TUTTOSCIENZE 13 ottobre 99


Politici a piedi ma solo fino all'auto blu
Autore: BIANUCCI PIERO

ARGOMENTI: ENERGIA
ORGANIZZAZIONI: ANFIA
LUOGHI: ITALIA

QUALCHE settimana fa decine di città italiane hanno celebrato la ««giornata senza auto»» e molti uomini politici con il virus della demagogia hanno colto l'occasione per farsi riprendere a piedi o in bicicletta (mentre l'auto blu li attendeva alla fine della passeggiata). A sera, in tv, si è sentito un coro, guidato dai Verdi ma unanime, trasversale: ««L'esperimento è perfettamente riuscito»». Sì, ma che cosa significa riuscito? Che si potrebbe ripetere l'esperimento tutti i giorni? E' improbabile, se non altro per un motivo: l'automobile porta al fisco 128 mila miliardi all'anno, pari al 22 per cento delle entrate tributarie; la sola tassa sui carburanti dà 53.700 miliardi, e si prevede che nel 1999 le entrate fiscali legate all'auto aumenteranno del 3 per cento, il doppio dell'inflazione (dati Anfia). Inoltre, per dire che l'esperimento è riuscito, bisognerebbe anche sapere di quanto la giornata senza auto ha fatto diminuire il prodotto interno lordo e aumentare l'assenteismo. La questione ecologica è centrale per il nostro futuro, i problemi di vivibilità delle città creati dal traffico sono gravi e devono essere affrontati. Ma non con la demagogia. Con le nuove tecnologie di infomobilità, parcheggi, metropolitane, strade che non siano eterni cantieri, servizi pubblici finalmente competitivi. E investendo in ricerca su vetture più pulite. Un segnale viene da Torino, dove è appena nato, grazie a Fiat, Politecnico e Regione, un corso di laurea in ingegneria dell'automobile. Piero Bianucci


C'E' PETROLIO PER ALTRI CENT'ANNI Il prezzo è indipendente dalle scorte
AUTORE: ROMAGNOLI RAFFAELE, VARVELLI RICCARDO
ARGOMENTI: ENERGIA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: G.Riserve mondiali di idrocarburi oggi

SI è scritto: "il prezzo del petrolio è salito a valori insopportabili". Negli ultimi mesi, infatti, ha superato i 20 dollari al barile (pari a circa 230 lire al litro) e negli ultimi giorni il Brent (greggio di riferimento proveniente dal Mare del Nord) è stato venduto a 24 dollari al barile. Sono prezzi veramente insopportabili per l'economia mondiale e per quella italiana in particolare, che è idrocarburo-dipendente circa al 84 per cento? Per chi si era abituato a pagare nell'ultimo anno un barile di petrolio meno di 13 dollari (150 lire al litro) il nuovo prezzo è certo motivo di preoccupazione ma non autorizza gli analisti economici (soprattutto italiani) a creare allarme e panico: l'anomalia non sta nei 24 dollari, ma nei 13 dollari al barile. Considerando che la moneta americana ha subìto nel tempo la sua perdita di valore, e ragionando in dollari di riferimento 1999, è giusto ricordare che dal 1986 al 1993 il prezzo del petrolio è sempre stato superiore ai 20 dollari al barile e che il valore medio del settennio in questione è stato di circa 24 dollari al barile. Ma a quell'epoca nessuno affermava che la situazione era insopportabile, perché era nella memoria degli analisti e degli operatori il ricordo del periodo 1974-1985, quando il petrolio raggiunse (sempre a moneta 1999) un picco di 70, con un valore medio di 47 dollari al barile. Oggi sarebbe dunque più corretto scrivere che il prezzo del petrolio (e del gas naturale, ad esso fortemente ancorato) è tornato a valori "normali". "Normale" per il consumatore, che trova in esso una fonte energetica a basso costo (non si dimentichi l'enorme tassazione governativa che porta il prezzo della benzina a 2000 lire al litro), e "normale" per il produttore, che con il ricavato deve remunerare i capitali investiti in imprese ad alto rischio. Un prezzo duraturo intorno ai 13 dollari al barile (o inferiore) avrebbe consolidato gravi stati di crisi dell'industria petrolifera implicanti: licenziamenti (già messi in atto in paesi come gli Usa), arresto o forte contrazione delle assunzioni (come in ambito Eni), abbandono prematuro di campi petroliferi (come era nelle intenzioni della Sun Oil per i giacimenti di Balmoral, Stirling e altri nel Mare del Nord), arresto o annullamento di programmi di ricerca nel sottosuolo (come è avvenuto in Siberia). Per attenuare gli effetti della crisi e nel timore che prezzi bassi potessero permanere a lungo nel tempo, le grandi società petrolifere occidentali hanno reagito mettendo in atto processi di fusione, alla ricerca di maggiori economie di scala: la Exxon con la Mobil, la British Petroleum con la Amoco e l'Arco, le francesi Elf e Total con la belga Fina. Le società petrolifere dei produttori Opec, con la Aramco della Arabia Saudita in testa, hanno reagito diversamente, utilizzando la classica regola della economia di mercato (legge della domanda e della offerta), decidendo di ridurre la produzione (offerta) sperando che, a parità di domanda (circa 65 mila barili al giorno) il prezzo del barile salisse. Il 23 marzo 1999 a Vienna gli undici stati membri dell'Opec decisero di ridurre la loro produzione di greggio mediamente del 7 per cento. A quella data il Brent veniva trattato a 13,7 dollari al barile, ma nei mesi precedenti aveva toccato i 10. Non era la prima volta che l'Opec decideva simili misure, ma sempre esse venivano vanificate in quanto disattese dagli stessi stati contraenti. Questa volta c'era l'Arabia Saudita (produttore mondiale di vertice) che premeva, minacciando di far cadere il prezzo a soli 5 dollari al barile grazie alla sua enorme potenzialità produttiva. Ma la grande novità fu l'adesione al patto, per la prima volta, anche di Stati non Opec, come la Russia (terzo produttore mondiale, con la sua disastrata economia sorretta soltanto dalle esportazioni di petrolio e gas naturale), il Messico (settimo produttore mondiale, bisognoso di dollari per i suoi programmi di sviluppo) e - con sorpresa - la Norvegia, ottava produttrice mondiale. Nel patto venivano a trovarsi Stati che, messi insieme, producono più del 50 per cento del totale mondiale. Nel giugno 1999 il prezzo del greggio raggiungeva già i 18 dollari, mentre oggi siamo oltre i 23 dollari al barile. A quali prezzi potrà arrivare il petrolio (e quindi la benzina al distributore)? In questi giorni assistiamo già a un calo del greggio: a nostro giudizio, salvo oscillazioni di 2 o 3 dollari al barile, eravamo arrivati al massimo. In assenza di fatti gravi ma contingenti come guerre locali (ma la crisi in Kosovo non ha dato alcun turbamento sinora ai prezzi petroliferi), colpi di Stato in Arabia Saudita, Iran, Iraq o Russia, o inverni particolarmente freddi, si entrarà nel 2000 con questi prezzi. E dopo? Va escluso con certezza che in futuro, a medio termine, il prezzo del petrolio possa aumentare a causa dell'esaurimento delle riserve, tesi, questa, già sostenuta una trentina di anni fa e poi smentita dai fatti. Nel 1971 un gruppo di ricercatori del MIT diretto da Meadows pubblicò una ricerca (frutto di oltre un anno di lavoro) che fece molto scalpore nel mondo e condizionò molte scelte successive dell'industria petrolifera. Nel saggio "I limiti dello sviluppo" si affermava che di petrolio ce ne sarebbe stato ancora per 31 anni (per il gas naturale il limite previsto era di 38 anni). Ciò significava che fra 2 anni (rispetto ad oggi) il mondo non avrebbe più avuto a disposizione una goccia di oro nero. Seguirono ovviamente sconcerto e panico, soprattutto in conseguenza delle superficiali e non sempre approfondite interpretazioni giornalistiche. Ad onor del vero Meadows aveva scritto nel suo rapporto che se i consumi si fossero mantenuti ai valori di allora e se le riserve fossero rimaste uguali a quelle note a quel tempo, allora... C'erano, per cominciare, ben due ««se»» e Meadows, da bravo scienziato, considerò altre eventualità: se i consumi (invece di restare costanti) fossero aumentati in futuro - come nell'ultimo periodo - del 4-5 per cento all'anno, di petrolio ce ne sarebbe stato ancora solo per 18 anni. L'affermazione rese ancora più drammatica la previsione, leggermente addolcita dall'ipotesi che in futuro, se nuove riserve di petrolio fossero state scoperte, allora si sarebbe potuto pensare alla fine del petrolio entro 50 anni, e che comunque essa si sarebbe presentata fra il 1990 e il 2020. Stiamo andando, dunque, verso la fine? No, perché nel frattempo sono arrivati fatti nuovi: le riserve scoperte dopo il 1971 sono state di gran lunga superiori alle previsioni; le stesse riserve di allora sono aumentate grazie all'affinamento delle tecniche di estrazione e produzione; nuove aree a terra e a mare hanno rivelato elevate probabilità di ospitare ulteriori giacimenti petroliferi, e per contro il tasso di aumento dei consumi energetici non è più del 4-5 per cento, ma dell'uno-due per cento (nell'ultimo biennio inferiore a 1). Ciò significa che l'eventuale fine del petrolio (e del gas naturale) non avverrà prima del 2100. Anzi, non ci sarà una fine del petrolio vera e propria. Prima del 2100 altre fonti di energia alternative già note e utilizzate (eolica, solare, marina, da biomassa) e altre note ma oggi non ancora utilizzabili (l'energia da fusione nucleare) o altre ancora non note sostituiranno sistematicamente la fonte energetica petrolifera, senza aspettare che essa si sia interamente prosciugata. Come già sta accadendo per il carbone. Riccardo Varvelli Raffaele Romagnoli Politecnico di Torino


METROLOGIA La stupida perdita della sonda per Marte I tecnici che la pilotavano usavano unità di misura diverse
Autore: PAPULI GINO

ARGOMENTI: METROLOGIA
ORGANIZZAZIONI: MARS CLIMATE ORBITER, NASA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. LA SONDA SCOMPARSA

LA sonda della Nasa ««Mars Climate Orbiter»» si è schiantata su Marte durante l'inserimento in orbita per un malinteso tra due centri di controllo: uno usava unità di misura internazionali (metri, grammi...), l'altro unità inglesi (piedi, pound...). Così sono finiti in rottami 125 milioni di dollari. Anni fa, i motori di un aereo di linea impegnato in una volo interno degli Stati Uniti si fermarono improvvisamente a metà percorso, per mancanza di carburante. Era successo che, a terra, il rifornimento era stato effettuato senza tenere conto che gli strumenti di nuova adozione presenti a bordo indicavano litri e non galloni. I piloti, certamente esecrabili sotto l'aspetto professionale - furono tuttavia così bravi (e fortunati) da far posare l'aereo, praticamente senza danni, su un vicino aeroporto militare abbandonato. Non è facile comprendere come possano accadere fatti del genere se non si riflette sulla naturale resistenza che ha la mente umana nell'assimilare regole di comportamento diverse da quelle consolidate da una lunga abitudine. Chi di noi, in barba alla legge del 1982 che sancisce l'adozione del ««Sistema Internazionale»» (Si), chiede al gommista di gonfiargli le gomme in Pascal (Pa) anziché atmosfere (atm)? E chi mai parla di potenza dei motori in chilowatt (kW) invece che nei soliti cavalli (Cv)? Il problema delle unità di misura esiste da sempre e risente ancora oggi del dualismo tra sistema inglese e sistema decimale. Nonostante la generalizzata adozione del SI, vi sono ancora ««isole tecnologiche»» in cui le misure inglesi sono ampiamente operanti: ciò accade proprio nel settore aerospaziale, ove - ad esempio - le distanze orizzontali sono espresse in metri e quelle verticali in piedi; così come sono ancora in uso i nodi (anche nella marineria) per misurare le velocità. Una ulteriore complicazione può essere provocata anche da varianti della stessa unità, come è il caso del gallone inglese (4,55 litri) e di quello americano (3,80 litri); o della short ton la cui massa è leggermente inferiore alla tonnellata normale. La stessa definizione di metro - una delle sette unità fondamentali del sistema SI - è significativa: oggi il metro corrisponde al cammino percorso dalla luce nel vuoto in un intervallo di tempo di 1/299.792.458 di secondo. Ma provatevi a verificare con questo sistema l'altezza di vostro figlio. E' più facile (e più divertente) portarlo a Parigi per misurarlo con il famoso metro campione ossia con la barra di riferimento in platino-iridio depositata nel ««Centro pesi e misure»» ed oggi in disuso. Gli organismi internazionali che sono preposti alla metrologia hanno, senza dubbio, molti difficili problemi da risolvere; ma, tra questi, il più arduo è quello che riguarda l'applicazione delle regole: cioè, in definitiva, l'adeguamento della mente umana. Gino Papuli


ARCHEOLOGIA Il travagliato recupero di Iulia Felix
Autore: DAL MASO CINZIA

ARGOMENTI: ARCHEOLOGIA
NOMI: COLOCCI MASSIMO
LUOGHI: ITALIA

CHE fosse un'impresa difficile e non priva di rischi, lo si sapeva. Non si è mai persa, fino all'ultimo, la speranza di farcela. Ma ci si è dovuti arrendere di fronte alla dura realtà. Niente recupero integrale per la ««Iulia Felix»», la nave oneraria romana affondata al largo di Grado nel II secolo d.C.. Tutto il mondo attendeva con il fiato sospeso che una nave antica per la prima volta venisse recuperata dal fondo del mare tutta intera, e non segata in mille pezzi come è accaduto in passato per altre imbarcazioni. L'innovativo progetto dell'architetto Massimo Colocci dell'Università di Roma Tor Vergata prevedeva che la nave emergesse dagli abissi protetta da un guscio modulare in legno lamellare. Guscio che sarebbe poi servito anche da "vasca" per il restauro. Così la nave si sarebbe presentata a visitatori e studiosi, nella sua integrità originaria, pronta per fornire importanti indicazioni sulla tecnica di costruzione delle navi nell' antichità. Da qui l'entusiasmo di tutti: esperti, ministero, soprintendenza, sponsor. E anche i primi timori di tutti nel mese di agosto, quando il maltempo e le mareggiate hanno ostacolato non poco i lavori provocando seri danni a quelle parti del relitto che erano già state messe a nudo per potervi applicare il guscio. Ma allora non tutto pareva ancora perduto, si parlava solo di uno slittamento del recupero. Poi però le prove hanno rivelato l'estrema fragilità dei legni della chiglia. Il contatto con il guscio durante il recupero avrebbe causato l'apertura definitiva di tutte le fratture. Troppo tempo sarebbe occorso per studiare un sistema di protezione più idoneo. E così si è deciso di ripiegare nel metodo tradizionale dei cassoni. Tra il 21 e il 26 settembre la nave è stata smembrata in segmenti, posta in contenitori e poi "scaricata" in un vascone di 12 metri predisposto nel costituendo Museo nazionale di archeologia sottomarina sulla diga di Grado. "Rompere quei legni così finemente incastrati fra di loro è stato per noi un grande dispiacere", racconta tristemente Alice Freschi, presidente della cooperativa Aquarius che ha eseguito i lavori. Ma esprime anche la fiducia che un buon lavoro di restauro possa comunque restituire alla nave la sua primitiva integrità. Cinzia Dal Maso


RICERCHE ALLA DUPONT Materiali estremi Fibre ««copiate»» dalla tela dei ragni
Autore: GRASSIA LUIGI

ARGOMENTI: TECNOLOGIA
NOMI: MILLER JOSEPH, O'BRIEN JOHN
ORGANIZZAZIONI: DUPONT
LUOGHI: ITALIA

IL ragno del terzo millennio appare come una scatola di metallo delle dimensioni di un impianto stereo. La parte in movimento è un micro-spruzzatore per ingredienti transgenici, puntato su una vaschetta di liquido azzurrino; ne spunta un filo impalpabile che si avvolge silenziosamente attorno a un rocchetto di acciaio. E' così sottile che non si vede: lo si indovina, piuttosto, dai riflessi luminosi. Al tatto ha la consistenza di un centesimo di capello. Eppure il direttore chimico John O'Brien, della DuPont che produce questa seta di ««ragno»» nei laboratori di Wilmington, assicura: ««E' già resistente come il cotone. Ma puntiamo al livello del kevlar»», quello dei giubbotti antiproiettile. Quanto allo spessore, il ricercatore mostra lo standard agognato in una serie di vetrinette e di barattoli con esemplari di ragni veri: una ventina di specie ad alte prestazioni ««tessili»» (alcune distinte da teschi). Tira fuori una ««Nephila madagascarensis»» grossa come una mano e mi invita a toccare lo spessore della seta che secerne: è come non esistesse. Gli assicuro che ho capito e mi affretto a restituirgli il filo-guinzaglio del ragno in risalita, quando ormai gli otto grossi arti rossi e neri zampettano a pochi centimetri dalle mie dita. La ««seta di ragno»» si aggiunge a una lista di fibre tessili o per uso industriale sfornate nei decenni dai laboratori DuPont nel Delaware (2000 ricercatori) che comprende nylon, lycra, teflon impermeabile, kevlar e molte altre. Proprio il kevlar sta per nascere a nuova vita estendendo il suo impiego al rinforzo strutturale di edifici, ponti e monumenti, senza uso di giunzioni meccaniche, senza rischi di corrosione e con la possibilità di allargare o stringere le maglie a seconda del tipo di materiale edile e della sua necessità di ««respirare»». Ma non si vive di sole fibre. Il laboratorio farmaceutico di Wilmington mostra con orgoglio il suo nuovo ««Sustiva»» che permette di combattere il virus dell'Hiv ingoiando una sola capsula al giorno (le precedenti medicine richiedevano molto più impegno e riducevano la possibilità di condurre una vita normale). Sul mercato italiano sta arrivando anche il RiboPrinter, un laboratorio computerizzato per ospedali e imprese alimentari che in 5 minuti analizza qualunque materiale identificando le tracce genetiche di tutti i batteri che vi si trovano. Un apparecchio DuPont per i diabetici, che si porta al polso come un orologio, misura automaticamente a intervalli determinati il livello di glucosio e avverte il malato, con un bip o una vibrazione, se i valori non sono in regola. Il display di questo congegno è particolarmente luminoso grazie all'impiego dell'olografia, una tecnica che sta per essere impiegata anche negli schermi di televisori e computer grazie ad accordi con imprese dei due settori. Ma non tutto luccica, agli occhi del pubblico. Buona parte dei progetti di DuPont si fonda ormai sull'ingegneria genetica: da lì vengono non solo molti degli alimenti e dei semi commercializzati dal gruppo (come la soia ««isolata»», con ancora più proteine e meno grassi, e i cereali che resistono sott'acqua e salvano i raccolti anche in caso di alluvione) ma anche quasi tutti i materiali usati nelle lavorazioni più sofisticate. Nei polimeri delle fibre, dei film olografici ecc. si trovano componenti non naturali, tratti da piante modificate perché lavorino a produrli. Joseph A. Miller, responsabile di tutte le ricerche DuPont, spiega che ««la frontiera più avanzata è quella della bioelettronica: microcomponenti elettronici che si autoassemblano»» con il tramite di materiale organico. In Usa si sfornano 10 mila brevetti genetici all'anno e secondo Miller è una questione risolta: ««Il mondo non può farne a meno. Poche settimane fa il presidente Clinton ha affidato all'Accademia americana delle scienze, di cui sono membro, il compito di triplicare l'energia da biomasse, a beneficio dell'economia e dell'ambiente. Sarebbe impossibile senza i prodotti trasngenici»». E mostra nella serra di Wilmington una pianta di mais modificata da cui si ricavano polimeri finora sintetizzati dal petrolio. Luigi Grassia


ASTRONOMIA Scoperte goccioline di acqua imprigionate in una meteorite
Autore: CEVOLANI GIORDANO

ARGOMENTI: ASTRONOMIA
ORGANIZZAZIONI: NASA
LUOGHI: ITALIA

L'ACQUA è una delle condizioni necessarie ma non sufficienti a garantire l'esistenza di forme di vita organizzata all'interno e all'esterno del nostro sistema solare. Mancando questo prezioso composto, già da tempo identificato con certezza al di fuori del nostro pianeta nelle comete, verrebbe meno uno dei mattoni basilari per i processi biologici. Le novità sull'esistenza di acqua extraterrestre vengono dalle analisi su una meteorite pietrosa caduta il 22 marzo 1998 a Monahans in Texas. A un anno e mezzo dalla caduta del sasso cosmico, gli scienziati della Nasa hanno dato notizia della presenza di acqua all'interno di cristalli di alite (salgemma comune), che hanno assunto un colore blu-violaceo dall'esposizione alla radiazione nello spazio. Un risultato importante di queste analisi è che i cristalli di sale contenenti acqua e incorporati nei granuli della meteorite hanno un'età di circa 4,5 miliardi di anni. A questo punto gli scienziati si sono chiesti se la presenza dell'acqua nelle meteoriti sia un aspetto casuale o ricorrente in tutte le meteoriti pietrose. Nel mese di settembre, a pochi giorni dalla notizia sulla meteorite del Texas, un'altra meteorite caduta nel 1998 a Zag nel Marocco ha rivelato la presenza di acqua sotto forma di microscopiche gocce di dimensioni pari a un decimo della sezione di un capello umano. Perché tanto interesse per l'acqua extraterrestre? Da lungo tempo gli scienziati sono a conoscenza che gli elementi dell'acqua - l'idrogeno e l'ossigeno, abbondavano nel sistema solare primitivo, come del resto in tutto l'universo conosciuto. Inoltre i geologi planetari hanno sempre pensato che gli asteroidi, i corpi genitori delle meteoriti, contenevano già dai primi 10 milioni di anni della loro esistenza grandi quantità di acqua. Per non parlare poi delle comete, che però hanno finora rivelato la presenza di ghiaccio d'acqua ma non di acqua allo stadio liquido. E' noto ad esempio che il nucleo della Halley contiene materia carbonacea sotto forma di macromolecole, veri granuli organici mescolati al ghiaccio d'acqua formatisi forse nello spazio interstellare primitivo prima ancora delle comete stesse. I ghiacci cometari che tanto somigliano ai composti delle nubi interstellari fredde potrebbero essere residui presolari la cui caduta sulla Terra avrebbe contribuito ad arricchire le acque degli oceani primitivi di componenti volatili.Fino ad oggi mancava dunque una qualsiasi evidenza sperimentale diretta sull'esistenza di acqua extraterrestre allo stato liquido. In realtà l'acqua era già stata ottenuta riscaldando ad alte temperature alcune meteoriti carbonacee (come Murchison, rinvenuta nel 1969) e marziane, ma è rimasto sempre il dubbio della contaminazione di questi corpi indotta dalle analisi di laboratorio. La scoperta delle meteoriti Monahans e Zag, non solo fornisce ai ricercatori la prima prova dell'esistenza di acqua extraterrestre allo stato liquido analizzata in un laboratorio terrestre, ma dà inoltre la possibilità di affermare che le molecole di acqua potevano esistere nello spazio interstellare prima della nascita del sole e dei suoi pianeti. Tutto questo farebbe obiettare che i metodi trazionali di analisi delle meteoriti siano finora risultati inefficaci nel rilevare la presenza dell'acqua per l'effetto della contaminazione da metodi di analisi e da strumenti di laboratorio (come ad esempio, la normale sega ad acqua usata per ottenere campioni) e dall'uomo stesso. Incredibile ma vero: il più elementare dei metodi (l'uso del martello e scalpello sterilizzati) è stato sufficiente per mantenere integri i cristalli contenenti l'acqua per le successive analisi delle due meteoriti descritte. C'è da scommettere che ora si scatenerà la corsa alla ricerca dell'acqua extraterrestre nelle meteoriti che cadranno di qui a poco. Giordano Cevolani Cnr, Bologna


INFARTI Gli uomini, la tartaruga e il topolino
Autore: PELLATI RENZO

ARGOMENTI: MEDICINA FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

CI sono novità per la prevenzione delle malattie cardiovascolari. Oltre al controllo della pressione arteriosa, del colesterolo e degli altri fattori di rischio (fumo, sedentarietà, obesità), la ricerca è indirizzata a studiare altri meccanismi più profondi. Il vecchio dogma ««infarto equivale a morte della cellula»» oggi è in discussione. Le ricerche in biologia molecolare infatti distinguono fra necrosi ed apoptosi. La necrosi è un evento catastrofico, violento e inaspettato (provocato dal trombo coronarico). L'apoptosi invece è una morte programmata della cellula stessa, non violenta, necessaria per consentire la continuità della vita (il termine deriva dal greco e descrive la naturale caduta dei petali o delle foglie). Nel cuore la percentuale di cellule che presentano il fenomeno dell'apoptosi è inferiore rispetto ad altri tessuti, perché questo organo deve sempre funzionare ««al meglio»». Oggi l'apoptosi si può misurare dosando particolari enzimi chiamati ««caspasi»» (è un acronimo: deriva dagli aminoacidi presenti nella molecola). Un eccesso di cellule in apoptosi indica uno stato di sofferenza. Per aumentare la sopravvivenza inoltre, si è visto che è importante normalizzare la frequenza cardiaca (R. Ferrari - Università di Ferrara). Nel mondo animale vi è una stretta correlazione fra frequenza cardiaca e durata della vita. I due estremi sono: il topolino delle piramidi (600 battiti al minuto: vive solamente qualche mese) e la tartaruga delle Galapagos (vive 160 anni con una frequenza di 6 battiti al minuto). E' possibile che la frequenza cardiaca sia geneticamente controllata (per il ratto è coinvolto il cromosoma III). Ciò significa che, al momento della nascita, ognuno di noi ha un numero di battiti da utilizzare nel corso della vita. A proposito di frequenza cardiaca bisogna tener presente che ogni battito cardiaco ha un costo energetico ed è rappresentato dal consumo di Atp (acido adenosintrifosforico). Riducendo i battiti del cuore si risparmia Atp e diminuiscono le possibilità di rottura della placca aterosclerotica. Questo spiega perché la Commissione Unica del Farmaco ha autorizzato recentemente un calcio-antagonista per la prevenzione secondaria dell'infarto. I calcio-antagonisti sono molecole conosciute da diversi anni nel trattamento dell'ipertensione: riducono la disponibilità di calcio all'interno della cellula, per cui la pressione diminuisce per rilassamento della muscolatura liscia che avvolge i vasi. Alla luce delle recenti acquisizioni però (Lionel Optie-Università di Cape Town-Sud Africa) bisogna distinguere. Alcuni calcio antagonisti (ninfedipina) incrementano il battito cardiaco e possono creare problemi nei pazienti colpiti da patologie coronariche acute. Altri calcio-antagonisti invece (verapamil) hanno dimostrato di ridurre l'apoptosi, la frequenza cardiaca e migliorare la riperfusione per l'azione specifica a livello del microcircolo, oggi ritenuto indispensabile non solo per l'apporto di ossigeno, ma anche per il mantenimento dell'impalcatura vascolare e per le sostanze prodotte in continuazione dall'endotelio: (Vascular endotelial Growth Factor). In altre parole: un'arma in più per la prevenzione del reinfarto che, malgrado i notevoli progressi, desta ancora non poche preoccupazioni. Renzo Pellati


EMERGENCY Per i mutilati dalle mine Programmi di assistenza in Cambogia
Autore: ROTA ORNELLA

ARGOMENTI: PSICOLOGIA
NOMI: RIBALI ROBERTA
ORGANIZZAZIONI: OMS, ONG
LUOGHI: ITALIA

ADDESTRARE medici e infermieri a un tipo di ascolto, e di risposte, che tenga in debito conto le peculiari modalità di comunicazione interpersonale della cultura cambogiana di oggi. Diffondere capillarmente l'informazione sull'esistenza dei centri di pronto soccorso. Tenere sempre presente che, per quella medicina tradizionale corpo e spirito sono un tutt'uno. Essere in ogni momento ben consapevoli di agire in un contesto di povertà estrema, dove esistono ancora morti per fame, denutrizione diffusa, malattie croniche quali tubercolosi, febbri malariche, dissenteria. Queste, le linee guida del progetto per il reinserimento psicosociale dei cambogiani mutilati dalle mine, realizzato (nell'ambito di una più vasta azione intrapresa dall'Organizzazione Mondiale della Sanità) da Emergency, Organizzazione Non Governativa (ONG) con sede a Milano, da 4 anni attiva con èquipe internazionali di specialisti anche in Ruanda e nel Kurdistan iracheno. "Con Lon Nol, con i Khmer rossi, con i Vietnamiti", dice Roberta Ribali, neuropsichiatra che ha trascorso un lungo periodo nell'ospedale Emergency di Battabang, "il silenzio e la diffidenza reciproca erano diventati garanzia di sopravvivenza; era praticamente scomparso anche il tradizionale passaparola da un villaggio all'altro, da un nucleo familiare a un altro. Adesso, la gente deve riabituarsi a comunicare, e noi dobbiamo aiutarli prima di tutto in questo". Aiutarli con un approccio che sappia però essere rispettoso dei significati e delle tradizioni locali, e non con un atteggiamento da psicologi occidentali. Non sembrano proponibili, ad esempio, prosegue la Ribali, "nostri modelli diagnostici come la post traumatic shock syndrome, perché queste popolazioni assorbono i traumi in modo diverso da noi, secondo la cultura buddista di base e la lunga esperienza di situazioni traumatiche continuative, una peggiore dell'altra. Nè sarebbe utile la figura di uno psicologo operante in un reparto, perché, nella loro cultura, curare il corpo significa dare sollievo alla sofferenza anche psicologica. Da sempre i medici tradizionali locali dispensano in eguale misura farmaci e consigli; nei reparti psichiatrici si insegna meditazione, respirazione, rilassamento, concentrazione; e le necessità materiali sono tali che anche i monaci, che parlano allo spirito, di fatto assistono malati, storpi e mutilati nel templi". Disseminate nelle campagne e nei boschi, ci sono migliaia di mine. Tutti i pazienti, e i loro familiari hanno riferito di essere ben consapevoli del pericolo, ma che la necessità economica è tale da costringere a lavorare comunque; a volte gli ordigni rinvenuti nei campi sono portati in prossimità delle abitazioni, dove vengono smontati per rivendere l'esplosivo e il materiale metallico, o anche usati dai bambini come giocattoli. Dunque l'informazione, non soltanto sui pericoli delle mine ma anche sull'assistenza nei centri di pronto soccorso, è assolutamente vitale: attraverso radio locali (ascoltate in tutti i villaggi), poster, e incontri con i medici, coi capi-villaggio, con gli operatori sanitari delle varie ONG, e riunioni nelle scuole, nelle Pagode. La prima richiesta che gli specialisti internazionali si sentono rivolgere è sapere di potere contare su un supporto valido. Emergency, che per la fornitura gratuita di protesi agli amputati collabora strettamente con il servizio locale del Comitato Internazionale della Croce Rossa, sta in questo periodo realizzando altri quattro posti di pronto soccorso nell'area di SamLot, dotati di autoambulanze, coordinati fra di loro e con l'ospedale a Battabang. Ma ne occorrerebbero ancora tanti... Ornella Rota


LE API MELLIFERE Vedono a colori e parlano tra loro Straordinarie prestazioni delle superstar degli insetti
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ZOOLOGIA
NOMI: SEELEY THOMAS, VON FRISCH KARL
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. Nel disegno un'ape mentre succhia il nettare da un fiore

PER le sue straordinarie prestazioni, l'ape da miele (Apis mellifera) può essere considerata la "superstar" degli insetti. In fatto di sensi le biondissime api hanno molte corde al loro arco. Intanto vedono i colori, sia pure in modo diverso da noi. Con i loro grandi occhi, formati da migliaia di occhi elementari, gli ommatidii, vedono uno strano mondo a mosaico spezzettato in migliaia di tessere. Gli ommatidi sono 4900 nell'ape regina, 6300 nell'ape operaia e l3.000 nell'ape maschio, il fuco. E' vero che l'ape è cieca al rosso, ma in compenso vede l'ultravioletto per noi invisibile. Questo spiega come le api riescano a vedere certe linee colorate della corolla dei fiori che noi non vediamo. I botanici le chiamano "le linee del nettare". Seguendo quella specie di "segnali stradali" l'insetto arriva al ricettacolo nascosto che contiene il dolcissimo alimento. Le possiamo mettere in evidenza, quelle linee, fotografando i fiori con pellicole all'ultravioletto. Ma le api sono anche esperte meteorologhe. Non appena la pressione atmosferica si abbassa, indizio di cattivo tempo, prendono i provvedimenti del caso. Se sono intente a raccogliere nettare lontano dall'alveare, interrompono di colpo il lavoro e si avviano verso casa. Il viaggio può essere molto lungo perché le raccoglitrici si spingono anche a dieci chilometri di distanza dal nido. Morirebbero di stress se pioggia e vento le cogliessero allo scoperto. Ma loro calcolano con precisione il tempo occorrente per raggiungere l'arnia. E quando scoppia il temporale, si può essere sicuri che sono già al riparo. Dopo quasi mezzo secolo di osservazioni e di minuziose ricerche, Karl von Frisch annunciava negli anni cinquanta che i biondi industriosi insetti " parlano" tra loro con un linguaggio simbolico a base di danze. In un primo momento, l'annuncio fu accolto nel mondo scientifico con incredulità non disgiunta da un certo sarcasmo. E i più scettici si arresero all'evidenza solo quando le esperienze furono ripetute e meticolosamente controllate. Von Frish aveva constatato che le api raccoglitrici, tornando all'alveare dopo aver trovato una fonte di cibo, informano le compagne della loro scoperta, eseguendo movimenti di danza dai significati ben precisi. Indicano dove si trova l'alimento, in quale direzione e a quale distanza. Se il nettare si trova abbastanza vicino, diciamo a meno di cento metri, la raccoglitrice esegue una "danza circolare", cioè gira in tondo prima a destra poi a sinistra per parecchie volte. Se invece il nettare si trova a distanza maggiore, allora l'ape esegue un altro tipo di danza, la "danza dell'addome". Descrive cioè prima un cerchio a sinistra, poi un cerchio a destra, delineando nell'aria una specie di otto. La sbarra trasversale che separa i due anelli è una linea diritta che l'insetto percorre facendo scodinzolare energicamente l'addome. Il ritmo della danza è tanto più veloce quanto minore è la distanza a cui si trova il nettare. Von Frisch aveva anche notato un terzo tipo di danza a cui si abbandonano alle volte le api, la "danza tremolante" durante la quale gli insetti è come se fossero in preda a un ballo di San Vito. Ma, secondo il celebre etologo questa danza, forse riflesso di qualche brutta esperienza vissuta all'esterno del nido, non aveva alcun effetto sulle compagne. Recentemente, il ricercatore americano Thomas D. Seeley ha voluto riesaminare il comportamento delle api, per chiarire quale fosse il significato di quella misteriosa danza tremolante. Com'è noto, le api che vivono nei paesi temperati, non vanno in letargo d'inverno. Ma combattono il freddo formando i noti "grappoli viventi", ammassi sferici di individui stretti l'uno all'altro, che mettendo in funzione i loro possenti muscoli generano calore. Si forma così all'interno dell'arnia un microhabitat caldo che non risente del rigido clima esterno. Fa da combustibile il miele immagazzinato nell'arnia. Come Seeley ha constatato, una colonia di api mellifere conta circa l5mila individui che consumano tanta energia quanta ne consuma una lampada di 4O watt. Ma per fornire una dose così elevata di energia ci vuole un buon mezzo chilo di miele alla settimana, cioè un totale di circa 3O chili nel periodo che va da ottobre a maggio. Tutto questo miele le api lo ricavano dal nettare dei fiori. Ma il nettare non è sempre disponibile. Vi sono periodi in cui abbonda e altri in cui è scarso. Per far fronte a queste fluttuazioni, una colonia di api dispone di circa 5000 api foraggere. Sono loro che si avventurano lontano dall'alveare in cerca di nettare e quando l'hanno trovato tornano al nido segnalando la scoperta con la famosa danza scoperta da von Frisch. Ogni ape raccoglitrice che torna al nido trova un'ape ricevente nella bocca della quale rigurgita il suo carico. Le api raccoglitrici e le api riceventi differiscono tra loro non solo per la funzione, ma anche per l'età. Le raccoglitrici infatti sono le più vecchie della colonia e dedicano al duro lavoro esterno l'ultimo terzo della loro vita. Le api che ricevono il nettare invece sono individui di mezza età che hanno il compito di trasportare il nettare nelle cellette, dove perde gradualmente acqua e dopo pochi giorni diventa miele. Come ha messo in evidenza Seeley, la produzione del miele si basa dunque sull'armonico rapporto numerico dei due gruppi, quello delle api raccoglitrici e quello delle api riceventi. Se questo rapporto viene meno, nascono seri inconvenienti. E qui viene la sua scoperta. Se il numero delle raccoglitrici è superiore a quello delle riceventi, quando una raccoglitrice torna al nido, non trova una compagna che possa ricevere il suo carico di nettare ed è allora che entra in gioco la danza tremolante. E'il suo modo di chiedere aiuto. Un chiaro S. O.S. che viene recepito. Tanto è vero che, sia pure dopo qualche tempo, vengono richiamate in servizio altre api pronte a ricevere la preziosa merce, che consentirà alla colonia di superare l'inverno. Isabella Lattes Coifmann


LA MIGRAZIONE DELLE MONARCA Farfalle tra i grattacieli In viaggio dal Nord degli Usa al Messico
Autore: CERU' MARTA

ARGOMENTI: ZOOLOGIA
NOMI: LOVETT JIM
LUOGHI: ITALIA, AMERICA, NEW YORK, USA

TRA i grattacieli e gli elicotteri di New York in questi giorni si vedono volare farfalle dalle ali arancioni e nere. Sono le farfalle Monarca, che in settembre e ottobre migrano verso il Messico attraversando la costa est degli Stati Uniti e le isole di Manhattan e Long Island. Se parlare di migrazione sembra normale per gli uccelli, non lo è per le farfalle. E le Monarca sono l'unica specie capace di sopravvivere a un volo di circa quattromila chilometri.Quest'anno la traiettoria è più bassa del solito, a causa dei forti venti freddi del Nord. Di solito infatti le Monarca volano a più alta quota, sfruttando le correnti termiche prodotte dal riscaldamento dei grattacieli, le cui vette diventano il loro terreno. Le farfalle in volo sono emerse dalla crisalide a fine estate e, se riusciranno a vincere gli ostacoli dei predatori, del clima, del viaggio di andata e ritorno, vivranno dagli otto ai nove mesi. Sono le condizioni ambientali a guidare le Monarca e a spingerle a spostarsi. Quando le farfalle emergono dal loro bozzolo alla fine dell'estate, anziché consumare le loro energie accoppiandosi e depositando uova, riconoscono che l'aria è più fresca e che devono prepararsi a immagazzinare nell'addome combustibile per un grande volo. Durante la migrazione verso Sud, le farfalle si fermano di notte a raccogliere polline, raggruppate a grappoli sui rami degli alberi. Per questo motivo, e per la loro capacità di lasciarsi condurre dalle correnti aeree durante il viaggio riescono a mantenere costante o addirittura ad aumentare il peso. ««Il fenomeno della migrazione delle farfalle è stato scoperto negli Anni 70 - spiega il biologo Jim Lovett dall'Università del Kansas - quando una Monarca catturata e targata in Minnesota fu trovata in una colonia messicana. Da allora migliaia di statunitensi, dagli scienziati agli studenti o ai naturalisti, si occupano di osservare e spesso targare questi insetti, per seguirli nel loro volo»». La coordinazione del lavoro e lo scopo del programma Monarch Watch (il cui sito Internet curato dallo stesso Lovett è all'indirizzo http://www.monarchwatch.com che si occupa di raccogliere e analizzare dati, con i quali cercare di risolvere i misteri legati a questo viaggio. ««Non è chiaro come facciano le Monarca a trovare il loro sito ogni anno - continua Lovett - Sembra che conoscano la strada anche se chi ha fatto il viaggio prima di loro appartiene alla generazione delle trisavole. Sono stati identificati due percorsi principali: le farfalle provenienti dal Canada e dalle zone a Ovest della Rocky Mountains seguono la costa Ovest degli Stati Uniti verso la California, e quelle che popolano il Centro Est degli Usa seguono la costa Est verso il golfo del Messico»». Da una parte trovano alberi di eucaliptus, pini e cipressi Monterey, dall'altra la vegetazione delle montagne messicane a tremila mila di altezza, in zone identificate solo nel 1975. L'altitudine, l'umidità, il tipo di vegetazione tropicale, sono le caratteristiche comuni ai luoghi dove le farfalle arrivano agli inizi di novembre per trascorrere l'inverno. Nella seconda settimana di marzo le Monarca cominciano a scendere a valle e a spostarsi verso Nord. Lo sbocciare dei nuovi fiori sulla strada del ritorno permette alle sopravvissute di depositare le uova nel Sud degli Usa per poi morire lasciando alla seconda generazione la fine del viaggio. Nel corso dell'estate, il numero di farfalle cresce in maniera esponenziale, perché le nuove nate, non più preoccupate di sopravvivere all'inverno, possono dar vita a centinaia di larve. Così da ripopolare, nel giro di tre o quattro generazioni, gli Stati Uniti. Marta Cerù


STORIA DELLA TECNOLOGIA Tv, il primo tubo a raggi catodici è del 1927 Ma un primitivo sistema elettromeccanico fu inventato nel 1884 da un russo
Autore: VALERIO GIOVANNI

ARGOMENTI: STORIA SCIENZA
PERSONE: ZWORYKIN VLADIMIR KOSMA
NOMI: BAIRD JOHN, ZWORYKIN VLADIMIR KOSMA
ORGANIZZAZIONI: WESTINGHOUSE
LUOGHI: ITALIA

OGGI vanno di moda le bambolone, sorridenti e cosce in mostra, in ogni programma tv. Ma la prima immagine della storia della televisione italiana è una bambola vera. Nel 1929, negli studi milanesi dell'Uri (Unione Radiofonica italiana), Alessandro Banfi e Sergio Bertolotti trasmettono a distanza la figura di una bambola di panno. Per riprenderla, utilizzano un disco forato che ruota a grande velocità: la luce che passa attraverso i fori descrive l'oggetto da trasmettere sotto forma di una serie di impulsi luminosi. Una batteria di fotocellule trasforma tutto in impulsi elettrici, pronti a essere inviati via cavo. L'immagine, grande come un paio di francobolli, viene infine ricostruita con un altro disco dotato di un tubo al neon. In realtà, il sistema di televisione elettromeccanica usato dai due ingegneri italiani è il risultato delle ricerche di Paul Nipkow. Già nel 1884, Nipkow inventa il sistema a disco rotante (che porterà poi il suo nome), che verrà sviluppato in seguito dallo scozzese John Logie Baird. Grazie a quest'ultimo e al suo apparecchio Radiovision, nel 1927 la Bbc realizza la prima stazione televisiva. Ma la storia della nascita della televisione moderna parla russo. Nasce infatti a Murom, 300 chilometri a Est di Mosca, il fisico Vladimir Kosma Zworykin, il vero padre della tivù come la conosciamo oggi. Fondamentale è l'incontro con Boris Rosing, suo professore all'istituto di Tecnologia a Pietroburgo, che già a partire dal 1907 usa un primitivo tubo a raggi catodici come apparecchio ricevente. Costretto a emigrare per motivi politici, Zworykin arriva negli Stati Uniti nel 1919. Ed è nel laboratorio di ricerca della Westinghouse a Pittsburgh, che nasce il prototipo della televisione elettronica. Il 18 novembre di settant'anni fa, a un congresso di ingegneri, Zworykin presenta un sistema elettronico per trasmettere suoni e immagini, formato dalle sue invenzioni: l'iconoscopio e il cinescopio, antenati di telecamere e schermi tivù. L'iconoscopio è un tubo a raggi catodici (che ««spara»» cioè elettroni), modificato in modo da esplorare l'oggetto da trasmettere. Una serie di fotocellule converte tutto in corrente da inviare attraverso il cavo. Dall'altra parte c'è il cinescopio, quello che oggi chiameremmo schermo. Qui gli impulsi elettrici vengono trasformati in immagini, colpendo elementi fotosensibili capaci di illuminarsi per un periodo di tempo sufficiente (1/30 di secondo) a trasmettere un'inquadratura completa. Così l'occhio vede un'immagine intera e non una successione di punti luminosi. Le ricerche di Zworykin, che aveva già brevettato le sue invenzioni nel 1923, si alternano alle geniali scoperte di un ragazzino dell'Idaho. A soli 15 anni, Philo Taylor Farnsworth, mostra al suo meravigliato insegnante di chimica un progetto per un sistema televisivo elettronico. Nel 1926, non ancora ventenne, fonda una società per sviluppare le sue idee, che portano a un primo brevetto e alla dimostrazione pubblica della televisione nel 1934. Due anni più tardi, riesce a trasmettere a una cinquantina di apparecchi televisivi di Philadelphia. Nel frattempo, Zworykin, passato alla Rca, presenta la televisione al pubblico del New York World's Fair del 1939. E in molti Paesi cominciano le trasmissioni regolari. In Italia, nello stesso anno inizia il ««servizio di radiovisione»» da Roma Monte Mario e alla Mostra della Radio di Milano. Sarà la guerra a ritardare il successo della tv, ed è per questo che molti credono che sia nata solo negli Anni 50. Giovanni Valerio


DAI CINESI AI MAYA Come sono nate le famiglie linguistiche Tutto cominciò con migrazioni dall'Africa?
NOMI: LONGOBARDI GIUSEPPE
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: C. LINGUE INDOEUROPEE E LINGUE NON INDOEUROPEE
NOTE: LINGUE NEL MONDO. LINGUAGGI. LINGUISTICA

Un ampio panorama delle lingue nel mondo, è fornito dal Quaderno n108 della rivista Le Scienze del giugno scorso (in libreria a 11 mila lire, 100 pagine) a cura di Giuseppe Longobardi, ordinario di linguistica generale all'Università di Trieste. Tra i temi: ««Cervello e linguaggio»», ««Universalità e arbitrarietà del lessico»», ««Le lingue creole»», ««Ricostruzione di lingue e culture»», ««Le origini delle lingue indoeuropee»», ««La dispersione delle lingue austronesiane»», ««Le migrazioni delle popolazioni bantù»», ««Le origini linguistiche dei nativi americani» », ««La lingua cinese»», ««La scrittura Maya»». Affascinante lo studio sulla diversificazione linguistica nel mondo, dovuta, secondo Colin Renfrew, a quattro processi: migrazione di popolazioni in nuovi territori, dispersione legata all'agricoltura, (una diaspora dall'Oriente), dispersione recente in seguito a mutamenti climatici (migrazioni attraverso lo stretto di Bering), e dominanza di èlite come Gengis Khan nel 1200 d.C.


LA BABELE DEGLI ALFABETI NEL MONDO Non solo a, b, c... Dai caratteri cinesi a quelli ebraici
Autore: QUAGLIA LUCA

ARGOMENTI: ANTROPOLOGIA ETNOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. ALCUNI ESEMPI DI ALFABETI E SCRITTURE DI ORIGINE INDOEUROPEA
NOTE: LINGUE NEL MONDO. LINGUAGGI. LINGUISTICA

NEL mondo si parlano circa tremila lingue e si usano centinaia di tipi di scrittura. Ma come tutte le lingue possono essere raggruppate in relativamente poche famiglie da cui sono originate, così anche le scritture possono essere ricondotte ad alcuni gruppi principali. La scrittura è nata tra i sei e i settemila anni fa. Una delle sue prime manifestazioni è rappresentata dal sistema ideografico. In esso, segni figurativi (gl'ideogrammi) indicano i concetti concreti, mentre simboli di riferimento rappresentano quelli astratti. Il simbolo solare, così, può rappresentare sia il Sole, sia il concetto di "giorno", mentre l'azione è espressa dalla sua raffigurazione schematizzata. Ideogrammi sono, oltre agli antichissimi simboli cinesi, da cui derivano le scritture sillabiche giapponesi katakana e hiragana, i geroglifici egizi, etei, aztechi e maya. Ideogrammi schematizzati, in cui le linee curve, mal riproducibili nell'argilla, furono sostituite da linee rette, sono rappresentati, invece, dai caratteri cuneiformi sumeri, accadi e ugaritici. Il sistema ideografico, assai incompleto, portò al moltiplicarsi quasi infinito dei simboli, come avvenne in Cina, o si modificò al fine di poter significare le idee astratte senza ricorrere, equivocamente, ad idee affini, come avvenne in Egitto, in cui si ebbe anche il passaggio dai geroglifici alle scritture ieratica e demotica, e in Mesopotamia. Pare che la scrittura prearia sorta nella valle dell'Indo intorno al III millennio a.C., con circa trecento segni, presentasse già dei simboli a valore sillabico commisti agl'ideogrammi, ma è tra il III millennio a.C. e la metà del II, che si svilupparono grafie sillabiche in Byblos, Cipro, Giappone, India aria (kharoshthi e brahmi) e tra i Minoici (lineare A) e i Micenei (lineare B). Il sistema sillabico annovera ancora un alto numero di simboli: dalla quarantina alle tre centinaia. Nonostante ciò, da una scrittura come la brahmi, le cui più antiche attestazioni risalgono al IV sec. a.C., sono derivate circa duecento grafie, oggi in uso nel subcontinente indiano, Indonesia e Tibet. Tra queste: la devanagari, la scrittura per eccellenza del Sanscrito, formatasi intorno all'VIII sec. d.C. e ricca di quarantacinque simboli primari, che divengono più di trecento con particolari modificazioni. Tra il VI secolo a.C., con la scrittura cuneiforme paleopersiana, e la fine del III, con la geroglifica e la corsiva meroitiche, nacquero le grafie dette quasi alfabetiche. E' però, con le scritture semitiche nord occidentali che ciascun carattere assume valore fonetico, per cui ad ogni simbolo corrisponde un determinato suono. Non ancora completamente decifrata, ma ritenuta alfabetica, è anche la scrittura sinaitica, databile alla metà del II millennio a.C. Altra importante grafia alfabetica, ricca di trentadue simboli, è quella delle tavolette di Ras Shamrah, detta cuneiforme ugaritica, utilizzata tra XIV e XIII sec. a.C. Intorno alla metà del II millennio a.C. si sviluppo' l'alfabeto semitico settentrionale o fenicio, di cui sono state rinvenute molte iscrizioni nei pressi dell'antica Byblos, mentre nei territori meridionali nacquero la scrittura etiopica antica e gli alfabeti sudsemitici. Dall'alfabeto nordsemitico sorsero gli alfabeti cananei e quelli aramaici. A loro volta, dai primi ebbero origine l'alfabeto paleoebraico e quello fenicio con numerose suddivisioni, mentre dai secondi derivarono la scrittura ebraica e molteplici grafie medio ed estremo orientali, tra cui quelle iraniche, mongoliche, georgiane, l'armena e quelle arabe, dalle quali queste ultime, a loro volta, sorsero la scrittura turca e quella persiana. Dall'alfabeto cananeo nacque pure l'alfabeto greco. Su quando ciò sia avvenuto non c'è accordo, ma molti indizi, tra cui l'esistenza di numerosi tipi di alfabeti locali e l'uso comune di questi a partire dall'VIII sec. a.C., fanno pensare ad una datazione non inferiore al X sec. a.C. L'annotazione vocalica, superflua per le lingue semitiche ma importantissima per quelle indeuropee, fu resa possibile utilizzando i simboli di alcuni suoni consonantici tipici della famiglia semitica ma ignoti all'indeuropea. Gli spiriti furono un'innovazione dell'alfabeto ionico (da metà "H", quando essa prese valore di \ ), mentre l'uso di segnare gli accenti, pena di più di un ginnasiale, s'instaurò intorno al III sec. a.C. in epoca alessandrina. Dall'alfabeto greco sono direttamente derivate le scritture utilizzate da vari popoli antichi dell'Asia Minore e la massima parte dei caratteri copti. Anche i quaranta caratteri della scrittura glagolitica, lungi dall'essere d'origine runica paleoslava, derivano da una complicata modificazione dell'alfabeto greco minuscolo dei secoli IX e X ottenuta dal monaco Cirillo e dal fratello Metodio, così come i quarantatrè segni cirillici che li sostituirono. Questi, poi, dalla Russia sono stati diffusi, con opportune modifiche, tra gli Osseti e le genti di lingua caucasica e uralo-altaica. Dall'alfabeto greco calcidese commisto ad un alfabeto greco orientale, si fanno derivare, intorno all'VIII o al VII sec. a.C., gli alfabeti etruschi, da cui, a loro volta, son sorti gli alfabeti delle iscrizioni leponzie, venetiche, italiche, messapico-picene e sicule, nonché gli alfabeti falisco e latino. Dall'alfabeto latino promanano numerosissime grafie occidentali, tra cui la scriptura scottica, usata nei manoscritti irlandesi medievali in molteplici varianti, la carolina e quella detta gotica. Questa coi Goti non c'entra per nulla, ma fu così denominata dagli umanisti per disprezzo, come a dire "barbarica", perché ritenuta una corruzione medievale dell'alfabeto latino. Anche gli alfabeti runici germanici, utilizzati a partire dal II sec. d.C. , originarono da scritture di derivazione fenicia. Non è chiaro, però, se da alfabeti greci o etruschi o da quello latino, nè se da uno o più di questi, e se per via diretta o tramite intermediari. Derivata in gran parte dall'onciale greco è, invece, la scrittura mesogotica creata, intorno al IV sec. d.C., dal vescovo ariano Wulfila per trascrivere la traduzione in lingua gotica della Bibbia. Di origine incerta è la scrittura ogamica usata dai Celti insulari. Creata per essere incisa su legno, essa è formata da linee e da punti posti in rapporto ad una linea orizzontale, e da cinque simboli particolari per indicare i dittonghi. Le principali iscrizioni redatte con questo sistema sono databili al IV-VI sec. d.C. e testimoniano d'una fase della lingua irica ancora molto arcaica. Luca Quaglia




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