TUTTOSCIENZE 11 agosto 93


DISPEPSIE Mal di pancia Uno studio tedesco ha analizzato 1300 casi identificando una disfunzione del pancreas
Autore: DI AICHELBURG ULRICO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 022

SECONDO la consueta interpretazione, la dispepsia, della quale soffre circa un terzo delle persone, è la conseguenza di numerose cause e non ha il carattere d'una malattia ben distinta, bensì è sintomo di affezioni diverse. Si distinguono dispepsie gastriche e dispepsie intestinali. I disturbi sono di vario genere, dalla digestione laboriosa ai dolori simili a quelli dell'ulcera gastroduodenale o localizzati nel colon. Tutto ciò viene messo in rapporto con patologie gastrointestinali, o dell'appendice, del fegato, del pancreas, o degli ormoni, senza trascurare naturalmente il sistema nervoso, sì da entrare nel campo delle malattie psicosomatiche, delle nevrosi. Del tutto diverso e rivoluzionario è il parere, espresso in una pubblicazione di questi giorni, del tedesco Peter K. M. Sommer. E' il frutto dello studio, continuato per sei anni, di 1300 sofferenti di tutte le forme note di dispepsia. In tutti costoro è risultata una disfunzione del pancreas. Il tratto gatroenterico è normale, ma è il bersaglio d'un disordine del pancreas, e precisamente d'una disfunzione qualitativa e quantitativa del pancreas esocrino. Dunque una vera e propria malattia ben definita, riguardante il pancreas. Fra parentesi, come è noto, il pancreas, oltre a produrre l'ormone isulina (pancreas endocrino), secerne il succo pancreatico che si riserva nell'intestino, contenente enzimi per la digestione dei tre gruppi di composti organici alimentari, i glicidi, i protidi e i lipidi. Qui, secondo Sommer, vi è la spiegazione della dispepsia: irregolarità di vario genere nella secrezione degli enzimi, a fasi alterne, a intervalli irregolari. Questa forma morbosa, che Sommer chiama Dep, acronimo di disfunzione del pancreas escretore, sarebbe sempre ereditaria. In essa vi sono deficienze dell'enzima glitolitico amilasi, di enzimi proteolitici quali i tripsinogeni ed i chimotripsinogeni, di enzimi lipolitici quali la lipasi. Tali deficienze sono dimostrabili mediante l'esame del succo pancreatico. Altro mezzo di valutazione è la misurazione delle chimotripsine nelle feci. Terzo metodo, l'esame batteriologico delle feci, che dimsotra sovente la presenza di infezioni intestinali. Soltanto cos' sarebbe possibile una terapia razionale con enzimi pancreatici, terapia che deve essere interrotta, perché se viene sospesa, i disturbi ricompaiono. Ma non è tutto. Secondo Sommer, vi è un rapporto fra la Dep e l'ulcera gastroduodenale, poiché molti dispeptici sono ulcerosi, ma non è mai ulceroso il dispeptico che segua la terapia con enzimi pancreatici. Anche la malattia di Crohn, un'infiammazione dell'ansa terminale dell'intestino ileo o ileite terminale, a eziologia tuttora discussa, sarebbe, secondo Sommer, una forma di Dep, in rapporto con deficit di enzimi pancreatici. Ancora, la Dep può essere causa di abbassamento della pressione anteriosa in quanto la deficienza di tripsinogeno influirebbe sul sistema di enzimi bradikinina-callicreina agente sul sistema vascolare. Somministrando tripsina si ha un'immediata normalizzazione della pressione. Senza dubbio non mancheranno i controlli su questa nuova interessante concezione d'una patologia, la dispepsia, molto frequente e sempre discussa. Ulrico di Aichelburg


NUOVO PROTOCOLLO Due geni antitumore Piccolo successo sull'Epstein-Barr $ $ La terapia genica sperimentata a Milano consiste in un'infusione dei globuli bianchi nei quali sono stati inseriti due geni che focalizzano la reazione immunitaria contro le sole cellule cancerogene. Dopo i primi giorni, risultati positivi
Autore: VERNA MARINA

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, GENETICA
NOMI: BORDIGNON CLAUDIO
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 022

Il linfoma di Epstein-Barr è uno dei rarissimi tumori umani causati da un virus conosciuto. Per questo è stato scelto per un nuovo protocollo di terapia genica, che il dottor Claudio Bordignon ha sperimentato con successo qualche settimana fa all'ospedale San Raffaele di Milano su una giovane donna colpita da una grave forma di leucemia. Dopo un trapianto di midollo osseo dal fratello, l'organismo della donna, immunodepresso a causa della terapia antirigetto, era stato aggredito dal virus di Epstein-Barr: una complicazione non infrequente ma gravissima. Dal punto di vista medico, questo era il caso ideale per sperimentare la nuova terapia. E la paziente ha dato il suo consenso. Per capire di che si tratti, occorre aprire una piccola parentesi sugli studi di Thierry Boon (Ludwig Institute for Cancer Research di Bruxelles) sul sistema immunitario e gli antigeni quei frammenti di molecole appartenenti agli organismi invasori che gli anticorpi riconoscono selettivamente e sono attrezzati a combattere. Insieme aloro, in caso di necessità scendono in campo anche i linfociti T killer, particolari globuli bianchi che distruggono le cellule contaminate. Perché questo non dovrebbe essere possibile anche con i tumori? Il primo punto era capire se le cellule tumorali presentassero anch'esse degli antigeni, riconoscibili dai linfociti T. in due tipi di linfoma, quello provocato dal virus di Epstein-Barr e un altro, ancora più raro, giapponese, si può utilizzare il virus come antigene. Tutti i tumori potrebbero però avere antigeni specifici, anche se la ricerca si presenta molto difficile. Un'altra parentesi preliminare va aperta sull'immunoterapia a base di interleukine, sulla quale lavora da anni l'americano Rosenberg. Il principio è quello di far distruggere le cellule cancerogene dai linfociti T anziché dai raggi X o dal cocktail di farmaci della chemioterapia. In pratica, una risposta naturale potenziata, con il vantaggio che i linfociti lavorano in modo mirato, distruggendo solo le cellule cancerogene e non i tessuti sani intorno. Il particolare uso antitumori del sistema immunitario ideato da Claudio Bordignon è frutto di tutte queste premesse - oltre che di una sua esperienza americana nel campo della terapia genica, che ha già sperimentato con successo su di una rara malattia ereditaria, l'Ada. Ma perché il sistema immunitario non riconosce il tumore come un nemico da combattere, così come fa con tante altre sostanze nocive per l'organismo? " Perché il riconoscimento avvenga - spiega il dottor Bordignon - l'antigene dev'essere presentato in un determinato modo. Purtroppo il tumore non lo sa presentare bene. Nel caso dell'Epstein-Barr, trattandosi di un virus, la presentazione viene fatta invece da cellule "professioniste", per cui il tumore viene riconosciuto come corpo estraneo e attiva il sistama immunitario". L'intervento è consistito di più infusioni di linfociti prelevati dal sangue del donatore. Su questi linfociti - ed è qui la novità - è stato eseguito il trasferimento di due geni. Uno "marcatore", con il compito di seguire nel loro viaggio i linfociti "corretti". L'altro " suicida": al momento giusto, cioè dopo che il sistema immunitario avesse distrutto le cellule tumorali e prima che attaccasse quelle sane, avrebbe ricevuto l'ordine (attraverso l'iniezione di un certo farmaco) di bloccare la reazione immunitaria. L'intervento ha avuto successo. Dopo una settimana, le analisi confermavano che i linfociti erano effettivamente andati in circolo per tutto l'organismo cercando le cellule tumorali ed eliminandole. A quel punto, è stato iniettato il farmaco che ha interrotto il lavoro di distruzione. Le analisi fatte finora confermano che le cellule cancerogene dell'Epstein-Barr sono scomparse. Il tumore all'apparenza è regredito. La terapia comunque è tale che, alla comparsa di nuove cellule maligne, può essere ripetuta. Marina Verna


Giochi d'estate IL PUZZLE Le tessere di Penrose
Autore: PEIRETTI FEDERICO

ARGOMENTI: GIOCHI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 021

Sono necessarie soltanto due tessere per riuscire a ricoprire un piano in modo non periodico, ottenendo cioè disegni che non si ripetono mai, sempre diversi e imprevedibili. La scoperta è di un matematico inglese, Roger Penrose. Le sue tessere, ottenute dividendo un rombo in due parti, sono riportate nella figura 1. Provate a costruirne un centinaio, ricopiandole direttamente dalla figura su un foglio di carta e aiutandovi poi con fotocopie. Le tessere non possono naturalmente essere riunite nel modo più banale, secondo il rombo iniziale dal quale derivano, ma devono essere avvicinate fra loro secondo la regola proposta da un altro celebre autore di giochi matematici, John Horton Conway. Si devono disegnare sulle tessere due archi di colore diverso grigio o nero nel nostro caso (fig. 2) e si devono poi riunire le tessere in modo che restino collegati fra loro archi dello stesso colore. In questo modo si possono creare fantastiche tassellature del piano, con figure sempre diverse. Una di queste è riportata nella figura 3. Il fisico Tullio Regge si è fatto costruire un sacco di tessere di Penrose in metallo, con le quali, quando vuole distrarsi dai suoi studi più impegnativi, riempie tavoli di tassellature non periodiche. Questo, che è sicuramente il puzzle più divertente, si è rivelato un importante strumento di indagine nel campo della cristallografia. Le forme tridimensionali di queste strutture sono infatti alla base dello studio delle sostanze quasi-cristalline, descritte da Penrose nel suo libro La mente nuova dell'impe ratore - La mente, i computer e le leggi della fisica, pubblicato l'anno scorso da Rizzoli.


Giochi d'estate DIECI GETTONI Il solitario pitagorico
Autore: PEIRETTI FEDERICO

ARGOMENTI: GIOCHI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 021

La configurazione di partenza, con dieci gettoni, è il triangolo pitagorico con 1, 2, 3 e 4 gettoni ai vari livelli (figura 4). Si toglie poi un gettone e si procede a salti, come nel gioco della dama, eliminando via via i gettoni che vengono saltati. Obiettivo del gioco è quello di restare con un unico gettone. Se togliamo, ad esempio, il gettone 2, una soluzione possibile, in otto mosse, è la seguente: 7 - 2, 1 - 4, 6 - 1, 9 - 7, 7 - 2, 1- 4, 4 - 6 e 10 - 3. Il numero minimo di mosse necessarie per risolvere questo solitario è cinque, contando come una sola mossa una eventuale catena di salti. Trovi il lettore questa soluzione minima e passi poi al triangolo più grande, con 15 gettoni (fig. 5). Ecco ora un programma in BASIC per simulare il gioco di TESTA o CROCE: 10 CLS 20 PRINT «***** TESTA O CROCE *****» 30 RANDOMIZE TIMER 40 PRINT 50 PRINT 60 LANCI = 0 70 TESTA = 0 80 CROCE = 0 90 GIUSTE = 0 100 SBAGLIATE = 0 110 PRINT «IL CALCOLATORE LANCIA IL GETTONE» 120 PRINT «ESCE TESTA O CROCE? (0/1)» 130 PRINT 140 PRINT «RISPONDI CON 0 PER TESTA» 150 PRINT «E CON 1 PER CROCE» 160 INPUT R 170 PRINT 180 PRINT 190 GETTONE = INT (2*RND) 200 LANCI = LANCI più 1 210 IF GETTONE = R THEN PRINT «ESATTO!» ELSE PRINT «SBAGLIATO!» 220 IF GETTONE = R THEN GIUSTE = GIUSTE più 1 ELSE SBAGLIATE = SBAGLIATE più 1 230 PRINT 240 IF GETTONE = 0 THEN PRINT «CROCE»;: CROCE = CROCE più 1: GOTO 260 250 PRINT «TESTA»;: TESTA = TESTA più 1 260 PRINT 270 PRINT 280 PRINT «LANCI =»; LANCI 290 PRINT «TESTA =»; TESTA 300 PRINT «CROCE =»; CROCE 310 PRINT 320 PRINT «RISPOSTE GIUSTE =»; GIUSTE 330 PRINT «RISPOSTE SBAGLIATE =»; SBAGLIATE 340 PRINT 350 PRINT 360 PRINT 370 PRINT «VUOI CONTINUARE? (S/N)» 380 INPUT R$ 390 IF R$ = «S» THEN 110 400 END


Giochi d'estate SOMME COSTANTI Triangoli magici
Autore: PEIRETTI FEDERICO

ARGOMENTI: GIOCHI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 021

Molti lettori conosceranno i quadrati magici e le loro curiose proprietà. Forse un po' meno noti sono i triangoli magici, che si costruiscono sempre con le stesse regole: la somma dei numeri su ogni lato di un triangolo equilatero dev'essere costante. Nella figura 6 è riportato il triangolo magico costruito con tre numeri per lato e con i numeri dall'1 al 6, in modo che sia uguale a 9 la somma costante sui lati. Il triangolo ha sui vertici i primi tre numeri 1, 2 e 3, sistemati in senso antiorario, e ha una somma costante, uguale a 12, per i tre numeri che formano ogni angolo. E' possibile costruire altri tre triangoli simili, sempre con i numeri dall'1 al 6, in modo tale che la somma su ogni lato sia rispettivamente uguale a 10, 11, 12. Quali sono? Questi triangoli, incisi su piastrine d'oro o d'argento, erano considerati un tempo potenti talismani. Ma proseguiamo la nostra ricerca ampliandola ai triangoli del quarto ordine, costruiti con i numeri dall'1 al 9, con quattro numeri per lato e somma costante. E' necessario però stabilire una regola: due triangoli sono equivalenti se hanno gli stessi numeri sui vertici. I triangoli diversi sono in totale 34 e la somma può valere 17, 18, 19, 20, 21, 22 oppure 23. Uno di questi è nella figura 7. Al lettore l'impegno di trovare gli altri 33 e di allargare l'indagine ai triangoli del quinto ordine che sono in tutto 76, con una somma costante che varia da 28 a 36. Chiediamo ai lettori di comunicarci i risultati delle loro ricerche.


Giochi d'estate 17 CAMMELLI I problemi di Peano
Autore: PEIRETTI FEDERICO

ARGOMENTI: GIOCHI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 021

Giuseppe Peano, uno dei padri della matematica moderna, scrisse un libretto, pubblicato da Paravia nel 1935, con il quale intendeva dimostrare come fosse possibile insegnare la matematica in modo divertente. Vi proponiamo alcuni dei suoi problemi e indovinelli matematici. 1 - Una lumaca si arrampica lungo un muro alto 5 metri. Ogni giorno sale 3 metri e ogni notte discende due metri. Dopo quanti giorni raggiungerà la cima del muro? 2 - Un arabo lascia in eredità ai suoi figli 17 cammelli, stabilendo che al primo figlio ne vengano dati la metà, al secondo la terza parte e al terzo la nona parte. I figli, non riuscendo a dividersi i cammelli secondo le disposizioni del padre, chiamarono il «cadì». Questi venne e unì il proprio cammello agli altri, dando poi la metà dei diciotto cammelli, cioè 9 al primo figlio, un terzo, cioè 6 al secondo e un nono, cioè 2 al terzo. Il «cadì» riprese il suo cammello e se ne andò ringraziato dai tre figli, ognuno dei quali aveva ricevuto più di quanto gli spettava. Spiegare l'enigma. 3 (Versione aggiornata) - Durante uno sciopero dei camionisti, due automobilisti, uno dei quali ha una tanica con 25 litri di benzina e l'altro con 35 litri, incontrano un terzo automobilista rimasto a secco che li invita a dividere con lui la loro benzina. I due accettano, mettono insieme la loro benzina e ne danno la terza parte all'automobilista sfortunato il quale, accomiatandosi, lascia loro 120 mila lire. Come dev'essere divisa questa somma fra i due automobilisti? 4 - Pensa un numero, moltiplica per 2, aggiungi 5, moltiplica per 5, aggiungi 10, moltiplica per 10 e dimmi il risultato. Qual è la strada più veloce per avere il numero pensato? Per chi possiede un calcolatore proponiamo la versione moderna di INDOVINA IL NUMERO «pensato» dal calcolatore. E' un programma in BASIC da digitare sul calcolatore: 10 CLS 20 PRINT «*** INDOVINA IL NUMERO ***» 30 RANDOMIZE TIMER 40 PRINT 50 PRINT 60 PRINT «IL CALCOLATORE PENSA» 70 PRINT «UN NUMERO COMPRESO FRA 1 E 10» 80 PRINT 90 PRINT «QUALE NUMERO STA PENSANDO?» 100 INPUT R 110 NUMERO = INT(10*RND) più 1 120 IF R = NUMERO THEN 190 130 PRINT «HAI SBAGLIATO!» 140 PRINT «IL CALCOLATORE STAVA PENSANDO IL NUMERO»; NUMERO 150 PRINT 160 PRINT «VUOI RIPROVARE? (S/N)» 170 INPUT R$ 180 IF R$ = «S» THEN 50 ELSE 240 190 PRINT «BRAVO! HAI INDOVINATO» 200 PRINT 210 PRINT «VUOI CONTINUARE? (S/N)» 220 INPUT R$ 230 IF R$ = «S» THEN 50 240 END 5 - Un devoto pregò Giove affinché gli raddoppiasse i denari che aveva in tasca e gli avrebbe dato in offerta 8 lire. Così avvenne. Allora pregò Venere dello stesso miracolo e pagò 8 lire; infine pregò Mercurio che gli raddoppiasse ancora i denari e gli pagò le 8 lire; e così si trovò possessore di nulla. Quanti denari aveva in principio? RISPOSTE 1 - Dopo 3 giorni (e non dopo 5). 2 - La somma delle tre parti, 1/2 più 1/3 più 1/9 è inferiore all'unità, cioè il padre non aveva distribuito tutta l'eredità. 3 - La somma dev'essere divisa in parti proporzionali a 1 a 3. 4 - E' sufficiente sottrarre 350 e dividere per 100. 5 - Il devoto aveva 7 lire.


Giochi d'estate CENTO LIRE Monete creative
Autore: PEIRETTI FEDERICO

ARGOMENTI: GIOCHI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 021

1 - Tre monete da cento lire e tre da cinquanta sono sistemate come nella figura 8. Scambiare la posizione delle monete da cento lire con quella delle monete da cinquanta secondo le seguenti regole: a) E' permesso spostare le monete nelle caselle vuote b) Una moneta ne può saltare una adiacente se la casella successiva è vuota. Sono necessarie 15 mosse. 2 - Dodici monete formano un quadrato con 4 monete per lato (fig. 9). Sistemare le monete in modo che formino un quadrato con 5 monete per lato. 3 - Le sei monete della figura 8 devono essere sistemate ad anello, spostando ogni moneta in modo che tocchi sempre almeno altre due monete. Se numeriamo le monete da 1 a 6, ecco una soluzione in 5 mosse: 1 - 2,3; 6 - 1,2; 1 - 6,2; 6 - 1,2; 1 - 6,5. Il numero minimo di mosse necessarie è 4 e ci sono 24 soluzioni diverse. Quali sono?


GIOCHI D'ESTATE CHI VUOLE DARE I NUMERI? Un foglio, una matita e tanta immaginazione
Autore: PEIRETTI FEDERICO

ARGOMENTI: GIOCHI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 021

SONO sufficienti un foglio di carta e una matita per entrare nel territorio dei giochi matematici, dove non esiste più una netta distinzione fra matematica e gioco. La matematica infatti può essere un gioco e il gioco può diventare matematica, con applicazioni inattese, come, ad esempio, per l'indovinello di Eulero sui ponti di Konigsberg, che ha dato origine alla topologia o per le tassellature di Roger Penrose e le loro applicazioni in cristallografia. Forse il modo più corretto per avvicinarsi alla matematica e riuscire a superare lo sgomento che molti provano ogni volta che si trovano di fronte a cifre o simboli è proprio il gioco. «Un indovinello matematico, un paradosso o un trucco magico - dice Martin Gardner, il gran maestro dei giochi matematici - possono stimolare l'immaginazione e se il "gioco" viene scelto con cura può condurre, quasi senza sforzo, a significativi concetti matematici». (Pagina a cura di Federico Peiretti)


SVILUPPO SOSTENIBILE Il prezzo della Terra Quale valore dare ai beni ambientali
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: ECOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 023

PER molto tempo l'ambiente è stato considerato come una variabile indipendente rispetto allo sviluppo economico. Questo perché il suolo (fertile), l'acqua (potabile), l'aria (pulita), le grandi foreste, i laghi, il mare, i fiumi, i ghiacciai, erano considerati e utilizzati come risorse illimitate. Oggi sappiamo che le cose non stanno così. Utilizzare il suolo, inquinare l'acqua e l'aria comporta dei costi collettivi. La difficoltà sta nello stabilire dei valori, operazione indispensabile per poter parlare di «sviluppo sostenibile», il concetto che esprime l'ecologismo più maturo degli Anni 90. Se non si dà un valore ai beni ambientali, diventa difficile far pagare il costo dell'inquinamento o della distruzione, come diventa impossibile per un'impresa scegliere tra diversi procedimenti produttivi con diverso impatto ambientale. Di più: se questi beni sono sottovalutati o privi di prezzo, la gente sarà portata a usarli senza limitazioni. Insomma, servirebbe un metro, un metodo di calcolo, un sistema di valutazione il più possibile obiettivo. L'idea è nata nella redazione del prestigioso settimanale inglese «The Economist» ed è stata data a Frances Cairncross, «editor» della rivista per i problemi ambientali. Ne è venuto fuori un libro, «Costing the Earth», uscito ora anche in italiano con il titolo «Il prezzo della Terra» (McGraw-Hill) che, se non esaurisce il problema (e sarebbe stato impossibile), mette al fuoco un bel po' di carne per chi vorrà continuare. Le strategie ecologiche sono piene di trabocchetti. Città percorse da silenziose auto elettriche sono un sogno di molti «verdi», ma spesso si dimentica che, per farle camminare, altrove in una centrale termoelettrica fuori mano si sta bruciando olio combustibile inquinante (e che nella trasformazione un bella percentuale di energia va perduta). E' meglio usare contenitori usa-e-getta (inquinanti) o contenitori riutilizzabili, ma che richiedono più petrolio per essere prodotti? Conviene riciclare la carta nonostante l'inquinamento provocato dagli autocarri che girano la città per raccoglierla? La possibilità di fare valutazioni economiche è alla base della politica degli incentivi e dei disincentivi di cui il potere pubblico si serve per fare una politica ambientale. Per lungo tempo la Cee ha tenuto artificiosamente alti i prezzi delle derrate, inducendo gli agricoltori a fare largo uso di fertilizzanti per produrre eccedenze che venivano poi vendute sottocosto o addirittura distrutte. In pratica, con il denaro pubblico incrementava l'inquinamento del suolo. Oggi si è accorta che sotto il profilo ecologico stava facendo un pessimo affare e sta cambiando strada, preferendo dare sussidi agli agricoltori perché lascino incolta una parte della terra. Ormai si è quasi tutti d'accordo: chi inquina deve pagare. Ma come e quanto? Vi sono alcune scelte fondamentali che non possono prescindere da una valutazione di tipo economico nello stabilire il rapporto costi ambientali-benefici. Una riguarda l'energia. In molti Paesi del Terzo Mondo il prezzo dell'energia viene mantenuto artificiosamente basso per favorire l'industrializzazione, senza tenere conto del suo costo ecologico in termini di inquinamento e di distruzione delle risorse. La conseguenza è, per esempio, uno spreco enorme perché le industrie non si preoccupano di introdurre tecnologie meno fameliche di energia. I furori ambientalisti dei pionieri hanno avuto il merito di fare emergere un problema drammatico a livello di coscienza collettiva; la scienza ha avuto una funzione enorme nel rivelare o confermare fenomeni complessi come l'effetto serra o il danneggiamento della coltre di ozono e, più in generale, nel chiarire i fenomeni connessi con l'uso improprio delle risorse. Una «economia dell'ambiente» introduce nuovi elementi di valutazione in un campo in cui, inevitabilmente, hanno largo spazio le reazioni emotive. Non sarà facile, anzi sarà quasi certamente impossibile, ingabbiare tutta la problematica ambientale negli schemi delle leggi di mercato. Ma è un metodo che va perseguito. Vittorio Ravizza


CACCIA ALLE RISORSE Che cosa mi dai in cambio? Decenni di saccheggi senza remore
Autore: P_RAV

ARGOMENTI: ECOLOGIA, BOTANICA, ANIMALI, CONTRABBANDO, COMMERCIO
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: C. Le rotte del contrabbando di piante e animali
NOTE: 023

NIENTE di strano e nulla da rimproverare se un poveraccio si vende gli ultimi beni che gli sono rimasti per mantenere la famiglia. Quando però il poveraccio vive in un paradiso naturale e i suoi ultimi beni sono piante e animali rari, allora le cose cambiano. Si innesta allora un discorso moral-scandalistico. Nonostante le leggi internazionali e i divieti di utilizzare piante e animali in via di estinzione, tanto i Paesi poveri quanto i laboratori di ricerca dei Paesi ricchi continuano a depredare il mondo naturale. Un'opinione diffusa è quella secondo cui lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali non è una soluzione dei loro problemi. Secondo una delle opinioni più prestigiose, quella della International Union for Conservation of Nature espressa durante la conferenza generale di Perth (Australia), bisogna accettare l'utilizzo di alcune specie selvatiche «in modo etico, razionale e sostenibile». Sembra la soluzione giusta, se si guarda a Paesi come il Venezuela, il Costa Rica, lo Zimbabwe, che hanno conseguito interessanti risultati utilizzando in modo rigorosamente controllato le proprie risorse naturali in cambio della possibilità di contrarre debiti con Paesi ricchi e del trasferimento di tecnologie in vista dello sviluppo industriale. Valide iniziative, da tempo sfruttate, sono i centri di allevamento di animali rari, che si sono dimostrati un'ottima arma contro il contrabbando e la caccia. Non basta, però. E' stato calcolato che ogni anno più di cinquantamila primati allo stato libero terminano miseramente la propria esistenza come cavie di laboratorio. E a farsi beffe della legislazione internazionale, ricorrendo a traffici illegali, ci sono anche Usa, Svizzera, Austria e Giappone. Al di là del discorso etico-morale, questa prassi sta seriamente mettendo in crisi l'esistenza dei primati. Un esempio nel mondo dei vegetali è quello della pervinca (Vinca rosae), pianta del Madagascar, utilizzata nella farmacologia oncologica. Per decine di anni i laboratori di ricerca occidentali hanno sfruttato questa pianta sino a ridurla quasi all'estinzione senza mai dare nulla in cambio. Paradossalmente Europa, Giappone e Usa hanno una considerevole riserva di materiale genetico di questa specie. Ma, come ha dichiarato un portavoce del governo del Madagascar, «non solo ci hanno lasciato senza una sola delle nostre piante più preziose; ciò che hanno fatto i laboratori e i ricercatori occidentali è una ruberia manifesta a tutti gli abitanti del Madagascar». Un ultimo esempio che riguarda molti palati fini. Si calcola che Bangladesgh e Indonesia esportino ogni anno più di 250 milioni di rane toro e rane dalle sei dita. Queste esportazioni sono importanti nella bilancia commerciale dei due Paesi, che si sono attrezzati con tecniche raffinate per la cattura degli animali. Oggi in Bangladesh è ritornata la malaria, debellata negli Anni 60, perché le rane, che si cibano di zanzare, avevano un ruolo capitale nell'ecosistema di quel paese. Venendo a mancare i loro predatori, le zanzare si sono moltiplicate diffondendo nuovamente la malaria. La lotta alla malattia, poi, ha comportato un aumento delle spese sanitarie del Paese, oltre a un aumento di quelle per i pesticidi. Inutile dire che questi ultimi hanno contribuito all'eliminazione di altre forme viventi, oltre a essere altamente nocivi alla salute umana.(p.rav.)


REALTA' VIRTUALE Estasi e avventura? Proprio no!
Autore: LENTINI FRANCESCO

ARGOMENTI: ELETTRONICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 023

D ICONO che sia la droga del Duemila, che possa portare alla realtà sub- atomica o astrofisica, alla percezione di altre galassie. E' la realtà virtuale. «Alla Nasa, a Stanford, ai margini di Silicon Valley, dal 1983 a oggi si è venuta preparando la prima innovazione decisiva a partire dalla rivoluzione industriale, la creazione di realtà virtuali mediante occhiali magici... I pixel sono immagini consegnate dal computer con fotografie o pellicole sulle quali si interviene facendo sparire o aggiungendo degli elementi. Sono la nuova pittura...». Così ne parla Elemire Zolla a pagina 19 di un suo libro molto fortunato (Uscite dal mondo, Adelphi, 1992), ma Zolla ignora che i «pixel» sono i punti di un'immagine grafica e, molto probabilmente, non ha mai provato di persona gli «occhiali magici». Sono entrato nel mondo virtuale tramite una macchina, Virtuality SU-6 (SU sta per Stand Up, ossia «in piedi»), prodotta dalla ditta inglese W- Industries e importata in Italia dalla R&C-Elgra di Milano. Indossato il famoso casco, mi ritrovo a volteggiare in una stanza da 320X200 pixel e allungo la mano per afferrare una pallina che rimbalza a 15 frames al secondo, ma sono goffo e impacciato nei movimenti. Infatti vado quasi a sbattere contro il muro, e questo nel mondo reale. Un assistente piuttosto premuroso mi rimette in carreggiata e m'invita a riprovare, ricordandomi che il cordone ombelicale che mi lega alla macchina è lungo solo due metri e mezzo. Con l'esatta cognizione di questi limiti, riprovo ad afferrare la pallina e questa volta ci riesco, ma si tratta di una presa fasulla; infatti il guanto non «legge» il piegamento dell'ultima falange delle dita. Così, nonostante la sensazione tattile dovuta a minuscole ventose piene di aria compressa, l'immagine della pallina risulta esterna alla mano. Insomma per una parte del sistema, quella che gestisce il tatto, io stringo la pallina nel pugno, ma la parte che gestisce la grafica mi mostra la stessa pallina come esterna al pugno. Il suono stereofonico tenta di darmi una migliore percezione dello spazio in cui sto «volando» (infatti mi muovo puntando il dito in una certa direzione), ma neppure per un attimo provo la sensazione di vivere in un'altra dimensione. Forse perché non vedo alcuna parte del mio corpo, ma solo la sagoma della mia mano. A questo punto urge fare alcune considerazioni. Una risoluzione di 320X200 pixel fornisce immagini appena abbozzate (sui pc siamo ormai abituati a immagini tridimensionali da 1024X1024 pi xel, sia pure non in movimento); ciononostante ci si muove al rallentatore e tutto accade con un certo ritardo (per evitare questo effetto le immagini dovrebbero essere «rinfrescate» circa 60 volte al secondo). Il campo visivo è più ristretto di quello umano e i visori tendono ad appannarsi. La posizione nello spazio viene rilevata da un sensore il cui ricevitore è grande quanto un lampione. Tutta l'attrezzatura (computer, monitor esterno, compressore per l'aria, casco, cintura, guanto, cordone ombelicale e sensore) pesa 150 chili e costa circa 200 milioni. Mi dispiace, ma non ne sono entusiasta. A leggere quello che hanno scritto Danda Santini e Paola Riva sul settimanale Anna («Fare l'amore con Kevin Costner. Volare. Passeggiare su Marte. ..»), nonché i racconti estatici di Zolla, i quali hanno spinto all'estasi una folta schiera di giornalisti, la realtà virtuale doveva essere un'esperienza quasi «sciamanica». E per me lo è stata, ma per il motivo opposto. Mi sono reso conto che la realtà virtuale può allontanarci dal mondo, come sostengono gli iniziati, ma può anche darci una migliore percezione del mondo e dei suoi limiti. E' una faccenda fortemente ambivalente. Ma non è questa la droga del Duemila. Francesco Lentini


MODELLI AL COMPUTER Giochi di cristalli Applicate le leggi della fisica quantistica per ricostruire la genesi del diamante
Autore: BADARIDA FEDERICO

ARGOMENTI: ELETTRONICA, FISICA, INFORMATICA
NOMI: HOENENBERG PIERRE, KOHN WALTER, LIU SHAM
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 023

LA conoscenza dei corpi solidi ha fatto molti progressi in questi ultimi anni. La maggior parte delle loro strutture è stata risolta. L'introduzione dei calcolatori ha permesso di fare rapidamente, con una spesa ragionevole, calcoli un tempo rinomati per lunghezza e noia. I dati che si utilizzano nei calcolatori possono essere quelli che si ricavano dalla diffrazione dei raggi X da parte dei cristalli studiati. Questo è proprio quello che succede in molti laboratori di cristallografia. I raggi X hanno la stessa natura della luce, ma una lunghezza d'onda molto più corta (all'incirca mille volte minore: più o meno un centomilionesimo di centimetro). La distanza tra gli atomi di un cristallo (disposti nel volume con molta regolarità) è dello stesso ordine di grandezza. Per questa ragione, se si fa attraversare il cristallo da un fascio di raggi X (è noto che i raggi X sono in grado di attraversare i corpi), si ha il fenomeno della diffrazione, che permette di ricavare i dati per impostare i calcoli che forniranno la struttura del cristallo. La struttura di un cristallo è il motivo geometrico ordinato dei suoi atomi. Molti lettori ricorderanno i modelli a palline colorate (visti a scuola) delle strutture del sale da cucina, dei metalli, del diamante, dei silicati e così via. Questi modelli rappresentano una situazione del cristallo fermata, «congelata», in un istante molto particolare, che non si ha mai nella realtà perché nella realtà quegli atomi non stanno fermi ma vibrano intorno a un baricentro, che è proprio la posizione delle palline dei modelli. Vibrano in continuazione come conseguenza del calore contenuto nel cristallo, anzi il loro moto è proprio il calore contenuto. Più calore, più vibrazione, finché per troppo calore il cristallo può fondere. Le vibrazioni sono diventate troppo ampie, i legami tra atomi si sono rotti e il solido è diventato un liquido. Ottenuta la struttura di un corpo solido, il cristallografo tradizionale si riteneva soddisfatto del suo lavoro e passava a un altro cristallo sconosciuto, magari anche inutile; il cristallografo un po' meno tradizionale cominciava a pensare di applicare i principi della fisica alla struttura per ottenere, calcolare, riprodurre le proprietà del solido cristallino studiato. E si accorgeva che questo non era possibile per tutte le proprietà, anzi lo era soltanto per poche. Di qui è nata qualche anno fa l'idea di affrontare il problema in un'altra maniera, provando a spostarlo sulla simulazione al calcolatore (delizia e a volte tragedia dell'attuale ricerca scientifica) proprio per studiarne tutte le proprietà. Partendo dal fatto noto che la materia è costituita di atomi, gli atomi sono fatti di elettroni che girano intorno al nucleo e che il loro comportamento è stato studiato a fondo fino dagli Anni Venti da Erwin Schrodinger e alcuni altri con la teoria dei quanti, si è messa questa teoria in un computer e si è cercato di applicarla agli elettroni e ai nuclei di un cristallo, con una simulazione di quel cristallo. Detto così sembra solo un bel gioco, ma il bel gioco si è rivelato subito un problema irresolubile. I calcoli sui miliardi di miliardi di elettroni e nuclei in continua vibrazione presenti in un cristallo sono risultati impossibili anche per il più potente dei calcolatori. Viste le grandi difficoltà, tre scienziati, Pierre Hohenberg, Walter Kohn e Liu Sham, cercarono di semplificare il problema: considerato che il moto di un elettrone è influenzato dal moto di tutti gli altri, introdussero un fattore correttivo dell'energia poteziale di quel dato elettrone che riassumesse l'influenza di tutti gli altri. Da un'altra parte e più o meno nello stesso tempo, Volker Heine e Marvin Cohen scoprirono che i calcoli potevano essere drasticamente semplificati e trovarono una soluzione elegante per le onde elettroniche. Com'è noto, un elettrone può essere considerato anche come un'onda, oltre che come una particella. Di conseguenza fu presto chiaro che, utilizzando l'aumentata potenza dei calcolatori e applicando le leggi della fisica quantistica con le restrizioni dette, si apriva la possibilità di calcolare le proprietà dei cristalli. Nel 1985, alla Scuola internazionale di studi avanzati di Trieste, Roberto Car e Michele Parrinello e, all'Università dell'Illinois, Giulia Galli e Richard Martin applicarono queste teorie al problema della formazione del diamante nella crosta della Terra e provarono che i cristalli di diamante naturale non possono essersi formati dal carbonio liquido, perché questo non può esistere come tale nelle condizioni di pressione e temperatura dell'interno della Terra. Creando così nuovi problemi sulla genesi del diamante. Giulia Galli, sempre secondo i suoi calcoli, sosteneva poi che alle condizioni di pressione e temperatura di Urano e Nettuno molto del carbonio, contenuto in una percentuale del 15%, potrebbe essere sotto forma di diamante. Un'affascinante prospettiva per futuri voli spaziali, come qualcuno ha scritto? Ho i miei dubbi: il prezzo di quei diamanti, nel caso ci siano davvero, sarebbe «esorbitante». In tutta questa storia sul diamante simulato c'è anche una forte ragione di perplessità. La simulazione eseguita dagli autori citati riguarda un modello di diamante di soli cinquantaquattro atomi. Questo mazzetto strutturato di atomi ha cioè dimensioni inferiori a quelle del nucleo critico (volume oltre il quale il cristallo può svilupparsi). Perciò è molto instabile, anziché crescere tende a dissolversi. Di conseguenza è un cristallo per modo di dire. Di una maggiore utilità immediata e pratica sono stati invece i risultati ottenuti sulle strutture delle superfici di alcuni solidi e sulle reazioni chimiche alla superficie di quelle sostanze dal comportamento ancora misterioso che sono i catalizzatori. Buone premesse, dunque, per lavori come questi appena citati, ma sicure promesse anche di un cammino pieno di difficoltà. Federico Bedarida Università di Genova


AORTA DISCENDENTE Il difficile aneurisma Come scegliere l'intervento chirurgico più adatto $ $ A monte e a valle dell'aneurisma aortico viene fatto un camplaggio. La rapidità è indispensabile perché l'ischemia a valle non può durare più di quaranta minuti Il camplaggio permette di evitare la circolazione extracorporea, riservata invece ai pazienti con lesioni dell'aorta estese per le quali sono previsti lunghi tempi chirurgici Con la tecnica del camplaggio semplice si sostituisce l'aorta discendente senza attivare la circolazione extracorporea. Il chirurgo però dev'essere molto veloce ed esperto La tecnica del camplaggio semplice non è indicata per lesioni estese o per forme che prevedono lunghi tempi di esecuzione. Può apparire arrischiata in realtà ha dato ottimi risultati
Autore: ZANETTI PIER PAOLO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 022

NEGLI ultimi trent'anni abbiamo assistito a uno sviluppo veramente esaltante della chirurgia del cuore (cardiochirurgia) e, sul versante della chirurgia vascolare, abbiamo visto interventi sulla aorta addominale. La chirurgia dell'aorta toracica, in particolare dell'aorta discendente, è rimasta invece un poco in ombra, essendo considerata una "Cenerentola" sia dai cardiochirurgi sia dai chirurghi vascolari. La ragione è che, mentre la cardiochirurgia e la chirurgia dell'aorta addominale sono ormai ben codificate e raggiungono indici di mortalità quasi vicini allo zero, non altrettanto può dirsi della chirurgia dell'aorta discendente, affrontata dalle varie scuole con metodiche diverse e con complicanze sia mortali sia invalidanti ancora molto pesanti. Inoltre restano ancora importanti dubbi su come condurre l'intervento per prevenire o ridurre soprattutto la paralisi degli arti inferiori (8-10 per cento dei casi). Questo spiega perché questa aorta discendente, colpita da dilatazioni aneurismatiche, da rotture traumatiche, da slaminamenti della parte (dissecazioni), non abbia mai raccolto una nutrita schiera di cultori. Eppure questi pazienti vanno trattati! La chirurgia dell'aorta discendente raramente viene proposta a pazienti con più di 70 anni. Inoltre la primitiva idea di trattarli sempre con la circolazione extracorporea, non è più accettata. La scuola canadese di Montreal, con i suoi 33 casi operati, ha dimostrato infatti che è possibile operare tali soggetti usando un tubo inerte (Shunt di Gott) che durante la sostituzione dell'aorta ammalata rifornisce di sangue la parte inferiore del corpo. Questa metodica, particolarmente utile nei casi più difficili, quando non è consigliabile la circolazione extracorporea, viene utilizzata dai canadesi anche nelle forme di elezione, con risultati, nelle loro mani, veramente eccellenti (nessun caso di paraplegia agli arti inferiori). Sempre per evitare gli inconvenienti della cicolazione extra-corporea, scuole americane (Crawford-Hollier-Cosselli) e francesi (Kieffer), hanno messo a punto una metodica di sostituzione dell'aorta discendente senza alcuna protezione, confidando nella rapidità del chirurgo. Questa tecnica, che può apparire arrischiata, in realtà ha dato ottimi risultati, specie in forme non estese e in soggetti senza gravi danni cardiaci. I danni midollari si sono attestati tra il 4 ed il 14 per cento con variazioni in rapporto alla esperienza e alla velocità del chirurgo. La circolazione extracorporea è riservata ai pazienti con lesioni estese per le quali sono previsti lunghi tempi chirurgici. La malattia dell'aorta discendente, sia essa degenerativa (aneurisma o dissecazione) o traumatica (rottura), contempla dunque varie possibilità di trattamento, che permettono al chirurgo di scegliere, caso per caso, la procedura più idonea. Pier Paolo Zanetti Ospedale Civile di Asti


PROTOCOLLI AMERICANI Ma il ruolo dei geni è incerto Risultati identici con una semplice infusione di linfociti
Autore: FOA' ROBIN

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, GENETICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 022

DISORDINI linfoproliferativi associati al virus di Epstein-Barr sono una complicanza relativamente non rara in pazienti immuno-depressi affetti da tumori soliti e in individui sottoposti a trapianto di midollo osseo. In questi ultimi, la patologia si manifesta generalmente come un linfoma maligno e ha un decorso clinico che risponde poco alla chemioterapia e alla radioterapia. La regressione del linfoma trattato al San Raffaele di Milano sembra essere stata messa in relazione con i geni trasdotti nei linfociti del fratello, che avrebbero permesso di rafforzare le difese dell'organismo della paziente. Alla luce di quanto si conosce su numerosi altri pazienti con un quadro clinico sovrapponibile trattati con successo al Memorial Sloan-Kettering Cancer di New York e al St Jude Hospital di Memphis, il ruolo svolto dai geni trasdotti è quanto meno incerto. Regressioni tumorali e guarigioni sono infatti state osservate nei pazienti statunitensi a seguito semplicemente dell'infusione di linfociti del donatore, non manipolati geneticamente in laboratorio. La favorevole risposta clinica è stata messa in relazione con la presenza nei linfociti infusi di cellule con attività killer (linfociti T citotossici) dirette contro il virus di Epstein-Barr, e quindi potenzialmente in grado di aggredire il linfoma Epstein-Barr associato. La possibilità, ipotizzata dai ricercatori milanesi, che la favorevole risposta clinica sia invece dovuta a un incremento delle difese immunitarie della paziente mediato dai geni trasdotti nelle cellule infuse rimane tutta da dimostrare. Una regressione di malattia osservata in pochissimi giorni mal si accorda con un protocollo di terapia genica mirato ad ampliare il sistama immunitario dell'ospite; questo richiede diversi inoculi e un periodo di osservazione ben più prolungato. Inoltre l'attivazione del comportamento immunitario può essere concettalmente tentata attraverso l'inserimento di geni che codificano per proteine capaci in vitro di svolgere tale funzione. I due geni trasdotti dai ricercatori milanesi avevano finalità del tutto diverse. Dopo anni di ricerche in vitro e in animali da esperimento, la terapia genica sta forse aprendo una potenziale nuova era nel trattamento dei pazienti neoplastici. Per evitare superficiali illusioni, va però sottolineato come a tutt'oggi non sia stato curato un singolo paziente con questa terapia innovativa. I protocolli attualmente attivati sono intesi in primo luogo a valutare la fattibilità e la sicurezza in pazienti con malattia avanzata, che non risponde ad altre forme di terapia. Solo dopo questi necessari studi da fase I si potrà vagliarne il possibile impatto clinico. La paziente di Milano, analogamente ai casi trattati negli Stati Uniti e la cui storia è stata sottoposta per la pubblicazione in una delle più prestigiose riviste scientifiche, ha tratto beneficio da una terapia immunologica e non già da tecniche di manipolazione genica. Robin Foà Università di Torino




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