TUTTOSCIENZE 7 ottobre 92


RICERCA NASA Caro E. T. fatti sentire Dal 12 ottobre, in ricordo di Colombo, parte la caccia a civiltà extraterrestri Si «ascolteranno» 800 stelle con i maggiori radiotelescopi, i risultati tra 10 anni
Autore: MACCONE CLAUDIO

ARGOMENTI: ASTRONOMIA, RICERCA SCIENTIFICA, AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
NOMI: COCCONI GIUSEPPE, MORRISON PHILIP
ORGANIZZAZIONI: NASA, SETI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 057

IL 12 ottobre 1492 Cristoforo Colombo sbarcava in America. Esattamente cinquecento anni dopo la Nasa festeggerà l' avvenimento in modo originale: lunedì 12 ottobre si terranno le due cerimonie di apertura di un programma della Nasa destinato a durare oltre 10 anni e denominato Seti (Search for Extraterrestrial Intelligence, cioè ricerca di civiltà intelligenti extraterrestri). Si tratta in pratica di utilizzare le più grandi antenne radio del mondo per vedere se è possibile captare segnali «intelligenti» che arrivino sulla Terra da eventuali civiltà disseminate negli abissi dello spazio. E' chiaro che se il programma della Nasa dovesse riuscire, mettendoci in contatto con esseri lontani, ma probabilmente più avanzati di noi, avremmo una svolta di enorme portata per la storia dell' umanità. La prima cerimonia si svolgerà alle ore 15 del 12 ottobre (le 21 in Italia) ad Arecibo, isola di Puerto Rico, nei Caraibi. Lì si trova il più grande radiotelescopio del mondo, un' antenna di 305 metri di diametro, gestita dagli astronomi della Cornell University di Ithaca, nello Stato di New York. La Nasa userà il radiotelescopio di Arecibo per compiere il «Seti Targeted Search», cioè la ricerca di eventuali segnali extraterrestri effettuata puntando il radiotelescopio su circa 800 stelle abbastanza vicine a noi, in quanto si trovano tutte a meno di 80 anni luce. Queste 800 stelle da osservare sono state accuratamente scelte dalla Nasa con un criterio preciso: tutte presentano uno spettro luminoso molto simile a quello del Sole. E' chiara l' ipotesi di lavoro: poiché l' unico esempio di civiltà intelligente a noi noto siamo (per ora) noi stessi, e poiché il Sole ha impiegato circa cinque miliardi di anni a darci la vita, supponiamo che le stelle simili al Sole siano quelle intorno a cui c' è una probabilità maggiore di trovare altre civiltà come la nostra, o più avanzate. Particolare attenzione verrà dedicata alle stelle tipo Sole che si trovano a meno di 20 anni luce, perché eventuali civiltà che vivono sui pianeti intorno ad esse possono già aver scoperto i nostri segnali radio e tv, e magari stanno già rispondendoci. La Nasa sintonizzerà il radiotelescopio di Arecibo sulle frequenze comprese fra 1 e 3 GigaHertz (GHz) e, in particolare, esaminerà la frequenza di 1420 MHz, detta «riga dell' idrogeno», tipica delle onde elettromagnetiche emesse dall' atomo di idrogeno neutro quando l' elettrone cambia il senso di rotazione su se stesso rispetto al senso di rotazione del protone. Secondo il suggerimento avanzato fin dal 1959 dal fisico italiano Giuseppe Cocconi (originario di Como) e dal fisico americano Philip Morrison del Mit, una civiltà extraterrestre che volesse segnalare la propria esistenza preferirebbe trasmettere i propri messaggi appunto sulla frequenza dell' idrogeno, perché è la più ascoltata dai radioastronomi. Ciò sembrerebbe creare un problema: se i messaggi degli extraterrestri e quelli emessi dall' idrogeno sono sulla stessa frequenza, come è possibile per noi distinguere gli uni dagli altri? La risposta è sottilmente matematica: le emissioni radio «naturali», come quella dell' idrogeno, hanno un' ampia «distribuzione gaussiana» di intensità centrata intorno alla frequenza di 1420 MHz, mentre gli extraterrestri sarebbero in grado di inviare una portante sinusoidale di strettissima banda intorno alla medesima frequenza di 1420 MHz, la cui distribuzione in frequenza sarebbe praticamente un picco nettissimo (una funzione delta di Dirac). Dunque, noi possiamo distinguere un segnale radio «intelligente» da uno «naturale» soltanto filtrando tutti i segnali attraverso un analizzatore spettrale che li «tritura» in bande strettissime: il segnale intelligente passerà oltre il filtro, quello naturale no. E' appunto quanto ha fatto la Nasa costruendo il «Mcsa» (Mega Channel Spectrum Analyzer), supercomputer dedicato che esegue l' analisi di Fourier via hardware attraverso bande sempre più strette fino a bande di 1 Hz. La seconda cerimonia di inaugurazione del programma Seti si svolgerà contemporaneamente alla prima, ma a Goldstone, località sperduta nel deserto del Mojave, in California, a mezzogiorno del 12 ottobre, ora locale. A Goldstone si trova la grande antenna parabolica da 70 metri di diametro che la Nasa ha usato per tenere i contatti radio con le sue sonde spaziali più lontane, ad esempio con i Pioneer 10 ed 11 e con i «Voyager» 1 e 2, che si trovano già tutti oltre l' orbita di Plutone, cioè fuori del sistema solare. Il programma Seti che si svolgerà a Goldstone sarà il cosiddetto «All Sky Survey», cioè un setacciamento generale di tutto il cielo visibile da Gold stone, ma con una sensibilità minore del «Targeted Search» in quanto l' antenna di Goldsto ne è più piccola di quella di Arecibo. Anche in questo caso ci si servirà di un supercomputer progettato apposta per filtrare gli eventuali segnali extraterrestri. Il programma di ricerca a Goldstone verrà messo in atto da un gruppo di scienziati del Jpl, il famoso Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, in California, che da sempre è stato la fucina dei cervelli a cui l' America deve i suoi successi spaziali. Claudio Maccone Centro di Astrodinamica «Giuseppe Colombo», Torino


In ascolto a Bologna Anche l' Italia cerca omini verdi
Autore: BIANUCCI PIERO

ARGOMENTI: ASTRONOMIA, RICERCA SCIENTIFICA, AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
NOMI: MONTEBUGNOLI STELIO, ORFEI ALESSANDRO, D' AMICO NICOLA
ORGANIZZAZIONI: NASA, SETI, CNR
LUOGHI: ITALIA, BOLOGNA
NOTE: 057. Civiltà extraterrestri

CI saranno anche scienziati italiani ad ascoltare gli eventuali messaggi del Signor E. T. ? La cosa non è ancora del tutto sicura, ma probabilmente sì. Tra la Nasa e l' Istituto di radioastronomia del Cnr di Bologna sono in corso contatti per vedere se è possibile ritagliare, tra gli altri programmi di ricerca, un po' di tempo da dedicare alla caccia di segnali artificiali provenienti dallo spazio. Uno degli strumenti dell' Istituto del Cnr è particolarmente adatto alla sezione «Sky Survey» del programma Seti «Columbus» che la Nasa varerà il 12 ottobre: è la «Croce del Nord », una grande schiera di antenne situata a Medicina, presso Bologna, che vanta un' area di raccolta dei segnali di ben trentamila metri quadrati. Il radiotelescopio «Croce del Nord» può essere puntato soltanto in declinazione. E' quindi la rotazione della Terra a dirigerlo progressivamente verso regioni diverse del cielo, facendogli spazzare la volta celeste fino a centrare la sorgente desiderata. La sensibilità ai segnali radio cosmici della «Sky Survey» sarà da mille a diecimila volte minore di quella che verrà raggiunta nell' ascolto mirato delle 773 stelle di tipo solare incluse nella sezione «Targeted Search». In compenso però la gamma di frequenze esplorata coprirà un intervallo tre volte più ampio (da 1 a 10 GHz) e l' estensione del campo è tale permettere, forse, se non proprio di stanare E. T., di scoprire oggetti e fenomeni radioastronomici nuovi: cosa un po' meno eccitante ma pur sempre molto suggestiva. Questa eventualità dovrebbe aiutare a superare le resistenze dei ricercatori che si contendono il tempo di uso del radiotelescopio di Medicina. La caccia ai segnali intelligenti extraterrestri è infatti da molti ritenuta una inopportuna sottrazione di possibilità di studio su temi più concreti e di sicuro interesse. C' è però un manipolo di studiosi di parere diverso. Sono l' ingegner Stelio Montebugnoli, responsabile dello sviluppo tecnologico del radiotelescopio «Croce del Nord», Alessandro Orfei, Goliardo Tomassetti e Nicola D' Amico del Cnr, affiancati da Giancarlo Setti e Gavril Grueff dell' Università di Bologna. Lucia Padrielli, direttrice dell' Istituto del Cnr, è impegnata nei contatti con la Nasa. Università e Cnr, inoltre, stanno pensando a un programma di bioastronomia coordinato da Cristiano B. Cosmovici, dell' Istituto di fisica dello spazio del Cnr (Frascati). Il secondo grande strumento installato a Medicina un paraboloide orientabile di 33 metri di diametro, potrebbe anche essere utilmente impiegato nella sezione «Targeted Search» del programma Nasa «Columbus». Le sue dimensioni non possono competere con quelle dei paraboloidi di Arecibo (305 metri) e di Goldstone (70 metri), ma permetterebbero di confermare osservazioni fatte con gli strumenti maggiori. A chi volesse altre informazioni sui programmi Seti suggeriamo i numeri di ottobre delle riviste «Orione» e «L' astronomia» e il volume «Seti» di Edward Ashpole, edito da Geo. Infine, una curiosità. Tra gli scienziati impegnati in «Columbus» all' Ames Research Center della Nasa, in California, c' è il fisico Kent Cullers, cieco dalla nascita. Sarebbe davvero una grande rivincita, per un non vedente, essere il primo a scoprire, tramite invisibili onde radio, i nostri cugini cosmici. Piero Bianucci


TRAPIANTI Presto un secondo «fegato di babbuino» «Sì » del comitato etico di Pittsburgh nonostante il primo fallimento
Autore: RAINERO FASSATI LUIGI

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, BIOETICA, SANITA', CONGRESSO
NOMI: REEMTEMA KEITH, STARZL THOMAS
ORGANIZZAZIONI: COLUMBIA UNIVERSITY
LUOGHI: ESTERO, USA, NEW YORK
NOTE: 057. Trapianti, xenotrapianto

HO recentemente preso parte a New York, nella sede della prestigiosa New York Academy of Medecine, a un incontro tra specialisti che aveva lo scopo di fare il punto sullo xenotrapianto di fegato tra scimmia e uomo. Promotori dell' iniziativa erano i professori Keith Reemtema della Columbia University e Thomas Starzl dell' Università di Pittsburgh, fondatori del Consortium for Clinical Xenotransplantation di recentissima costituzione. Entrambi questi chirurghi sono stati pionieri degli xenotrapianti: hanno iniziato a farli quasi trent' anni fa (1963) e hanno poi deciso di sospenderli nel 1965 a causa dei cattivi risultati, dovuti all' inadeguata terapia antirigetto allora disponibile. Nell' incontro dei giorni scorsi il gruppo chirurgico di Pittsburgh ha presentato una relazione molto particolareggiata sul decorso clinico del paziente con il fegato di babbuino, morto il 6 settembre. Alla fine della seduta, il professor Starzl ha annunciato che presto verrà fatto un secondo trapianto di fegato utilizzando anche i questa occasione un babbuino come donatore. E' etico un comportamento di questo genere ? Cercherò di dare una risposta basandomi sui riscontri obiettivi che ci vengono offerti dall' esperienza appena conclusa. I settanta giorni di sopravvivenza dello sfortunato paziente hanno dimostrato in modo inequivocabile che si può (o addirittura si deve) trapiantare il fegato di babbuino a quei malati con insufficienza epatica acuta ai quali non rimangono che pochi giorni di aspettativa di vita e per i quali non è possibile trovare un donatore nel pochissimo tempo a disposizione. In questi casi il fegato del primate viene utilizzato come «ponte» fino a quando non si renderà disponibile un organo umano. Un' altra importantissima constatazione (che conferma la validità dello xenotrapianto) è che la morte del paziente non è dipesa dal rigetto. Il patologo Jake Demetris, mostrando i quadri istologici delle numerose biopsie epatiche fatte durante il decorso postoperatorio, ha potuto concludere che c' è stato soltanto un modestissimo rigetto umorale a circa dieci giorni dal trapianto e un rigetto cellulare altrettanto modesto dopo una ventina di giorni. Ma allora, perché è morto il malato? Probabilmente perché gli sono state somministrate dosi troppo alte di terapia immunosoppressiva proprio per paura di un rigetto indominabile. Questi farmaci, infatti, togliendo al paziente ogni difesa naturale, hanno permesso a virus e funghi di invadere i vari organi e tessuti. Si sono trovati numerosi focolai di infezioni da Aspergillo e da Citomegalovirus disseminati un po' dovunque e l' emorragia cerebrale, che è stata la causa ultima di morte, è senz' altro legata a queste infezioni. Un ulteriore elemento a favore dello xenotrapianto viene dal Comitato Etico del Presbyterian University Hospital di Pittsburgh, che ha dato il suo benestare perché sia operato un secondo paziente. Chi conosce la serietà e la severità dei Comitati Etici americani sa che quest' autorizzazione non sarebbe mai stata concessa se fosse contraria all' interesse del malato. Il presidente del Comitato etico dello Presbyterian Hospital ha affermato che sarebbe molto meno etico non offrire (con lo xenotrapianto) una possibilità di sopravvivenza a un malato che non ha altre vie di scampo. Sì, quindi, a un secondo xenotrapianto anche se il primo non ha avuto un esito felice. E' una conclusione che, personalmente, mi sento di condividere completamente. Uno solo era il vero ostacolo che poteva vanificare ogni tentativo di xenotrapianto: il rigetto. Ma ora che questo muro è caduto, è giustificato andare avanti. Luigi Rainero Fassati Università di Milano


DAI LABORATORI ALLA SOCIETA' Quella molecola fatta a pallone Tre protagonisti dell' innovazione Premi Italgas: venerdì la consegna a Pent, Kroto e Battaglia
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA, CHIMICA, PREMIO, VINCITORE
PERSONE: KROTO HAROLD, PENT MARIO, BATTAGLIA BRUNO
NOMI: KROTO HAROLD, PENT MARIO, BATTAGLIA BRUNO
ORGANIZZAZIONI: PREMIO ITALGAS
LUOGHI: ITALIA, TORINO
NOTE: 058

I «Premi Italgas per la ricerca e l' innovazione», istituiti nell' 87 e quest' anno alla sesta edizione, saranno consegnati venerdì sera al «Regio» di Torino all' inglese Harold Kroto, a Mario Pent e a Bruno Battaglia; tre scienziati, secondo la commissione che li ha valutati, che hanno ottenuto risultati particolarmente apprezzabili nella ricerca di base e applicata in settori chiave per lo sviluppo civile, sociale ed economico. Harold Walter Kroto, della School of chemistry and molecular sciences dell' Università del Sussex, è uno dei protagonisti di una delle più stupefacenti scoperte degli ultimi anni nel campo della chimica, una terza forma del carbonio che affianca le due note da lunghissimo tempo, il diamante e la grafite: il fullerene. La scoperta della nuova molecola è avvenuta mentre gli scienziati studiavano tutt' altro: Kroto e la sua equipe in Gran Bretagna, Robert Curl e Richard Smalley della Rice University in Texas, a metà degli Anni 80 lavoravano a una ricerca comune che si proponeva di chiarire l' origine del carbonio che i radioastronomi hanno individuato nella Via Lattea. «La nostra attenzione dice Kroto era rivolta alle stelle giganti rosse, che pomperebbero fuori dalla loro atmosfera ingenti quantità di carbonio». Mentre in Texas si tentava di riprodurre in laboratorio le condizioni presenti nelle stelle i ricercatori scoprirono che nel plasma a 10 mila gradi centigradi si formava una molecola sconosciuta, composta da 60 atomi di carbonio. La forma era quella di una gabbia sferoidale composta da pentagoni ed esagoni che richiamano le cupole geodetiche ideate negli Anni 50 dall' architetto americano Richard Buckminster Fuller. Per questo la nuova molecola (o meglio la «famiglia» di molecole) fu chiamata fullerene Gli studi successivi hanno mostrato che ha proprietà chimiche e una stabilità fisica stupefacenti. E' ancora presto per dire quali potranno essere gli impieghi pratici ma è certo fin da ora che saranno moltissimi, da nuovi semiconduttori e superconduttori a lubrificanti avanzati, a farmaci di nuova concezione. Mario Pent, piemontese, 53 anni, è ordinario di comunicazioni elettriche al Politecnico di Torino. Di quel «boom» delle telecomunicazioni che pare destinato a essere uno dei connotati fondamentali della nostra epoca, Pent, laureato in elettronica al Politecnico torinese nel ' 62, docente dal ' 75, è uno degli artefici; ha partecipato infatti all' evoluzione tecnologica che a partire dalla fine degli Anni 60 ha reso possibile lo sviluppo attuale. Quali gli elementi fondamentali della rivoluzione? «In primo luogo i dispositivi elettronici allo stato solido, dai transistori ai circuiti integrati su scala di integrazione sempre più grande; le tecniche numeriche di elaborazione proprie dei calcolatori introdotte anche nelle telecomunicazioni; lo sviluppo delle microonde che hanno consentito di usare frequenze sempre più elevate; e infine le fibre ottiche che utilizzano la luce per la trasmissione dell' informazione con capacità quasi illimitate». Secondo Pent siamo in una fase di transizione «nella quale si assiste alla traduzione in forme concretamente utilizzabili di concetti che fino a poco tempo fa avevano solo un significato prevalentemente teorico». E allora, quali altri sviluppi possiamo attenderci? «Se intendiamo le telecomunicazioni come la capacità dell' uomo di interconnettersi con l' esterno dice Pent i confini sono quasi illimitati». E non nasconde che anche i tecnici hanno un sogno nel cassetto: «Non è impensabile che il sistema di telecomunicazione del futuro incorpori la capacità di riconoscere i diversi linguaggi e di fare automaticamente la traduzione simultanea. Tutto ciò ci avvicina sempre di più al sogno di rendere possibile a ogni individuo, in qualunque momento e da qualsiasi punto della Terra, di comunicare con chiunque altro, ovunque questi si trovi». Bruno Battaglia, catanese di nascita e padovano di adozione (è titolare della cattedra di genetica al dipartimento di biologia) è partito da una importante attività scientifica nel campo della ricerca ecogenetica per approdare, tra i primi, allo studio dei rapporti tra organismi e qualità dell' ambiente marino, in particolare dei meccanismi genetici di adattamento a tale ambiente. Ha lavorato in laboratorio ma anche sul campo, dall' Amazzonia all' Antartide. «A me confessa l' ambiente interessava per chiarire i meccanismi biologici». Ma partendo dal laboratorio a poco a poco si è trovato «a vedere in che misura queste ricerche potessero essere applicate a problemi di salvaguardia e di monitoraggio ambientale. Un processo spontaneo». E conclude: «Guai a fare della ricerca applicata che non sia sorretta da un' ottima ricerca di base». Un ammonimento per le legioni di orecchianti dell' ambientalismo da salotto? Vittorio Ravizza


TELECOMUNICAZIONI I «Tir» guidati dal cielo Dal ' 95 il sistema Ems li collegherà via satellite Coprirà tutta Europa, la leadership sarà italiana
Autore: RAVIZZA VITTORIO (V_RAV)

ARGOMENTI: COMUNICAZIONI, TRASPORTI, ELETTRONICA, INFORMATICA
ORGANIZZAZIONI: EMS, ALENIA SPAZIO, EUTELSAT
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D
NOTE: 058

ENTRO il 1995 entrerà in funzione in Europa il primo sistema di telecomunicazioni in telefonia e trasmissione dati per mezzi mobili via satellite. Sarà costruito (il costo previsto è 85 miliardi di lire) da un consorzio guidato da Alenia Spazio per conto dell' Agenzia spaziale europea (Esa) e sarà dedicato, in particolare, al collegamento di veicoli terrestri. Progetti analoghi sono in corso di realizzazione negli Stati Uniti, in Canada e in Australia. Attualmente i veicoli terrestri (in particolare le flotte di autocarri e di autobus) sono collegati alle rispettive aziende per mezzo del sistema Euteltracs, gestito da Eutelsat, l' ente europeo per le telecomunicazioni via satellite; non si tratta però di un collegamento a voce ma solo via display: in pratica con Euteltracs le aziende di trasporto possono conoscere la posizione dei loro veicoli ma possono comunicare con i conducenti solamente in forma scritta. Con il nuovo sistema, indicato come Ems, il contatto sarà invece più diretto e immediato; l' Ems, al quale lavoreranno sotto la supervisione di Alenia Spazio, anche Matra Marconi, ComDev Ericsson, Casa e Siemens, sarà imbarcato sul satellite per telecomunicazioni Italsat F2, che la stessa Alenia Spazio sta costruendo per conto dell' Agenzia spaziale italiana e del nostro ministero della Ricerca scientifica. Pesante 60 chilogrammi e con circa 300 watt di assorbimento, «occuperà » circa un quarto del satellite, che per il resto sarà impiegato per il traffico telefonico, come già Italsat 1 lanciato all' inizio del ' 91. Il sistema soddisferà inizialmente le richieste di circa 70 mila utenti operanti su un' area che comprenderà tutta l' Europa occidentale, parte di quella orientale, la Turchia e parte dell' Africa del Nord. Ma la richiesta di collegamenti è molto forte, specie nei Paesi che hanno vaste aree poco abitate, sicché è già previsto che il sistema possa in seguito ampliarsi fino a coprire 500 mila utenti, rappresentati in primo luogo da aziende di trasporto con grosse flotte di veicoli. Parallelamente alla costruzione dell' apparato di trasmissione da collocare sul satellite comincerà la costruzione dei relativi terminali da collocare sui veicoli, il cui costo è previsto in 4 5 mila dollari Resta da decidere chi gestirà il servizio: potrebbe trattarsi di Eutelsat oppure di un consorzio nuovo costituito dagli operatori nazionali di cui per l' Italia potrebbe far parte Telespazio. (v. rav. )


COMUNICAZIONE Multimedia, e l' appalto è più trasparente Allo Smau le tecnologie che uniscono scrittura, suoni e immagini
Autore: GIORCELLI ROSALBA

ARGOMENTI: INFORMATICA, COMUNICAZIONI, EDITORIA, LIBRI, TELEVISIONE, PROGETTO
ORGANIZZAZIONI: SMAU
LUOGHI: ITALIA, MILANO
NOTE: 058

SI chiamerà ancora «homo sapiens» l' uomo del futuro? E' pronta un ' altra definizione: «homo multimedialis», utilizzatore di nuove tecnologie, di computer che già oggi riuniscono in sè le caratteristiche di un gran numero di mezzi di comunicazione. Notizie (come l' archivio Ansa 1981 1991), giornali, libri, addirittura enciclopedie e intere biblioteche sono memorizzabili su dischi audio video CD Rom o CD I; e sul videoterminale oltre ai testi possono essere riprodotte immagini fisse o animate, filmati, musiche e voci. Il personal assomiglia sempre di più ad un televisore «interattivo», che sa parlare e ascoltare, spiegare e ricordare, farci comunicare con un amico o un collega dall' altra parte del globo. Perché questa rivoluzione? Come cambierà concretamente la nostra vita? Ha cercato di rispondere a questi interrogativi il convegno «Multimedia ' 92» organizzato a Milano nell' ambito dello Smau, il Salone Internazionale per l' Ufficio, una manifestazione che alla vigilia del suo trentesimo compleanno è diventata una delle più importanti vetrine dell' innovazione tecnologica, soprattutto nell' ambito delle telecomunicazione e della telematica Prima che da un' esigenza dei consumatori la multimedialità ha origine dalla necessità di risollevare dalla crisi i settori dell' informatica, dell' elettronica e dell' editoria. Il mercato potenziale è immenso e per la ghiotta occasione le case costruttrici sono riuscite ad accordarsi sugli standard promettendo di rispettarli e superando così uno dei maggiori scogli per la realizzazione della multimedialità: si presuppone infatti di poter utilizzare lo stesso terminale multimediale ovunque e in qualunque momento con dischi e applicazioni di qualsiasi marca. Le aree di interesse per la multimedialità sono l' industria, la scuola, l' educazione in genere e l' utenza domestica: con i multimedia (ben lontani dai video giochi) ci si informa, si impara in modo non tradizionale, multidisciplinare, meno noioso e più efficace grazie alla combinazione di parola scritta, suono e immagine. E' già disponibile un corposo catalogo di opere multimediali didattiche che richiedono opportune apparecchiature. La facilità d' impiego di un' applicazione multimediale, una volta superata la fase di rodaggio, consente di esplorare l' universo di informazioni contenute in un CD Rom per seguire gli infiniti percorsi possibili a partire da un' idea, da una curiosità. Potrebbe essere, ad esempio, il nome di un oggetto sconosciuto: a che cosa serve? come si costruisce? lo vogliamo vedere in un disegno? in un video didattico? come si traduce in inglese il suo nome? e in spagnolo? quali libri parlano di quest' oggetto? Davanti al video leggeremo, osserveremo, ascolteremo, impartiremo comandi tramite una tastiera, un «mouse» o la nostra voce; la modalità multimediale è più vicina ai guizzi del pensiero. La multimedialità dovrebbe quindi dar modo di capire qualcosa in più sul funzionamento del cervello umano: lo ha ipotizzato Marvin Minski, esperto di intelligenza artificiale del Massachusetts Institute of Technology. Al convegno Smau è stata presentata l' Associazione Italiana per la Multimedialità (Aim), i cui soci fondatori sono Acta, Cd Systems, Editel, Ericsson Sielte, Etnoteam, Ibm Semea, Olivetti, Politecnico di Milano, Silicon Graphics e Sony Italia; la finalità è quella di promuovere la diffusione di conoscenze sulla multimedialità interattiva, contribuendo quindi al miglioramento delle comunicazioni sociali. Interessante una proposta del suo presidente Giovanni Degli Antoni, significativa anche perché lanciata da Milano e perché qui lo Smau ha inaugurato quest' anno una sezione sulle tecnologie per la Pubblica amministrazione: perché le aziende non progettano in «multimediale» ? Ogni appalto sarebbe trasparente da un «chiosco», cioè un terminale informatico, ogni progetto sarebbe accessibile a qualunque cittadino; e le stesse istituzioni si potrebbero rendere meno misteriose. Rosalba Giorcelli


LABORATORIO Tre Nobel tra etica e scienza
Autore: P_B

ARGOMENTI: BIOETICA, SCIENZA, RICERCA SCIENTIFICA, CONGRESSO
NOMI: PONTECORVO BRUNO, TELLER EDWARD, ECCLES JOHN, SALAM ABDUS
LUOGHI: ITALIA, VARENNA
NOTE: 058

DOVE incomincia la vita? Si può stabilire con sicurezza il confine tra l' embrione e la persona umana? La teoria del Big Bang è una versione scientifica della creazione biblica? Fino a che punto è lecita la manipolazione genetica? Si può spezzare il legame perverso tra ricerca e nuove armi sempre più micidiali? Più in generale: la morale può (o deve) porre limiti alla conoscenza? Non sono domande nuove. Sono però domande sempre più concrete via via che i ricercatori conquistano strumenti di intervento sulla natura di potenza crescente. A Varenna una cinquantina di scienziati, tra cui Bruno Pontecorvo e tre Premi Nobel (Edward Teller, fisico nucleare, John Eccles, neurobiologo, e Abdus Salam, fisico teorico) per tre giorni hanno discusso con teologi e filosofi questi problemi etici della scienza alle soglie del terzo millennio. Da ognuno è venuta una risposta, ma i punti di vista rimangono inconciliabili. Varenna è un piccolo incantevole paese sulla sponda orientale del Lago di Como. Da decenni ha legato il suo nome a incontri tra i massimi scienziati del mondo. Da Enrico Fermi in qua è difficile trovare un laureato con il Nobel che non abbia parlato, ascoltato, meditato nelle aule di Villa Monastero o di qualche altro palazzo che si affaccia sul lago. Ma in tema di etica gli scienziati hanno qualche autorità in più rispetto a tutti gli altri cittadini del mondo? Probabilmente no. Neppure sull' antica questione se il primato debba toccare alla conoscenza o alla morale. E' più importante sapere o essere buoni? La scienza è subordinata all' etica o sono due mondi assoluti, tra i quali non è lecito stabilire gerarchie? Teller, il padre della Bomba H americana, l' ispiratore dell' Sdi lo «scudo spaziale» proposto da Reagan e poi abortito perché ogni scudo presuppone una freccia ma nel frattempo l' Unione Sovietica era rimasta senza frecce, poi anche senza unione e senza soviet non ha dubbi: la conoscenza viene prima di ogni altra cosa «Io non credo scandisce che possa esistere alcuna situazione nella quale sia da preferire l' assenza di sapere alla sua disponibilità. Non importa che certe conoscenze possano servire a compiere il male. Una valida motivazione della strenua ricerca di nuove conoscenze è semplicemente quella che, diversamente, non potremmo mai sapere l' importanza di ciò che abbiamo perso». Da «falco» qual è sempre stato e rimane, anche ora che un infarto gli ha tolto un po' di smalto se poi gli si parla a quattr' occhi sosterrà anche la «bontà » delle armi quando è «buono» il fine «L' Sdi ha dato all' Unione Sovietica il colpo di grazia costringendo il Cremlino a scegliere tra svenarsi per produrre armi più potenti e trattare il disarmo. E poiché la scelta era impossibile, ne è derivato il crollo del regime sovietico». Eccles, dopo aver esposto la sua teoria sul nesso tra cervello (l' insieme materiale delle cellule cerebrali) e la mente (la funzione immateriale dell' intelligenza), si è invece schierato per un primato dell' etica: «Abbiamo bisogno di un nuovo Rinascimento d' amore ha concluso . Se non cercheremo tutti di rapportarci con amore, non vedo speranze per il prossimo secolo». Abdus Salam, infine, ha superato la contrapposizione tra etica e scienza con un tuffo nella dimensione religiosa: «Il pensiero scientifico è un ponte tra il mondo e il trascendente. Non ho mai avvertito una dicotomia tra il mio essere un credente islamico e il mio essere uno scienziato che, come fisico, indaga i segreti della materia». Tra i temi più specifici particolare interesse ha quello dell' individualità biologico molecolare dell' uomo, affrontato da Roberto Colombo, dell' Università Cattolica di Milano. I suoi argomenti, scientifici prima ancora che etici, hanno ribadito come l' imperativo morale imponga di trattare l' embrione «come persona fin dal primo istante del suo concepimento». Una tavola rotonda ha infine affrontato il problema della corretta divulgazione della scienza, con interventi di Jader Jacobelli, Renato A. Ricci, Siro Lombardini, Edgardo Macorini.


SULLE ORME DI COLOMBO La bussola impazzita Scopriamo la declinazione magnetica Notando lo scostamento dell' ago della bussola verso Ovest rispetto alla Stella Polare il navigatore pensò ingenuamente che l' astro si fosse spostato
AUTORE: DRAGONI MICHELE
ARGOMENTI: GEOGRAFIA E GEOFISICA
NOMI: COLOMBO CRISTOFORO, PIETRO PEREGRINO DI MARICOURT, GILBERT WILLIAM
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. C.
NOTE: 060

DURANTE la sua prima traversata del «Mare Oceano», Cristoforo Colombo osservò un fenomeno che era già noto ai naviganti, ma le cui cause erano ignote: l' ago della bussola indicava per il Nord una direzione diversa da quella della Stella Polare. L' angolo formato dalle due direzioni è chiamato declinazione magnetica. Colombo compì e registrò una serie di osservazioni della declinazione, notando con preoccupazione, a partire dal 17 settembre 1492, undici giorni dopo aver lasciato le Canarie, una crescita continua dello scostamento verso Ovest, opposto a quello di solito osservato. Colombo ne attribuì la causa ad uno spostamento della Stella Polare. Oggi sappiamo che ciò avviene perché il Polo Nord magnetico, il punto dove l' ago della bussola punterebbe verso l' interno della Terra, non coincide col Polo Nord geografico, ma è situato presso l' isola di Bathurst, nel Canada settentrionale. Quindi, se in alcuni casi la direzione del Nord geografico è all' incirca quella indicata dalla bussola, in generale ciò non è vero Proprio l' estensione delle misure di declinazione magnetica agli oceani ha reso possibile tracciare una mappa completa del campo magnetico terrestre, premessa indispensabile alla individuazione della sua origine. Il particolare comportamento delle sostanze magnetiche naturali era già noto agli antichi Greci: ad esempio Talete sapeva che la magnetite attira il ferro. Furono proprio i Greci a introdurre la parola magnete, con riferimento alla città di Magnesia nella Lidia, presso la quale esistevano giacimenti di ferro magnetico. Nell' XI secolo, i Cinesi utilizzavano già la proprietà che una sbarretta di materiale magnetico, libera di ruotare, ha di disporsi in direzione Nord Sud. L' uso della bussola, diffusosi in Europa attraverso gli Arabi, risvegliò l' interesse di alcuni studiosi per il magnetismo. Il comportamento della bussola implicava che la Terra avesse proprietà magnetiche su grande scala Nel XIII secolo, Pietro Peregrino di Maricourt discuteva l' ipotesi secondo cui tale comportamento era da attribuire a giacimenti di magnetite posti nelle regioni settentrionali della Terra. Nel 1600 William Gilbert, studioso e medico di corte della regina Elisabetta di Inghilterra, pubblicò un' opera fondamentale, nella quale, in base allo studio dell' orientamento dei magneti, dedusse che la Terra stessa doveva essere un enorme magnete, i cui poli coincidevano con i poli geografici. Effettivamente, all' esterno della Terra, il campo magnetico è simile a quello di un dipolo, come se la Terra contenesse al suo centro un potente magnete a sbarra, inclinato di circa 11 rispetto all' asse di rotazione terrestre. Il dipolo terrestre definisce il Polo Nord geomagnetico, situato nella Groenlandia nord occidentale, a un migliaio di chilometri dal Polo magnetico. La spiegazione di Gilbert si è però rivelata insoddisfacente. Gli studi di laboratorio sulle sostanze magnetiche mostrano che esiste una temperatura (in genere tra i 500 e gli 800 C), detta punto di Curie, oltre la quale tali sostanze perdono le loro proprietà magnetiche. Poiché si presume che all' interno della Terra la temperatura superi il punto di Curie di tutte le sostanze magnetiche note, ciò esclude l' esistenza di un magnete permanente all' interno del pianeta. Le misure del campo magnetico effettuate negli ultimi secoli hanno inoltre mostrato che esso varia lentamente nel tempo: anche questa «variazione secolare» (così chiamata per distinguerla da quelle a breve periodo) è un elemento a sfavore dell' ipotesi del magnete permanente. Questa ipotesi non spiega neppure la prossimità dell' asse geomagnetico all' asse di rotazione, che non può essere casuale. I fisici dell' Ottocento scoprirono un nesso importante tra elettricità e magnetismo: una corrente elettrica produce un campo magnetico. Einstein, nei primi anni del nostro secolo, descrisse elettricità e magnetismo come espressioni di una stessa forza fondamentale. Se si esclude l' ipotesi del magnete permanente, come sorgente del campo magnetico terrestre, esiste dunque la possibilità che esso sia prodotto da correnti elettriche che scorrono all' interno della Terra. Oggi si ritiene che tali correnti siano localizzate nella parte esterna del nucleo terrestre, che è composta prevalentemente di ferro allo stato liquido. Il nucleo esterno ha la forma di un guscio, spesso oltre duemila chilometri, e funziona come una grande dinamo, cioè un sistema che trasforma energia meccanica in corrente elettrica in presenza di un campo magnetico. La dinamo terrestre è autoeccitata nel senso che il campo magnetico è generato dalle correnti stesse che vi sono prodotte. La variabilità di queste correnti all' interno del nucleo è all' origine della variazione secolare e delle altre caratteristiche del campo magnetico che si osservano alla superficie della Terra. Michele Dragoni Università di Bologna


RITORNO NELLE AULE La scienza senza cattedra
ORGANIZZAZIONI: TUTTOSCIENZE SCUOLA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 060

RITORNA la pagina di «Tuttoscienze» dedicata alla scuola. L' esperienza dell' anno scorso è stata positiva. Nella sostanza, quindi, la formula non cambierà. Continueremo ad avvalerci del collegamento con il quotidiano inglese «The Guardian», che pubblica un supplemento di didattica del quale abbiamo acquisito il copyright. Ma anche a costruire schede didattiche nostre, a stimolare gli studenti con giochi d' intelligenza e con domande curiose, a rievocare le grandi tappe e le grandi personalità del progresso scientifico. Non abbiamo ambizioni eccessive. Sappiamo che nelle scuole italiane a insegnare le scienze ci sono ottimi docenti, che dispongono di ottimi libri di testo. Che cosa può fare, allora, un giornale per rendersi ugualmente utile? Probabilmente occupare gli spazi che sono tipicamente suoi e che la scuola necessariamente ha difficoltà a coprire: e cioè gli spazi dell' aggiornamento e dell' attualità (intesa nel senso più largo quindi anche gli anniversari noi cerchiamo di vederli come attualità ); ma anche gli spazi degli oggetti quotidiani nei quali tecnologia e scienza hanno un ruolo rilevante ma non tale da portarli nelle pagine dei libri di testo. «Tuttoscienze» ha una lunga tradizione di presenza nelle scuole. In un certo senso tutte le sue pagine possono essere viste come un diario dell' attualità scientifica che costituisce un aggiornamento permanente per insegnanti e libri di testo. I venti e più volumi che raccolgono le 2100 pagine di divulgazione scientifica da noi pubblicate in undici anni sono di casa nelle scuole. Ma in questa pagina intendiamo accentuare l' aspetto didattico. Per riuscirci attendiamo anche la vostra collaborazione: critiche, idee, suggerimenti.


CHI SA RISPONDERE?
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 060

Con la pagina della scuola, riprende anche la rubrica delle domande aperta alla collaborazione di tutti. Aspettiamo le vostre risposte, ovviamente, ma anche le vostre domande. Ogni settimana pubblicheremo un paio di risposte per quesito, ma se il dibattito sulla soluzione è acceso, lo proseguiremo anche la settimana successiva. Per ragioni di spazio, non potremo accontentare tutti. Sceglieremo perciò le lettere più interessanti e, a parità di giudizio, quelle arrivate per prime. & Si è finalmente trovata una risposta definitiva alla famosa domanda se sia nato prima l' uovo o prima la gallina? & Nelle toilettes di molti locali pubblici ci sono sia asciugamani di carta sia asciugatori ad aria calda. Qual è migliore, dal punto di vista ecologico? & Gli elefanti hanno davvero una memoria fantastica come vuole il proverbio? & Perché qualche volta, uscendo dalla macchina e chiudendola a chiave, si prende la scossa elettrica? & In tutte le città della Francia c' è sempre una via importante dedicata a Gambetta. Chi era? _______ Le risposte vanno inviate a: «La Stampa Tuttoscienze», via Marenco 32, 10126 Torino. E' possibile utilizzare anche il fax numero 11 65 68 688, indicando chiaramente «Tuttoscienze» sulla prima pagina.


STRIZZACERVELLO
Autore: PETROZZI ALAN

ARGOMENTI: GIOCHI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 060

IN una ipotetica regione di una qualunque parte del mondo vi sono cinque città disposte in modo tale che tre qualsiasi di esse non giacciono su una retta. Per motivi di risparmio e visto che la natura pianeggiante del terreno lo permette, l' apposita Commissione ha deciso di costruire una nuova rete ferroviaria composta da quattro tratti rettilinei. La domanda è: tra quanti diversi modi di tracciare la rete è chiamata a scegliere la Commissione? Per aiutarvi chiariamo che fondamentalmente i tipi di rete possibili sono i tre esemplificati nella figura. La soluzione domani, accanto alle previsioni del tempo (A cura di Alan Petrozzi)


DISLESSIA Se il bambino fatica a leggere Un programma al computer può aiutarlo
Autore: CONTIGIANI BRUNO

ARGOMENTI: PSICOLOGIA, DIDATTICA, INFORMATICA
ORGANIZZAZIONI: CNR
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 060

QUANDO un genitore chiede a un insegnante come legge il figlio, ottiene in genere risposte vaghe. Per l' insegnamento della lettura dell' italiano non esiste un sistema di valutazione corrispondente alla «reading age» della scuola anglosassone, che controlla se l' età anagrafica del bambino corrisponde alla sua età di lettura (un bambino di otto anni può avere un livello di lettura corrispondente a uno di sei). Non è raro che molte difficoltà nella lettura sfuggano e che alcuni problemi vengano trascinati a lungo nel curriculum di uno studente. Partendo da queste considerazioni, l' Istituto delle tecnologie didattiche del Cnr di Genova lavora da alcuni anni sul tema della dislessia e della disgrafia, in particolare sul sottoinsieme molto ampio e poco riconosciuto delle difficoltà di lettura e scrittura. Al Cnr è disponibile la biblioteca del software didattico per handicap, e sono consultabili alcune delle più importanti banche dati europee (Handinet) e mondiali (Hyperable date, su Cd Rom). Il gruppo produce anche programmi specifici rivolti alle difficoltà di lettura e scrittura L' obiettivo dichiarato è quello di giungere a una riabilitazione dei bambini che presentano questo tipo di difficoltà . Per loro è stato messo a punto Tachistoscopio, un programma testato su seicento bambini appartenenti a duecento scuole elementari e medie della zona di Genova. Si tratta di un software che può essere utilizzato su di un qualsiasi personal con sistema operativo Dos, e almeno 640 K di memoria. Tachistoscopio è un insieme di esercizi che hanno fondamentalmente due funzioni: una di diagnosi, l' altra di riabilitazione. Sullo schermo del computer appaiono stringhe di parole o piccole frasi (fino a 34 caratteri) che restano visibili per un tempo predefinito, determinabile di volta in volta. Il bambino legge le stringhe, il programma ne analizza le risposte e fornisce un' analisi globale dei risultati. Si tratta di un sistema autore, nel quale gli insegnanti possono inserire nuove liste di parole o frasi. Durante gli esercizi il bambino entra in competizione con il computer che gli sta di fronte Il tempo di permanenza della stringa sullo schermo varia da 15 millesimi di secondo a 2 secondi oppure si può decidere una permanenza illimitata con scomparsa a comando. Si possono utilizzare caratteri grandi o piccoli; la risposta può essere scritta, orale, a scelta multipla o con alternativa Si/No. L' obietivo didattico del programma è quello di consentire l' esercitazione e il conseguente sviluppo delle abilità di base connesse con la decodifica e ricodifica del codice scritto nelle sue forme più elementari ed è indicato per abituare all' utilizzo della lettura visiva. L' estrema facilità d' uso fa sì che possa essere utilizzato anche nella scuola elementare. L' insegnante potrà quindi intervenire insistendo dove si presentano le maggiori difficoltà, ad esempio l' uso appropriato della lettera h oppure dell' apostrofo. Bruno Contigiani


LA TARTARUGA PITTURATA Sotto zero senza congelare Due metodi: crioprotettori o letargo sott'acqua
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 059

PARECCHI sono in grado di resistere alle bassissime temperature evitando il congelamento. Ci riescono grazie alla loro capacità di fabbricarsi speciali crioprotettori, sostanze simile all'antigelo che mettiamo nel radiatore della nostra auto per evitare che l'acqua congeli. Alcuni insetti resistono magnificamente a temperature assai al di sotto dello zero fabbricandosi automaticamente glicerolo, che fa da antigelo. Si pensava che questa fosse una prerogativa dei soli invertebrati. Ma poi si è scoperto che anche alcuni vertebrati sanno fare altrettanto. Sono pesci che vivono ai poli e pochi anfibi anuri, come la rana dei boschi, il cui habitat si estende sino in Alaska, oltre il Circolo polare artico. Ed ecco che ora l'elenco si allunga ed entra a farne parte anche un rettile. Siamo a un gradino più in su nella scala zoologica. So tratta della tartaruga pitturata (Chrysemys picta), una piccola tartaruga d'acqua dolce, lunga fino a venti centimetri, contraddistinta da una vivace luminosa colorazione sullo scudo e sulla pelle. In natura, l'habitat di questa tartarughina, assai ricercata come animale da compagnia, comprende Stati Uniti e Canada. Nelle notti d'estate la femmina depone dalle sei alle otto uova per covata in una buca scavata negli argini dello stagno, del lago o del fiume e ne affida l'incubazione al calore solare. Le uova schiudono dopo diedi-dodici settimane, ma le tartarughine si guardano bene all'uscire all'aperto. Fuori comincia a far freddo sul serio, arriva il rigido inverno. Così, a differenza di quel che fanno di solito le loro colleghe, le neonate rimangono nel nido fino alla primavera successiva. Ma intanto il suolo si ricopre di ghiaccio e la temperatura scende notevolmente sotto lo zero anche dentro la buca. Come fanno le tenere tartarughe a resistere alla morsa del gelo? Se lo sono chiesto Janet e Kenneth Storey, due studiosi canadesi che da tempo indagano sui meccanismi messi in atto dagli animali per resistere ai rigori dell'inverno. Ed ecco quel che hanno scoperto. Quando in laboratorio si sottopongono le tartarughine a temperature molto basse, si forma da prima uno straterello di ghiaccio sull'epidermide esterna. Poi, nelle ore successive il congelamento si estende progressivamente verso il centro del corpo, bloccando gradualmente la circolazione periferica. Da ultimo l'animale diventa immobile, cessano i movimenti respiratori si arresta il battito cardiaco. La tartaruga sembra morta. Però non appena la si riporta a temperature normali, le funzioni fisiologiche riprendono l'una dopo l'altra, la tartaruga distende le zampe posteriori e allunga la testina fuori dalla corazza. E' più viva che mai. Come succede negli altri animali capaci di evitare il congelamento alle basse temperature, la Chrysemys picta può sopravvivere solo se la formazione di ghiaccio interessa unicamente i liquidi extracellulari (plasma sanguigno, urina...). Quello che conta è che non si congelino i liquidi intracellulari, perché i cristalli di ghiaccio danneggerebbero in maniera irreparabile la struttura delle cellule. Per ottenere questo scopo, gli animali che tollerano il freddo ricorrono a particolari adattamenti biochimici. Fabbricano cioè speciali crioprotettori che proteggono le membrane e le proteine delle cellule. I coniugi Storey hanno scoperto che solo nel primo inverno della loro vita le tartarughe pitturate sono capaci di fabbricare glucosio, glicerolo e altre sostanze crioprottetrici. In seguito perdono questa capacità e ibernano sott'acqua, sepolte nel fango ovvero alla superficie del sedimento. La scelta del luogo dove trascorrere il letargo dipende dalla temperatura. Le tartarughe danno la preferenza alle temperature comprese tra i due e i sette gradi centigradi. Ma come fanno a sopravvivere sott'acqua senza respirare per tutto l'inverno? Quando una tartaruga è sommersa, il contenuto in ossigeno del suo sangue scende rapidamente fino quasi a zero. In simili condizioni un uomo morirebbe nell'arco tre o quattro minuti. La tartaruga invece resiste magnificamente per tre o quattro mesi. Sta di fatto che la Chrysemys picta può vivere in acqua completamente priva di ossigeno per più di 150 giorni. Un vero record tra i vertebrati. In estate e in autunno, la tartaruga immagazzina in tutti gli organi grosse riserve di combustibili sotto forma di glicogeno. Il glicogeno ha il vantaggio di poter essere demolito per generare energia con il processo della glicolisi, senza bisogno di ossigeno. La glicolisi produce acido lattico che in dosi elevate potrebbe avvelenare le cellule. Ma la tartaruga prontamente lo neutralizza liberando dalla corazza e dalle ossa calcio e magnesio. Come se non bastasse, c'è anche un altro adattamento messo in atto dalla Chrysemys: l'arresto metabolico. In altre parole, quando viena immersa in acqua alla temperatura di circa tre gradi centigradi, il suo metabolismo scende a rotta di collo. In poche ore il suo ritmo si riduce al dieci per cento dell'attività normale. Non c'è che dire. Noi che siamo alle prese con mille problemi quando dobbiamo conservare a lungo organi vitali, come quelli destinati ai trapianti, abbiamo molto da imparare da queste piccole tartarughe pitturate che hanno sviluppato nel corso dell'evoluzione meccanismi così efficienti per ridurre al minimo il metabolismo e sopportare le bassissime temperature, senza rimetterci la vita. Isabella Lattes Coifmann


DISERBANTI Foglie assorbenti Come ridurre i dosaggi
Autore: ACCATI ELENA

ARGOMENTI: ECOLOGIA, BOTANICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 059

Il problema della riduzione dei diserbanti è oggetto di una disciplina complessa, la malerbologia. Un migliore assorbimento del prodotto può ridurre al minimo le dosi d'uso dei diserbanti. Diversi fattori influenzano l'assorbimento dei diserbanti che agiscono sulle foglie, soprattutto la morfologia della pianta e il tipo di superficie fogliare. Sulle foglie stanno molto spesso i peli che possono essere unicellulari, pluricellulari, semplici o ramificati, dotati di differente assorbimento. Le foglie rugose trattengono più liquido di quelle glabre, le orizzontali più delle verticali. Le foglie sono inserite sullo stelo con una inclinatura variabile. Quelle disposte in modo da formare un angolo tra 0 e 40 gradi sono le più favorevoli per ritenzione del liquido. Se il terreno è secco e la densità delle infestanti alta, si verifica uno stress idrico che riduce la straslocazione dei diserbanti ad assorbimento radicale. Il diserbante sospeso in acqua possiede una tensione superficiale che varia secondo il prodotto impiegato. L'angolo di contatto con la foglia è fondamentale per l'assorbimento: se tende all'ottuso la bagnabilità è maggiore e l'assorbimento più elevato. Questo tipo di angolo è frequente nelle graminacee. Anche il diametro della goccia influisce sull'assorbimento: una goccia di diametro fino a 30 micron evapora rapidamente, se il diametro è solo di 10 la goccia va alla deriva, se è di 300 scivola, se è intorno a 100-200 è molto efficace. Elena Accati Università di Torino


INQUINAMENTO AMBIENTALE Gli aspira-veleno Analisi dell'aria con animali e fiori
Autore: PINNA LORENZO

ARGOMENTI: ECOLOGIA, INQUINAMENTO, ATMOSFERA, BOTANICA, ZOOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 059

PER misurare l'inquinamento si possono naturalmente analizzare chimicamente acqua, aria o suolo, ma le risposte che così si ottengono forniscono solo un quadro parziale, perché rilevano la presenza degli inquinanti solo in un dato momento. La nuova strategia per misurare l'inquinamento e i suoi effetti sugli ecosistemi utilizzza invece le specie animali e vegetali. Per i fiumi vengono utilizzati i Plecotteri, insetti sensibilissimi alla temperatura e all'ossigeno disciolto nelle acque. Se un campionamento rivela pochi Plecotteri significa che non c'è molto ossigeno e che la temperatura supera i 20 gradi. Un'altra specie, gli Oligocheti, sopravvive invece benissimo anche con poco ossigeno e in acque più calde: è quindi un perfetto indicatore di fiume inquinato. L'analisi dell'acqua o dei sedimenti è dunque relativa: in un fiume pulito si troveranno molte specie, con numerosi individui. Via via che l'inquinamento avanza, le specie più sensibili diventeranno sempre più rare, mentre quelle resistenti, ormai padrone del campo, si moltiplicheranno. Anche le trote sono ottimi bioindicatori: se l'ossigeno nell'acqua è troppo poco, non sono più in grado di capire da dove arrivi la corrente e, contrariamente alle abitudini, si lasciano trascinare a valle. Altre specie animali e vegetali vengono invece utilizzate come bio-accumulatori di sostanze inquinanti, cioè come "aspiratori" di composti chimici che rimangono intrappolati nei tessuti in concentrazioni speso pèroporzionali all'inquinamento dell'ambiente. I bioaccumulatori più noti sono i licheni, costituiti da un'associazione di microalghe e di funghi. Privi di radici, estraggono dall'aria tutte le sostanze nutrienti. Insieme però, se l'aria è sporca, assorbono anche piombo, idrocarburi, fluoruri, elementi radioattivi, e li concentrano senza risentirne troppo. Stabilire l'età di un lichene non è molto complicato e quindi si riesce a stabilire in quanto tempo si siano accumulati i composti inquinanti. Amche i fiori e le piante sono ottimi bioaccumulatori di ogni genere di veleno. Tulipani, gladioli, segale concentrano manganese, cadmio, zinco e piombo. In Olanda la rete di monitoraggio ambientale utilizza specie vegetali. Il piccione comune è stato utilizzato per misurare il piombo atmosferico, mentre il lombrico sembra particolarmente adatto a rilevare il cadmio e lo zinco. Le api, nei loro continui viaggi alla ricerca di nettare, concentrano fluoro, piombo e sostanze radioattive depositate sui fiori. Una ricerca sulla contaminazione radioattiva dopo l'incidente di Cernobil ha utilizzato, con buoni risultati, proprio le api. Oggi in Italia molti apicoltori partecipano a un programma di "monitoraggio" ambientale dell'Istituto di Sperimentazione di Zoologia Agraria di Firenze. Nel mare i mitili e altri molluschi funzionano come straordinari bioaccumulatori, poiché filtrano grandi quantità d'acqua alla ricerca del microscopico fitoplancton di cui si cibano. Questi animali marini riescono quaindi a concentrare notevoli quantità di inquinanti e prima di morire avvelenati ci vuole tempo, perché sono molto resistenti. Questo genere di controlli è ormai talmente affidabile che in molti Paesi (Usa, Francia, Gran Bretagna, Belgio, Cecoslovacchia) è già inserito nella legislazione per la protezione ambientale. In Italia invece la "bioindicazione" è ancora una disciplina guardata con aspetto dai chimici e dai fisici, che per tradizione hanno il compito del controllo ambientale. E' un vero peccato perché i due metodi di analisi, quello chimico-fisico e quello biologico, non si escludono a vicenda. Lorenzo Pinna


SPECIE PROTETTE Uova strapazzate Ai pescatori brasiliani il controllo delle coste per difendere i piccoli di cinque specie di tartarughe
Autore: VIZIOLI GIORGIO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ANIMALI
ORGANIZZAZIONI: PROGETTO TAMAR
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 059

Su otto specie di tartaruga marina, cinque depongono le uova sulla costa del Brasile: un patrimonio biologico di primaria importanmza, la cui sopravvivenza è messa a rischio dalla presenza dell'uomo. Alla fine degli Anni Settanta, in assenza di ogni intervento protettivo, le uova deposte dalle tartarughe (oltre un centinaio per covata) erano regolarmente trefugate dagli abitanti delle località costiere, mentre le madri venivano spesso catturate e uccise, prima che potessero ritornare in mare. La scomparsa di molte spiagge, dovuta allo sviluppo dell'edilizia e del turismo, ha poi privato le tartarughe marine dei luoghi di riferimento per la deposizione delle uova. In questa situazione alcune specie di tartarughe rischiano l'estinzione. Nel 1980, il governo brasiliano ha perciò avviato un pragramma nazionale di protezione delle tartarughe marine: il progetto Tamar. Oggi, nelle aree sotto protezione (oltre mille chilometri di costa atlantica e numerose isole oceaniche), la situazione è sensibilmente cambiata: se nella stagione 1982-83 furono circa 2000 le tartarughe protette e liberate nell'ambito del progetto Tamar, nel 1991-92 i piccoli nati sono stati oltre 250 mila. Un ruolo importante deve essere attribuito all'intensa attività di sensibilizzazione nei confronti delle comunità litoranee. I pescatori infatti sono coinvolti nelle attività di conservazione e regolarmente retribuiti, trasformandosi così da predatori in protettori delle loro abituali zone di pesca e beneficiando anche di una fonte di reddito alternativa. I pescatori coinvolti nel progetto Tamar sono circa 180, e a ognuno di essi è stata assegnata la responsabilità di cinque chilometri di costa. Nelle aree di loro competenza, essi sono incaricati di raccogliere e trasferire le covate e i piccoli che trovano sulla spiaggia alle basi del progetto Tamar, dove vengono protetti e studiati. Ma il coinvolgimento dei pescatori è molto importante anche perché consente in molti casi (quasi il 30% del totale) di svolgere le attività di studio sul luogo stesso della deposizione delle uova, senza dover trasferire i piccoli ai centri di ricerca, e acquisendo dati e informazioni più dettagliati e approfonditi. Il progetto Tamar si è sviluppato attraverso varie fasi, la prima delle quali è consistita nel tracciare un quadro dettagliato della situazione esistente lungo tutta la costa del Brasile. Furono censite le diverse specie presenti (Caretta, Eretmochelys Olivacea, Dermochelys Coriacea, Chelonia Mydas) oltre a tutti i luoghi dove preferibilmente le uova venivano deposte, i periodi e il comportamento delle tartarughe nella riproduzione. Una volta identificate le aree, fu necessario dare nuovo impulso al ciclo riproduttivo delle tartarughe marine che in molti casi era interrotto. Dopo l'identificazione delle covate e la schiusa delle uova, una parte dei piccoli venivano trasferiti in località protette, nelle quali si è tentato di ricreare condizioni fisico-chimiche il più possibile simili a quelle delle aree in cui le uova erano originalmente poste. Il trasporto veniva effettuato in casse di polistirolo, ponendo particolarmente attenzione a non fare rotolare le uova in nessun modo. Le uova non devono stare quindi troppe vicine le une alle altre, soprattutto perché l'embrione della piccola tartaruga, con gli urti, non si distacchi dal punto di fissazione. Nel periodo della deposizione, le spiagge classificate come aree di studio integrale sono pattugliate per tutta la notte: al momento della deposizione le femmine vengono marchiate, attraverso due piccoli gancetti di acciaio inossidabile che vengono applicati alle zampe anteriori. Si tratta di un'operazione fondamentale per definire gli aspetti del comportamento della covata e le dimensioni degli esemplari e per lo studio dei cicli migratori. Appena nati, i piccoli vengono contati, misurati, identificati e liberati nelle aree di maggiore concentrazione di covate. E' molto importante che i piccoli compiano da soli il tragitto che li porta fino al mare, perché questo è uno dei fattori determinanti perché le tartarughe tornino, da adulte, a deporre la loro uova sulla spiaggia dove sono nate. Alcuni piccoli invece non vengono immediatamente liberati e sono invece utilizzati per l'addestramento degli addetti alla registrazione e alla identificazione delle diverse specie. Per questo lavoro, il progetto Tamar dispone di una serie di basi lungo tutta la costa del Paese. I centri principali dispongono di uffici amministrativi e alloggi per il personale di servizio e il personale tecnico, oltre a infrastrutture per i visitatori. Le persone che lavorano per il progetto Tamar, in tutto il Brasile, sono circa oggi 200. Giorgio Vizioli




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