TUTTOSCIENZE 18 ottobre 95


LA PAROLA AI LETTORI Gradi Kelvin, la temperatura dei gas perfetti
LUOGHI: ITALIA

Che cosa misurano i gradi Kelvin? La scala Kelvin è una scala termometrica alternativa alla Celsius o centigrada (I'), usata per misurare la temperatura. Per fissare una scala termometrica stabiliamo la pressione che corrisponde allo zero della scala e fissiamo anche un altro punto indicante la temperatura raggiunta dal liquido all'interno del termometro (mercurio) immerso nell'acqua bollente e infine suddividiamo la scala fra questi due punti in parti uguali. Nella scala Celsius questi punti sono rispettivamente 0 e 100 e la suddivisione è in parti uguali. Nella scala Kelvin lo 0 corrisponde a -273,15I', cioè rappresenta lo «zero assoluto», che è un limite naturale (non sono possibili temperature più basse) e la temperatura corrispondente all'acqua bollente è più373,15I'. Anche questa scala mantiene una suddivisione in 100 parti uguali. La scala Kelvin è usata soprattutto in fisica e chimica per misurare la cosiddetta «temperatura termodinamica», mentre per misurare normalmente la temperatura ambientale si usa la scala Celsius. Domenica Sturniolo Torino I gradi Kelvin rappresentano le suddivisioni di una scala termometrica definita in base alle temperature dei gas perfetti, la cui caratteristica principale è quella di possedere distanze intermolecolari tali da non provocare urti tra le molecole che potrebbero provocare una perdita di energia. Il vantaggio consiste nel fatto che ci si svincola dalle proprietà particolari di materiali termometrici come il mercurio o l'acciaio. I termometri a gas vengono utilizzati in laboratorio anche per calibrare termometri più pratici come quelli a mercurio. Ezia Tabozzi Pettenasco (NO) Qual è la stella più luminosa che si conosca? E la più gros sa? La stella più luminosa e nello stesso tempo la più grande a occhio nudo è inevitabilmente la più vicina al pianeta Terra, e cioè la stella Sole. Federico Pavan Torino A occhio nudo la stella più brillante è Sirio (Alfa Canis Majoris). E' visibile nei mesi invernali, a Sud. Tra le stelle misurate quella con il diametro maggiore è Epsilon Aurigae B: 4 miliardi di chilometri. Domenico Furia Torino Se tutte le stelle potessero essere osservate dalla stessa distanza, Eta Carinae sarebbe la più brillante, con una luminosità assoluta attuale pari a 6.500.000 volte quella del Sole. La stella visivamente più brillante è l'ipergigante Cignus OB2 N.12, distante 5900 anni luce dalla nostra galassia, con magnitudine assoluta -9,9, vale a dire 810 mila volte più brillante del Sole. Nella vicina galassia Messier 101 altrettanto lucente è la stella supergigante IV659. La stella più grande è la supergigante di classe M Betelgeuse (Alfa Orions, la stella all'estremità sinistra della costellazione di Orione). Ha un diametro di oltre 700 milioni di chilometri, 500 volte maggiore di quello del Sole. Giuliano Sarsi Nizza Monferrato (AT) Quale applicazione pratica ha la teoria della relatività? Bisogna distinguere fra la teoria della relatività ristretta e la teoria della relatività generale. Della relatività ristretta bisogna tenere conto nel progettare gli acceleratori di particelle, perché la massa e la vita media delle particelle aumentano con la velocità; o nel misurare il tempo con orologi atomici quando l'orologio è in moto. La relatività generale influenza le misure di tempo quando l'orologio si trova a una distanza variabile dalla Terra. Questi sono solo due esempi. Chi sa trovarne altri? Mauro Bellacozza Brindisi Poiché i chicchi di grandine hanno una forma abbastanza sferica, esiste uno strumento adatto a misurarne la quan tità di precipitazione? La grandine si misura con il pluviometro, perché conta la quantità di acqua che la forma. Giovanni Capece Sorrento


CHI SA RISPONDERE?
LUOGHI: ITALIA

Q. Perché la biancheria stesa ad asciugare al sole ha un «profumo di pulito» maggiore di quando viene asciugata in casa? Q. Che cosa forma i caratteristici «buchi» in formaggi come l'Emmental o il Gruviera? Q. Le tazzine usate dai ristoranti cinesi contengono «grani di riso» translucidi incorporati nella porcellana. Chiaramente non sono veri grani di riso. Che cosa sono, allora, e come vengono inseriti? _______ Risposte a «La Stampa-Tuttoscienze», via Marenco 32, 10126 Torino. Oppure al fax numero 011- 65.68.688


SCIENZA E FILOSOFIA Attenti, dall'Oriente arriva un dubbio sottile sul primato della razionalità
Autore: M_CA

ARGOMENTI: EPISTEMOLOGIA, CONGRESSO
NOMI: ROSSI PAOLO
ORGANIZZAZIONI: LE SCIENZA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: «Scienza e filosofia alle soglie del 21 secolo»

QUANTO è importante per la scienza l'opinione che se ne fa l'uomo della strada? E in che modo la sua immagine nella società è cambiata nel corso degli anni? Ha provato a rispondere, con altri importanti scienziati e filosofi, Paolo Rossi durante una giornata di studio dedicata a «Scienza e filosofia alle soglie del 21 secolo» organizzata recentemente a Milano dal mensile «Le Scienze». Nella sua analisi Paolo Rossi ha fatto notare come risalga alla fine della prima guerra mondiale la caduta del mito di una scienza che risponde a tutte le domande e a tutti i bisogni dell'uomo. Dopo la bomba atomica, di fronte ai rischi di un uso sconsiderato delle scoperte scientifiche, la fiducia si è incrinata. E all'idea positivista che la natura sia sfruttabile all'infinito si è sostituita la convinzione che l'ambiente sia un sistema delicato e indifeso di fronte a un'umanità che ne abusa. Critiche alla scienza son venute anche da alcuni movimenti filosofici moderni. In nome di una difesa della soggettività e della fantasia individuale e per reazione all'astrattezza e alla presunta aridità della scienza, si è diffusa la convinzione della superiorità dell'irrazionale e del soggettivo sulla razionalità e l'oggettività scientifiche. Arrivando alle estreme conseguenze, si è giunti perfino a sentire come non «politicamente corretta» l'adesione alla cultura dell'Occidente, di cui la scienza è un prodotto. Rossi ha sottolineato come i periodi di fiducia acritica nella scienza e di rifiuto altrettanto acritico di essa si alternino. Gli scienziati dovrebbero essere consapevoli che, se è vero che la conoscenza umana ha scelto di seguire la via dell'oggettività e della dimostrabilità, il rischio di una ricaduta nel pensiero magico e irrazionale non è scomparso. Considerando la dipendenza della ricerca dall'immagine che di essa ha la società, è un rischio da non sottovalutare.[m. ca.]


STATUINE CHE BEVONO La capillarità fa miracoli...
Autore: CAGNOTTI MARCO

ARGOMENTI: FISICA
LUOGHI: ITALIA

COME fanno alcuni insetti a camminare sull'acqua? Perché immergendo un gesso in un liquido esso vi penetra e sale verso l'alto? E cos'ha questo a che vedere con le statuine di divinità indiane che - come si è letto nei giorni scorsi - sembrano bere miracolosamente il latte? Alla base di tutti questi fenomeni vi sono la capillarità e la tensione superficiale dei liquidi. Le forze che si esercitano fra le molecole di un liquido prendono il nome di forze di coesione. La forza che si esercita fra le molecole del liquido e un'altra sostanza, come la parete del contenitore, è chiamata forza di adesione. Quando questa supera la forza di coesione, la superficie del liquido in un tubo verticale è concava e la tensione superficiale, che rende la superficie dell'acqua simile a una membrana elastica tesa e consente a un peso molto piccolo di rimanere posato sulla superficie senza affondare, «tira» il liquido verso l'alto. Se il tubo è sottile, questo basta a sollevare la colonnina. Il fenomeno della capillarità determina la salita di un liquido in una sostanza assorbente come il gesso. Non è strano che molte delle statuine indiane che hanno «bevuto» latte siano proprio di gesso, o di altre sostanze porose? Non è altrettanto strano che anche gli idoletti metallici con la testa da elefante che paiono risucchiare il liquido abbiano la proboscide piegata in modo da stringersi all'inizio, innescando un fenomeno di capillarità che porta il latte fuori dal cucchiaino, facendolo poi colare lungo la superficie? Alcune fotografie sono molto chiare: si vede benissimo il latte scivolare fino alla base della statuina e cadere nella vaschetta sottostante. Garlaschelli, del Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale, ha mostrato come basti un po' di plastilina per creare una statuina con la proboscide contorta in maniera tale da dare l'impressione di bere latte (ma anche vino, birra, inchiostro...) da un cucchiaino. Non si può dire che bevano, semmai si sbrodolano un po'... Fenomeni strani e curiosi come questo si spiegano con un po' di fisica elementare e possono servire per mostrare come la realtà intorno a noi possa essere affascinante e ben descrivibile dalla scienza. La fisica non è solo quella che si fa nei grandi laboratori di ricerca, ma è una disciplina con la quale, spesso senza esserne coscienti, ci troviamo tutti a confrontrarci nella vita quotidiana, dalle porte attraversate dalla corrente d'aria che sbattono come conseguenza della legge di Bernoulli alle statuine che, senza l'intervento di alcuna divinità ma solo per capillarità, sembrano bere il liquido che porgiamo loro. Marco Cagnotti


CENTRALE IDROELETTRICA Metamorfosi dell'acqua Come una diga produce elettricità
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. Come funzionano una turbina e un generatore; Veduta aerea della diga

LA massa d'acqua di un bacino che si trovi a quota elevata possiede un'energia potenziale che si trasforma in cinetica via via che l'acqua defluisce (attraverso una condotta in pressione) fino alla turbina collocata in posizione più bassa. Sull'asse della turbina si sviluppa energia meccanica, che viene trasformata in energia elettrica da un generatore accoppiato all'asse della turbina. I dati fondamentali di una turbina idraulica sono il salto, la portata, la potenza e il numero di giri caratteristico. Il salto è la differenza tra il livello di raccolta dell'acqua e quello di utilizzazione, dov'è situata la turbina. La portata è la quantità di acqua che scende in turbina nell'unità di tempo (minuti o ore). Salto e portata definiscono l'energia potenziale disponibile nell'unità di tempo per essere trasformata in lavoro meccanico: la potenza erogata è infatti pari al prodotto del salto per la portata per il rendimento totale dell'impianto. Il numero di giri è un parametro caratteristico per ogni tibo di turbina idraulica, legato alle sue caratteristiche geometriche e costruttive, direttamente proporzionale alla portata e al numero di giri effettivo, inversamente proporzionale al salto utilizzabile. L'alimentazione è di solito ad acqua dolce (laghi e fiumi). Più rari gli impianti che sfruttano le forze della marea: devono essere costruiti con materiali speciali, capaci di resistere alla corrosione dei sali.


ASTRONOMIA La nuova cometa... è vecchia Ritorna un astro scoperto da De Vico nel secolo scorso
Autore: BARONI SANDRO

ARGOMENTI: ASTRONOMIA
NOMI: DE VICO FRANCESCO, DEMOUCHEL STEFANO, BOND WILLIAM
LUOGHI: ITALIA

TRE giapponesi la mattina del 17 settembre scoprono indipendentemente una cometa abbastanza luminosa nella costellazione dell'Hydra. Subito con le prime misure di posizione viene calcolata l'orbita. Ed ecco una prima sorpresa: è una cometa periodica, che ritorna dopo un preciso numero di anni nei pressi del Sole. Questa cometa, denominata 1955 S 1 unitamente ai tre nomi degli scopritori giapponesi Nakamura, Utsunomiy e Tanaka, ha un periodo di circa 74 anni. Ma le sorprese non sono finite. Gli elementi orbitali sono simili a quelli della cometa 1846 IV, considerata perduta dopo il passaggio del 1846, quando fu scoperta in Roma da Padre Francesco De Vico il 20 febbraio: in realtà la nuova cometa è vecchia, assistiamo al ritorno della cometa 1846 IV, la P/de Vico. Padre De Vico (1805-1848) era allora direttore dell'Osservatorio del Collegio Romano in Roma e aveva all'attivo la scoperta di alcune altre comete. Era succeduto alla direzione dell'Osservatorio del Collegio Romano a Padre Stefano Dumouchel (1773-1840) che, strana coincidenza, aveva comunicato il ritrovamento della P/Halley nel 1835 effettuata dal suo giovane assistente, appunto, padre Francesco De Vico. Dopo la scoperta del 20 febbraio 1846, la stessa cometa fu vista indipendentemente da William Bond all'Osservatorio di Harvard nel Massachusetts negli Usa il 26 febbraio 1846. In un primo tempo fu calcolato un periodo di rivoluzione attorno al Sole compreso fra i 70 e i 74 anni, e ne fu previsto il ritorno fra gli anni 1919 ed il 1925. Fu cercata attivamente ma invano. Le cose sono andate meglio in questa apparizione. L'accostamento con la P/Halley della P/de Vico è ovvio, trattandosi di comete periodiche con un periodo simile, rispettivamente 76 anni per la prima e 74 anni per la seconda. Per quanto riguarda la spettacolarità dell'osservazione, la P/Halley fu più luminosa, ma pure la P/de Vico è di facile osservazione anche dai cieli inquinati delle città. La cometa P/de Vico, ovvero la cometa 1995 S 1, è ancora visibile con facilità sino al 20 ottobre, poi sarà via via sempre più debole ma sempre alla portata di piccoli strumenti sino alla fine di ottobre. La cometa, nella costellazione del Leone fino al 15 ottobre, è ora nella costellazione della Chioma di Berenice; poi passerà nei Cani da Caccia, nel Bifolco e in novembre nella Corona Boreale. Da un luogo senza luci artificiali e con un semplice binocolo 7X50 mostra una coda di due gradi. Sandro Baroni


UN PROGETTO DEL MIT Forte risparmio di energia separando luce e calore per mezzo di fibre ottiche
Autore: FURESI MARIO

ARGOMENTI: TECNOLOGIA, ENERGIA
NOMI: LEVENS KURT
ORGANIZZAZIONI: MASSACHUSETTS INSTITUTE OF TECHNOLOGY
LUOGHI: ITALIA
NOTE: Sistema «Lightline»

IL Mit, Massachusetts Institute of Technology, il più celebre centro di ricerca tecnologica dell'America, ha realizzato un progetto rivoluzionario: una gruppo di ricercatori, diretto da Kurt Levens, è riuscito, con una tecnica tanto semplice quanto geniale, a separare le due forme di energia elettromagnetica strettamente fuse nella radiazione luminosa: qualla infrarossa e quella ottica. E così ha costruito un pratico sistema di due reti per distribuire la luce e il calore. Il progetto di Levens rientra nella ricerca condotta con particolare intensità in questi ultimi decenni con l'obiettivo di unire semplicità costruttiva e risparmio negli impianti di illuminazione e di riscaldamento. Per i primi, i risultati di maggior rilievo sinora ottenuti appartengono al campo della fluorescenza: con le ultime lampade fluorescenti si consuma metà dell'energia richiesta dalle lampade a incandescenza. Ma con il sistema ideato da Levens si ottiene un ulteriore dimezzamento dei consumi. Il risparmio è reso possibile dall'assenza degli impianti di raffreddamento richiesti dal sistema a fluorescenza, dove metà dell'energia elettrica viene assorbita nella produzione (non richiesta) di calore, che spesso deve venire smaltito spendendo altra energia. Il sistema inventato da Levens e da lui chiamato «Light- line» comprende il ricorso alle fibre ottiche. Essenzialmente «Lightline» è composto da: una fonte luminosa che può essere una lampada a luce molto intensa o anche il Sole; uno specchio di nuovo genere, capace di dividere il raggio della luce nelle sue due componenti fondamentali; una rete di fibre ottiche per trasportare la componente luminosa ai punti luce e una rete idrica per la distribuzione dell'acqua riscaldata dalla componente infrarossa. L'elemento originale del sistema è rappresentato dallo specchio che sdoppia la luce nelle due componenti; è costituito da una lastra di vetro avente una faccia rivestita da una vernice dello stesso genere di quella usata nei vetri delle finestre per riflettere verso l'esterno i caldi raggi infrarossi. Anche la vernice ideata da Levens lascia passare la luce, bianca e fredda, mentre riflette, angolata di 45 gradi, la radiazione infrarossa. Le due componenti, una volta separate, vengono avviate, attraverso le rispettive reti di fibre ottiche e di tubi idraulici, ai propri punti di utilizzo. Il sistema «Lightline» può essere utilizzato sia circoscrivendone l'impiego a un singolo locale sia estendendolo a un intero edificio. Nel secondo caso si fa ricorso al Sole, e il progetto prevede un sistema centralizzato basato su un eliostato da installare sul tetto insieme allo specchio spartitore e all'accumulatore nonché agli attacchi delle due reti di fibre ottiche e di tubi idraulici. Il progetto «Lightline» è stato studiato su misura per un grattacielo di Boston. Lo realizzerà un'impresa canadese in vista di una produzione su scala industriale. Mario Furesi


PROGRAMMA «RESPONSIBLE CARE» La chimica ora è più pulita Migliora la qualità di aria, acqua e territorio
Autore: BASSI PIA

ARGOMENTI: CHIMICA, ECOLOGIA
NOMI: BRACCO DE SILVA DIANA
ORGANIZZAZIONI: FEDERCHIMICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: Programma «Responsible Care»

NEGLI ultimi anni abbiamo beneficiato di un progressivo miglioramento della qualità dell'aria, dell'acqua e del suolo: lo testimoniano le rilevazioni strumentali. Questi successi sono dovuti al programma «Responsible Care», voluto cinque anni fa da Federchimica, che nei giorni scorsi ha presentato il Primo rapporto ambientale 1989/94 per il territorio italiano. Al programma hanno aderito circa 140 imprese chimiche e chimico-farmaceutiche italiane e multinazionali, per un totale di 223 insediamenti produttivi pari al 60 per cento degli addetti nelle imprese associate a Federchimica. Cinque anni di sensibilizzazione e di suggerimenti agli imprenditori nell'utilizzo dei prodotti base e nella riprogettazione dei vari processi chimici non han portato soltanto a una diminuzione dell'inquinamento ma anche a una riduzione dei costi di produzione. La presidente della commissione direttiva di Responsible Care, Diana Bracco De Silva, ha sottolineato che le imprese chimiche italiane negli ultimi tre anni hanno fatto un grande sforzo per conciliare ambiente e sviluppo. La chimica diventerà sempre più una realtà della quale non si può fare a meno, e Responsible Care la aiuterà ad essere più compresa dalla gente. Allo scopo è stata varata l'operazione «Fabbriche aperte 1995»: dal 7 al 15 ottobre oltre 70 stabilimenti chimici hanno aperto le porte ai visitatori per far loro conoscere le proprie salvaguardie ambientali e le misure di sicurezza. Ecco alcuni risultati conseguiti da Federchimica, dati che si spera miglioreranno con il coinvolgimento anche delle aziende che non hanno ancora aderito, per lo più piccole imprese più carenti sotto il profilo del rispetto ambientale. Scarichi idrici: la realizzazione di nuovi impianti di trattamento delle acque di scarico ha fatto registrare una riduzione di circa il 50 per cento del carico organico, dei solidi sospesi e dell'azoto totale e di circa il 20 per cento dei metalli pesanti. Emissioni in atmosfera: miglioramenti e modifica dei processi produttivi soprattutto nelle centrali e negli impianti di termodistruzione hanno fatto abbattere il contenuto di polveri ai camini di circa il 60 per cento, gli ossidi di azoto di circa il 50 per cento, le emissioni di ossido di carbonio del 70 per 100 e quelle di anidride solforosa di circa il 40 per 100. Rifiuti: si è avuta una riduzione del 6 per cento soprattutto nei rifiuti speciali conseguentemente a modifiche di processo e nuovi processi di riciclo realizzati dalle imprese. Sicurezza sul lavoro: riduzione del 40 per cento dell'indice di frequenza degli infortuni e del 50 per cento dell'indice della loro gravità. Di contro si è avuto un aumento dei consumi energetici del 15 per cento - ha dichiarato Benito Bendini presidente di Federchimica - dovuto alla crescita dell'attività produttiva ed al potenziamento degli impianti per abbattere le emissioni nocive. Federchimica ha da poco presentato un nuovo progetto di legge al ministero dell'Industria per lo snellimento delle procedure burocratiche. Un risparmio di energie può andare a favore della ricerca scientifica. Pia Bassi


INTERNET Attenzione la Rete non è la Tv
AUTORE: MERCIAI SILVIO
ARGOMENTI: ELETTRONICA, COMUNICAZIONI
LUOGHI: ITALIA

SONO passato in edicola e ho visto che c'è di nuovo parecchia roba interessante per chi viaggia su Internet. «Online Magazine» - la rivista di Italia On Line - offre, per esempio, un CD con una splendida collezione di software per viaggiare sulla rete, qualche centinaio di indirizzi di siti commentati e un abbonamento trimestrale sulla rete. Video On Line offre passaggi gratuiti sulla rete e fa pervenire il suo software gratuito attraverso varie testate di giornali. Le home pages di entrambi i servizi (http://www. iol.it e http://www.vol.it) offrono attrazioni di vario tipo: a portata di mano, in italiano, ben confezionate. Penso che tutto questo sia positivo: dà una reale possibilità a molti di affacciarsi sulla rete. E, certo, provo anche un po' di invidia per un'offerta così cospicua: che questa colonna non può nemmeno lontanamente avvicinare. Pure, un briciolo di disagio affiora: ma tu almeno, mio lettore, ti ricorderai che la rete comincia, comincia soltanto, da quelle porte di accesso? Perché spero di avertelo comunicato: la rete è soprattutto la libertà di viaggiare, di inventarti ogni volta un itinerario nuovo, di incontrarti con l'umanità che sta dietro a ogni pagina del Web, a ogni riga di un Gopher, a ogni ricerca sul WAIS. Perché dobbiamo stare attenti, tutti, a che Internet non si rovini, non diventi uno spettacolare supermarket o una luccicante televisione, manovrata da qualcuno che «sa» che cosa ci interessa e ce lo fa trovare lì pronto per essere passivamente consumato. E' davvero affascinante ciò che la tecnologia ogni giorno ci offre e Internet è diventata una esposizione di meraviglie da far girare la testa. Ma il tuo modem, mio lettore, non ronza solo per consentirti di vedere questi giocattoli nè solo per permetterti di prendere incredibili regali che puoi copiarti sull'hard disk e far girare quando vuoi. I bit che vanno e vengono ti consentono anche e soprattutto di comunicare, di incontrare qualcuno che, al di là del tempo e dello spazio, è disposto a entrare in contatto con te, a scrivere e vivere con te una storia che il supporto informatico rende possibile e vera. Ti basta il semplice testo di una e-mail per individuare un interlocutore e intessere un dialogo: che potrà restare virtuale o diventare un giorno un incontro concreto. Purché tu sia disponibile, tu abbia voglia di metterti in gioco almeno un pochino. Come Domenico S., da Montreal, che mi scrive: «Mi accorgo che l'E-mail è veramente una cosa magnifica. Non ci conosciamo, eppure ricevo sempre con grande piacere le tue lettere. Mi sembra che l'E-mail permetta scambi che sintetizzano lo stile dello scritto e la volatilità (e dunque la libertà di associazione) del parlato». A proposito di dialogo, questo indirizzo è per gli amici che lavorano su MacIntosh. A http://www.apple.com/default.htmltrovano il celebre c:X L'ultimo indirizzo di oggi mi è stato suggerito dal lettore Andrea Selleri ed è il Televideo su Internet ripreso dall'Università di Pisa: gopher://labinfo2.iet.unipi. it/11/Televideo/ Mi sembra un buon modo di concludere una colonna che voleva ricordare che Internet non è la televisione. Silvio A. Merciai


LA MORTE DI RUDOLF PEIERLS Lanciò l'allarme atomico Un pioniere dell'uso bellico dell'uranio
AUTORE: REGGE TULLIO
ARGOMENTI: FISICA
PERSONE: PEIERLS RUDOLF
NOMI: FRITSCH OTTO, FUCHS KLAUS, PEIERLS RUDOLF
ORGANIZZAZIONI: MAUD
LUOGHI: ITALIA

E' recentemente scomparso ad Oxford, all'età di 88 anni, il fisico inglese Sir Rudolf Peierls, uno dei grandi protagonisti del tumultuoso sviluppo della fisica atomica e nucleare che va dalla fine degli Anni 20 fino a tempi recenti. Nonostante i suoi contributi alla ricerca e la sua opera di educatore, Peierls è rimasto praticamente sconosciuto al pubblico italiano. Ora che è morto - e dopo l'assegnazione del Nobel per la pace a Rotblat, fisico che si ritirò dal progetto americano per la bomba atomica - vorrei ricordare una vicenda che ha avuto conseguenze storiche di grande rilievo. Nato a Berlino da famiglia con radici ebraiche, Peierls si trovò per sua fortuna a Cambridge in Inghilterra quando Hitler prese il potere nel 1933 ed emanò le leggi razziali. Decise dunque di non tornare più in Germania e continuò l'opera di ricerca e di insegnamento nel Paese che così generosamente lo aveva accolto. Nel 1940 Rudolf Peierls e Otto Fritsch, un altro profugo tedesco, si resero conto per primi che era possibile costruire un ordigno nucleare usando uranio 235, un isotopo che in natura si trova mescolato con l'uranio 238, molto più abbondante ma inutilizzabile per fini bellici o energetici. I due fisici valutarono la possibilità e i costi di purificazione dell'uranio naturale per estrarre l'isotopo utile proponendo l'uso dell'esafluoruro di uranio. Inoltre stimarono realisticamente le conseguenze devastanti di una esplosione nucleare e la possibilità, per nulla remota, che Hitler giungesse per primo alla costruzione della bomba. Scrissero allora un memorandum che fu consegnato a Oliphant, un loro collega, passato al comitato MAUD, e di qui al governo inglese. All'epoca, sia Peierls che Fritsch erano ancora cittadini tedeschi e quindi, dal punto di vista formale, venivano considerati dei nemici e non potevano avere contatti con il MAUD. Tuttavia fu presto trovata una scappatoia con la creazione di un sottocomitato cui tutti potevano avere accesso. Il memorandum fu anche mandato al governo americano, ma nessuno rispose. Risultò poi che erano rimasti così impressionati dal documento da rinchiuderlo in una cassaforte senza informare chi di dovere (gli Usa non erano ancora entrati in guerra). Peierls riuscì a continuare il suo lavoro a Birmingham su tutti gli aspetti del programma nucleare militare. Chiamò per aiutarlo Klaus Fuchs, un altro profugo tedesco, la famosa superspia che passò poi tutte le informazioni ai russi. Fu presto chiaro che la costruzione di una bomba atomica avrebbe impegnato risorse al di là delle possibilità della Gran Bretagna, per cui l'intero gruppo, Fuchs incluso, fu poi spostato alla fine del 1943 negli Stati Uniti, al Progetto Manhattan. Finita la guerra, tornò a Birmingham, dove svolse una lunga e fruttuosa attività di ricerca e di insegnamento. Fu grande caposcuola, la sua forte personalità attirò fisici di alto livello. Diede anche contributi fondamentali alla fisica dei solidi, ma ignorò la relatività generale. Parlava perfettamente il russo e si rese utilissimo negli incontri della serie Pugwash in cui si cominciò a trattare informalmente il problema del disarmo nucleare. Non era persona con cui fosse facile trattare: per anni i suoi colleghi furono bersaglio di critiche agguerrite. Non sempre ebbe ragione, criticò anche il modello a goccia dei nuclei, ma poi dovette ricredersi. Con lui scompare una delle memorie storiche di un periodo di straordinario sviluppo della fisica contemporanea, con risultati che hanno lasciato un segno indelebile, nel bene e nel male, nella storia dell'umanità. Tullio Regge Politecnico di Torino


ALIMENTAZIONE La caffeina «crea» la vostra personalità I bevitori di té tendono a essere introversi, quelli di caffè estroversi
Autore: VERNA MARINA

ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: T. TAB. COMPOSIZIONE CHIMICA DEL CAFFE' CRUDO ================================================== Acqua (umidità) 8-12% -------------- Zuccheri 10% -------------- Cellulosa 24% -------------- Caffeina da 1,1 a 4,5% -------------- Sostanze grasse 12% -------------- Acido clorogenico 6,8% -------------- Sostanze azotate 12% -------------- Sostanze non azotate 18% -------------- Ceneri 4,1% -------------------------------------------------- COMPOSIZIONE CHIMICA MEDIA DEL CAFFE' TORREFATTO -------------------------------------------------- Acqua (umidità) 1% -------------- Zuccheri 2% -------------- Cellulosa greggia 25% -------------- Caffeina da 1,1 a 4,5% -------------- Derivati pirogeni dei glucidi 30% -------------- Lipidi 14% -------------- Protidi 14% -------------- Trigonellina 0,5% -------------- Acido clorogenico 4,5% -------------- Estratto idrosolubile dal 24 al 27% ------------- Ceneri 4,5% -------------------------------------------------- CONTENUTO DI CAFFEINA -------------------------------------------------- Tazzina espr. 90-200 mg ------------- Caffè filtro 150-300 mg ------------- Caffè decaf. 2-3 mg ------------- Tè 40-50 mg ------------- Cioccolato 80 mg x 100 gr ------------- Coca Cola 65 mg litro ------------- Pepsi Cola 54 mg litro ------------- Cola Misura assente ------------- Diet Coke 100 mg litro ------------- Royal Cola 4 mg x litro ------------- Psicotonici 100-150 mg ==================================================

BERE té o caffè non è una semplice questione di gusto. E non è solo il contenuto di caffeina (90-200 mg per tazzina di caffè espresso, 40-50 mg per tazza di té) a fare la differenza. Il punto è la diversa modalità di assorbimento da parte dell'organismo, e il risultato è sorprendente: il té «crea» individui introversi, il caffè estroversi. Non è un caso, dunque, che gli occidentali siano uomini di azione e gli orientali uomini di meditazione. Come controprova, ecco l'aggressività economica che caratterizza il Giappone del dopoguerra accompagnarsi a una rivoluzione alimentare che ha sostituito il té con il caffè. Il caffè è uno dei cibi non solo più consumati, ma anche più studiati al mondo: una media di duemila ricerche l'anno, che negli ultimi vent'anni hanno creato una massa di sessantamila lavori, naturalmente contrastanti. Che sia però un errore mettere la caffeina - blando stimolante in grado di aiutare l'attenzione e la concentrazione - nella categoria «droghe» dove troviamo anche l'alcol e il tabacco, lo suggerisce anche l'osservazione empirica: la gente beve caffè da centinaia di anni, oggi se ne bevono ogni giorno circa due miliardi e mezzo di tazze. I problemi di salute emersi sono relativamente marginali, e sempre correlati ad alti consumi. L'accusa principale riguarda un aumento dei livelli di colesterolo nel sangue legata al cafestolo, una sostanza contenuta nei chicchi che effettivamente, se ingerita in grandi quantità, può essere nociva. Essa però scompare quando il caffè viene filtrato e, nel caso dell'espresso, è contenuta in quantità minima, tale da avere una scarsa incidenza sul rischio di affezioni cardiache. Quanto agli effetti del caffè sul sonno, essi sono ambigui: gli individui che hanno la pressione bassa traggono giovamento da una tazzina anche a tarda ora, mentre l'eccitazione cerebrale stimolata dalla caffeina può effettivamente condizionare il sonno di chi ha valori normali o alti. Alcuni studi ipotizzano poi che il caffè protegga l'intestino crasso dal cancro, ma le prove di questa azione sono ancora minime. L'abitudine italiana di diluire la caffeina in tante tazzine consumate nell'arco dell'intera giornata è certamente migliore di quella nordica o americana di concentrare tutta la caffeina quotidiana in un paio di grosse tazze preparate da dosi massicce di macinato, consumate solitamente al mattino e dopo il pranzo. La fama dell'espresso italiano non è affatto usurpata: quasi un secolo di empirismo e aggiustamenti progressivi ha portato a individuare il mix ottimale in sei grammi e mezzo di macinato, una temperatura di 94, una pressione di nove atmosfere, un tempo di percolazione di trenta secondi: si ottiene così una tazzina di 30 ml, che contiene circa 80 mg di caffeina. Quanto alla sensazione gustativa, è un'armonia dei quattro sapori - acido, amaro, dolce e salato - legata ai sensori presenti sulla lingua nient'affatto universale: i popoli nordici, ad esempio, preferiscono un eccesso di acido, mentre quelli mediterranei inclinano all'amaro. Qui entra in gioco un'estetica dei cibi che, nella nostra civiltà travolta dall'eccesso e sempre più attenta alla dieta, sta rivoluzionando il nostro approccio al gusto. Ciò che le nostre papille civilizzate ricercano non è più un allarme - attento! quel cibo può farti male - ma un piacere da centellinare. E che la bellezza sia una categoria alla quale affidarci pienamente per valutare la realtà è dimostrato anche dalla biologia delle piante: la perfezione formale è indizio di salute. I grani di caffè perfetti, ad esempio, hanno un bel colore e la loro struttura al microscopio mostra che ogni cella è ben riempita: dopo la tostatura, in ogni cella si producono le oltre 1500 sostanze - delle quali 800 volatili - esaltate dal procedimento. I difetti, invece, sono visibili anche a occhio nudo: le infezioni da fungo danno un grano nero, l'attacco di insetti un grano bruno, di gusto amaro e nauseabondo. E nei cinquanta chicchi che occorrono per preparare una tazzina di espresso, basta un chicco imperfetto a rovinare il gusto. Marina Verna


PARTE IL SATELLITE ISO Spierà le stelle fredde Alla ricerca di altri sistemi solari
Autore: BIANUCCI PIERO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, ASTRONOMIA
NOMI: MAYOR MICHEL, QUELOZ DIDIER
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: T. TAB. IDENTIKIT DI ISO =========================================== Altezza 5,3 metri --------- Diametro 2,9 metri --------- Massa totale 2500 kg --------- Scorta di elio 2100 litri --------- Diametro del telescopio 60 cm --------- Potenza elettrica 580 watt --------- Apogeo 70.500 km --------- Perigeo 1000 km --------- Periodo 24 h ------------------------------------------- D. L'orbita percorsa dal satellite Iso ===========================================
NOTE: «Iso» (Ifrared Satellite Observatory)

E' il momento magico per la ricerca europea nello spazio. In tre mesi andranno in orbita il satellite «Iso» per lo studio del cielo nell'infrarosso, l'osservatorio solare «Soho» e i satelliti gemelli «Cluster» per esplorare la magnetosfera terrestre: sei navicelle spaziali, 60 esperimenti scientifici, 9 tonnellate di sofisticata tecnologia che lasciano la Terra. «Iso» partirà all'inizio di novembre con un razzo «Ariane» dalla base di Kourou. Negli stessi giorni «Soho» diventerà un minipianeta artificiale intorno al Sole in uno dei «punti di Lagrange» viaggiando su un razzo «Atlas», i 4 satelliti «Cluster» andranno a girare intorno alla Terra all'inizio del '96 a bordo del primo esemplare di «Ariane 5». Come se non bastasse, la sonda «Ulisse», anch'essa europea, sta completando in questi giorni la prima circumnavigazione del Sole. E presto finirà in orbita anche «Sax», il satellite italiano per osservare il cielo nei raggi X. Un tale fuoco d'artificio non era programmato. Una serie di ritardi e di circostanze incrociate ha fatto sì che tante missioni scientifiche venissero a concentrarsi in un tempo così ristretto. Casualmente, ne è venuta fuori una esibizione delle potenzialità scientifiche europee che dovrebbe impressionare favorevolmente i ministri della Ricerca che da oggi al 20 ottobre sono riuniti a Tolosa proprio per decidere il futuro impegno del nostro continente nelle attività spaziali. Incominciamo a vedere più da vicino «Iso», Infrared Satellite Observatory. Come dice il nome, il suo fine è di scoprire e osservare sorgenti celesti che emettono nell'infrarosso, cioè onde elettromagnetiche che cadono nella banda termica, tra la luce visibile e le microonde. In queste lunghezze d'onda si esprimono oggetti celesti relativamente freddi: nane brune e stelle in formazione, nelle quali non si sono ancora accese le reazioni termonucleari; galassie con grandi nubi di materia oscura; nebulose di gas e polveri interstellari; pianeti; comete; sistemi solari nascenti. Quest'ultimo punto è uno dei più interessanti. Ha fatto molto rumore l'annuncio della scoperta di un pianeta grande come Giove intorno alla stella 51 Pegasi, dato dagli astronomi Michel Mayor e Didier Queloz dell'Osservatorio di Ginevra durante un convegno mondiale su «Stelle fredde, sistemi stellari e Sole» svoltosi a Firenze all'inizio di ottobre. In realtà non ci sono ancora certezze: le misure sono al limite delle attuali possibilità tecnologiche, si tratta di stimare tramite l'effetto Doppler accelerazioni di una decina di metri al secondo, in mezzo a molti fattori di disturbo. D'altra parte il pianeta di 51 Pegasi, ammesso che ci sia, è vicinissimo alla sua stella e ha una temperatura di mille gradi. C'è poco da illudersi su forme di vita aliene. Il fatto che nonostante la sua incertezza e lo scarso fascino fantascientifico la notizia sia rimbalzata sulle prime pagine dei giornali ci dice quanto sia viva l'attesa di una dimostrazione sperimentale dell'esistenza di sistemi planetari simili al nostro. Ebbene: «Iso» dovrebbe in proposito sciogliere ogni dubbio. La radiazione infrarossa proveniente dallo spazio è in gran parte assorbita dall'atmosfera. E' quindi necessario andare nello spazio per poterla catturare. Inoltre lo strumento deve essere raffreddato quasi alla temperatura dello zero assoluto per poter eliminare segnali di disturbo. Il primo satellite infrarosso, «Iras», lanciato all'inizio degli Anni 80, ha scoperto 250 mila oggetti. «Iso» potrà individuare sorgenti mille volte più deboli. La navicella pesa quasi due tonnellate e mezzo. La forma è quella di un cilindro lungo più di 5 metri e largo 3,5. In 24 ore compirà un'orbita attorno alla Terra, variando fortemente la sua distanza dal nostro pianeta: si allontanerà fino a 70 mila chilometri (circa un quinto della distanza della Luna) per poi riavvicinarsi fino a mille chilometri dal suolo. A bordo ha quattro diversi strumenti per captare quattro diversi tipi di radiazione infrarossa. La Stazione di Villafranca, vicino a Madrid, in Spagna, terrà i contatti radio e raccoglierà i dati a ogni passaggio ravvicinato. Un po' tutti i Paesi d'Europa hanno contribuito a costruire Iso: innanzi tutto la Francia, la cui Aerospatiale ha avuto la responsabilità generale dell'impresa, poi la Germania, con il modulo che contiene gli esperimenti, e al terzo posto l'Italia, con Alenia, Laben, Galileo, Carlo Gavazzi Space. Gli Istituti astrofisici di Frascati e di Bologna e l'Università di Padova partecipano al programma scientifico. E' chiaro che sarebbe difficile osservare stelle debolissime con un telescopio luminescente. Un telescopio infrarosso si trova proprio in questa situazione: il suo calore rischia di cancellare quello molto più debole che arriva dagli astri. Di conseguenza i sensori infrarossi sono raffreddati da elio liquido e l'intero satellite è schermato come se fosse un thermos: non dimentichiamo che nello spazio il lato della navicella esposto al Sole si scalda fino a 120 gradi sopra zero C. La vita di Iso equivarrà in sostanza alla durata della sua scorta di elio liquido, che è di 2100 litri. Si prevede che questa quantità possa far funzionare il telescopio per almeno un anno e mezzo. Il potere risolutore degli strumenti (circa 2 secondi d'arco) è tale che Iso potrebbe «vedere» un uomo a una distanza di 100 chilometri e misurare l'emissione di calore di un cubetto di ghiaccio nella sua mano. Il Sole, che per Iso è il grande nemico da fuggire, è invece il bersaglio delle altre navicelle di prossimo lancio. «Soho» permetterà per la prima volta di osservare ininterrottamente la nostra stella rilevandone l'attività in luce ultravioletta e visibile, le oscillazioni degli strati esterni, le particelle soffiate nello spazio, le lievi variazioni di luminosità. E' un campo molto attuale: «Science» l'8 settembre riportava un articolo sulla dinamica turbolenta della regione convettiva del Sole; «Nature» il 21 settembre pubblicava un articolo di Ulrich e Bertello (Università di California) che documenta lievissime variazioni del diametro apparente del Sole (0,2 secondi d'arco) in funzione del ciclo undecennale delle macchie. I quattro satelliti «Cluster» studieranno invece l'influsso del vento e delle tempeste solari sulla magnetosfera terrestre. Poiché i satelliti potranno essere spostati in tempo reale per fare misure in punti diversi sullo stesso fenomeno del Sole, per la prima volta sarà possibile osservare in tre dimensioni l'influsso che la nostra stella esercita sull'ambiente intorno alla Terra. Piero Bianucci


BRUCHI Quell'insetto è un Maciste Sposta oggetti 150 volte più pesanti di lui
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ZOOLOGIA
NOMI: FITZGERALD TERENCE
ORGANIZZAZIONI: STATE UNIVERSITY DI NEW YORK
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. I Curculionidi; alcune forme di foglie arrotolate dal Byctiscus betulae; il complicato procedimento di arrotolamento di una foglia di quercia

ACCARTOCCIARE una foglia senza romperla sembra la cosa più semplice del mondo. E invece richiede un'incredibile abilità. Una serie di manovre che vanno eseguite in un ordine preciso l'una dopo l'altra, pena la rottura della lamina foliare. Ci sono alcuni insetti che si sono specializzati in questa delicata operazione e lo fanno per scopi diversi. Spesso per creare una culla sicura e accogliente per le uova, ma anche come riparo dai predatori o come rifugio invernale per gli adulti. Campioni di arrotolamento di foglie sono i Curculionidi, piccoli coleotteri dall'aspetto insignificante che non credereste mai capaci di simili imprese. Li chiamano anche sigarai, a ragione perché gli astucci che ottengono dalle foglie accartocciate sono talmente stretti e longilinei da assomigliare straordinariamente ai sigari. In quegli astucci la femmina depone le uova e le abbandona con la coscienza tranquilla. Quasi sapesse che il tessuto della foglia, gradatamente essiccato, farà da ottimo cibo alle larvette che da quelle uova sgusceranno. In genere ogni curculionide è legato ad un'unica specie di albero. C'è chi predilige il pioppo, chi la quercia, chi il nocciolo e così via. La tecnica usata dal curculionide, con qualche variante da specie a specie, si basa essenzialmente su una serie di piccole incisioni praticate sul tessuto superficiale e sulle nervature della foglia, incisioni che per reazione fanno accartocciare la foglia su se stessa facendole assumere la struttura voluta. In altre parole l'insetto non esercita nessuna forza di trazione per ottenere l'accartocciamento. Lascia che la foglia faccia tutto da sè, in risposta ai taglietti che il curculionide pratica con atavica saggezza nei punti strategici. Ma c'è anche chi ottiene risultati analoghi con una tecnica completamente differente. Sono i bruchi di certe farfalle, i quali hanno un punto di vantaggio sui curculionidi. Dispongono di una filiera che fabbrica seta a tempo pieno. Ed è proprio con i sottili ma resistentissimi fili di seta che il bruco lega assieme i margini delle foglie per ottenerne magnifiche «casette». Le costruzioni sono così solide che resistono nel tempo assai più a lungo dei piccoli architetti dalla vita breve. Qui però il discorso è diverso. Il bruco deve lavorare duro per ottenere il risultato che si prefigge. Gli ci vuole molta forza per riuscire a piegare foglie immensamente più grandi di lui. La curiosità, la leva dei naturalisti, ha indotto uno studioso, il biologo Terence D. Fitzgerald della State University di New York, a indagare su un argomento finora mai affrontato. Il biologo americano trasporta in laboratorio bruchi della specie Caloptilia serotinella, insieme con foglie di ciliegio, le foglie che rappresentano per queste ingegnose larvette la materia prima con cui costruire solidissimi ripari. Servendosi di adeguati mezzi tecnici, riesce così a stabilire che il bruco in questione, quando lavora una foglia di ciliegio, manipola una struttura centocinquanta volte più pesante di lui. Volendo rapportare questo dato in scala umana, sarebbe come se un uomo alto un metro e ottanta, pesante 75 chili, lavorasse un oggetto lungo trenta metri del peso di quasi undici tonnellate. Ci vuole davvero una forza erculea da parte del minuscolo bruco. E occorre naturalmente una notevole quantità di tempo per compiere una simile impresa: occorre infatti un tempo variabile dalle quattro alle dieci ore. Quando il bruco della Caloptilia serotinella incomincia la sua opera, per prima cosa indebolisce la foglia di ciliegio scavando tanti forellini nella nervatura centrale. In questo modo la foglia si arrotola formando un cilindro. Dopo di che il bruco provvede a suggellare con la seta le due estremità del tubo. Viene a trovarsi così segregato in un riparo dove si crea per effetto serra un microclima più caldo e umido dell'ambiente circostante, che favorisce il suo rapido sviluppo. La seta del bruco ha la facoltà di «supercontrarsi», come la seta di alcuni ragni. L'umidità infatti rigonfia il diametro dei fili di seta, ma questi si contraggono quasi immediatamente, riducendosi notevolmente di lunghezza. I fili di seta del bruco di Caloptilia si contraggono di un terzo della loro lunghezza iniziale. La supercontrazione agevola indubbiamente il processo di costruzione del riparo foliaceo. Eppure questo fenomeno non basta a spiegare come facciano i bruchi ad arrotolare foglie tanto più grandi di loro. Ci dev'essere in gioco un altro fattore. Fitzgerald e la sua equipe pensano di averlo scoperto. Per fissare un cordone di seta tra due punti di una foglia, il bruco incomincia con il far aderire la filiera alla foglia stessa, in modo che l'involucro vischioso delle fibre vi resti incollato. Dopo di che si allontana tirandosi dietro un filo lungo e continuo che perde rapidamente acqua. Asciugandosi diventa elastico. E' la sua elasticità che consente al bruco di trasferirvi la propria energia, tendendolo al massimo prima di fissarlo all'altro punto della foglia. Così ogni fascio di fibre di seta esercita una minuscola forza contrattile lungo il suo asse. E le contrazioni cumulative di tanti fasci di fili sericei consentono al bruco di portare a termine con successo la sua opera di arrotolamento. Un bruco di Caloptilia, nei suoi blitz di filatura non stop che durano in media sette minuti ciascuno, fabbrica cento fasci di fibre al minuto, producendo quasi novanta centimetri di seta. Ogni cordone contiene migliaia di fili. Per tenderli tutti quanti simultaneamente, il bruco impiega una forza incredibile, sproporzionata alle sue dimensioni. E' come se una persona di peso medio esercitasse una forza di circa trecento tonnellate. Dopo aver osservato per quattro estati consecutive i bruchi del ciliegio al lavoro, Fitzgerald si domanda come diavolo faccia una così piccola creatura a tradurre in un'azione che sembra intelligente le istruzioni immagazzinate nel suo minuscolo sistema nervoso. Si tratta di un comportamento istintivo oppure c'è in questa bestiolina almeno una scintilla di consapevolezza? E' il solito vecchio dilemma, tuttora irrisolto. Isabella Lattes Coifmann


INQUINAMENTO ACUSTICO Salvateci dal rumore
Autore: ROSSI GIOVANNI

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, ACUSTICA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. La struttura dell'orecchio

IL problema dell'inquinamento acustico e dei suoi effetti sulla salute è finalmente riconosciuto in tutta la sua ampiezza, anche perché ciascuno di noi, nel lavoro come nel tempo libero, contribuisce alla produzione di questo «agente inquinante», nell'illusione di aumentare invece le condizioni del proprio benessere. L'effetto negativo del rumore dell'ambiente in cui viviamo varia secondo la sensibilità individuale: i fattori psicologici giocano infatti una non piccola parte, accanto a quelli puramente fisiologici, nel determinarne gli effetti. Ma emerge sempre più chiaramente, ed è stato riferito ai recenti «Incontri di audiologia» di Torino, come l'intensità e la durata dell'esposizione al rumore dell'ambiente di vita e soprattutto di lavoro possano aggravare disturbi organici di varia natura, nonché danneggiare funzioni estremamente delicate come il sonno. Per quanto riguarda il rumore ambientale, analizzando quanto è stato fatto negli ultimi vent'anni, vediamo che molti Paesi europei hanno dedicato tempo e risorse a studiarne e valutarne l'entità e gli effetti che esso produce. In Italia questo problema non è mai stato affrontato con interesse particolarmente orientato alla sua risoluzione, anche se le indagini eseguite hanno portato alla definizione del livello massimo di tollerabilità del rumore urbano. La lotta contro il rumore ambientale incontra ostacoli di natura economica, spesso insormontabili. Ridurre la produzione del rumore e mantenere intatta l'efficacia del mezzo che lo produce è problema la cui risoluzione deve spesso superare problemi economici non indifferenti. Le indicazioni ricavate servono dunque, almeno per il momento, più che a sanare situazioni esistenti, a progettare meglio quelle future. I cambiamenti nel modo di vita, che quasi sempre comportano un aumento nella produzione di rumore, vengono in genere considerati indice di progresso civile. Ma non è così. Tutti i rumori, da quello della discoteca a quello prodotto dalle auto sulle strade, stanno creando nuove categorie di malessere. Nessuno può sfuggire. Il rapporto tra l'uomo e il rumore è infatti determinato dall'esistenza di un organo - l'orecchio - e di un sistema di centri nervosi che hanno limiti precisi. Negli ultimi anni il microscopio elettronico ad alta definizione ha permesso di interpretare meglio i meccanismi della trasformazione dell'energia meccanica vibratoria - il suono - in energia bioelettrica, che il nervo acustico trasferisce poi alla corteccia cerebrale, ove l'informazione viene riconosciuta e interpretata. E' comunque ben difficile trovare condizioni ambientali che consentano un completo ricupero psicofisico, dopo il quotidiano «bagno» nel rumore. La tecnica però oggi ci viene incontro. Seguendo inconsapevolmente il consiglio che già 400 anni prima di Cristo Ippocrate dava a coloro che sentivano ronzii nelle orecchie - cioè neutralizzare un suono con un controsuono - si è pensato di trasformare il rumore prodotto dai mezzi di trasporto per crearne un altro con caratteristiche fisiche opposte. Un antagonismo utilissimo per ridurre l'inquinamento acustico nelle cabine di guida dei camion o nelle fabbriche. Un altro filone di studi riguarda il ripristino delle cellule acustiche distrutte dall'esposizione al rumore. Esse non posso essere sostituite da altri elementi dello stesso tipo. Ma recenti ricerche sugli uccelli hanno dimostrato che cellule distrutte da traumi sonori, dalla somministrazione di antibiotici ototossici o dal naturale invecchiamento, possono essere sostituite da cellule acustiche derivate da quelle che hanno resistito alla causa nociva. Questa possibilità sembra però essere remota per i mammiferi - e tutt'ora impensabile per l'uomo, il cui apparato acustico è estremamente complesso. La fisiologia dunque ci fa intravedere un percorso colmo di difficoltà. Non resta che percorrere la strada della tecnologia e della ridefinizione dei limiti del benessere della società, cercando di raggiungere un equilibrio tra opposti interessi. Dobbiamo essere disposti a sacrifici anche non indifferenti: il progresso in termini di salute avrà inevitabilmente costi alti e dovrà essere pagato almeno in parte in termini di quello che noi consideriamo progresso. Ma questi sacrifici sono un requisito ineliminabile per la nostra sopravvivenza. Giovanni Rossi Università di Torino


HELICOBACTER PYLORI Per tumori ed infarto un microbo sotto accusa
Autore: DI AICHELBURG ULRICO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
NOMI: PONZETTO ANTONIO
ORGANIZZAZIONI: DIVISIONE DI GASTROENTEROLOGIA DELL'OSPEDALE MOLINETTE, THE LANCET
LUOGHI: ITALIA

NEL 1984 Marshall e Warren segnalarono sulla rivista britannica The Lancet l'associazione fra una gastrite o un'ulcera e la presenza nell'antro gastrico, in prossimità del piloro, d'un batterio di forma elicoidale, molto mobile (Unidentified curved bacilli in the stomach of pa tients with gastritis and peptic ulceration), in seguito identificato come Helicobacter pylori. Ricerche recentissime fatte a Torino (Divisione di gastroenterologia dell'Ospedale Molinette, equipe coordinata da Antonio Ponzetto) e pubblicate anche queste su The Lancet, indicano una connessione tra questo batterio e l'infarto del miocardio. Non basta. Altri studi tuttora in corso alla Juntendo University di Tokyo confermano un legame tra l'Helicobacter pylori e il tumore dello stomaco, con una correlazione del 90 per cento (il tumore allo stomaco colpisce ogni anno centomila giapponesi). Dopo dieci anni di ricerche svolte in tutto il mondo proviamo a fare il punto delle conoscenze su questo batterio e sui suoi rapporti con vari tipi di patologia. L'Helicobacter pylori possiede un patrimonio di enzimi (ureasi, catalasi, ossidasi) che gli permettono di installarsi nella mucosa gastrica e di resistere alla fagocitosi, mezzo di difesa naturale contro i microrganismi. L'infezione da Helicobacter è molto diffusa, aumenta con l'età, è di circa il 60 per 100 a sessant'anni, si trasmette da persona a persona, la presenza del batterio nelle feci è stata dimostrata recentemente. Grazie ai suoi movimenti Helicobacter penetra nella mucosa gastrica, ed è proprio questa mobilità uno degli elementi determinanti la sua virulenza. Esso è il principale agente eziologico delle gastriti superficiali diffuse croniche. I meccanismi con i quali provoca l'infiammazione, e le ragioni per le quali non viene eliminato nonostante susciti una reazione immunitaria importante, cominciano ad essere conosciuti. Ma non è tutto, è dimostrata anche l'influenza di Helicobacter sulla formazione dell'ulcera gastroduodenale. La sua presenza negli ulcerosi è costante, ed è necessaria per la comparsa delle recidive. Tuttavia la maggioranza dei pazienti infetti da Helicobacter non hanno l'ulcera, e le ragioni per cui certuni divengano ulcerosi ed altri no non sono chiare: si fa l'ipotesi che vi siano ceppi del batterio più o meno virulenti o «ulcerogeni». L'infezione sarebbe un cofattore dell'ulcera, non la causa. Un altro argomento ancora, il carcinoma gastrico, ha suscitato l'interesse dei ricercatori. Il rapporto fra gastrite atrofica e tumore dello stomaco è noto da tempo, e ora sappiamo che esiste un rapporto fra infezione cronica da Helicobacter e gastrite atrofica. Secondo alcune indagini vi è un'associazione significativa fra Helicobacter e tumore gastrico. Il batterio potrebbe dunque essere un cofattore della cancerogenesi dello stomaco. La diagnosi di infezione da Helicobacter può essere fatta con l'esame microscopico d'una biopsia di mucosa gastrica prelevata con la fibroscopia. Vi è poi il test all'ureasi: mettendo frammenti della biopsia in un terreno contenente urea si rivela la presenza di ureasi prodotta da Helicobacter. Si possono anche studiare gli anticorpi IgG e IgA nel sangue per trarne indicazioni. Più recente la ricerca del Dna del batterio nella biopsia, come prova della sua presenza: la si effettua con la PCR, ovvero Polymerase Chain Reaction, la tecnica proposta da K. B. Mullis (Nobel per la chimica nel 1993), mediante la quale da una molecola di Dna se ne possono generare in poche ore 100 miliardi. Ovviamente la diagnosi porta con sè eventuali provvedimenti contro l'Helicobacter pylori, e dunque una nuova possibilità terapeutica dell'ulcera gastroduodenale, raccomandabile nel caso di insuccesso delle cure classiche, mediche o chirurgiche, ed effettuabile con antibiotici. Ulrico di Aichelburg


ULTIME RICERCHE Il formaggio protegge dalla carie La prevenzione incomincia dall'alimentazione
Autore: PELLATI RENZO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, ALIMENTAZIONE
ORGANIZZAZIONI: SINU SOCIETA' ITALIANA DI NUTRIZIONE UMANA
LUOGHI: ITALIA

FINO a qualche anno fa, la carie era un grosso problema solo per i Paesi industrializzati. Oggi lo è anche nei più arretrati Paesi dell'Africa e dell'Asia. L'Organizzazione Mondiale della Sanità considera questa patologia come il terzo flagello nel mondo. Recenti studi (Grippaudo-Tomassi) hanno verificato l'importanza dell'enzima LHT (lattico-deidrogenasi) normalmente presente nella saliva. I soggetti con elevata presenza di questo enzima sono in grado di contrastare l'aumento di acidi organici (lattico, citrico, malico) che segue alla somministrazione di carboidrati solubili (glucosio, fruttosio, saccarosio). Sono in corso ricerche per stabilire se è possibile includere questo enzima nei prodotti dolciari. E' noto infatti che i batteri presenti nel cavo orale sono in grado di utilizzare saccarosio e di produrre acido lattico. L'abbassamento del ph a valori inferiori a 5,5 rende solubile l'idrossiapatite dello smalto. Per soddisfare il gusto del sapore dolce, oggi è possibile utilizzare due categorie di sostituti dello zucchero: i dolcificanti di sintesi (non esistenti in natura, come saccarina, aspartame, acesulfame, che hanno un potere dolcificante variabile da 40 a 400 volte rispetto al saccarosio) e i polialcoli (isomalt, sorbitolo, xilitolo, maltitolo, che hanno un potere dolcificante di poco inferiore al saccarosio). I dolcificanti di entrambe le categorie hanno proprietà acariogene, ma solo i secondi si sono dimostrati idonei all'uso industriale (caramelle, chewing gum). L'attenzione dei ricercatori (De Luca) è rivolta ad altri componenti dell'alimentazione umana che possono svolgere un'azione anticarie: i prodotti caseari. Le proteine presenti nel latte (caseina, albumina) dimostrano di potenziare l'azione del calcio, legandosi alla superficie del dente, svolgendo così un'attività carioprotettiva. Il formaggio stagionato (10 grammi a fine pasto) stimola la secrezione salivare, svolgendo un'efficace azione tampone (dovuta al fosfato di calcio). Lo sviluppo della carie è un fenomeno multifattoriale, poiché i denti stanno in un ambiente chimico-fisico complesso, con una costante presenza di germi aerobici e anaerobici (placca dentaria). Al congresso nazionale della Sinu (Società Italiana di Nutrizione Umana) è stata ribadita l'importanza dell'igiene orale che oggi è sempre più difficile da attuare per la diffusione dei pasti fuori casa (stimati in Italia, 16 milioni al giorno) e dei continui piccoli «snack» durante il lavoro e davanti alla televisione. Renzo Pellati


STRIZZACERVELLO
ARGOMENTI: GIOCHI
LUOGHI: ITALIA

L'aumento e lo sconto Una grande compagnia aerea aumenta le tariffe del 20 per cento, ma decide contemporaneamente di applicare uno sconto del 20 per cento ai viaggiatori che volano in coppia. In questo modo, quale sconto viene applicato alle coppie rispetto alle vecchie tariffe? La soluzione domani, nella pagina delle previsioni del tempo.




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