TUTTOSCIENZE 26 luglio 95


DIBATTITO AZT Aids, meglio intervenire subito La riproduzione del virus sembra rapida fin dall'inizio
Autore: DI AICHELBURG ULRICO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

SE si debba o meno prescrivere una terapia ai sieropositivi Aids senza sintomi, è argomento tuttora in discussione. In genere la decisione è fondata sul conteggio dei linfociti CD4: soltanto quando scendano sotto un certo livello la terapia appare indicata. Il più noto farmaco eventualmente prescrivibile, agente sul virus Hiv, è indicato con la sigla Azt. In caso di intolleranza o di ulteriore riduzione dei linfociti, sono disponibili altri due medicamenti, il Ddi e il Ddc. Tuttavia l'accumularsi dei dati riguardanti la fisiopatologia del virus Hiv sta facendo sorgere dubbi su questo schema. Il lungo periodo asintomatico, decorrente fra l'infezione e l'eventuale comparsa di sintomi, non appare più come una fase di latenza, interpretabile in base alle deboli cariche virali misurate nel sangue e alla modesta percentuale dei linfociti CD4 infettati. La riproduzione del virus, in effetti, sembra essere considerevole fin dall'inizio. La risposta immunitaria del soggetto, grazie ai linfociti T, riesce a combattere a lungo la replicazione virale nei nodi linfatici e nella milza, i quali ospitano però, a quanto pare, percentuali elevate di linfociti CD4 infetti. Anche altre cellule del sistema immunitario, i monociti e i macrofagi, sono sede di un'importante replicazione virale, rappresentando un vero e proprio cavallo di Troia in seno al sistema stesso. Ciò fa pensare all'opportunità di una terapia precoce. Si prevede di associare agli antivirali classici altri farmaci oggi allo studio. La possibilità di avere a disposizione, come sembra prossimo, metodi che misurino direttamente la carica virale, permetterebbe di ottenere elementi tali da orientare con rapidità una strategia terapeutica adatta al singolo individuo. Un problema a parte è quello delle donne sieropositive in gravidanza. Studi recenti (citiamo quello di S. Blanche e coll. nsl N. Engl. J.Med., 1994) dimostrano che l'Azt riduce la probabilità di trasmissione del virus dalla madre al figlio, sempre che il deficit immunitario della madre non sia elevato. Precisiamo che su 100 gravidanze di donne sieropositive, il passaggio del virus al nascituro avviene in circa 20 casi. Il virus passa attraverso la placenta in genere fra la 15^ e la 28^ settimana. Può esserci trasmissione anche durante il travaglio e il parto in quanto la saliva, le lacrime e il latte materno contengono il virus. Nella maggioranza dei bambini infetti la malattia si sviluppa entro i primi due anni di vita. Il virus non sembra avere effetti dannosi sulla gravidanza. Un gruppo di esperti ha ora raccomandato di somministrare l'Azt a tutte le sieropositive in gravidanza, salvo eventuali controindicazioni, a iniziare dal 6 mese. Come si diceva la prescrizione dell'Azt ridurrebbe la probabilità di trasmissione madre-figlio del virus. Naturalmente la ricerca della sieropositività in tutte le donne in gravidanza è indispensabile. Quanto al trattamento sistematico con Azt dei nati da donne sieropositive, non si hanno ancora elementi precisi. Ulrico di Aichelburg


ALZHEIMER Diagnosi dall'oculista Nuova tecnica basata sulla dilatazione della pupilla
Autore: GIACOBINI ENZO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

Amano a mano che aumenta la popolazione anziana, i medici si trovano sempre più spesso di fronte al problema della diagnosi di un paziente che comincia a mostrare segni di caduta della memoria e delle funzioni cognitive in genere. Si tratta di Alzheimer o di altro? La decisione è importante malgrado l'assenza di una terapia efficace, in quanto altre forme di demenza possono essere prevenute e in certi casi perfino curate. Tenendo conto del fatto che la malattia si sviluppa insidiosamente ed è caratterizzata da un andamento molto lento (5- 10 anni), è importante stabilirne l'insorgenza a uno stadio ancora relativamente precoce. Anziché di Alzheimer, potrebbe trattarsi di una depressione, di una carenza vitaminica o perfino dell'effetto di una terapia sbagliata. Ma come distinguere? Non esistono finora test nè sicuri nè precoci per la diagnosi. Esami radiologici anche fini come la Tac, la risonanza magnetica nucleare e perfino la Pet (Tomografia ad emissione di positroni) non danno sicurezza ma indizi o dati utili solo per la ricerca. Non esistono esami del sangue basati su livelli di sostanze implicate nella patologia cerebrale come la sostanza amiloide o i suoi precursori o perfino la più recentemente scoperta APOE4, responsabile del trasporto di lipoproteine nel sangue e implicata nell'insorgenza della malattia come fattore di rischio. Forse i più sensibili sono gli esami psicologici, specialmente quelli che possono rivelare difetti specifici di certi tipi di memoria (a breve termine). Tuttavia neppure questi esami sono sufficienti per una diagnosi veramente precoce. Un gruppo di ricercatori dell'Università di Harvard sembra aver trovato un test molto semplice che potrebbe essere rivelatore della malattia d'Alzheimer. Se questo fosse vero, la diagnosi non si farebbe nello studio del neurologo e dello psichiatra ma dall'oculista. Il test si basa infatti sulla reazione della pupilla all'instillazione nell'occhio di una sostanza chiamata tropicamide, usata correntemente dagli oculisti per dilatare la pupilla durante l'esame dell'occhio. Secondo i risultati degli autori, 18 dei 19 pazienti già diagnosticati come «probabili Alzheimer» mediante test neurologici e psicologici, reagirono alla tropicamide con una dilatazione maggiore rispetto ai soggetti normali della stessa età. Esisterebbe quindi una chiara separazione tra soggetti Alzheimer e soggetti non-Alzheimer. L'esagerata reazione si spiegherebbe mediante una lesione periferica dei nevi dell'iride, che contribuiscono normalmente alla dilatazione della pupilla. Tali nervi appartengono al sistema cosiddetto colinergico, in quanto funziona sotto lo stimolo di un trasmettitore chimico particolare, l'acetilcolina. E' noto da tempo che i pazienti Alzheimer dimostrano un sistema colinergico cerebrale particolarmente e precocemente danneggiato. Questo danno potrebbe spiegare l'aumento della sensibilità a farmaci di tipo colinergico, cioè agenti su tale sistema anche a livello della pupilla come la tropicamide. La notizia è stata accolta con una certa riservatezza dagli specialisti. Anzitutto esiste il problema delle variazioni normali della funzione (diametro) pupillare connesse all'età dell'individuo; in secondo luogo, il numero ancora basso dei malati e dei controlli esaminati finora (58 in tutto). Il test deve essere confermato in una popolazione di pazienti almeno cento volte superiore e in controlli (soggetti della stessa età non dementi) e in pazienti con problemi oculistici. La risposta finale non potrà essere tanto rapida in quanto l'ultima parola nella diagnosi d'Alzheimer non spetta al medico ma all'esame del patologo all'autopsia, ultima e unica verifica attualmente accettabile. Ezio Giacobini


ZANZARE Sonni tranquilli Insetticidi a confronto
Autore: LA PIRA ROBERTO

ARGOMENTI: CHIMICA, ANIMALI
ORGANIZZAZIONI: ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITA'
LUOGHI: ITALIA

CONTRO le zanzare c'è chi usa le bombolette spray, chi le piastrine, chi le spirali. A trionfare sono però i fornelletti a cartuccia liquida apparsi da qualche anno, che stanno conquistando il mercato. L'abitudine di disporre sul balcone e sui davanzali delle finestre vasi di gerani, lavanda o basilico è senz'altro buona perché ingentilisce l'ambiente, ma è poco efficace. Queste piante contengono una sostanza repellente contro le zanzare chiamata geraniolo, che però si libera nell'aria solo quando i petali o le foglie vengono schiacciati o tagliati. Le bombolette spray sono efficaci ma l'esito è di breve durata, perché basta aprire le finestre per veder tornare le zanzare. L'azione dei fornelletti a piastrine o a ricarica liquida è invece studiata per durare tutta la notte. L'impiego di questi dispositivi assicura sonni tranquilli. Costringe però a respirare per 8-10 ore aria contenente sostanze a base di piretro. Le perplessità trovano riscontro nella frase scritta su tutte le confezioni e recitata sempre alla fine degli spot in cui si consiglia di «aerare prima di soggiornare nei locali». A livello inconscio c'è un altro elemento da considerare: il timore di non poter controllare un apparecchio che libera sostanze insetticide mentre dormiamo. Per quanto riguarda la tossicità, gli esperti sono abbastanza concordi nel considerare il rischio trascurabile, purché si tenga bene aerato il locale, si posizionino i dispositivi anti- zanzare vicino agli infissi e si usino le zanzariere per i bambini piccoli e le persone che hanno problemi di asma, bronchiti croniche, allergie. L'Organizzazione Mondiale della Sanità in un documento del 1989 non segnalava alcun effetto tossico nell'uomo in seguito all'uso ormai più che ventennale di questi prodotti in ambito domestico. Ma l'Oms fissa anche un limite massimo pari a 0,5 mg/metro cubo. Se l'uso dei dispositivi è corretto, la presenza degli insetticidi nell'aria è 1000 volte inferiore alla dose inalatoria letale. I bambini fino a 2-3 anni dovrebbero però dormire in locali dove non vengono usati insetticidi antizanzare: l'esposizione ripetuta potrebbe sviluppare una sensibilizzazione e sfociare in allergia. Il problema coinvolge dall'1 al 3 per cento della popolazione e va considerato con una certa attenzione, soprattutto in alcune zone dove fornelletti e piastrine funzionano tutti i giorni per 3-4 mesi di seguito. In questi casi conviene ricorrere alla zanzariera. Quasi tutti i sistemi chimici (spirali, piastrine, liquidi) sono a base di piretro, una sostanza ricavata da una pianta cespugliosa della famiglia delle Composite. Per motivi pratici, il piretro naturale viene sostituito con le piretrine naturali, oppure con il gruppo dei piretroidi di origine sintetica composto da Alletrina, D-Alletrina, Bioalletrina, S Bioalletrina, Pralletrina (meglio conosciuta come Etoc), che svolgono la stessa funzione. Si tratta infatti di articoli inclusi nella categoria dei presidi medico chirurgici autorizzati dal ministero della Sanità. Per capire bene il funzionamento, occorre sapere che gli insetticidi dispersi in un locale svolgono un'azione repellente oppure insetticida in relazione alla concentrazione. Se la finestra è aperta prevale l'azione repellente, per cui le zanzare presenti vengono paralizzate temporaneamente e quelle in arrivo preferiscono stare lontano. Quando però la concentrazione di insetticida diminuisce perché il fornelletto viene spento, allora gli insetti «svenuti» riprendono a volare e quelli nuovi arrivano dopo poco tempo. Se il locale è chiuso, la concentrazione del principio attivo aumenta progressivamente e prevale l'effetto insetticida. Il segreto è utilizzare i prodotti in veste di repellenti, tenendo i dispositivi accesi tutta la notte in prossimità delle finestre sempre aperte. Nelle piastrine l'attività di emissione dell'insetticida all'inizio è superiore e allontana le zanzare ma, dopo 5-6 ore, la quantità di insetticida diminuisce progressivamente, per cui l'effetto barriera può venire meno. I fornelletti a ricarica liquida liberano in modo costante una quantità di principio attivo inferiore ma sufficiente per tenere lontane le zanzare fino a quando l'apparecchio è in funzione. Le spirali hanno un sistema di rilascio molto simile ai liquidi, anche se il fumo ne penalizza l'impiego in casa; sono invece insostituibili nei luoghi dove manca la corrente elettrica (campeggi, terrazze, ristoranti all'aperto). Il problema è stabilire se in un ambiente domestico è necessario un prodotto a piastrina che libera all'inizio una maggiore quantità di insetticida, oppure basta un fornelletto liquido, meno tempestivo ma più costante. Il fornelletto a ricarica liquida è preferibile perché rilascia in modo costante il principio attivo nell'arco delle otto ore e assicura un discreto effetto barriera. I costi da affrontare per combattere le zanzare sono contenuti. Le spirali costano 120-140 lire l'una. Per i fornelletti a piastrine ci vogliono 4-7 mila lire per l'apparecchio e 100 lire per ogni piastrina. Per quelli a ricarica liquida, bisogna preventivare dalle 10 alle 14 mila lire, e la durata di una cartuccia varia da 45 a 60 notti. Facendo bene i conti, a parte l'acquisto iniziale del fornelletto, mantenere lontano le zanzare costa 100 lire con le piastrine, 130 lire con le ricariche liquide e 120-140 lire con le spirali. Roberto La Pira


GIOVANI&SPORT Più alti no, più sani sì Come l'attività modifica l'organismo
Autore: BENSO LODOVICO

ARGOMENTI: SPORT, MEDICINA E FISIOLOGIA, GIOVANI
LUOGHI: ITALIA

I genitori chiedono sovente al pediatra, al medico sportivo, all'auxologo (lo studioso della crescita) consigli sull'attività sportiva dei propri figli. Vogliono sapere se è vero che lo sport li farà diventare più alti o, al contrario, temono che la fatica possa comprometterne la crescita. Per quanto possa sembrare strano, spesso è difficile rispondere a questi quesiti e le ricerche scientifiche forniscono risposte solo parziali. Le premesse a questo discorso si pongono a due livelli. Innanzitutto occorre distinguere la sana attività fisica con scopo ludico o moderatamente competitivo, che pur dovrebbe essere quotidiana o quasi, dagli allenamenti intensivi e totalizzanti, finalizzati al raggiungimento di elevate prestazioni agonistiche. Nell'ambito della crescita, poi, si deve ricordare che le caratteristiche interessate sono diverse tra loro. La statura rispecchia, come è noto, la lunghezza dello scheletro; il peso, l'insieme della massa magra (muscoli e ossa) e di quella adiposa; la maturazione ossea e lo sviluppo puberale riflettono l'età biologica dell'individuo, cioè l'essere fisicamente corrispondente, più infantile o più precoce, rispetto alla propria età anagrafica. Per quel che riguarda la statura, prevale l'opinione che nè l'attività fisica moderata nè gli allenamenti intensivi possano modificarla, anche se per crescere è necessaria una quantità minima di movimento, quella normalmente praticata nell'attività quotidiana di base. E' vero che sovente gli sportivi sono più alti, ma ciò non dipende dall'influenza dello sport quanto dal fatto che in molte attività agonistiche l'alta statura rappresenta un vantaggio e quindi, almeno a livello di popolazione, i ragazzi più alti tendono a essere più motivati a proseguire. Il peso, invece, può essere influenzato dall'attività fisica in due direzioni opposte: verso l'aumento, per il miglioramento delle masse muscolari, e verso la diminuzione, per la riduzione del tessuto adiposo. Questa modificazione della composizione corporea varia a seconda del tipo e dell'intensità dell'allenamento. Più complesso è il problema del rapporto tra sport e maturazione ossea e sessuale. Come per la statura, anche nel caso della maturazione molti sport favoriscono i soggetti più precoci. Lo scatto accrescitivo che si verifica alla pubertà riguarda tutte le componenti dell'organismo e quindi anche lo sviluppo muscolare e la maturazione emozionale. Per questa ragione i maturatori precoci sono avvantaggiati anche nella «determinazione» agonistica e avranno più soddisfazioni di quei coetanei che, maturando lentamente, possono trovarsi in condizioni fisiche di inferiorità e perdere le motivazioni alla pratica dello sport. La suddivisione delle categorie sportive basata solo sull'età anagrafica comporta sicuramente la perdita di molti potenziali atleti di ottimo livello; soltanto perché non si tiene conto del fatto che i maturatori lenti potranno avere le loro migliori prestazioni uno, due o tre anni dopo i più precoci. Nel frattempo però vengono scartati e difficilmente si riprenderanno. Vi sono comunque alcune attività, come la ginnastica e la danza, che favoriscono quei praticanti che, maturando più tardi, mantengono più a lungo una maggiore flessibilità delle articolazioni e una migliore coordinazione neuromotoria: con lo scatto puberale, infatti, le rapide modificazioni delle dimensioni e delle proporzioni corporee, alle quali gli schemi nervosi del movimento si adattano lentamente, inducono frequentemente problemi di coordinazione. Numerosi autori, inoltre, segnalano ritardo nella comparsa della prima mestruazione nelle giovani atlete sottoposte a intensi carichi di allenamento. E' difficile stabilire quanto in questi casi dipenda dalla componente di stress psicofisico, che influenza la produzione ipofisaria delle gonadotropine (ormoni che stimolano le ghiandole sessuali) e quanto dalla riduzione del tessuto adiposo, che è necessario per il metabolismo degli ormoni sessuali stessi. Da sottolineare, poi, che proprio durante lo scatto puberale le cartilagini di accrescimento sono nella massima attività proliferativa e quindi fragili, il che comporta la necessità di una particolare attenzione nel determinare i carichi di lavoro, che devono essere decisi da allenatori esperti e specificatamente formati. L'importanza dell'attività fisica durante l'età evolutiva va però al di là del solo rapporto con la crescita. Riguarda lo sviluppo dell'organismo a tutti i livelli, da quello biochimico e metabolico a quello neuromotorio, dalla percezione del proprio corpo alla socializzazione, tanto che l'attività fisica deve essere considerata uno dei principali elementi positivi del benessere (fitness) giovanile. Tutti i giovani dovrebbero praticare regolarmente uno sport e non vi è alibi scolastico (troppi compiti) che ne giustifichi l'abbandono. Occorre anche precisare che l'attività sportiva non è solo quella che si svolge entro adatte strutture o utilizzando attrezzi costosi, ma anche e soprattutto quella all'aperto. Questo tipo di attività fisica non va confuso con l'agonismo esasperato che, sovente sorretto dalle proiezioni di genitori frustrati e di allenatori avidi, diventa un fattore di grave stress fisico e psicosociale al limite dello sfruttamento giovanile. Purtroppo la nostra cultura vede lo sport quasi solo nei suoi aspetti agonistici, spettacolari ed economici, anziché in quelli giocosi e formativi che sono i più importanti. Così nella promozione sportiva si tende a privilegiare la selezione di pochi campioncini al benessere di tutti i loro compagni, senza peraltro tener conto del fatto che le due esigenze non sono necessariamente in contrasto. Lodovico Benso Università di Torino


Elettricità anche dal mare Una centrale sui fondali dello Stretto di Messina
Autore: FURESI MARIO

ARGOMENTI: ENERGIA, MARE
ORGANIZZAZIONI: UE UNIONE EUROPEA, TECNOMARE, ENEL, PONTE DI ARCHIMEDE, VOITH
LUOGHI: ITALIA

IL mare è una generosa fonte di energia rinnovabile e pulita che l'uomo potrebbe trasformare in elettricità: la potenza teorica raggiungerebbe i dieci miliardi di chilowatt, pari cioè a quella che si otterrebbe con ben cinquemila grandi centrali termonucleari. Numerosi sono per giunta i modi in cui il mare rende usufruibile tanta energia: dal moto delle onde e delle maree alla differenza di salinità e temperatura esistente tra superficie marina e fondali, alle quali va aggiunta la potente forza cinetica delle sue correnti. Nonostante le numerose e varie possibilità offerte dal mare, ben poche sono le utilizzazioni in questo campo e tra di esse merita di essere conosciuta quella finanziata dall'Unione Europea, su proposta italiana della Tecnomare di Venezia. Si tratta di un progetto coordinato da Tecnomare, che lo conduce in cooperazione con l'Enel, la Ponte di Archimede, l'IT Power Britannica, l'Università di Patrasso, la Voith tedesca e la Tecnomare UK inglese. Il progetto fa seguito a un altro studio che, sviluppato dalla Ponte di Archimede, dalla Saipem e dalla Tecnomare Sud, aveva avuto per obiettivo la verifica della possibilità di far funzionare, sui fondali dello Stretto di Messina, una centrale utilizzante l'energia delle correnti sottomarine. L'attuale progetto, chiamato Cenex, a differenza del precedente può essere portato a termine grazie al finanziamento disposto dall'Unione Europea per un importo di trecentomila Ecu (oltre seicento milioni di lire), costituenti i tre quarti dell'intera spesa. Come spiega Paolo Gava, della Tecnomare, coordinatore del programma operativo, il progetto si articola in due parti la prima delle quali, riguardante l'Europa, si è conclusa di recente, dopo aver individuato oltre cento punti delle coste europee dove la corrente sottomarina può far funzionare una centrale elettrica costruita sui fondali. La seconda parte del progetto riguarda lo Stretto di Messina e si avvale dell'esperienza accumulata nel precedente tentativo di portare a conclusione definitiva lo stesso studio. Il punto scelto per installarvi la centrale sottomarina rimane la valletta che si trova sui fondali, lungo la linea congiungente Ganzirri con Punta Pezzo e che, funzionando da strettoia, farà salire la velocità della corrente da quattro a sette nodi (13 chilometri l'ora). La risultante energia cinetica verrà utilizzata da cento turbine di nuovo modello le cui pale possono sfruttare la spinta della corrente qualsiasi modifica subisca la direzione di provenienza. Va ricordato che la corrente dello Stretto inverte la propria direzione ogni sei ore, dando luogo a vorticosi ingorghi. Secondo le previsioni, entro pochi mesi si avranno i risultati definitivi anche di questo secondo studio; essi dovrebbero confermare la possibilità tecnologica di costruire la centrale sottomarina che, producendo vari milioni di chilowattore annui, potrà coprire il fabbisogno di una piccola città siciliana. Mario Furesi


I GIOCHI DI TTS
LUOGHI: ITALIA

Ecco le soluzioni ai giochi pubblicati sulla prima pagina di «Tuttoscienze» dello scorso 19 luglio. 1) Ogni numero naturale ammette una e una sola scomposizione secondo le potenze del due e quella di 51 è 1più2più16più32. Se dunque ogni zona del bersaglio è colpita al più da una freccetta l'unica possibilità è quella precedente (con una freccetta che deve mancare il bersaglio). Se più freccette possono colpire la stessa zona del bersaglio si hanno le seguenti possibilità: 1più1più1più16più32 1più2più8più8più32 1più2più16più16più16. In totale vi sono quindi 4 possibilità. 2) Si possono ottenere 216 coppie, infatti se il rapporto fra le lunghezze corrispondenti è 6, il rapporto fra i volumi dei due solidi è 6 al cubo, cioè 216. 3) Basta far mentire lo sconosciuto chiedendogli: «Se voi foste dell'altra famiglia quale strada mi indichereste per raggiungere la città?». Qualunque sia la famiglia di appartenenza dello sconosciuto la risposta è il contrario della verità. 4) Paperino deve puntare la sveglia alle 7, 06, infatti vuole dormire 10 ore e mezza e la sveglia perde 8 minuti ogni ora, quindi perderà 10,5X8=84 minuti durante le 10 ore e mezza. Tenuto conto di questo, quando la sveglia di Paperino indicherà le 7,06 l'ora reale sarà appunto le 8,30. 5) La moneta deve fare due giri. 6) La somma dei numeri sulle facce incollate è 10. 7) La probabilità è del 96,25%.


INTERNET Professore incontriamoci sulla rete
AUTORE: MERCIAI SILVIO
ARGOMENTI: ELETTRONICA, INFORMATICA, COMUNICAZIONI
ORGANIZZAZIONI: INTERNET
LUOGHI: ITALIA

ALLA ricerca di ispirazione per la mia colonna, mi è capitato sotto gli occhi un articolo del prof. Umberto Galimberti su La Repubblica di venerdì 21 luglio, intitolato «La solitudine di Internet»; e così ho deciso di ritornare sull'argomento dell'altra volta. Il breve saggio è polemicamente diretto contro l'entusiasmo del libro Essere Digitali di Nicholas Ne groponte (da leggere!) e discute i problemi che la nuova era digitale pone all'esperienza e alla comunicazione umana. Un testo largamente condivisibile e di grande sensibilità e raffinatezza. Salvo per un aspetto: «Il mezzo - scrive Galimberti - indipendentemente dallo scopo ci istituisce come spettatori e non come partecipi di un'esperienza o attori di un evento. «Questa condizione, che vale per la televisione, vale, anche se non sembra, per l'Internet dove il consumo in comune del mezzo non equivale a una reale esperienza comune. Ciò che nell'Internet si scambia, quando non è una somma spropositata di banalità, è pur sempre una realtà personale che non diventa mai una realtà condivisa. Lo scambio ha un andamento solipsistico, dove un numero infinito di eremiti di massa comunicano le vedute del mondo quale appare dal loro eremo». E più avanti descrive la realtà digitale come effimero fantasma legato all'apparire che ci rende «voyeurs condannati all'afasia». Come ho scritto l'altra volta sento e penso esattamente il contrario (lo so che fa caldo e tutto questo è pesante: ma finisco subito...): per me Internet attua la possibilità reale di uno scambio reale tra persone e reali sono i sentimenti e le idee che possiamo scambiare per il tramite della rete, se siamo disposti a investirli nella comunicazione con il nostro interlocutore, anche se egli è al di là del tempo e dello spazio. Così come possiamo, nella cosiddetta vita reale, passare accanto alle persone e interagire con loro senza mai incontrarle, allo stesso modo possiamo consentire che i nostri pensieri e i nostri sentimenti si incontrino anche al di là della materialità fisica dell'essere accanto. Internet può essere, in questo senso, l'esatto opposto della televisione (anche se naturalmente entrambe possono essere usate, come tante altre situazioni o strumenti, per non incontrarci con gli altri). Lungi dal tenerlo fermo, è lo statuto (rassicurante?) di questa dicotomia virtuale-reale che deve, a mio avviso, essere riesaminato: perché lo scambio su Internet dovrebbe essere meno reale di quello verbale o epistolare? Professor Galimberti: non la conosco di persona, ma la stimo per fama: perché non prova a scrivermi e proviamo a in contrarci sulla rete? Gli indirizzi. Fabrizio Imperiali mi ha chiesto un sito per aderire alla campagna contro i test nucleari francesi. Eccolo: http://www.icepp.s. u-to kyo.ac.jp/ keshi/ Comincia a prender piede anche in Italia l'uso di Internet per offrire informazioni di servizio. E' stato completato il sistema informativo della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università di Torino http://www.medfarm.uni to. it/campus/campus.html La città di Torino ha istituito, come già altre città italiane, una sua rete civica a htpp://www.comune.tori no.it. Se volete tenervi aggiornati sul cosiddetto processo Falcone il sito è http://www.i tdf.pa.cnr.it/praesidium/fal cone.html Infine è organizzato in Italia (da Pietro Di Miceli) su un ser ver di Hong Kong il servizio di informazioni Ask Dr. Internet a htpp: //www.hk.net/ en zo/pdm/bm-gutmh.htm. Silvio A. Merciai


FONTI RINNOVABILI Affamati di energia Tre nuovi impianti alternativi
Autore: RAVIZZA PAOLA

ARGOMENTI: ENERGIA
ORGANIZZAZIONI: AEM
LUOGHI: ITALIA

LA fame di energia spinge ormai da decenni gli scienziati di tutto il mondo a studiare nuove fonti alternative. L'esperienza dimostra che è pericoloso puntare su una soluzione tecnologica unica, come può essere quella atomica, in grado di soddisfare tutto il fabbisogno di elettricità dell'umanità. Meglio rivolgersi a molteplici soluzioni parziali. In un contesto simile hanno un ruolo importante le fonti rinnovabili, come l'acqua, il vento, il sole, il calore geotermico, le biomasse e persino i rifiuti organici. E spuntano come funghi gli impianti in grado di sfruttarle. Una centrale idroelettrica che di giorno produce energia per il consumo e di notte ripompa l'acqua in alto per riutilizzarla il giorno dopo: è quella che l'Aem sta costruendo a Giaglione, in Valle di Susa, poco a monte della città, usando l'elettricità che durante la notte resterebbe inutilizzata per moltiplicare le risorse idriche ormai sempre più scarse. Inizialmente la nuova centrale da 150 MW aveva suscitato non poche preoccupazioni e opposizioni tra gli ecologisti; essa non solo avrebbe attinto acqua dalla Dora ma, con una conduttura a mezza costa sulle montagne alla sinistra del fiume, avrebbe catturato le acque dei rii Secco, Geronde, Pontet e Galambra, rendendoli semiaridi. Con la soluzione del riciclaggio dell'acqua, il problema è stato superato. La centrale preleverà 1000 litri di acqua a secondo dalla Dora nella località di Pont Ventoux, a quota 146 metri sul livello del mare,e con un canale in galleria di 4 metri di diametro e lungo poco meno di 14 chilometri in leggera pendenza, circa 16 metri complessivamente, la porterà a un serbatoio situato nella valle del rio Clarea, a 1030 metri di quota. Da qui, con l'aggiunta di 100 litri al secondo forniti appunto dal Clarea, l'acqua, scorrendo in una condotta forzata di 2,80 metri di diametro e lunga 678 metri anch'essa interamente in galleria, precipiterà verso la centrale di Giaglione con un salto quasi verticale di 513,80 metri. Anche la centrale sarà situata in caverna raggiungibile con una galleria camionabile lunga circa 890 metri sicché l'intero impianto, ad eccezione del laghetto costruito in Val Clarea e del serbatoio di «demodulazione» a valle della centrale, situato a Gorge di Susa, sarà pressoché invisibile. Una delle due turbine della centrale è collegata a una pompa, con una portata di circa 13 metri cubi il secondo, che nelle ore notturne riporterà parte dell'acqua raccolta nel serbatoio a valle della centrale al laghetto di Val Clarea. (Il serbatoio di Gorge di Susa, costituito da una diga alta circa 29 metri e lunga 88 e mezzo, avrà anche il compito di regolare la restituzione dell'acqua secondo la portata della Dora in quel momento). «In questo modo - spiegano i progettisti - utilizzando energia di scarso pregio qual è quella notturna (in quanto si riduce fortemente la domanda di energia a fronte di una produzione, quella termoelettrica, che non gradisce spegnimenti e riaccensioni perché caratterizzata da tempi morti molto lunghi) si rende disponibile in ore diurne, caratterizzate da una domanda molto elevata in due fasce ben definite (la prima mattina e il tardo pomeriggio), una fonte di energia assai pregiata». L'energia solare, pur essendo la più abbondante, per essere utilizzata presenta più problemi tecnici ed economici di qualsiasi altra. La radiazione solare, infatti, ha una bassa densità energetica, è discontinua e i suoi rendimenti di conversione hanno un valore modesto. Tuttavia attorno ad essa ci si sta dando un gran da fare. Nell'ottobre '94 l'Enel ha creato una centrale ad energia solare con scopo produttivo e di ricerca a Serre, nel Salernitano. L'impianto sfrutta la tecnologia fotovoltaica, la più innovativa e promettente di tutte quelle che beneficiano del sole grazie alla sua semplicità, affidabilità e a uno scarso bisogno di manutenzione. Gli studi sull'energia fotovoltaica sono iniziati sul finire degli Anni 50, con i programmi spaziali per i quali era necessaria una fonte di energia affidabile e inesauribile come quella solare. Essa si basa sulla capacità di alcuni materiali semiconduttori, come il silicio, di generare energia elettrica se esposti alla radiazione solare. Il silicio è disposto nelle celle fotovoltaiche: la radiazione che ne colpisce la superficie provoca la circolazione delle cariche elettriche presenti nel cristallo. La conversione della luce avviene con un rendimento del 12-15 per cento. Ogni cella produce 1,5 watt. Esse sono collegate tra loro elettricamente per formare un modulo (40-50 watt): la componente elementare dei sistemi fotovoltaici. Più moduli collegati fra di loro danno origine alla potenza complessiva dell'impianto; a Serre ce ne sono circa 45 mila, che producono una potenza di 3,3 megawatt, facendo dell'impianto salernitano il maggiore d'Europa. Oggi il fotovoltaico è applicato in quelle situazioni in cui non è possibile avvalersi del normale sistema di distribuzione: piccoli centri abitati, isole, comunità montane remote, riserve naturalistiche. E' in questi casi che l'energia fotovoltaica si rivela competitiva perché si evitano i costi di un allacciamento convenzionale, quelli di trasporto del combustibile se l'utenza dovesse essere servita da generatori diesel, quelli per la manutenzione della linea. Tra le applicazioni più significative già attuate dall'Enel, vi sono il «Progetto case sparse» e il «Programma Valoren» (150 impianti per insediamenti produttivi, artigianali, turistici nel Mezzogiorno). Acqua, sole e... vento. La località di Acqua Spruzza, nel comune di Frosolone, in Molise, il 23 giugno '95 ha visto nascere a 1360 metri di quota la sua «wind farm», un campo prove eolico che l'Enel ha installato per verificare il comportamento dei suoi aerogeneratori in condizioni climatiche particolarmente difficili. L'Appennino costituisce buona parte del potenziale eolico italiano. Il campo di Acqua Spruzza si estende per 6 ettari, ma solo l'1 per cento del territorio è occupato fisicamente dagli impianti, il resto è destinato al pascolo, così com'era in origine. Sono stati collocati otto aerogeneratori, due esemplari per ognuno dei quattro modelli prescelti: due italiani (la versione industrializzata del Medit da 320 KW e rotore bipala del diametro di 33 metri, della West, e un prototipo M30 da 200 KW con rotore monopala da 33 metri della Riva Calzoni) e due stranieri (un MS-3 da 300 KW con rotore bipala da 33 metri della britannica Weg e un esemplare di tipo Windane 34 da 400 KW, con rotore tripala da 34 metri della danese Vestas- DWT). Tenendo conto delle risorse eoliche della località, l'impianto potrebbe produrre complessivamente intorno ai 5 milioni di KWh l'anno: ciò significa che l'energia prodotta e immessa nella locale rete Enel potrebbe soddisfare le necessità di 2300 utenze domestiche. Un problema non marginale posto dalla diffusione degli impianti elettrici da fonti rinnovabili è l'impatto visivo. Nel caso di Acqua Spruzza l'Enel è stata molto attenta: i cavi di collegamento elettrico sono stati tutti interrati, così come le piattaforme di fondazione degli aerogeneratori. E i box di trasformazione sono stati rivestiti in pietra come le abitazioni del luogo. Paola Ravizza


Maiali sempre più magri Con la selezione genetica e la dieta
AUTORE: M_V
ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE, GENETICA, ZOOTECNIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: CARNE BOVINA. CONSUMI E FRODI ALIMENTARI TEMA: CARNE BOVINA. CONSUMI E FRODI ALIMENTARI

D EL maiale si utilizza tutto, tranne il grugnito, dice un vecchio adagio popolare. E per secoli l'allevamento del suino domestico, con il suo prezioso lardo, ha rappresentato per le famiglie contadine un importante aiuto all'economia aziendale e un'indispensabile integrazione a un'alimentazione sempre troppo carente. Ma ancor oggi, in Italia e in Europa, la carne suina, che gioca sul doppio versante della carne fresca e degli insaccati, è in testa alla lista dei consumi. Anche se del maiale di una volta si sono quasi perse le tracce. Una selezione genetica raffinata ha trasformato il vecchio maiale da grasso, formidabile utilizzatore di avanzi di cucina e sottoprodotti, in una macchina da carne «magra» che, con una dieta quasi esclusivamente vegetariana, cresce a ritmi impressionanti e consente di inondare il mercato di costine e prosciutti a prezzi relativamente contenuti. Le categorie di allevamento sono essenzialmente due: il suino leggero, peso 90-110 kg, e quello pesante, che supera i 160 kg ed è destinato prevalentemente alla produzione di prosciutti. Per entrambi i tipi si è ridotta la quota di grasso di infiltrazione muscolare ed è aumentata la percentuale di acidi grassi insaturi e polinsaturi. Inoltre va ricordato che un acido grasso saturo, lo stearico, ben rappresentato nella carne suina, si trasforma nell'uomo in acido oleico, considerato scarsamente rischioso. Per il grasso non si può comunque scendere sotto una certa quota (3-5%) altrimenti la carne diventa stopposa e perde sapore. I tecnici classificano la non idoneità delle carni suine alla lavorazione con due sigle: Pse (carni mollicce ed essudative) e Dfd (masse muscolari scure e fibrose). Sembra che le carni essudative siano anche legate all'influenza dello stress, in particolare al momento della macellazione, quando i suini, ammassati in attesa dello stordimento, hanno la sensazione della fine imminente. L'esperienza di prevenire questa situazione trova quindi concordi, pur partendo da presupposti diversi, zootecnici e animalisti. Questi ultimi hanno ottenuto una legislazione più attenta al rispetto degli animali al momento della macellazione, mentre i genetisti hanno messo a punto una prova che consente di individuare le linee di maiali più resistenti allo stress. E' il test dell'alotano, un gas ben noto agli anestesisti e nei cui confronti sono particolarmente sensibili i maiali meno resistenti ai disagi di allevamento, trasporto e abbattimento. Così i soggetti che superano l'esame saranno utilizzati cone riproduttori, dando origine a una discendenza più idonea a essere trasformata in salsicce, culatelli e mortadelle. Come dire, se sei promosso finirai in tavola.[m. v.]


PRO&CONTRO Vegetariani non sparate sui carnivori
AUTORE: M_V
ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE, MEDICINA E FISIOLOGIA, ZOOTECNIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: CARNE BOVINA. CONSUMI E FRODI ALIMENTARI TEMA: CARNE BOVINA. CONSUMI E FRODI ALIMENTARI

CARNIVORI o vegetariani? Il dibattito è aperto da sempre ma negli ultimi tempi, con il rafforzamento del movimento animalista, la polemica ha assunto toni più aspri. In realtà, sotto il profilo strettamente scientifico, spesso l'emotività fa velo alla sostanza delle argomentazioni. Mangiare carne, in quantità proporzionata alle esigenze (per un adulto, 1-2 grammi al giorno per chilo di peso) fa bene. Soprattutto ai giovani le bistecche forniscono un apporto proteico completo, facilmente assimilabile, indispensabile per la costruzione ed il mantenimento in efficienza dell'organismo. Un etto di carne copre circa la metà del fabbisogno proteico e fornisce anche un buon apporto vitaminico e minerale, in particolare di ferro. E' vero, d'altra parte, che le stesse sostanze si possono trovare anche nei vegetali, ma in questo caso una dieta ben bilanciata è più complicata e richiede una maggiore varietà di alimenti. Certamente la cultura gastronomica dominante ha il suo peso e due o tre milioni di anni di carnivorità non possono essere spazzati di colpo. Si è anche tentato, piuttosto scorrettamente, di gettare sulla carne l'ombra sinistra del rischio cancro, ipotizzando un rapporto diretto tra consumo di bistecche e fettine e l'aumento di probabilità di contrarre il male del secolo. Sarebbe soprattutto il grasso a veicolare sostanze cancerogene. Dalla ricerca medica arrivano però puntuali le confutazioni: ad esempio, i casi di cancro al colon non sono affatto collegati alla quantità di carne ingerita ma piuttosto alla carenza di fibra. Lo dimostrano gli studi epidemiologici nei Paesi dove i consumi carnei sono nettamente superiori a quelli europei. Smentisce anche l'Istituto di epidemiologia dell'Università di Boston, che ha seguito per dieci anni 90.000 donne, senza trovare traccia di collegamento tra dieta carnea e tumori al seno. Però, attenzione, ribadiscono i medici; le assicurazioni valgono solo nel caso in cui i capi siano allevati in ambienti controllati, senza forzature dei ritmi fisiologici e, soprattutto, senza ricorso agli anabolizzanti. Un perentorio invito a produrre pulito, che dovrebbe indurre le associazioni allevatori a emarginare sempre più duramente i sofisticatori.[m. v.]


FRODI ALIMENTARI Come riconoscere una bistecca «pulita»
AUTORE: VALPREDA MARIO
ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE, CHIMICA, ZOOTECNIA, ANIMALI, FRODE, STATISTICHE, SANITA'
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: T. TAB. CONSUMI PRO CAPITE DI CARNE BOVINA NEL MONDO (kg) ==================================== Argentina 69,5 --- Stati Uniti 43,6 --- Francia 30,0 --- Italia 25,7 --- ex Urss 24,1 --- Germania 21,2 --- Regno Unito 19,2 --- Irlanda 17,0 --- Giappone 9,5 --- Cina 1,6 ====================================
NOTE: CARNE BOVINA. CONSUMI E FRODI ALIMENTARI TEMA: CARNE BOVINA. CONSUMI E FRODI ALIMENTARI

IL sospetto del doping ormonale macchia periodicamente l'immagine della carne. E' una storia caratterizzata da periodici allarmi e lunghi silenzi, che dura da anni e si snoda tra ambiguità scientifiche e vivaci proteste dei produttori. Sotto accusa è soprattutto la carne bovina, paradossalmente la più controllata ma bersaglio di elezione perché la bistecca ha rappresentato per anni, partendo dal dopoguerra, un emblematico indicatore di benessere. In realtà si tratta di una vicenda complessa, che va analizzata sotto vari profili. Innanzi tutto: qual è la reale dimensione del fenomeno «carni gonfiate»? Stando alle statistiche del ministero della Sanità, redatte in base ai monitoraggi ufficiali delle Regioni e delle Usl, i casi accertati di frode sono pochissimi. Nel 1994, su 21.316 campioni analizzati per svelare trattamenti ormonali negli animali e nelle carni, si sono avute solo 120 positività. Questi dati rispecchiano la situazione reale o sono falsati dalle insufficienze dei servizi sanitari e dalle difficoltà dei laboratori a individuare le molecole usate per stimolare artificiosamente la crescita degli animali? Certamente non tutti gli allevatori che ingrassano bovini, suini, ovini, tacchini e conigli ricorrono alle droghe proibite. Anzi, esistono appositi consorzi che fanno delle produzioni pulite una bandiera per riconquistare la fiducia dei consumatori, frastornati da messaggi contrastanti e insospettiti da episodi clamorosi di sequestri di farmaci veterinari. E' altrettanto vero però che i sofisticatori esistono, ben più numerosi di quanto traspaia dalle statistiche ufficiali, hanno affinato le loro tecniche e spesso riescono a farla franca eludendo i controlli. Ad esempio, nel caso degli ormoni sessuali, ricorrono a cocktail bilanciati che garantiscono l'effetto finale ma mantengono, per ogni singola sostanza, un livello al di sotto della soglia di rilevabilità delle analisi. Oppure, come nel caso dei beta agonisti - le molecole più impiegate nella fase finale dell'ingrasso perché, oltre a stimolare la crescita, favoriscono la lipolisi e quindi la produzione di carne magra - i laboratori riescono ad individuarne solo una ventina mentre nel circuito clandestino ne circolano oltre ottanta. E il business, per i produttori della droga zootecnica, è da capogiro, valutabile in centinaia di miliardi. Anche perché si è ormai creata una situazione perversa, con l'involontaria complicità dei consumatori i quali, pur diffidando sempre più dell'alimento carne, quando sono in macelleria pretendono quasi esclusivamente fettine tenere e magre. Proprio quelle che si ottengono trattando gli animali con la chimica i cui prodotti, e questo è un altro aspetto inquietante del problema, secondo una nutrita schiera di sperimentazioni sponsorizzate dall'industria del farmaco, sarebbero privi di effetti dannosi sul consumatore se somministrati con le dovute cautele e nei corretti dosaggi, sotto controllo veterinario. Tutte condizioni teoriche, impossibili da rispettare nella pratica quotidiana degli allevamenti intensivi, dove le tecnologie dure costituiscono ormai il presupposto indispensabile per il profitto dell'azienda. A fronte di questa confusione, come fa la massaia a riconoscere la «carne buona»? E' una ricetta difficile, perché individuare le bistecche sospettate sulla base delle semplici caratteristiche organolettiche è impresa ardua anche per un esperto. Non resta quindi che affidarsi all'etichetta, cioè alla carne prodotta da quegli allevatori che aderiscono alle iniziative di tutela della qualità, resistendo alla tentazione delle scorciatoie chimiche. Meglio ancora se la certificazione è garantita dall'Ente pubblico. In questo campo la Regione Piemonte è all'avanguardia e ha emanato una legge che promuove le carni certificate prodotte dagli allevamenti piemontesi e in esclusiva vendita in macellerie autorizzate. Mario Valpreda


Ottanta chili all'anno Il consumo medio di un italiano
ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE, ZOOTECNIA, ANIMALI, STATISTICHE, CONSUMI
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: T. Italia - Consumo pro capite di carni 1985/1993 (in kg)
NOTE: CARNE BOVINA. CONSUMI E FRODI ALIMENTARI TEMA: CARNE BOVINA. CONSUMI E FRODI ALIMENTARI

OGNI italiano mangia più di ottanta chili di carne all'anno. Mentre per le carni avicole siamo praticamente autosufficienti, per gli altri settori dobbiamo ricorrere alle importazioni. La nostra bilancia commerciale è in rosso soprattutto per le carenze produttive dei settori più tradizionali, bovino e suino, dove importiamo, tra animali vivi e carne, quasi la metà del fabbisogno. Le cause vanno essenzialmente ricercate nelle insufficienze strutturali delle aziende e nella ridotta disponibilità di foraggi e mangimi. Sotto il profilo tecnico applicativo, invece, viene universalmente riconosciuta agli allevatori italiani una particolare attitudine all'allevamento di capi da ingrasso. E' un'abilità che si è affinata negli anni, grazie anche alla presenza di razze autoctone (Piemontese e Chianina in testa a tutte), ad alta specializzazione produttiva. La Piemontese produce i celebrati «fassoni», vitelli che presentano un rilevante sviluppo delle masse muscolari, innestate su uno scheletro leggero: la resa in tagli «nobili» è quindi elevatissima e, prescindendo dalla eccellente qualità, molto adatta a un consumatore che snobba sempre più bolliti e spezzatini a vantaggio di arrosti e fettine. Per produrre carne di qualità non bastano però animali di razza pregiata; occorrono tecniche di allevamento sempre più complesse. Sotto il profilo sanitario, ad esempio, i problemi sono molti. Negli allevamenti intensivi si concentrano in spazi non sempre adeguati centinaia di capi. Un terreno ideale per gli agenti delle virosi respiratorie, ospiti permanenti delle stalle da ingrasso e controllati a fatica con vaccini e farmaci. Inoltre, il forzoso ricorso alle importazioni da diversi Paesi ha provocato l'internazionalizzazione dei patogeni, con la ricomparsa di malattie, come la pleuropolmonite essudativa contagiosa bovina, che si ritenevano debellate. Animali sani, dunque, per qualificare la produzione, ma anche macelli e laboratori di lavorazione delle carni idonei. E qui entra in campo la Comunità Europea, che ha fissato parametri strutturali e igienici molto rigidi, creando non pochi grattacapi all'Italia, ancora piena, soprattutto al Sud, di vecchi macelli pubblici del tutto inadeguati. Attualmente la situazione va lentamente migliorando ma, complici continue deroghe, sono centinaia gli impianti che stentano a mettersi in regola. D'altra parte i macelli rappresentano uno dei punti chiave per la tutela dei consumatori: i veterinari visitano tutti i capi, prima e dopo l'abbattimento, sequestrando carcasse e visceri non idonei. Un'attività di prevenzione quotidiana di dimensioni imponenti: nel solo Piemonte, durante il 1994, i veterinari hanno inviato alla distruzione ben millecinquecento tonnellate di carni sospette.




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