempio è fornito dal beccafico. Questo piccolo uccello che vive e si riproduce in estate in tutta Europa, sfrutta alla perfezione il suo apparato biologico di orientamento per tornare a lunghe tappe ai suoi quartieri invernali nell'Africa sub-sahariana evitando i due ostacoli rappresentati dalle Alpi e dal Mediterraneo. Nel suo cervello c'è un programma il quale gli dice che, a seconda del luogo di partenza, deve volare per un certo tempo verso Sud-Ovest e poi, una volta superato lo Stretto di Gibilterra, per un certo tempo verso Sud-Est. L'uccellino si riposa durante il giorno e riparte nel momento in cui il Sole scende a toccare l'orizzonte. Ciò gli consente di calcolare sulla sua bussola biologica l'angolo di rotta che dovrà mantenere durante la tappa. Ma durante la notte saranno le stelle a consentirgli di verificare tale rotta nel corso della tappa. Nella fase finale del volo, mentre si inoltra sul territorio africano, sarà il campo magnetico terrestre ad assumere una funzione importante: infatti l'intensità del campo magnetico è massima ai Poli e si attenua fino a raggiungere il minimo all'Equatore e il suo progressivo affievolirsi, captato dal cervello del beccafico, gli dice che la sua meta si sta avvicinando. Il sistema di orientamento degli animali è estremamente delicato, basta una perturbazione minima perché vada in tilt. Al Dipartimento di scienze del comportamento dell'Università di Pisa, uno dei pricipali centri di studio di questi fenomeni, sono in corso ricerche sui piccioni viaggiatori. In condizioni normali gli animali lasciati liberi lontano dalla loro piccionaia vi si dirigono immediatamente con sicurezza; al contrario altri, sottoposti precedentemente a stress (per esempio tenendoli rinchiusi per un certo tempo prima di liberarli) si sparpagliano in tutte le direzioni. Ma l'uso di apparecchi sempre più sofisticati ha consentito di scoprire che anche altri fattori possono influenzare il comportamento di questi straordinari volatori. Il mistero delle rotte dei migratori, dalle gru ai tonni, dalle rondini alle balene, è rimasto tale fino a qualche anno fa a causa della mancanza di strumenti adatti ad un'osservazione che non fosse sporadica e casuale, come era il caso dell'inanellamento; la tecnologia moderna, in particolare i satelliti e le radio trasmittenti miniaturizzate, fornisce ora i mezzi per un'osservazione sistematica e ininterrotta di milioni di soggetti per lunghi periodi. Così i ricercatori pisani hanno potuto approfondire il comportamento dei piccioni scoprendo che non è affatto uniforme e standardizzato ma varia in rapporto a molti fattori; per esempio, i piccioni liberati per la prima volta lontano da casa ritornano direttamente alla colombaia, senza deviazioni; ma ai lanci successivi, come se avessero preso gusto alla libertà e perduto ogni timore di non ritrovare la strada, si fermano, tornano indietro, aspettano i compagni; si è visto che alcuni animali seguono ogni volta lo stesso percorso mentre altri hanno alcuni percorsi alternativi e altri ancora cambiano tragitto ogni volta. Esistono evidentemente delle motivazioni individuali in grado di modificare le indicazioni biologiche innate, come potrebbero essere la fame, il desiderio di raggiungere il partner o, per le femmine, la fretta di tornare alla cova. Talvolta può risultare difficile individuare le motivazioni di un certo itinerario, che a prima vista appare in contrasto con quello che ci si attenderebbe secondo la valutazione umana. Perché una rotta a zig- zag viene talvolta preferita a una rotta in linea retta? E' un quesito suscitato, per esempio, dal tragitto seguito dalle oche selvatiche per passare dall'Islanda alla Groenlandia. Ed è la domanda che si è posto, tra gli altri, uno degli studiosi di Pisa, Silvano Benvenuti, il quale ha ottenuto la risposta che cercava dalla micro-radio applicata a uno degli animali da osservare. Ha visto così che sovrapponendo il percorso apparentemente ingiustificato dello stormo ad una carta geografica della regione attraversata esso risultava il più adatto a ridurre al minimo il volo sulle regioni più pericolose: infatti le oche, dopo aver risalito la costa dell'Islanda, attraversavano lo Stretto di Danimarca nel punto più breve e la stessa cosa facevano per le distese di ghiaccio della Groenlandia. Vittorio Ravizza


MIGRAZIONI Batteri, tartarughe e pesci in viaggio
ARGOMENTI: ZOOLOGIA, BIOLOGIA, ANIMALI, ASTRONOMIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: Mezzi di orientamento degli animali

I mezzi di orientamento utilizzati dagli animali sono di varia natura. Campo magnetico terrestre. E' utilizzato da almeno una sessantina le specie, dagli uccelli alle tartarughe, dalla drosofila (o moscerino dell'aceto) fino a certi batteri. Sole e stelle. Sono il principale riferimento visivo degli animali che viaggiano di notte. Se in un planetario si presenta agli uccelli un cielo «contraffatto» il comportamento degli animali si rimodella su di esso. Programma genetico. Le giovani tartarughe passano molti anni in mare aperto per tornare infine a deporre le uova sulla spiaggia dove sono nate; le anguille compiono il percorso inverso, dai fiumi, laghi, canali dove sono cresciute al Mar dei Sargassi da cui erano partite quando erano lunghe appena qualche millimetro. Olfatto. Si ritiene che i piccioni viaggiatori si facciano aiutare nel ritorno a casa dal ricordo degli odori registrati nel viaggio verso il luogo di lancio. Anche i salmoni ritroverebbero i fiumi natii dove vanno a deporre le uova grazie alla memoria degli odori dei loro primi mesi.


IMPRESA ECCEZIONALE La sonda «Ulisse» ieri ha sorvolato il Polo Sud del Sole Intanto a Capri cento scienziati progettano l'inseguimento di una cometa
Autore: BIANUCCI PIERO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, ASTRONOMIA, PRESENTAZIONE, CONGRESSO, TECNOLOGIA
NOMI: BUSSOLETTI EZIO, SMOOT BARKELEY
ORGANIZZAZIONI: ESA, ALENIA, NASA, ISTITUTO NAVALE DI NAPOLI
LUOGHI: ITALIA, CAPRI (NA)
TABELLE: D. 13 settembre 1994. La sonda «Ulisse» alla massima latitudine Sud del Sole

IN queste ore una sonda spaziale europea sta scrutando per la prima volta il Polo Sud del Sole. Si chiama «Ulisse», ed è anche l'oggetto più veloce che l'uomo abbia costruito: ha toccato gli 82 chilometri al secondo. Per entrare in un'orbita polare intorno alla nostra stella è stato necessario indirizzarla prima verso Giove, e poi approfittare della potente attrazione gravitazionale del più massiccio dei pianeti per deviarla fuori dal piano equatoriale del sistema solare. La massima latitudine solare Sud, 80 gradi e 12 primi, è stata raggiunta ieri, ma la sonda continuerà le misure fino al 5 novembre. Nel '95 «Ulisse» completerà il suo lavoro sorvolando il Polo Nord del Sole. In origine le sonde dovevano essere due, una dell'Esa, europea, e una della Nasa, americana. Ma gli Stati Uniti hanno poi tagliato i fondi e si sono limitati al lancio tramite lo Shuttle (6 ottobre 1990), ottenendo in cambio di poter imbarcare alcuni strumenti di osservazione. La sonda pesa 350 chili, costa 170 milioni di Ecu (un Ecu vale circa 1900 lire), ed è stata costruita sotto la responsabilità dell'industria aerospaziale tedesca Dornier ma ha a bordo, per la gestione dei dati, un «cervello» italiano, realizzato dalla Laben di Milano (gruppo Alenia). Italiani sono anche due gruppi di ricerca: uno, dell'Università di Pavia, lavora sulle onde gravitazionali, l'altro, dell'Osservatorio di Arcetri, punta a determinare la composizione ionica del «vento solare». «Ulisse» ha già compiuto interessanti osservazioni del campo magnetico di Giove e, per la prima volta, degli atomi e delle polveri che vagano fuori dal piano delle orbite planetarie, fornendo finalmente agli astronomi una visione tridimensionale dello spazio che ci circonda. In particolare, la sonda ha scoperto per via diretta atomi neutri di elio interstellare e dalla misura della loro velocità si è potuto stabilire che il sistema solare viaggia a 95 mila chilometri all'ora rispetto all'ambiente galattico circostante, e non a 70 mila come indicavano le misure precedenti. Restiamo in tema di materia interstellare e di missioni spaziali per studiarla. Da lunedì ad Anacapri sono riuniti cento ricercatori europei, americani, dell'Est europeo e giapponesi per il congresso «Polveri, molecole e radiazione cosmica di fondo, dal laboratorio allo spazio». Organizzato dall'Istituto Universitario Navale di Napoli, l'incontro si concluderà domani. Presso l'Istituto funziona già da anni un laboratorio dove vengono simulate le molecole e le polveri disperse, in minime quantità, nello spazio interstellare. Si tratta ora di mettere a frutto queste conoscenze in ricerche fatte sul campo. Con i rappresentanti dell'Agenzia spaziale europea (Esa) e della Nasa si è sviluppato soprattutto il discorso sulla missione «Rosetta», una delle imprese di ricerca spaziale alle quali gli europei hanno deciso di dare priorità e più forti finanziamenti. Si tratta, in breve, di lanciare una navicella che raggiunga una cometa e si metta al suo inseguimento, osservandola ad appena 10 chilometri dal nucleo per molti mesi, da quando la cometa si trova nel punto più lontano dal Sole, e quindi è inattiva e completamente congelata, a quando sviluppa chioma e getti di polveri e gas in vicinanza del Sole. Un altro progetto che verrà messo a fuoco nell'incontro di Anacapri è «Cobras» (da Cosmic Background Radiation Anisotropy Satellite), un proseguimento della ricerca fatta dal satellite «Cobe» che ha permesso a George Smoot dell'Università di Berkeley di osservare le primissime irregolarità formatesi 300 mila anni dopo il Big Bang, dalle quali si sarebbero poi formate le galassie. «A fine anno - dice Ezio Bussoletti, direttore dell'Istituto Universitario Navale di Napoli - i ricercatori europei potranno proporre i loro esperimenti con la sonda Rosetta, il cui lancio è previsto per il 2001. L'Italia è in prima fila con i gruppi di ricerca di Roma, Napoli, Lecce e Catania. Cobras è ancora in fase di studio ma il suo alto interesse scientifico e tecnologico fa pensare che l'Esa deciderà di realizzarla. Per la nostra industria spaziale si tratta di due sfide molto importanti per mantenersi competitiva a livello internazionale». Piero Bianucci


RIFORMA UNIVERSITARIA Il criterio è uno solo la qualità dei docenti
Autore: CAROTENUTO ALDO

ARGOMENTI: DIDATTICA, UNIVERSITA', RIFORMA, PROGETTO, MINISTRI, INSEGNANTI
NOMI: D'ONOFRIO FRANCESCO
LUOGHI: ITALIA, ROMA

FU una delle più imponenti e importanti spedizioni scientifiche della fine del Settecento. A bordo della «Descubierta» e della «Atrevida» si misurava la gravità terrestre per determinare l'esatta forma del nostro pianeta, si catturavano pesci e uccelli sconosciuti, si rilevavano le coste e si disegnavano carte, si raccoglievano fiori e piante mentre gli ufficiali instancabilmente calcolavano la posizione di ogni terra. Le due corvette spagnole, partite da Cadice il 30 luglio 1789, trascorsero nell'Oceano Atlantico e nell'Oceano Pacifico cinque anni e due mesi; tornarono finalmente a Cadice il 21 settembre 1794. Cioè esattamente duecento anni fa. La spedizione era comandata da Alessandro Malaspina, dell'antica casata che aveva dominato fin dal medioevo sulla valle del Magra, nato a Mulazzo, vicino a Pontremoli nel 1754, diventato uficiale della Marina spagnola. Portò in Europa una quantità enorme di materiale scientifico; ma mentre quello raccolto in quegli stessi anni dalle spedizioni di de Bougainville, Cook, de la Perouse, forniva oggetto di studio agli scienziati di tutta Europa, quello di Malaspina poté essere sfruttato solo in parte: circa un anno dopo il ritorno il navigatore cadde in disgrazia presso la corte di Madrid, fu arrestato, accusato di cospirazione, incarcerato senza limiti di tempo e i risultati della spedizione andarono in gran parte perduti. Nonostante l'epilogo drammatico, il viaggio resta un'impresa scientifica formidabile. Era stato ispirato da Carlo III (il re «italiano» che prima di salire sul trono spagnolo era stato re di Napoli e aveva voluto la reggia di Caserta, Capodimonte, il teatro San Carlo) per consentire alla Spagna di restare al passo con il galoppante progresso scientifico europeo. Il reclutamento degli scienziati avvenne senza preclusioni di nazionalità; accanto agli spagnoli c'erano italiani, francesi, tedeschi; per preparare la spedizione Malaspina consultò le maggiori accademie (per quella di Torino gli rispose il segretario Tomaso Valperga di Caluso inviandogli un lungo elenco di quesiti scientifici) e i maggiori scienziati del tempo, da Joseph Banks a Lazzaro Spallanzani. Sulle due navi era imbarcata la più ricca strumentazione scientifica che fosse mai stata messa insieme, comprendente microscopi, telescopi, cannocchiali notturni, sestanti e alcuni preziosi cronometri, grazie ai quali proprio in quegli anni stava finalmente diventando possibile determinare la longitudine con sufficiente precisione. Strumenti progettati appositamente dai più famosi costruttori d'Europa come Cuff, Ramsden, Dollond, Naire, Arnold. Le corvette fecero tappa al Rio de la Plata poi proseguirono lungo la costa della Patagonia, le Isole Malvine, doppiarono Capo Horn e risalirono la costa pacifica toccando Cile, Perù, Ecuador, Panama, Nicaragua, Messico, California, Alaska e Columbia Britannica; tornate in Messico puntarono sulle Filippine, la Nuova Zelanda, l'Australia e l'arcipelago delle Tonga per tornare in Perù. Infine doppiarono nuovamente Capo Horn, sostarono a Montevideo e di qui, sotto scorta armata poiché nel frattempo la Spagna era entrata in guerra contro la Francia rivoluzionaria, verso casa. Oltre alle ricerche di routine in molti campi (geologia, idrografia, cartografia, fisica, botanica, zoologia, antropologia) la spedizione si trovò ad affrontare alcuni problemi specifici, come la possibilità di scavare un canale attraverso l'istmo di Panama, di cui si occupo' lo stesso Malaspina, o il «mistero» del passaggio a Nord- Ovest. Malaspina e i suoi compagni di avventura esplorarono i due punti «sospetti», lo Stretto di Fuca, accertando che in realtà immette alla grande insenatura su cui oggi sorgono Seattle e Vancouver, e la Yakutat Bay, in Alaska, risultata una rientranza senza sbocco. Tra i risultati della spedizione vanno ricordati migliaia di splendidi disegni e dipinti eseguiti dai pittori imbarcati con il ruolo di documentaristi; inoltre alcuni scienziati restarono in Sud America continuando le ricerche anche dopo la fine della spedizione. Soltanto le più recenti indagini storiche, soprattutto di Dario Manfredi, che ha dedicato al caso Malaspina gran parte della sua attività, hanno individuato le probabili cause della disavventura del navigatore; tra i suoi compiti c'era anche quello di fare una relazione sullo stato generale dell'impero spagnolo e Malaspina la fece sottolineando le condizioni di sfruttamento e di sottosviluppo delle colonie da parte della burocrazia spagnola, suggerendo maggiore libertà e riforme radicali, esprimendo forse con eccessiva franchezza il suo pensiero di illuminista e «democratico». Ma i tempi erano mutati, Carlo III era morto e sul trono c'era il debole Carlo IV, a corte dominava il reazionario primo ministro Godoy e Madrid era terrorizzata dall'idea di un contagio delle idee della Rivoluzione francese. Malaspina restò nella fortezza di La Coruna fino al 1802, quando finalmente venne liberato (si dice per intervento di Napoleone, ma di questo particolare non ci sono prove) ed espulso. Gli restavano otto anni prima di morire a Pontremoli. Vittorio Ravizza


PREVISIONI PERSONALIZZATE Meteorologi fai-da-te Nuovi strumenti per uso casalingo
Autore: MINETTI GIORGIO

ARGOMENTI: METEOROLOGIA, TECNOLOGIA, ELETTRONICA
ORGANIZZAZIONI: ULTIMETER II, DAVIS INSTRUMENTS, WEATHER WIZARD
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D.

DA diversi anni si è diffusa tra il pubblico un forte interesse per le previsioni del tempo e per la scienza che le rende possibili. Il merito è in gran parte della televisione, che ha introdotto la meteorologia nelle nostre case con vari bollettini quotidiani. Ma l'interesse dipende anche dal fatto che ogni attività umana - di divertimento o lavorativa - è condizionata dall'andamento capriccioso del tempo. Le previsioni nazionali hanno una indubbia validità a grande scala sul territorio italiano, ma sono meno attendibili in aree ristrette, influenzate da microclimi locali. L'evoluzione meteorologica su queste zone richiede dati più capillari e raccolti in tempo reale, per poter integrare le previsioni nazionali. Di conseguenza molti appassionati - studiosi ma anche alpinisti, agricoltori, operatori turistici - seguono l'evoluzione del tempo servendosi di piccole stazioni meteo sistemate in giardino o sul terrazzo. In queste capannine di solito troviamo un barometro, un termometro, un igrometro, un pluviometro, e talvolta un anemometro. La validità dei dati dipende dalla corretta collocazione di tutta la struttura, che deve essere sistemata su un'area d'erba rasa e ad almeno due metri dal suolo e a dieci metri dagli edifici. Lo sportello d'accesso sarà rivolto a Nord per evitare aprendolo l'irraggiamento diretto dei raggi del sole sugli strumenti. Oggi però la tecnologia mette a disposizione del dilettante e dello studioso una nuova linea di prodotti di uso più semplice, che consentono di accedere rapidamente a tutte le informazioni tramite sensori miniaturizzati, particolarmente sensibili e non posti in una capannina. Un modello tra i più economici è l'Ultimeter II, costituito da un rilevatore collocato in giardino o su un terrazzo, comprendente tutti i sensori relativi alla misurazione della velocità, direzione e valore più alto del vento; alla misurazione della temperatura esterna, interna e i suoi valori estremi; alla misurazione della quantità di pioggia mensile e giornaliera. L'unità di controllo richiama tutti questi dati su un display a cristalli liquidi, consentendo una visualizzazione immediata di tutti i parametri rilevati. Modelli più raffinati ma sempre accessibili economicamente vengono offerti dalla ditta americana Davis Instruments e sono il Perception II, il Weather Wizard II e III, oltre a quello più completo, Weather Monitor II. Il Perception II rileva la temperatura interna, umidità e pressione atmosferica, visualizzabili su un grande display a cristalli liquidi. La linea Weather Wizard, oltre a consentire l'acquisizione delle condizioni climatiche esterne premendo semplicemente un pulsante, è dotata di caratteristiche tipiche di una stazione meteorologica sofisticata a livello professionale ad un prezzo contenuto. Il modello III misura temperatura interna ed esterna con valori massimi e minimi, direzione ed intensità del vento oltre alla temperatura con valore giornaliero e mensile della pioggia. Il Weather Wizard II ha le stesse caratteristiche del modello senza però rilevare la direzione del vento e consentire la visualizzazione sul display. Il Weather Monitor II costituisce il modello di punta, in quanto consente la misurazione di tutti i parametri principali visti in precedenza compresi umidità, massima interna ed esterna e punto di rugiada. Per ogni modello è prevista un'interfaccia Weatherlink con programma per il trasferimento, raccolta, memorizzazione e rappresentazione di grafici su un pc Ibm, un Ibm compatibile o un Macintosh. Come facilmente si potrà arguire, queste apparecchiature consentono all'utente che voglia formularsi una previsione personale un lavoro comparativo accelerato e semplificato. Infatti tutti i parametri meteorologici locali, acquisiti in tempo reale, possono essere rapidamente utilizzati ad integrazione delle previsioni nazionali ed inoltre essere memorizzati quali dati storici per previsioni statistico-matematiche a media o lunga scadenza. Giorgio Minetti


ATTENTI AI CIARLATANI I filtri magici smascherati dal chimico Un esempio: le ampolline che liberano pericolosi vapori di mercurio
Autore: FOCHI GIANNI

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, INTOSSICAZIONE
NOMI: WENDROFF ARNOLD
LUOGHI: ITALIA
NOTE: Magia, superstizione, filtri magici, sostanze nocive

CHE la società moderna sia piena di contraddizioni è ben noto. Tra queste si riscontra la grande diffusione delle superstizioni nonostante la nostra cultura e la nostra società abbiano un'apparenza fortemente razionalista. Molti personaggi del bel mondo e della cultura consultano l'oroscopo e ricorrono a gesti scaramantici. Coloro che si rivolgono a maghi, veggenti, esorcisti sono senza dubbio molti, altrimenti questa categoria «professionale» non sarebbe così florida e presente con rubriche e pubblicità alla televisione o su quotidiani e riviste. Ciascuno, se in possesso delle sue facoltà mentali, è libero di seguire come meglio crede la sua suggestionabilità. Libero è anche il ciarlatano che ne approfitta, fornendo a chi la cerca una fiducia mal riposta. Vittorio De Sica, nel film «Il medico e lo stregone», si faceva anzi un merito di saper dare fiducia agli sfiduciati. Starebbe semmai agli educatori e ai cosiddetti intellettuali spingere la gente a dimostrare anche con le sue credenze che vive alle soglie del Duemila. Questo vale, naturalmente, finché le presunte attività magiche non costituiscono un grave pericolo oggettivo, come invece ogni tanto succede. E' cronaca di questi giorni: una bimba di Gioia Tauro uccisa in una veglia medianica, un pescatore siciliano avvelenato da un filtro «magico». E un anno fa i titolari di un magazzino di Modena che vendeva per corrispondenza oggetti per riti magici, polveri, pozioni e talismani, furono denunciati per il commercio di cicuta, stramonio, belladonna e altre sostanze velenose. Consoliamoci: «Mal comune mezzo gaudio». Arnold Wendroff, della prestigiosa Columbia University di New York, pubblicò quattro anni fa su Na ture gli sconcertanti risultati di una sua indagine svolta in quella metropoli, simbolo tanto della modernità quanto delle sue degenerazioni, in altri dodici grandi centri degli Stati Uniti e qua e là in America Latina (Messico, Porto Rico, Colombia, Repubblica Dominicana). Si sono diffuse nelle comunità dove proliferano gli aderenti al voodoo e ad altri culti magico-pagani, per poi allargare la loro clientela anche fra gli americani d'origine diversa, le cosiddette botanicas, negozi che vendono piante dai veri o presunti effetti medicinali, incenso, profumi, amuleti, pozioni e filtri magici. In molte di esse Wendroff ha trovato in vendita una sostanza tanto semplice quanto aborrita da coloro che hanno a cuore l'ambiente e la salute delle persone umane: il mercurio. Questo metallo liquido è offerto dentro a capsule di gelatina o ampolline di vetro, in quantità variabili da un grammo e mezzo (praticamente una goccia) fino a una trentina di grammi (tre centimetri cubi). Interessante è conoscere le «prescrizioni» dei negozianti. A New York, per tener lontani gli spiriti maligni e gli influssi cattivi, i gestori di ben tredici bo tanicas suggerivano di spargere il metallo, magari mettendolo sotto lo straccio bagnato, sul pavimento di casa. Alcuni altri consigliavano invece d'inserirlo in candele accese. Entrambi gli usi diffondono nell'aria i vapori del mercurio, che, respirati, a lungo andare provocano eretismo. Con questa parola, che viene dal greco e vuol dire «eccitamento», si indica un disturbo psichico che si manifesta con irritabilità, scontrosità, balbuzie, tremito delle mani, insonnia, timidezza, depressione, facilità al pianto, perdita della memoria. I bambini, che in qualunque parte del mondo giocano per terra, sono i più esposti a contrarre la malattia se il mercurio è diffuso, in goccioline tanto piccole da essere praticamente invisibili, nelle fessure del pavimento. Da lì esso esala i suoi vapori di continuo, ma così lentamente che quasi non si consuma. Rimane sul posto per tempi lunghissimi a minare la salute di chi soggiorna nell'ambiente contaminato. Il fatto che esso evapori con grande lentezza non lo rende innocuo, perché il nostro organismo, se esposto a lungo a quei vapori, ne risente anche se essi sono molto diluiti. Gianni Fochi Scuola Normale di Pisa


VETERINARIA Uno psicologo per i cani nevrotici Arriva in Italia la terapia comportamentale
Autore: MOLINARIO PIER VITTORIO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, PSICOLOGIA, ANIMALI, ETOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: Alterazioni del comportamento

SECONDO una stima cauta più del 20 per cento dei proprietari di cani che si presentano negli ambulatori veterinari denuncia spontaneamente disturbi o gravi intemperanze comportamentali nei propri animali. Se la denuncia è facilitata dall'esplicito interessamento del medico la percentuale sale: anche sfrondata dei casi lievi, supera il 40 per cento. La maggior parte dei disturbi riguarda l'aggressività nei confronti di persone, famigliari o estranei, o di altri casi. Seguono i problemi legati ad ansia da separazione (comportamenti distruttivi), quelli determinati da reazioni di panico, e infine svariate forme di insubordinazione più o meno strettamente associate a particolari stimoli o stati di eccitazione. La conseguenza più immediata di queste situazioni, anche se di gran lunga la meno considerata, è una drastica riduzione della libertà degli animali, la quale accentua progressivamente i comportamenti indesiderati e non di rado ne produce altri. Il risultato, nel migliore dei casi, è un «adattamento al minimo» di tutti i rapporti che l'animale e il proprietario intrattengono tra loro e con l'ambiente che li circonda. Nei casi peggiori, e senza considerare l'eventualità di incresciosi incidenti, uno dei due finisce col non reggere più le limitazioni o le tensioni cui è sottoposto. Il cane di solito si ammala, nel senso che, o sviluppa comportamenti decisamente anormali, i quali scaricano molto efficacemente le tensioni emotive accumulate; o traduce queste tensioni in scompensi di tipo fisiologico e in affezioni morbose localizzate (le ben note somatosi: ulcere gastriche, malattie cutanee); o ancora, e più spesso di quanto si creda, cade vittima di agenti patogeni che approfittano dello stato di depressione generalizzata dell'organismo. Il proprietario invece tende a estraniarsi sempre più dalla sorte dell'animale, fino ad accettare di separarsene. Per correggere, prevenire o limitare l'aggravarsi dei disturbi in questione, fin dagli Anni 60 gli studiosi di etologia applicata (in gran parte anglosassoni e per lo più medici veterinari con una consistente preparazione zoologica e psicologica alle spalle) hanno elaborato specifiche forme di intervento, organizzandole gradualmente in quella che oggi è diventata una precisa disciplina terapeutica, nota in ambito specialistico col nome di «terapia comportamentale degli animali da compagnia» (perché oltre che al cane essa si rivolge, con opportuni adattamenti, anche al gatto). Prescindendo dalla fase diagnostica, che comporta, oltre a una serie di accertamenti clinici e di test reattivi, un'indagine dettagliata dei trascorsi e dei diversi aspetti della vita sociale dell'animale, gli interventi terapeutici consistono essenzialmente in: 1) la ridefinizione del rapporto di dominanza-dipendenza tra cane e padrone (che di solito risulta gravemente alterato), in particolare attraverso la regolamentazione delle espressioni emotivo-affettive di quest'ultimo, una nuova organizzazione degli spazi territoriali e del tempo (soprattutto psicologico) riservato all'animale, l'esecuzione di una serie di esercizi di ubbidienza e di attenzione da svolgersi in ambienti progressivamente complessi; 2) il ricondizionamento (o decondizionamento o controcondizionamento, o qualche altra tra le numerose varianti del procedimento messe a punto dalla psicologia sperimentale) delle risposte del cane agli stimoli o alle situazioni ambientali che favoriscono l'insorgere di comportamenti indesiderati o abnormi; 3) l'impostazione di nuove abitudini gestionali che sfruttino al meglio le disponibilità dell'ambiente in considerazione delle diverse e spesso contrastanti esigenze dell'animale e del proprietario. Poiché lo sforzo emotivo che questo ribaltamento di rapporti richiede è sempre molto consistente e può essere mal tollerato da animali da tempo radicati nelle proprie abitudini reattive o già provati da lunghi periodi di tensione, nonché allo scopo di facilitare l'impegno (anch'esso considerevole e in massima parte emotivo) dei proprietari, è spesso consigliabile trattare inizialmente i cani con farmaci che riducono la reattività nervosa o la suscettibilità fisiologica a determinati stimoli. A volte basta che un cane superi per due o tre volte senza scompensi, e magari occupandosi attivamente di altre cose, situazioni che in precedenza lo precipitavano in uno stato di panico o di furore aggressivo, perché in seguito il suo comportamento muti radicalmente, e ciò anche in altre situazioni. Sulla scia delle numerose iniziative didattiche e professionali che ormai vengono intraprese al riguardo in tutti i principali Paesi europei, anche in Italia si è costituito recentemente, presso le Facoltà di Medicina Veterinaria delle Università di Torino e Milano, un gruppo di ricerca composto da medici veterinari, etologi e psicologi, che si propone, oltre che di illustrare la pratica e teoria agli studenti e ai professionisti interessati, anche di adattarle alle specifiche esigenze del pubblico cinofilo italiano. Una equipe di tre specialisti opera già in alcuni centri ambulatoriali torinesi. Pier Vittorio Molinario


UNA RICERCA AMERICANA Mamma delfina Cinque anni per educare il piccolo
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ETOLOGIA, ZOOLOGIA, ANIMALI
NOMI: WELLS RANDALL
LUOGHI: ITALIA

CI vuole una bella abilità a riorganizzare il proprio cervello al momento giusto, quando si tratta di affrontare un'impresa difficile. Sembra incredibile, ma c'è un pesce capace di farlo. E' il salmone. L'hanno scoperto Sven Ebbesson e la sua equipe dell'Università d'Alaska a Fairbanks, studiando il salmone argenteo (Oncorhynchus kisutch) una delle specie più comuni nel Pacifico. La vita del salmone è complicata. Incomincia, alla nascita, nel letto ghiaioso e nell'acqua limpida di un torrente di montagna. Qui la madre ha deposto da diecimila a trentamila ovetti minuscoli che il padre ha subito fecondato. Lui sguscia da uno di quegli ovetti. E' un grazioso avannotto vestito della livrea giovanile caratterizzata da un succedersi di bande trasversali e di macchie scure. Per quattro settimane c'è un biberon naturale che lo alimenta. E' il sacco vitellino ricco di sostanze nutritive che gli pende dalla pancia. A poco a poco il sacco si svuota. E allora bisogna incominciare a darsi da fare. Così il piccolo impara a catturare pesciolini più minuti di lui, come barbatelli o scazzoni e se li mangia. Mangiando cresce e il tempo passa. Quando raggiunge circa diciotto mesi, all'interno del suo cervello avviene il mutamento di scena che è stato ora scoperto, mentre all'esterno, prima o poi (addirittura cinque anni dopo se è nato molto a Nord, dove fa più freddo), si nota un cambiamento di vestito. Gli spunta addosso una vivace livrea argentea. Ed è giunto, per questo salmoncino che misura generalmente dai dieci ai venti centimetri, il momento della calata in mare. Si lascia andare, si abbandona passivamente alla corrente che lo trasporta sempre più giù. Raggiunge così l'immensa conca marina e qui ha inizio la grande abbuffata. Nuotando in superficie lungo le coste trova spratti e anguille di sabbia e malloti in quantità. E mangia a crepapelle. Quando ha spopolato le acque costiere, può darsi si immerga più a fondo per cercare altre prede. E' chiaro che con questo regime cresce in peso e volume a vista d'occhio. Dopo un anno di vita marina è già lungo più di mezzo metro, dopo tre anni raggiunge il metro e può superare i 13 chili. Si risveglia il suo istinto errante. Salmoni atlantici marcati davanti alle coste europee sono stati pescati nelle acque della Groenlandia. Ma il bello deve ancora venire. Ormai il nostro protagonista ha acquistato peso, vigore ed energia per affrontare il cimento più importante della sua vita: il viaggio nuziale. L'orologio biologico gli dice che è ora di partire. L'odore di casa, che gli si è impresso nel cervello quando gli si era straordinariamente sviluppato il bulbo olfattivo, lo guida come una bussola infallibile verso il fiume che ha percorso in senso inverso nella fase giovanile. Questa volta però l'impresa è più difficile. Bisogna risalire controcorrente. Ma il salmone non si scoraggia. Si dà lo slancio con la coda muscolosa e supera d'un balzo rapide e cateratte. Avanza così a una velocità media di dodici chilometri orari. Di mangiare non se ne parla nemmeno. Non ne avrebbe il tempo. Attinge alla riserva di grasso che ha accumulato durante il soggiorno in mare. E così, dopo un viaggio estenuante che può durare 15 o 16 mesi, arriva al ruscello dove ha visto la luce. E' ormai sessualmente maturo. E la sagra nuziale può avere inizio. Se è femmina, dimenticata la stanchezza, si mette immediatamente a scavare con grandi colpi di coda il fondo ghiaioso. Il «nido» è una buca profonda dai dieci ai venti centimetri, lunga anche un metro. Se è maschio, gli ci vuole una certa messa in scena per conquistare le grazie femminili. E allora, dopo aver battuto in duello i rivali che gli contendevano la prescelta, le si avvicina spavaldo e le fa capire le sue intenzioni «serie» dandole ripetuti colpi di testa nei fianchi. E' un linguaggio eloquente. La femmina l'afferra al volo. Sicché di lì a poco i due si avvicinano al nido e vi lasciano cadere dentro uova e spermatozoi. Ma il legame di coppia non è duraturo. Alla deposizione successiva - per tante migliaia di uova, di deposizioni ce ne vogliono parecchie - il maschio non è più quello di prima, è cambiato. Sperma ce ne vuole parecchio per fecondarle tutte e quello di un solo maschio non basta certo. Bisogna poi tener conto della forte mortalità infantile. Il biologo canadese Foerster ha calcolato che da due milioni di uova prodotte da 500 femmine, regolarmente fecondate, schiudono 950 mila avannotti. Ma di questi soltanto 19 mila riescono a raggiungere il mare. Alla decimazione naturale dei giovanissimi si aggiunge la decimazione degli adulti operata dall'uomo. Troppe dighe idroelettriche sbarrano la strada al salmone nel suo viaggio verso il torrente natio. Troppe industrie scaricano rifiuti inquinanti nei fiumi. Troppi pescatori fanno incetta delle sue prede preferite. Risultato. I salmoni selvatici sono in allarmante declino. E allora? Si corre ai ripari. Si creano gli allevamenti artificiali. Ma, secondo Peter Maitlasnd dell'Università di Edimburgo, ci stiamo dando la zappa sui piedi. Facciamo la selezione alla rovescia. Allevati senza lo stimolo della lotta per la sopravvivenza, i salmoni di allevamento diventano sempre più ottusi e poco combattivi. La specie così a poco a poco degenera. Questa è la preoccupazione degli scienziati. Ma la gente non è così lungimirante. L'importante è che non le manchi in tavola quella rosea gustosissima carne di salmone. Isabella Lattes Coifmann


ALL'AMIATA Asini disoccupati ma salvi
Autore: COLOMBINI CINELLI DONATELLA

ARGOMENTI: ZOOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

LI chiamano ancora «micci» e sull'Amiata hanno sempre trasportato la legna e la carbonella. Introdotti in Italia più di duemila anni fa dai fenici, usati dagli etruschi, gli asini senesi rischiano adesso di sparire e per questo, sulle orme di più conosciute campagne come quelle per la foca monaca o la balena megattera, da Montalcino è partita l'iniziativa che li dovrà salvare. La specie è in pericolo: di carbonella non se ne produce più e sui sentieri si va con i fuoristrada. Di asini amiatini ne restano una decina, tra i quali ci sono al massimo una o due femmine in grado di procreare. Dalla patria del Brunello, Donatella Colombini Cinelli, presidente del Movimento per il turismo del vino, ha lanciato un piano di conservazione che prevede varie tappe. La prima sarà quella dell'«adozione»: i «micci» in attesa che si moltiplichino, saranno ospitati dagli altri «signori del vino», Antinori e Zonin per cominciare. Mantello grigio, pancia argentea e tipiche zebrature sugli arti che li rendono facilmente riconoscibili, gli asini dell'Amiata una volta sistemati nelle stalle delle aziende vinicole dovranno per prima cosa darsi da fare per infoltire le loro schiere. Un problema non semplice, visto che oltre all'esiguo numero di femmine feconde a disposizione, ogni gestazione dura 12 mesi. Solo tra un anno sarà possibile sapere qualcosa di più preciso sul futuro di questa razza che gli etologi definiscono «intelligente, sobria, forte e paziente». Se la principale scommessa si gioca sulla capacità che i nuovi proprietari avranno di favorire la monta, l'ingravidamento, la gestazione e il parto di animali che, tra l'altro, sono sessualmente molto tiepidi, il resto riguarderà l'ambientazione degli animali. Dopo il rafforzamento demografico, nei prossimi anni si dovrà pensare a trasformare i «micci» in una attrazione o quantomeno in una presenza economicamente autosufficiente. Per evitare che, passato l'entusiasmo, gli asinelli possano tornare a finire al macello, a Montalcino si è pensato a una sorta di tour delle cantine che includa anche una visita alle stalle delle fattorie sotto lo slogan «Vai a trovare un amico con una carota in tasca». Giovanni Neri


UN CONVEGNO A RACCONIGI Dimmi com'è il tuo giardino e ti dirò chi sei Una ricerca di valori pittorici tra i cinesi e della geometria in Occidente
Autore: ACCATI ELENA

ARGOMENTI: BOTANICA, ANTROPOLOGIA E ETNOLOGIA, CONFERENZA, ARTE, CULTURA
LUOGHI: ESTERO, RACCONIGI (TO), CINA

ALL'INIZIO del 1500 un funzionario che ricopriva sotto la dinastia Ming una importante carica amministrativa, essendo caduto in disgrazia presso la corte, si ritirò a Suzhou (a 100 chilometri da Shanghai) dove decise di creare un giardino superbo costruendolo sullo stesso terreno nel quale, ben 12 secoli prima, un ufficiale dell'esercito, Pan Yue, in seguito a vicende sfortunate e dopo avere deciso di abbandonare la vita pubblica si era ritirato a coltivare un orto e un frutteto. D'altra parte, questo non è affatto un caso isolato: esistono in Cina molti altri esempi di giardini celebri sorti per il desiderio, da parte del proprietario, di trovare nella natura una consolazione dagli insuccessi pubblici. La storia dell'arte del giardino in Cina è la più antica del mondo: i primi giardini risalgono a duemila anni or sono: giardini imperiali realizzati per le partite di caccia del sovrano in modo simile a quanto è accaduto più tardi in Europa; basti pensare al parco di Racconigi in Piemonte che, tra l'altro, in questo mese di settembre, ospiterà un importante convegno internazionale sul tema «Il giardino del principe». Anche se l'origine del giardino è stata simile in tutto il mondo, ci si è domandato, in un convegno tenutosi recentemente a Shanghai, se sia possibile parlare di universalità del giardino e se esistano tra il giardino orientale e quello occidentale similitudini o piuttosto radicali divergenze. I giardini cinesi continuano a mantenere intatto il loro carattere distintivo rispetto a quelli di tutto il mondo: gli alberi, ad esempio, sono scelti soltanto per il loro significato pittorico in quanto le vedute rappresentano l'aspetto più importante. Queste addirittura vengono distinte in «vedute da fermo» nel senso che richiedono soste più o meno prolungate per essere godute e «vedute in movimento». «Il costruttore ideale di giardini - afferma Congzhou, Tongij University di Shanghai - non sarà l'architetto che operi un freddo lavoro di calcolo delle proporzioni, ma il letterato che derivi ogni decisione da una attenta valutazione del proprio bagaglio culturale e da una profonda conoscenza dell'animo umano». Il giardino cinese si è sempre discostato dal formalismo geometrico tipico del giardino classico occidentale. Alcune, sia pure esili, similitudini possono trovarsi con il «giardino all'inglese» (termine semplicistico e riduttivo) che, invece, i francesi, più propriamente, definivano «anglo-chinois». Gli elementi fondamentali del giardino cinese sono l'acqua, mai in movimento, ma entro stagni o laghi per favorire la meditazione; forme architettoniche varie e insolite come il padiglione, il portico, il ponticello, il passaggio a volta, la sala; le rocce e le colline (costruite da esperti artigiani) solitarie o riunite in gruppi, disseminate per il giardino in una imitazione della natura quasi ossessiva. In Occidente, dove sono venuti meno i motivi ideali che hanno alimentato l'idea del giardino lungo i secoli, sta - secondo alcuni studiosi - affinandosi una ricerca che potrà portare il giardino alla complessità di significati che ha avuto nel passato. In Cina, invece, sembrano essere rimasti i motivi ispiratori originari, senza che siano ancora emerse forme o idee innovative. Elena Accati Università di Torino


NEUROSCIENZE Il cervello non va in pensione Il lavoro creativo è l'unico elisir di lunga vita
Autore: GIACOBINI EZIO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, ANZIANI, BIOLOGIA
NOMI: PAULING LINUS, BURNS GEORGE, MONTANELLI INDRO, BORBONI PAOLA, LEVI MONTALCINI RITA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: Allenamento delle cellule nervose

LEGGENDO qualche settimana fa della morte del premio Nobel per la chimica Linus Pauling, che a 93 anni faceva ancora ricerca e teneva conferenze, pensavo agli italiani che desiderano ritirarsi a 60 anni (e magari anche a 50). Esiste però una categoria che vede la pensione come il preludio poco glorioso dell'annientamento mentale e farebbe carte false per evitarlo il più a lungo possibile. Questi sono i piccoli e i grandi Pauling dispersi nei vari laboratori del mondo scientifico, i ricercatori. Fanatici del lavoro, masochisti o «wolkalcoholics» come dicono gli americani? No: sono semplicemente gente che vuole continuare a lavorare perché ci prova gusto. Nell'ultimo anno della sua presidenza Reagan fece approvare una legge che aboliva il limite massimo di età con l'eccezione di tre categorie: i vigili del fuoco, i poliziotti e i dipendenti delle forze armate. Per tutti gli altri un pre-pensionamento coatto è una violazione dei diritti civili chiamata «age discrimination» (discriminazione a causa dell'età). I ricercatori ricorrono ora molto a questa legge e le più recenti statistiche dicono che oltre il 90 per cento pratica attivamente una qualsiasi forma di ricerca dopo i 70 anni e il 70 per cento è ancora attivo dopo gli 80. Per molti la cessazione dell'insegnamento o dei doveri amministrativi rappresenta una ambita possibilità di ritornare alla ricerca a tempo pieno come è possibile solo agli inizi della carriera scientifica tra i 25 e i 35 anni. Particolarmente utile è la continua interazione con gli studenti e i colleghi più giovani. Questo non vale esclusivamente per i ricercatori ma anche per chiunque abbia un lavoro vario, interessante, impegnativo ed eccitante ed al tempo stesso non sappia giocare a golf, non sia appassionato di bridge e odi il giardinaggio. Pare, infatti, che il golf sia pochissimo diffuso tra i ricercatori. Esistono motivi seri per indurci a far girare le ruote del cervello. L'epidemiologia della demenza senile, il morbo di Alzheimer, dimostra che a Shanghai come a Stoccolma, nell'Italia Meridionale come nel Nord della Francia, il numero di anni di istruzione si correla inversamente al periodo di insorgenza della malattia e al deterioramento cognitivo. Due sono le ipotesi che spiegherebbero questo fenomeno. La prima, più intuitiva, si collega agli studi fatti su animali vecchi che dimostrano un minore decadimento della memoria in un ambiente ricco di stimoli che li obblighi continuamente ad esercitarsi nella soluzione di piccoli problemi. E' pure interessante notare che il giovamento è maggiore se l'animale vecchio è tenuto con altri più giovani, i quali a loro volta imparano più velocemente (vedi scienziati vecchi e giovani che lavorano nello stesso ambiente). Il livello di istruzione maggiore avrebbe anche l'effetto di accumulare una quantità maggiore di nozioni e dati che vengono poi spesi gradualmente. Questo accumulo maschererebbe in parte l'effetto dovuto alla senilità o alla malattia. Un'ipotesi ancor più interessante è quella che si rifà all'accumulo nel cervello di una sostanza apparentemente tossica che sarebbe direttamente legata alla morte cellulare progressiva caratteristica dell'Alzheimer. Tale proteina, l'amiloide, è fabbricata continuamente nel cervello dalla nascita alla morte in quantità notevoli (milligrammi al giorno). Sembra dimostrato che in condizioni normali essa non sia affatto deleteria ma al contrario serva a stimolare quei contatti tra cellula e cellula nervosa che sono essenziali per la memoria e l'apprendimento. Pare anche che l'esercizio intellettuale faciliti l'effetto «buono» della amiloide e ne prevenga quello «cattivo». Una attività mentale continua mantenuta leggendo, risolvendo problemi che stimolino il ragionamento o forse solo il ripetere mentalmente facili operazioni potrebbe già avere un effetto benefico. E' un caso analogo all'esercizio fisico che previene il deterioramento dei muscoli e delle articolazioni. Poiché ci mancano ancora terapie efficaci per curare la perdita della memoria o per prevenire la demenza senile, il lavoro mentale è probabilmente la cura attuale migliore. E' dunque perfettamente spiegabile che chi ha un lavoro indipendente, divertente ed eccitante come la ricerca non voglia abbandonarlo per il fatto che ha raggiunto l'età del pensionamento. E' esperienza comune confermata da dati clinici che il passaggio da un'attività di lavoro ad una poco stimolante perché monotona e non motivante (vedi pensionamento) possa produrre un deterioramento mentale in certi casi anche rapido (mesi) e drammatico. E' inutile citare la lista lunghissima di pittori, architetti, musicisti e scienziati che hanno prodotto i loro migliori lavori dopo i 70 anni e in certi casi anche dopo gli 80. L'attore comico americano George Burns, che recita da solo anche per un'ora di seguito sul palcoscenico di Las Vegas, ha compiuto 98 anni e ha già firmato il contratto del grande spettacolo di gala del 1996 per celebrare lui stesso il proprio centenario con un recital di due ore. Una critica ovvia che si può muovere a questo prolungamento della vita lavorativa di scienziati e artisti è l'ostacolo all'avvicendamento nei posti di lavoro, con danno per le leve più giovani. A parte l'investimento notevole fatto dalla società e dall'individuo (oltre i 10 anni in media di studi superiori e 3-5 milioni di dollari in Usa per laboratori e spese di ricerca per un periodo di soli 20 anni), l'offerta di manodopera intellettuale anziana e a basso prezzo disposta a lavorare in nero ruberebbe veramente il lavoro ai giovani, creando un mercato selvaggio. Ma, nella maggior parte dei casi il continuare la ricerca non significa per un ricercatore anziano un grande laboratorio con costi alti, ma spesso coinvolge il solo scienziato con l'aiuto di un tecnico e l'utilizzazione di apparecchiature già esistenti. Si potrebbe quindi pensare, per la riforma delle pensioni, un differenziamento scalare basato sul grado di «noiosità» delle attività lavorative. Ezio Giacobini Università del Sud Illinois


MEDICINA Aumentano le malattie autoimmuni
Autore: DI AICHELBURG ULRICO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

SI è svolto di recente a San Marino un congresso internazionale sulle malattie autoimmuni. Malattie nuove? No, malattie note da tempo, ma delle quali non era chiara la genesi. La genesi a poco a poco à stata capita e dimostrata: è l'auto immunità. Si è così costituito un nuovo capitolo, quello - appunto - delle malattie autoimmuni, uno dei più importanti della medicina attuale, e per di più in continua evoluzione. Il concetto classico dell'immunità è quello di un sistema che distingue il «sè» dal «non- sè»; in altri termini, respinge gli invasori estranei alla nostra costituzione biologica, batteri e virus per fare l'esempio più tipico. In realtà le cose non stanno propriamente così. Esiste anche un'autoimmunità normale, costituita da anticorpi naturali, non dannosa, al contrario indispensabile al mantenimento dell'omeostasi del sistema immunitario, vale a dire alla sua regolazione, al mantenimento del suo equilibrio. L'esagerazione di questo fenomeno naturale porta però alla malattia. Le armi immunologiche, come quelle militari, possono ritorcersi contro i possessori. Alcune di queste malattie, conseguenza di una reazione immunitaria contro il «sè», sembrano spontanee (il che non esclude un agente causale ancora indeterminato), altre invece risultano originate da medicamenti, agenti tossici, batteri, virus. L'importanza del fattore genetico è indubbia. In particolare, il complesso dei geni HLA è il più chiaramente associato a diverse malattie autoimmuni. Però i geni implicati hanno una struttura normale, lo sviluppo della malattia è dovuto a una combinazione di geni e di fattori ambientali. I fattori genetici contribuiscono soltanto per il venti-quaranta per cento al rischio della malattia, i fattori ambientali prevalgono. Nel capitolo delle malattie autoimmuni troviamo l'anemia emolitica (fu la prima a destare il sospetto di un'autoimmunità), il morbo di Addison, la malattia di Crohn, la sindrome di Goodpasture, il morbo di Basedow, la tiroidite di Hashimoto, il diabete insulino-dipendente, la sclerosi multipla, la miastenia grave, la psoriasi, l'artrite reumatoide, la sclerodermia, la sindrome di Siogren, la sterilità spontanea (dello sperma), il lupus eritematoso disseminato e altre ancora. Come si può vedere da questo elenco, talora è colpito specificamente un organo, per esempio la tiroide, talora si tratta di patologie sistematiche, come il lupus eritematoso o l'artrite reumatoide. Tra l'altro, si incomincia a pensare che anche l'aterosclerosi, causa dell'infarto miocardico e cerebrale, abbia in parte a che fare con l'autoimmunità. Le malattie autoimmuni riguardano oltre il cinque per cento della popolazione, e due terzi sono donne. A San Marino è stato creato un apposito centro, a Cagliari ha sede l'Associazione per la lotta alle malattie autoimmuni (Aima). Quali le prospettive terapeutiche? I glicocorticoidi (prednisone, prednisolone, eccetera) e gli altri immunosoppressori usuali non sempre sono efficaci e inoltre originano complicazioni dovute all'immunosoppressione generica che provocano. La ciclosporina A è uno dei più interessanti, ma la sua utilizzazione è limitata dalla tossicità per i reni. Fra i mezzi più recenti sono da ricordare le immunoglobuline (anticorpi) somministrate endovena, le citochine e anticitochine, le immunotossine, gli anticorpi monoclonali ottenuti con l'ingegneria genetica, la vaccinazione con un peptide proveniente dai linfociti T (i principali «traditori» responsabili dell'autoimmunità). La terapia delle malattie autoimmuni è in grande fermento in corrispondenza alle scoperte della immunologia generale. La prospettiva di un trattamento immunospecifico si può già intravedere. Ulrico di Aichelburg


GAS RADIOATTIVO Sugli occhiali le tracce del radon
Autore: FURESI MARIO

ARGOMENTI: CHIMICA, TECNOLOGIA, INQUINAMENTO
LUOGHI: ITALIA

TRA le mura domestiche può nascondersi un nemico mortale: un elemento chimico radioattivo che, sbucando dal sottosuolo, può giungere fino al terzo piano. E' il radon, uno dei sei gas nobili, il solo a essere radioattivo: discende dall'uranio, che si trasforma prima in torio e poi in radio. Premesso che il livello di radioattività assorbibile senza danno dall'uomo è di 70 Becquerel, il radon casalingo può raggiungere livelli molto più alti; in una casa di Filadelfia, ad esempio, ha raggiunto i 100 mila Becquerel e un livello ancora più alto è stato registrato in Gran Bretagna, in una stanza dell'Ospedale di Chagford. Il Paese con più radon è la Svezia; in alcune zone la radioattività è risultata così alta da imporre l'abbattimento di interi caseggiati. La pericolosità del radon emerge da un recente rapporto dell'Epa: «Il radon, dopo il fumo, è la maggiore causa di cancro al polmone. Dai 5 mila ai 20 mila decessi all'anno sono dovuti negli Usa al cancro polmonare provocato dal radon». Da tutto ciò si comprende l'interesse suscitato dalla scoperta di un sistema d'uso comune per rendere visibile la presenza del radon. La scoperta si collega all'impronta che sulla plastica lasciano le particelle alfa, irradiate insieme alle particelle beta e gamma dagli atomi degli elementi radioattivi. Poiché oggi molti occhiali sono di plastica, chi li usa può scoprire facilmente se sulla propria casa incombe la minaccia del radon. Basterà immergere gli occhiali in una soluzione di soda per mettere in evidenza tutti i punti colpiti dalle particelle alfa. In base al loro numero per centimetro quadrato, si valuta l'intensità del processo radioattivo in questione. La scoperta di questo semplice e rapido sistema per rivelare la presenza del radon si deve al professor Fleisher, docente nell'Istituto Politechico di Troy, nello Stato di New York. Quanto alla radioattività domestica indotta dal radon, va ricordato che la misura più semplice per difendersene è una frequente, buona ventilazione. Mario Furesi


SPERIMENTAZIONE IN VIVO Sono i topi a indicarci le sostanze cancerogene C'è un rischio concreto: che sia l'uomo a diventare la vera cavia
Autore: TERRACINI BENEDETTO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, RICERCA SCIENTIFICA, BIOETICA, AMBIENTE
NOMI: FRANCONE MARCO
ORGANIZZAZIONI: LEGA ANTIVIVISEZIONE
LUOGHI: ITALIA

SU Tuttoscienze del 31 agosto Marco Francone della Lega Antivivisezione nega che si possa «trarre conclusioni per la salute umana (da) test animali» (un purista farebbe notare che l'animalità connota i senzienti studiati e non lo studio stesso). Ciò in quanto trent'anni fa il famoso tossicologo Zbinden avrebbe affermato che «la maggior parte delle reazioni negative che si verificano nell'uomo non possono essere dimostrate (in)... esperimenti di tossicità cronica». Tra le sostanze o miscele che possono essere presenti nell'ambiente di lavoro, la Commissione consultiva tossicologica nazionale (Cctn) del ministero della Sanità ne ha elencate 12 cancerogene per l'uomo e 94 che si sono dimostrate, in modo convincente, cancerogene in prove a lungo termine su animali di laboratorio. Tutte le prime sono anche cancerogene per animali di laboratorio, mentre per nessuna delle seconde è stato possibile identificare gruppi di esposti sufficientemente ampi da renderli oggetto di informativi studi epidemiologici. La Cctn ha quindi buoni motivi per precisare che, a fini preventivi, non debba essere fatta una distinzione tra i «buoni» cancerogeni sperimentali e i cancerogeni per l'uomo. Indicazioni dello stesso senso sono state date dall'Agenzia internazionale per le ricerche sul cancro, dalla Comunità europea e dal National toxicology program del governo federale Usa. Se la Lega Antivivisezione ha un'opinione diversa, dovrebbe documentarla in modo articolato. Immagino inoltre che Marco Francone si renda conto delle conseguenze che la negazione di validità degli esperimenti a lungo termine avrebbe per il controllo dell'ambiente di lavoro o di vita. Tanto più che finora non esistono prove in vi tro i cui risultati abbiano lo stesso valore predittivo - per la stima dei rischi cancerogeni per la specie umana - di quelli degli esperimenti in vivo. Un diffuso motivo di freddezza per le prove a lungo termine in vivo, soprattutto da parte industriale, è il loro costo e la loro durata (circa, rispettivamente, un milione di dollari e 3-4 anni). Non effettuarle significherebbe aspettare che l'evidenza di cancerogenicità emerga da osservazioni sugli esposti, cosa che forse non è del tutto etica. A mio avviso, il rifiuto delle prove in vivo è incompatibile con un ragionevole controllo dei rischi cancerogeni ambientali. Inoltre, come ogni forma di fondamentalismo, un esasperato «antivivisezionismo» distoglie l'attenzione da altri problemi. Rispetto alle prove sui topi, nella nostra società, si parla molto poco della sperimentazione sull'uomo, sulla sua provata utilità (se controllata adeguatamente dalla società) e sugli utilizzi aberranti che ne sono stati fatti, non molto tempo fa. Marco Francone si compiace infine per l'entrata in vigore della legge 413/93, che consente, da parte di tecnici e studenti, l'obiezione di coscienza alla sperimentazione su animali. Non dubito che il legislatore si sia previamente assicurato che alla fine del secolo ventesimo la formazione di operatori sanitari può prescindere da ogni sperimentazione su animali e che il diritto concesso ai tecnici non si tradurrà in alcuna discriminazione nelle assunzioni e nel progresso in carriera. Benedetto Terracini Direttore del dipartimento di Scienze biomediche Università di Torino


INFORMATICA Il computer campione di scacchi
Autore: LENTINI FRANCESCO

ARGOMENTI: INFORMATICA, ELETTRONICA, GIOCHI
NOMI: IVANCIUK VASSILIJ, KASPAROV GARRY, PENROSE ROGER, DENNETT DANIEL
ORGANIZZAZIONI: GENIUS II, INTEL PENTIUM
LUOGHI: ITALIA

GARRY Kasparov fissa la scacchiera come se vivesse in un sogno, anzi in un incubo. Poi batte le mani sul tavolo da gioco, si alza ed esce di scena a testa bassa: partita persa per abbandono. Secondo gli osservatori ha giocato con sufficienza, così il programma Genius II, che girava su un computer Intel Pentium, ha finito col prevalere (e comunque il Gran Prix Intel di Londra è stato alla fine vinto da un uomo, l'ucraino Vassilij Ivanciuk). Resta il fatto che il computer diventa sempre più forte nel nobile gioco degli scacchi, che è una lotta ad armi pari, basata sull'uso della logica e della memoria, cioè di una frazione considerevole dell'intelligenza. Già nel 1989 il fortissimo Deep Thought aveva messo in difficoltà l'ex campione del mondo Anatoly Karpov, mentre nel maggio scorso, in un torneo di partite-lampo tenutosi a Monaco di Baviera, lo stesso Kasparov era stato battuto una volta dal programma Fritz III (pur vincendo poi lo spareggio, e quindi il torneo). Il computer gioca in modo tattico, cioè si difende e non elabora strategie di sorta. Non ha fantasia e quindi le sue mosse non sono esteticamente belle. Secondo alcuni esperti, che hanno realizzato le partite disputate tra l'uomo e le macchine scacchistiche dell'ultima generazione, sarebbe addirittura possibile individuare delle mosse «da computer», ovvero dilettantesche, inefficaci, contorte. Eppure queste mosse sono in grado di stracciare qualunque Grande Maestro, sia nel gioco lampo (5 minuti per mossa) che nel gioco regolare (due ore per partita), come se la maggiore velocità del computer trasformasse la capacità tattica in abilità strategica, e quindi in una forma di creatività. E' un fenomeno che potrebbe coinvolgere lo scollamento esistente tra due teorie fisiche, la relatività e la meccanica quantistica. La prima si occupa dei fenomeni che avvengono su larga scala, come la gravità e i buchi neri, mentre la seconda ha a che fare con le cose piccole, come gli atomi e le molecole. Come mai a livello quantistico una particella può essere osservata contemporaneamente in due luoghi differenti, mentre a livello macroscopico questo non è possibile? Secondo il fisico Roger Penrose, la mancanza di una «teoria del tutto», che leghi la piccola e la grande scala, impedirebbe di spiegare fenomeni come la mente e la coscienza, viste come il prodotto dell'interazione di miliardi di neuroni. Allo stesso modo le prestazioni dei computer, oltre una data soglia di potenza elaborativa, di memoria e di sofisticazione del programma, diventano «intelligenti». Probabilmente ottenere questo effetto di sinergia (che si ha quando il tutto diventa maggiore della somma delle parti) è la base di partenza per arrivare alla sintesi delle varie forme in cui si ritiene articolata l'intelligenza: capacità linguistica (programmi di conversazione e traduzione), analisi logica (sistemi esperti), eccetera. Ma per fare ciò è necessario che avvenga una specie di rivoluzione copernicana, è necessario accettare alcuni concetti che gli esperti di intelligenza artificiale vanno ripetendo da anni. Bisogna convincersi, come sostiene Douglas Hofstadter, che la mente e la coscienza sono cose fisiche, il cui funzionamento può essere studiato mediante simulazioni al computer. Dopo la sconfitta di Kasparov dobbiamo ammettere che è una questione di tempo, e che un giorno il campione del mondo di tutti i giochi conosciuti, compresi gli scacchi, sarà il computer. «Filosofi coraggio». Così dice Daniel Dennett, un filosofo che ha studiato ad Harvard e a Oxford e si è convertito alle neuroscienze e all'informatica. Un colore, un suono, un concetto o un'emozione sono tutti lì, nella magica scatola chiamata cervello. E la coscienza? Francis Crick, scopritore della struttura del Dna e premio Nobel per la medicina, è convinto che abbia una sede ben precisa, localizzabile in un insieme di cellule celebrali. E che sia il frutto di complessi processi chimici ed elettrici, simulabili con un computer. Di questo passo nessuno può sapere che fine farà l'anima, ma forse conviene lasciarla stare. Specialmente ora che Stephen Hawking afferma esserci vita nei computer: per ora sotto forma di virus, poi chissà. E intanto si profila all'orizzonte il successore di Deep Thought, detto Deep Blue e capace, secondo gli autori, di analizzare la fantastica cifra di un miliardo di posizioni scacchistiche al secondo. Francesco Lentini




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