TUTTOSCIENZE 1 dicembre 99


DA VENERDI' Ascolteremo brezze e venti di Marte
Autore: BIANUCCI PIERO

ARGOMENTI: METEOROLOGIA
PERSONE: MCKAY DAVID
NOMI: MCKAY DAVID
ORGANIZZAZIONI: NASA
LUOGHI: ITALIA

ATTACCO a Marte. Venerdì una sonda della Nasa si poserà vicino al polo sud del pianeta rosso. Davanti a sè ha parecchi mesi di lavoro. Un microfono registrerà il sibilo del vento marziano: così per la prima volta la colonna sonora di un altro corpo celeste verrà diffusa sulla Terra, naturalmente via Internet. Un braccio meccanico scaverà nel suolo della calotta polare. I campioni raccolti saranno analizzati in un laboratorio di geochimica robotizzato. Intanto due sonde, battezzate ««Scott»» e ««Amundsen»», i conquistatori del Polo Sud terrestre, si configgeranno nel terreno marziano per rilevarne le caratteristiche fino a un metro di profondità. Queste, almeno, sono le attese: la prudenza è opportuna dopo i molti fallimenti di sonde inviate a Marte, l'ultimo il 3 ottobre scorso, quando la sonda ««Mars Climate Orbiter»» - 125 milioni di dollari - si schiantò perché alcuni tecnici Nasa usavano il sistema metrico mentre altri ragionavano in miglia. La navicella ora in dirittura d'arrivo si chiama ««Mars Polar Lander»». Il 30 ottobre ha compiuto una frenata accendendo per 12 secondi i retrorazzi. Tra poco aprirà il suo paracadute e scenderà in una landa gelata pianeggiante a 76 di latitudine Sud e a 195 di longitudine Ovest. In quell'emisfero di Marte sta per iniziare la primavera: con le sue celle fotovoltaiche costantemente illuminate dal Sole, per 90 giorni la sonda assisterà al disgelo di una spessa crosta di anidride carbonica (il ««ghiaccio secco»» che si usa per tenere in fresco i gelati) sotto la quale forse c'è anche una sottile buccia di ghiaccio d'acqua. Un posto che dovrebbe essere una sorta di archivio del clima di Marte. Un posto, anche, dove potrebbe esserci qualche traccia di antiche forme di vita, i famosi batteri marziani che David McKay, 62 anni, geologo del Johnson Space Center, ritiene di aver individuato in una meteorite proveniente da Marte. La regione di atterraggio si estende in lunghezza per 200 chilometri e in larghezza per 20: nelle fotografie riprese dal ««Global Mars Surveyor»» appare come una lunga serie di ondulazioni simili a dune non più alte di dieci metri. La parte più curiosa della missione è quella della registrazione sonora. Il microfono è collegato a un registratorino di 5 centimetri di lato, peso 50 grammi, costo 90 milioni, capace di funzionare a temperature da 100 gradi sotto zero a 20 sopra. I suoni - non solo il vento, ma anche i rumori del braccio meccanico che scaverà il suolo - verranno registrati per parecchi giorni e poi trasmessi in un ««clip»» della durata di 10 secondi. L'atmosfera di Marte è molto rarefatta, la pressione al suolo è di 6 millimar, circa 1/150 della pressione terrestre in riva al mare: quindi i suoni non si propagano in modo efficace; c'è però la possibilità che il vento sollevi dei granelli di polvere e che questi, battendo contro il microfono, ci facciano sentire il loro ticchettio. L'altra grande novità di questa missione sono le due minisonde che dovranno penetrare nel suolo e, come rabdomanti meccanici, cercare tracce di ghiaccio o di acqua. Pesano 3,57 chilogrammi e saranno rilasciate durante la discesa della sonda principale. Sono composte di tre parti: uno scudo in materiale ceramico largo 35 centimetri che le protegge dall'attrito atmosferico, la sonda vera e propria - che è un cilindro alto 10 centimetri e largo 13 contenente batterie, sensori e radiotrasmettitore -, e infine un'antenna larga 13 centimetri che dovrà rimanere in superficie dopo l'impatto e inviare i dati a 7000 bit (mezza pagina di testo) al secondo. Piero Bianucci


METEOROLOGIA URBANA: VERTICE IN AUSTRALIA Città 2000, clima d'inferno Metropoli sempre più calde, sporche, sovraffollate
Autore: RATTI CARLO

ARGOMENTI: METEOROLOGIA
NOMI: BAKER NICK, LOVE GEOFF, OKE TIM, ROGERS RICHARD
ORGANIZZAZIONI: CENTRE POMPIDOU, ORGANIZZAZIONE MONDIALE PER LA METEOROLOGIA, SERVIZIO METEOROLOGICO NAZIONALE AUSTRALIANO
LUOGHI: ITALIA, AUSTRALIA, OCEANIA
TABELLE: D.

SCRISSE Filarete nel Quattrocento a proposito della costruzione di case e città: ««Non è altro l'edificare se non un piacere voluntario, come quando l'uomo è innamorato, e chi l'ha provato il sa, che nello edificare c'è tanto piacere e desiderio che quanto più l'uomo fa più vorrebbe fare»». I dati sull'urbanizzazione nell'ultimo secolo sembrano dargli ragione. Nel 1900 le città del pianeta ospitavano 160 milioni di persone, un decimo della popolazione mondiale. Oggi siamo vicini ai tre miliardi. La crescita delle città continua oggi con ritmi terrificanti soprattutto nei Paesi in via di sviluppo: la popolazione urbana mondiale cresce al ritmo di 250 mila unità al giorno, l'equivalente di una nuova Londra al mese. Nel 2010, secondo proiezioni delle Nazioni Unite, per la prima volta nella storia supererà la popolazione rurale. I dati sull'evoluzione del clima non sono più confortanti. Nell'ultimo secolo le temperature medie terrestri sono salite da un minimo di 0,3 a un massimo di 0,6 gradi centigradi. I 10 anni più caldi dal 1860 si registrano negli ultimi due decenni, mentre tra il 1990 e il 1995 il riscaldamento anomalo delle acque del Pacifico, conosciuto come El Nino, ha toccato il suo massimo storico. Con le temperature, è aumentata l'intensità delle calamità naturali: un costo umano stimato in 250 mila morti all'anno e un costo economico di circa 100 miliardi di dollari. Dov'è il nesso tra urbanizzazione e cambiamenti climatici? Ne hanno discusso qualche settimana fa a Sydney scienziati di oltre 40 Paesi, riuniti nella prima Conferenza di Climatologia urbana e Biometeorologia, patrocinata dalle Nazioni Unite. Le città, pur occupando solo il 2 per cento della superficie terrestre, sono responsabili del 78 per cento del consumo mondiale di energia e della produzione di anidride carbonica legata ad attività umane. Sono quindi tra i principali imputati dell'effetto serra e del surriscaldamento dell'atmosfera. ««Anche piccoli cambiamenti nel funzionamento delle città possono avere un grande impatto a livello globale»», ha fatto notare Geoff Love del Servizio Meteorologico Nazionale australiano. Lasciando intendere che la sfida ecologica dei prossimi anni si giocherà nelle aree urbane del pianeta. I cambiamenti climatici in corso tendono a manifestarsi con particolare violenza nelle città. Questo effetto di amplificazione riguarda per esempio le temperature: le zone urbane sono mediamente più calde del territorio rurale circostante. Un fenomeno che si può spiegare con la produzione di calore legata ad attività umane ma soprattutto con la tendenza delle aree costruite a intrappolare i raggi del sole. ««La differenza di temperatura in particolari condizioni può raggiunere i 10 gradi - spiega Tim Oke, dell'Organizzazione Mondiale per la Metereologia -. D'inverno questo fenomeno può presentare aspetti benefici. Ma d'estate, nei climi caldi, i risultati sono catastrofici»». Come a Chicago nel 1995, quando a causa della temperatura morirono più di 500 persone, quasi tutti poveri in case senza aria condizionata. Non è dunque strano che un grande tema di ricerca sia oggi lo studio delle ««città sostenibili»». L'idea di sostenibilità è semplice: soddisfare i bisogni presenti senza compromettere le generazioni future. Un recente rapporto del Worldwatch Institute di Washington dal titolo "Reinventare le città per gli uomini e il pianeta" indica quali dovrebbero essere gli interventi prioritari: tra questi, il miglioramento dei trasporti pubblici e l'adozione di un metabolismo circolare nelle aree urbane, basato sul riciclaggio dei rifiuti, delle acque di scarico e del calore in eccesso prodotto da centrali elettriche e impianti industriali. ««Nonché il riciclaggio degli edifici»», fa eco da Londra Richard Rogers, architetto progettista del Centre Pompidou di Parigi e coordinatore della task force urbana del governo britannico. Gli edifici vuoti in Inghilterra sono 247.000. Recuperando questo patrimonio inutilizzato e concentrando le nuove costruzioni nelle aree industriali dismesse sarebbe possibile ridurre il consumo di terreno agricolo e l'erosione del territorio. Rogers critica aspramente il modello urbano americano, basato sulla dispersione. Città estese come Phoenix, Los Angeles o Las Vegas obbligano all'uso intensivo dell'automobile, con elevati costi energetici. Favoriscono inoltre la segregazione, sia territoriale sia sociale. Al contrario, Rogers immagina città multiuso, compatte e possibilmente di dimensioni limitate. La maggior parte degli spostamenti quotidiani potrebbe avvenire a piedi o in bicicletta, mentre sistemi di trasporto pubblico efficienti collegherebbero i vari nuclei urbani, dando origine ad agglomerati policentrici. Purtroppo ciò che si è costruito fino ad oggi rimarrà a lungo. Oltre il 90 per cento degli edifici che esisteranno in Inghilterra fra 30 anni ci sono già. Che fare nel frattempo? Si potrebbe iniziare dai comportamenti individuali: mantenendo il riscaldamento di casa un po' più basso, riciclando di più i rifiuti domestici, usando trasporti a basso costo energetico. Una tesi cara a Nick Baker, docente all'Università di Cambridge, che avrebbe dovuto presentare una ricerca di climatologia urbana alla Conferenza di Sydney, ma ha rinunciato: ««Il viaggio in aereo dall'Europa all'Australia per una persona equivale al consumo energetico di un'intera famiglia inglese per un anno. A meno di dover comunicare novità sensazionali, meglio restare a casa»». Carlo Ratti Cambridge University, U.K .


PROVOCAZIONE DI MITCHELL (MIT) Abiteremo dentro un computer? Sì, ma la telematica non ci salverà dall'urbanesimo
Autore: C_R

ARGOMENTI: INFORMATICA
PERSONE: MITCHELL WILLIAM
NOMI: MITCHELL WILLIAM
ORGANIZZAZIONI: MIT
LUOGHI: ITALIA

UN computer per abitare. Così, parafrasando un celebre aforisma di Le Corbusier, potrebbe essere definita la casa del futuro: interattiva, smaterializzata, simile a una sofisticata interfaccia tra gli abitanti ("cursori viventi") e il mondo esterno reale e virtuale. La definizione è contenuta in E-topia, l'ultimo saggio di William Mitchell, distribuito negli Stati Uniti e in Europa da qualche settimana. Il titolo, nel quale la e- di e-mail sostituisce la u, si potrebbe rendere in italiano con "Utopia elettronica". L'autore, preside del dipartimento di architettura del MIT di Boston e grande guru del rapporto tra la città e le nuove tecnologie dell'informazione, riprende e rielabora gli argomenti trattati nel suo "City of Bits", un saggio che a partire dalla pubblicazione nel 1995 fu al centro di ampi dibattiti. A quasi cinque anni di distanza, ormai "in epoca post-rivoluzionaria" (la rivoluzione è quella digitale), E-topia stavolge ancora una volta luoghi comuni e idee consolidate. Uno dei luoghi comuni più diffusi, ad esempio, è che grazie alle possibilità offerte da Internet e dal telelavoro le città si dissolveranno per essere sostituite da amorfe agglomerazioni suburbane. Oggi è possibile trovarsi in cima a una montagna e di lì comunicare in tempo reale con amici e colleghi di lavoro. Sarà, ma "Perché mai vorreste stabilirvi in cima ad una montagna? (...) Bastano pochi minuti di riflessione per convincersi che libertà di localizzazione non significa indifferenza insediativa". Anzi, in alcuni casi la rivoluzione digitale produrrà l'effetto contrario: riavvicinamento ai centri urbani. Saranno premiate le località ben inserite nella rete mondiale e provviste di qualità che non si possono distribuire per via telematica: paesaggio spettacolare, clima mite, servizi per il tempo libero, arte e cultura. Città come Aspen, Malibu, Lugano, Tahiti. Oppure Venezia: "Lo splendido centro storico di Venezia si è spopolato per mancanza di spazi industriali e commerciali (..). Ma le sue qualità irripetibili persistono e la città potrà accogliere le moderne infrastrutture della comunicazione molto più agevolmente di quanto non le fosse possibile con le imposizioni dettate dalla rivoluzione industriale" . I moduli di base delle città future saranno probabilmente quartieri pedonali attivi 24 ore su 24. Scompariranno i sobborghi-dormitorio, spopolati durante il giorno, e gli anonimi distretti industriali o terziari. Al loro posto, un mix più raffinato di residenze e attività produttive, sul modello della bottega con alloggio dell'Europa rinascimentale o delle machiya del distretto artigiano di Kyoto. Un tessuto urbano che consentirebbe di utilizzare al meglio il patrimonio costruito, le infrastrutture di trasporto e, più in generale, le risorse energetiche. Permettendo inoltre di ricostruire, nell'intimità del quartiere, la rete delle relazioni sociali messe in crisi dall'uso estensivo dell'e-mail e delle comunicazioni a distanza. Nessun rischio in questa affascinante utopia telematica? L'urbanista francese Paul Virilio, fra tanti, paventa la segregazione della società in due categorie: "coloro che vivranno in tempo reale nella città mondiale, nell'esclusiva comunità virtuale, e coloro che sopravviveranno ai margini, più segregatati degli odierni abitanti delle aree suburbane del terzo mondo". Un rischio che Mitchell non esclude, ma che sostiene possa essere evitato da scelte responsabili di architetti e pianificatori urbani. E' compito loro progettare spazi civici che favoriscano il contatto e l'interscambio tra i diversi gruppi sociali. Viene in mente il monito di Winston Churchill: "Noi plasmiamo i nostri edifici, ma a loro volta gli edifici plasmano noi". \ .


UN SOFTWARE CHE HA CAMBIATO IL MONDO Il WEB compie 10 anni Internet è un ««regalo»» dei fisici del Cern
AUTORE: VALERIO GIOVANNI
ARGOMENTI: INFORMATICA
ORGANIZZAZIONI: CERN, WEB
LUOGHI: ITALIA

DIECI anni fa, nei laboratori ginevrini del Cern, il laboratorio europeo di fisica delle particelle, è avvenuta una rivoluzione. Ma questa volta quark e bosoni non c'entrano. Tra i fisici del Cern è nato il World Wide Web, il sistema ipertestuale che ha trasformato Internet in un flusso di pagine colorate e piene di immagini. Tutto inizia alla fine del 1989, quando il fisico inglese Tim Berners-Lee presenta al suo capo, Mike Sendall (scomparso lo scorso luglio), l'idea di un ««global hypertext project»» che permetta agli scienziati di avere accesso a informazioni provenienti da ogni parte del mondo. Basta dare un'occhiata alle pubblicazioni scientifiche per capire i problemi di comunicazione della scienza. Di solito gli articoli sono firmati da più ricercatori di laboratori anche molto lontani tra loro. E' il caso dei grandi acceleratori di particelle del Cern, macchine miliardarie che coinvolgono team di ingegneri, informatici, fisici di tutto il mondo. Come far condividere loro i dati delle ricerche? Questa è la domanda che si pone Berners-Lee. Negli Anni 80, ci sono ancora numerosi ostacoli per lo scambio di informazioni. Le reti di computer (come Internet) esistono già, ma la comunicazione è tutt'altro che semplice. Ci sono decine di macchine diverse, con pochissime caratteristiche comuni. Per accedere a diversi tipi di informazione, bisogna usare programmi diversi. E' come se i computer usassero lingue differenti: è difficile comunicare in una Babele di linguaggi. Berners-Lee crea allora una ««lingua»» comune, un esperanto informatico che permetta anche al mio vecchio computer 386 di dialogare con i grandi sistemi delle università. Lavorando con il francese Robert Cailliau, dai primi mesi del '90 Berners-Lee scrive il nuovo linguaggio (Hypertext Markup Language, Html) e le regole della comunicazione (Hypertest Transport Protocol, Http). L'idea nuova è quella di Uniform Resource Locator (URL): una specie di etichetta che identifica ogni frammento di informazione, in pratica l'««indirizzo»» di un documento in rete (ad esempio www.lastampa.it indica la pagina Web di questo quotidiano). A differenza della posta elettronica, il Worl Wide Web permette di condividere non solo testi ma anche immagini, video, suoni: tutti insieme. Oltre che multimediale, fin dall'inizio il Web è anche ipertestuale: tutti possono accedere a documenti diversi con il sistema di rimandi degli ipertesti (link). In dieci anni, HTML, HTTP, URL sono diventati acronimi conosciutissimi, proprio come quello che indica il Worl Wide Web: WWW. Il nuovo sistema si espande con una rapidità incredibile. A settembre del 1993, il traffico del Web è solo l'un per cento del volume dei dati di Nsf, una delle principali arterie di Internet. In meno di un anno, raggiunge il 6%, più del servizio Gopher e della posta elettronica. Ora ci sono 3,6 milioni di siti, ognuno in media di 129 pagine, e il Worl Wide Web è così diffuso che si finisce per identificarlo con Internet stesso. L'idea del WWW è in realtà nata già nel 1980, rivela Tim Berners-Lee nel suo ultimo libro, ««Weaving the Web»», scritto con Lee Mark Fischetti e pubblicato da Harper. All'epoca è un neolaureato in fisica, da poco consulente software al Cern. Nel tempo libero scrive un programma chiamato ««Enquire»», che elenca le connessioni tra le diverse persone, computer e progetti Cern. Non in maniera gerarchica, come in un diagramma ad albero, ma come una grande ragnatela. Ed è questa idea di connessione che lo ispira per il Worl Wide Web. Nel 1993, il Web fa un passo in avanti verso la semplicità. Al National Center for Supercomputing Applications (NCSA) della University of Illinois, lo studente Marc Andreessen realizza Mosaic, un software a finestre (sul modello di Windows), con il quale la navigazione diventa agevole a colpi di mouse. Mosaic è il progenitore di tutti i browser (programmi di navigazione) usati oggi, come Netscape o Explorer. Anzi, Netscape è stato ideato dallo stesso Andreessen con Jim Clark, ex dirigente di Silicon Graphics, e poi messo sul mercato e quotato in borsa con risultati incredibili. Così, mentre Andreessen e Clark sono diventati miliardari (in dollari), Tim Berners-Lee non ha guadagnato nulla dalla sua invenzione. Nè tanto meno il Cern, che avrebbe potuto finanziare decine di esperimenti solo con i diritti di utilizzo del World Wide Web. Nel'94, Berners-Lee lascia il Cern per fondare il Worl Wide Web Consortium, un gruppo nonprofit di istituzioni di ricerca e utilizzatori della tecnologia WWW. ««Volevo essere sicuro - spiega nel libro - che il Web diventasse come l'avevo concepito: un mezzo universale per condividere informazioni, uno spazio comune nel quale tutti possano interagire»». Senza software proprietari: un'idea quasi utopistica. Per realizzarla, Berners-Lee sta lavorando a un nuovo browser (Amaya) e a un nuovo linguaggio (XML). Entrambi rigorosamente free. Giovanni Valerio


COLLABORAZIONE CON IL MIT Robot fatti con il Lego intelligente I nuovi mattoncini hanno un'anima di microchip
Autore: SIMONELLI LUCIANO

ARGOMENTI: ELETTRONICA
PERSONE: KRISTIANSEN KJELD KIRK
NOMI: KRISTIANSEN KJELD KIRK
ORGANIZZAZIONI: LEGO, LEGO MINDSTORMS ROBOTIC INVENTION, MIT
LUOGHI: ITALIA

C'E' chi dipinge, chi si arrampica su una parete a strapiombo, chi dirige un'orchestra che suona ««Sul bel Danubio blu»», chi sfila sfoggiando le ultime creazioni della moda d'un fantasioso 2000 e chi, dopo un attimo d'esitazione, prende il coraggio a quattro mani e vive l'inebriante esperienza di lanciarsi nel vuoto appeso a un elastico. Ma questa piccola folla di amici tanto indaffarati non è fatta di persone: sono tutti robot, sono l'ultima evoluzione dei mattoncini Lego, gli inseparabili compagni dei giochi e delle fantasie di generazioni di bambini. Ci sono voluti oltre dieci anni di ricerca e di sviluppo in stretta collaborazione con il Media Laboratory del Massachusetts Institute of Technology (Mit) per mettere a punto il progetto Lego Mindstorms e creare il primo ««mattoncino intelligente»». L'Rcx, questo è il suo nome in codice, costituisce infatti il cervello di tutte le nuove possibilità di costruzioni Lego. Un vero e proprio microcomputer delle dimensioni d'un pacchetto di sigarette (ma che si può perfettamente incastrare con gli altri mattoncini tradizionali), a cui sono collegati sensori alla luce, al tocco e piccoli motori, che dialoga attraverso una porta di comunicazione agli infrarossi con un Pc. E' appunto da quest'ultimo che può essere facilmente programmato e può ««scaricare»» le relative istruzioni. Ogni Rcx è in grado di memorizzare tre diversi programmi. Ma questo non è un limite. Se la fantasia del nostro ««piccolo genio»» vuole realizzare robot che eseguano azioni più complesse basta aggiungere alla sua costruzione tanti altri ««mattoncini intelligenti»» quanti gli sono necessari. Sono sei, per esempio, gli Rcx indispensabili per far funzionare Michelangelo, il grosso robot che dipinge muovendosi su tre coppie di ruote e spruzzando a comando sulla tela vernice di vari colori che conserva in tante piccole bombole. Insieme con Raffaello, Leonardo e Donatello, gli altri robot pittori, Michelangelo forma una bella squadra. Dopo che lui ha spruzzato i colori, Leonardo interviene con i suoi pennelli, Donatello fa ritocchi a colpi di spugnetta, Raffaello ama contribuire con lanci di vernice e, alla fine, un originale esempio di arte astratta è pronto. ««La filosofia alla base di questa nuova realizzazione»», ha spiegato Kjeld Kirk Kristiansen, presidente e direttore generale del Gruppo Lego, ««è di consentire ai bambini non solo di comprendere la tecnologia, ma soprattutto di avvalersene programmando e costruendo le proprie invenzioni intelligenti»». Per cominciare a fare questo, i ragazzi fra i 9 e il 16 anni hanno a disposizione appunto il Lego Mindstorms Robotic Invention System 1.5 (L. 449.000), un kit che comprende: un Rcx; 727 pezzi fra cui, oltre ai tradizionali mattoncini, 2 motori, 2 sensori e 1 fotocellula; un cd-rom con il software di programmazione Rcx oltre a tutte le istruzioni necessarie; un trasmettitore a raggi infrarossi via porta seriale. Il computer richiesto è un Pc con sistema operativo Windows 95/98; Cpu: Pentium 166 Mhz o superiore; 70 Mb liberi su disco fisso; 1 porta seriale libera a 9 piedini per il trasmettitore agli infrarossi e un lettore di Cd-Rom. Ma tra breve, assicurano, sarà possibile usare anche computer Apple per i quali esiste già una versione del programma per il mercato statunitense. Inoltre, se non si dispone di un trasmettitore ad infrarossi vi è un sistema alternativo per trasferire i dati di programmazione dal proprio computer all'Rcx. ««In futuro, fra 5-10 anni»», ha predetto Nicholas Negroponte, direttore del Media Laboratory presso il Mit, ««troverete un nuovo tipo di giocattolo ed un nuovo tipo di strumento didattico in cui il dispositivo stesso dispone d'intelligenza. Gli strumenti del futuro saranno attrezzi che avranno abbastanza intelligenza e buon senso da interagire effettivamente con un determinato bambino»». Quel futuro sembra davvero cominciato con il ««mattoncino intelligente»». E basta andare a dare un'occhiata in Internet all'indirizzo www. legomindstorms.com per rendersi conto di quante straordinarie creazioni possano nascere dalla fantasia di un bambino (ma anche di tanti adulti: il quaranta per cento degli utilizzatori negli Stati Uniti) quando si può sbrigliare nella totale libertà creativa che offrono le nuove tecnologie. Luciano Simonelli


UN CASO UNICO NEL SISTEMA SOLARE La luna che ogni giorno si fa la plastica facciale
Autore: DI MARTINO MARIO

ARGOMENTI: ASTRONOMIA
LUOGHI: ITALIA

LA sonda Galileo ha festeggiato il suo decimo compleanno da quando fu lanciata dalla navetta spaziale ««Atlantis»» nell'ottobre 1989 sorvolando a bassa quota Io, il più spettacolare e geologicamente attivo dei quattro satelliti galileiani di Giove. Nelle immagini panoramiche inviateci, Io mostra un aspetto unico tra tutti i corpi del sistema solare, alcune regioni sono di colore giallo-arancione, che talvolta sfuma verso il rosso, altre sono tendenti al bianco, mentre quelle più scure in genere coincidono con le caldere e le regioni circostanti i vulcani più attivi. Responsabile di un aspetto così strano è l'intensissima attività vulcanica che caratterizza questa luna, a seguito della quale le caratteristiche superficiali cambiano anche su tempi scala molto brevi. Con i suoi 3640 chilometri di diametro, Io è poco più grande della Luna e, a differenza di tutti gli altri corpi solidi del sistema solare, mostra una superficie completamente priva di crateri da impatto. Ciò è dovuto al fatto che la persistente attività dei vulcani, che si manifesta con imponenti eruzioni, con getti di materiale che possono raggiungere i 300 km di altezza, ricopre continuamente la sua superficie cancellando ogni traccia lasciata dalle collisioni di asteroidi e comete. La causa che rende Io l'oggetto più vulcanicamente attivo del nostro sistema planetario è dovuta al fatto che, data la sua vicinanza a Giove (circa 420.000 km), le potenti forze mareali indotte dal pianeta gigante deformano continuamente il satellite sino a far variare la sua forma di oltre 100 metri, provocando per frizione al suo interno un'enorme quantità di calore che si manifesta con una attività vulcanica di carattere parossistico. A causa della bassa gravità superficiale, Io disperde nello spazio atomi di sodio e zolfo espulsi dai suoi vulcani. Questo gas, ionizzato dalla radiazione ultravioletta solare e dagli urti con gli elettroni accelerati dal campo magnetico gioviano, viene da questo ««intrappolato»» e costretto a ruotare con il pianeta formando un ««toro»» (forma geometrica assimilabile a una ciambella) di plasma che, quando viene attraversato dalla Galileo, durante i passaggi ravvicinati al satellite, può provocare seri e irreparabili danni alla strumentazione di bordo. Il toro di plasma segna tutto il percorso orbitale di Io attorno a Giove ed è osservabile anche dalla Terra. Si stima che ogni secondo l'azione del campo magnetico di Giove strappi da questa regione circa una tonnellata di gas ionizzati. Parte di questi ioni vengono poi accelerati dalle linee di forza del campo magnetico nell'atmosfera gioviana e talvolta generano le impressionanti aurore osservate anche dal Telescopio Spaziale ««Hubble»» nelle regioni polari del pianeta. Il 10 ottobre la Galileo ha effettuato un fly-by di Io, passando a soli 617 km dalla sua superficie. Una delle immagini ottenute da una così breve distanza copre un'area di 7x2 km e mostra un campo di lava, eruttato da un complesso vulcanico denominato Pillan, in cui sono visibili particolari di dimensioni inferiori ai 10 metri, una risoluzione spaziale 50 volte superiore a quella delle migliori immagini riprese durante i fly-by precedenti. L'aspetto di questa regione appare complesso con aree pianeggianti alternate a zone caotiche in cui sono presenti scarpate alte alcuni metri e piccoli rilievi delle dimensioni di una casa. Nel 1997 la Galileo osservò il vulcano Pillan durante un'eruzione che ricoprì di ceneri un'area del raggio di 200 km. I sensori infrarossi misurarono inoltre la temperatura della lava che risultò essere di circa 1500 gradi, oltre 300 gradi più calda di quella eruttata dai vulcani terrestri. Gli strumenti della sonda il 10 ottobre hanno anche ripreso immagini multispettrali di Prometheus, un altro dei tanti vulcani attivi di Io. Sono stati osservati quelli che sembrano essere campi di lava di composizione silicacea, mentre altre zone appaiono più chiare in quanto sono ricoperte da biossido di zolfo ghiacciato. Questo gas viene infatti espulso insieme alla lava ed incontrando le bassissime temperature esterne (circa -150 C) si condensa sotto forma di neve e ricade al suolo formando attorno al vulcano un evidente anello di colore biancastro. Le strutture vulcaniche e la variegata morfologia delle colate laviche appaiono in genere simili a quelle terrestri e marziane, ma la combinazione di differenti tipi di flussi lavici che interessano regioni relativamente piccole è la dimostrazione della varietà di processi vulcanici che continuano a modificare l'aspetto della superficie di Io. Galileo, prima sonda ad essere stata immessa in orbita attorno a Giove, ha rivoluzionato le nostre conoscenze sul maggiore pianeta del sistema solare e sulle sue lune. Grazie alle informazioni raccolte da questa meravigliosa e complessa macchina, è stato possibile conoscere molto di più sull'atmosfera ed il campo magnetico di Giove e sulla composizione e struttura dei suoi satelliti, senza considerare il fatto che durante il suo viaggio, con le foto degli asteroidi Gaspra e Ida, ci ha fornito le prime immagini ravvicinate di un campione della miriade di piccoli pianeti che affollano lo spazio compreso tra le orbite di Marte e Giove. Se il bilancio della Nasa lo permetterà, il 22 febbraio prossimo la Galileo effettuerà un passaggio a soli 200 km di altezza da Io, circa la metà della quota a cui le navette spaziali orbitano attorno alla Terra. Da questa distanza le telecamere della sonda potrebbero vedere particolari delle dimensioni di un'automobile. Mario Di Martino Osservatorio Astronomico di Torino


CONVEGNO A BOLOGNA Animali da ricerca Come limitarne l'impiego
Autore: MAZZOTTO MONICA

ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA
NOMI: BURCH REX, RUSSEL WILLIAM
ORGANIZZAZIONI: ATLA (ALTERNATIVES TO LABORATORY ANIMALS
LUOGHI: ITALIA, BO, BOLOGNA, ITALIA

TRA le tante singolarità che sono racchiuse nell'essere umano, una salta agli occhi: siamo l'unica specie che si interessa così attivamente della vita degli altri animali. Alle volte divisi tra il ruolo di predatori e quello di difensori. Spesso con atteggiamenti estremi in tutte e due le direzioni, pensando sempre che le situazioni siano bianche o nere, dimenticando l'esistenza dei saggi e piacevoli toni del grigio. Su questi toni si è svolto recentemente a Bologna il terzo convegno mondiale dell'Atla (Alternatives To Laboratory Animals) sulle alternative all'uso degli animali per la ricerca. Il tema che può sembrare esclusivamente ««animalista»» è stato trattato con estrema competenza e serietà oltre che dai rappresentanti dei movimenti protezionistici, anche da centinaia di ricercatori provenienti da ogni parte del mondo e da tutti i settori in cui oggi si utilizza la sperimentazione animale: dalla medicina alla cosmesi, dall'etologia all'insegnamento, dalla tossicologia all'immunologia e alla veterinaria. Molti esperti per un unico problema. La nascita del movimento per la ricerca di alternative all'uso degli animali nella sperimentazione risale al 1959, quando due ricercatori inglesi, William Russel e Rex Burch pubblicarono un libro dal titolo ««Principles of humane Experimental Technique»». In questo trattato i due ricercatori esponevano il concetto delle ««tre R»», ossia Reduction (riduzione del numero degli animali usati), Replacement (sostituzione con metodologie differenti o specie evolutive inferiori) e Refinement (affinamento delle tecniche). Anche se sono passati esattamente quarant'anni dalla pubblicazione di quel trattato ancora oggi il concetto delle tre R resta quello su cui i maggiori scienziati lavorano per diminuire l'uso degli animali e la loro sofferenza senza nulla togliere, anzi in certi casi aggiungendo, al rigore della ricerca scientifica. Al convegno di Bologna, partendo proprio dal concetto di riduzione, si sono analizzate varie strategie alternative. Per prima quella del mirare sempre ad un disegno sperimentale efficiente e statisticamente corretto. Utilizzando bene la statistica e i test che dovranno essere applicati per validare l'esperimento, si può minimizzare il numero di animali da impiegarsi. Inoltre ormai i computer riescono a fornire delle ottime simulazioni, che affiancano, e alle volte possono ridurre sensibilmente, l'utilizzo della sperimentazione animale. A tale proposito è stato evidenziato come anche la diffusione del sistema informativo via Internet riesca a diffondere facilmente dati preziosi, eliminando così non pochi esperimenti ridondanti. Il secondo spunto centrale affrontato al convegno, ossia quello della sostituzione, si basa su qualsiasi sistema sperimentale che non richieda l'utilizzo di un animale. Queste strategie possono essere sia completamente sostitutive (proposto l'uso di modelli ottenuti al computer o l'utilizzo di particolari tecniche fisico-chimiche) o in gran parte sostitutive come l'utilizzo di tessuti od organi per uno studio in vitro. Un metodo considerato sostitutivo è anche quello di promuovere l'utilizzo di animali considerati inferiori, quali vertebrati non primati, o gli stessi invertebrati. Il terzo punto focale, dibattuto al convegno, è stato l'affinamento delle varie metodologie. Ciò significa tentare, in vari modi, di migliorare le tecniche di ricerca per diminuire la sofferenza degli animali. Questo aspetto non è importante solo dal punto di vista etico, ma anche scientifico essendo il livello di sofferenza e di stress dell'animale strettamente legato ai possibili cambiamenti fisiologici che inevitabilmente alterano i risultati. Per questo l'ambiente dove l'animale viene allevato non deve solo provvedere alla sua nutrizione, alla sua riproduzione e al suo stato di salute, ma deve anche tutelare il suo benessere psicologico e psicofisico. Monica Mazzotto


SCOPERTA ITALIANA I ««telomeri corti»» causano tumori A Cambridge ancora un passo avanti a livello molecolare
Autore: PATERLINI MARTA

ARGOMENTI: BIOLOGIA
NOMI: D'ADDA DI FAGAGNA FABRIZIO
LUOGHI: ITALIA, CAMBRIDGE, EUROPA, GRAN BRETAGNA, REGNO UNITO

UN giovane ricercatore italiano, nell'Istituto Wellcome/CRC di Cambridge in Inghilterra, ha aggiunto un tassello di informazione in più alla complessa biologia dei telomeri e quindi alla genesi dei tumori. Fabrizio d'Adda di Fagagna ha riportato su Nature Genetics, nel mese di settembre, che nell'accorciamento dei telomeri, accanto alla telomerasi, sarebbe coinvolta anche un'altra proteina, la poli(Adp-ribosio)polimerasi (Parp). Parp è un'abbondante proteina nella maggior parte degli eucarioti superiori, una delle tante coinvolte nel riparo del Dna. Già da tempo era noto che esisteva una correlazione tra la sua quantità e la longevità della specie; ad esempio il topo, che ha meno Parp, vive meno a lungo rispetto all'uomo che ne ha di più. Il gruppo di Cambridge ha impostato lo studio a partire da un topo che non esprime la proteina Parp e ha dimostrato che il topo senza Parp ha i telomeri più corti di un topo normale. Inoltre ha scoperto che la sua mancanza porta ad una maggiore ricombinazione dei cromosomi e alla fusione dei telomeri, generando instabilità genetica, una delle fonti della trasformazione tumorale. ««Questo è solo l'inizio - dice Fabrizio d'Adda di Fagagna - perché ci diventa sempre più chiaro che ci sono anche altri fattori che controllano la lunghezza dei telomeri nelle cellule di topo o di uomo»». Ma qual è la rilevanza dei telomeri corti? ««Questi topi - continua il ricercatore - hanno anche instabilità genomica che è spesso associata all'insorgenza dei tumori, e proprio per questo adesso stiamo studiando se anche nei tumori umani ci può essere un'alterazione di Parp»». Parp mette in relazione la biologia dei telomeri, la riparazione del Dna e il cancro: la sua nuova funzione apre le porte a future indagini circa la possibilità che anche altri fattori coinvolti nella riparazione del Dna siano in grado di controllare la stabilità dei telomeri. Marta Paterlini


BIOINGEGNERIA Più vicini gli organi artificiali
ORGANIZZAZIONI: BIONOVA
LUOGHI: ITALIA

IN Italia il mercato potenziale degli organi artificiali è di 630 milioni di dollari, pari al 4,3 di quello mondiale, stimato in 14, 5 miliardi di dollari. Secondo l'Istituto superiore di Sanità, nel nostro Paese erano 8500 le persone in attesa di trapianto dal giugno 1998 all'aprile 1999, mentre i donatori di organi in Italia rimangono appena 12 ogni milione di abitanti contro i 20 della media europea. Sono dati presentati nei giorni scorsi a Bionova (Padova Fiere), dove si è fatto il punto sulle ultime ricerche riguardanti arti e organi artificiali (tra questi, un orecchio bionico, già in applicazione, e pancreas e fegato, ancora in via di sviluppo): la tecnologia può infatti, in alcuni casi, sostituire gli organi naturali di cui scarseggiano i donatori. A Milanosi è invece discusso di una ««Banca cellulare»» per l'ingegneria dei tessuti, con l'obiettivo di ricostruire in vitro organi e parti del corpo.


LONGEVITA' E FELICITA' erché vivere di più? A proposito del gene della lunga vita
Autore: CAROTENUTO ALDO

ARGOMENTI: PSICOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

PER come vanno le cose al giorno d'oggi, vivere più a lungo non è sempre una gran fortuna. Poche persone possono dirsi pienamente soddisfatte della propria esistenza, del proprio lavoro e delle proprie relazioni, al punto da aspirare al prolungamento di questo transito terreno. Eppure, la notizia che un gruppo di ricercatori dell'Istituto Europeo di Oncologia di Milano ha scoperto il gene di lunga vita ha destato grandi entusiasmi. Non si riesce bene a capire perché più si è scontenti della vita, più il mito della longevità diventa seduttivo. Forse perché la segreta speranza che ognuno di noi coltiva, seppure celata nel malcontento, è che quello che non si riesce a realizzare in settant'anni sia più facile da ottenere in cento. Ma quale vana illusione pensare che gli impedimenti si risolvano con il tempo. La felicità è il regno dell'effimero, di ciò che per sua natura è sempre altrove, in un lungo indefinito, la cui unica memoria ancora viva è la nostalgia. Perché, a dire il vero, la felicità a cui aspiriamo è sempre e comunque nel passato; mai nel futuro. Pertanto vivere più a lungo non ci servirebbe a nulla. Dovrebbero piuttosto inventare la macchina per viaggiare a ritroso nel tempo. Fino ad arrivare a quel passato che, anche nelle sue tinte più fosche, ci sembra comunque paradisiaco. Nell'incerto cammino verso l'ignoto, ieri è sempre meglio di oggi. L'erede del mito dell'eterna giovinezza, che nella letteratura ha trovato la sua personificazione nelle drammatiche vicende del Dottor Faust e di Dorian Gray, è dunque un gene. Un gene, per la verità, un po' particolare visto che, al pieno della sua funzionalità, è responsabile dei processi degenerativi delle cellule nonché dell'insorgere dei tumori. Insomma, un vero e proprio bottone dell'autodistruzione, disinserito il quale, però, possiamo aspirare all'eternità. Ma perché mai l'evoluzione - che fino ad oggi è stata ben accorta a selezionare solo i caratteri utili alla sopravvivenza delle specie - avrebbe dovuto mantenere un gene che decide della nostra morte? Quasi quasi viene la tentazione di risfoderare il temuto ««istinto di morte»» freudiano, come a dire: non solo l'uomo, ma la natura intera aspira, in parte, alla propria distruzione. Ma credo che la soluzione del paradosso sia molto più semplice. La morte non è altro che un prezzo. Quel prezzo che ognuno di noi paga, giorno per giorno, attraverso rinunce e privazioni. Quel prezzo che il tempo stesso richiede. Non si può pensare di passare attraverso gli anni, i dolori e le gioie, rimanendo sempre uguali a se stessi. Ogni volta qualcosa viene sacrificato al nuovo che avanza. La persona che ero vent'anni fa e quella che sono oggi, si osservano con una certa distanza. Tra me e lui ci sono migliaia di piccole morti: un sorriso che si è spento e un altro che è nato. E molte altre ce ne saranno ancora. Ma bisogna essere capaci di vera gratitudine per aspirare all'eterno ripetersi di questo gioco di morti e rinascite. Gratitudine verso il bene, ma anche verso il male; verso le nostre gioie come verso le nostre pene. E non sempre è così facile capire il senso del dolore. Più spesso la sofferenza è un carico pendente, un punto interrogativo che non trova risposta. Allora l'ambizione alla longevità diventa una via di fuga, un modo per demandare il terribile confronto con l'ora delle risposte ultime. La vera paura è quella di trovarsi infine senza parole, senza un commento utile a spiegare il senso della nostra esistenza. L'idea di aver vissuto per nulla è il prezzo che paghiamo nella vecchiaia, quando ormai il tempo per riparare non basta più. Come sarebbe bello vivere in eterno, senza mai doversi porre il problema di un bilancio. Ma se dimenticare è la nostra vera ambizione, allora basterebbe la pillola dell'oblìo a renderci felici. Non è il corpo che invecchia a spaventarci, ma quella mente lucida che da esso non riesce a distanziarsi. Aldo Carotenuto Università di Roma ««La Sapienza»»


INFLUENZA C'è una nuova molecola per un vecchio malanno
Autore: TRIPODINA ANTONIO

ARGOMENTI: MEDICINA FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. IL CICLO VITALE DEL VIRUS DELL' INFLUENZA

TRAE il suo nome dal latino ««influentia»», essendo gli antichi romani convinti che quell'inspiegabile malessere che li colpiva nei mesi invernali fosse dovuto all'influsso di sfavorevoli congiunzioni stellari. L'influenza ha accompagnato la storia del genere umano, e non sempre in modo benevolo. Si ritiene che la famosa ««peste»» di Atene, che tante vittime ha mietuto nel 430 a. C., non fosse altro che un'epidemia influenzale. E date segnate da nefaste epidemie sono il 1580, il 1743, il 1889, e, nel secolo corrente, il 1918, anno della ««Spagnola»», che ha provocato più di 20 milioni di morti in tutto il mondo, il 1957, anno dell'««Asiatica»», il 1968, anno della ««Hong Kong»». Quindi la sua fama di benignità è relativa potendo complicarsi fino a diventare mortale in soggetti particolarmente esposti. In Italia è, infatti, la terza causa di morte per malattie infettive, dopo l'Aids e la tubercolosi. A indurre l'influenza sono i virus della famiglia delle Orthomyxoviridae, genere Orthomyxovirus, tipo A, B e C. In realtà i virus che interessano l'uomo sono il tipo A e il tipo B, essendo il tipo C raramente responsabile di infezioni clinicamente significative. Caratteristica dei virus influenzali è l'instabilità genetica, che determina variazioni nella loro struttura molecolare e fa sì che la popolazione, in alcuni anni, venga colta scoperta da un punto di vista immunitario, priva, cioè, di anticorpi in grado di contrastare i nuovi sottotipi virali. E' questa la causa delle epidemie (diffusione del contagio nel 15-20% della popolazione) e delle pandemie (diffusione del contagio in oltre il 50% della popolazione). La vaccinazione con virus inattivati rimane il più efficace scudo verso l'influenza. Tuttavia la sua efficacia non è assoluta, dipendendo sia dalla concordanza tra i ceppi utilizzati per il vaccino (preventivamente indicati dal ««Who influenza Programme) e quelli che effettivamente si sono diffusi fra la popolazione, sia dalla capacità immunitaria del singolo soggetto, condizionata dal suo precedente stato di salute. Particolarmente a rischio di complicanze (rappresentate in massima parte dalle sovra-infezioni polmonari) sono i soggetti affetti da malattie croniche debilitanti a carico dell'apparato respiratorio, circolatorio, uropoietico; da malattie degli organi emopoietici; da diabete e altre malattie dismetaboliche. Lo scorso anno l'influenza ha colpito in Italia 10 milioni di persone, con un costo diretto e indiretto che ha superato i 1800 miliardi. Per la stagione 1999-2000, secondo stime del ministero della Sanità, si prevedono da 6 a 16 milioni di influenzati, da 2,5 a 7 milioni di persone richiedenti cure mediche, da 50.000 a 120.000 ricoveri ospedalieri, dai 13.000 ai 45.000 decessi, circa 10 milioni di giornate lavorative perse. Cifre che giustificano l'interesse per una nuova arma contro i virus influenzali: un'arma progettata dai ricercatori della Glaxo-Wellcome avvalendosi di sofisticati sistemi computerizzati in grado di simulare e, contemporaneamente, di verificare, come dal vivo, la sua azione farmacologica. Azione che è mirata ad inibire in modo selettivo la neuramidasi, l'enzima chiave per la replicazione dei virus dell'influenza A e B, limitando in questo modo la diffusione virale da cellula a cellula. Lo zanamivir, questo è il nome scientifico della molecola, è una polvere da inalare, in modo che possa giungere direttamente nelle vie respiratorie superiori, là dove i virus influenzali hanno il loro primo insediamento, dove si replicano e da dove si diffondono in tutto l'organismo. Tre studi clinici condotti su oltre 6000 persone hanno dimostrato che se lo zanamivir viene assunto entro le 48 ore dall'inizio dei sintomi è in grado di ridurre di circa un terzo la gravità e la durata della malattia. Bisogna però essere in presenza dei virus dell'influenza e non di altri virus, o batteri, o clamidie, o micoplasmi, che possono dare una sintomatologia simil-influenzale, contro i quali il nuovo farmaco è inefficace. Poiché non si può attendere una diagnosi di certezza (attraverso il tampone faringeo o l'aspirato dalle cavità nasali) che richiederebbe alcuni giorni, quindi oltre il limite di fruibilità del farmaco, bisogna lasciarsi guidare dai tre sintomi-guida dell'influenza: esordio brusco della febbre, uguale o superiore ai 39 gradi; comparsa di dolori muscolari; sintomi respiratori (rinite, faringo-laringite, tracheite, tosse stizzosa). Ad ogni buon conto sono in via di preparazioni test per identificare in pochi minuti i virus influenzali. Antonio Tripodina


RIFIUTI Se ne parla a Torino e in Svizzera
NOMI: STRUIJS MAARTEN, TOSCANI OLIVIERO, VIALE GUIDO
ORGANIZZAZIONI: AMIAT, ONU
LUOGHI: ITALIA, ITALIA, TO, TORINO

VENERDI' 3 dicembre alle 9, al Centro Congressi del Lingotto a Torino, via Nizza 280, convegno organizzato dall'Amiat su ««2000-2010, scenari per il nuovo decennio: rifiuti, energia e tecnologia, informazione, negoziazione e condivisione»». Su un tema ampiamente dibattuto, ma affrontato con poca concretezza dalle amministrazioni pubbliche, interverranno tra gli altri rappresentanti olandesi e danesi, Oliviero Toscani, il sociologo Guido Viale e Maarten Struijs responsabile del progetto di termovalorizzazione di Rotterdam. Sulla questione dei rifiuti pericolosi, sulla movimentazione transfrontaliera e loro eliminazione, appuntamento a Bale in Svizzera per il decimo anniversario della Convention de Bale, sotto l'egida dell'Onu, dal 6 al 10 dicembre. E' prevista la partecipazione di rappresentanti di 132 paesi.


LONDRA Un parco avveniristico per il 2000 Sorgerà in un quartiere povero e congestionato
Autore: ACCATI ELENA

ARGOMENTI: ECOLOGIA
NOMI: ALDENTONE JON, HART LORRAINE
ORGANIZZAZIONI: MILE END PARK
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, GRAN BRETAGNA, LONDRA, REGNO UNITO

SARA' bellissimo per i londinesi che vivono nell'East End, un'area urbana congestionata e povera, con una popolazione assai varia per etnie, festeggiare l'avvento del 2000 in un parco, il Mile End Park, realizzato appositamente per loro, ascoltando il concerto dell'Orchestra della Bbc in una arena per oltre duemila persone. E' un parco innovativo in ogni aspetto, dalla progettazione alla realizzazione; e accessibile in ogni sua parte ai disabili - raccontano Jon Aldentone e Lorraine Hart - mostrandoci il progetto. L'area si snoda lungo il Grand Union Canal, è delimitata al Nord da Victoria Park e raggiunge il Limehouse basin creando così un polmone verde per una superficie di circa 45 ettari. Di realizzare un parco in questo luogo se ne parla dalla fine della seconda guerra mondiale, ma la mancanza di fondi ha reso a lungo impossibile questo sogno della popolazione. All'estremità Sud del parco si trova lo spazio destinato ai bambini sotto gli 8 anni, dove tutto è a loro misura (anche i servizi igienici). Un disegno paesaggistico sapiente e armonioso unisce le varie parti che si snodano lungo un percorso sinuoso, con grandi macchie di vegetazione ricche di ben 800 specie arboree. Verranno utilizzate l'energia eolica e solare in modo da rendere minimi i costi energetici. I rifiuti saranno gestiti in modo da produrre metano e quindi elettricità. Il parco, aperto giorno e notte, sarà vigilato da 70 guardie. Gli investimenti pubblici e privati sono stati di 25 milioni di sterline, pari a 75 miliardi di lire. Elena Accati Università di Torino


DAL MUSEO DI STORIA NATURALE DI TORINO Ricercatori d'oltremare Partiti in missione in Madagascar e Australia
Autore: GROMIS DI TRANA CATERINA

ARGOMENTI: ZOOLOGIA
NOMI: ANDREONE FRANCO, DACCORDI MAURO, GIACHINO PIER MAURO
ORGANIZZAZIONI: MUSEO REGIONALE DI SCIENZE NATURALI
LUOGHI: ITALIA, ITALIA, TO, TORINO

COME ai tempi delle spedizioni naturalistiche dell'Ottocento, quando la pirocorvetta Magenta e la fregata Regina solcavano i mari alla ricerca di mondi sconosciuti, i nostri esploratori partono, via dalle nebbie di novembre, verso nuove scoperte. Ai pessimisti sembrerà impossibile, e invece questo vecchio pianeta che pare agonizzante riserva ancora delle sorprese: ci sono specie animali sconosciute che pochi fortunati sono chiamati a proclamare al mondo. Dal Museo di Scienze Naturali di Torino ogni tanto alcuni prodi si fanno strada in mezzo alle troppe scartoffie, e dando le spalle all'eterno cantiere, dimenticano tarme, formalina e disagi, e vanno ««in missione»». La ricerca dell'Eldorado non è casuale, ognuno ha il suo traguardo chiaro in mente. Una delle mete è il Madagascar, seconda patria di Franco Andreone, lo zoologo delle rane, delle raganelle, dei camaleonti, dei gechi e dei serpenti. Il suo padre spirituale è Mario Giacinto Peracca, grande erpetologo piemontese, studioso sedentario che allevava rettili e anfibi di Paesi lontani nel suo giardino di Chivasso. Come Salgari viaggiava solo con la fantasia, ma la collezione erpetologica di Torino deve in gran parte a lui la sua fama. Andreone sedentario non è: la sua vita trova un senso nella foresta pluviale, a rincorrere il canto delle rane di notte con una pila da speleologo in testa, sempre a mollo nella pioggia e in compagnia di tante sanguisughe terrestri. Il resto del tempo, quello che trascorre al museo, è attesa, un'attesa costruttiva che ha il valore dello studio vero ed è il sogno di tutti i naturalisti: tirare le fila di una ricerca lunga e paziente e dare un nome a un animale sconosciuto. E' l'emozione della scoperta. In 16 spedizioni, a partire dal 1992, le specie nuove già descritte sono 12, un numero enorme se si pensa che non si tratta di animali microscopici che sfuggono a qualunque attenzione. Che bello scoprire un nuovo camaleonte pieno di colori, o una raganella con gli occhi sporgenti e le dita prensili. Andreone è un bravo fotografo: i suoi pupilli vengono presentati al mondo con tutti gli onori, mentre lui ne pronuncia i nomi incomprensibili con l'espressione deliziata di un padre che ha appena battezzato il suo bambino. E' un padre angosciato però: la deforestazione massiccia di quella terra promessa piena di tesori potrebbe portare al disastro in tempi brevissimi, dieci anni appena. La beffa del Duemila: sapere che ci sono un sacco di animali ancora da scoprire e che forse si estingueranno ancora prima di avere un nome. Il Madagascar è un frammento alla deriva dell'antico supercontinente Gondwana, che comprendeva anche Africa, India, America del Sud, Australia e Antartide. Si è staccato dall'Africa tra 250 e 150 milioni di anni fa, e così ha evoluto una flora e una fauna sue proprie. E' uno scrigno d'oro: come tutte le foreste pluviali primeve anche quella del Madagascar è un ambiente stabile, che ha permesso la convivenza di un grande numero di specie. Ai capostipiti presenti sull'isola dal tempo dei tempi si sono aggiunti robusti e adattabili immigrati e si sono differenziate tante specie quanto era lo spazio vitale da occupare. Molte sono state le specializzazioni estreme di rane e raganelle per occupare le nicchie ecologiche che spetterebbero in altri luoghi ad altri animali: la ««nicchia acustica»» nella foresta pluviale del Madagascar, povera di uccelli, è occupata dagli anfibi. Gli entomologi del Museo invece preferiscono l'Australia. Come dicono Zunino e Zullini nel loro libro ««Biogeografia»», ««molte situazioni, più di quanto non sembri, sono riconducibili al concetto di isola. Tutti i continenti, per esempio, non sono che enormi isole circondate da oceani»». E se... ««il numero delle specie è proporzionale all'area dell'isola che le ospita»» ... e .. .««tanto più un'isola è grande, tanti più tipi di ambiente vi s'incontrano (e, quindi, maggiore varietà di specie)»»... allora diventa irresistibile la scelta di un'««isola continente»». E che continente! L'Australia è come il centro del tutto, il più vecchio mondo da cui se ne sono irradiati altri nella deriva delle terre emerse, ed è allora il punto di partenza per la ricerca dell'universale partendo dal particolare. E' come una vecchia signora, seduta impassibile sulla sua placca continentale che, spenti i vulcani, tollera nell'età della saggezza deforestazioni, desertificazione e vari ospiti più o meno graditi: sa che i nipotini che hanno messo a soqquadro il suo salotto diventeranno adulti consapevoli e rispettosi. Infatti: le foreste australiane sono oggi protette e non poche sono dichiarate patrimonio dell'umanità. In mezzo a canguri, ornitorinchi ed echidne, animali endemici e famosi, si aggirano molteplici forme a sei zampe, piccole e altrettante uniche. Così anche Mauro Daccordi e Pier Mauro Giachino, entrambi entomologi, disertano l'inverno torinese: vanno, raccolgono nei loro vagli e retini, e quando tornano descrivono. Ognuno ha la sua specialità: uno i Carabidi predatori e i Colevidi saprofagi, l'altro i rotondi Crisomelidi vegetariani. Ad oggi hanno battezzato più di 50 nuove specie australiane. Nelle loro scorribande catturano anche esemplari di altre famiglie, e al ritorno distribuiscono ai colleghi specialisti i loro regali. Tutto il mondo degli studiosi di quel piccolo popolo allora si mette al lavoro - sul particolare di una zampa, sulla sfumatura dell'elitra - per raccontare qualcosa di nuovo alla scienza. Il Museo di Torino non ha ancora mostrato al pubblico tutta la sua storia nascosta, ma permette ai suoi collaboratori più avventurosi di ««fare che il sogno diventi dovere e di dare al dovere la bellezza del sogno»». Quando i visitatori del prossimo millennio potranno, speriamo, condividere il sogno, tutto questo lavoro spiegherà da sè il suo valore. Caterina Gromis di Trana


DA LEGGERE Il vero Darwin nelle lettere ancora inedite
Autore: GAROFOLI FRANCESCA

ARGOMENTI: STORIA SCIENZA
PERSONE: DARWIN CHARLES
NOMI: DARWIN CHARLES
ORGANIZZAZIONI: RAFFAELLO CORTINA EDITORE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: «LETTERE 1825-1859»

GENIO incompreso o sognatore ozioso? Probabilmente tutte e due le cose. Ecco un ritratto del giovane Charles Darwin come mai ce lo saremmo immaginato: un giovanotto pigro e svogliato, che invece di studiare medicina preferisce impagliare uccelli, e alla teologia antepone la sua collezione di insetti. Così, da prete mancato e da medico rinunciatario - con grande preoccupazione del padre che già vedeva in lui un figlio giramondo e lavativo - nel 1831 Darwin si imbarcò, in veste di naturalista, sul brigantino ««Beagle»». Tornerà cinque anni dopo, completamente cambiato. Il sole dei Tropici invece di renderlo ancor più ozioso gli aveva indicato la strada da seguire. Chi è, dunque, questo irrispettoso biografo che mette in luce l'aspetto più umano e tormentato del grande naturalista? E' Darwin stesso, così come si racconta nelle sue Lettere 1825-1859, pubblicate per la prima volta in italiano da Raffaello Cortina e in libreria dal 18 novembre. Per la verità erano già state date alle stampe le sue lettere, scritte dal 1831 al 1836 (Viaggio di un naturalista intorno al mondo, Feltrinelli 1980), ma il nuovo epistolario accanto al Darwin scienziato, completamente assorbito dalle sue idee sull'evoluzione della specie, ci mostra anche il ritratto di un premuroso padre di famiglia e di un uomo pungolato da una curiosità senza frontiere. Nella sua prefazione, Stephen Jay Gould definisce Darwin ««progressista nelle idee scientifiche, moderato nelle idee politiche e sociali e conservatore nello stile di vita personale»». Sta di fatto che le considerazioni epistolari di Darwin spaziano con lo stesso entusiasmo dalla geologia alla botanica, dall'entomologia alla zoologia, dalle preoccupazioni riguardo all'educazione dei figli alle sue prese di posizione contro la schiavitù, il razzismo e lo sfruttamento del lavoro minorile. Con alcune intuizioni a dir poco geniali che esulano dagli studi sulle specie. In una lettera del 1837 alla sorella Caroline, per esempio, si dice interessato a quella ««misteriosa legge»» che spiegherebbe perché ««gli equipaggi di navi hanno provocato strane malattie contagiose nelle Isole Station del Pacifico»». E nella stessa lettera scrive: ««Ti prego di chiedere a mio padre se ha mai sentito parlare di esperimenti condotti per controllare se l'essere punti da strumenti usati nel dissezionare un cadavere sia fatale per un uomo»». Si tratta di intuizioni, dettate dalle sue note di viaggio, che anticipano di quasi un decennio le ricerche di Semmelweis sulle ragioni della febbre puerperale e di circa vent'anni gli studi di Pasteur sulle epidemie. Ma c'è di più. Nel ricercare una causa alla diffusione di specie simili, seppure in terre tra loro molto lontane, si avvicina alla teoria della deriva dei continenti, sebbene poi se ne distanzi reputandola un passo troppo lungo e difficile da dimostrare. Cinquant'anni più tardi, Alfred Wegener avrebbe definitivamente chiarito ogni suo dubbio. Una sfiancante forma di ipocondria induceva Darwin a dedicare più tempo alla cura delle sue malattie immaginarie, sulle quali teneva anche un diario, piuttosto che alla stesura dei suoi appunti. Se non fosse stato per la pressione esercitata da Wallace, l'Origine della specie sarebbe rimasto un capolavoro incompiuto e qualcun altro avrebbe scritto al suo posto quel capitolo sull'evoluzione. Francesca Garofoli


SUSSIDI MULTIMEDIALI Viaggio negli enigmi del tempo Con il fisico Tullio Regge dai quark al Big Bang
Autore: T_S

ARGOMENTI: DIDATTICA
PERSONE: REGGE TULLIO, TIBONE FEDERICO
NOMI: LESCHIUTTA SIGFRIDO, REGGE TULLIO, TIBONE FEDERICO
ORGANIZZAZIONI: LA STAMPA, SPECCHIO DELLA STAMPA, TUTTOSCIENZE
LUOGHI: ITALIA, ITALIA, TO, TORINO
NOTE: «LA FRECCIA DEL TEMPO»

UN millennio finisce in un vortice di calendari, bilanci del passato e previsioni per il futuro, mentre viviamo sempre più all'insegna della fretta. Ma la natura profonda di quella entità che chiamiamo tempo rimane misteriosa. E affascinante. Per questo abbiamo pensato di inserire nella collana ««VirtLab»» di ««Tuttoscienze»» un Cd-Rom intitolato ««La freccia del tempo»» che affronta questo problema, sotto le firme collaudate del fisico Tullio Regge e di Federico Tibone, con la preziosa collaborazione di Sigfrido Leschiutta, dell'Istituto Elettrotecnico nazionale Galileo Ferraris. I lettori lo troveranno in edicola sabato 4 dicembre allegato a ««Specchio»» e con ««La Stampa»» al prezzo complessivo di lire 19.900. Perché i fenomeni naturali appaiono sempre irreversibili? Perché invecchiamo senza poter ringiovanire, e abbiamo ricordi del passato ma non del futuro? Perché, insomma, esiste una freccia del tempo? E il tempo ha avuto un inizio, oppure è sempre esistito? Fa parte della natura, o è una cornice immutabile nella quale si svolge la vita dell'universo? Da millenni i filosofi cercano di rispondere a queste domande. A partire dall'Ottocento, con l'avvento della termodinamica, se ne è occupata anche la scienza. E nel XX secolo nuove idee sulla natura del tempo sono venute dalla teoria della relatività, dallo studio delle particelle elementari e dall'analisi dei sistemi complessi. Il Cd-rom ««La freccia del tempo»» usa testi, immagini, filmati e animazioni interattive per raccontare queste scoperte. Nell'Aula multimediale sono riassunte la storia dei calendari e quella dei cronometri, dalla meridiana agli orologi atomici; i legami tra il tempo e il calcolo delle probabilità; i bizzarri fenomeni previsti da Einstein poi effettivamente osservati; le proprietà del tempo che si manifestano al livello microscopico; le ipotesi cosmologiche, dall'evoluzione dell'universo ai viaggi nel tempo. Nel Laboratorio virtuale si possono sperimentare, con l'aiuto del computer, alcune sorprendenti caratteristiche del tempo che ci sfuggono nella vita quotidiana. Gli esperimenti e i giochi permettono tra l'altro di scoprire: - come un mazzo di carte possa diventare un modello per l'irreversibilità dei fenomeni naturali; - come sia possibile violare il secondo principio della termodinamica, vestendo i panni del diavoletto di Maxwell; - come l'ordine, il caos e la geometria dei frattali vengano alla ribalta quando ci si domanda quanti conigli possano convivere su un campo da pallone. Non mancano spunti per chi desidera approfondire: un piccolo dizionario a schede interattive, riferimenti bibliografici, aneddoti e una curiosa cronologia del tempo. Il cd-rom propone inoltre collegamenti a molti siti Internet e una raccolta di aforismi sul tempo, da Ovidio a Stephen Hawking. \


IN BREVE Su «L'astronomia» il dilemma del 2000
ARGOMENTI: ASTRONOMIA
NOMI: LAMBERTI CORRADO, MAFFEI PAOLO
LUOGHI: ITALIA

Paolo Maffei, astronomo e divulgatore notissimo, sul mensile ««l'astronomia»» diretto da Corrado Lamberti in edicola a dicembre affronta la dibattuta questione della fine del secolo e dell'inzio del terzo millennio. La soluzione, sostenuta tra l'altro dall'Osservatorio di Greenwich, dove per convenzione passa il meridiano zero, è che il reale passaggio di fine secolo e inizio millennio si colloca a mezzanotte del 31 dicembre del 2000, cioè nell'istante di passaggio al 2001. Maffei però non si limita a fornire la soluzione del dilemma, da ««Tuttoscienze»» già più volte ribadita, ma coglie l'occasione per un'ampia trattazione delle vicende dalle quali trae origine il nostro calendario, da Dionigi il Piccolo alla riforma gregoriana. Tra le fonti citate da Maffei, anche ««La Stampa»», che correttamente annunciò il 1 gennaio del 1901 l'inizio del XX secolo.


IN BREVE Plasmon su Internet per mamme e medici
ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE
ORGANIZZAZIONI: INTERNET, PLASMON
LUOGHI: ITALIA

La Plasmon, azienda di dietetici che dal 1902 produce alimenti per bambini, sbarca su Internet. Il sito, fortemente interattivo, si rivolge a ««navigatori»» diversamente smaliziati. Il primo livello, accessibile a tutti gli utenti, contiene una sezione dedicata alle mamme e alla crescita dei bambini; il secondo livello ha due sezioni ad accesso esclusivo, una dedicata ai giornalisti che scrivono di cultura alimentare e una per la classe medica. L'indirizzo del sito è: www.plasmon.it


IN BREVE Malattie cardiache obiettivi per il 2000
ARGOMENTI: MEDICINA FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA, ITALIA

Il Coordinamento nazionale delle associazioni di volontariato contro le malattie cardiovascolari ha fissato gli obiettivi per l'anno 2000: monitoraggio epidemiologico della mortalità, andamento dei fattori di rischio, qualità delle prestazioni mediche e terapeutiche, rilevazione e programmazione delle necessità emergenti. In Italia le associazioni di volontariato che si occupano di malattie cardiovascolari sono una trentina.


IN BREVE «Ombre del tempo» ecco i vincitori
ARGOMENTI: METROLOGIA
NOMI: ROSSERO MARIO
LUOGHI: ITALIA

Si è conclusa la sesta edizione del concorso ««Le ombre del tempo»» per progettisti e costruttori di orologi solari, dilettanti e professionisti. Il primo premio è stato assegnato a Mario Rossero di Villarfocchiardo (Torino) per la complessità della realizzazione, l'eleganza e l'originalità della meridiana su sfera armillare. Il secondo premio è andato a Renzo Righi di Correggio (Reggio Emilia); il terzo premio a Joan Olivares Alfonso di Valencia (Spagna). Per i professionisti si segnala l'opera di Mario Arnaldi di Lido Adriano (Ravenna).




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