TUTTOSCIENZE 28 luglio 99


NEGLI STUDI DI HOLLYWOOD Animali sul set: star e vittime Da Rin Tin Tin almaialino Babe, al delfino Flipper
Autore: SCANDURRA MAURIZIO

ARGOMENTI: ETOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

SI chiama Babe. Tutti lo ricordano ancora per averlo visto al cinema protagonista di un simpatico film per ragazzi. Era un maialino coraggioso che ognuno avrebbe voluto avere come amico. Pochi sanno però che i Babe sacrificati per realizzare il lungometraggio sono stati 48. Una schiera di porcellini ingrassati talmente in fretta da non poter più soddisfare le esigenze del ruolo. Passati nel giro di poche ore dal fasto delle scene alla padella, compreso quello che riuscì a portare a termine la lavorazione del film. E per girare il secondo capitolo della storia, ««Babe va in città»», il primo giorno di lavorazione tra pecore, scimmie, topi e una vera e propria truppa di cani e gatti randagi, ben 799 animali popolavano le scene! A Hollywood gli episodi di questo genere sono infiniti. Come testimonia il caso dell'elefantessa Akili, stramazzata sul set di un telefilm un anno fa. Morta apparentemente senza una ragione. Il copione prevedeva che salisse in cima a una rampa. Una scena facile, provata più volte con il suo istruttore. L'incidente è accaduto all'improvviso. Presa dal panico, Akili non è più riuscita a scendere e il suo cuore ha ceduto, di schianto. Una fine inspiegabile. Gli elefanti sono creature forti, raramente muoiono così. Akili era sbarcata negli Stati Uniti all'inizio degli Anni 80. Un'americana l'aveva acquistata da un trafficante di animali con l'intenzione di farne una stella del cinema. I pachidermi a Hollywood sono molti ricercati e costituiscono un'ingente fonte di guadagno per chi ha la fortuna di possederne uno. L'ultima vittima a quattro zampe si chiamava Reginald, a tutti noto come Rex, il celebre ««commissario»» protagonista dell'omonimo telefilm girato a Vienna. Dopo aver interpretato quattro serie, è stato mandato in pensione dalla produzione. Tornato a Los Angeles, sua vera residenza, forse per lo stress dei continui viaggi o per il training cui era stato sottoposto, Reginald è deceduto. Al suo posto c'è ora Rhett Butler, un pastore tedesco di due anni e mezzo che si chiama proprio come il personaggio di Clarke Gable in Via col vento. La sua vicenda è solo l'ultimo capitolo della triste storia degli animali famosi, accomunati spesso da una vita grama e da una brutta fine. Chi li ha sfruttato di più è stata, senza dubbio, l'industria del cinema. La Metro Goldwyn Mayer scelse addirittura un leone come simbolo. Leo, il felino che vanta il maggior numero di apparizioni sul grande schermo, imparò a ruggire a comando sotto la guida del primo istruttore di animali di Hollywood, Volney Phifer. Divenuto vecchio e sdentato, il mancato re della foresta finì i suoi giorni in un misero ospizio per animali gestito dal suo ex domatore che, pentito, tentò di sdebitarsi così con le bestiole addestrate per anni. L'ostello fu anche l'ultima dimora di Cita, fedele compagna di avventure di Tarzan. La scimmietta, diventata nevrotica e aggressiva a forza di stare sul set, oggi giace sotto una lapide senza nome nel piccolo cimitero dietro all'ospizio, meta di un macabro giro turistico dedicato alla memoria degli animali più famosi d'America. Riposa invece in Francia, sua terra d'origine, Rin Tin Tin, il divo a quattro zampe del cinema muto che fece la fortuna della Warner Bros. Negli Anni 20 l'enorme successo ottenuto dal personaggio salvò la casa cinematografica dalla bancarotta. Ma il prezzo più alto lo pagò il cane. Spremuto come un limone, il celebre pastore tedesco divenne una vera e propria macchina per fare soldi. Gli fecero girare 25 film in meno di 10 anni. E dopo di lui fu la volta di Lassie, inossidabile star della Metro Goldwyn Mayer, un mito che dura da cinquant'anni. Il personaggio doveva essere un collie femmina. Si presentarono 1500 candidate, i provini durarono settimane, ma alla fine il migliore risultò Pal, un maschio che sbaragliò tutte le concorrenti con una scena da vero professionista. Il copione prevedeva l'attraversamento di un fiumiciattolo. Al comando del suo istruttore, il cane si tuffò nell'acqua gelida, raggiunse in un batter d'occhio l'altra sponda e, fingendosi stremato, si gettò sul bagnasciuga senza neanche scrollarsi l'umido di dosso. La parte fu immediatamente sua ma, ogni volta che andava in scena, Pal era costretto a indossare un sacchetto di finto pelo che gli nascondeva gli attributi. I discendenti del suo istruttore, ancora oggi, vivono grazie ai diritti d'autore e ai proventi delle videocassette sul famoso metodo di addestramento che fece del collie una star. Era invece una femmina Flipper, il delfino interprete dell'omonima serie televisiva. Morì di stenti tra le braccia del suo allenatore, Richard O'Barry, che da quel giorno ha voltato pagina, trasformandosi in un fervente attivista della causa dei cetacei. E' stato dimostrato che questi animali soffrono moltissimo in cattività. I pescatori di delfini inseguono i branchi per ore, fino a ridurli allo sfinimento. Poi li imprigionano nelle reti e li tirano sulla barca. Molti muoiono per lo shock. Chi sopravvive finisce negli acquari e diventa un'attrazione. ««L'unico modo di addestrare un delfino è ricattarlo con il cibo»», ha raccontato l'ex domatore di Flipper. ««Quando è affamato diventa disciplinato e accetta di eseguire gli esercizi. Bisogna solo saper attendere»». Ma Flipper un giorno decise di non mangiare più. Si lasciò morire di fame, lentamente. Strappata alla madre in tenera età, passò i suoi ultimi giorni agonizzando ai bordi della piscina divenuta la sua prigione. Keiko, l'orca del film Free Willy, almeno è tornata a casa. Catturata nel 1979 lungo le coste irlandesi, ha languito per anni in un parco di divertimenti di Città del Messico. Poi è venuto il successo cinematografico e i soldi, grazie ai quali è stato possibile finanziare la sua libertà. Riportata nel fiordo da cui era stata strappata, Keiko ce la sta mettendo tutta per tentare di ambientarsi. Ma gli scienziati dubitano che l'animale possa farcela davvero. La sua prigionia, dicono, è durata troppo a lungo ed è improbabile che riesca a ristabilire legami con il branco abbandonato vent'anni fa. In mancanza di qualcuno disposto ad ammaestrarli, gli animali famosi non esisterebbero. Pat Derby è' un'istruttrice pentita. Specializzata in felini, negli Anni 60 guadagnava oltre mille dollari al giorno. ««Per me l'animale era tutto. Da lui dipendevano la mia paga e gli ingaggi futuri»». Oggi Pat ha cambiato vita. Nel 1985 ha fondato un'organizzazione in difesa degli animali attori. E in un libro racconta molti episodi di crudeltà. ««Ho visto istruttori che terrorizzavano e picchiavano le bestiole disobbedienti. C'era un tizio che lavorava con i conigli. Per farli correre più velocemente, sfregava le estremità del loro corpo con la carta vetrata per poi gettargli addosso acquaragia»». Negli Stati Uniti sono molte le associazioni che difendono i diritti degli animali del cinema e della televisione. La più famosa si chiama American humane association e possiede una sezione dedicata solo alla vigilanza dei set, con diritto di intervenire sulle sceneggiature e di inviare ispettori sui luoghi delle riprese. In Italia le associazioni a tutela degli animali sono una sessantina. Una è il Gruppo cagnetta Laika, in memoria del primo essere vivente finito oltre l'atmosfera. Laika fu lanciata in orbita attorno alla Terra il 3 novembre 1957 a bordo dello Sputnik II, una sfera d'acciaio del peso di 500 chili. ««Non avremmo dovuto farlo»», dichiara oggi Olek Gazenko, responsabile del programma sovietico spaziale alla fine degli Anni 50. ««La cagnetta era condannata perché all'epoca non sapevamo ancora come far rientrare una capsula sulla Terra. E Laika morì nello spazio. Lo scopo della missione non era scientifico, ma strategico. Dovevamo segnare punti nella corsa allo spazio contro l'America»». Gli Usa risposero, il 5 maggio 1961, spedendo in orbita lo scimpanzè Ham a bordo della capsula Mercury-Redstone 2. La tecnologia spaziale nel frattempo aveva fatto passi da gigante e Ham sopravvisse al volo, divenendo un eroe nazionale. Fu capostipite di una vera e propria colonia di astro-scimmie addestrate in previsione di future missioni nel cosmo. Il gruppo non è mai stato sciolto e oggi, in una vecchia base aerea nel deserto del Nuovo Messico, vivono ancora 141 scimpanzè. Il Congresso ha ordinato alle forze armate di disfarsi degli animali, ormai inutili alla ricerca spaziale. Le associazioni a difesa della specie si battono per assicurare loro una dignitosa vecchiaia in qualche riserva naturale, ma negli ultimi dieci anni i discendenti di Ham sono stati dati ««in affitto»» a una fondazione per la ricerca medica. Maurizio Scandurra


ESPERIMENTI AL MIT DI BOSTON In arrivo il computer biologico Risultatiincoraggianti con neuroni di sanguisuga
Autore: ROMAGNOLO SALVATORE

ARGOMENTI: INFORMATICA
NOMI: DITTO BILL
ORGANIZZAZIONI: APPLIED CHAOS LABORATORY
LUOGHI: ITALIA

IL computer biologico è alle porte. L'idea di un elaboratore elettronico che non sia composto da microprocessori e fili elettrici, ma da materiale organico, che sia a tutti gli effetti un essere vivente in grado di svolgere i compiti che oggi affidiamo ad un computer, continua a farsi strada e gli ultimi esperimenti di laboratorio sembrano incoraggianti. Il progetto più interessante è quello di Bill Ditto del Georgia Institute of Technology, che recentemente ha messo a punto un computer a base di neuroni di sanguisuga. Ogni singolo neurone viene stimolato elettricamente e rappresenta una cifra. Collegando le cellule nervose tra di loro, i ricercatori sono riusciti a ottenere risposte precise a calcoli semplici. Per il momento il computer ai neuroni di sanguisuga è solo in grado di effettuare delle somme, ma si tratta, innegabilmente, di un risultato. Il lavoro dell'Applied Chaos Laboratory guidato da Bill Ditto non è, in effetti, che all'inizio. I ricercatori sono convinti di poter arrivare quanto prima a impiantare delle cellule nervose su un supporto di silicio e adattare il tutto all'interno di un pc. Le cellule sono in grado di connettersi tra di loro per risolvere anche problemi complessi, mentre i circuiti di un computer sono solo in grado di effettuare le operazioni per le quali sono stati programmati. Il dispositivo messo a punto dai ricercatori della Georgia ha, in un qualche senso, la capacità di ««pensare da solo» », di funzionare in un modo molto simile ad un cervello. La maggior elasticità di ««ragionamento»» del computer biologico dovrebbe risultare particolarmente efficace nelle applicazioni per il riconoscimento dei caratteri e nella lettura della scrittura manuale. Operazioni semplici per un essere umano, ma di grande difficoltà per un computer tradizionale. Le prospettive di questa tecnologia, che integra risorse inanimate con cellule viventi, al di là dell'inquietudine che può suscitare, sono straordinarie e delineano scenari sino ad oggi inimmaginabili, popolati da computer in grado di risolvere situazioni complesse senza aver ricevuto istruzioni specifiche al riguardo. Anche se, per il momento, l'èquipe del professor Ditto deve ancora insegnare al computer biologico a fare le moltiplicazioni! Quasi tutti gli animali sono dotati di neuroni. L'uomo ne possiede milioni, mentre la sanguisuga un numero esiguo. A prescindere dalla loro quantità, i neuroni si comportano sempre allo stesso modo e sono l'unità fondamentale che il cervello usa per risolvere problemi. Nell'esperimento di Ditto, i neuroni di sanguisuga sono stati collegati ad un computer e quindi stimolati con degli elettrodi per indurli a comunicare tra di loro. Il computer ha il compito di rendere visibili le ««risposte»» prodotte dalle cellule nervose. ««Fino ad ora - dice Bill Ditto - gli scienziati hanno cercato solo di aumentare la potenza di calcolo. Questo ha reso i computer sempre più veloci, ma non più intelligenti. Parallelamente uno scienziato israeliano, Ehud Shapiro, ha messo a punto il prototipo di un computer che potrebbe essere grande come una cellula. Presentato al quinto meeting internazionale sui Dna-Based Computer, tenuto presso il Mit di Boston, il dispositivo funziona con la stessa logica delle molecole all'interno delle cellule viventi. Se gli scienziati saranno in grado di realizzarli, apparati come quello progettato dal professor Shapiro potrebbero essere impiantati nel nostro corpo e controllare le funzioni biologiche e la regolarità di funzionamento degli organi interni. Potrebbero, ad esempio, essere in grado di rilevare valori anomali nella circolazione sanguigna e intervenire direttamente con la somministrazione di farmaci. Un'applicazione di grande utilità nel caso di malattie croniche o di persone a rischio. Per il momento il computer del professor Shapiro è solo un modello, ma se in futuro sarà possibile utilizzare materiale biologico per costruirlo - e da questo punto di vista il lavoro dei ricercatori dell'università della Georgia risulterebbe di grande utilità - avrà le dimensioni di un 25 milionesimo di millimetro, abbastanza piccolo per essere installato ovunque. Anche all'interno del nostro corpo. sito Internet dell'Applied Chaos Laboratory: http: //www.physics.gatech.edu/chaos/ Salvatore Romagnolo


SCIENZE FISICHE INTERNET Navigheremo sui fili della luce?
Autore: VALERIO GIOVANNI

ARGOMENTI: ELETTRONICA
ORGANIZZAZIONI: INTERNET
LUOGHI: ITALIA

SIAMO tutti figli della televisione. Abituati all'istantaneità del telecomando, spesso ci spazientiamo per la lentezza di Internet. Una pagina che non arriva subito, un file musicale o un'immagine da scaricare generano attese che sembrano infinite, mentre la bolletta del telefono cresce. Il problema della (presunta) lentezza di Internet potrebbe anche condizionarne lo sviluppo. Gli utenti e le pagine Web disponibili sono sempre di più e questo aumenta l'intasamento. Per il commercio on line, serve invece una rete veloce, clicca-e-compra, senza inutili attese. Lo stesso vale per la distribuzione della musica in rete, per le società di broker on line, per i siti con immagini in movimento. Perciò la rete sta cercando soluzioni tecnologiche sempre nuove. In alcune città italiane prosegue il progetto Dpl (Digital Power Line) per trasmettere i dati Internet non più sulle linee telefoniche ma attraverso i cavi elettrici. Invece di connettere il modem al telefono di casa, si usa un dispositivo collegato alla rete elettrica di bassa tensione. Da qui, il segnale dati viene trasportato fino alla cabina di trasformazione più vicina, collegata al backbone (le ««spine dorsali»» di Internet). I vantaggi sono molti. Non si paga più il costo della telefonata ma un canone annuo fisso, indipendente dai tempi di collegamento. La linea telefonica resta libera e il consumo di energia elettrica durante la navigazione è trascurabile. La velocità di trasmissione dei dati è ancora inferiore a quella delle fibre ottiche, ma raggiunge un Mbps, cioè un Megabit (un milione di bit, gli ««atomi»» dell'informatica) per secondo: circa venti volte la velocità attuale. Citytel e altre società in tutto il mondo stanno sviluppando un sistema che permetta ai dati di restare incontaminati durante il trasferimento su linee estremamente disturbate, come quelle elettriche. Durante la prossima fase di sperimentazione, una decina di milanesi navigherà in Internet passando per i fili della luce. Intanto negli Stati Uniti continua il progetto Next Generation Internet, per ora destinato solo a università e centri di ricerca. Qui i dati passano su fibre ottiche a 2,4 Gigabit (2 miliardi 400 milioni di bit) per secondo, che diventeranno presto 9,6, permettendo immersioni in ambienti 3D e l'integrazione fra tv e rete. Ma la ««corsa alla velocità»» di Internet passa soprattutto sulle nostre teste. E' lì, in cielo, che nei prossimi anni verrà realizzata la rete satellitare Teledesic (finanziata anche da Bill Gates) per la trasmissione di dati fino a 64 Mbps. Uno dei progetti più innovativi è quello di una piccola società americana, Scaled Composites, che intende creare una rete di telecomunicazioni attraverso aerei a reazione. Dotati di antenne per inviare i segnali, i jet volano a 18 mila metri di altezza fornendo dati a 10 Mbps su un raggio di 120 chilometri. Non servono neppure parabole per la ricezione: basta un'antennina collegata al computer. Non c'è più nulla da fare, allora, per i ««vecchi»» fili telefonici? Ancora no. Così crede il consorzio che sta studiando Adsl (Asymmetric Digital Subscriber Lines), di cui fa parte il bel mondo delle telecomunicazioni, da Ntt a Telecom Italia. Dato che non si può aumentare la ««capienza»» del vecchio doppino telefonico, con questo sistema si ««comprimono»» i dati per farne entrare di più: Adsl è un programma di compressione dati che può aumentare la velocità fino a 2 Mbps. Una soluzione semplice, qualcosa che abbiamo fatto tutti, per far entrare i bagagli nel baule dell'auto prima di partire in vacanza. Giovanni Valerio


SCIENZE FISICHE CONSEGNATI DA CLINTON IN USA I premi alla chimica ««pulita»» Analoghi riconoscimenti anche ad aziende italiane
Autore: FOCHI GIANNI

ARGOMENTI: CHIMICA
LUOGHI: ITALIA

ASSEGNATI negli Stati Uniti i premi presidenziali per l'innovazione chimica all'insegna del rispetto per l'ambiente Una commissione dell'American Chemical Society (A.C.S.) ha assegnato i premi "Presidential Green Chemistry Challenge" per il 1999. L'iniziativa fu lanciata quattr'anni fa dal presidente Clinton come sfida (challenge) alla ricerca chimica in enti pubblici e privati: sviluppare processi e prodotti che rispettino l'ambiente per la loro stessa natura, cioè senza bisogno di limitazioni e rimedi "a valle" imposti dalla legge. L'organizzazione del concorso coinvolge l'agenzia governativa per la protezione dell'ambiente (E.P.A.). All'A.C.S., che coi suoi quasi 159mila iscritti è la più grande società scientifica del mondo, è stato appunto affidato il compito di nominare la giuria. Questa ha vagliato un centinaio di candidature, organizzate in cinque categorie diverse. Per il mondo universitario ha vinto il professor Terrence Collins della Carnegie Mellon University di Pittsburg; egli ha sviluppato ioni complessi in cui il ferro è circondato da grosse molecole organiche cicliche, non tossiche nè inquinanti, chiamate TAML (tetraamido macrocyclic ligand). Questi complessi attivano l'acqua ossigenata nell'industria cartaria, rendendola adatta a sostituire il cloro per sbiancare la pasta di legno; s'evita così la formazione di tracce di diossina. L'aspetto più interessante, tuttavia, è che gli attivatori abbassano la temperatura richiesta per il processo, con un buon risparmio d'energia. L'innovazione potrebbe essere estesa vantaggiosamente al lavaggio dei tessuti, riducendo i rischi che un capo colorato macchi gli altri, e aumentando le prestazioni dei detersivi. Nella categoria "Piccole aziende" è stata premiata la Biofine (Massachusetts), che ha trovato il modo di ricavare acido levulinico da rifiuti cellulosici d'origine vegetale: scarti agricoli e delle cartiere, carta non riciclabile coi metodi tradizionali, rottami di legno. La ricerca è stata compiuta di conserva con un laboratorio del dipartimento dell'energia, il quale ha contemporaneamente sviluppato un processo per ricavare dall'acido levulinico una serie di derivati utili, fra cui il metil-tetraidrofurano. Quest'ultimo, miscelato per esempio con alcol etilico (anch'esso ottenuto da prodotti agricoli), fornisce un buon carburante, e la resa rispetto all'acido levulinico (e quindi ai rifiuti) è ottima. Per la miglior via di sintesi ha vinto la casa farmaceutica Eli Lilly, che produce un composto attivo sul sistema nervoso centrale impiegando basse dosi di solventi organici ed evitando di ricorrere al cromo; finora venivano scartati tre quintali di questo metallo tossico per ogni quintale di farmaco prodotto. La società Nalco ha ricevuto un riconoscimento per aver sviluppato condizioni più ecologiche nella produzione di polimeri acrilammidici, che vengono impiegati nella depurazione delle acque. Nella categoria "Prodotti sicuri" è stata premiata infine la Dow AgroSciences, per l'invenzione dello Spinosad, insetticida selettivo che presenta rischi ecologici ridotti, prodotto da un microrganismo per fermentazione. Non si creda che soltanto in America, considerata popolarmente patria del progresso tecnico, la chimica riesca a lavorare per uno sviluppo sostenibile. L'idea dei premi è stata ripresa in Italia dal Consorzio Interuniversitario Chimica per l'Ambiente, che li ha assegnati per la prima volta nel febbraio scorso a Venezia. In quell'occasione furono premiate la Lonza, la quale ha migliorato la sintesi dell'anidride ftalica (sostanza che viene poi trasformata, fra l'altro, in materie plastiche e coloranti), la Solvay, che ha trovato il modo di riusare i residui della depurazioni di fumi acidi, e la Mapei. Quest'ultima, produttrice di adesivi che emettono nell'aria dosi particolarmente basse di sostanze organiche, ha come presidente Giorgio Squinzi, persona molto sensibile ai problemi dell'ambiente, che ricopre la carica più elevata anche all'interno della Federazione Nazionale dell'Industria Chimica (Federchimica). Intervenendo il 12 luglio a Milano alla presentazione del quinto rapporto Federchimica sulla sicurezza, la salute e l'ambiente, Squinzi ha detto di confidare che il ministro Ronchi dia un contributo a sostegno dell'industria chimica impegnata per uno sviluppo rispettoso della qualità della vita. Il ministro, che era presente, ha dato atto degli sforzi compiuti e dei traguardi raggiunti; ha invitato però alla vigilanza contro il ripetersi d'incidenti come quelli avvenuti in un impianto dell'EVC di Marghera, che hanno provocato un suo provvedimento restrittivo. Invito che va accolto, pur senza dimenticare che Graziano Vidotto, presidente dell'EVC Italia, da mesi si rammaricava pubblicamente perché l'azienda "non ha avuto risposta ad un suo progetto, presentato nel 1995, di innovazione tecnologica, miglioramento ambientale e di sicurezza". Gianni Fochi Scuola Normale di Pisa


SCIENZE FISICHE LA STELE DI AOSTA La costellazione di Orione emerge dallapreistoria Ricostruito uno straordinario reperto megalitico di archeoastronomia
Autore: COSSARD GUIDO

ARGOMENTI: ASTRONOMIA
LUOGHI: ITALIA

NON è esagerato ritenere la stele numero 30, rinvenuta ad Aosta durante lo scavo di una vasta area megalitica, una delle più grandi opere d'arte della preistoria: alta due metri e cinquanta, frammentata ma mirabilmente ricostruita per buona parte dagli archeologi, la stele, finemente incisa ad altorilievo, presenta un capo simbolico a forma di ««T»» e un torso decorato con un motivo a scacchiera. Su di esso spiccano, a testimoniare la notevole importanza del personaggio rappresentato, quattro ordini di collari, un arco che attraversa l'intero busto, una splendida ascia simmetrica all'arco e due frecce tenute tra le mani. Le braccia sono piegate ad angolo retto, in una posizione incompatibile con la disposizione delle mani, ma che contribuisce a conferire fierezza e importanza al personaggio. Sotto il busto si individua una cintura alla quale sono appesi due pugnali ed una borsa semicircolare. La stele ha sollevato, presso gli archeologi, numerosi interrogativi. Tra le tante domande ci si chiede perché la stele non abbia le gambe, nonostante la parte superiore presenti molti dettagli, perché l'arco sia inclinato ed in posizione inconsueta (altre stele presentano un arco simbolico sulla spalla), perché il personaggio impugni le frecce tenendole sotto l'arco, come mai arco e ascia siano in posizione invertita (come se il personaggio fosse stato mancino), perché i pugnali siano posti in orizzontale. Inoltre vi sono interrogativi a proposito della testa, considerata anche l'assenza di occhi e bocca. Ogni interrogativo sulla stele viene risolto da una semplice interpretazione astronomica: quella che la stele rappresenti la costellazione di Orione. Vi sono diversi elementi a sostegno di questa idea. Innanzi tutto, l'area megalitica, che comprende alcuni menhir, dei pozzi rituali, alcuni dolmen, una ««allèe couverte»» e, soprattutto, diversi allineamenti, è stata dettagliatamente studiata da un punto di vista archeoastronomico nel 1990. Sono così emersi notevoli e numerosi orientamenti astronomici riguardanti la Luna, il Sole ed alcune stelle brillanti. In particolare sono stati individuati due orientamenti su alfa Orionis, la brillante Betelgeuse, uno dei quali è proprio relativo ad un allineamento di stele. Allora, le singole stele non erano state prese in considerazione e quindi non avevamo rilevato un particolare molto importante emerso solo ora: l'allineamento che comprende la stele 30 è perpendicolare all'allineamento orientato su Betelgeuse, in modo che la stele in questione risultasse disposta, quando era ancora eretta, proprio di fronte alla costellazione di Orione che stava sorgendo. Il fatto che, in un'area nella quale sono stati individuati tanti e tali orientamenti astronomici, si sia poi sentita l'esigenza di rappresentare anche un asterisma sulla pietra non deve certamente sorprendere. Sovrapponendo una rappresentazione della costellazione di Orione alla stele troviamo delle notevoli corrispondenze (vedi figura). In particolare il profilo a T è segnato da Betelgeuse e da Bellatrix; la cintura di Orione, con Alnitak, Alnilam e Mintaka, si viene a trovare sulla corda dell'arco, mentre altre stelle meno luminose contornano tutto l'arco. La spada di Orione, poi, è in perfetta coincidenza con le dita del personaggio. Inoltre Rigel si trova su un pugnale. Infine un gran numero di altre stelle brillanti viene a coincidere con altri punti salienti della stele, quali le braccia, i gomiti e la borsa semicircolare. Particolare importante, le stelle non appartengono tutte rigorosamente alla costellazione di Orione, ma alcune appartengono alla Lepre, a Eridano o all'Unicorno. Infatti non vi è nessun motivo per ritenere che i limiti fissati convenzionalmente da noi, oggi, coincidano con quelli del passato. Inoltre, la stele è mancante della parte sinistra del busto. Però le stelle di Orione e di Eridano permettono di ricostruire anche la parte mancante: infatti esse formano una fila di stelle che è simmetrica a quella che rappresenta il braccio destro; in particolare il gomito sinistro è segnato da Kursa (beta Eridani) e la punta dell'arco da rho Orionis. La corrispondenza tra stele e stelle è pressoché perfetta se si esaminano singole parti, separatamente, mentre se si confrontano le stelle con l'intera stele si rilevano due imprecisioni: l'ascia risulta traslata lateralmente e Bellatrix è più bassa rispetto al vertice del profilo a ««T»». Però è un errore di meno di dieci centimetri, su di una stele alta due metri e mezzo. E' difficile ritenere che la corrispondenza tra le stelle di Orione e i punti salienti della stele sia casuale. D'altra parte, esiste una controprova: è stata ritrovata una stele analoga, a Sion, in Svizzera, che sicuramente rappresenta lo stesso personaggio. Pur essendo decisamente simile, la stele di Sion ha minori dimensioni e presenta attributi diversi: non ha l'ascia, la freccia è all'interno dell'arco e sotto la cintura non sono incisi altri attributi. Eppure le proporzioni sono esattamente le stesse e la costellazione di Orione si adatta perfettamente anche a questa stele. In particolare le stelle della cintura coincidono, questa volta, con la freccia, altre stelle seguono tutto il profilo dell'arco, sono rappresentati i gomiti, le braccia, ed il profilo della testa. Persino una fila di stelle si adatta molto bene alla collana di perle del personaggio. Sorge allora spontanea una domanda: come hanno fatto delle popolazioni eneolitiche a scolpire due stele con misure diverse, attributi simili ma non del tutto identici, mantenendo però le stesse proporzioni? L'unica spiegazione plausibile è che il disegno sia stato tracciato seguendo il profilo di uno stesso oggetto ben visibile e ben identificabile dai due versanti delle Alpi: la costellazione di Orione. Dunque, tre elementi concordano a favore di questa ipotesi: l'orientamento dell'allineamento di stele, la forma e il disegno della stele di Aosta e la forma e il disegno della stele di Sion. Ma anche il contesto storico coincide. Non abbiamo, per ora, parlato di date, ma rimediamo subito: la stele 30 potrebbe risalire attorno al 2750-2400 a.C. Nello stesso periodo i Sumeri avevano identificato Orione con il loro eroe più importante, Gilgamesh, che in una delle sue imprese aveva ucciso il Toro Celeste. Gli Egizi, poi, avevano identificato Orione con Osiride. La piramide di Cheope, anche se alcune recenti interpretazioni sono sicuramente troppo azzardate, presenta comunque un condotto orientato sulla cintura di Orione. Inoltre l'identificazione di Osiride con Orione è confermata da numerosi testi egiziani. Infine, va detto che anche la mitologia greca concorda con l'ipotesi astronomica: tra i particolari salienti va ricordato il fatto che Orione venisse chiamato ««l'abitante delle montagne»», il fatto che egli fosse stato accecato (la stele non ha gli occhi), ed il fatto che fosse sempre associato alla Luna. A conferma, i più importanti allineamenti astronomici rilevati nell'area megalitica di Aosta sono lunari. Guido Cossard


SCIENZE DELLA VITA LA CEFALEA A GRAPPOLO Un male ancora oscuro Le crisi scatenate dall'ipotalamo
Autore: PINESSI LORENZO

ARGOMENTI: MEDICINA FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

LA cefalea a grappolo (cluster headache) è una delle sindromi più dolorose e violente. Malattia relativamente rara (2 casi ogni 1000 abitanti), colpisce in prevalenza persone di sesso maschile tra i 20 ed i 40 anni. Caratteristico è l'andamento delle crisi nel tempo: gli attacchi dolorosi si concentrano in un certo periodo dell'anno, il cosiddetto ««grappolo»». Il paziente lamenta, spesso di notte, violente crisi dolorose da un lato del capo, localizzate per lo più attorno o ««dietro»» ad un occhio e associate a lacrimazione, a congestione congiuntivale e nasale e, talora, ad abbassamento di una palpebra. Le crisi sono così lancinanti che alcuni pazienti possono giungere a tentare il suicidio pur di far cessare il dolore. Spesso la malattia non viene diagnosticata in modo corretto e vengono somministrati farmaci del tutto inutili nel controllo del dolore, quando addirittura non si ricorre a vani interventi chirurgici per improbabili sinusopatie. Nella maggior parte dei casi, per fortuna, dopo circa 45 giorni di crisi, la malattia va incontro a un periodo di remissione spontanea per poi ripresentarsi puntualmente nell'anno successivo. In casi più rari si cronicizza (cluster sine cluster). Le cause della cefalea a grappolo e il meccanismo delle crisi sono rimasti per anni oscuri. Recentemente, un gruppo di ricercatori dell'Institute of Neurology di Londra, coordinati da Peter J. Goadsby, ha pubblicato i risultati di uno studio che ha utilizzato la tomografia ad emissione di positroni (Pet) per valutare le modificazioni che avvengono nel cervelo nel corso della cefalea a grappolo. Alla base del cervello vi è una piccola area, chiamata ipotalamo, che costituisce l'orologio delle attività cerebrali. Diverse funzioni del nostro organismo, come i cicli del sonno, le fluttuazioni degli ormoni, le risposte immunologiche, hanno un andamento ciclico regolato proprio da questa piccola area cerebrale. Gli studi con la Pet nei pazienti con cefalea a grappolo hanno dimostrato che è proprio l'attivazione di alcuni piccoli nuclei situati nella cosiddetta ««area grigia ipotalamica posteriore»» a scatenare l'inizio della crisi. In successione vengono poi attivate altre aree cerebrali come il lobo frontale, il talamo e la corteccia dell'insula. L'attivazione dell'ipotalamo è risultata specifica per la cefalea a grappolo e non compare in altre forme di cefalea come l'emicrania. Le risultanze di questo studio permettono, ancora, di spiegare l'andamento periodico sia delle crisi nell'arco della giornata che dell'attivazione annuale della malattia. La tomografia a emissione di positroni è, per ora, un esame utilizzato essenzialmente per attività di ricerca e non trova ancora utilizzo corrente nella diagnosi di routine. Tuttavia, la scoperta dei meccanismi patofisiologici della malattia apre prospettive di ricerca e di terapia specifica molto interessanti. Lorenzo Pinessi Università di Torino


SCIENZE DELLA VITA TELEMEDICINA Collegamento via satellite Italia-Tunisia
Autore: LO CAMPO ANTONIO

ARGOMENTI: COMUNICAZIONI
LUOGHI: ITALIA

UN passo in avanti di telemedicina e cooperazione tra il nostro paese e la Tunisia, è avvenuto nel giugno scorso, con il primo collegamento via satellite che consentirà all'Ospedale ««Habib Thameur»» di Tunisi, che in giugno ha celebrato il centenario, di cooperare a distanza con la rete ««Shared»». Presentata al congresso ««Timed»», che si è svolto a Genova in maggio, e operativa da tre anni, ««Shared»» è una joint-venture fra il Parco Scientifico Biomedico ««San Raffaele»» e l'Alenia Aerospazio. Nata per promuovere la telemedicina, e sostenuta dall' Agenzia Spaziale Europea ESA, e da quella italiana ASI, collega 15 ospedali e centri clinici tra i maggiori in Italia, compresi il San Raffaele di Milano, il Bambin Gesù di Roma, e il Policlinico Militare Celio, che coordina il supporto medico per la missione Arcobaleno. I collegamenti saranno possibili tramite il sistema Euroskyway, e in particolare con il satellite Italsat F-2, la centralina spaziale italiana lanciata tre anni fa in orbita geostazionaria. La telemedicina beneficerà sempre più delle nuove tecnologie di telecomunicazioni, che già da tempo rendono possibili collegamenti video con lo scambio di immagini diagnostiche in modo rapido e a costi che stanno un po' alla volta calando, tramite normali personal computer. Questo settore, che rappresenta anche una delle più importanti ricadute tecnologiche derivate dalle grandi imprese spaziali, consente di superare le barriere spazio temporali nel campo dell'assistenza medica tramite il ricorso a competenze specialistiche disponibili nei centri di eccellenza. Con questa iniziativa, l'Italia intende contribuire alla realizzazione di un partenariato euro-mediterraneo, stimolando la cooperazione tra strutture sanitarie del bacino del Mediterraneo e quelle italiane. Antonio Lo Campo


SCIENZE DELLA VITA NEUROBIOLOGIA La psiche e il pollo-quaglia Il mistero delle funzioni nervose
Autore: MARCHISIO PIER CARLO

ARGOMENTI: BIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

IL dualismo cervello-mente è uno dei temi centrali della neurobiologia e della filosofia e si porta dietro discussioni infinite sulla natura della psiche, sul concetto di coscienza e altre entità non identificate con qualcosa di fisicamente quantificabile. Manca o è poco rilevante nella nostra cultura biologica il desiderio di approfondire le basi fisiche del comportamento degli animali nella loro vita di relazione. Mancano, a maggior ragione nell'uomo, le basi cellulari per mettere in relazione qualsiasi funzione nervosa elevata ma circoscritta con un gruppo definito di cellule nervose. Qualcosa di più si sa della localizzazione cerebrale delle funzioni della vita vegetativa o riproduttiva degli animali, con stereotipi di comportamento a queste connessi, ma poco o nulla si sa delle basi cellulari del comportamento. Quindi, mi sembra logico pensare che prima di parlare di mente, di psiche, di coscienza si debba necessariamente e con molta umiltà affrontare uno studio sistematico delle strutture biologiche che presumiamo essere implicate in questi processi e delle quali poco sappiamo. Non molto tempo fa è stato pubblicato un articolo che identifica le basi cellulari di un certo tipo di comportamento in un sistema animale molto conosciuto vale a dire le chimere pollo-quaglia. Devo fare alcune premesse prima di affrontare l'argomento. Da molto tempo è noto che è possibile uno scambio di cellule od organi tra la quaglia e il pollo, enimali molto simili dal punto di vista evolutivo, ma ben distinguibili per le loro forme e per alcune caratteristiche cellulari. Durante lo sviluppo nell'uovo è possibile trapiantare cellule dall'embrione di pollo all'embrione di quaglia e viceversa e si ottiene alla fine la schiusa di pulcini, come la mitica chimera, parte pollo e parte quaglia. Usando questa tecnologia semplice e rigorosa, Evan Balaban dell'Istituto di Neuroscienze dell'Università di San Diego ha affrontato sperimentalmente alcune differenze caratteristiche del comportamento dei due animali. Alla schiusa il pulcino di pollo pigola con un pigolio continuo caratteristico che tutti conoscono; invece, il pulcino di quaglia emette un pigolio a tre note altrettanto tipico e muove ritmicamente la testa. La domanda scientifica è molto semplice: quali cellule e quali strutture nervose del cervello dei due animali controllano questi due aspetti del comportamento specifici della specie? In esperimenti precedenti Balaban prelevò dal mesencefalo di quaglia una popolazione di cellule nervose definite e le introdusse nell'embrione precoce di pollo e ottenne pulcini che pigolavano come quelli di quaglia: una canzone a tre note! Ma la testa la muovevano come un normale pulcino di pollo: cioè poco o nulla. Nel gruppo di esperimenti pubblicato recentemente Balaban, con singolare pervicacia, ha sistematicamente cercato le cellule responsabili del movimento alternato del collo e le ha trovate dopo molti tentativi in un gruppo di cellule nervose vicine al centro che controlla il respiro. Il pulcino-chimera, con l'aspetto di pollo, ora pigola e muove il collo come una quaglia. Sono bastate poche cellule per riprodurre in una specie il comportamento di un'altra specie, per cambiarne l'identità biologica. Quali conclusioni trarre da questo esperimento che non è destinato ad attrarre i clamori della stampa ma che è ben più serio di altri? Per prima cosa dimostra che due aspetti di un comportamento complesso dipendono da due gruppi diversi di cellule nervose anatomicamente distanti. Secondo, è già possibile ora modificare il comportamento di un animale solo sulla base di alcune cellule che esprimono geni differenti e caratteristici della specie. Infine, sulla base di questi dati, è possibile ora identificare in poche cellule la base fisica essenziale del comportamento, cioè un'attività che è il fondamento delle proprietà psichiche di ciascun individuo. Applicabilità di questi dati ad animali superiori, uomo compreso? Nulla di concreto, per ora, ma resta il concetto che esiste un rapporto preciso tra il substrato fisico di una funzione e la funzione stessa. Se vogliamo discuterne in via teorica, potremmo spendere anni in futili chiacchiere. Dobbiamo tuttavia ricordare che ogni volta che parliamo di mente o di psiche dobbiamo confrontare le parole con la nostra ignoranza della reale complessità del cervello. Per fortuna questo brillante esperimento non è stato dato in pasto alle agenzie come è accaduto per altri molto meno rilevanti. Avrebbe prodotto sproloqui sul trapianto del cervello, sull'inviolabilità dell'essere umano e così via. Pier Carlo Marchisio


SCIENZE DELLA VITA AIDS E' ancora un flagello mortale
Autore: DI AICHELBURG ULRICO

ARGOMENTI: MEDICINA FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

SI sente dire sempre più sovente che l'Aids non sembra più quella terribile belva che sembrava, nei Paesi ricchi la mortalità è in calo, insomma la speranza riprende quota, il timore è diminuito. In realtà non è così: gli ultimi dati forniti dall'Unaids, l'organo istituito dalle Nazioni Unite per la lotta contro il virus Hiv, non giustificano alcun ottimismo. L'Aids è ancora la seconda causa di morte negli Usa dai 25 ai 44 anni, in Italia è fra i principali motivi di decesso fra i 25 e 29 anni. Il numero dei casi è in continuo aumento nel mondo: dai primi Anni 80 ad oggi più di 40 milioni di persone si sono infettate e circa 12 milioni sono morte. La situazione attuale è addirittura peggiore di quella dell'inizio degli Anni 90: nel 1998 circa 6 milioni di nuovi infetti, fra cui oltre mezzo milione di bambini, soprattutto nei paesi dell'Africa subsahariana. Solo in Uganda negli ultimi anni i morti sono stati 1,8 milioni, lasciando, secondo l'Unicef, 1,7 milioni di bambini orfani. Certo si sono compiuti importanti progressi nella terapia dell'Aids. Tre categorie di farmaci sono oggi somministrate: gli inibitori della trascrittasi inversa, gli inibitori non nucleosidici della trascrittasi inversa e gli inibitori della proteasi. Contrastando l'integrazione del genoma virale e agendo sulle proteine virali, essi bloccano la replicazione del virus Hiv. Ma ormai appare evidente che questo trattamento con tre farmaci associati, questa tri-terapia, deve essere proseguita per anni. Due grandi sperimentazioni, denominate Trilege e Actg343, hanno rivelato un grande numero di ricadute - dimostrate dalla carica virale del sangue - nei malati la cui tri-terapia iniziale venga ridotta ad una bi od a una mono-terapia. In effetti la terapia non è in grado di sdradicare il virus, il quale continua a replicarsi in alcune cellule, insomma i farmaci permettono di prolungare la vita e di attenuare i sintomi ma non guariscono la malattia. Inoltre non prevengono la trasmissione del virus e non rendono privi di contagiosità gli infetti, sebbene riducano la carica virale del sangue a livelli non più rilevabili (il virus rimane integrato nel genoma dei linfocobi CD4). La stretta osservanza terapeutica è il prezzo da pagare per arrestare il progresso della malattia e restaurare l'immunità; nessuna tregua nè per il virus nè per il malato. Frattanto altri tipi di cocktail farmacologici sono in fase di valutazione (lo studio Adam, Amsterdam Duration Antiretroviral Medication, propone una quadri-terapia, due inibitori della proteasi e due analoghi nucleosidici). Un trattamento con più farmaci è logico per due ragioni: se un agente non riesce a bloccare la replicazione del virus un secondo può farne le veci, e se entrambi gli attacchi falliscono un terzo può comunque fornire una certa protezione. In ogni modo la tri-terapia è costosissima superando le possibilità economiche di molti Paesi, ed esige l'applicazione d'uno schema rigoroso. La sola strategia rimane dunque la prevenzione: evitare l'infezione è la chiave fondamentale della battaglia contro l'Aids. La prevenzione continua ad essere seriamente minacciata da atteggiamenti di rifiuto, di ottimismo, di superficialità. Poiché il virus si trasmette attraverso i rapporti sessuali e i contatti con sangue infetto, bisogna cambiare il comportamento, si tratti della vita sessuale e dell'iniezione di droghe. L'uso del preservativo è ancora essenziale per il sesso sicuro, come lo è il ricorso a siringhe pulite per quanti fanno uso di droghe iniettabili. Ulrico di Aichelburg


SCIENZE DELLA VITA MALATTIE RARE La sindrome di Angelman
Autore: BODINI ERNESTO

ARGOMENTI: MEDICINA FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

LA medicina è ricca di storie relative alla scoperta delle malattie, ma di molte si parla poco perché relativamente rare o per scarso ««interesse»» scientifico. Una di queste è la Sindrome di Angelman (S. di A.), patologia genetica caratterizzata da sintomi prevalentemente neurologici, la cui incidenza riguarda un caso ogni 10-20.000 nati. Fu scoperta e descritta circa trent'anni fa da Harry Angelman (1915-1996), un pediatra che lavorava a Warrington in Usa. Trovandosi a Verona durante la visita al museo di Castelvecchio, osservando la tela medioevale dell'artista Giovanni Francesco Caroto (1480-1555) notò che raffigurava un giovane sorridente che sosteneva in una mano un disegno di una bambola che egli stesso aveva fatto, intitolato ««Fanciullo con pupazzo»». La visione gli portò alla mente tre giovani pazienti che seguiva da tempo in modo particolare perché affetti dallo stesso quadro clinico, sino ad allora mai descritto. ««Ridevano moltissimo - raccontò - ed avevano movimenti a scatti degli arti e del tronco. Fu questo evento che mi spinse a descriverli nella letteratura medica»». Il saggio fu intitolato ''Pupet children''; nome che fu poi cambiato con quello di Sindrome di Angelman. Ma solo in questi ultimi anni si rinnovò l'interesse per questa manifestazione psico-neurologica, e la ricerca ha esteso le conoscenze sulla sua configurazione clinica e genetica; soprattutto dal 1987 in poi, quando Angelman stabilì che circa la metà dei bambini con la S. di A. presentava sul cromosoma 15 una delezione. Sino ad oggi non è possibile alcun test diagnostico prenatale per le famiglie ad alto rischio (nella maggior parte dei casi un solo individuo per famiglia è affetto dalla S.di A.), ma alcuni progressi fanno sperare nella possibilità di effettuare in futuro una buona diagnosi prenatale. Oggi, molte coppie propendono per l'amniocentesi; mentre la possibilità di effettuare altri test può essere discussa con il genetista o con il ginecologo. Gli aspetti clinici della S. di A. sono molteplici e riguardano problemi di nutrizione (scarso assorbimento e ridotto aumento di peso), difficoltà nel mantenersi seduti e nella deambulazione, notevole scarsità o assenza del linguaggio, difficoltà di apprendimento, epilessia nell'80% dei casi, movimenti insoliti, indole ««iper-affettuosa»» e frequenti risate, scoliosi (nel 10% dei casi), schema del sonno molto povero, il capo al di sotto della media spesso con appiattimento occipitale, strabismo nel 40% dei casi. A tutt'oggi non è disponibile alcuna cura, ma trattamenti farmacologici sono possibili per il controllo delle crisi epilettiche; mentre la fisioterapia si può rivelare importante per correggere la mobilità delle articolazioni e per prevenire l'artrosi articolare; come pure la terapia occupazionale e del linguaggio, l'idroterapia e la musicoterapia sono ulteriormente consigliate. Un discreto contributo per il trattamento psicoeducativo dei pazienti è dato da appropriati programmi di gioco strutturato, ritenuto incoraggiante; il metodo di educazione in fase prescolastica comporta l'impostazione di schemi alternativi al linguaggio; la socializzazione, l'autocontrollo, comprese le abilità cognitive motorie. Proprio perché in molti casi la S. di A è una patologia non particolarmente peggiorativa, sebbene l'evoluzione sia lenta, le abilità continuano ad essere acquisite anche attraverso impostazioni e programmi di vita relazionale adeguati. Per ulteriori informazioni ci si può rivolgere all'Organizzazione Sindrome di Angelman (OR.S.A.) che ha sede a Treviso in via Montello 4/B (tel. e fax 0422/42.16.43), un'associazione di volontariato, senza fini di lucro, che opera su tutto il territorio nazionale attraverso l'impegno di famigliari e soci. Ernesto Bodini


SCIENZE DELLA VITA NEMATODI Sono vermetti minuscoli i più recenti biopesticidi
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

SONO minuscoli vermi cilindrici, lunghi appena un millimetro, vivono nel terreno ed hanno la particolarità di attaccare gli insetti, infilandosi nel loro corpo attravero la bocca, l'ano o gli spiracoli tracheali, e di ucciderli. Sono i nematodi entomopatogeni, organismi che trascorrono tutta o parte della loro vita nel terreno, e la cui attività viene da poco sfruttata nella lotta biologica ai parassiti delle colture e ad altri insetti pericolosi per l'uomo, come quelli che diffondono la malaria e la febbre gialla. Fino ad ora, però, l'azione insetticida di questi alleati dell'uomo pareva avvenire solo a temperature superiori ai 12 C, ciò che ne limitava fortemente le possibilità di impiego. Ora si è scoperto che uno di questi nematodi è in grado di agire anche a temperature molto basse, ed è quindi efficace contro l'80 per cento degli insetti nocivi, contro il 40 degli standard precedenti. La scoperta è stata fatta dai ricercatori della società Bio Integrated Technology (Bit), operante nell'ambito del Parco Tecnologico Agroalimentare dell'Umbria che ha sede a Pantalla di Todi, ed è stata resa nota da Manuele Ricci, che ha guidato l'èquipe dei ricercatori, all'assemblea nazionale dell'Associazione dei parchi scientifici e tecnologici (Apsti), che si è svolta ai primi di luglio all'Environment Park di Torino. Il risultato è uno dei primi e più concreti successi delle attività dei 28 parchi tecnologici e scientifici sorti in tutta Italia negli ultimi anni con l'obiettivo di stimolare l'innovazione mediante lo stretto contatto tra le imprese, le università, i centri di ricerca, gli organismi pubblici. La loro azione è di solito connessa con le attività economiche prevalenti sul territorio e va dall'agricoltura all'agroalimentare, dall'aerospazio e all'informatica, dall'ecologia alla metallurgia; con una media di 50 aziende collegate per ognuno di essi, hanno ormai raggiunto un fatturato di quasi 100 mila miliardi l'anno. I nematodi entomopatogeni una volta penetrati nel corpo degli insetti-bersaglio liberano un batterio che vive in simbiosi nel loro intestino e che, riproducendosi rapidamente, provoca la morte dell'ospite per setticemia. I ricercatori guidati da Ricci sospettavano che alcuni nematodi viventi in regioni fredde potessero restare attivi anche a basse temperature sicché nel '94 compirono una spedizione sulle Alpi al disopra dei 2000 metri trovandovi effettivamente 20 ceppi di nematodi; lavorando su quattro di essi, che avevano rivelato qualità insetticide, sono arrivati a selezionarne uno, lo Steinernema kraussei, che si è rivelato capace di agire fino a 3 e quindi di coprire un nuovo settore del mercato dei biopesticidi. Partire le ricerche per sviluppare un prodotto commerciale, composto di nematodi allevati in grande quantità il nuovo biopesticida è poi stato brevettato in tutto il mondo. Un passo ulteriore è stato compiuto con la scoperta, da parte di una èquipe guidata da Adriano Ragni, che un ceppo di nematode, il Photorhabdus spp, ha un'attività entomopatogena diretta, agisce cioè non sugli insetti ma direttamente sulle piante da proteggere, impedendo che siano attaccate. Il modo di azione è del tutto simile a quello del Bacillus thuringiensis, con il quale sono già state realizzate il mais e la soia transgeniche: nelle piante modificate attraverso l'ingegneria genetica sono stati inseriti geni per la produzione di cristalli insetticidi del Bacillus thuringiensis direttamente nella pianta. ««La scoperta del ceppo di Photorhabdus con attività insetticida diretta - secondo Ragni - il fatto che l'attività è legata ad una molecola proteica o comunque connessa ad una proteina fa ragionevolmente sperare che si sia scoperta una nuova sorgente di geni per realizzare piante transgeniche»». Vittorio Ravizza


SCIENZE DELLA VITA IN CINA NELLO YUNNAN L'expo floreale più grande del mondo Su un'area di 218 ettari, aperto fino al 31 ottobre
Autore: MORETTI MARCO

ARGOMENTI: BOTANICA
LUOGHI: ITALIA

LA Cina è a un positivo giro di boa rispetto alla politica ambientale. Un fatto rilevante in Paese che registra alcuni dei maggiori problemi ecologici del pianeta. Un contesto, ambientalmente inquietante, in cui assume un grande significato l'avvio del primo processo di sensibilizzazione ecologica di massa, con una operazione di rilievo mondiale in cui il governo di Pechino ha investito un miliardo e mezzo di dollari (circa 2800 miliardi di lire). E' l'Expo Internazionale di Orticoltura di Kunming, il capoluogo della provincia sud-occidentale dello Yunnan. Vanta di essere la maggiore manifestazione a tema botanico mai organizzata nel mondo. Aldilà dei record, le cifre sono impressionanti. L'area espositiva, situata a sei chilometri dal centro città, ha una superficie di 218 ettari: per il 76,7 per cento è coperta da piante e fiori, e per il 15 per cento da acque (vasche, stagni e ruscelli artificiali). Sono state piantate per l'occasione 400.000 piante e 450.000 fiori per un totale di oltre 2mila specie botaniche. Partecipano alla manifestazione 94 Paesi stranieri e 34 tra province e regioni cinesi: hanno allestito aiuole e stand che spaziano dalle più tradizionali forme di floricoltura alle più avanzate ricerche nel settore botanico. Sono previsti tra gli 8 e i 10 milioni di visitatori. Per pubblicizzare l'evento sono stati invitati 1600 giornalisti da tutto il mondo e l'Expo edita un'apposita rivista settimanale in cinese e in inglese - Garden Gazette - distribuita in tutta la Cina. Senza dubbio è l'Expo di orticoltura più lungo della storia: inaugurato il 1 maggio dal presidente cinese Jiang Zemin, proseguirà fino al 31 ottobre 1999, per un totale di 184 giorni. Cinque edifici, con una superficie complessiva di 42mila metri quadrati, ospitano altrettanti padiglioni dedicati al rapporto tra l'uomo e la natura, ai legami tra la tecnologia e la botanica, oltre a una immensa serra, a una sezione dedicata alla Cina e a un'altra con gli stand di 33 dei Paesi ospiti, tra cui l'Italia. Il settore della Cina comprende un padiglione con sezioni dedicate alla floricoltura tradizionale, alla pratica millenaria della fitoterapia, alla tecnica dei bonsai, alla cultura del té e alla paesaggistica (rappresentata anche da collezione di opere d'arte sul tema). E' associato a un parco che riproduce quattordici giardini classici di altrettante province cinesi. L'approccio ambientale della manifestazione emerge nel padiglione Uomo e natura e nella serra gigante, dove il professor Xu Zaifu del Giardino Botanico Tropicale di Xishuangbanna ha ricostruito l'ecosistema della foresta pluviale. Il lavoro di questo studioso, impegnato da 38 anni in ricerche sulle selve umide, è il tema più sfruttato dai programmi sull'Expo proposti tutti i giorni dalle decine di canali televisivi cinesi. Trasmissioni durante le quali viene sempre sottolineata l'importanza dell'apporto di ciascun individuo nella preservazione dell'ambiente. Lo stile propagandistico dei mass media cinesi rivela un mutato atteggiamento del potere centrale verso l'argomento. In Cina, uno dei Paesi più centralizzati e massificati, la propaganda è una tecnica ancora molto efficace. Speriamo serva a educare al rispetto per la natura il quinto della popolazione mondiale che abita il gigante asiatico. Un Paese che registra gravi problemi ambientali come l'inquinamento delle megalopoli. L'azzardato piano di costruzione di numerose dighe - per alimentare nuove centrali idroelettriche - che stravolge il corso di grandi fiumi come il Mekong. Il disboscamento, provocato non ultimo dal pessimo costume di usare bacchette in legno usa e getta (un piccolo spreco che si trasforma facilmente in un disastro ecologico se adottato da una nazione che conta un miliardo e 250 milioni di abitanti): è la prima causa dell'erosione delle rive dei grandi fiumi, che lo scorso anno ha provocato alluvioni di dimensioni bibliche. Fino al problema del carbone, la fonte di energia (sporca) più diffusa nel Paese: affrontato dal governo con l'avvio di un lungo programma di chiusura di 180.000 piccole miniere, poco produttive ma altamente inquinanti. Marco Moretti


SCIENZE DELLA VITA ENDEMICA NELL'OVEST DELLE ALPI Vita segreta della Salamandra lanzai Gli anfibi monitorati con un microchip sottopelle
Autore: BERGO' PAOLO EUSEBIO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

PER molto tempo gli studiosi hanno ritenuto che tutte le salamandre nere presenti sulle Alpi appartenessero ad una sola specie, la Salamandra atra, tratti in inganno dalla loro strettissima somiglianza. Ma alla fine degli Anni 80 furono messe in evidenza alcune significative differenze morfologiche fra le popolazioni di salamandra alpina residenti sul massiccio del Monviso e quelle tipiche delle Alpi centro orientali. Nello stesso periodo le ricerche per l'««Atlante Erpetologico del Piemonte e della Valle d'Aosta»» misero in evidenza un'interruzione molto estesa (dalle Alpi Bresciane alle Alpi Cozie) fra le aree abitate dalle salamandre sud occidentali e da quelle nord orientali. Furono proprio la distribuzione disgiunta e le differenze morfologiche fra le due popolazioni a suggerire di intraprendere uno studio sulla variabilità genetica che, nel 1988, portò alla descrizione di una nuova specie, detta Salamandra lanzai in onore del più autorevole erpetologo italiano contemporaneo. L'attuale distribuzione delle salamandre alpine sembra riconducibile soprattutto agli effetti delle grandi glaciazioni del quaternario che, oltre a dividere geograficamente le salamandre orientali da quelle occidentali, avrebbero costretto le salamandre piemontesi a ritirarsi sulle pendici del Monviso in una zona riparata dai ghiacciai. Così, la Salamandra lanzai è ancor oggi confinata sulle Alpi Cozie in un territorio molto ristretto, ma che le conferisce il grado di endemismo. Esclusiva infatti delle valli Po, Pellice e Germanasca, in Piemonte, e della Vallèe du Guil, sul versante francese del Monviso, questa specie vive sempre sopra i 1500 metri ed è divenuta oggetto di grande interesse scientifico, oltre che conservazionistico, anche in funzione di peculiari adattamenti fisiologici all'ambiente. Fra questi c'è la strategia riproduttiva, definita viviparità aplacentare: le femmine, a differenza della maggioranza degli anfibi che depongono uova o larve in acqua, partoriscono ogni 3-4 anni pochi piccoli simili agli adulti, già atti alla vita terrestre. Svincolandosi definitivamente dall'ambiente acquatico hanno potuto colonizzare l'ambiente estremo della montagna, dove l'acqua è allo stato liquido per pochi mesi l'anno. I mesi da giugno a settembre sono infatti il limitato periodo di attività. Nel resto dell'anno, le salamandre cadono in ibernazione nelle profondità del terreno, in cavità o fessure delle rocce. L'habitat tipico è dunque rappresentato dalla prateria d'alta quota, dove le erbe sono intercalate da massi e detriti. Vista la ridotta distribuzione della specie, la Comunità montana Val Pellice e il Parco francese del Queyras, nell'ambito di un progetto Interregionale che terminerà nel 2000, hanno promosso una collaborazione di ricerca condotta dagli esperti del Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino e dell'Università di Chambèry. Il progetto, supportato da tesi e sottotesi di laurea presso le università di Milano e Torino, ha già chiarito molti aspetti di ecologia ed etologia della specie. Dall'analisi dell'alimentazione si è capito di avere a che fare con una specie predatrice dalle abitudini opportuniste, che si nutre di insetti ed altri invertebrati terrestri. Importante nel riconoscimento dell'ambiente è il ruolo della vista, che, nei maschi, può dar luogo a comportamenti territoriali: arrampicandosi sulle rocce, i maschi assumono una posizione ritenuta di dominanza restando immobili e con la parte anteriore del corpo sollevata. Tale atteggiamento consente di mantenere un controllo visivo sul territorio; in alcuni casi possono addirittura giungere a scontri incruenti che si manifestano sotto forma di abbraccio accompagnato da spinte e sfregamenti reciproci del capo. L'esame del ciclo di attività giornaliera, posto in relazione alle condizioni meteorologiche e ad altri fattori ambientali, ha rivelato un ritmo maggiore durante le ore notturne, in occasione di pioggia o comunque di umidità elevata. Inoltre questi animali mostrano una generale fedeltà al loro territorio e difficilmente si allontanano. Le femmine incinte sono più schive e preferiscono stazionare in cavità sotto le pietre o in anfratti. Più facilmente i maschi si muovono in spazi aperti alla ricerca delle femmine o per ragioni alimentari. La determinazione dell'età, basata su un metodo osteologico che non richiede il sacrificio di animali, ha consentito di scoprire l'eccezionale longevità della specie. In alcune popolazioni sono stati infatti riconosciuti individui con età superiore ai 20 anni. L'età delle femmine incinte è superiore di alcuni anni rispetto alle femmine non gravide; risultato che avvalora l'ipotesi di un periodo di gestazione particolarmente lungo. Per approfondire le ricerche sulla biologia riproduttiva, valutando anche la fecondità, le femmine incinte sono state radiografate in collaborazione con alcune strutture ospedaliere ed il numero di piccoli nel corpo materno è risultato generalmente compreso fra uno e tre per ogni ovaia. Per la stima delle popolazioni è fondamentale marcare un significativo numero di animali in un'area campione. Ad ogni salamandra catturata è stato applicato un microtransponder passivo munito di codice elettronico. A questo punto gli animali ricatturati possono essere agevolmente riconosciuti con un apposito rilevatore. In base poi al rapporto fra individui marcati e non, con l'ausilio di programmi informatici, si procede alla stima della consistenza numerica delle popolazioni e al calcolo della densità. Innovative ricerche, basate su tecniche di telerilevamento (radiotrekking), hanno dimostrato spostamenti ipogei rilevanti soprattutto dove il territorio ha cavità e fessurazioni fra le rocce. Data l'alta densità di popolazione riscontrata in tre aree esaminate (oltre i 500 esemplari per ettaro), si ritiene che la specie non corra immediato rischio di estinzione, anche perché la viviparità la protegge da eventuali problemi di inquinamento dell'acqua e dalla siccità. Comunque, a causa della sua ridottissima distribuzione geografica e degli adattamenti riproduttivi, la protezione di Salamandra lanzai riveste un notevole interesse sancito dalla convenzione internazionale di Berna del 6/12/91 sulla fauna selvatica. In animali con basso potenziale riproduttivo, sono l'elevata sopravvivenza della progenie e la longevità ad assicurare la sopravvivenza alla specie, quindi, per queste salamandre, una potenziale minaccia può derivare da possibili catture per scopi collezionistici, scientifici o museologici. A proposito: è bene ricordare che la loro cattura è vietata in tutto il territorio piemontese da una legge regionale. Un ulteriore problema di sopravvivenza potrebbe derivare dalla frammentazione degli areali: Salamandra lanzai, oltre a vivere su un territorio molto limitato, non è distribuita uniformemente ma compare in subpopolazioni apparentemente isolate, anche all'interno della stessa vallata. Cogliamo l'occasione per chiedere agli alpinisti, agli escursionisti ed agli amanti della montagna la loro collaborazione nel segnalare la presenza di salamandre alpine (totalmente nere) sul territorio piemontese o di confine. Le informazioni, meglio se accompagnate da una fotografia, potranno essere inoltrate al Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, via Giolitti 36, telefono 011 4323.057/056, fax 011 4323.331. Paolo Eusebio Bergò


IN BREVE Notizie in anteprima in campo ambientale
ARGOMENTI: ECOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

««Zero»», il piccolo notiziario, specializzato in temi ambientali d'avanguardia e novità di nicchia, edito a Torino da Giancarlo Bo con anteprime da tutto il mondo, sta per trasformarsi in associazione senza fini di lucro, per stimolare la partecipazione attiva degli interessati. Le news e le indiscrezioni - che arrivano agli abbonati solo per fax o e-mail - informano anche sulle novità tecnologiche di piccole aziende nazionali, artgiani, inventori, che hanno di solito scarse risorse per la promozione, e che sono coinvolti con interessi e prodotti in campo ambientale, dalle nuove generazioni di accumulatori a veicoli ad emissioni zero, da cui il significato della testata. Il sito web è: http://www.envipark. com/zero Prossimamente sarà disponibile anche una sezione in inglese.


IN BREVE Zichichi alla Versiliana col suo nuovo libro
ARGOMENTI: DIDATTICA
LUOGHI: ITALIA

Il possibile matrimonio tra fede e scienza, è stato il tema dell'incontro dell'altro giorno al Versiliana Festival, al caffè di Romano Battaglia, tra lo scienziato Antonino Zichichi e i giornalisti, in occasione della presentazione del libro: ««Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo»» dello stesso Zichichi.


IN BREVE Pisa: «Le navi antiche di San Rossore»
ARGOMENTI: ARCHEOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

E' stata prorogata fino al 30 settembre la mostra ««Le navi antiche di San Rossore»», allestita a Pisa presso gli Arsenali Medicei di Lungarno Simonelli. Si tratta di oltre duecento reperti inediti, provenienti dai carichi e dai corredi bordo dei navigli scoperti di recente nei fondali di San Rossore. L'ingresso è gratuito. Informazioni: 055/321.5446.




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