TUTTOSCIENZE 22 settembre 99


IL RISCHIO PER LA POPOLAZIONE
ORGANIZZAZIONI: STAZIONE SPAZIALE «MIR»
LUOGHI: ITALIA

QUAL è il rischio per una singola persona di subire qualche danno dalla caduta di un rottame spaziale? Il rientro non controllato di un oggetto in orbita viene considerato pericoloso quando la probabilità di ferire o uccidere un generico abitante del pianeta raggiunge o supera la soglia stimata di 1 su 10.000. Poiché gli esseri umani sono circa 6 miliardi, il rischio individuale per ogni singola persona rimane su livelli trascurabili. Ed ecco qualche dato, ben noto alle società di assicurazione. Il rischio accidentale di morte per persona nell'arco di un anno è di 1 su 10 mila per incidente automobilistico, 1 su 30 mila per i pedoni in città, 1 su un milione per una fuga di gas, 1 su 10 milioni per un fulmine, 1 su 50 mila per chi lavora nell'industria manifatturiera, 1 su 100 mila per chi fa un lavoro impiegatizio, 1 su 750 per i pescatori d'alto mare; e soltanto di 1 su 60 mila miliardi per la caduta di un rottame spaziale.


FIATO SOSPESO ALLA NASA Domani una sonda su Marte Ne studierà il clima per 5 anni in vista dello sbarco
Autore: P_BI

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
ORGANIZZAZIONI: MARS CLIMATE ORBITER
LUOGHI: ITALIA

FIATO sospeso per le centinaia di ricercatori della Nasa che collaborano alla missione della navicella ««Mars Climate Orbiter»». Domani, 23 settembre, nelle prime ore del mattino, la sonda arriva in vista di Marte. Qui l'attende una serie di manovre che dovranno inserirla in orbita intorno al pianeta. E' la fase più delicata da quando, l'11 dicembre 1998, la sonda partì da Cape Canaveral con un razzo Delta II. Varie altre sonde, russe e americane, sono andate perse proprio in queste operazioni conclusive del viaggio. Il motore principale verrà acceso in modo da rallentare la corsa e permettere la cattura della sonda da parte dell'attrazione gravitazionale di Marte. L'orbita iniziale sarà molto ellittica e avrà un periodo compreso tra le 12 e le 17 ore. Gradualmente verrà resa quasi circolare e portata a una quota di circa 400 chilometri dalla superficie di Marte. Questa correzione di traiettoria richiederà quasi tre mesi perché la frenata è affidata essenzialmente all'attrito aerodinamico che i pannelli solari del ««Mars Climate Orbiter»», larghi 5,5 metri, incontreranno nel tratto orbitale più vicino al pianeta, dove l'atmosfera marziana, benché esilissima, potrà farsi sentire. Se tutto andrà bene, il 9 ottobre il periodo orbitale si ridurrà a 10 ore, il 29 ottobre a 5 ore e il 19 novembre a poco meno di due ore. Con il gennaio del 2000, tarati gli strumenti, dovrebbero inizare le osservazioni utili. La frenata aerodinamica, già sperimentata con le sonde ««Magellan»» (che ha osservato Venere) e ««Mars Global Surveyor»» è un trucco che permette di risparmiare il carburante che altrimenti sarebbe necessario per la frenata e la correzione dell'orbita da ellittica in circolare. In questo modo si è riusciti a contenere il peso della navicella in 629 chilogrammi, di cui 291 di propellente e 338 fra strumenti e struttura. ««Mars Climate Orbiter»» è in sostanza un satellite meteorologico simile a quelli usati per le previsioni del tempo terrestre. Il suo compito consiste nel tracciare un quadro il più possibile completo della circolazione atmosferica e della storia climatica di Marte, osservando almeno per due anni, e sperabilmente per cinque, i sistemi nuvolosi, le precipitazioni, le tempeste di sabbia e gli effetti erosivi sulle formazioni geologiche marziane. Complementari e particolarmente preziosi saranno i dati che invierà la sonda meteorologica che la Nasa farà scendere sul suolo di Marte nel prossimo dicembre dicembre: questa, avendo un microfono a bordo, forse ci permetterà anche di ascoltare il soffio del vento sul pianeta rosso. Già oggi su Internet è possibile trovare le previsioni del tempo su Marte. La loro precisione migliorerà di molto grazie a ««Mars Climate Orbiter»» e alla sonda al suolo. Non dobbiamo però immaginare i fenomeni meteorologici marziani sull'esempio di quelli terrestri. L'atmosfera marziana è estremamente rarefatta: la pressione al suolo è di 6 millibar, come quella che sulla Terra si ha alla quota di 30 chilometri. La temperatura varia da qualche grado sopra lo zero a pochi centimetri dal terreno a mezzogiorno, all'equatore e in piena estate, a oltre 100 gradi sotto zero nella notte. Già a un metro dal suolo, anche nelle condizioni più miti e soleggiate, la temperatura è di 40 gradi sotto zero. In queste condizioni non può esistere acqua allo stato liquido: il ghiaccio passa direttamente allo stato gassoso. Le brinate che talvolta imbiancano il Monte Olimpo, un vulcano di Marte alto 26 mila metri, sono sottilissime e sono di anidride carbonica allo stato solido (ghiaccio secco): niente a che vedere con le brinate dei nostri inverni. p.bi.


Il naufragio della Mir Nel Pacifico 120 tonnellate di rottami
Autore: BIANUCCI PIERO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
NOMI: AFANASYEV VIKTOR, ANSELMO LUCIANO, AVDEYEV SERGEI, BERTOTTI BRUNO, FARINELLA PAOLO, HAIGNERE JEAN PIERRE
ORGANIZZAZIONI: STAZIONE SPAZIALE «MIR»
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D., C. LA STAZIONE SPAZIALE MIR. LA ZONA DELL'IMPATTO NELL'OCEANO PACIFICO

COME la nave fantasma alla deriva nell'oceano descritta da Edgar Allan Poe, la stazione spaziale russa Mir vola sopra di noi senza equipaggio, abbandonata a se stessa e destinata a un definitivo naufragio all'inizio del 2000. Il comandante Viktor Afanasyev e il suo secondo, Sergei Vasilyevich Avdeyev, insieme con l'astronauta francese Jean-Pierre Haignere, portata a termine l'ultima missione scientifica, il 28 agosto hanno chiuso il boccaporto alle proprie spalle e sono tornati a casa. Con un po' di malinconia, probabilmente. Perché, nonostante i 1500 guasti subiti - alcuni gravi: incendi a bordo, danni al sistema di condizionamento termico, aria inquinata da batteri maleodoranti - la Mir è una nave spaziale che lungo le quasi 80 mila orbite percorse intorno alla Terra dal 1986 ad oggi ha vinto molte battaglie, stabilendo primati gloriosi: dal numero di esperimenti effettuati - 17.000! - al record di permanenza in assenza di peso (Valery Polyakov, 438 giorni consecutivi; Vasilyevic Avdeyev, 742 giorni complessivi). E ora? Che succederà nei 5 mesi che mancano al naufragio programmato? Proviamo a rispondere sulla base di documenti dell'agenzia spaziale russa e di informazioni tratte da ««Detriti spaziali»» (Ed. Cuen, Napoli, 160 pagine, 14 mila lire), un libro piccolo ma ricco di dati, scritto da tre dei maggiori esperti italiani di astrodinamica: Luciano Anselmo, già direttore del Cnuce di Pisa, specializzato nel calcolo delle orbite dei satelliti; Bruno Bertotti, già coordinatore del gruppo di studio sui detriti in orbita dell'Asi; e Paolo Farinella, brillante studioso degli asteroidi e dei loro impatti. La stazione spaziale russa ha una massa di 120 tonnellate. Rientrando nell'atmosfera alla velocità di circa 8 chilometri al secondo, si disintegrerà a causa del violento attrito e dell'alta tempertura conseguente, dando origine a una spettacolare pioggia di stelle cadenti artificiali. Ma alcuni frammenti di 10-15 tonnellate potrebbero raggiungere il suolo, e poiché il 70 per cento delle regioni continentali sorvolate dalla Mir sono molto popolate, occorre evidentemente garantire una discesa in oceano aperto, senza rischi per le persone e per le cose. Essenzialmente, il piano di rientro controllato è questo: fino alla fine dell'anno la Mir continuerà a girare solitaria intorno a 350 chilometri di quota; in gennaio due cosmonauti torneranno sulla stazione per completarne il disarmo e recuperare gli strumenti scientifici ancora utili, operazione che richiederà poco meno di un mese; poi, fino al suo diciannovesimo compleanno, il 20 febbraio 2000, la Mir tornerà a volare senza equipaggio, perdendo lentamente quota a causa della resistenza residua dell'atmosfera, che a quell'altezza è minima ma non nulla. I motori di bordo saranno accesi 9 volte per dare alla Mir il giusto assetto in vista del rientro. L'ultimo impulso, che consumerà 800 chilogrammi di propellente, lo riceverà a 140 chilometri dal suolo, poi la stazione sarà abbandonata all'azione congiunta della gravità e delle forze aerodinamiche, in modo che i suoi frammenti precipitino nell'oceano Pacifico. Sull'effettivo punto di impatto rimarrà un'incertezza, lungo la direzione dell'orbita, di circa 2000 chilometri, più o meno il doppio della lunghezza dell'Italia. ««Tipicamente - scrivono Anselmo, Bertotti e Farinella - gli stadi superiori dei razzi e i satelliti si disintegrano intorno alla quota di 78 chilometri, e tutti i frammenti si vaporizzano completamente. Ma alcuni componenti particolari, per la configurazione strutturale adottata e il materiale usato, possono sopravvivere anche alle condizioni estreme del rientro e toccare il suolo praticamente intatti»». Nel caso della Mir i rottami che sopravviveranno all'attrito sono parecchi. Il primo modulo della stazione spaziale fu lanciato il 20 febbraio 1986 con un razzo ««Proton»», quando era al potere Gorbaciov. Seguirono altri 5 moduli, ognuno specializzato in un campo di ricerca: Kvant-1 per l'astrofisica, Kvant-2 per la biologia e la ricerca di risorse terrestri, Kristall per studi su nuovi materiali e componenti elettronici, Spektr per ricerche di ecologia e fisica dell'atmosfera, e infine Priroda per osservazioni astrofisiche e dell'ambiente terrestre. Il modulo più grande è quello abitativo, che pesa 21 tonnellate e misura 13 metri per 4. Ma ci sono altri due moduli da 19 tonnellate e tre da 12. Oggetti così massicci non si disintegrano del tutto. L'orbita della Mir è inclinata di 52 gradi sull'equatore: quindi sorvola tutta la superficie del pianeta compresa tra 52 di latitudine nord e 52 di latitudine sud, la più popolata: entro la fascia sorgono metropoli come Parigi, Mosca, Bombay, Delhi, Pechino, Seul, Tokio, New York, Città del Messico, San Paolo. Tra gli istituti scientifici che tengono aggiornata l'anagrafe degli oggetti vaganti nello spazio il più importante è il Comando Spaziale degli Stati Uniti, che controlla ininterrottamente la traiettoria di 8.500 relitti in orbita, con dimensioni che vanno da una decina di metri a 20 centimetri, per una massa totale di circa 3.500 tonnellate. Dal lancio dello Sputnik, nel 1957, sono 17 mila gli oggetti catalogati rientrati nell'atmosfera. In media, più di uno al giorno, per 100 tonnellate all'anno. Meno del 10 per cento di questi rientri è avvenuto in modo controllato. Può fare impressione, ma non dimentichiamo le 50-100 mila tonnellate di meteoriti (da una capocchia di spillo a macigni di molte tonnellate) che il nostro pianeta attira annualmente dallo spazio. Un oggetto artificiale grande come la Mir, comunque, non è ancora mai rientrato nell'atmosfera. I precedenti più notevoli sono quelli dello Skylab americano (74 tonnellate, precipitato l'11 luglio 1979, frammenti di 2 metri disseminati per 2000 km tra l'oceano Indiano e l'Australia), e la stazione russa Salyut 7, 40 tonnellate, rientrata sotto controllo il 7 febbraio 1991 sul Pacifico. Nel primo caso alcuni rottami finirono nei dintorni di Perth (Australia), nel secondo una pioggia di detriti raggiunse il Cile e l'Argentina. I frammenti più grandi pesavano da 4 a 8 chilogrammi, in qualche caso finirono vicino a centri abitati ma senza danni. Piero Bianucci


SARA' LA NUOVA BASE ITALIANA Un disco volante in Antartide Progetto di Pininfarina, 26 metri di diametro
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: TECNOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: PININFARINA, TENCARA
LUOGHI: ITALIA

UNA sorta di disco volante di 26 metri di diametro sostenuto da tre lunghe zampe, costruito con materiali compositi, capace di resistere a raffiche di vento a 250 chilometri l'ora e di assicurare confortevoli condizioni di vita ai suoi occupanti a dispetto di situazioni esterne estremamente severe. Progettato dalla Pininfarina, costruito dalla società Tencara (la stessa che ha costruito la serie dei "Moro di Venezia" per la Coppa America di vela del 1992), questo avvenistico "oggetto" sarà installato in Antartide, accanto alla base italiana di Terra Nova, per diventare una stazione permanente di ricerca. Ma prima, all'inizio del 2001 (quindi al culmine dell'estate Antartica, quando le condizioni ambientali saranno meno severe) ospiterà un evento musicale del tutto eccezionale, se non altro per il luogo in cui si terrà, che sarà diffuso attraverso le tv in tutto il mondo per richiamare in maniera forte l'attenzione dell'opinione pubblica sui sempre più diffusi e minacciosi attacchi all'ambiente, sulle vittime delle catastrofi ambientali e sulla necessità prioritaria di conservare o ripristinare l'integrità della nostra casa-Terra. Un'avventura, una sfida ai limiti ««o forse oltre i limiti»» della fattibilità, come ammette lo stesso ideatore, Francesco Stochino Weiss, musicista, uomo di teatro, ma soprattutto sperimentato " creatore di eventi": dallo spettacolo che segnò il ritorno alle scene del tenore Josè Carreras dopo la lunga malattia, nell'89, fino a "Mozart Requiem" diretto da Zubin Metha trasmesso dalla Sarajevo martoriata dalla guerra e a "Tribute to Sarajevo" trasmesso in 71 Paesi la sera del 31 dicembre 1995. Tuttavia questa operazione "Antartide 2001- A tribute to planet Earth" presenta problemi del tutto inediti, tecnologici, ambientali, logistici, addirittura politici. Per i progettisti e i designer della Pininfarina (o meglio della Pininfarina Extra, società del gruppo creata nell'86 per le attività fuori dal campo dei mezzi di trasporto), incaricati di sviluppare il modulo (denominato " Atlantis") il compito non era facile: lo hanno risolto, con la decisiva collaborazione dell'Enea cui fa capo il Piano Nazionale Ricerche in Antartide, con una forma elissoidica sostenuta da montanti intersecati tra loro, disegnata con l'aiuto della galleria del vento per ottenere volumi e profili che offrissero la minima resistenza aerodinamica; il modello in scala 1/20 ha dimostrato di resistere alle raffiche del vento invernale antartico che può raggiungere la velocità di 70 metri il secondo benché sia alta quasi 14 metri. L'interno è diviso in due piani per una superficie utilizzabile di 800 metri quadrati; per la serata inaugurale ospiterà 200 persone (oltre agli impianti di ripresa e trasmissione televisiva e agli ingombranti strumenti dei musicisti). Lo spettacolo musicale in preparazione si ispirerà nella scenografia di Pier Luigi Pizzi ad Atlantide, il mitico continente evocato da Platone, che una catastrofe climatica avrebbe sommerso e che, secondo una delle tante teorie in proposito, si troverebbe proprio sotto i ghiacci australi. La costruzione è in corso negli stabilimenti Tencara, una società specializzata nella lavorazione dei materiali compositi; con la costruzione dei vari "Moro di Venezia" per la Coppa America ha messo a punto un importante know-how nel settore navale che ha esteso successivamente ad altri settori, in particolare a quelli in cui occorre una grande resistenza strutturale e agli agenti atmosferici con un minimo peso insieme a una grande libertà di forma. "Atlantis", che è alta quasi come un palazzo di cinque piani, peserà appena 150 tonnellate. La struttura sarà realizzata con elementi di carbonio collegati tra loro mediante incastro e saldatura, in modo da essere facilmente trasportati per nave e montati sul posto. Le pareti verticali e orizzontali saranno in carbonio, materiale composito e cristallo (ben 150 metri di superficie vetrata che, oltre ad offrire una magnifica vista sulla baia Terra Nova e sul mare antartico consentirà agli scienziati che la abiteranno per tutto l'anno condizioni di vita decisamente meno stressanti di quelle dell'attuale base che, peraltro, consente di essere abitata solo per i quattro mesi estivi. Luce e temperatura interna, insomma, saranno tali da far dimenticare i -60 gradi che si raggiungono all'esterno nel cuore dell'inverno. Vittorio Ravizza


ASPETTI NASCOSTI DEL ««BACO»» ANNIDATO NEI COMPUTER: NON SONO A RISCHIO SOLO I GRANDI SISTEMI INFORMATICI Apocalisse soft o hard?
Autore: MEZZACAPPA LUIGI

ARGOMENTI: INFORMATICA
LUOGHI: ITALIA

DEL "bug del millennio" si sono già dette tante cose, ma è probabile che i non addetti ai lavori non abbiano ancora una chiara percezione di cosa davvero sia e quali rischi comporti. Circa due anni fa, quando perfino molti specialisti di "computer technology" faticavano a credere ai pericoli del bug, era diffuso il sospetto che si trattasse di un espediente dei produttori di software e hardware per costringere gli utenti a comprare nuovi prodotti. Come potevano, le stesse straordinarie intelligenze che escogitarono il computer, aver commesso un così grave errore? ««Tutto è nato a causa degli elevati costi della memoria»» si diceva, ma come può essere stato un problema economico, se oggi un personal computer costa "solo" qualche centinaio di migliaia di lire? Ma alla fine degli anni '60, un "mega RAM" (un milione di " caratteri") costava circa cinque miliardi di lire (anche i più potenti computer allora gestivano solo poche decine di migliaia di caratteri) e se i costi fossero rimasti gli stessi, i personal computer oggi non costerebbero due milioni e mezzo, ma 300 miliardi! Piuttosto, c'è da chiedersi come si sia potuto perseverare in un errore così madornale. Possiamo solo tentare qualche risposta: evidentemente non si credeva che certi computer e programmi sarebbero durati così a lungo, oppure non si è riusciti a cambiare la dinamica spietata del mercato della tecnologia e dei suoi componenti, oppure... è il frutto di una colossale e imperdonabile leggerezza! Del bug si può dire tutto e il suo contrario, poiché non esiste un precedente dal quale si possa trarre insegnamento. Le catastrofi naturali, per quanto spaventose, sono eventi che l'uomo ha imparato almeno a controllare se non a prevenire; il bug dell'anno 2000 è un'esperienza nuova e nessuno degli esperti, neanche coloro i quali hanno affrontato il problema con responsabile professionalità e non per speculazione, vi darà mai una certezza, semplicemente perché... non è possibile! Per questo le previsioni oscillano senza coerenza tra ottimismo e catastrofismo; c'è anche speculazione, ma come spesso capita quando le verità sono troppe, la visione più ragionevole è una sana via di mezzo: il bug non è una "bufala", ma un problema reale e serio. Ma non sarà una catastrofe, o almeno lo si spera! Per capirne l'impatto non serve conoscere esattamente quale sia il meccanismo che quella notte potrà fallire; piuttosto serve capire " cosa" potrà fallire. La risposta è: tutto, ovvero tutto quanto funzioni in modo "assistito" dal computer. Solo qualche mese fa si sentiva affermare che anche il tostapane, il forno a microonde, l'ascensore e l'automobile sarebbero andati in tilt perché controllati da computer "embedded", nascosti; attualmente l'idea più diffusa è che i problemi causati da questi dispositivi saranno sporadici. Ma se i computer e i programmi andranno in avaria, non saranno solo i "programmini" di contabilità casalinga o i videogiochi a fermarsi, ma l'intera società potrebbe soffrirne. Tutto è ormai programmato e gestito da computer: l'instradamento nel sistema di valvole e condotte dell'acqua che esce dai rubinetti e che è scaricata dalle nostre abitazioni; la manutenzione del tram che ci porta al lavoro la mattina; la generazione e la trasmissione dell'energia elettrica che alimenta il nostro congelatore; i telefoni e i telefonini; il rifornimento dei distributori di carburante; il riempimento degli scaffali del supermercato; i trasporti aerei, ferroviari e su gomma; il bancomat e il collegamento con la banca; i servizi sanitari e gli ospedali; i servizi sociali e di ordine pubblico... Sì, nelle previsioni non mancano nemmeno i problemi di ordine pubblico. E' un allarme di non immediata interpretazione, ma si provi a immaginare cosa potrebbe succedere se anche solo per qualche minuto mancasse l'illuminazione nelle vie delle metropoli o se le casse degli ipermercati si bloccassero improvvisamente con centinaia di carrelli in coda... Gli analisti sostengono che il 90% dei problemi che si verificheranno nei dintorni della fatidica data, anche quelli più gravi, saranno recuperabili nel giro di pochi giorni come si trattasse di "normali" avarie, ma non si può escludere uno scenario di piccoli e noiosi disservizi e malfunzioni. Ma dopo mesi e mesi di lavoro per eliminare il bug - si dirà - come possono ancora esistere problemi? Le ragioni sono tante: non in tutti i Paesi il problema è stato affrontato seriamente e c'è da attendersi quindi qualche serio inconveniente negli scambi commerciali e nell'erogazione di servizi. Ma anche nelle realtà dove il problema è stato seriamente considerato, nessuno può garantire la totale assenza di rischio: l'analisi e i test degli impianti e dei sistemi nelle organizzazioni complesse possono richiedere anche anni e i costi di adeguamento e di sostituzione dei sistemi possono essere ingenti. Il lavoro di analisi è fatalmente svolto sullo sfondo di continui cambiamenti tecnologici che possono compromettere i risultati raggiunti e i test sono spesso effettuati per modelli e non in modo integrato e globale perché richiederebbero una sospensione operativa troppo rischiosa e onerosa. A Los Angeles, qualcuno lo ricorderà, è stato fatto un test integrato sugli impianti della rete fognaria che ha provocato il collasso delle condotte e il conseguente inondamento di liquame nelle strade della città... Negli Stati Uniti, dove il problema è ormai di pubblico dominio, si discute molto di piani di emergenza, anche individuali e la polemica è molto accesa sull'eccessivo allarmismo e sul panico che tali dibattiti spesso scatenano con il rischio di generare danni ulteriori a quelli direttamente causati dal bug. Tra informazione e disinformazione, gli americani si stanno comunque attrezzando per far fronte a un'emergenza di qualche giorno e hanno iniziato a stilare la lista delle priorità: pieno del serbatoio di carburante da riscaldamento (a gennaio fa freddo!) e da trazione, candele e gruppi elettrogeni per l'illuminazione, rifornimento della dispensa, prelievo di contante, taniche e serbatoi per il fabbisogno di acqua, telefonini e radio per comunicare, riserve di medicinali... Da noi il problema è stato affrontato con serietà nelle medie e grandi aziende e organizzazioni, in particolare al Nord, ma tra la gente comune, per adesso, la consapevolezza è scarsa e vige l'atteggiamento "vedremo sul momento cosa accadrà". Luigi Mezzacappa


E se il ««coso»» legge zero?
Autore: LUDI GIANNI

ARGOMENTI: INFORMATICA
LUOGHI: ITALIA

L'AUTOMAZIONE è stata nell'immaginario collettivo il simbolo del 2000. "Si premerà un pulsante e...", e si fantasticava su quel che sarebbe capitato con la semplice azione di un polpastrello. Ora il proprietario del polpastrello sente dire che proprio il 2000 può essere fonte di guai. L'esperto ci parla tra sigle misteriose di orologi digitali nascosti nei computer, messi lì per evitarci anche la fatica di pensare in che giorno viviamo. In quegli orologi, naturalmente, i secondi muovono i minuti e i minuti fanno correre le ore che incombono sui giorni, quindi i giorni trascinano i mesi e gli anni: 7, 8, 9 e... ecco che scatta il decennio. L'esperto ci guarda e si ferma. Abbiamo capito tutto, tocca al secolo, che sarà mai? Ma lui, l'esperto ci spiega che in quell'orologio il "19" che precede il decennio è talvolta come " dipinto", "00" può diventare 1900. L'esperto sta un poco sulle sue: "Non capita sempre, ma capita. Il problema si può correggere con una patch (che sarebbe una pezza), ma non sempre". L'esperto è un relativo. Altrimenti sarebbe troppo facile. In un humus di relatività, si sottolinea che il problema non è causato solo dal benedetto orologio. L'abitudine ad esprimere l'anno con due cifre ha la sua parte. Il vezzo un tempo faceva comodo nel gestire le scarse e allora costosissime memorie dei sistemi. Le memorie sono come fogli sui quali si scrive e se la carta è poca e costosa si diventa essenziali. Da anni il costo delle memorie è ridicolo, ma le abitudini sono dure a morire. Se vogliamo sapere quanti giorni passano tra l'1/3/99 e il 10/3/00 per determinare magari degli interessi, '00 sarà 2000, 1900 o che? A noi umani viene semplice, ma quei sistemi gradiscono solo l'assoluto. 00 deve essere 2000 oppure 1900, un dato vero. Altrimenti se il "coso" legge zero o ci dà un messaggio di errore o, peggio, se è stato istruito (programmato) a vedere davanti a '00 un 19, leggerà inequivocabilmente 1900! Tra le date citate passano 375 giorni, ma nello specifico si può avere o un errore o -36150. Sarebbe a dire che invece degli interessi da percepire su 375 giorni, il computer finirebbe, nel caso migliore, per raccontarci quanto dovremmo pagare su 36150 giorni. Si dice che le cause del problema siano molte altre ancora, ma dopo aver già faticato a capire questo poco, proviamo ad accendere il PC del cugino informatizzato e portiamo la data al 31/12/99. Assaporando in anteprima il capodanno con tre zeri, avviciniamo l'ora alle 24. La mezzanotte arriva e con sollievo vediamo sul datario del sistema: 01/01/2000. Perfetto, è fatta. Anche con il 2000 il nostro compagno di solitari vivrà. Spegniamo la macchina. L'esperto, eccolo di nuovo, ci chiede di riaccendere: solo se la data sarà ancora 1/1/2000 saremo certi che tutto filerà liscio. E allora riaccendiamo. Con angoscia, osserviamo che il PC ci vuol far credere che siamo nel 4/1/1980. Livelli diversi d'"intelligenza" interagiscono e bisticciano tra loro. Qualche vaga similitudine con gli umani la intravedo. Ossa, ciccia, peli e zucca: se per far capire alla zucca la differenza che c'è tra A e B ho studiato per anni, le ciglia sbattono da sole quando son costretto a sospendere lo studio della C perché ho sonno, perché zucca e ciglia non sempre vanno d'accordo. Non sempre, appunto. Se si rompe la catena delle intelligenze e per un mio bug (baco) smetto di sbattere le ciglia, forse imparerò la C, ma mi ritroverò con gli occhi a palla e alla lunga avvertirò qualche altra "malfunzione". Con una vaga similitudine con noi umani, i computer hanno vari livelli di intelligenza (hardware e software) che si passano il testimone. Se il 19 è dipinto e non basta la pezza, o se uno dei livelli di intelligenza non vuol sapere del 2000, sarebbe come se anche solo le ciglia non battessero più. L'esperto riprende colore e ci ricorda la centralina del riscaldamento, l'ascensore, i sistemi disseminati nelle aziende, nei servizi, nei trasporti e ovunque nel mondo. L'esperto, ormai lanciato, sottolinea quante aziende e servizi potrebbero non riuscire a gestire i loro processi amministrativi e produttivi perché i computer hanno problemi di "ciglia", e la crisi di uno può dare difficoltà ad altri colleghi computer! Mi viene in mente ET, con il suo grosso polpastrello. Penso al mio compagno di solitari e mi sforzo di ricordare dove accidenti ho messo le carte. Gianni Ludi


MEDICINA Un po' di luce per la sclerosi multipla
Autore: MAESTRONI GEORGES

ARGOMENTI: MEDICINA FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

LA sclerosi multipla è una malattia del sistema nervoso centrale che spesso rende completamente disabile il paziente. Il suo decorso è imprevedibile e le sue cause rimangono misteriose nonostante un secolo e più di studi. Nel Nord dell'Italia, e in generale in Europa, la sclerosi multipla è piuttosto comune: tra i 18 e i 50 anni colpisce una persona su mille. Nell'85% di questi pazienti, la malattia si manifesta con disfunzioni neurologiche che durano parecchie settimane, seguite da un recupero e periodi di apparente normalità. Alcuni pazienti rimangono in relativa buona salute per decenni, ma con il tempo e le numerose ricadute la malattia procede fino al suo drammatico epilogo. Nei pazienti in cui inizia dopo i quarant'anni, la sclerosi multipla può iniziare la sua avanzata già subito dopo l'apparizione dei primi sintomi. Le lesioni provocate dalla sclerosi multipla sono per lo più a carico del cervello e sostanzialmente dipendono dalla distruzione della guaina mielinica, una sorta di manicotto avvolto attorno ai nervi e che svolge una funzione essenziale per la conduzione degli impulsi nervosi. Con il progredire delle lesioni si instaura una paralisi progressiva irreversibile che conduce alla morte. La demielinizzazione dei nervi sembra dipendere da fenomeni autoimmunitari; in altre parole, sono i linfociti del paziente stesso che attaccano la guaina mielinica e la distruggono, nè più nè meno come farebbero con cellule infettate da un virus qualsiasi o contro cellule estranee all'organismo come nel caso di trapianto d'organo. Molti ricercatori ritengono che sia proprio un virus la causa della sclerosi multipla. A sostegno di questa teoria ci sono osservazioni epidemiologiche abbastanza curiose. L'incidenza della malattia sembra infatti presentare un importante gradiente Nord-Sud, nel senso che in genere è più frequente nelle persone che nascono e vivono, almeno fino alla pubertà, in Paesi nordici. Pertanto si pensa che un virus o qualche altro fattore ambientale possa influenzare la suscettibilità alla malattia. Alcuni studi hanno perfino incluso alcuni alimenti tra i fattori sospetti di contribuire in qualche modo alla malattia. Esistono anche studi che hanno individuato una predisposizione genetica. Si tratterebbe dei geni che codificano per una proteina presente sui globuli bianchi e chiamata ««Human leukocyte antigen»» (Hla). Non è chiaro quindi se il gradiente Nord-Sud dipenda solamente dalla distribuzione geografica degli individui predisposti geneticamente o se esista anche un fattore o fattori ambientali in grado di scatenare la malattia. La terapia della sclerosi multipla durante gli attacchi acuti si avvale di farmaci immunodepressivi come i corticosteroidi che attraverso la loro potente azione anti-infiammatoria cercano di fermare l'attacco immunitario contro la guaina mielinica. Per la prevenzione delle ricadute si usano varie sostanze tra cui l'interferone-beta che sembra dare qualche risultato. Altri approcci terapeutici sono allo studio anche se la valutazione della loro efficacia in genere viene ostacolata dalla natura imprevedibile della malattia. Tra questi sembrano interessanti le terapie combinate che associano le terapie standard esistenti ad anti-virali e/o citokine anti-infiammatorie come le interleukine-10 e -4, e a nuovi agenti immunomodulanti. Altre possibilità si intravedono nel trapianto autologo (cioè dello stesso paziente) di midollo osseo, nell'uso di sostanze anti-ossidanti e in terapie geniche. Queste potenziali nuove terapie e l'esistenza di programmi internazionali di collaborazione nella ricerca sia di base che clinici inducono a un cauto ottimismo per il futuro. Georges Maestroni Center for Experimental Pathology, Locarno


NEUROSCIENZE Nel cervello c'è un ««cassetto»» per i vecchi ricordi topografici
Autore: GIACOBINI EZIO

ARGOMENTI: BIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

DOVE sono finite le memorie topografiche della città dove abbiamo vissuto cinquant'anni fa? Nuovi dati smentiscono che l'ippocampo sia la parte del cervello dove si depositano i vecchi ricordi. L'ippocampo non si interessa delle vecchie memorie. Ecco come lo si è scoperto. Il signor E.P., un tecnico di laboratorio di 76 anni oggi in pensione, perdette quasi completamente la memoria in seguito ad una grave encefalite causata dal virus dell'Herpes simplex. Si tratta di un caso di amnesia retrograda ( cioè per gli eventi avvenuti prima della malattia). L'amnesia era di tale gravità da impedirgli perfino di riconoscere di volta in volta il medico curante che l'aveva visitato almeno una quarantina di volte a casa. In particolare non poteva più ricordare fatti avvenuti nei quarant'anni antecedenti la malattia. L'esame del cervello con la risonanza magnetica mostrava un grave danno bilaterale localizzato alla parte mediale del lobo temporale compresa quella parte detta ippocampo che si ritiene essenziale per la formazione delle memorie. Uno dei compiti attribuiti all'ippocampo è di farci ricordare i luoghi che sono familiari. L'ippocampo ci aiuterebbe a costruire delle carte geografiche dettagliate dei luoghi conosciuti (compresi quelli di molti anni addietro) e ad archiviarle nel cervello. Secondo i dati della la neurologia classica si tratterebbe di un vero meccanismo di deposito dei nostri antichi ricordi topografici. Il nostro paziente era cresciuto in una valle della California chiamata Castro Valley negli anni 1930-40. All'età di 28 anni si era trasferito ed aveva rivisitato i luoghi della gioventù solo occasionalmente. Un caso piuttosto comune come per chi per motivi di lavoro si trasferisce definitivamente in un'altra città o addirittura in un altro paese. Per accertare quanto una persona normale che abbia un'esperienza analoga ricordi del luogo natale dovremmo identificare un certo numero di compagni di scuola della stessa età che non abitino più in quel luogo. Due psichiatri dell'Università di San Diego in California riuscirono infatti a trovare ben 5 compagni di scuola di E.P. che avevano vissuto per lo stesso numero di anni in quella vallata per poi trasferirsi definitivamente altrove. Quanto potevano ricordarsi di quel luogo? Ripetiamo noi stessi l'esperimento (se possiamo andare indietro di 40 anni) a cui vennero sottoposti il paziente e i suoi cinque coetanei. Tentiamo di disegnare a memoria nella nostra mente una cartina della zona dove abbiamo vissuto 40 anni fa indicando strade, piazze e corsi col loro nome. Fissiamo la mappa costruita a memoria sulla carta e immaginiamo di dover andare da casa nostra a quattro diversi punti della nostra zona (navigazione familiare), di dover "navigare" tra quattro punti diversi nella stessa area (nuova navigazione) e di dover percorrere un tragitto alternativo immaginando che la strada principale sia bloccata al traffico (navigazione alternativa). Per finire, dovremmo immaginarci di essere al centro di una piazza e di dover indicare col braccio la direzione di quattro diversi punti di riferimento ben noti (indicazione di punti di riferimento). Con grande sorpresa degli sperimentatori, il signor E.P. se la cavò benissimo in tutti questi test di memoria topografica. Pertanto la sua antica memoria spaziale non era peggiore di quella dei cinque coetanei utilizzati come controlli. Questo risultato andava direttamente contro il dogma neurologico dell'ippocampo come area di deposito permanente dei ricordi dei luoghi antichi. Concordava però col fatto che pazienti che soffrono della malattia di Alzheimer e che non si orientano più nei luoghi dove abitano, conservano ancora una certa memoria dei luoghi dove sono vissuti molti anni prima. Studi sperimentali sugli animali confermano la nozione clinica che il lobo temporale (e la sua parte l'ippocampo) costituiscano un centro essenziale per la formazione di recenti memorie spaziali e non spaziali, ma non indispensabile per il riconoscimento di memorie remote. La regione del cervello dove risiedono le vecchie cartine topografiche è stata invece localizzata nella corteccia della parte più posteriore del cervello. Il compito dell'ippocampo è quello di fotografare le memorie recenti, di catturare il momento attuale nello spazio e nel tempo e di trattenerlo per l'uso futuro della nostra memoria. All'ippocampo non interessano invece le vecchie memorie dei luoghi vissuti. Questo risultato è comparso di recente sulla rivista ««Nature»». Le ricerche sperimentali fatte sui topolini confermano i dati clinici e si trovano nello stesso numero. Ezio Giacobini


BIOLOGIA Le astuzie del Pettine Come riesce a sfuggire alla stella marina
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: BIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: T. IL «PETTINE DI SAN JACOPO»

LI conosciamo da millenni. I Romani li usavano per farne tessuti preziosi, Botticelli ne ha messo uno ai piedi della famosa Venere, la Shell ne ha fatto l'emblema della sua benzina (shell in inglese significa "conchiglia"). E noi li gustiamo al ristorante quando ordiniamo un piatto di frutti di mare. Eppure i pettini, che appartengono al genere Pecten, molluschi bivalvi che contano oltre 300 specie sparse nei mari del mondo, continuano a rivelare agli studiosi aspetti nuovi e sorprendenti della loro vita. Il più noto è il pettine di San Jacopo (Pecten jacobaeus) dalla bella conchiglia larga fino a l5 centimetri. La valva inferiore, concava, era usata una volta come tazza per bere dai fedeli che si recavano in pellegrinaggio al santuario di San Jacopo di Compostella, in Spagna. Da lì il nome. La maggior parte dei bivalvi come mitili, ostriche, pinne e telline, hanno abitudini sedentarie. Alcuni se ne stanno vita natural durante incatenati al fondo marino da fili sottilissimi, ma assai resistenti, fabbricati da una speciale ghiandola del mollusco. Sono i fili (bisso) con cui gli antichi Romani tessevano stoffe vaporose. I pettini invece sono i ribelli della famiglia. La ghiandola del bisso ce l'hanno anche loro, ma la usano solo nell'infanzia. Da adulti ne fanno a meno, per essere più liberi. Così, non appena avvertono l'avvicinarsi del loro nemico più implacabile, la stella di mare, si allontanano a balzelloni, evitando di farsi catturare. Appunto la percezione del pericolo e lo stranissimo balletto di fuga sono i due comportamenti che hanno incuriosito e affascinato gli studiosi. Ed ecco quello che hanno scoperto. Gli viene il batticuore, nell'attimo in cui avvista la stella di mare. Si potrebbe pensare che la crisi di tachicardia del pettine sia dovuta alla paura. Ma non è così. I ricercatori hanno scoperto che si tratta di una vera e propria arma di difesa. Serve per ossigenare al massimo i muscoli nel momento in cui il mollusco si accinge a compiere i balzi prodigiosi che lo mettono in salvo. Una volta scongiurato il pericolo, quando cioè il pettine riesce ad allontanarsi dall'inseguitore e smette di saltare, il battito del cuore ritorna regolare. Ma come fa il pettine a vedere la stella di mare? Dove sono i suoi occhi? Non certo nella testa perché i bivalvi non ce l'hanno. E infatti una serie di lucenti occhietti azzurri è disseminata lungo l'orlo del mantello, la piega cutanea che avvolge il corpo e deborda dalla conchiglia non appena le due valve si socchiudono. Per quanto siano piccolissimi - un millimetro - sono occhi in piena regola, muniti addirittura di due retine, capaci non solo di distinguere la luce dal buio, ma anche di percepire i movimenti di un corpo che si avvicina. Il pettine sente poi l'odore del predatore con i numerosi tentacoli sensori, finissimi recettori chimici, distribuiti come una frangia lungo il margine del mantello. Ma c'è di più. Il mollusco sa riconoscere le specie di stelle predatrici da quelle non predatrici. Le prime infatti si tradiscono perché emettono speciali sostanze organiche tensioattive, le "saponine". Il pettine le sente con i tentacoli e scappa. In maniera stranissima: apre per qualche secondo le valve della conchiglia, fa il pieno di ossigeno e immagazzina una buona boccata d'acqua. Poi espelle con violenza l'acqua, richiudendo fulmineamente le valve. L'acqua così spinta avanti, provoca un forte balzo all'indietro dell'animale che procede a strappi, in un singolare nuoto a zig zag. Getti d'acqua più blandi servono al mollusco per scavare una cunetta nel fondo sabbioso del mare. Quella è la sua casa. Il pettine vi trascorre la maggior parte del tempo, tenendo aperte le valve della conchiglia per poter respirare e mangiare contemporaneamente. Migliaia di ciglia vibratili tappezzano la cavità in cui si trovano gli organi respiratori, cioè le branchie e il loro continuo movimento fa da risucchio. L'acqua viene pompata dall'esterno e costretta a passare attraverso il filtro delle branchie. Qui vengono setacciate le particelle alimentari, che, a furor di ciglia, vengono poi convogliate verso la bocca e digerite. Se un pericolo di lieve entità lo minaccia, il pettine serra le valve della conchiglia, che fanno da cassaforte all'appetitoso contenuto. Ma se c'è in vista una stella di mare, il discorso è diverso. Questi bellissimi animali marini (che sono echinodermi, parenti dei ricci di mare) avanzano sul fondo subacqueo con un sofisticato sistema di locomozione. L'acqua penetra nell'interno del loro corpo, corazzato da piastre calcaree, attraverso una placchetta bucherellata, la " piastra madreporica", e da qui viene istradata in una rete di canali che percorrono le cinque braccia e sbucano in tanti diti di guanto, i "pedicelli". Inturgiditi dall'acqua, i pedicelli, che terminano con una ventosa adesiva, si trasformano in altrettanti robusti piedini sui quali il corpo raggiato cammina. Se una stella riesce a bloccare un pettine prima che scatti il suo meccanismo di fuga, per il mollusco è la fine. La stella di mare gli si posa sopra, inarca il copo a cupola, poggia alcuni pedicelli adesivi su una valva, altri sull'altra, poi tira con tutta la sua forza in senso opposto. Quando si stanca, non fa altro che cambiare pedicelli, tanto ne ha una buona riserva. Il mollusco dapprima resiste. Per un tempo molto breve può sopportare una forza di trazione di 4 chili. Ma a lungo andare non ce la fa più. Fra l'altro, deve anche respirare e mangiare. Così, alla fine, estenuato, finisce per socchiudere le valve. Ed è la sua sentenza di morte. La stella non lo può ingoiare. Ha una bocca troppo piccola. Allora cosa fa? Ricorre al suo asso vincente: la digestione extraorale. Dalla bocca fa uscire il sacco vuoto dello stomaco, lo insinua entro la fessura che si è aperta tra le valve della conchiglia. E il gioco è fatto. Da quel momento non ha più fretta. Pensano i succhi gastrici a digerire in loco i tessuti del mollusco. Solo quando l'ultima briciola del pettine è stata digerita a dovere, la stella di mare ritira lo stomaco dalla conchiglia e lo rimette a posto tra gli altri visceri. Isabella Lattes Coifmann


INTERNET PER SAPERNE DI PIU'
NOMI: CALDWELL CHRIS
ORGANIZZAZIONI: INTERNET
LUOGHI: ITALIA

In Internet, la pagina Web più completa e accurata sui numeri primi è quella di Chris K. Caldwell, matematico e informatico dell'Università del Tennessee, a Martin: http://www.utm. edu/research/primes Per scaricare il programma del progetto GIMPS e iscriversi alla grande caccia: http://www.mclink. it/personal/MC5225/mersenne/prime-it.htm L'home page della Electronic Frontier Foundation: http://www.eff.org/coop-awards/ Al sito di Richard Crandall è in vendita un poster con tutte le cifre decimali del numero primo di Hajratwala: http://www.perfsci. com La pagina di Armand Turpel, con arte e musica dei numeri primi: http://www2.vo.lu/homepages/armand/index.html Per trovare rapidamente on line l'ennesimo numero primo: http://www.math. princeton.edu/~arbooker/nthprime.html


UN GIOCO PER I LETTORI Primi, gemelli e palindromi...
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: T. I DIECI NUMERI PRIMI PIU' GRANDI OGGI NOTI

ECCO alcuni giochi matematici con i numeri primi. Successione Come prosegue la seguente successione 1, 2, 3, 4, 5, 6, 8, 9, 10, 11, 12, 14, 15, 16, 17, 18, 20, 21, 22, 24, ...? Numeri primi gemelli Sono gemelli le coppie di numeri primi la cui differenza è uguale a 2. La più piccola coppia di gemelli è 3 e 5, la più grande, oggi nota, è 361.700.055 x 2 elevato a 39.020, più o meno 1, scoperta quest'anno da Henri Lifchitz. Fra i primi 50 numeri primi ci sono 16 coppie di primi gemelli. Quali sono? Numeri primi palindromi Sono numeri primi palindromi quelli che si possono leggere indifferentemente nei due versi, da sinistra a destra o da destra a sinistra. Il più piccolo è 11, il più grande oggi noto, è un numero primo di 30803 cifre, un numero che inizia e termina con 1, tra questi due 1 c'è una sequenza di zero con al centro un altro piccolo palindromo. Senza scrivere tutti gli zeri, il numero è il seguente: 1000... 0001110111000... 0001. E' stato scoperto quest'anno da Harvey Dubner. Ci sono 15 numeri primi palindromi di 3 cifre. Quali sono? Ed ecco le risposte. Successione Il numero successivo è 26. La successione è stata costruita partendo dalla successione dei numeri primi, per ognuno dei quali sono state registrate tutte le differenze con i termini che lo precedono, escludendo le ripetizioni. Data quindi la successione dei numeri primi: 2, 3, 5, 7, 11, 13, 17, 19, 23, 29, 31, 37, 41, 43, 47, ... abbiamo: 3 - 2 = 1 5 - 3 = 2 5 - 2 = 3 7 - 5 = 2 7 - 3 = 4 7 - 2 = 5 11 - 7 = 4 11 - 5 = 6 11 - 3 = 8 11 - 2 = 9 ... 29 - 5 = 24 29 - 3 = 26 Se si osserva la successione al computer, sembrerebbe che tutti i numeri pari ne facciano parte. Ma questo non è mai stato dimostrato ed è soltanto una delle tante congetture sui numeri primi. Numeri primi gemelli Le 16 coppie di primi gemelli che si trovano fra i primi 50 numeri primi sono le seguenti: (3,5) (5,7) (11,13) (17,19) (29,31) (41,43) (59, 61) (71,73) (101,103) (107,109) (137, 139) (149,151) (179, 181) (191,193) (197,199) (227,229). Numeri primi palindromi I 15 primi palindromi di 3 cifre sono: 101, 131, 151, 181, 191, 313, 353, 373, 383, 727, 757, 787, 797, 919 e 929.


MATEMATICA Il numero ««megaprimo»» E' formato da oltre un milione di cifre
Autore: PEIRETTI FEDERICO

ARGOMENTI: MATEMATICA
LUOGHI: ITALIA

I cacciatori di numeri primi, cioè i matematici dilettanti o professionisti alla ricerca di numeri sempre più grandi divisibili solo per se stessi e per 1, hanno infranto il muro del milione di cifre, arrivando a quelli che sono stati battezzati i "megaprimi". Il nuovo record è stato stabilito quest'estate da un giovane informatico di Plymouth, nel Michigan, Nayan Hajratwala. I test di verifica hanno confermato che il numero da lui trovato è il più grande numero primo oggi conosciuto: 2 elevato a 6.972.593, meno 1. Abbiamo già avuto occasione di presentare i cacciatori di numeri primi e i numeri di Mersenne formati, come questo di Hajratwala, da una potenza del 2, meno un'unità (TuttoScienze, 20/11/96 e 8/10/97): 2 elevato a n, meno 1. Ma non è sicuro che i numeri trovati con questa formula siano primi. Non esiste infatti "la formula" dei numeri primi e l'unico modo per essere sicuri che un numero sia primo, se è di grandi dimensioni, è soltanto un accurato controllo al computer, con programmi appositi che abbreviano i tempi, altrimenti impossibili, dell'operazione. Il numero di Hajratwala è un numero di 2 098 960 cifre, per scrivere le quali sarebbe necessario un grosso volume di mille pagine. Se queste cifre venissero messe in fila, una dietro l'altra, il numero sarebbe lungo nove chilometri. Per trovarlo, Hajratwala ha lavorato 111 giorni, nel tempo libero, sul suo computer, un PC Aptiva 350 Mhz. Ha battuto il record precedente, detenuto da un giovane studente di vent'anni, Roland Clarkson. Il suo numero primo aveva "soltanto" 909 526 cifre: 2 elevato a 3.021.377, meno 1. Se la scoperta di Hajratwala ha fatto notizia, anche al di fuori dell'ambiente dei matematici, non è soltanto per il salto ai megaprimi, ma anche per il consistente premio di 50 mila dollari che ha incassato. Un premio offerto dalla Electronic Frontier Foundation, un ente finanziato da un anonimo mecenate che intende in questo modo "incoraggiare i normali utenti di Internet a contribuire alla soluzione di grandi problemi scientifici". E ci sono ancora diversi premi in palio: 100 mila dollari al primo che arriverà a un numero primo con almeno 10 milioni di cifre, 150 mila dollari al primo che supererà la soglia dei 100 milioni di cifre e 250 mila dollari per un numero primo con almeno un miliardo di cifre. Le scoperte di Clarkson e Hajratwala non sono casuali. Essi hanno alle spalle una vasta organizzazione, un esercito di cacciatori di numeri primi, più di diecimila, sparsi in tutto il mondo e collegati con i loro PC, tramite Internet, al grande progetto GIMPS, Great Internet Mersenne Prime Search, che fa capo a George Woltman e Scott Kurowski, due informatici di Orlando, in Florida. Woltman è il fondatore del progetto GIMPS che gestisce con Kurowski, distribuendo gratuitamente, a chiunque ne faccia richiesta, un programma creato appositamente per la ricerca dei numeri primi. "Siamo stati fortunati - è stato il commento di Woltman - abbiamo avuto un nuovo record ogni anno, negli ultimi quattro anni. Ora l'obiettivo è un numero primo con più di 10 milioni di cifre. Ma questo, con gli algoritmi attuali, è un lavoro maledettamente complicato. E' un po' come giocare alla lotteria, solo se si è molto fortunati si può vincere". "Non è necessario essere grandi matematici per partecipare alla caccia ai numeri primi - dice Hajratwala - è sufficiente impegnare il computer nei momenti in cui è libero da impegni di lavoro. Anche in questo momento, mentre stiamo parlando, il mio computer è al lavoro, alla ricerca di nuovi primi". Con un po' di fortuna quindi, se possediamo un PC, anche noi potremmo scoprire un nuovo numero primo da record e vedere il nostro nome scritto accanto a quello dei grandi matematici, studiosi della teoria dei numeri, come Fermat o Eulero... oltre a incassare uno dei ricchi premi ancora in palio. Federico Peiretti


FISICA DELLE PARTICELLE Sguardo furtivo al Big Bang Un esperimento per capire le origini dell'universo
Autore: CATAPANO PAOLA

ARGOMENTI: FISICA
LUOGHI: ITALIA

IL prato davanti all'Auditorium di Slac, l'acceleratore lineare sul Campus di Stanford, pullula di centinaia di cappellini da baseball bianchi, con la scritta arancione BaBar, utilissimi contro la luce abbagliante del sole californiano. Non è un evento sportivo. Le oltre 500 persone riunite sul ««green»» sono qui per la ««Dedication Ceremony»» di BaBar, l'ulimo rivelatore di particelle del laboratorio americano. Come in ogni esperimento di fisica delle particelle, anche BaBar è una sigla, che sta per la particella B e la sua antiparticella anti-B o, per dirla coi fisici, B-bar. L'insieme del rivelatore BaBar (che analizza le collisioni) e l'anello acceleratore Pep-II di Slac (che produce le collisioni) è infatti una ««fabbrica»» di B, ossia un esperimento dedicato alla produzione di queste particelle, originate in coppia da collisioni fra elettroni e positroni. E' un momento speciale per Slac, come sottolinea il direttore uscente Burt Richter, premio Nobel per la fisica nel 1976, che definisce il lancio di BaBar ««l'inizio di una nuova grande avventura»». L'ambizioso scopo dell'esperimento è quello di ««fornire la prima misura diretta statisticamente significativa della violazione CP, cioè la simmetria di carica elettrica e parità, nel sistema dei mesoni B - spiega Nando Ferroni, coordinatore di fisica di BaBar, in anno sabbatico a Slac dall'Università di Roma. Questo risultato spiegherebbe la prevalenza di materia rispetto all'antimateria nell'universo, svelando il mistero della sua stessa esistenza. Infatti, secondo la teoria più accreditata, nel Big Bang, per creare l'universo che vediamo oggi deve esserci stata una prevalenza della materia sull'antimateria per una frazione di secondo dopo lo scoppio iniziale. Se le quantità fossero state esattamente identiche, materia e antimateria si sarebbero annientate e l'universo non sarebbe che luce e radiazione, invece che stelle, pianeti e gas. E' bastato un minimo squilibrio, un'unica particella di materia sopravvissuta su ogni miliardo creato nell'inferno primordiale, perché le cose andassero diversamente»». Nessuno sa finora a cosa fu dovuto quello squilibrio decisivo. Il segreto potrebbe trovarsi proprio nel comportamento peculiare delle particelle o mesoni B, instabili miscugli di materia e antimateria. Con i mesoni K, i mesoni B sono infatti le uniche forme di materia che violano una delle leggi di simmetria fondamentali: la simmetria di carica e parità che caratterizza il comportamento di tutta la materia esistente. Secondo questa legge, se si prende una particella, la si sostituisce con la sua antiparticella e la si guarda nello specchio, il risultato finale non cambia, è indistinguibile rispetto alla situazione di partenza. Se questa legge fosse stata valida per tutto l'esistente, come i fisici hanno a lungo ritenuto, non ci sarebbe modo di distinguere fra materia e antimateria e l'esistenza stessa del nostro universo non si spiegherebbe. Un esperimento sui kaoni nel 1964, premiato dal Nobel nel 1980, dimostrò che la simmetria di CP è violata nel decadimento di un certo tipo di kaoni, che si trasformano talvolta nel loro anti-kaone. I mesoni B producono nel loro decadimento una quantità ben più vasta di particelle e molti tipi diversi di violazione CP, per cui possono mostrare aspetti della simmetria materia-antimateria che i kaoni non possono rivelare, in particolare differenze nel loro comportamento. La misura di diversi modi della violazione CP nel decadimento dei B è essenziale per la fisica contemporanea, in quanto confermerebbe o rimetterebbe in discussione il valore del Modello Standard di tutte le particelle e delle loro interazioni, che così com'è non giustifica la preponderanza della materia sull'antimateria. ««Babar potrebbe essere il primo esperimento a dare una prova di consistenza del Modello Standard per la violazione di CP - aggiunge Ferroni - o addirittura svelare tipi di asimmetria materia-antimateria spiegabili solo da nuove teorie (come la supersimmetria), rimettendo in discussione il Modello Standard. Ovviamente noi fisici preferiremmo il secondo scenario, molto più eccitante. Questa corsa all'oro che porterebbe dritto dritto a un Nobel per la fisica, BaBar la non corre da solo. E' affiancato da Belle, la fabbrica di B giapponese al KEK di Tsukuba, e da Hera-B del DESY di Amburgo. Ai blocchi di partenza con due mesi di anticipo il 1 aprile di quest'anno, BaBar ha avuto un inizio spettacolare, producendo dati utili senza passare per la fase di collaudo. Il 50% del rivelatore è opera di istituti universitari non americani, che hanno coperto il 40% dei 105 milioni di dollari del costo. La seconda componente, dopo quella americana, è italiana. Con 70 fisici di una decina di istituti (le sezioni Infn dei dipartimenti di fisica di Bari, Ferrara, Genova, Milano, Napoli, Pavia, Pisa, Roma La Sapienza, Torino, Trieste e i laboratori di Frascati), l'Italia ha assicurato il 16% del costo del rivelatore per un valore di 5,6 milioni di dollari, interamente recuperati in commesse affidate all'industria italiana. La bobina superconduttrice (costo 2,3 miliardi) è firmata Ansaldo, l'alimentazione dell'intero rivelatore è opera della Caen di Viareggio e il rivelatore di muoni è della General Tecnica di Frosinone. I 30.000 fili della camera a deriva sono stati assemblati a Vancouver da robot costruiti a Roma. Paola Catapano


IN BREVE Emocromatosi scoperta italiana
ARGOMENTI: MEDICINA FISIOLOGIA
NOMI: PIETRANGELO ANTONELLO
LUOGHI: ITALIA

Un gruppo di ricercatori italiani guidato da Antonello Pietrangelo e finanziato da Telethon, ha scoperto una nuova forma di emocromatosi, malattia che provoca un eccessivo assorbimento del ferro, con danni e patologie per vari tipi di organi.


IN BREVE Smilephone tra le novità Smau
ARGOMENTI: INFORMATICA
LUOGHI: ITALIA

Dal 30 settembre al 4 ottobre con Smau 1999 Milano sarà la vetrina delle novità informatiche. Tra queste, si segnala Smilephone, della Ipm Group, apparecchio che permette di telefonare, accedere a Internet e scambiare messaggi in modo semplicissimo e senza acquistare un computer. Disponibile a fine anno, prezzo 800 mila lire.


IN BREVE Prevenzione dentale
ARGOMENTI: MEDICINA FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

Ottobre sarà il ««Mese della prevenzione dentale»», iniziativa promossa dall'Associazione nazionale dentisti italiani e da Mentadent. Chi lo desidera potrà fruire di un controllo gratuito presso uno degli 8.500 dentisti che aderiscono. Tel. numero verde 800-204.204.


IN BREVE «Confini della scienza» tre incontri a Voghera
ARGOMENTI: DIDATTICA
LUOGHI: ITALIA

Con la collaborazione dei ««Tuttoscienze»» si terrà a Voghera il ciclo di conferenze ««Ai confini della scienza»» organizzato dal Centro comunale di Cultura. Intervengono Piero Bianucci (11 ottobre, La Luna), Luca Mercalli (8 novembre, Come cambierà il clima) e Margherita Fronte (3 dicembre, Salute e campi elettromagnetici). Tel. 0131-952.679; 949.287.




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