TUTTOSCIENZE 26 maggio 93


Gli autoscontri Brividi a 10 km all'ora]
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. Scheda tecnica e funzionamento
NOTE: 084

L'avvio della vetturetta elettrica degli autoscontri funziona sullo stesso principio di una torcia elettrica (quando si gira l'interruttore, si chiude un semplice circuito elettrico che fa accendere la lampadina). Nel caso della macchina, una volta chiuso il circuito, la corrente elettrica prodotta da un generatore esterno passa attraverso il motore e fa girare la ruota. Il tipico odore che sale dalla pista è quello della grafite, che viene sparsa perché è un buon conduttore di elettricità.


Polvere di satelliti Una scopa per lo spazio Trentamila tonnellate di rifiuti in orbita
Autore: LESCHIUTTA SIGFRIDO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, RIFIUTI, INQUINAMENTO
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: T. I padroni dell' orbita geostazionaria. Satelliti che hanno esaurito la loro missione, fuori uso
NOTE: 081

L' era spaziale ha poco più di trenta anni e già si pone il problema della spazzatura: satelliti che hanno esaurito la loro missione, ultimi stadi dei vettori usati per porre in orbita quei satelliti, rottami dovuti a collisioni e esplosioni di satelliti. Girano attorno a noi, concentrate attorno ad alcune orbite, circa trentamila tonnellate di alluminio o altri metalli, con masse da qualche grammo a qualche centinaio di chilogrammi. Solo per gli oggetti più grossi, gli americani e probabilmente i russi, tengono una contabilità, nel senso che sono disponibili degli elenchi, aggiornati in continuazione, con la posizione degli oggetti più interessanti. Gli americani effettuano 300. 000 osservazioni alla settimana che riguardano circa 7000 oggetti, con dimensioni maggiori a dieci centimetri in orbita «bassa» (800 1500 km di altezza) e maggiori di un metro attorno all' orbita geostazionaria, che è situata all' incirca a 36. 000 km di altezza. Buona parte di questi frammenti noti sono nelle orbite basse. Esistono poi milioni di oggetti di piccola massa, non classificabili, se non statisticamente, per distribuzione di massa e di orbita. Il fatto che questi oggetti siano leggeri non vuol dire che si possa trascurare la loro presenza. L' energia cinetica di una masserella di qualche grammo, urtando la stazione spaziale alla velocità di 10 km/s, avrebbe le conseguenze di una bomba a mano. Tanto per fare un po' di ordine, cominciamo a occuparci della spazzatura attorno all' orbita geostazionaria, quella usata dai satelliti per telecomunicazione; se mai si considererà in altra occasione quanto accade più in basso. Per convenzione si considera come zona geostazionaria, un anello con un raggio, partendo dal centro della Terra, di 42 164 kmpiù / 300 km e che si estende, in latitudine, per più / 15 attorno al piano dell' equatore. Qui ci sono attualmente circa 350 tra satelliti attivi e spenti e circa 125 razzi o altri oggetti che sono stati utilizzati per porre quei satelliti in orbita. Questi razzi sono usati per trasformare un' orbita ellittica (utilizzata per far salire il satellite alla quota geostazionaria) in una circolare. Solitamente, adempiuta la loro missione, vengono sganciati dal satellite in modo da ridurne la massa, per spendere meno energia nelle operazioni di controllo della posizione, ma restano a girare nell' orbita geostazionaria per secoli. Anche se il satellite morto viene posto nell' orbita cimitero (posta sopra o sotto quella di servizio), questi razzi restano nell' orbita geostazionaria. Tutti i razzi e quasi tutti i satelliti spenti non sono più oggetto di controllo attivo da parte dei proprietari. Questa espressione elegante significa che questi oggetti sono ormai degli ammassi di alluminio, senza alcuna possibilità di variarne la posizione. Esistono inoltre altri oggetti, qualche centinaio, che attraversano questa zona una volta al giorno o vi sono migrati dalle orbite cimitero, poste almeno 300 chilometri sopra o sotto l' orbita stazionaria, ove gli operatori più coscienti sistemano i satelliti alla fine della loro vita. Alla prima categoria appartengono i razzi vettori che partendo da una orbita più bassa hanno portato il satellite sino alla altezza dell' orbita geostazionaria. Questi razzi hanno il perigeo molto in basso (alcune centinaia di chilometri), ma l' apogeo è per definizione all' orbita geostazionaria. Scegliendo opportunamente il perigeo, l' orbita di trasferimento e la stagione dell' anno, è possibile ridurre rapidamente l' apogeo e quindi diminuire la possibilità di scontri con satelliti nell' orbita geostazionaria. Ma questa scelta non sempre è possibile. Alla seconda categoria appartengono prevalentemente i rottami che risultano da collisioni o esplosioni: alcuni frammenti acquistano velocità, la loro orbita da circolare si trasforma in ellittica, con perigeo alla quota dell ' impatto o frammentazione e apogeo più alto. Altri frammenti perdono energia, assumono anch' essi un' orbita ellittica, con l' apogeo alla quota di collisione e il perigeo più in basso. Si è simulata la collisione di un satellite da una tonnellata in orbita geostazionaria con un oggetto animato da una velocità di 500 m/s. La simulazione ha indicato il nuovo perigeo per i frammenti che scendono, o il nuovo apogeo per quelli che salgono, in funzione del periodo del frammento (un periodo all' orbita geostazionaria corrisponde a 1436 minuti di tempo siderale). Una distribuzione analoga avverrebbe per una collisione in un' orbita di parcheggio, come quelle chiamate «cimitero», con frammenti che salgono e altri che scendono, ma che comunque continuano a transitare una volta al giorno per l' orbita geostazionaria. Perché ci dobbiamo preoccupare per le collisioni, quali sono le probabilità di eventi del genere e che conseguenze potrebbero avere? Prima di esporre cifre, è opportuno premettere due filoni di considerazioni di carattere generale. Innanzitutto i satelliti devono avere massa ridotta (il lancio di un kilogrammo costa alcuni milioni di lire) e quindi sono progettati come strutture fragili che hanno scarse probabilità di sopravvivenza in caso di collisione. Il collasso della struttura di un satellite dovuto a collisione o esplosione, crea una nube di detriti che si diffonde attorno all' orbita, aumentando le probabilità di collisione entro quell' orbita. Inoltre un satellite che vaghi libero dopo la fine della sua vita, può bloccare i collegamenti a radiofrequenza di satelliti attivi. Un satellite complesso, sia per ricerca sia per telecomunicazioni, può costare sino a mille miliardi di lire e quindi la perdita ha un significato economico rilevante, soprattutto per la mancanza di reddito durante il tempo necessario per la sua sostituzione. Diversi sono i problemi, le probabilità e le caratteristiche di collisione per i satelliti in orbita «bassa» e quelli in orbita geostazionaria. Attorno questa orbita, essenziale per le telecomunicazioni, per fortuna il pericolo e le conseguenze sono meno gravi che per le orbite «basse», soprattutto perché le velocità di impatto sono minori e tutti gli oggetti in questa orbita, siano satelliti attivi, siano spazzatura, tendono ad avere le stesse perturbazioni dell' orbita e quindi, una volta lasciati liberi, si muovono «assieme» e non possono assumere velocità relative rilevanti. Ci sono state due probabili collisioni, 8 9 esplosioni in orbita bassa e almeno due esplosioni in orbita geostazionaria. Queste esplosioni sono dovute al fatto che progettisti od operatori con scarsa coscienza non hanno previsto o effettuato lo svuotamento dei serbatoi di propellente o di altri fluidi in pressione alla fine della missione dei razzi vettori; sospetti esistono anche sul comportamento delle batterie, specie se esposte alla radiazione solare e isolate termicamente dal resto del rottame. Farinella e Rossi, rispettivamente della Università di Pisa e del Cnuce (Centro Universitario di Calcolo Elettronico) sempre di Pisa hanno effettuato un interessante studio sulle probabilità di collisione, pubblicato nel n. 3 dell' Esa Journal del 1992: se ne deduce che le probabilità di collisione sono basse ma non trascurabili, per le rilevanti conseguenze economiche e i pericoli per la vita umana. Non si tratta di creare allarmismi, ma se non si diffonde tra gli utenti dello spazio una necessaria coscienza del problema, che parta dal progetto iniziale, e non si raggiunge qualche accordo in sede internazionale, tra venti anni usare lo spazio diverrà ancora più rischioso e costoso. Sigfrido Leschiutta Politecnico di Torino


ESPERIMENTI IN USA Due scimpanzè hanno imparato a contare Anche i colombi sanno stimare, se non i numeri, le quantità
Autore: VISALBERGHI ELISABETTA

ARGOMENTI: ETOLOGIA, ANIMALI, RICERCA SCIENTIFICA
NOMI: BOYSEN SARAH
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 081. Comportamenti animali

SONO più di novant' anni che si tenta di capire se gli animali siano in grado di contare. E sebbene in questi ultimi anni il numero degli esperimenti eseguiti con ratti, colombi, pappagalli, scimmie e numerose altre specie sia aumentato in misura quasi esponenziale ancora non se ne viene a capo. Contare significa tante cose diverse: dallo stimare se un insieme contiene più oggetti di un altro, al determinare il numero di oggetti di cui è composto (nel caso di piccoli numeri si può stimare a occhio senza contare), all' essere in grado cosa ben più complessa di fare operazioni con numeri, cioè con rappresentazioni simboliche di quantità reali. Vi sono dunque molti comportamenti relativi al contare. Ad esempio i colombi sono in grado di giudicare quale di due insiemi di elementi è più numeroso a prescindere da come gli elementi sono distanti fra loro (sebbene questa sia una variabile che influenza la loro prestazione). Inoltre i colombi danno risposte corrette anche se gli elementi hanno dimensioni differenti (ad esempio palline grandi mischiate a palline piccole). E sono particolarmente bravi a distinguere fra loro insiemi con parecchi elementi ciascuno, ad esempio 16 e 25, anziché insiemi con pochi elementi ciascuno. E' verosimile che in condizioni naturali questa capacità sia adattativa e serva loro a distinguere, e quindi a preferire, fonti di cibo che contengono più semi. Ma saper distinguere quantità differenti non significa contare. Per contare occorre anche essere in grado di sommare quantità. Un esperimento in questo senso è stato condotto con gli scimpanzè da Sarah Boysen e i suoi collaboratori nel laboratorio di Primate Cognition Project dell' Ohio State University. Innanzitutto questi ricercatori statunitensi hanno insegnato ad alcuni scimpanzè a usare cifre arabe (1, 2, 3. . ) per rappresentare corrispondenti quantità di oggetti (blocchetti di legno, aranci, caramelle). Questi scimpanzè hanno imparato a comprendere e produrre correttamente i numeri da 0 a 8 (altri scimpanzè arrivano a 10). I test consistevano nel mostrare un numero e nel richiedere all' animale di indicare in quale piattino ci fosse quel numero di oggetti (test di compressione) o di presentare un piatto con un certo numero di oggetti e nel richiedere di selezionare il numero corrispondente a quel numero di oggetti. Poi nell' esperimento si richiedeva a Sheba, una scimpanzè femmina di sette anni, di sommare insiemi di aranci (o di addizionare i numeri) che si trovavano in tre diverse postazioni, visibili ciascuna da punti differenti della gabbia. La somma totale non superava mai il valore cinque, dato che Shaba, quando questo studio fu eseguito, aveva imparato solo i numeri sino al cinque. Muovendosi da un posto all' altro lo scimpanzè doveva guardare il contenuto di ogni postazione, tenerlo a mente e sommarlo con il contenuto della postazione successiva, sino ad arrivare alla postazione somma, in cui per l' appunto doveva indicare la risposta corretta. Sheba risolse le due versioni di questo problema (sommare insiemi di oggetti reali cioè unire insiemi e addizionare numeri) dalla prima sessione sperimentale che le fu presentata. A volte l' aver imparato l' uso simbolico dei numeri può risultare incredibilmente utile a trarsi d' impaccio. In un altro esperimento Sheba e Sarah, un' altra scimpanzè, si trovarono davanti il seguente problema: a turno dovevano indicare, fra due vassoi contenenti quantità differenti di caramelle, quello da dare alla loro compagna. Eseguita la scelta, potevano mangiarsi il contenuto del vassoio che non avevano indicato. Ovviamente, ogni individuo voleva tenere per sè il vassoio con più caramelle. Di fronte a questo problema... non ci fu nulla da fare: ambedue gli scimpanzè indicavano il vassoio con più caramelle, quello che avrebbero voluto per sè e ciò capitava non certo per generosità. Era come se Sheba e Sarah non riuscissero a fare mentalmente un passo avanti nel tempo e pensare che se indicavano il vassoio con meno caramelle, dopo si sarebbero trovate loro stesse ad avere il vassoio preferito. I ricercatori rimasero stupefatti quando, sostituite caramelle con numeri, Sheba (che in precedenza aveva imparato i numeri) indicò il numero più basso risolvendo così il problema. Quali processi mentali ed emotivi abbiano permesso questo repentino cambiamento e quali cambiamenti comporti la possibilità di ragionare più in astratto di quanto stimoli reali possano permettere, sarà il tema delle prossime ricerche. Elisabetta Visalberghi Istituto di Psicobiologia Cnr, Roma


VULCANOLOGI AI LINCEI Il rischio Vesuvio Un milione di persone minacciate
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: GEOGRAFIA E GEOFISICA, VULCANO
NOMI: SANTACROCE VITTORIO, DOBRAN FLAVIO
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 082

I L Vesuvio si risveglierà ? Quando? Darà qualche segnale premonitore? E il suo riveglio non rischia di essere disastroso come quello che nel 79 dopo Cristo segnò la distruzione di Ercolano e Pompei? Nei giorni scorsi Roberto Santacroce, dell' università di Pisa, ha detto che per il momento la probabilità che il vulcano entri in attività è molto bassa, addirittura nulla per i prossimi sei mesi; ma che più passa il tempo più le conseguenze di un' eruzione si prospettano gravi. Il più celebre, studiato, dipinto e cantato vulcano del mondo, nonostante le continue osservazioni di cui è oggetto resta un enigma; da cinquant' anni dorme un sonno appena turbato da qualche brontolio sotterraneo; la calma apparente ha indotto l' uomo a riprendere confidenza con «a muntagna» e così alle sue falde, nelle regioni in cui piovvero le ceneri e i lapilli del 79, oggi vive un milione di persone, con una densità, a Portici e a Torre del Greco, di 20 mila abitanti per chilometro quadrato, tra le più alte del mondo. «Il Vesuvio è ad alto rischio» ha affermato Giuseppe Luongo, uno dei massimi esperti di questo vulcano, nella sua relazione al simposio internazionale di vulcanologia organizzato a Roma il 24 e 25 maggio dall' Accademia dei Lincei e dal British Council. Un vertice di specialisti di tutto il mondo, che hanno parlato in generale delle grandi eruzioni esplosive ma che hanno finito per occuparsi soprattutto del Vesuvio Un' eruzione e la sua violenza, sostiene Luongo, sono strettamente collegate alla capacità del sistema vulcano di accumulare energia. Un vulcano può essere un sistema aperto, con una risalita costante di magma e frequenti eruzioni; la lava può distruggere campagne e città, come ha fatto spesso l' Etna, ma la gente può mettersi in salvo. Oppure può essere un sistema chiuso, come è il Vesuvio in questa fase. Quanta energia ha accumulato? E come potrebbe rilasciarla? Potrebbe trattarsi di una serie di piccoli eventi, ma anche di un' unica, tremenda esplosione. Quella del Krakatoa, in Indonesia, del 1883, fu udita a cinquemila chilometri di distanza; quella di Thera, l' attuale Santorino nell' Egeo, avvenuta intorno al 1500 avanti Cristo, sbriciolò letteralmente l' isola riducendola agli attuali sparsi frammenti. Il passaggio dallo stato di quiete a quello dell' eruzione, sottolinea Luongo, è evidente solo poco prima dell' eruzione stessa. Di qui la difficoltà di prevederla. Di qui, incalza Flavio Dobran dell' Università di Pisa e dell' Applied Science Department della New York University, la necessità di mettere in piedi un «simulatore» del Vesuvio, uno strumento interdisciplinare di sorveglianza già più volte proposto dallo studioso ma mai realizzato che comprenda vulcanologi, geologi, geofisici, che faccia uso di modelli matematici e fisici e che sfrutti le potenzialità dei computer. «Il simulatore afferma Dobran potrebbe essere usato per ottenere mappe delle zone a rischio e per accertare il grado di vulnerabilità delle costruzioni dell' area vesuviana. Coloro che sono responsabili dell' attuale e del futuro benessere delle popolazioni della zona del vulcano dovrebbero rendersi conto che grazie a un simulatore del Vesuvio potrebbero evitare un genocidio». L' altro tema affrontato nelle discussioni è altrettanto drammatico: riguarda gli effetti delle eruzioni sul clima. L' eruzione del Pinatubo, nelle Filippine, avvenuta due anni fa, ha inviato nell' atmosfera 20 milioni di tonnellate di anidride solforosa. Essa sembra essere all' origine di un abbassamento di tre decimi di grado delle temperature medie annue del pianeta nel ' 92 e forse di mezzo grado alla fine di quest' anno. «Una eruzione esplosiva del Vesuvio secondo Santacroce potrebbe provocare una diminuzione della temperatura sulla Terra superiore a quella causata dal Pinatubo». Altri vulcani vanno tenuti sotto controllo nel Mediterraneo. Dell' Etna al simposio romano ha parlato Franco Barberi, lo studioso dell' Università di Pisa che ha ideato il piano di controllo delle colate laviche dell' anno scorso, primo esempio di intervento umano vittorioso contro l' enorme energia sprigionata da un' eruzione. Per Vulcano, nelle Eolie, si ritiene probabile una ripresa dell' attività entro cinque anni; per Stromboli le probabilità di un' eruzione consistente sono piuttosto alte. Infine Thera. «Le probabilità di una nuova esplosione ha detto a Roma Gerassimos Papadopoulos sono molto basse fino al 2000 ma aumentano considerevolmente dopo tale data. Tuttavia un piano di emergenza presentato da tempo non è stato ancora approvato». Tutto il mondo è paese. Vittorio Ravizza


FISICA La Francia passa in testa nella corsa del superfreddo che punta allo zero assoluto
Autore: FURESI MARIO

ARGOMENTI: FISICA
NOMI: KELVIN WILLIAM THOMSON
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 082

FERVONO gli esperimenti a temperature sempre più vicine allo zero assoluto, limite inferiore della scala termometrica ideata da Thomas W. Kelvin a metà del secolo scorso. Una scala che nella misura della temperatura esclude qualsiasi correlazione d' ordine convenzionale e arbitrario quale è, ad esempio, il punto del congelamento dell' acqua su cui si basa il valore limite inferiore della scala Celsius. A Kelvin va il merito di aver posto il gradino di partenza della sua scala termometrica su una base teorico scientifica, e più precisamente sulla teoria termodinamica. Dobbiamo qui ricordare che la meccanica statistica e la teoria cinetica dei gas dimostrano che la temperatura è correlata all' energia cinetica delle molecole e che è anzi un indice di detta energia. Ne consegue che l' aumento e il calo di temperatura in un corpo dipende dall' aumento o dalla diminuzione della velocità con cui si muovono le particelle che lo compongono. La temperatura misurata dalla scala Kelvin vien detta temperatura assoluta e il suo punto di partenza vien detto zero assoluto; a questa temperatura la velocità delle particelle è nulla. Lo zero assoluto della scala Kelvin corrisponde ai 273, 15 della scala centigrada Celsius. Lo zero assoluto indica una condizione praticamente irraggiungibile ma la corsa verso questo traguardo ha già raggiunto temperature estreme, dell' ordine del decimillesimo di grado al di sopra dello zero assoluto. L' ultimo valore limite è stato recentemente raggiunto in Francia, nel laboratorio di spettroscopia della Scuola Superiore Normale di Parigi, in cooperazione con il centro nazionale francese di ricerca spaziale. Il risultato si è ottenuto operando con atomi superfreddi di cesio, in condizioni di microgravità. Questi atomi, sotto l' azione dei raggi Laser, si muovono alla velocità di appena alcuni centimetri al secondo che però viene subito moltiplicata per mille dalla forza di gravità operante in condizioni normali. Ad evitare ciò, l' esperimento è stato condotto nello stato di microgravità ottenuto a bordo di un aereo in volo parabolico. Durante l' esperimento, un centinaio di milioni di atomi di cesio sono stati raffreddati dal laser alla temperatura di 15 milionesimi di grado Kelvin al di sopra dello zero assoluto. Risvolto pratico della ricerca in parola era la realizzazione di un cronometro cento volte più preciso di quelli attuali di tipo molecolare o atomico. Un' idea dell' estrema precisione che si vuole ottenere nella misura del tempo può venir data ricordando quella raggiunta dagli orologi atomici. Questi funzionano in base al costante confronto con le vibrazioni naturali di certi atomi, con preferenza per il cesio la cui frequenza appare più stabile. La correlata radiofrequenza fa avanzare l' orologio di un secondo quando sia stato conteggiato, elettronicamente, il numero delle vibrazioni dell' atomo di cesio. La definizione del secondo viene oggi espressa quale durata di 9. 192. 631. 770 oscillazioni della radiazione emessa dall' atomo di cesio 133. L' ultimo orologio del genere, funzionante con le vibrazioni dello ione ammonio, ha un margine di errore di un secondo ogni milione e settecento mila anni Orologi di una tale precisione si trovano nei laboratori preposti all' emissione dei segnali orari e negli osservatori astronomici. I cronometri atomici vengono inoltre impiegati nella determinazione del punto nave e nei telerilevamenti via satellite, come pure negli esperimenti più sofisticati della fisica teorica come, ad esempio, l' intrappolamento di pareticelle di antimateria e, in particolare, di antiprotoni ultrafreddi. Mario Furesi


CONVEGNO DI MECCANICA CELESTE Dobbiamo dire grazie alla Luna Mantiene stabile il clima e le stagioni
Autore: CELLETTI ALESSANDRA, PEROZZI ETTORE

ARGOMENTI: ASTRONOMIA, MATEMATICA, CONGRESSO
NOMI: LASKAR JACQUES
LUOGHI: ITALIA, L' AQUILA
NOTE: 082

SI conclude domani presso il Dipartimento di matematica dell' Università dell' Aquila il primo Convegno nazionale di meccanica celeste. Stelle lontane e pianeti del sistema solare, evoluzioni orbitali di comete e traiettorie per sonde spaziali: il convegno è stato un viaggio dai «bulloni» degli ingegneri all' eleganza delle teorie matematiche. Tra gli studi presentati, uno in particolare sta suscitando un crescente interesse. Lo si può riassumere in una frase ad effetto: «L' obliquità dei pianeti è caotica». Una frase piccola dalle conseguenze molto grandi. Jaques Laskar, ricercatore al Bureau des Longitudes di Parigi, partendo da uno studio sulla rotazione dei pianeti, è giunto a trarre importanti conseguenze sull' avvicendarsi delle stagioni nell' arco di milioni di anni e a studiarne l' influenza riguardo a un tema delicato come l' evoluzione della vita sulla Terra. Il tutto coinvolgendo la buona vecchia Luna. Ma andiamo con ordine. Innanzi tutto ricordiamo che i pianeti sono come grandi trottole in orbita attorno al Sole. L' «obliquità » è l' inclinazione del loro asse di rotazione rispetto al piano orbitale. E' l' obliquità responsabile dell' avvicendarsi delle stagioni, poiché un emisfero del pianeta risulta più esposto ai raggi del Sole durante il periodo che noi chiamiamo «estivo», che corrisponde a una ben precisa configurazione dinamica. Un pianeta con obliquità nulla ruota su se stesso attorno a un asse perpendicolare al piano orbitale: la sua prospettiva rispetto al Sole non cambia mai durante l' anno e quindi la durata del giorno e della notte sarà sempre la stessa a qualsiasi latitudine e in ogni periodo dell' anno. Fortunatamente la Terra è inclinata, di circa 23 gradi, e di conseguenza abbiamo una vita più movimentata. Basta avere un po' di pazienza e possiamo goderci la neve e il caldo senza grandi spostamenti. Se ci allontaniamo dalla Terra e diamo uno sguardo ai due pianeti ad essa più simili, Venere e Marte, troviamo delle sorprese. Marte è straordinariamente simile al nostro pianeta: il suo giorno dura appena poche decine di minuti più di quello terrestre, la sua obliquità è praticamente la stessa. Venere è invece ben diversa. Ruota molto lentamente, e addirittura in senso inverso rispetto alla Terra e agli altri pianeti] Come spiegare questa situazione? Jaques Laskar ha mostrato che l' obliquità di questi pianeti non solo non è costante su tempi astronomici (si parla di milioni di anni), ma segue percorsi instabili, disordinati, difficili da predire: in una parola, caotici. Laskar ha anche calcolato che le variazioni possono essere di notevoli proporzioni. Nell' arco di «appena» cinque milioni di anni Marte potrebbe raggiungere anche i 60 gradi di obliquità massima, mentre la rotazione retrograda di Venere potrebbe essere spiegata con un «ribaltamento» dell' asse di rotazione dovuto proprio a un meccanismo caotico. E la Terra? Senza la Luna saremmo anche noi nei guai: grandi variazioni dell' obliquità fino a un massimo di 80 gradi] I tre pianeti sarebbero dunque trottole impazzite che cambiano con continuità il loro orientamento nello spazio con conseguenze climatiche catastrofiche: stagioni sempre più differenziate, variazioni notevoli nella durata del giorno tra il periodo estivo e quello invernale. Basti pensare che cambiamenti di appena 1 grado nell' obliquità sono stati all' origine dei periodi di glaciazione sulla Terra. C' è da chiedersi come possa sopravvivere e adattarsi la vita su un pianeta in cui l' obliquità subisce grandi variazioni. Ad esempio con un valore di obliquità pari a 54 gradi il nostro pianeta sarebbe così inclinato da ricevere meno riadiazione solare all' equatore che non ai poli] Ed è a questo punto che viene in aiuto la Luna. Il nostro satellite non può essere trascurato nello studiare la dinamica della Terra a causa della sua grande massa (appena 80 volte più piccola di quella della Terra). Se la si include nel modello di Laskar, si vede che il suo orbitare intorno al nostro pianeta ha un effetto positivo, stabilizzante. Scompaiono le variazioni drastiche dell' obliquità o meglio vengono «rallentate» al punto da presentarsi eventualmente in tempi dell' ordine dei miliardi di anni, comparabili con l' età dell' intero sistema solare. Non sono altrettanto fortunati nè Marte, che ha due satelliti minuscoli, nè Venere, che non ne ha affatto. Nel caso della Terra invece una «anomalia» come quella rappresentata dalla presenza della Luna favorisce l' insorgere di un' altra «anomalia», quale la presenza della vita sembra essere da un punto di vista strettamente probabilistico. E la Luna, un po' affrettatamente dimenticata dopo le missioni Apollo, ci dà un motivo in più di riconoscenza. Da ricordare nelle notti di plenilunio. Alessandra Celletti Ettore Perozzi


SCAFFALE Damnotti Sandra: «Come si può insegnare l' intelligenza», Giunti Lisciani Editori
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: DIDATTICA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 082

CENTO pagine per scoprire che intelligenti si può diventare. In uno slogan, questo è il libro dell' ottimismo pedagogico. Cioè della fiducia nella potenza quasi illimitata dell' atto educativo, della capacità di insegnare e soprattutto della capacità di imparare. Dunque la fiducia è equamente suddivisa tra il maestro e l' allievo. Ma l' accento non batte sui poli che maestro e allievo rappresentano in tanta pedagogia tradizionale. L' accento cade invece su ciò che collega questi poli: la «mediazione». E' lì che si gioca tutto. Maturità affettiva e intelligenza astratta, capacità di adattamento e creatività: tutto si può insegnare e si può imparare, a patto che la mediazione pedagogica sia adeguata Dietro c' è il pensiero di Piaget e del suo allievo Feuerstein. Non però in modo dogmatico, perché quel pensiero è passato attraverso elaborazioni autonome ed esperienze personali: l' autrice ha applicato e verificato la teoria della mediazione prima in qualità di madre, poi di insegnante, infine di pedagogista. Mai come oggi la pedagogia ha potuto avvalersi di contributi interdisciplinari. Le neuroscienze indagano sullo sviluppo e sul funzionamento del cervello, la genetica identifica i meccanismi dell' ereditarietà, la psicologia misura e interpreta i comportamenti, la sociologia disegna il quadro per connettere queste nuove nozioni. Ogni contributo è importante, ma basta assolutizzarlo per avvertirne l' insufficienza. Il caso della definizione dell' intelligenza che questo libro affronta nelle prime pagine è esemplare. L' intelligenza non è solo eredità genetica e non è solo ambiente, così come non è solo un insieme di comportamenti. E', piuttosto, qualcosa di dinamico e di plastico, in continua evoluzione. Ecco perché diventa così importante la mediazione pedagogica a cui ci esponiamo da bambini, da ragazzi, da adulti, senza limiti di età. Ai primi cinque capitoli, dal taglio in prevalenza teorico (ma senza mai sacrificare la chiarezza e la piacevolezza della scrittura), Sandra Damnotti preside di scuola media ora ricercatrice presso l' Irrsae Piemonte e già autrice del saggio «Oltre l' insuccesso scolastico» edito dalla Sei fa seguire un capitolo con esempi concreti del processo di mediazione educativa dalla prima infanzia all' adolescenza all' età adulta; dove diventa chiaro come la mediazione non sia mai, nè possa essere, a senso unico: alla fine è il maestro a imparare dall' allievo, la madre dai figli. E il cerchio si chiude. Un libro per chi lavora nella scuola, ma ancora di più per tutti i genitori


Scaffale Autori vari: «Oltre i limiti dello sviluppo», Il Saggiatore
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: DEMOGRAFIA E STATISTICA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 082

Lo studio del Club di Roma sui «Limiti dello sviluppo» ha fatto discutere per vent' anni, dividendo i lettori in detrattori e in seguaci fedeli di quella «profezia scientifica». Gli autori della storica ricerca tornano ora sugli stessi temi per una verifica e una riformulazione delle loro tesi. Con il senno di poi oggi sappiamo che alcune previsioni si sono realizzate, altre no. La popolazione mondiale, per esempio, è aumentata ancora in modo preoccupante ma la produzione ha fatto fronte all' aumento meglio di quanto si potesse supporre. Variabili come i progressi tecnologici e i fattori politici (si pensi alla caduta dell' Unione Sovietica) si sono dimostrate difficili da valutare. Rimane tuttavia vero il presupposto di fondo: una crescita esponenziale è insostenibile. E l' umanità si muove lungo un grafico esponenziale pensando però in termini di crescita lineare.


Scaffale Trevi Mario: «Saggi di critica junghiana», Feltrinelli
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: PSICOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 082

La fertilità del pensiero di Jung si vede anche nel moltiplicarsi degli studi e delle direzioni di ricerca che ad esso si rifanno. Questi saggi sviluppano in particolare i temi della metafora onirica, del concetto di proiezione e della didattica.


COLIBRI' Letargo da viaggio Per non perdere peso di notte
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ANIMALI
NOMI: HIXON MARK
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 083

PRIMA di mettersi in viaggio, l' automobilista calcola quanta benzina gli occorra. Allo stesso modo il colibrì valuta esattamente di quanto combustibile avrà bisogno il suo organismo per compiere il tragitto migratorio. E' questa l' ultima scoperta compiuta dagli studiosi sulle minuscole gemme volanti d' America. Tra i colibrì vi è l' uccello più piccolo del mondo, l' uccello mosca di Cuba (Mellisuga minima), lungo cinque centimetri, due grammi di peso. Ma anche gli altri sono di formato mignon. Il loro peso va da tre a otto grammi. Pesi piuma nel vero senso della parola. Sembra incredibile che creature così minuscole abbiano in sè tanta energia. Eppure questi piccoli volatili, più perfetti dei nostri elicotteri, compiono incredibili evoluzioni aeree. Sanno volare in tutte le direzioni in avanti, all' indietro, a destra, a sinistra, anche verticalmente all' insù o all' ingiù e sanno perfino mantenersi sospesi nell' aria vibrando freneticamente le ali, come fanno quando fermi davanti a un fiore, vi ficcano dentro il lunghissimo becco sottile e la lingua ancora più lunga per succhiare il nettare nascosto in fondo alla corolla. Alcuni poi compiono migrazioni a lunga distanza. Il golarubino (Archilocus colubris) migra dal Canada a Panama. Il colibrì calliope (Stellula calliope) sverna nel Messico e si spinge in estate fino alla Columbia britannica. Il colibrì rossastro (Selasphorus rufus), che nidifica addirittura in Alaska, sverna anche lui nel Messico. Il che significa che compie due volte all' anno un viaggio di circa tremila chilometri. Tra le 336 specie di colibrì conosciute, la biologa F Lynn Carpenter dell' Università di California a Irvine, che studia da dieci anni i loro stupefacenti exploit, ha scelto proprio questo formidabile migratore. E ha stabilito il suo campo base nella Sierra Nevada, dove il colibrì rossastro fa una sosta durante il suo viaggio migratorio che dura circa un mese. Fa sosta per attingere al nettare dei fiori di montagna e ricostituire così le riserve adipose che ha consumato nella prima parte del viaggio. Mammiferi e uccelli di piccole dimensioni perdono calore molto rapidamente e hanno bisogno di consumare grandi quantità di cibo per compensare la perdita. I colibrì in particolare, per mantenere costante la temperatura del corpo, che si aggira sui quarantaquattro gradi, già a riposo hanno bisogno di consumare ossigeno in quantità da tre a otto volte superiore a quella di un crociere (Loxia curvirostra). In volo poi il consumo di ossigeno aumenta: è di circa 68 centimetri cubi per grammo. Per affrontare viaggi di migliaia di chilometri, i colibrì devono avere un cuore d' acciaio Infatti il loro cuore è, in proporzione, tre volte più grosso di quello di un piccione. Batte con una frequenza da 500 a 1160 pulsazioni al minuto. E il sangue è ricchissimo di globuli rossi. Ne contiene 6 milioni 590 mila per millimetro cubo. Le ali battono a una rapidità tale che l' occhio umano non riesce a seguirne i movimenti. Ottanta battiti al secondo nei voli normali e addirittura duecento al secondo nei voli di corteggiamento quando, dopo essere passato e ripassato davanti alla femmina compiendo archi di cerchio come quelli di un pendolo, il maschio punta diritto verso il cielo e da lassù scende in picchiata fermandosi infine davanti a lei sospeso sulle ali vibranti. A un metabolismo così elevato corrisponde un enorme consumo energetico. Per alimentare il loro motore in perenne movimento, gli uccelletti hanno bisogno di mangiare a più non posso. Circa 180 pasti al giorno. Arrivati nella Sierra Nevada, i colibrì rossastri anzitutto si impadroniscono ciascuno di un territorio. Il che significa che nello spazio occupato nessun intruso può venir a succhiare il nettare dai fiori Però, pur essendo questa specie una delle più aggressive, il combattimento corpo a corpo viene quasi sempre evitato perché troppo dispendioso dal punto di vista energetico. Specialmente se c ' è cibo in abbondanza, l' occupante del territorio tollera l' intrusione di estranei senza protestare. Solo se le risorse sono limitate, allora è giocoforza difenderle a oltranza. Comunque, l' importante è mangiare, cioè succhiare il nettare da quanti più fiori possibile. Per sapere esattamente quanto nettare il colibrì ingerisce in ciascun pasto, la Carpenter ha utilizzato un dispositivo di recente invenzione, una bilancina di ultraprecisione costruita dallo zoologo Mark Hixon dell' Oregon State University. Una trovata davvero ingegnosa che consente all' uccello di autopesarsi, senza nessuna azione di disturbo da parte dell' uomo. Si tratta in sostanza di uno speciale posatoio che poggia su un congegno elettronico sensibilissimo, capace di registrare fino a un centesimo di grammo. L' apparecchio consente anche di calcolare il risparmio energetico dell' uccello durante quello stato di torpore notturno a metabolismo ridotto che equivale a un miniletargo. Una rara osservazione ha permesso alla ricercatrice di constatare che la notte prima della partenza per il proseguimento del viaggio, un colibrì rossastro abbastanza in carne aveva preferito entrare nello stato di torpore. In questo modo aveva consumato solo il dieci per cento della sua riserva energetica. Mentre se non fosse caduto in letargo avrebbe consumato durante la notte quello che aveva guadagnato in peso durante il giorno precedente. La ricercatrice ha scoperto che gli uccelli riprendono il viaggio in concomitanza con il vento favorevole solo quando hanno raggiunto il peso di 4, 6 grammi. Lo fanno coscientemente? Questo è l' interrogativo a cui non sappiamo dare una risposta. Ma la cosa è ugualmente straordinaria. Isabella Lattes Coifmann


GLI AIUTI AL SAHEL Che disastro, gli esperti] Luoghi comuni e interventi sbagliati
Autore: CARRADA GIOVANNI

ARGOMENTI: ECOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 083

PATETICO: così Mostafa Tolba, segretario generale dell' Unep, il Programma per l' Ambiente delle Nazioni Unite, ha definito il risultato di quindici anni (e sei miliardi di dollari) di interventi internazionali nel Sahel per fermare la desertificazione. Tutto era cominciato a Nairobi nel 1977, in occasione della prima Convenzione sulla desertificazione, sottoscritta sull' onda dell' emozione per la siccità che colpì la regione dal 1968 al 1973. Per questo o nonostante questo i Paesi del Sahel chiederanno a tutti i membri delle Nazioni Unite di sottoscrivere (e finanziare) una nuova Convenzione per tornare ad affrontare il problema. E l' Italia dovrebbe aderirvi. Secondo l' Unep, la desertificazione è il «degrado della terra nelle regioni aride e semiaride dovuto soprattutto a impatto umano». Se il deserto è creato dall' uomo, questo processo «può anche essere arrestato dall' azione dell' uomo» . Ogni anno, sempre secondo l' organismo delle Nazioni Unite, vengono «desertificati» ventun milioni di ettari di suolo produttivo. Sei irreversibilmente. E il 25% del pianeta sarebbe «coinvolto» nella desertificazione. In realtà, secondo alcuni studi degli ultimi anni, quello del «deserto creato dall' uomo» è un po' un mito. Il lavoro dei ricercatori ha smontato uno per uno molti dei cosiddetti «fatti» sui quali sono stati programmati fino a oggi gli interventi internazionali. A cominciare dall' idea che il deserto avanza. Le immagini dei satelli analizzate al Goddard Space Flight Center della Nasa mostrano invece un Sahara che si espande nelle annate più aride, e si ritira rapidamente al ritorno delle piogge. Fluttuazioni anche di decine di chilometri sono comprensibili in una regione sensibilissima alle variazioni climatiche, dove la piovosità media, procedendo verso Nord, diminuisce di un millimetro ogni chilometro e mezzo. Nè il deserto si crea intorno agli insediamenti dei pastori e agricoltori saheliani, come continua ad affermare l' Unep. Il geografo inglese Andrew Warren, che proprio per conto dell' Unep ha riesaminato il problema, non è neppure riuscito a trovare almeno per i villaggi correlazioni convincenti tra densità di popolazione ed episodi di degrado ambientale. Alla base di quanto si credeva di sapere c' è infatti un altro mito, quello secondo il quale quelli aridi sarebbero ecosistemi fragili e particolarmente vulnerabili, facili vittime di un degrado «irreversibile» come le foreste tropicali. Al contrario, l' ecosistema del margine del deserto, proprio perché soggetto a rapide e continue fluttuazioni climatiche, è capace di recuperi altrettanto rapidi. La vegetazione è naturalmente adattata a un ambiente estremamente dinamico, e in certi casi può riprendersi a distanza di poche ore dal ritorno delle piogge. E' interessante a questo proposito il fatto che, nonostante le due gravi siccità del 1968 73 e 1981 88, quelle che portarono le immagini della fame sui teleschermi di tutto il mondo, secondo l' Agenzia Svedese per lo Sviluppo negli ultimi 25 anni la produzione agricola del Sahel non è andata diminuendo. La fame, naturalmente esiste. Duecento milioni di persone dal Senegal al Sudan sono periodicamente esposte alle conseguenze della siccità. Ma la colpa non è delle loro greggi, la cui consistenza anzi sanno perfettamente regolare grazie a una millenaria conoscenza dell' ambiente, nè nel modo in cui coltivano i campi. La fame viene da molto più lontano. I climatologi sanno che le siccità del Sahel, almeno dalla fine dell' ultima glaciazione, sono legate ad anomalie nella circolazione delle acque nell' Atlantico settentrionale. Se responsabilità dell' uomo c' è stata, spesso è stata proprio degli «esperti» arrivati con i programmi di aiuto internazionali. La perforazione di pozzi profondi e la sedentarizzazione di popolazioni nomadi hanno in alcuni casi provocato come a Nouakchott, la capitale della Mauritania, che ha visto la sua popolazione quadruplicarsi nel giro di pochi anni episodi di vero degrado ambientale. Prima di rimettere in moto la macchina degli aiuti internazionali conclude il rapporto di un gruppo di ricerca dell' università di Lund, in Svezia, che da dieci anni studia la questione sarebbe necessario dare più solide basi scientifiche all' azione dell' Unep, che finora ha combattuto sembra il nemico sbagliato. Giovanni Carrada


MORBO DI HUNTINGTON Un cervello di ricambio Ipotesi di trapianto di cellule fetali
Autore: GIACOBINI EZIO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, RICERCA SCIENTIFICA
NOMI: MADRAZO IGNACIO
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 083

I L successo, nella terapia del morbo di Parkinson, del trapianto di cellule umane fetali ha suscitato una nuova ondata di interesse per questo tipo di cura, peraltro piuttosto complessa nella sua attuazione pratica. L' arrivo di Clinton a Washington e la partenza di Bush, strenuo oppositore di ogni terapia che comporti l' uso di cellule derivanti da feti abortiti, ha rinnovato le speranze di migliaia di pazienti. Sta infatti comparendo all' orizzonte neurochirurgico un analogo tentativo per chi soffre del morbo di Huntington. Il neurochirurgo di Mexico City Ignacio Madrazo ha annunciato risultati apparentemente positivi in un piccolo numero di pazienti. Nel caso del Parkinson, l' intervento è facilitato, almeno nelle sue premesse teoriche, dal fatto che il messaggio chimico mancante, la dopamina, è stato chiaramente identificato e il miglioramento del malato è connesso alla ripresa della produzione di dopamina. Nel caso dell' Huntington, invece, non è ancora ben chiaro quale sia il mediatore chimico compromesso dalla malattia. L' Huntington è caratterizzato da un progressivo deterioramento delle funzioni intellettive e da abnormi movimenti involontari. Anche qui, come nel Parkinson e nell' Alzheimer, assistiamo a una progressiva decimazione delle cellule nervose. I danni neurochimici maggiori non sono però a carico della dopamina come nel Parkinson ma di altri neurotrasmettitori come il GABA, la sostanza P e neuro peptidi come l' encefalina e la somatostatina. Una pura terapia sostitutiva di uno solo di questi trasmettitori probabilmente non basta. Non basta quindi che le cellule fetali sopravvivano. Esse devono anche riuscire a ristabilire le connessioni nervose assai complesse distrutte dalla malattia. Secondo la comunicazione di Madrazo a New Orleans in ottobre, il primo paziente operato ha dimostrato un notevole miglioramento, anche se questo risultato non convince tutti. Alcuni accusano poi Madrazo di aver preso una scorciatoia e di esser giunto al test nell' uomo senza un' adeguata preparazione sui modelli sperimentali su animali. Ole Isacson, un neurobiologo di Harvard, sta appunto seguendo questa strada. Innanzitutto ha creato un modello di Huntington nel ratto che simula la distruzione delle stesse regioni del cervello umano. In secondo luogo ha tentato di trapiantare del tessuto embrionale dello stesso animale osservandone l' effetto. Più recentemente ha operato cinque scimmie. Dopo nove settimane dall' intervento gli animali sembrano dimostrare un miglioramento, con una riduzione dei movimenti involontari caratteristici dell' Huntington sperimentale (provocato mediante lesione chimica alle stesse zone affette nella malattia). Più importante, il ricercatore ha potuto dimostrare la sopravvivenza dei trapianti fetali nel cervello dell' ospite. Malgrado tali incoraggianti risultati Isacson ha affermato cautamente: «Non siamo ancora pronti ad operazioni nell' uomo». Ezio Giacobini Università del Sud Illinois


E' l' ora dell' apomorfina Nuovo farmaco per il Parkinson
Autore: DI AICHELBURG ULRICO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
NOMI: BERGAMASCO BRUNO
ORGANIZZAZIONI: ASSOCIAZIONE ITALIANA PARKINSONIANI
LUOGHI: ITALIA, TORINO
NOTE: 083

SI costituisce a Torino, presso la Clinica neurologica dell' Università diretta da Bruno Bergamasco, la sezione regionale dell' Associazione Italiana Parkinsoniani, che aiuta a convivere col morbo di Parkinson e raccoglie fondi per le ricerche. Sono i malati e i loro congiunti a gestire l' associazione. La terapia medica, per quanto efficace, richiede anche sostegni psicologici e di solidarietà e bisogna far conoscere al pubblico i problemi di questa patologia. Il morbo di Parkinson, i cui sintomi essenziali sono il tremore continuo, i movimenti lenti e difficili e la rigidità dei muscoli, causati da una lesione della substantia nigra del cervello, ha quale farmaco più potente (variamente combinato con altri) la Levodopa, che fornisce dopamina, una sostanza neurotrasmettitrice carente nel cervello dei parkinsoniani. Ma non v' è una cura standard data la grande variabilità del decorso, della gravità, delle caratteristiche cliniche. Oggi un particolare interesse si concentra sulla fase avanzata della malattia, nella quale l' efficacia dei farmaci tradizionali diminuisce e si ha il cosiddetto fenomeno «on off» (acceso spento) vale a dire una fluttuazione della mobilità, periodi alternativi di efficienza motoria e di incapacità a muoversi, insieme con altri sintomi. Per vari motivi il numero di questi casi di «Parkinson complicato» è in aumento. Si è andati quindi alla ricerca di nuovi farmaci. Uno di questi, l' apomorfina, è in realtà noto da tempo come provocatore del vomito, perciò utilizzato negli avvelenamenti, ma si è visto che unito ad un altro farmaco, il peridone, perde l' effetto emetico e viceversa diventa un potentissimo stimolante della produzione di dopamina. Ha una durata di azione breve, d' una quarantina di minuti, ma si può somministrarlo sottocute in modo continuo con micropompe, analogamente a quanto oggi si fa per l' insulina nei diabetici. E' risultato poi utile un particolare accorgimento, una graduale riduzione della Levodopa sino alla soppressione per 10 20 giorni, il che richiede il ricovero in ospedale. Poi si riprende, sempre gradualmente, la terapia con Levodopa, la quale, dopo questa «vacanza», recupera una netta e prolungata efficacia, come se i recettori cerebrali per la dopamina si fossero «ripuliti». Nella Clinica neurologica di Torino il Parkinson in fase tardiva è particolarmente studiato. Fra l' altro si è visto che l' apomorfina rende meglio tollerabile la vacanza terapeutica di Levodopa. E' un dato per ora unico nell' esperienza internazionale. Ulrico di Aichelburg


STRIZZACERVELLO Soluzione unica
Autore: PETROZZI ALAN

ARGOMENTI: GIOCHI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 084

Soluzione unica Questo enigma di distribuzione di numeri è un vero e proprio classico nel suo genere. Il problema consiste nel sostituire le lettere dello schema esagonale mostrato in figura con i numeri da 1 a 19 in modo che ogni fila di tre, quattro o cinque caselle numerate prese in qualunque direzione presenti la stessa somma. Dovranno dunque dare lo stesso totale ad esempio i numeri delle file ADH oppure CGN, delle file BEIO oppure DIPT, delle file AELQU oppur CFLPS. La soluzione domani, accanto alle previsioni del tempo. (A cura di Alan Petrozzi)


LA PAROLA AI LETTORI CHI SA RISPONDERE La E vince la gara della lettera più frequente
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 084

Perché la bandiera messicana riporta gli stessi colori, e nella stessa posizione, di quella italiana? L' origine del tricolore verde, bianco e rosso si trova nella bandiera delle «Tre garanzie» usata nella guerra di indipendenza contro la Spagna. Il bianco, il verde e il rosso simboleggiano rispettivamente la religione, l' indipendenza e l' unità degli Stati messicani. L' attuale sequenza dei colori venne definita nel 1823, copiando lo stendardo della respubblica Cispadana di Napoleone. Marco Mariscotti Acqui Terme (AL) Dopo la rivoluzione francese, le bandiere con varie combinazioni di tre colori si diffusero un po' ovunque. Il tricolore messicano venne adottato quando, terminata l' epoca napoleonica, quello italiano fu sospeso. Entrambi derivavano dal modello francese, nel quale però l' azzurro era stato sostituito dal verde Domenico Lucci, Torino Come funzionano i gabinetti delle stazioni spaziali e dello Shuttle, dato che non c' è forza di gravità ? Il gabinetto dello spazio Wcs, costato alla Nasa trenta milioni di dollari, ha un funzionamento concettualmente semplice. Esili sostegni e lacci per i piedi bloccano l' astronauta al sedile in un ambiente privo di gravità. I rifiuti vengono aspirati tramite una pompa centrifuga che utilizza aria riscaldata; un sistema di ventilatori centrifugo separa i rifiuti dall' aria che viene filtrata e reimmessa nell' ambiente. I rifiuti solidi sono compattati in contenitori modulari estraibili. Filippo Naronte, Torino Se il dispositivo si rompe, com' è accaduto durante alcune missioni, l' equipaggio deve accontentarsi dei sacchetti di plastica di cui si sono serviti tutti gli astronauti sin dalle missioni Apollo sulla Luna. Cristiano Basso Arma di Taggia (IM) Il nome del dispositivo è Wcs (Waste collection system, sistema di raccolta dei rifiuti) e il principio di funzionamento può essere assimilato a quello di un aspirapolvere. I rifiuti liquidi vengono gestiti separatamente da quelli solidi, mediante un apposito tubo di aspirazione. Il terminale del tubo è progettato in modo da poter essere utilizzato sia dagli uomini che dalle donne. I rifiuti solidi vengono aspirati, sminuzzati e centrifugati dal cosiddetto «Slinger » (fromboliere). Quando ci sono rifiuti solidi che non è opportuno sminuzzare, lo Slinger viene fatto girare a velocità ridotta in modo che le sue lame non si aprano per forza centrifuga. L' utente viene trattenuto alla vita con un sistema simile alle cinture di sicurezza degli aerei di linea. Sandro Tonegutti, Torino Qual è la lettera dell' alfa beto più frequente? E' la «e»: nelle vecchie casse tipografiche che contenevano i caratteri mobili per la composizione a mano, il cassetto al centro, il più grande, era proprio quello della «e». Giuseppe Comazzi Trino (VC) Abbiamo realizzato sul computer un breve programma che analizzasse la frequenza delle varie lettere dell' alfabeto in un testo di letteratura (90 pagine). Ecco i risultati: E= 11, 3%; I= 11, 2%; A= 10, 5; O= 8, 4%. N= 7, 3%; L= 6, 5%; R= 6, 2%; S= 5, 9. Seguono: T, D, C, U, G, P. Alfredo Benso, Silvia Chiusano Torino Il virus dell' influenza viene trasportato da un continente all' altro dagli uccelli migratori. Ma perché loro non si ammalano? I virus responsabili dell' influenza sono tanti e costituiscono il gruppo degli Ortomixovirus. Questo gruppo comprende le specie A, B e C, ma solo la B e la C colpiscono l' uomo. Del resto, i vari ceppi in cui è suddivisa ogni specie possiedono antigeni differenti. Una così grande specificità spiega perché gli uccelli vettori dei virus in questione non cadano vittima degli stessi. Sabrina Iuliano, Torino


CHI SA RISPONDERE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 084

Perché è tanto dura da riaprire la porta magnetica appena richiusa di un frigorifero in funzione? Come fanno gli uccelli che nidificano nei campanili a sopportare il rumore fortissimo delle campane? Maria Angela Pronello Da dove deriva il termine «aggiotaggio» ? Nicola Pozzato Per quanto tempo si può resistere tenendo la testa immersa sott' acqua? Ugo Lepri


I FUSI ORARI Lo Stivale al passo con l' Europa Un secolo fa Roma smise di dar l' ora all' Italia
Autore: BARONI SANDRO

ARGOMENTI: GEOGRAFIA E GEOFISICA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: C. Il meridiano dell' Europa centrale passa per l' Etna
NOTE: 084

FINO a non molto tempo fa anche in città relativamente vicine gli orologi indicavano ore diverse. Come mai? La diversità è dovuta al fatto che luoghi con longitudine diversa hanno tempo solare diverso. La longitudine è la distanza, esprimibile in tempo o in gradi, dal meridiano fondamentale, assunto convenzionalmente come riferimento. Il mezzogiorno si ha quando il Sole raggiunge la massima altezza sull' orizzonte del luogo preso in considerazione. Poiché la Terra è rotonda (o quasi: ma qui la cosa non ci interessa), il mezzogiorno si verificherà nello stesso istante solo nelle località sullo stesso meridiano. Ad esempio per l' Europa possiamo dire, a parte piccole differenze, che Cagliari, Genova, Milano, Zurigo, Francoforte e Brema hanno il mezzogiorno vero nello stesso momento. Così pure Roma, Venezia, Berlino e Copenaghen hanno un loro comune mezzogiorno. Usare il tempo vero di ciascun luogo crea notevoli difficoltà nelle comunicazioni, avendo il Sole una diversa posizione sull' orizzonte di ciascuna località interessata. In conclusione il tempo solare non dà chiarezza sulla contemporaneità degli eventi. Nel secolo passato si adottava il tempo della capitale; per la Francia il tempo di Parigi, per la Svizzera il tempo di Berna e dopo l' unità d' Italia nella nostra patria si è usato il tempo di Roma. Nei rapporti con la Francia il nostro tempo differiva di ben 40 minuti. Tale è la differenza di tempo solare tra Roma e Parigi, e la confusione era massima nei pressi del confine tra le due nazioni. Molti furono i congressi che tentarono di unificare l' ora; si cominciò nel 1883 ad assegnare al meridiano di Londra, ossia il meridiano passante per l' antico osservatorio astronomico di Greenwich, il riferimento di un Meridiano fondamentale. Al meridiano di Greenwich fa riferimento tuttora il Tempo Universale in uso nel mondo scientifico per il calcolo delle effemeridi astronomiche che devono rifarsi a un tempo uniforme e univoco. Successivamente il globo è stato diviso in 24 fusi orari di 15 per un totale di 360, per coprire tutta la circonferenza della Terra. Ogni fuso orario ha un tempo caratteristico che è il tempo solare del suo meridiano di riferimento. Segue quello di Greenwich il meridiano che differisce di 15 e che casualmente passa proprio per la bocca del vulcano Etna tocca esattamente Battipaglia e Termoli e attraversa il mare Adriatico. A cavallo di questo meridiano sta il secondo fuso orario che è il tempo solare di Catania, Battipaglia e Termoli. Questo meridiano è chiamato dell' Europa Centrale; in passato fu a volte chiamato dell' Etna ed ancora più raramente dell' Adriatico. Dal 1 novembre 1893 l' Italia ha adottato il Tempo Medio dell' Europa Centrale, abbandonando da questa data il tempo di Roma. Dunque solamente coloro che abitano nei pressi del meridiano dell' Etna, ossia dell' Europa Centrale, hanno l' orologio che corrisponde al loro tempo solare medio. A Catania, Battipaglia e Termoli si ha questa coincidenza. Il Tempo Medio dell' Europa Centrale (che si usa in autunno ed in inverno), è adottato dai Paesi europei, dal Portogallo alla Polonia, per una estensione maggiore del fuso orario di appartenenza. L' Italia, come del resto altri Paesi, ha delle situazioni singolari. A occidente l' ultimo Comune è Bardonecchia mentre a levante è Otranto; entrambi avranno l' orologio che segna la medesima ora ma, astronomicamente parlando, avranno sempre una differenza di tempo solare di ben 48 minuti. Tra le città importanti, Torino ha il massimo ritardo «solare»: 29 minuti, in quanto è a ponente del Meridiano dell' Europa Centrale di oltre 600 chilometri. Sandro Baroni Planetario di Milano




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