TUTTOSCIENZE 13 luglio 94

DEMOGRAFIA Verso un'Italia senza italiani
Autore: LABITA VITO

ARGOMENTI: DEMOGRAFIA E STATISTICA, SONDAGGIO
NOMI: GOLINI ANTONIO, LIVI BACCI MASSIMO
ORGANIZZAZIONI: CNR
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: T. Dati sulla popolazione in Italia e nel mondo

SIAMO sospesi tra due baratri: il vuoto occupazionale e il vuoto di giovani che il declino demografico apre nel nostro futuro: nel '95 ci saranno più sessantenni che ventenni. Questo «caso Italia» è stato documentato giovedì scorso nella sede centrale del Cnr a Roma con la presentazione del terzo Rapporto dell'Istituto di ricerche sulla popolazione, curato da Antonio Golini. Lo studio fa il punto della situazione alla luce dei dati europei e del censimento del '91. Le sfide da vincere sono due: creare lavoro e rilanciare la natalità. La disoccupazione (nel 1993 in Italia sono stati cancellati 650 mila posti di lavoro; nell'Europa comunitaria i senza lavoro erano 17 milioni al 31 dicembre 1993) non è congiunturale e la ripresa economica non basterà a determinare scenari occupazionali migliori degli attuali. Servono soluzioni inedite e coraggiose. La connessione tra i due problemi può essere formulata anche in questo modo: la soluzione di uno dei due non deve rendere più complicata la soluzione dell'altro. Se le scelte, più o meno innovative, nel settore occupazionale avranno effetti deprimenti sulla natalità i guai aumenteranno in modo forse irreparabile: se invece produrranno effetti di rilancio, il futuro apparirà meno rischioso. Evitare i primi e accrescere i secondi: ecco delle ragioni per invitare il demografo al «tavolo delle trattative», al dibattito sulla crisi e sugli scenari occupazionali, che coinvolge economisti e parti sociali. I demografi e la crisi, i demografi e gli scenari occupazionali. Cominciamo dal primo punto. In che modo la crisi, la peggiore dal dopoguerra ad oggi, è intervenuta a livello demografico nel nostro Paese già detentore di uno dei più bassi tassi di natalità al mondo? Massimo Livi Bacci, docente di demografia dell'Università di Firenze, usa toni rassicuranti. L'interazione tra la fase recessiva e le dinamiche demografiche di lungo periodo non peggiorerà una situazione che rimane grave. «Le conseguenze demografiche di crisi economiche a carattere congiunturale, di breve periodo, sono di portata e durata generalmente limitate. Nel caso attuale, la crisi può tradursi in un rinvio di programmi: il ritardo di un matrimonio, di una nascita desiderata, del cambio di casa o di residenza - attenuando, in maniera passeggera, nuzialità, natalità o mobilità interna. Passata la crisi, ai ritardi subentrano dei recuperi, ma il gioco di ritardi e recuperi non altera le tendenze di fondo». Antonio Golini, direttore dell'Istituto per le ricerche sulla popolazione del Cnr, è cauto. Conferma però un leggero calo della natalità. Il numero medio di figli per donna tende a scendere sotto 1,26: il più basso del mondo, secondo il Rapporto del Cnr. In Europa siamo a 1,55, che è pur sempre inferiore del 25 per cento al tasso che garantirebbe la crescita zero della popolazione. La crisi, per quanto grave, non sembra allarmare troppo i demografi. Le parole profetiche - «Non più nascite, non più gravidanze nè concepimenti» - riprese qualche mese fa dall'episcopato italiano per protestare contro il nostro primato negativo delle nascite, paiono più adatte a descrivere quanto accade nell'Est europeo. Nella ex Germania Est, osserva Golini, «il numero medio dei figli per donna è crollato nel 1992 a circa 0,8 mentre solo 10 anni prima era 1,6-1,7». Ancora più desolante il quadro che va delineandosi nella Russia: un vero crollo demografico che legittima le più catastrofiche previsioni. Il problema demografico di casa nostra rimane tuttavia, come ci ricorda Livi Bacci, «una debolezza strutturale del nostro sistema che produrrà i suoi effetti nel medio e nel lungo periodo. I pochi nati degli ultimi 20 anni e (se la natalità non riprenderà) dei prossimi anni, costituiranno il grosso degli occupati dei prossimi decenni. I contributi di questo insieme di dimensioni crescenti alimenteranno i trattamenti pensionistici di una massa crescente di anziani, accentuando uno squilibrio già oggi gravissimo». Il problema attuale non è il numero (quanti siamo e quanti saremo), ma l'equilibrio tra i vari gruppi di età. Si calcola che nel 2037 gli italiani saranno 35 milioni invece che 57 milioni, ma ciò che preoccupa realmente è altro: gli italiani oltre i 65 anni saranno la metà della popolazione. Passiamo al secondo punto: il rilancio dell'occupazione. Non vi è ancora una ricetta sicura ma un dibattito aperto. Ci vorranno più cose. La creazione di nuovi prodotti/esigenze, grandi investimenti in infrastrutture e una riorganizzazione del mercato del lavoro introducendovi forti dosi di mobilità e di flessibilità. Sull'efficacia economica ed occupazionale di tutto quanto rompa la rigidezza del mercato del lavoro non ci sono dubbi, ma interroghiamoci sulle conseguenze della mobilità, sui comportamenti demografici che adotteranno i «lavoratori flessibili». Le incertezze indotte dalla «flessibilità» non indurranno a un comportamento riproduttivo ancora più prudente? Golini ritiene che andrà tutto bene. «Siccome un unico lavoro per la vita diventerà sempre meno frequente (e sempre meno desiderato) la flessibilità e la mobilità dovrebbero poter giocare, nei confronti dei lavoratori, anche un ruolo positivo in termini di sicurezza. Per due motivi: uno, minore, per il fatto che i giovani avrebbero la possibilità di percepire redditi (sia pure precariamente) che consentano di pianificare meglio la loro vita fra i 20 e i 30 anni; secondo, e ben più importante, per il fatto che la flessibilità potrebbe portare a una ben maggiore razionalizzazione ed efficienza del mercato del lavoro e quindi a un più veloce ricambio e a minore disoccupazione. In questo ultimo caso la sicurezza verrebbe dal fatto che la perdita di un posto di lavoro non sarebbe sempre una perdita drammatica, ma assai spesso solo un passaggio verso un nuovo lavoro. In questo senso quindi potrebbe avere un impatto positivo anche sulla vita familiare e sul desiderio di avere figli». Mobilità, flessibilità: forse non sono la soluzione dei due problemi, ma il demografo non le boccia e guarda ad esse con favore. Facilitare l'occupazione anche part-time dei giovani riduce il periodo della dipendenza e incentiva la natalità. Ciò che conta, soprattutto, è che il sistema offra sicurezza; e la mobilità (insicurezza strutturale), a sistema maturo, offrirà sicurezza. L'insicurezza piuttosto caratterizza, come non mai, il presente con effetti più o meno paralizzanti (una ricerca del Censis sulla «Cultura del rischio nelle famiglie» dimostra che la paura della perdita del lavoro è balzata in testa alle preoccupazioni degli italiani), ben venga allora tutto quanto contribuirà a determinare un futuro flessibile ma sicuro. Vito Labita


ECCEZIONALE FENOMENO ASTRONOMICO Sabato la cometa incomincia a bombardare Giove Ma attenzione, evitiamo le previsioni troppo ottimistiche sulla spettacolarità dell'evento
Autore: BATALLI COSMOVICI CRISTIANO

ARGOMENTI: ASTRONOMIA
ORGANIZZAZIONI: TELESCOPIO HUBBLE
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. Quando cadranno i frammenti della cometa Shoemaker-Levy

SABATO 16 luglio alle ore 21,50 (ora italiana) il primo dei 20 frammenti restanti del nucleo della Cometa Shoemaker/Levy (SL 9) penetrerà nell'atmosfera di Giove dando inizio a un bombardamento che si protrarrà fino alle ore 10,21 del 22 luglio. Mentre il primo impatto sarà difficilmente rilevabile, in quanto il frammento A 21 è uno dei più piccoli, il 18 luglio alle 21,34 dovrebbe cadere il primo dei frammenti maggiori visibili anche dall'Italia. Il Telescopio Spaziale «Hubble» sarà lo strumento più efficace per seguire tutte le fasi degli impatti, non essendo condizionato dalle coordinate geografiche terrestri. Anche se è opinione comune che il frammento Q 1 del 20 luglio dovrebbe essere il più massiccio, l'H 14 potrebbe anch'esso superare il chilometro di diametro e quindi dare origine a un evento catastrofico. Su questo punto è doveroso però precisare alcuni concetti, per evitare possibili delusioni per chi si aspetta uno spettacolo eccezionale nel firmamento gioviano. Nel 1973, quando fu scoperta la cometa Kokoutek, tutta la comunità astronomica mondiale si preparò all'osservazione di tale cometa che, secondo affrettate previsioni, avrebbe dovuto avere la luminosità della luna piena, cioè risultare migliaia di volte più brillante di qualsiasi cometa conosciuta. Le previsioni erano basate sulla scarsa conoscenza che si aveva del nucleo cometario e della sua composizione chimica. Infatti la cometa avvicinandosi al Sole perse tutto il «combustibile» superficiale che la rendeva così luminosa a grandi distanze dal Sole e finì per comportarsi come una normale cometa con magnitudine più 2. Malgrado la grande delusione del pubblico, dovuta all'enorme pubblicità della stampa, lo sforzo mondiale per la sua osservazione (per la prima volta furono usati telescopi dallo spazio) valse importanti scoperte che sarebbero state confermate nel 1986 grazie alla sonda europea «Giotto», ma servì soprattutto ad attirare l'attenzione sull'importanza delle comete per i problemi della bioastronomia, concernenti l'origine della vita. Nel caso della cometa SL-9, noi ci troviamo ad affrontare problemi di carattere scientifico mai affrontati finora in quanto i parametri sconosciuti sono molteplici e le previsioni risultano estremamente difficili. Innanzitutto il «treno» cometario dei 20 nuclei in orbita ellittica intorno a Giove non presenta uno spettro di emissione, ma soltanto uno spettro continuo. Ciò vale a dire che la cometa è composta essenzialmente da polvere che riflette la luce solare, ma manca dei gas la cui eccitazione produrrebbe le ben note linee spettrali di cianogeno e di altri composti del carbonio e dell'azoto. Lo stesso effetto si avrebbe se, invece di trattarsi di pezzi di ghiaccio, la luce venisse riflessa da gigantesche astronavi metalliche in orbita intorno a Giove! In secondo luogo questa nuvola di polvere che avvolge il nucleo ne rende impossibile l'osservazione e quindi non si è in grado di stabilirne il diametro e la compattezza. Da questi due parametri fondamentali dipende tutto lo scenario degli impatti dei prossimi giorni. Se i nuclei dovessero risultare composti, come alcuni ipotizzano, da un aggregato di frammenti minori trattenuti insieme da forze gravitazionali o di coesione, al contatto con gli strati superiori dell'atmosfera gioviana, verrebbero a disgregarsi disperdendo l'energia nell'atmosfera stessa su larga scala, con una miriade di stelle cadenti, ma senza l'effetto di un impatto catastrofico. Quello che invece la comunità scientifica spera, non per sadismo nei confronti di Giove, ma per la quantità di informazioni che possiamo raccogliere riguardo allo stesso passato ed al futuro del nostro pianeta, è che i nuclei siano compatti, simili cioè a quello fotografato dalla sonda Giotto a 2000 km dalla cometa di Halley. In questo caso esso, con un diametro valutato fra i 2 e i 4 km, una densità di circa 1 grammo per centimetro cubo e una velocità di 60 chilometri al secondo, verrebbe a liberare, ad una profondità di circa 100 chilometri nell'atmosfera gioviana, una energia pari a 600 milioni di bombe atomiche del tipo di Hiroshima concentrate in un solo punto. Sul nostro pianeta ciò comporterebbe l'estinzione totale della vita; su Giove, che ha una massa equivalente a 318 volte la Terra e che non ha sicuramente forme di vita, l'impatto provocherà una notevole variazione della chimica atmosferica, con la formazione di grandi cicloni simili alla macchia rossa e con l'espulsione di una grande quantità di polvere e di gas ionizzato in tutto il sistema gioviano. L'Italia si prepara ad affrontare la sfida scientifica usando tutti gli strumenti a sua disposizione: il telescopio infrarosso Tirgo, i telescopi di Asiago, Loiano e Catania e i radiotelescopi di Medicina e Noto. In quanto a longitudine, noi saremo i primi in Italia a studiare ciò che è avvenuto nell'atmosfera di Giove 18 minuti dopo l'impatto e potremo vedere in diretta il flash che l'eventuale esplosione provocherà di riflesso sulla superficie del satellite Io. Naturalmente l'emisfero australe sarà avvantaggiato in quanto a durata di osservazione, data la vicinanza di Giove al Sole nella seconda metà di luglio. Non mancherà all'appuntamento «Quark»: la sera del 19 luglio Piero Angela dedicherà una trasmissione all'eccezionale avvenimento avvalendosi dei primi risultati del 18 luglio e delle immagini dello Space Telescope (Rai uno, ore 20,40). C.B.Cosmovici Cnr, Roma


L'ULTIMO ARTICOLO DI ROBOTTI Insostenibile leggerezza
Autore: ROBOTTI AURELIO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, EDITORIA, MORTE
PERSONE: ROBOTTI AURELIO
NOMI: ROBOTTI AURELIO
LUOGHI: ITALIA

Aurelio Robotti, pioniere dell'astronautica e professore al Politecnico di Torino, si è spento la settimana scorsa a 81 anni. In redazione avevamo ancora un suo articolo, che pubblichiamo in ricordo di un ricercatore valoroso e dalle grandi doti umane. PRESSO vari centri di ricerca spaziale è allo studio l'impresa più ambiziosa tra quelle compatibili con la tecnologia odierna: l'esplorazione umana di Marte. Tra i problemi che questo viaggio comporta è fondamentale quello della sopportazione umana della microgravità. In prima approssimazione, si suol dire che a bordo di un veicolo spaziale in volo libero (cioè senza spinta motrice nè resistenza del mezzo) la gravità è nulla. In realtà, nella cabina del veicolo esiste una microgravità variabile tra un ventesimo e un miliardesimo del valore di «g» (accelerazione di gravità sulla Terra) a seconda delle circostanze, come la dimensione del veicolo e la presenza di uomini a bordo. Gli stessi astronauti quando si muovono nella cabina producono per reazione dei disturbi; soltanto il baricentro del sistema complessivo si muove alla velocità esatta; qualsiasi altra parte si muove un poco troppo velocemente o un poco troppo lentamente e così subisce il cosiddetto «effetto marea»: ecco perché i tecnici non parlano di gravità zero ma di microgravità. In microgravità viene a mancare l'attrazione esercitata dalla Terra sullo scheletro degli astronauti e ciò disturba il metabolismo del calcio contenuto nelle ossa. La causa precisa deve ancora essere accertata ma è sicura la prevalenza dell'assenza di carico meccanico. La prima indicazione che il volo spaziale può produrre nelle ossa mutamenti indesiderabili fu data da un aumento del calcio riscontrato nell'urina degli astronauti a bordo dei veicoli sovietici «Vostoch» 2 e 3, negli anni 1961-62. Cani a bordo del veicolo sovietico Cosmos 101, dopo un volo di 22 giorni denunciarono una diminuzione del 10 per cento del calcio nelle ossa. Ulteriori prove diedero i voli effettuati nel quadro del programma «Gemini» (Nasa) nel 1965-66. Ma soltanto nel 1973, con la missione Skylab (Nasa) cominciò un ricerca sistematica sulla perdita di calcio dalle ossa: l'osteoporosi. Il risultato di queste ricerche indica che l'esposizione degli astronauti alla microgravità per periodi prolungati provoca perdite di calcio, prevalentemente dalle ossa che sopportano il peso del corpo: colonna vertebrale e femori. Le braccia ne sono meno affette perché nello spazio gli astronauti eseguono all'incirca gli stessi movimenti come sulla Terra. Per soffrire di osteoporosi non è necessario essere astronauti: milioni di individui oltre i 60 anni di età sono afflitti dalla graduale perdita di massa ossea. Le ossa si rinnovano continuamente durante tutta la vita: il processo avviene per pacchetti microscopici che vengono dapprima distrutti e poi ricostruiti. Le cellule della demolizione si chiamano osteoclasti; nella cavità lasciata dagli osteoclasti le cellule costruttrici, denominate osteoblasti, depongono la porzione di osso nuovo. Per ogni pacchetto di ossa demolito e poi ricostruito occorrono 4 mesi. Per rimediare alla perdita di calcio che si manifesta nelle condizioni di microgravità sono state proposte e sono in corso di sperimentazione varie contromisure. Ginnastica medica: poiché la maggior parte dei risultati sperimentali indica che la principale area della perdita è quella delle ossa che sostengono il peso del corpo, il mezzo migliore per contenere tale perdita è quello di creare nello spazio gravità artificiale. Questo è fattibile e può essere sviluppato per le missioni a lungo termine se si risolveranno problemi tecnici ed economici associati. Se il complesso delle strutture dell'astronave viene fatto ruotare a una velocità angolare opportuna, si può ottenere la creazione di un'area a 1 g. In scala minore è stato proposto l'uso della centrifugazione a bordo. E' anche interessante la tuta di volo sovietica detta «Pinguino» che deve essere indossata durante l'esecuzione della ginnastica e per tutta la giornata lavorativa: è una tuta speciale elasticizzata, che assicura una parziale compensazione dell'assenza di gravità con movimenti in opposizione e funziona come un carico gravitazionale costante sui muscoli di gambe e tronco. Diete speciali: sono allo studio modificazioni dietetiche che dovrebbero impedire o ridurre le perdite di calcio. Farmacologia: una combinazione di calcitonina sintetica di salmone e fosfati ha conseguito risultati positivi circa la conservazione del calcio. Da una rassegna della letteratura sull'argomento, risulta che nove mesi di permanenza nello spazio è un limite oltre il quale è molto probabile che si manifestino danni irreversibili. Questa indicazione fu confermata dal primato di permanenza nello spazio stabilito dal russo Yuri Romanenko, che il 29 dicembre 1979 ritornò sulla Terra dopo una permanenza di 326 giorni a bordo della Stazione spaziale Mir. Per poter resistere a viaggi così lunghi come quello di una missione su Marte è necessario riprodurre a bordo dell'astronave la gravità terrestre e probabilmente si sfrutterà il concetto «Tether» (guinzaglio): due veicoli collegati con un cavo lungo circa 2 chilometri ruoteranno intorno al baricentro dell'intero sistema a velocità angolare tale da riprodurre nel veicolo abitato la gravità terrestre. Aurelio Robotti


MEZZO SECOLO FA Terrore dal cielo Le «V1» di Hitler contro Londra
AUTORE: BOFFETTA GIAN CARLO
ARGOMENTI: ARMI, TECNOLOGIA, CONFLITTO, MONDIALE
NOMI: HITLER ADOLF, DORSSBERGER WALTER
ORGANIZZAZIONI: FIESELER, MESSERSCHMITT
LUOGHI: ESTERO, GERMANIA
NOTE: Bomba volante «V1»

IL 6 giugno si è celebrato solennemente in Normandia il D-Day, il giorno dello sbarco alleato a 50 anni dallo storico evento, ma in Inghilterra molti ricorderanno un altro giorno di cinquant'anni fa, meno glorioso per gli alleati ma importantissimo per l'aeronautica: il 13 giugno, quando la prima «V1» tedesca arrivò rombando nel cielo di Londra, seminando il terrore tra la popolazione inglese. Era, questa, la prima delle tanto annunciate «nuove armi» destinate, secondo la propaganda nazista, a cambiare le sorti della guerra. In realtà si trattava di una bomba volante che non avrebbe potuto influenzare granché le operazioni militari perché molto imprecisa e, appena conosciuta un po' meglio, relativamente facile da abbattere, ma sufficiente per fare circa cinquemila morti a Londra e altre migliaia in Belgio. Dal punto di vista tecnico era veramente notevole soprattutto per la semplicità della progettazione, che rendeva possibile la costruzione di quest'arma da parte di piccole ditte sparpagliate in zone diverse e quindi più difficilmente attaccabili dai bombardieri alleati. La V1, contrariamente a quanto comunemente si crede, non fu opera di Von Braun, che insisteva invece per i razzi, ma di Walter Dorssberger, che con lui lavorava a Peenemunde. Consisteva di due parti: un «velivolo» assemblato dalla Fieseler con la sigla Fi 103, ed un motore, prodotto dalla Argus con la sigla As 014. Nel velivolo si trovavano, procedendo dalla prua: l'elichetta contagiri che interrompeva il flusso del combustibile al motore dopo un certo numero di giri programmabile in funzione della distanza della rampa di lancio da Londra; il percussore ed il carico bellico (1000 kg); il serbatoio del combustibile affiancato da due serbatoi di aria compressa destinata a spingere il combustibile stesso polverizzandolo nella camera di combustione; il giroscopio che attraverso due motorini elettrici, alimentati da una normale batteria, gestiva i comandi di volo per mantenere a 620 km/h la direzione verso Londra a 500 metri di quota. Il motore sovrapposto al velivolo era un pulsoreattore costituito da un cilindro rastremato nel cono di scarico. All'inizio del tubo - camera di combustione - vi era una serie di sportellini di lamiera che si aprivano sotto la spinta dell'aria di ingresso in pressione per la velocità e del combustibile polverizzato dall'aria compressa. Una candela provocava l'esplosione della miscela, gli sportellini si chiudevano sotto la pressione dello scoppio e i gas combusti non avevano altra uscita che dal cono finale, generando la spinta per reazione. Questo ciclo si ripeteva tremila volte al minuto e la V1 arrivava su Londra con il rombo assordante di una gigantesca moto monocilindrica a quattro tempi a seimila giri. In verità, dopo i primi giorni, solo una su tre arrivava su Londra perché i caccia inglesi non avevano troppe difficoltà ad abbatterle, appena avvistate. Alcuni piloti avevano adottato un sistema di caccia che evitava persino di consumare dei proiettili: si affiancavano alla V1 e con l'estremità dell'ala urtavano, sollevandola, l'ala della V1 provocando una leggera rotazione intorno all'asse longitudinale. Il giroscopio reagiva mettendo in picchiata la bomba volante, che così precipitava nella Manica. Le rampe di lancio, disseminate in Francia, consistevano di una rotaia lunga 40 metri con una speciale catapulta che serviva da lancio e all'avviamento del motore. La Fieseler sviluppo' subito anche una versione pilotata, il Fi 103R, utilizzando questo motore che si era dimostrato molto affidabile; e la Messerschmitt addirittura un bimotore, il Me 328, con 2 pulsoreattori As 014, ma i prototipi armati ai primi voli di collaudo furono tutti distrutti in volo dalle vibrazioni che il motore provocava e, ormai nel marzo '45, non c'era più tempo per la messa a punto. Gian Carlo Boffetta


SCAFFALE Crick Francis: «La scienza e l'anima», Rizzoli
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

FRANCIS Crick, laureato in fisica ma premio Nobel per la medicina con Watson e Wilkins per la scoperta della struttura del Dna, è tra i pochi scienziati che hanno il coraggio di cambiare di tanto in tanto il campo delle loro ricerche. Dalla genetica, qualche anno fa Crick era passato all'esobiologia, cioè allo studio della vita extraterrestre. E ora si dedica alle neuroscienze affrontando il problema cruciale: quello del rapporto tra cervello (come insieme materiale di cellule) e mente (come sede immateriale del pensiero). Basandosi soprattutto su ciò che sappiamo della percezione visiva, Crick propende per la tesi secondo cui il pensiero (o, se volete, l'anima) sarebbe soltanto il risultato di reazioni chimiche ed elettriche molto complesse che avvengono nei nostri neuroni. Ma il problema, come del resto sempre in campo scientifico, rimane aperto.


SCAFFALE Prattico fRANCO: «La cucina di Galileo», Theoria
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

La scienza, in genere, è riduzionista: cioè ritaglia un pezzetto di realtà, ne trae un modello forzatamente astratto, lo verifica in esperimenti che sono a loro volta una inevitabile semplificazione della realtà e di lì ricava le sue conoscenze. Così facendo, la scienza tende a dare piccole risposte a piccole domande, ma una piccola risposta è sempre meglio che niente. La filosofia, invece, pone grandi domande, cerca significati ultimi e globali della realtà. I risultati spesso deludono, ma non c'è dubbio che quelle domande vadano affrontate. Nel suo saggio, Franco Prattico indica i possibili punti d'incontro tra il riduzionismo della scienza e l'olismo della «cultura»: la teoria del caos, il ruolo dell'eros, il costituirsi dell'Io, la fisica fondamentale sono alcuni territori dove i due approcci non solo possono ma devono dialogare.


SCAFFALE Lomagno Pierangelo: «Storie di piante medicinali eccellenti», Ciba Edizioni; O. Castellano Bonfico: «Cento piante per la vostra salute», Ed. San Paolo
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: BOTANICA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

Le piante sono tuttora la più importante sorgente di molecole terapeutiche: lo prova la lotta che si è scatenata alla Conferenza mondiale di Rio per la tutela, ma anche per lo sfruttamento commerciale, della biodiversità delle specie vegetali della foresta amazzonica. Il farmacologo Pierangelo Lomagno ci ricorda con questo suo bel libro alcune storie esemplari di principi attivi forniti da piante: la China (donde l'antimalarico chinino), la Coca (antidolorifico), la canfora (stimolante cardiaco), il ricino (purgante) e così via. Pagine istruttive, ma anche divertenti per i loro risvolti storici e aneddotici; e splendidamente illustrate. Di tema analogo, ma manualistico, quindi più per consultazione che per lettura, «Cento piante per la vostra salute» di Ornella Castellano Bonfico.


SCAFFALE Tabossi Patrizia: «Intelligenza naturale e intelligenza artificiale», il Mulino; Trisciuzzi e Olivieri: «Il bambino televisivo», Giunti Lisciani
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: PSICOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

Sull'onda dell'intreccio neuroscienze e ricerche sull'intelligenza artificiale, la scienza cognitiva è in rapida espansione. Lo dimostra anche il suo boom editoriale: il Mulino ha appena pubblicato «Dalla psicologia del senso comune alla scienza cognitiva» di Stephen Stich, «Deduzione, induzione, creatività» di Johnson-Laird e «Microcognizione» di Andy Clark: tutti testi per addetti ai lavori. Per chi invece volesse una introduzione generale al cognitivismo, è consigliabile «Intelligenza naturale e intelligenza artificiale» di Patrizia Tabossi. Da un altro punto di vista, i problemi dell'apprendimento sono al centro di due novità edite da Giunti Lisciani: «Il bambino televisivo» di Leonardo Trisciuzzi e Simonetta Ulivieri e «Maria Montessori: il pensiero, il metodo», a cura dell'Opera nazionale Montessori.


FISICA NUCLEARE Gli atomi pesanti si trasformano in proiettili Sperimentato a Catania un ciclotrone a magneti superconduttori
Autore: PRESTINENZA LUIGI

ARGOMENTI: FISICA, ENERGIA, NUCLEARI
NOMI: MIGNECO EMILIO
LUOGHI: ITALIA, CATANIA (CT)

IN felice coincidenza con la chiusura della Conferenza internazionale di fisica che di recente ha riunito a Taormina 350 studiosi di 27 Paesi, comprese alcune «grandi firme» della ricerca europea, ha sostenuto un primo impegnativo collaudo il ciclotrone a magneti superconduttori del Laboratorio del Sud di Catania, una delle articolazioni più importanti dell'Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn). Questo poderoso acceleratore, che sfrutta gli effetti di campi magnetici assai elevati, ottenuti col transito delle particelle attraverso una serie di bobine superconduttrici al niobio e titanio, immerse nell'elio liquido e usa per accelerarle, dopo l'impulso iniziale, cavi a radiofrequenza, fu progettato inizialmente all'Università di Milano da Resmini; anche l'assemblaggio iniziale avvenne a Milano, curato da De Martinis e Pagani, che poi ne hanno seguito il definitivo impianto nella nuova Città universitaria catanese, in collaborazione con l'equipe locale guidata da Emilio Migneco, direttore del Laboratorio. Il ciclotrone, che è all'altezza di quanto di meglio realizzato nello stesso campo negli Usa e in Francia, in dimensioni assai più contenute, non è stato ancora ufficialmente inaugurato, ma l'essenziale è che funzioni, che una serie di delicate apparecchiature garantisca la piena efficienza della «grande macchina». Che è in condizioni di accelerare, usandoli come proiettili con un'energia sino a 80-100 Mev, ioni pesanti come quelli dell'uranio. Per le prove, giunte a buon fine ai primi di giugno, sono stati impiegati ioni di nichelio, stretti in un fascio che prendeva avvio dall'altro acceleratore Tandem, in funzione già da anni al Laboratorio. Le orbite delle particelle, piegate dai magneti su percorso circolare e fortemente accelerate, si sono spinte sino a 67 centimetri dal centro dell'apparato: 80 centimetri erano il massimo previsto e sicuramente raggiungibile se la prova non fosse stata intenzionalmente limitata. Il nuovo ciclotrone, già frequentato da vari ricercatori stranieri, ha fini di ricerca pura. Per il momento non sono considerate diversioni applicative. Potrà in seguito estendere la propria indagine a nuclei radioattivi, offrendo utili occasioni di sperimentazione e di verifica anche agli astrofisici che studiano l'interno delle stelle e le stelle di neutroni. Luigi Prestinenza


INFORMATICA Da oggi il computer scrive sotto dettatura
Autore: LENTINI FRANCESCO

ARGOMENTI: INFORMATICA, ELETTRONICA
LUOGHI: ITALIA

ACCESO il computer, appare una schermata simile a quella di un word- processor. L'unica differenza è l'icona in basso a destra: rappresenta un microfono. Basta «cliccare» su di essa e il sistema è pronto a riconoscere la voce dell'utente e a trasformarla in testo. Presto non digiteremo più i nostri articoli, ma li detteremo al computer: l'Ibm lancia la versione italiana del suo Personal Dictation System (Pds), una manciata di chip montati su una scheda di formato standard (Microchannel o At-bus, compatibile quindi con qualunque stazione desktop). Attenzione però, perché i requisiti hardware sono piuttosto severi: è necessario in primo luogo che la macchina-ospite sia di classe 486, con sistema operativo OS/2. Inoltre bisogna avere a disposizione 16 megabytes di memoria Ram e almeno un centinaio di megabytes di spazio libero su disco rigido. Il sistema dev'essere addestrato a riconoscere la voce del parlatore, con tutte le possibili tonalità e inflessioni (eventualmente anche dialettali). Per fare ciò si devono leggere 256 brevi frasi nella lingua prescelta, che può essere l'italiano, il francese, il tedesco, lo spagnolo o l'inglese. Al termine il computer lavora silenziosamente per circa due ore. Chiusa la fase di apprendimento, il sistema continuerà a imparare durante l'uso normale, memorizzando le parole che non conosce. Ora possiamo dettare alla velocità di 70 parole al minuto. Ha grande importanza il dizionario, che normalmente contiene 20 mila parole per lingua, ma può essere aggiornato fino a 32 mila parole per lingua. Prezzo di questo gioiello tecnologico, circa due milioni di lire. Francesco Lentini


LA DURATA DELLA VITA Effimeri e longevi La natura assegna un tempo preciso a ciascuna specie Ma gli animali selvatici raramente muoiono di vecchiaia
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ANIMALI, BIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

LA vita dell'efemera (Ephemera vulgata) è effimera come dice il suo nome. Dura poche ore soltanto. Verso il crepuscolo, un fitto nugolo di efemere maschi vola sul pelo dell'acqua di uno stagno. Hanno ali delicate, trasparenti e, per vederci meglio al buio, stranissimi occhi «a binocolo» formati da tanti minuscoli ocelli. Non appena scorgono le femmine che si abbassano lentamente ad ali spiegate, si avventano su di loro e ciascun maschio cinge una compagna con le lunghe zampe anteriori, la stringe in un abbraccio e la feconda. Subito dopo la femmina incomincia a deporre nell'acqua le uova fecondate. Dopo di che maschi e femmine muoiono. La vita delle efemere adulte si conclude ed è la più breve che si conosca in tutto il mondo animale. Ma è legittimo chiedersi: fino a che punto è esatto considerare che la vita dell'efemera abbia inizio nel momento in cui compare per la prima volta sulla scena del mondo in veste di adulto sessualmente maturo? A quel momento l'insetto ha già vissuto una «infanzia» lunga un periodo variabile da pochi mesi a tre anni nelle diverse specie. E quindi se vogliamo considerare la vita complessiva dell'insetto a partire dalla sua uscita dall'uovo, non possiamo più parlare di vita effimera. C'è un tempo assegnato per natura alla vita di ciascuna specie vivente, ma non sempre è facile scoprire quale sia. Se parliamo di selvatici, ad esempio, questi raramente muoiono di vecchiaia: quasi sempre la loro vita viene stroncata anzitempo dall'assalto di un predatore affamato. E' un pericolo che incombe su di loro specialmente nelle età estreme: quando sono giovanissimi - la mortalità infantile è molto elevata nella maggior parte delle specie animali - e quando le forze incominciano a declinare. In ambedue i casi interviene la selezione naturale, che tende ad eliminare gli individui più deboli a tutto vantaggio di quelli in piena efficienza fisica. Per sapere quanto dura il soggiorno sulla Terra dei vari animali, ci dobbiamo riferire ai dati desunti dalle statistiche degli zoo. Ma bisogna tener conto del fatto che le particolari condizioni della cattività possono accorciare o allungare artificialmente la durata della vita. Prendiamo ad esempio un bradipo tridattilo sudamericano. Portato in uno zoo, dove è difficile procurargli l'unica pianta di cui si nutre in natura, l'Ymbahuba (Cecropia lyratiloba), che cresce solo nell'America centro-meridionale, non sopravvive a lungo, incapace com'è di adattarsi a un tipo diverso di alimentazione. In altri casi può succedere che, probabilmente a causa del cambiamento di clima, l'animale contragga più facilmente malattie alle quali non va soggetto in natura e per le quali non possiede adeguate difese immunitarie. Oppure, abituato alla vita di gruppo, finisce per soffrire la solitudine e può anche morirne. D'altro canto, nello zoo l'animale conduce una esistenza pianificata senza problemi, ben diversa da quella dei suoi simili che vivono nella libertà della natura. Il prigioniero non conosce l'ebbrezza della caccia, è vero, ma se ne risparmia anche lo stress. E, quel che più conta, può campare tranquillamente senza bisogno di stare sempre sul chi vive, perché nessun nemico attenta alla sua vita. E' naturale che in queste condizioni sia più longevo. I dati più controllati e relativamente più sicuri riguardano gli animali domestici. Il cane, addomesticato da dodicimila o secondo alcuni studiosi da quindicimila anni, vive in media dagli undici ai tredici anni, ma grazie alle cure dei veterinari può raggiungere i vent'anni. Hanno generalmente vita più lunga le razze di piccola mole, come i pechinesi o gli spaniel, meno lunga quelle di maggiori dimensioni, come i mastini o i cani lupo. Naturalmente ci sono le eccezioni. Le cronache registrano il caso di un soggetto che morì a 34 anni. Il gatto, che vive al nostro fianco da cinque o sei millenni, ha una vita media di 10-15 anni. Anche qui però si sa di un individuo che raggiunse i 35 anni, un autentico record. Il cavallo vive in media una ventina d'anni, per quanto in qualche raro caso possa raggiungere i quaranta o superarli addirittura, come quel pony shetland che visse 48 anni. Si favoleggia di tartarughe millenarie e di elefanti plurisecolari. Ma cosa c'è di vero in tutto questo? Le più longeve sono le tartarughe. La Tartaruga gigantea e la Testudo elephantopus raggiungono tranquillamente i duecento anni. Ma siamo al disotto del secolo nel caso degli elefanti. La vita media dei grossi proboscidati si aggira sui sessant'anni, eccezionalmente raggiunge gli ottanta. Tra le scimmie, lo scimpanzè vive generalmente meno di trent'anni, in rari casi può raggiungere i quaranta. Più longevo il gorilla. Nello zoo di Philadelphia è morto qualche anno fa il gorilla Massa all'età di 54 anni. Poco sappiamo sulla longevità delle balene, ma le stime degli scienziati parlano di una trentina d'anni in media, salvo conferma. Tra gli anfibi, vita più lunga ha la salamandra gigante del Giappone che raggiunge il mezzo secolo. Il rospo arriva alla trentina e le rana a una decina d'anni. I pesci in genere hanno vita inferiore ai dieci anni, tranne alcune eccezioni, come le anguille e le carpe, che vivono più di 50 anni, e gli storioni, che toccano addirittura gli ottanta. Nella folta schiera degli invertebrati, gamberi e ostriche, se li lasciamo campare, raggiungono il mezzo secolo, ma detengono il primato di longevità i cerianti e gli anemoni di mare, splendidi «animali-fiori» che sembrano sbocciati per incanto sulla roccia sottomarina. Isabella Lattes Coifmann


OPERAZIONE «GUFO» Fotografare sotto la Luna
Autore: GRANDE CARLO

ARGOMENTI: OTTICA E FOTOGRAFIA, ZOOLOGIA, ANIMALI
ORGANIZZAZIONI: GALILEO
LUOGHI: ITALIA
NOTE: «Gufo infrarosso»

ORSI che giocano di notte in una radura, lupi che vagano nei boschi, cervi che pascolano al chiaro di Luna; ma anche bracconieri, focolai di incendi, sostanze e fonti inquinanti: si possono scoprire e filmare anche nel buio più fitto, grazie a una straordinaria telecamera «termica» che cattura i raggi infrarossi emessi dai corpi degli animali. Lo strumento, prezioso per etologi e ambientalisti (può rivoluzionare i loro metodi di studio) è stato battezzato «Gufo infrarosso» dai costruttori, le Officine Galileo. Verrà usato nelle aree protette della Provincia di Torino e nel parco della Mandria. La telecamera è abbastanza leggera, simile a tante altre e si utilizza facilmente: può essere collocata su un cavalletto ma anche trasportata in elicottero. La si punta verso un bosco o una collina ed ecco, con un po' di fortuna, apparire sul monitor collegato, il profilo coloratissimo delle «prede»: le zone del corpo più calde risultano bianche, quelle più fredde blu. Le gradazioni, dal caldo al freddo, passano attraverso il rosa, il rosso, il giallo e il verde. Il «Gufo rosso», ovvero il «sistema automatico per il monitoraggio della fauna», è anche utilizzabile con un videoregistratore, pilotato da un personal computer portatile. Può essere attivato dall'operatore, da un timer, o automaticamente, quando l'animale (o il bracconiere) entra nel campo di ripresa. Come funzionano gli occhi del «Gufo»? La telecamera «termica», anziché catturare le radiazioni luminose, è sensibile ai raggi infrarossi, emessi da fonti di calore come il corpo degli animali. Al posto di un obiettivo in vetro ha una speciale lente in germanio, metallo che blocca le normali radiazioni luminose e lascia passare solo gli infrarossi. Lo strumento è inoltre dotato di una bomboletta di aria compressa per raffreddare il sensore della camera fino a una temperatura di - 200C. Questo gioiello (costa 250 milioni e può avere un'autonomia di due o otto ore, ma in quest'ultimo caso l'attrezzatura pesa di più), è un esempio di riconversione pacifica della tecnologia militare: la telecamera, progettata per colpire anche al buio obiettivi militari, è stata montata sui carri armati Leopard per individuare uomini o mezzi a motore. E' in uso anche sulle navi, per poter vedere gli aerei che volano a bassa quota nel raggio di una quindicina di chilometri, «imprendibili» dal radar. Inutile dire che, con questa attrezzatura, lo studio della fauna può essere rivoluzionato: si potranno studiare gli animali nei momenti in cui sono più tranquilli e non sospettano di essere osservati dall'uomo. Ne trarrà grande vantaggio, ad esempio, il censimento degli animali selvatici che la Provincia di Torino sta compiendo da qualche anno. Si tratta di operazioni laboriose, che richiedono l'impiego di molto personale. Le sorprese, finora, non sono mancate: il camoscio è presente con un buon numero di capi su tutto l'arco alpino torinese. In alcune zone, ad esempio nella Valle di Susa, caprioli e cervi sono addirittura in soprannumero. Sono ben radicate e sotto controllo anche le aree, circoscritte, occupate dal muflone e dallo stambecco. Carlo Grande


TRENT'ANNI DOPO Le promesse mancate della diga di Assuan Terreni incoltivabili: crescono i sali depositati dall'acqua, manca il limo
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: ECOLOGIA, ACQUA, AMBIENTE, AGRICOLTURA
NOMI: NASSER ABDEL, CHARNEY JULES
LUOGHI: ESTERO, EGITTO, ASSUAN
TABELLE: C. Dove sorge la diga

TRENT'ANNI fa, durante una solenne cerimonia, Gamal Abdel Nasser azionava il sistema di deviazione delle acque del Nilo e il grande bacino formato dalla diga di Assuan incominciava a riempirsi. Nasceva il Lago Nasser. Il presidente egiziano aveva proclamato: «Darà per sempre benessere all'Egitto». E' stato così, oppure quest'opera gigantesca, come sostengono alcuni, ha portato più danni che vantaggi? I giudizi, probabilmente, continuano a essere influenzati dalle condizioni politiche in cui è nata la diga, quelle della guerra fredda: l'Occidente aveva rifiutato di finanziarla per non rafforzare il regime del colonnello, costringendo Nasser a rivolgersi all'Unione Sovietica, che colse al volo l'occasione per consolidare la sua presenza in un Paese chiave del Mediterraneo e dell'Africa. Anche la maggiore sensibilità ai problemi ecologici fa oggi riconsiderare con occhio critico quella che fu, trent'anni fa, un'opera senza dubbio straordinaria. Lo spostamento dei templi di Abu Simbel, necessario per evitare che fossero sommersi dall'acqua, contribuì a richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale su un progetto che in qualche modo simboleggiava il riscatto dell'Egitto dal colonialismo. Due erano gli obiettivi del grande lago artificiale creato nel deserto al confine con il Sudan: costituire una riserva d'acqua per l'irrigazione dei terreni agricoli della valle e del delta del Nilo, e fornire energia elettrica in abbondanza per i programmi di industrializzazione del Paese. In effetti centinaia di migliaia di ettari furono irrigati consentendo, grazie alla disponibilità di acqua indipendentemente dalle piene del Nilo, anche tre raccolti l'anno; e all'inizio degli Anni 70 l'elettricità di Assuan copriva la metà del fabbisogno egiziano. Ma oggi gli effetti negativi diventano evidenti; l'Egitto, aveva scritto Erodoto, è «un dono del Nilo» ma oggi questo rischia di non essere più vero; il limo che per millenni aveva reso fertili le terre della valle oggi si deposita nel Lago Nasser e ha cessato di alimentare l'avanzata del delta nel Mediterraneo; anzi, è ormai in corso il processo inverso, l'erosione della bassa costa sabbiosa; se dovessero rivelarsi reali le previsioni di un rialzo della temperatura globale a causa dell'effetto serra e quindi l'aumento del livello del mare, gran parte delle terre fertili egiziane finirebbero sott'acqua. Lo stesso sistema di irrigazione si sta rivelando un'arma a doppio taglio: l'acqua, abbondante e quindi usata in grande quantità, deposita i sali di cui è ricca rendendo i terreni, alla lunga, incoltivabili; è lo stesso processo di alterazione del suolo che nel primo millennio avanti Cristo causò la desertificazione della valle del Tigri e dell'Eufrate. Infine un'altra attesa è andata a vuoto; molti esperti avevano proclamato che il lago, lungo 500 chilometri e largo 60, con una massa d'acqua che è il doppio della portata annuale del Nilo, l'imponente evaporazione e l'effetto mitigatore della temperatura, avrebbe modificato il clima arido della regione in senso più temperato e più umido; ma chi sognava la formazione di un'oasi verde è stato deluso, perché il clima non è migliorato affatto. Anzi, oggi, dopo le scoperte dell'americano Jules Charney che ha studiato il processo di desertificazione del Sahel, molti scienziati sono convinti che la presenza di bacini artificiali e di terreni irrigati sia addirittura un incentivo all'estensione del deserto, a causa del particolare tipo di circolazione atmosferica che si instaura. Vittorio Ravizza


FOSSILI NEL DESERTO DEL NAMIB Di chi sono queste uova? Grosse come meloni e costellate di pori, potrebbero appartenere a un antenato dello struzzo, di cui non si è mai trovato lo scheletro
Autore: ANGELA ALBERTO

ARGOMENTI: PALEONTOLOGIA
NOMI: SENUT BRIGITTE, DAUPHIN YANNICKE, PICKFORD MARTIN
LUOGHI: ESTERO, AFRICA, NAMIB

SONO forse le uova più bizzarre finora mai trovate. Hanno le dimensioni di un melone e sono costellate di grossi pori che le fanno somigliare a enormi palle da golf. Per milioni di anni sono rimaste sepolte nelle sabbie del deserto del Namib in Africa meridionale fino a quando un gruppo di ricercatori in cerca di fossili ha visto un guscio emergere dai sedimenti. Scavando, sono comparsi i resti di altre uova, addirittura un centinaio. Queste uova fossilizzate costituiscono un piccolo enigma del tempo perché nessuno conosce l'aspetto esatto dell'animale che le ha deposte, circa 16-17 milioni di anni fa. Allora, nel Miocene inferiore, le distese aride del Namib avevano l'aspetto di una savana con antilopi preistoriche ed elefanti primitivi. Non è improbabile, sostengono alcuni, che in questi paesaggi vivesse anche uno sconosciuto tipo di uccello corridore, simile agli struzzi ma ben più grosso: sarebbe stato proprio lui a deporre le uova, anche se nessuno ha mai trovato un suo scheletro fossile. A questo punto è naturale porsi una domanda: come si fa a sapere che si trattava davvero di un uccello e non di qualche altro animale? In fondo anche i rettili depongono le uova e nulla vieta di pensare che in quel periodo preistorico vivesse qualche forma di rettile di grosse dimensioni ormai estinta, capace di produrre uova così bizzarre. In effetti in un primo momento i paleontologi autori della scoperta, Brigitte Senut e Yannicke Dauphin del Museo di Storia Naturale di Parigi, e Martin Pickford del College de France, hanno avuto il forte sospetto di trovarsi di fronte alle uova di qualche enorme testuggine terrestre. Una volta portate le delicatissime uova in laboratorio, però, è emersa la prova che si trattava di un uccello preistorico. Il loro guscio infatti è composto da calcite, mentre le uova di testuggine sono solitamente costituite da aragonite, che è un altro tipo di carbonato di calcio. Che aspetto doveva avere questo gigantesco uccello? Nessuno è in grado di dirlo. Tuttavia la logica induce a pensare che non potesse volare e si fosse adattato a correre. Lo si potrebbe definire forse una «copia» preistorica dello struzzo attuale, anche se le sue vere abitudini sono sconosciute. Gli unici dati utili provengono dalle sue uova: erano più grandi di quelle dello struzzo (1,7 litri contro 1-1,2 litri) e il loro guscio aveva uno spessore doppio (quasi 4 millimetri contro 2 circa). E quelle strane depressioni tonde che lo rendono simile a una pallina da golf? Sono degli enormi pori, che permettevano all'embrione di questo strano uccello di respirare attraverso lo spesso guscio: anche le uova di struzzo ne hanno, ma sono sei-otto volte più piccoli. E' stato calcolato che da queste uova uscivano dei «pulcini» con le dimensioni di una grossa quaglia, se non addirittura di una gallina. A questo uccello è stato dato un nome originale: Diamantornis, cioè «uccello dei diamanti», proprio perché è stato rinvenuto in un'area ricca di diamanti, vietata finora alla ricerca. L'Africa non è nuova a queste forme fossili di uccelli giganteschi. In Madagascar, ad esempio, visse l'Aepyornis, chiamato anche «l'uccello elefante». Era alto tre metri, pesava 350 chili e non volava. Le sue uova semifossilizzate, ora esposte nei musei, hanno le dimensioni di un'anguria. Alberto Angela


REAZIONI ALL'ALCOL Lei disinibita Lui svogliato
Autore: RIVA STEFANIA

ARGOMENTI: BIOLOGIA, ALIMENTAZIONE, SESSO
NOMI: ERIKSSON PETER
LUOGHI: ITALIA
NOTE: Bevande alcoliche e desiderio sessuale

VOLETE ottenere i favori di una signora? Offritele un bicchiere di vino. Non conquisterete, forse, il suo cuore, ma avrete certamente molte più chance di vedere accolte le vostre profferte sessuali. Parola di biologo. Questo è infatti il succo delle ricerche di Peter Eriksson, dell'Università di Helsinki in Finlandia. Chi non sa, esponenti del gentil sesso in prima fila, che una donna un po' brilla è decisamente più incline a concedere le proprie grazie? E allora dove sta la novità? Che cosa ha scoperto di rivoluzionario il ricercatore finlandese? Nulla e tutto. Ha semplicemente appurato che le cose stanno proprio così, ma soprattutto ha capito il perché. Fino a oggi per spiegare l'aumento del desiderio sessuale causato dall'alcol si chiamavano in causa motivi di ordine fondamentalmente psicologici. L'alcol, si sa, a piccole dosi riduce inibizioni e difese, e mette euforia. Se le ragioni sono queste, però, non si capisce perché l'effetto si produca prevalentemente nelle donne, anzi assai spesso capita che i maschi un po' brilli vedano affievolirsi desiderio ed eccitazione sessuali. Peter Eriksson è riuscito a capire il perché di questa differenza di comportamento studiandola sul piano strettamente biologico e ormonale. Chiave di volta è il testosterone: l'ormone sessuale maschile per eccellenza, che nelle donne è prodotto in piccole quantità dalle ovaie. Secondo molti ricercatori, sarebbe proprio questo ormone a svolgere un ruolo fondamentale nella regolazione sia delle sensazioni sia dei comportamenti sessuali di tutti gli esseri umani, qualunque sia il sesso a cui appartengono. Il ricercatore finlandese ha allora riunito un piccolo drappello di donne giovani e sane e le ha divise in due gruppi. Al primo ha fatto bere una bevanda alcolica (l'equivalente più o meno di due bicchieri di vino), mentre al secondo ha somministrato un beverone analcolico. Un paio d'ore dopo le ha sottoposte a un prelievo di sangue per verificare quale fosse la concentrazione dell'ormone sessuale maschile. E, sorpresa, in quelle che avevano bevuto un po' di alcol il testosterone era salito alle stelle, mentre nelle altre restava fermo ai valori normali. L'esperimento è stato ripetuto su 48 volontari sani di sesso maschile; in nessuno di essi l'alcol ha determinato variazioni della concentrazione dell'ormone sessuale. Il perché non è ancora noto, ma certamente ciò fornisce una buona spiegazione fisiologica alla differente sensibilità all'alcol che esiste fra i due sessi. Ma c'è di più: per le donne non tutti i giorni sono uguali. Solo in alcuni, infatti, bere alcolici aumenta il desiderio sessuale. Ancora una volta la spiegazione non è psicologica, ma strettamente ormonale. Peter Eriksson ha verificato che il brusco innalzamento del testosterone (e quindi l'aumento di desiderio) dopo l'assunzione di alcolici si verifica soprattutto, e in modo decisamente più pronunciato, a metà del ciclo mestruale, in corrispondenza cioè della fase ovulatoria in cui, già normalmente, la concentrazione dell'ormone maschile è più elevata. Lampante la ragione sul piano evoluzionistico: le donne sono più disponibili all'accoppiamento sessuale quando hanno le maggiori probabilità di rimanere incinte. Tuttavia anche nelle donne che assumono contraccettivi orali l'alcol esercita il suo effetto afrodisiaco, si tratta solo di aspettare qualche giorno in più. Il ricercatore di Helsinki ha infatti verificato che nelle giovani signore che prendono la pillola l'aumento del testosterone si verifica, dopo il fatidico bicchiere di vino, soprattutto tra il diciassettesimo e il ventesimo giorno del ciclo mestruale. Stefania Riva


SALUTE NELLA TERZA ETA' Anziani, in palestra! L'allenamento ripristina i muscoli
Autore: GIACOBINI EZIO

ARGOMENTI: SPORT, BIOLOGIA, ANZIANI, ALIMENTAZIONE, MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

OGNI maratona di un certo prestigio comprende sempre qualche corridore nella categoria «Ottant'anni e oltre» (con tempi assai rispettabili al traguardo). Ma sono individui eccezionali: l'età comporta inevitabilmente un declino della massa e della forza muscolare, un fenomeno collegato a una fragilità fisica generale, residui di cadute, diminuita mobilità e deficienze funzionali in generale. Altri fattori che contribuiscono a una scarsa funzione muscolare possono essere le malattie a carattere cronico (reumatismo, artrosi), la vita sedentaria, una funzione squilibrata l'età avanzata. Ma l'utilizzazione dei muscoli e la malnutrizione possono essere migliorate: la prima aumentando l'esercizio fisico, la seconda con supplementi alimentari. In un recente studio finanziato dal National Institute on Aging in Usa e pubblicato sul New England Journal of Medicine si è esaminata l'ipotesi che gran parte della fragilità fisica degli ultraottantenni sia dovuta a scarsa attività fisica e un'alimentazione scadente. Se le cose stanno davvero così, è possibile intervenire o è troppo tardi? Il gruppo di soggetti anziani da studiare è stato trovato in una casa di riposo nel Massachussets, dove vivono pensionati di età simile e condizioni economiche e sociali assai vicine. E così cento ospiti dell'Hebrew Reabilitation Center for Aged (63 donne e 37 uomini) per tre mesi sono stati sottoposti a tre sessioni di esercizi muscolari per settimana. Ogni sessione era di 45 minuti e consisteva in vari esercizi divisi in modo da stimolare diversi gruppi muscolari, con un aumento progressivo della difficoltà e dei pesi. Parallelamente è stato esaminato l'impatto di supplementi nutritivi a base di carboidrati, grassi e proteine per un totale di circa 380 calorie giornaliere, in modo da aumentare l'apporto calorico di circa il 20 per cento e quello di minerali e vitamine di un terzo. Alla fine dello studio è stato dimostrato un aumento del 113 per cento della forza muscolare degli atti e del 12 per cento nella velocità dei movimenti (camminare veloce). Le misurazioni includevano facilità e rapidità nel salire le scale e attività motoria spontanea nelle 24 ore. I supplementi nutritivi non avevano invece alcun effetto e un aumento del consumo nutritivo era visibile solo negli individui sottoposti a esercizio (peso del cibo consumato e calorie prodotte dal medesimo). Molto interessante è il fatto che l'aumento dell'attività e della prestazione fisica fosse accompagnata da un aumento del volume della massa muscolare (muscoli della coscia). Lo studio conferma i risultati di due studi precedenti, dimostrando che una popolazione anziana può giovarsi di esercizi fisici ad alta intensità e di un allenamento progressivo atto ad aumentare la forza muscolare in individui anziani deboli e fragili. Dobbiamo notare, per quanto riguarda i limiti di età, che il gruppo esaminato aveva un'età media di 87,1 anni e che il 95 per cento è riuscito a finire lo studio clinico senza complicazioni. E' però importante sottolineare il fatto che si trattava di 100 individui scelti tra 725 residenti della casa di riposo e selezionati in base a criteri di valutazione dello stato cardiaco, neuromuscolare e mentale molto stringenti. E' particolarmente confortante pensare che il sistema muscolo-scheletrico dell'anziano, così come quello mentale, sappia rispondere all'uso e all'allenamento progressivo, con vantaggi visibili sulla mobilità funzionale sull'attività generale dell'individuo. Ezio Giacobini Università del Sud Illinois


IN BREVE L'archeologia dei sub uno stage a Ustica
ARGOMENTI: ARCHEOLOGIA, SUBACQUEI, MARE
ORGANIZZAZIONI: ARCHEOLOGIA VIVA
LUOGHI: ITALIA

La rivista «Archeologia viva» organizza a Ustica, dal 3 al 12 settembre, stages di archeologia subacquea. I corsi comprendono il livello elementare, per il conseguimento del brevetto, immersioni intorno all'isola, compreso il percorso archeologico sommerso; perfezionamento e tecniche operative sotto la guida di esperti, per l'allestimento di un cantiere di scavo subacqueo. E ancora storia marittima e fotografia. Costi da 1 milione e 300 mila lire a un milione e mezzo. Prenotazioni entro il 29 luglio al numero 091 341. 553.


IN BREVE Le notti delle stelle a Canevare di Fanano
ARGOMENTI: ASTRONOMIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: Cometa Shoemaker-Levy

Nelle notti del 23 luglio, in concomitanza con la caduta su Giove dei frammenti della cometa Shoemaker-Levy 9, e del 6 agosto, quando nel cielo notturno saranno visibili come ogni anno le meteore dello sciame delle Persidi, note come Lacrime di San Lorenzo, osservazioni guidate al telescopio presso Centro Turistico Cimoncino, a Canevare di Fanano, organizzata in collaborazione con l'Osservatorio Astronomico «G. Montanari» di Cavezzo (Mo).


IN BREVE Terapia del dolore un libro a Milano
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, LIBRI
PERSONE: MONGINI FRANCO
NOMI: MONGINI FRANCO
ORGANIZZAZIONI: UTET
LUOGHI: ITALIA
NOTE: «Il dolore craniofacciale. Fisiopatologia e terapia»

Questa sera, presso l'Aula Palazzi, via Pace 21, Milano, presentazione del libro «Il dolore craniofacciale. Fisiopatologia e terapia» (Utet) di Franco Mongini, dell'Università di Torino. Il libro tratta dei vari aspetti di questo dolore (cefalee, nevralgie, disturbi dell'articolazione temporo-mandibolare), con l'esposizione di alcuni clinici


IN BREVE Gabbiano corso vulnerabile ma salvo
ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA

Ornitologi di tutto il mondo si sono incontrati sull'isola di Montecristo per mettere a punto un piano di salvataggio del gabbiano corso (Larus audouinii). Questa specie, dopo un periodo di crisi, sta godendo di un momento favorevole, soprattutto in Italia: con circa settecento coppie, la popolazione italiana è la seconda al mondo, dopo quella spagnola. Le colonie di nidificazione vanno comunque tutelate, perché la specie è sempre vulnerabile. Particolarmente sensibile alle condizioni dell'ambiente dove vive, il gabbiano corso è un buon indicatore del suo stato di salute.


IN BREVE Bruciare la plastica è la soluzione migliore
ARGOMENTI: ECOLOGIA, RICICLAGGIO, RIFIUTI
LUOGHI: ESTERO, GERMANIA

Bruciare i rifiuti di plastica farebbe meno danni ambientali dei sistemi alternativi di smaltimento, come il riciclaggio e le discariche. L'esperimento parallelo è stato fatto nella città tedesca di Wurzburg. A cura dell'Associazione europea produttori di plastica.


IN BREVE L'età del cavallo non sta scritta in bocca
ARGOMENTI: ZOOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

Un'inchiesta della Scuola veterinaria di Bristol ha sfatato l'antico luogo comune secondo il quale i denti del cavallo rivelerebbero l'età dell'animale. Questo è relativamente vero, dicono, soltanto fino a sei anni. Dopo gli undici, meglio non fidarsi.


IN BREVE Automobili americane più alcol meno benzina
ARGOMENTI: TRASPORTI, AUTO, ENERGIA, ECOLOGIA, AMBIENTE
LUOGHI: ESTERO, USA

Una legge americana per migliorare la qualità dell'aria imporrà presto, alle stazioni di servizio delle città dove l'inquinamento è particolarmente grave, di aggiungere alla benzina alcol ricavato da cereali fermentati.


IN BREVE Cuore di maiale nel petto del babbuino
ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA
LUOGHI: ESTERO, USA, BOSTON

Un gruppo di ricercatori della DNX Corporation di Boston ha impiantato in un babbuino il cuore di un maiale transgenico. Questa operazione apre una nuova, controversa fase negli sforzi per produrre «organi su misura» destinati agli uomini. Il babbuino è morto, ma gli scienziati sono contenti: a loro dire, è vissuto più a lungo di quanto non si aspettassero.


IN BREVE Briscola, ulivo piccolo ma gran produttore
ARGOMENTI: BOTANICA
LUOGHI: ITALIA, FIRENZE (FI)

A Firenze, è stato prodotto l'ulivo più piccolo del mondo: poche decine di centimetri, ma un raccolto garantito all'altezza dei cugini alti.


LISOSOMI Se il mini-stomaco non digerisce più
Autore: DI AICHELBURG ULRICO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
NOMI: DE DUVE CHRISTIAN
LUOGHI: ITALIA

OGNI cellula possiede decine, anche centinaia di mini-stomaci, dove si digeriscono continuamente i pasti più diversi: batteri, virus, frammenti di cellule vicine, macromolecole che la cellula attinge dall'ambiente circostante. Sono i lisosomi, ovvero corpuscoli litici e digestivi, insomma piccoli sacchi digerenti». Così scriveva, in occasione del premio Nobel ricevuto nel 1974, il belga Christian De Duve, professore nell'Università di Lovanio e nella Rockefeller University di New York, che nel 1955 aveva identificato i lisosomi nelle cellule del fegato dei ratti. Oggi, a distanza di vent'anni, sappiamo che proprio le malattie lisosomiali costituiscono il gruppo più rappresentativo delle affezioni genetiche gravi. I lisosomi contengono enzimi idrolitici addetti alla scomposizione di molecole complesse. Anomalie di questi enzimi possono avere un ruolo importante in processi patologici, come aveva già compreso De Duve. Si sono individuate finora una trentina di malattie lisosomiali e l'elenco è costantemente suscettibile di modificazioni. Ognuna di esse è rara, da un caso su quarantamila a uno su centomila, ma considerate nell'insieme la frequenza complessiva diviene importante (aumentata d'un fattore 30), e probabilmente è ancora sottovalutata. Dal deficit enzimatico consegue che sostanze non scomposte come dovrebbe avvenire formano accumuli, classificabili in cinque gruppi: lipidosi, mucopolisaccaridosi, glicoproteinosi, glicogenosi, mucolipidosi. L'accumulo può avvenire nel sistema nervoso centrale (malattia di Tay-Sachs), nel fegato e nella milza (malattia di Niemann-Pick, malattia di Gaucher), nei reni (malattia di Fabry), nel miocardio (malattia di Pompe), per citare solo alcuni esempi. Si tratta di forme morbose gravemente lesive del bambino, che causano un profondo ritardo psicomotorio. Esiste tuttavia una grande eterogeneità di forme cliniche, la comparsa dei sintomi può ritardare fino all'età adulta. La trasmissione genetica è nella grande maggioranza dei casi recessiva autosomica, il che significa genitori clinicamente sani ma entrambi portatori inapparenti dell'anomalia, con probabilità 1 su 4 della nascita d'un bambino malato, assoluta sorpresa a meno che vi siano precedenti nella storia famigliare. Qualche volta (malattia di Hunter, malattia di Fabry) è interessato il cromosoma X, pertanto sono colpiti i maschi. In alcune malattie lisosomiali il gene dal quale dipende l'anomalia enzimatica è stato identificato, in altre è stato localizzato ma non identificato, in altre non ancora localizzato. La terapia di queste forme è inesistente ma comincia a prendere consistenza. Tre vie vengono percorse. Una è la sostituzione dell'enzima deficitario con enzimi opportunamente preparati, con risultati per ora interessanti nella malattia di Gaucher. La seconda è il trapianto di midollo osseo, rivelatosi efficace nelle mucopolisaccaridosi. La terza infine è la terapia genetica, ovvero l'inserimento del gene normale tramite retrovirus e adenovirus: ricerche sono in corso. Per il momento la risorsa principale, nelle famiglie con precedenti di questo genere, è la diagnosi prenatale, consistente nel dosaggio dell'attività enzimatica dell'embrione (prelievo dei villi coriali nell'8^-12^ settimana di gravidanza), o nella ricerca di alterazioni caratteristiche delle cellule embrionali. Si possono così avere indicazioni precise sulla presenza d'una malattia lisosomiale nel nascituro. Ulrico di Aichelburg


PSICOFARMACI Unghie mangiate e tavoli verdi Le varie forme del disturbo ossessivo-compulsivo
Autore: RAVIZZA LUIGI

ARGOMENTI: PSICOLOGIA, MEDICINA E FISIOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: ASSOCIAZIONE PSICHIATRICA AMERICANA
LUOGHI: ITALIA

ESISTE tutta una serie di disturbi psichiatrici e comportamentali apparentemente minori e meno frequenti, che talvolta presentano connessioni con altre specialità mediche, come la tricotillomania (lo strapparsi capelli o peli) e la onicofagia (il mangiarsi le unghie), i cui pazienti per lo più si rivolgono al dermatologo. Si tratta invece di varianti del disturbo ossessivo-compulsivo tra le quali si possono includere anche l'impulso patologico al gioco d'azzardo, la piromania, la cleptomania, il disturbo dismorfofobico e per certi versi, anche l'autismo. Tutti questi disturbi hanno un comune denominatore, cioè la compulsione, l'impulsività e la stereotipia. I comportamenti sono molto simili nell'esecuzione, ma hanno una componente affettiva diversa, in quanto la compulsione produce scoraggiamento, mentre il comportamento impulsivo produce soddisfazione e piacere. Questi disturbi colpiscono dall'1% al 3% della popolazione generale, una frequenza quindi analoga a quella delle grandi patologie, come la schizofrenia, la depressione maggiore endogena e la distimia. Se si considera che parte di tali manifestazioni porta a compromissione della attività lavorativa, ad alterazioni dei rapporti interpersonali e a cattivo funzionamento sociale, appare chiaro come spesso si tratti di un vero e proprio problema sociale. Fino ad epoca recente si riteneva che queste manifestazioni comportamentali fossero strettamente collegate a un certo tipo di personalità, anancastica, borderline o schizotipica. Come tali, non sembravano poter essere influenzate da terapie farmacologiche, ma solo da interventi di tipo psicoterapeutico. Per alcune, l'opinione corrente era che non si trattasse neppure di manifestazioni patologiche, ma dell'espressione di comportamenti anomali, quindi al di fuori non solo di ogni patologia ma anche di qualsiasi possibilità terapeutica. Ora dal recente congresso annuale dell'Associazione Psichiatrica Americana sono emerse nuove perfezionate acquisizioni su alcuni aspetti biologici che condizionano tali patologie. L'impiego degli ultimi antidepressivi, noti ormai anche come antiossessivi, nel trattamento di compulsioni, impulsività e movimenti stereotipati, oltre a confermarne l'eccellente efficacia, ha contribuito a rendere verosimile l'ipotesi che tali comportamenti siano riconducibili a una disfunzione del sistema serotoninergico. Quindi la disfunzione di un unico sistema, sia pure nelle sue varie e molteplici connessioni con altre strutture del cervello, comporterebbe la comparsa di patologie analoghe, con espressività clinica diversa, per il trattamento delle quali si dimostra efficace un'unica tipologia di farmaci, gli antiossessivi, appunto. Questo dato sembra confermare sempre di più la funzione modulatoria della serotonina in molteplici campi del disturbo psichico e del comportamento. Luigi Ravizza Università di Torino




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