TUTTOSCIENZE 19 aprile 95


VOCI senza sesso fatte al computer
Autore: CAPPELLETTO SANDRO

ARGOMENTI: MUSICA, ELETTRONICA, INFORMATICA, TECNOLOGIA, ACUSTICA
NOMI: DAVID MARC, RODET XAVIER
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: T. Estensione media delle diverse voci umane

DUE voci naturali ne generano una terza, innaturale ma perfino più credibile per quanto è artificiosa. La colonna sonora del film «Farinelli», che elabora elettronicamente la voce umana, tende un arco tra il piacere barocco della meraviglia, che è all'origine del successo dei cantori evirati, e la possibilità della manipolazione della realtà, visiva e acustica offerta dalla tecnologia elettronica più avanzata. Per «riprodurre» - ma è più sensato dire: per approssimarsi - al canto senza sesso, nè di uomo nè di donna, dei castrati si usano solitamente o le voci femminili di soprano o di contralto, oppure quelle maschili di controtenore, falsettista, sopranista. Voci educate all'acquisizione di una tecnica che, in ambedue i casi, raramente soddisfano: la precisa identità sessuale esclude infatti una delle caratteristiche più seducenti del canto dei «soprani uomini», la loro ambiguità. Quando poi salgono verso le zone più acute, le voci maschili fatalmente perdono spessore, lucentezza, rotondità: di qui quello sgradevole effetto di emissione nasalizzante, di opacità del suono, che sembra farsi piccolo, come imprigionato in un imbuto. Tutto questo non accade per caso. L'evirazione, che andava compiuta sui bambini prima della muta della voce, impediva lo sviluppo delle caratteristiche sessuali secondarie, tra le quali rientra l'ispessimento delle corde vocali e della laringe. Il corpo adulto dei castrati, il loro diaframma, il loro torace, che gli esercizi costanti trasformavano in mantici poderosi, mettevano in funzione un organo vocale più leggero, vibratile, capace di raggiungere estensioni proibitive, come le tre ottave piene di cui era accreditato Farinelli. Requisito non secondario del loro fascino perduto, se quella voce sapeva inabissarsi e volare, se era capace di mutare colore come un prisma ottico, cupa nelle zone gravi, luminosa negli acuti. Come uscire dall'impasse, posto che ragioni etiche impediscono oggi la fabbricazione, per così dire, «manuale» delle voci di evirati? Piuttosto che incorrere nei rischi certi di una deludente imitazione, il consulente musicale del film, Marc David, ha preferito inventare. Le voci del controtenore Derek Lee Ragin e del soprano Ewa Mallas-Godlewska sono state prima separatamente registrate, poi inserite in un campionatore di suoni. Xavier Rodet, collaboratore dell'Ircam di Parigi, uno dei centri più avanzati di ricerca musicale, ha fornito il programma Chant, creato già da alcuni anni: le caratteristiche delle due (ma potevano essere di più) voci vengono visualizzate su uno schermo, che le dispone in sequenza e individua i punti di contatto nell'estensione, nel timbro. Le voci sono poi inserite in una formante, un filtro che riproduce la conformazione della cavità orale attraverso cui passa l'emissione del fiato. Il suono che ne sorte è il risultato della sintesi operata tra le due voci, e il passaggio dall'una all'altra avviene con fluidità, senza cesura, rendendo quasi impossibile distinguere dove finisce la prima e comincia la seconda. Questo terzo suono, risultante dai due suoni originali, è il materiale su cui intervengono i programmi di post-produzione elettronica: i più usati sono il Sound-Tools o il Pro (Professional)-Tools. Un blocco sonoro già plasmato con Chant viene prolungato a piacere, senza che si abbassi l'intonazione, o l'emissione perda di forza: si ottiene così l'effetto di suono le gato, viatico verso la beatitudine dell'ascolto. In quelle infinite note tenute (si ascolti, nel film, la corona iniziale dell'aria Son qual nave che agitata) è concesso al canto il tempo di trasformare l'ascolto in atto psicologico, di oltrepassare il limite fisico imposto alla durata del fiato di penetrare nella nostra attenzione/emozione più interna, di imporsi infine come unica realtà viva di quei momenti. Come raccontano i contemporanei di Farinelli, questa persistenza dell'emissione, che era insieme dolce e forte, poteva provocare deliqui, abbandoni, smarrimenti. Il montaggio elettronico consente dunque di riprodurre con convincente approssimazione gli effetti dell'evirazione: un artificio tecnico sostituisce una brutalità chirurgica. Consapevoli e avidi della manipolazione, pretendiamo che non abbia più limiti: se nella colonna sonora alla voce di soprano si fosse aggiunta quella di contralto, sarebbe stato possibile far rivivere l'incredibile estensione reale di Farinelli; se sui monitor degli studi fosse stata disegnata una camera di risonanza virtuale, quel canto avrebbe potuto espandersi e rifrangersi nello spazio secondo progressioni circolari o ovali, seguire, a scelta, la diffusione dei suoni armonici di una tromba o di un violino. Anche l'ascolto di tutte le età vocali di un uomo è ormai possibile. La tecnologia consente la ricostruzione dell'itinerario completo della voce: da bambino, da adulto, da vecchio. Queste seduzioni la ricerca elettronica offre all'intelligenza dei nuovi compositori, al desiderio insaziabile di stupore del pubblico contemporaneo. Sandro Cappelletto


VA IN ORBITA «ERS 2» Sapremo tutta la verità sull'ozono Giovedì notte parte un satellite per misurarlo
Autore: BIANUCCI PIERO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, ATMOSFERA, ECOLOGIA, INQUINAMENTO
ORGANIZZAZIONI: ERS 2, ALENIA, AGENZIA SPAZIALE EUROPEA
LUOGHI: ITALIA

PRENDETE questo giornale e apritelo a metà. Schiacciandone le pagine otterrete uno spessore di circa tre millimetri. Tre millimetri di ozono alla pressione atmosferica del livello del mare sono la nostra protezione dai raggi ultravioletti del Sole potenzialmente cancerogeni. La «coperta» di ozono però non è così concentrata. I tre millimetri di questo gas (una molecola formata da tre atomi di ossigeno) sono diluiti tra i 15 e i 40 chilometri di quota. I clorofluorocarburi, gas creati per uso industriale ora abbandonati, hanno intaccato questo impalpabile scudo. Ma non si sa bene di quanto, perché ci sono anche variazioni stagionali, o legate al ciclo dell'attività solare. Pare che metà dell'ozono sopra l'Antartide sia perduta. Sull'emisfero boreale la perdita dovrebbe stare tra il 5 e il 10 per cento. Ma è proprio così? E come si evolverà l'attacco all'ozono, visto che i clorofluorocarburi continueranno la loro azione demolitrice fino alla fine del prossimo secolo? Partirà da Kourou (Guyana) nella notte tra giovedì e venerdì con un razzo «Ariane» il satellite che dovrà darci queste risposte. Se tutto andrà bene, finalmente non ci troveremo più davanti a dati controversi. Ogni settimana «Ers 2», secondo satellite ambientale dell'Agenzia spaziale europea, traccerà la mappa planetaria del filtro anti-ultravioletti. Dalla sua orbita che sorvola Polo Nord e Polo Sud, «Ers 2» ad ogni misura ci dirà la percentuale di ozono in una colonna di aria perpendicolare alla superficie terrestre di 40 per 40 per 40 chilometri. I dati finiranno in vari centri, e in particolare all'Esrin, la sezione dell'Agenzia spaziale europea che sorge vicino a Frascati. Entro la fine del 1995 i dati sull'ozono saranno a disposizione di tutti su Internet. Lo strumento di misura - indicato con la sigla Gome, Global ozone monitoring experiment - è stato progettato da ricercatori tedeschi, belgi, francesi, olandesi, inglesi, italiani e americani. Una cinquantina di scienziati quotidianamente seguiranno le informazioni che ci invierà. A parte lo strumento Gome, che è nuovo, «Ers 2» è il gemello di «Ers 1», un satellite che ha fatto fare alle scienze della Terra un grande balzo in avanti. Queste navicelle hanno inaugurato il «telerilevamento attivo»: non ci si accontenta più, come con i «Landsat» americani, di studiare l'ambiente terrestre tramite le radiazioni infrarosse o ottiche che riflette; con un radar «Ers» invia microonde sulle regioni terrestri che sorvola: tra l'emissione del segnale e la ricezione della sua eco, il satellite si sposta in orbita di 800 metri, ed è come se la sua antenna Sar (radar ad apertura sintetica) avesse appunto questo diametro; ne deriva la capacità di vedere al suolo particolari di 30 per 30 metri e in casi speciali anche di 4 per 20. Ogni secondo il Sar produce 105 milioni di informazioni elementari: 5600 pagine dattiloscritte! L'altimetro radar misura anche variazioni del livello del mare o del suolo di pochi centimetri. E' grazie a questi rilievi che «Ers 1» ha potuto tenere sotto controllo i 500 vulcani attivi sparsi sul globo e gli spostamenti della crosta terrestre che sono causa (e conseguenza) dei terremoti. Tra le zone osservate c'è quella del Vesuvio e dei Campi Flegrei, vicino a Napoli: a Pozzuoli il suolo sta di nuovo sollevandosi, un dato inquietante per chi cerca di prevedere il comportamento dell'area vulcanica su cui sorge Napoli. A «Ers 2» e al suo predecessore ha dato importanti contributi l'industria italiana Alenia. Il satellite pesa 2516 chilogrammi, è alto quasi 12 metri e ha pannelli solari di 12 metri per 2 e mezzo. L'antenna Sar misura 10 metri per 1. Costo: 550 milioni di Ecu. Cioè circa 700 miliardi di lire. Piero Bianucci


Il timer Alaska Innesca le ere glaciali
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: GEOGRAFIA E GEOFISICA, AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, AMBIENTE
NOMI: MCADOO DAVID, LAXON SEYMOUR
ORGANIZZAZIONI: MULLARD SPACE SCIENCE LABORATORY
LUOGHI: ITALIA

L'ALASKA, spostandosi da Nord verso Est e andando quasi a chiudere l'ampio canale che metteva in comunicazione il Pacifico con il Mare Artico, diede avvio, circa 130 milioni di anni fa, alle grandi glaciazioni che hanno profondamente modellato l'emisfero settentrionale del nostro pianeta. E' questa l'ipotesi avanzata da Seymour Laxon, del Mullard Space Science Laboratory di Londra, e da David McAdoo del laboratorio di geoscienze della Noaa, sulla base delle rilevazioni di «Ers-1», il primo satellite europeo per studi sull'ambiente. Il satellite ha confermato quella che era solo un'ipotesi teorica sulla quale i geologi lavoravano senza successo da trent'anni: il fondo del Mare di Beaufort, tra le isole canadesi e la costa Nord dell'Alaska, è attraversato da una «zona di espansione», cioè una linea di attività vulcanica sottomarina, che fa parte della tettonica globale della Terra. Per effetto di essa l'Alaska, che era orientata verso Nord, è scivolata verso Sud-Ovest, e solo dopo aver compiuto un'ampia rotazione si è riattaccata al continente americano in corrispondenza di quella che allora era la costa Ovest del Canada. L'esplorazione dei fondali oceanici, dopo la fase pionieristica dello scandaglio dalle navi, si è svolta grazie al sonar, un «radar» marino che è in grado di penetrare nell'acqua e che viene riflesso dal fondale; in questo modo si è individuata quella dorsale medio-oceanica che costituisce il motore dei movimenti tettonici che da un unico mega-continente, la Pangea, ha portato ai continenti attuali e lentamente continua a modificarli. Ma nè lo scandaglio nè il sonar avevano potuto trovare applicazione nell'Artico a causa della calotta di ghiaccio. Più recentemente è entrato in campo il radar. Questo non ha la capacità di penetrare in acqua; ma si è scoperto che gli oceani riproducono in superficie le forme del fondo, il quale, in corrispondenza delle montagne sottomarine, presenta un rilievo che va da qualche decimetro fino a qualche metro. Basta quindi misurare con il radar-altimetro il livello degli oceani per ottenere l'immagine del fondo. Questa tecnica, nonostante alcune difficoltà aggiuntive create dal ghiaccio, ha funzionato anche per l'Artico, rivelando sul fondo del Mare di Beaufort la frattura che ha provocato lo scostamento dell'Alaska. Secondo Seymour e McAdoo nei 250 milioni di anni che precedettero questo evento non esistono segni di grandi glaciazioni; ne deducono che doveva esistere un meccanismo di regolazione naturale che impediva alla glaciazione di innescarsi: un afflusso di acqua temperata da Sud verso il mare polare. La deriva dell'Alaska avrebbe messo in crisi questo meccanismo ostruendo, o quasi, quello che è oggi lo Stretto di Bering tra il continente americano e la Siberia; ampliando gli effetti delle variazioni di illuminazione della Terra dovute alle variazioni della posizione del nostro pianeta rispetto al Sole (teoria astronomica di Milankovich), ciò avrebbe innescato l'imponente fenomeno delle glaciazioni. Vittorio Ravizza


INDUSTRIA & RICERCA «Noi, crocevia di sviluppo» Garaci: il Cnr fa sposare impresa e accademia
AUTORE: LUCIANO SERGIO
ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA, RELAZIONI, INDUSTRIA, LAVORO, TECNOLOGIA
PERSONE: GARACI ENRICO
NOMI: GARACI ENRICO
ORGANIZZAZIONI: CNR CONSIGLIO NAZIONALE DELLA RICERCA, ZIC, FIAT
LUOGHI: ITALIA

L' ha vista la Zic? Bene, credo che sia un esempio concreto molto convincente delle grandi prospettive che può avere la cooperazione tra il Cnr e l'impresa privata». Enrico Garaci, presidente del Consiglio nazionale per le ricerche (Cnr) è molto soddisfatto. E' reduce dal Salone dell'auto di Ginevra, dove insieme con la Fiat ha appena presentato appunto la Zic, «Zero impact car», prototipo avanzatissimo di automobile elettrica dalle prestazioni di assoluta avanguardia: un'autonomia sui 200 chilometri, solo 5 ore per la ricarica, velocità massima di 100 chilometri orari e portata di 340 chili per quattro posti ne fanno la prima macchina realmente competitiva, per le esigenze della circolazione urbana, con le vetture a combustione. Perché questo vostro impegno a fianco di Fiat? «Perché il Cnr ha scelto di impegnarsi nel progetto finalizzato "Materiali speciali per tecnologie avanzate" convinto di poter perseguire, anche così, un obiettivo di alto rilievo collettivo: la realizzazione di una vettura priva di impatto ecologico. E c'è poi un rilevante aspetto di metodo». Quale? «Che la ricerca pubblica dovrà sempre più strettamente coniugare le proprie competenze scientifiche alle esigenze provenienti dai vari comparti industriali, connesse all'innovazione di prodotto e di processo: la Zic rappresenta un esempio concreto di come la ricerca pubblica sia in grado di recepire correttamente le finalità industriali». Ma il compito del Cnr non è anche quello di favorire la ricerca scientifica «tout- court», indipendentemente dall'industria? «Il Cnr si trova appunto a metà tra il mondo accademico, con il suo proprio e tipico approccio alla ricerca scientifica, e il mondo industriale. C'è una funzione di generazione di conoscenza dentro il sistema della ricerca accademica che rivendichiamo con convinzione, e cerchiamo di esercitare al meglio, perché non siamo soltanto smistamento di ricerca pubblica; e poi c'è una forte nostra integrazione con la ricerca industriale». Torniamo al caso Zic: può farci un bilancio tecnologico-scientifico dell' iniziativa? «Delle questioni di metodo le ho detto, ma vorrei aggiungere che il modello della nostra collaborazione con Fiat dimostra che la diffidenza di un tempo tra ricerca accademica e ricerca industriale non c'è più, o quanto meno si è molto ridotta. Quanto agli aspetti scientifici del caso Zic, sottolineo volentieri che abbiamo studiato materiali straordinariamente innovativi per il corpo dell'auto. C'è, per esempio, una struttura di alluminio con il pianale in materiale composito polimerico del tutto inedita. E in più la collaborazione Fiat-Cnr ha consentito di arrivare alla realizzazione del prototipo in appena 24 mesi». E ora? «Ora andremo avanti. La Zic, che pure raggiunge prestazioni ottime, è comunque un modello di partenza. La nuova frontiera è l'auto ibrida». Quindi non è un'esperienza conclusa, questa dell'auto a basso impatto ambientale? «Tutt'altro. Inquinamento atmosferico e acustico sono problemi nevralgici per il futuro della nostra vita sociale, e risolverli è appunto compito della ricerca applicata nel campo automobilistico». Ma intanto come può il Cnr tenere il passo dei suoi compiti istituzionali e adattare la sua struttura alle mutate esigenze del mercato? «Da quando, nel febbraio '93, sono stato nominato presidente, ho sempre difeso la validità del Cnr come ente unitario. E' giusto avere un ente che sovraintende a tutte le discipline. Nel frattempo, però, abbiamo anche puntato decisamente sull'innovazione dei criteri della nostra contabilità e su una nuova vitalità, per così dire commerciale, del Cnr». E continuerete su questa linea? «Sì, abbiamo bisogno di poterci espandere a fronte di questa aumentata vitalità: negli ultimi due anni abbiamo incrementato i contratti europei. Molto spesso c'è incompatibilità tra domanda e offerta di ricerca. Questa impasse può essere virtuosamente superata con i progetti finalizzati. E forse, considerata anche l'attuale ristrettezza del momento economico, il Cnr può essere il collante più giusto per questo non sempre facile incontro tra domanda e offerta di ricerca scientifica». Domanda e offerta anche con i privati? «Certamente, soprattutto con loro e tra loro e le università. Il Cnr e l'industria devono ognuno occupare un loro ruolo ben distinto ma nella massima collaborazione: mettersi insieme applicando metodologie compatibili su vari settori significa poter risolvere molti problemi». Sergio Luciano


INTERNET Così la Rete vi porta al Polo Nord
AUTORE: MERCIAI SILVIO
ARGOMENTI: INFORMATICA, ELETTRONICA
LUOGHI: ITALIA

LO spirito di Internet: Vi ctor Borras, un iscritto alla lista WIN3-L (che è ovviamente dedicata a Windows: l'indirizzo è ListervUI CVM.UIC.EDU e il messaggio subscribe WIN3-L Nome Co gnome) lo descive così: «E' vero che l'America è stata la capitale dell'importanza del capitale, di modo che quello che si impara ben presto nella vita è che non si ottiene nulla se non pagando. Ma non c'e"'unione" più grande di quella costituita dal dare gratuitamente senza aspettarsi nulla in cambio. Internet è il luogo in cui possiamo esprimerci liberamente, in cui possiamo liberamente mettere a disposizione degli altri ciò che abbiamo e attendere liberamente quello che può venirci in contraccambio». Le lettere. Si parla molto del pericolo che Internet si trasformi in una droga per i suoi navigatori: non è in discussione il comportamento di quanti trovano l'esperienza affascinante e la preferiscono, per esempio, alla televisione, ma di quanti finiscono con il tralasciare i propri interessi e i propri affetti, la capacità stessa di pensare annegandosi nelle possibilità infinite della rete. Un pericolo reale, che però ritengo venga spesso ad arte enfatizzato: dopo tutto Internet, proprio per la sua intrinseca libertà, è un insulto frontale a chi ritiene, in un modo o nell'altro, che le persone vadano guidate e protette nelle esperienze loro disponibili. Così risponderei al lettore Mirko Pramparo, che, tra l'altro, scrive: «Il ventaglio di possibilità che offre Internet è talmente vasto che chi vi entra senza uno scopo preciso ne rimane impigliato. Internet, a mio parere, è un altro tentacolo del consumismo». Mailing List. Riprendiamo il discorso dalle puntate precedenti e chiudiamo la telenove la. Dunque: il file prelevato da un server viene decodificato con Wincode, e per prelevarlo si può usare il servizio postale del Bitftp. Ma come si fa a sapere quali programmi sono a disposizione e come si chiamano e dove sono? Le due più grandi raccolte di software (qualche milione di programmi!) sono quella del Cica (Center for In novative Computer Applica tions, Indiana University, Bloomington, Indiana) e quella nota come SimTel - the Coast to Coast Software Repository: mantengono entrambe delle liste postali che vi informano delle novità: per iscriversi, l'indirizzo della prima è LISTSER VUBVM.CC.BUFFALO.EDU e il messaggio SUBSCRIBE CI CA-L Nome Cognome, quello della seconda listservSim Tel.Coast.NET e il messaggio subscribe msdos-ann. Gli indirizzi. La spedizione al Polo Nord di Will Steger è documentata ampiamente a: go pher://gopher.igc.apc.org scegliendo successivamente i menu Organizations on the IGC Networks e poi International Artic Project. La cucina familiare (italiana) di Internet è presentata da Ragu (!) e si chiama Mamàs Cucina: un sacco di informazioni e curiosità, una collezione di ricette del nostro Paese, articoli sull'arte e la letteratura italiana e lezioni di lingua con il Professor Antonio. Il tutto a: http://www.eat.com/ Pagine Internet. «Che cos'è che gli uomini fanno in piedi, le donne da sedute e i cani su tre zampe? No, non quello che avete pensato. Ma invece: stringere la mano». (James, Bologna per la Lylès Joke Boutique). Per finire. Vi ricordo gli indirizzi: via snail mail (cioè posta normale, ma alla lettera significa «posta lumaca» ed è la terminologia usata dagli americani su Internet per designare il loro servizio posta - e chissà come dovremmo chiamarlo noi!) indirizzate a:«La Stampa - Tuttoscienze», via Marenco 32, Torino; via e-mail a tuttoscienze lastampa.it. Silvio A. Merciai


RICERCATORI IN DIFFICOLTA' Anche lo scienziato bolli la cartolina Trend preoccupante: più burocrazia e meno finanziamenti
Autore: MAIANI LUCIANO

ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA, FINANZIAMENTO, STATO, LAVORO, SCIENZA
NOMI: RUBBIA CARLO, LEVI MONTALCINI RITA
ORGANIZZAZIONI: CNR, ENEA, INFN
LUOGHI: ITALIA

TUTTI sanno che in Italia si spende poco per la ricerca - circa l'1, 3 per cento del prodotto interno lordo, la metà rispetto agli altri Paesi avanzati - e che abbiamo pochi ricercatori (la metà della Francia, per fare un caso calzante). Ma è anche noto a tutti che esistono individualità, scuole o intere aree di grande valore internazionale. Per restare alle cose che conosco, la partecipazione alla recente scoperta del quark top, o l'affermazione del Laboratorio del Gran Sasso, diventato in pochi anni il terzo laboratorio europeo per volume di interscambio con gli Stati Uniti, sono i primi esempi che vengono alla mente. Su questi esempi si può costruire, per allargare le aree di eccellenza e per ampliare lo scambio di innovazione tecnologica tra ricerca di base, industria e società civile. Purtroppo però negli ultimi anni abbiamo assistito a fenomeni che vanno esattamente nella direzione opposta: l'erosione continua dei finanziamenti e, cosa forse ancor più preoccupante, l'aumento della pressione burocratica sulla ricerca, con la tendenza ad assimilarla a una qualsiasi attività amministrativa dello Stato. Sul primo aspetto, è sufficiente ricordare che, negli ultimi sei mesi, il bilancio dei maggiori enti di ricerca - Cnr, Enea, Infn - è stato ridotto prima del 5 per cento e poi, con l'ultima manovra economica, di un altro 3 per cento. Detratte le spese del personale e tenuto conto della svalutazione della lira (molte spese per la ricerca si devono fare all'estero), questo equivale a una riduzione secca, in corso d'opera, del 15-20 per cento sui fondi a disposizione per quest'anno. Se includiamo la notevole riduzione dello stanziamento all'Enea, abbiamo una perdita di 300 miliardi per i tre maggiori enti di ricerca, su poco più di 2000 miliardi di stanziamento globale. Quanto al secondo aspetto, voglio citare due casi che mi sembrano particolarmente emblematici. Il primo è un esempio indicativo delle linee di tendenza, il secondo un fatto recente, dalle conseguenze potenzialmente disastrose. L'esempio riguarda la nuova normativa per i concorsi dello Stato. Le regole prevedono, tra l'altro, la limitazione della Commissione a tre membri e l'attribuzione del ruolo di presidente a un magistrato o a un dirigente generale. Non discuto l'utilità delle norme per i grandi concorsi di ammissione all'amministrazione dello Stato. Ma l'estensione ai concorsi per ricercatori o tecnologi mi sembra di dubbia utilità. Inoltre in alcuni casi, e penso ai concorsi per dirigente di ricerca o dirigente tecnologo, la limitazione del numero dei commissari ridurrebbe gravemente le competenze presenti nella commissione, necessarie per valutare candidati che provengono da specializzazioni diverse. Ed ecco il secondo caso. Una norma generale, introdotta nella legge finanziaria per il 1995, richiede che l'osservanza dell'orario di lavoro sia controllata, per i dipendenti dello Stato, «con metodi obiettivi ed automatici». Di nuovo, non metto in dubbio l'utilità della norma in sè, ma è la sua applicazione al mondo della ricerca che appare, fuori di ogni dubbio, inutile e anzi nociva. Non a caso il controllo dell'orario di lavoro è una pratica sconosciuta negli enti di ricerca europei (Cnrs in Francia, Max Planck Institut in Germania) e in quelli internazionali (Cern di Ginevra), dove è privilegiata la valutazione dei risultati conseguiti, a tutti i li velli di personale. Da noi, almeno per il momento, la regola ha prodotto il paradosso di un ministro-scienziato che è costretto a ordinare a un presidente, altrettanto scienziato, di mettere il cartellino ai fisici nucleari. Si dirà: ma perché mai i ricercatori debbono avere uno stato speciale? Sono forse tutti dei Rubbia o delle Levi-Montalcini? Ragioniamo su un ricercatore al primo impiego. Con ogni probabilità, è stato tra i laureati più brillanti del suo corso. Poi è stato selezionato per il dottorato di ricerca e per una borsa post-doctoral. Quindi, verso i 28-30 anni, ha vinto un concorso nazionale. Per perfezionare le sue conoscenze, quando lo assume, lo Stato ha già investito su di lui centinaia di milioni e altri ne investirà per finanziare le sue ricerche. E' ragionevole sostenere che l'erogazione del suo stipendio sia condizionata al numero di ore lavorate? Il problema dei ricercatori degli enti non è quello dell'assenteismo ma, semmai, un problema di motivazione. La motivazione alla ricerca, che richiede tensione e competitività, può avere alti e bassi e diminuire nel tempo. I ricercatori sono potenzialmente un grande serbatoio di energie e competenze professionali, che potrebbero essere impiegate nei dottorati, nella consulenza agli organi dello Stato, nel trasferimento di innovazione all'industria. Dopo un incidente ferroviario, un incendio, o un disastro simile, le autorità sono sempre ansiose di rispondere alla domanda: com'è potuto accadere? In questo caso posso identificare almeno tre motivi. In primo luogo, i ministri dell'Università e della ricerca che sono succeduti a Ruberti hanno privilegiato la cura dell'Università, senza proteggere adeguatamente gli enti di ricerca dall'invadenza della burocrazia. In secondo luogo, la tendenza a dare autonomia scientifica, organizzativa e contabile agli enti di ricerca, un processo iniziato da Ruberti e culminato con la legge n. 168/89, si è arrestata e la legge stessa è stata in gran parte disattesa. Infine, la riforma dell'amministrazione pubblica compiuta con il Decreto Legislativo n. 28/93 ha riportato gli enti di ricerca nell'ambito dell'amministrazione dello Stato, con gli effetti che abbiamo appena visto. Che fare? Ci sono almeno due appuntamenti per una inversione di tendenza quanto mai necessaria. 1) Il nuovo contratto del settore ricerca: potrebbe trovare spazi per un'organizzazione del lavoro che tenga conto della specificità degli enti di ricerca, primo fra tutti il clima di competizione internazionale in cui si svolgono le attività, che richiede snellezza e autonomia a tutti i livelli del personale. 2) La legge finanziaria 1996: una iniezione di denaro fresco nel sistema ricerca dell'ordine di quanto sottratto quest'anno, somma trascurabile rispetto alle manovre economiche in corso, metterebbe in moto nuove energie e darebbe un segnale positivo al Paese. E' un provvedimento già suggerito al ministro Podestà in occasione della legge finanziaria 1995. Il ministro Salvini pochi giorni fa ha proposto autorevolmente proprio su questo giornale il rilancio della ricerca nelle Università. Al ministro, che si sta muovendo con energia e competenza, non può sfuggire la necessità di strumenti nuovi anche per gli enti di ricerca: gli chiediamo di agire da par suo per scongiurare una nuova fuga di cervelli dal mondo della ricerca e fermare il declino scientifico del nostro Paese. Luciano Maiani Presidente dell'Istituto nazionale di fisica nucleare


IN BREVE Quattro nuovi parchi nazionali
ARGOMENTI: ECOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

Il ministro dell'ambiente Baratta ha reso operativi dall'11 aprile quattro nuovi parchi nazionali: Gran Sasso - Monti della Laga, Maiella, Vesuvio e Cilento - Vallo di Diano. Vanno ad aggiungersi agli altri 8 parchi previsti dalla Legge 394 del 1991. Ai nuovi parchi nazionali sono stati assegnati complessivamente finanziamenti per oltre sette miliardi.


IN BREVE Eso: protestano gli astronomi
ARGOMENTI: ASTRONOMIA
LUOGHI: ITALIA

La vetta del monte Paranal, sulle Ande, è stata concessa dal governo cileno agli astronomi dell'Eso, Osservatorio australe europeo, al quale partecipa anche l'Italia. La montagna è però ora rivendicata da un privato ed è in corso una causa legale. Nei giorni scorsi un funzionario della Corte cilena accompagnato da militari è entrato a forza negli uffici dell'Osservatorio, in violazione dello statuto internazionale dell'Eso. Riccardo Giacconi, direttore generale Eso, si sta adoperando per risolvere la contesa legale che mette a rischio il Very Large Telescope, un insieme di 4 telescopi da 8 metri ciascuno che sarà nel 2000 il più potente strumento ottico del mondo.


IN BREVE Anfibi e licheni in mostra a Torino
ARGOMENTI: ETOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

Anfibi e licheni hanno una cosa in comune: l'ambiguità. Gli anfibi perché sono una via di mezzo tra i pesci e gli animali terrestri, i licheni perché sono il risultato della simbiosi di un fungo e di un'alga. A questi due curiosi mondi biologici è dedicata una mostra che rimarrà aperta dal 22 aprile al 15 ottobre presso il Museo regionale di scienze naturali di Torino. Per informazioni: 011-432. 3061.


IN BREVE Oltre mille auto in un Cd-Rom
ARGOMENTI: ELETTRONICA
LUOGHI: ITALIA

L'Editoriale Domus entra nel mondo della multimedialità pubblicando un Cd-Rom che, approfittando della banca dati del mensile «Quattroruote» riporta tutte le informazioni riguardanti ben 1400 auto attualmente sul mercato. Per informazioni: 02-824.721.


IN BREVE «Pianeta Terra» da vedere a Milano
ARGOMENTI: ECOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

Fino al 2 luglio rimarrà aperta a Milano, nel parco dei giardini pubblici di via Palestro la mostra didattica gratuita «Pianeta Terra» , organizzata dalla Du Pont con il Comune e il Museo di storia naturale. Per informazioni: 02-25302.363.


AGGRESSIVITA' Sì, mangio i miei figli Sono più di mille le specie cannibali
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ETOLOGIA, ZOOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

SOLO l'uomo ammazza i suoi simili. Tutti gli altri animali trovano modo di incanalare l'aggressività verso i compagni di specie su binari inoffensivi. Questa la tesi di Konrad Lorenz. Guardate i lupi - dice il padre dell'etologia - quando due rivali combattono, non appena si profila la supremazia di uno di loro, l'altro si sdraia supino ai suoi piedi in atto di sottomissione, come se dicesse: «Riconosco che sei più forte. Mi arrendo». E il vincitore gli concede generosamente la grazia. Qualcosa di simile avviene quando due serpenti velenosi combattono. Si guardano bene dal mordersi a vicenda. Si limitano a fronteggiarsi con la parte anteriore del corpo eretta, dandosi vigorosi colpi di testa, finché il più debole non rinuncia a quella sorta di braccio di ferro. La lotta diventa così un rito, un torneo cavalleresco, una semplice prova di forza, non sfocia mai nell'assassinio. Ma allora come la mettiamo con la mantide femmina, che si sgranocchia il marito mentre lui la feconda? O con la formica regina che si mangia la prima covata di uova? O con i ragni e gli scorpioni che si divorano allegramente tra loro? Fino a qualche tempo fa la risposta era che questi fatti sono assolutamente anomali, patologici addirittura. A un certo punto però abbiamo dovuto aprire gli occhi di fronte alla scoperta che gli assassinii intraspecifici non sono affatto casi sporadici in natura, ma si riscontrano invece assai di frequente. L'americano Gary A. Polis si prende la briga di fare un censimento delle specie in cui questo fenomeno si verifica e scopre che lo si trova presente in almeno 1300 specie diverse, dagli insetti ai mammiferi. Altro che fatto sporadico! Si scopre inoltre che lo scotto più elevato lo pagano generalmente i piccoli. I maschi dei leoni, degli entelli (le scimmie sacre dell'India), delle scimmie urlatrici, dei topi, per poter trasmettere i propri geni, si mangiano i piccoli, figli dei rivali. In tal modo si possono accoppiare con le femmine, indisponibili finché c'erano i cuccioli da allattare. Lo spinarello, il pesciolino ben noto per le sue doti di seduttore, è anche lui un cannibale. C'è però una differenza tra i due sessi. Il maschio si mangia sia le uova proprie sia quelle di altre specie, senza discriminazione alcuna. La femmina invece sembra che riconosca le uova proprie perché evita di mangiarle. Martha Crump, dell'Università della Florida, che ha studiato per quindici anni gli anfibi delle regioni tropicali d'America, ha trovato che l'infanticidio è praticato in grande stile anche dai girini delle rane dei prati. Anzi, sarebbe più esatto parlare di «ovofagia» visto che i girini banchettano allegramente con le uova della loro stessa specie. Quale vantaggio ne ricavano? Per rispondere, la Crump va in Costa Rica per studiare da vicino il comportamento delle rane dei prati e dei loro girini. Dopo le grandi piogge, centinaia di piccoli maschi compaiono misteriosamente nelle pozzanghere e tutti gracidano a squarciagola per attirare le femmine. Il giorno dopo queste arrivano e allora ha inizio un'orgia sfrenata. C'è grande competizione, perché il rapporto numerico tra maschi e femmine è di due a uno. Niente di più facile che una dozzina di maschi si contendano la medesima femmina. Come Dio vuole si formano le coppie. Il maschio in groppa alla compagna la abbraccia vigorosamente stimolandola a far uscire le uova. Perché va detto che, nonostante le apparenze facciano pensare ad un vero e proprio accoppiamento, la fecondazione negli anfibi avviene esternamente. Il maschio cioè feconda le uova irrorandole di sperma solo dopo che sono uscite dal corpo femminile. Ecco infatti che lei incomincia a emettere il nastro gelatinoso che ne contiene centinaia. Però si sposta man mano in modo da deporne un po' qua, un po' là, in posti diversi. In questo modo riduce la probabilità che l'intera covata finisca nelle fauci di un predatore. Entro un paio di giorni le uova si schiudono e se tutto va bene i girini compiono il loro sviluppo e si trasformano in ranocchiette nel giro di cinque o sei settimane. La stagione delle piogge è imprevedibile. Alle volte la pioggia cessa, le pozzanghere si asciugano e decine di migliaia di girini muoiono. Ma se la pioggia continua, nelle piccole pozzanghere c'è una spietata concorrenza tra quella folla di girini per accaparrarsi il cibo necessario. Quando c'è poco da mangiare, il cannibalismo diventa un espediente molto utile per sopravvivere. Spesso succede che altre specie di rane depongano le uova nelle stesse pozzanghere. Perché mai, si chiede la studiosa, i girini affamati preferiscono mangiarsi le uova o i fratelli della loro stessa specie e non quelli delle altre? E ricorre al laboratorio. Divide i girini in due gruppi. Uno viene alimentato con uova e girini della stessa specie, l'altro con uova e girini di specie affini. Il risultato è quanto mai sorprendente. Al momento della metamorfosi, i girini diciamo così cannibali si trasformano in rane sensibilmente più grosse rispetto a quelle che si sviluppano dai girini non cannibali. Quindi il cannibalismo rende. Essere più grossa significa molto per una rana. Vuol dire avere la bocca più grande e poter disporre di un più ampio raggio di prede, significa raggiungere più presto la maturità sessuale, significa poter contenere un maggior numero di uova, se si è femmina. L'infanticidio si rivela dunque una pratica assai diffusa nel mondo animale. Ma quando viene praticato per ragioni alimentari, gli etologi non lo considerano più un assassinio. Preferiscono chiamarlo predazione. L'adulto affamato considera il piccolo alla stregua di una preda atta a soddisfare il bisogno fisiologico di cibo. Una formula assolutoria che ci fa sentire gli animali meno in contraddizione con i nostri principi etici. Isabella Lattes Coifmann


FORSE UN FALSO SCIENTIFICO Ma chi è stato il primo Aids?
Autore: BOZZI MARIA LUISA

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, GENETICA, RICERCA SCIENTIFICA
NOMI: CARR DAVID, MYERS GERALD, CORBITT GERALD, BAILEY ANDREY, WILLIAMS GEORGE
LUOGHI: ITALIA

UN risultato manipolato per acquistare fama in campo scientifico, o una frode protratta per scopi poco chiari? Il primo caso di Aids del mondo, riconosciuto in un marinaio morto a Manchester nel 1959, è un falso: grazie alle moderne tecniche di analisi del Dna, il virus è risultato essere una forma del 1990, e così pure il tessuto umano dal quale è stato estratto, mentre non c'è traccia dell'infezione virale nei resti mortali del marinaio. Un giallo avvincente, raccontato dal quotidiano inglese The Independent del 24 marzo, ma drammaticamente serio. Il caso del marinaio di Manchester era la prova più consistente contro l'ipotesi che l'origine dell'Aids sia da collegare con le prime massicce campagne di vaccinazioni antipolio condotte in Congo tra il 1957 e il 1960. L'uomo, che alla fine del '57 aveva terminato il servizio militare presso la marina britannica, durante il quale si era recato a Gibilterra e di qui forse in Africa (questo fatto è controverso), doveva avere contratto l'Aids prima di quelle campagne e dunque il virus era preesistente. Ora la storia dell'Aids deve essere riscritta, mentre questa sua ipotetica origine riacquista valore sullo sfondo sinistro di un possibile imbroglio. Il marinario i cui resti mortali sono al centro di questo giallo si chiamava David Carr e morì nell'ospedale di Manchester il 31 agosto 1959, all'età di 25 anni, dopo otto mesi di una malattia misteriosa i cui sintomi comprendevano insufficienza respiratoria, sudori notturni, debolezza, perdita di peso, ulcere e lesioni epidermiche di colore bruno. La diagnosi ufficiale della morte fu polmonite da Pneumocystis carinii, complicata da infezioni virali a carico delle cellule polmonari. Tuttavia la sintomatologia dai tratti così misteriosi indusse il patologo che eseguì l'autopsia, il dottor George Williams, a includere in paraffina un numero di campioni di tessuto superiore a quello normalmente richiesto dalla prassi, e a scrivere insieme agli altri due medici dell'ospedale coinvolti nel caso un breve resoconto che venne pubblicato sulla prestigiosa rivista inglese Lancet il 20 ottobre 1960. Ma negli Anni 80 negli ambienti degli omosessuali americani ed europei incominciò a diffondersi una patologia caratterizzata dalla stessa sintomatologia di quella che portò il marinaio di Manchester alla morte. Era l'Aids: poteva essere questa la misteriosa malattia di David Carr? I tre medici posero la domanda su Lancet nel 1983 e l'eco che la loro nota provocò li incoraggiò a proseguire le indagini. Se questi avvenimenti costituiscono l'antefatto, quelli che seguono sono materia del giallo. I frammenti degli organi inclusi in paraffina del povero marinaio contenevano la risposta all'enigma, ma soltanto alla fine degli Anni 80 fu possibile eseguirne l'analisi in modo adeguato, con la messa a punto della Polymerase Chain Reaction (PCR), una reazione capace di amplificare minute porzioni di Dna, così che la struttura della molecola può essere analizzata nei minimi dettagli. Le analisi furono compiute nel laboratorio di virologia dell'ospedale di Manchester dal dottor Gerald Corbitt e dal suo assistente Andrey Bailey. Sapendo che nella PCR possono essere amplificati tratti di Dna estranei che accidentalmente contaminano il preparato, il test venne eseguito in un laboratorio dove non erano mai state condotte analisi sul virus dell'Aids, i microtomi per le sezioni furono lavati accuratamente con alcol e tutto il personale indossò tute, guanti e copricapo nuovi. Il dottor Williams in persona selezionò sei campioni di tessuto di organi differenti di David Carr e li contrassegnò con un codice segreto. Quindi li inviò al laboratorio insieme ad altri sei di un uomo morto in un incidente stradale nello stesso anno di David Carr, dando il via a un esperimento «cieco» che in teoria lui soltanto era in grado di decifrare. Il risultato dell'analisi con la PCR, ripetuta due volte, rivelò che in quattro campioni su dodici era presente il virus dell'Aids. Corrispondevano al rene, la milza, il midollo osseo e la gola di David Carr. Il mistero della morte del marinaio di Manchester era risolto dopo 31 anni dalla sua morte: era il primo caso di Aids del mondo. La notizia, pubblicata su Lancet il 9 luglio del '90, ebbe risonanza mondiale. Ma i risultati non convinsero tutti. Quei frammenti del virus (nei laboratori di Manchester non furono in grado di analizzare tutta la molecola) erano troppo simili alla forma attuale; mentre è noto che la molecola dell'Aids muta con la straordinaria velocità dell'1% all'anno, ragione per cui una forma del virus del 1959 doveva differire da quelle attuali per il 30% della molecola. Fu Gerald Myers, il più grande esperto mondiale nello studio dell'evoluzione dell'Aids, a sollevare il dubbio e a convincere il professor David Ho, direttore dell'Aaron Diamond Aids Research Centre di New York, a ripetere gli esami. Le prime analisi, condotte sulla molecola isolata nel laboratorio inglese, rivelarono l'intera struttura del virus e Gerald non ebbe dubbi: era tale e quale a una forma di Aids comune negli Anni 90. A questo punto il laboratorio americano chiese di riesaminare i frammenti degli organi di David Carr ed ecco il risultato sconcertante: in essi non c'è traccia di Aids. Ma non solo. Con un esame sofisticato si scoprì che la molecola virale era stata estratta da un altro tessuto, datato 1990, anziché 1959. Il risvolto inquietante di questo giallo è che con questo falso cade una delle prove più consistenti contro l'ipotesi che l'origine dell'Aids fosse da imputare alle prime vaccinazioni antipolio. L'ipotesi poggia su tre elementi. Primo: come è noto da tempo, il virus dell'Aids deriva dalla forma virale Siv capace di provocare una malattia analoga in alcune specie di scimmie. Secondo: reni di scimmie che avrebbero potuto essere portatrici di questo virus potrebbero essere stati usati per la preparazione dei primi vaccini antipolio. Terzo: escludendo il marinaio di Manchester, i primi casi di Aids si verificarono vent'anni fa nelle stesse regioni dell'Africa delle prime vaccinazioni antipolio. Un resoconto dettagliato di questa ipotesi comparve sulla rivista americana Rolling Stone nel 1992, ma l'autore dell'articolo, il giornalista Tom Curtis, e l'editore furono costretti a pubblicare le loro scuse in seguito alla querela da parte dell'Istituto produttore del vaccino, il Wistar di Philadelfia (USA). Ora il caso è riaperto e non è più possibile sostenere che quella ipotesi è priva di importanza. Maria Luisa Bozzi


PIANTE ORNAMENTALI Come ti costruisco un bel giardino Una mostra con le varietà più nuove, anche nei colori
Autore: ACCATI ELENA

ARGOMENTI: BOTANICA
LUOGHI: ITALIA

L'INTERESSE per le piante ornamentali ha ormai conquistato il grande pubblico: lo prova anche il fatto che dal 21 aprile al 1 maggio a Torino Esposizioni si terrà una mostra che trasformerà i suoi padiglioni in una spettacolare serra. L'Italia offre una notevole varietà di prodotti provenienti dal florovivaismo, dovuta anche al fatto che i consumi hanno conosciuto un incremento eccezionale in questi ultimi anni, ponendoci al livello delle principali nazioni europee. Tuttavia si tratta di un settore dalla struttura talmente articolata da non trovare riscontro in nessun'altra nazione: gli impianti di produzione, ad esempio, vanno da quelli molto semplici ad altri con informatizzazione integrale (dagli acquisti alla programmazione e gestione della produzione). In questi ultimi decenni sono avvenute considerevoli innovazioni sia per quanto riguarda i prodotti, sia circa i processi produttivi, innovazioni che hanno quasi sempre avuto uno stretto legame con la ricerca. E' stata messa a punto la coltivazione di specie non tradizionali derivanti dalla flora spontanea; di garofani e di rose, gerbere e orchidee di dimensioni sempre più piccole allevate in vaso. Piante da esterno come clematis, acacia, oleandro, ibisco, conifere sono prodotte in serra. Il mercato dispone di nuove cultivar dotate di notevole resistenza a stress biotici e abiotici. Molto è stato fatto per standardizzare trattamenti pre e post raccolta volti a prolungare la vita di fiori recisi e anche di piante da vaso. Nel settore della produzione di materiale propagativo (bulbi, tuberi, rizomi) per il quale l'Italia è sempre stata dipendente dall'estero, esistono unità operative nell'ambito del Consiglio Nazionale delle Ricerche che operano ormai da alcuni anni in particolare sul gladiolo, la fresia, il Lilium e bulbose meno conosciute. I risultati dimostrano che condizioni climatiche favorevoli come quelle esistenti in Italia consentono di ridurre il ciclo produttivo e che alcune tecniche quali l'impiego di fitoregolatori, o dosi particolari di elementi minerali o quantità diverse di acqua possono dare luogo alla formazione di bulbi di ottima qualità. E' stato anche messo a punto un sistema assai innovativo per misurare il colore di alcune specie da fiore, ad esempio il gladiolo, colore modificabile mediante la concimazione. Si è lavorato e si lavora intensamente sugli arbusti per quanto riguarda la messa a punto di tecniche che permettano di usarli sempre più nella rinaturalizzazione di scarpate, di aree spartitraffico, di sponde fluviali e in tutte quelle zone ritenute «di scarto» nella città. Il fatto cruciale che condiziona negativamente la ricerca è la ricaduta dei risultati: manca un rapporto organico tra ricercatori e mondo operativo a causa della frammentazione e polverizzazione territoriale e istituzionale della domanda e dell'offerta di ricerca. Nell'ambito della mostra, il 27 aprile, organizzato dal Corso di perfezionamento in «Parchi, giardini e aree verdi» della Facoltà di Agraria dell'Università di Torino, da Torino Esposizioni e dal Premio Grinzane Cavour, si terrà una giornata dedicata al giardino storico. Le relazioni riguarderanno i giardini del 1700 e 1800 del Lazio, della Toscana, del Veneto, della Lombardia e del Piemonte. Seguirà la visita di Villa Agnelli a Villar Perosa. La manifestazione vuole essere un momento di conoscenza e di informazione su un bene di cui il nostro Paese è particolarmente ricco: sono ben quattromila i giardini storici italiani, un patrimonio culturale di inestimabile valore, molto spesso sconosciuto e trascurato. Elena Accati Università di Torino


«APOLLO 13» DOPO 25 ANNI Naufraghi spaziali «Luna perduta», film-verità
Autore: LO CAMPO ANTONIO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
NOMI: LOVELL JAMES, HAISE FRED, SWIGERT JACK
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. Moduli di comando e servizio dell'Apollo (Csm)

LOST Moon: Luna perduta. E' il titolo del film che uscirà tra poco negli Stati Uniti per il 25 anniversario della missione Apollo 13. Diretto da Ron Howard, Lost Moon ha come protagonista Tom Hanks, nei panni di James Lovell, che comandò quell'impresa lunare partita l'11 aprile 1970 alle 13 e 13 ora di Houston. Insieme a Lovell, vi sono Fred Haise e Jack Swigert, anch'essi magistralmente interpretati in un film che è un mixage di immagini di repertorio Nasa e scene ricostruite di recente, tra Cape Canaveral, Houston e l'Oceano Pacifico. Per tradizione il numero 13 non è mai stato considerato un portafortuna negli Stati Uniti, ma alla Nasa ci ridevano sopra: e in effetti per un volo lunare c'era da preoccuparsi di ben altri problemi. Sta di fatto che proprio il 13 di aprile, alle 22,08, esplode il modulo di servizio dell'astronave, che conteneva i sistemi di propulsione, e le celle a combustibile per la produzione di energia. L'esplosione aveva fatto saltare due serbatoi di ossigeno, e a quel punto si poneva il problema di riportare gli astronauti a Terra sani e salvi. A Houston furono momenti d'angoscia e persino di panico: l'unico a mantenere la calma fu proprio Lovell. «State parlando tutti insieme - disse dall'Apollo -. Per favore, cercate di parlare uno alla volta perché non si capisce nulla!». Con Lovell, doveva scendere sulla Luna Fred Haise, pilota del modulo lunare, all'interno del quale gli astronauti si rifugiarono, affidando alla sua angusta e fragile struttura la propria sopravvivenza. «Ricordo di aver sentito la parete del tunnel di collegamento tra Apollo e Lem vibrare - dice Haise, che oggi lavora alla Grummann Aerospace -. L'allarme principale emise un suono stridente nella mia cuffia e Jack Swigert mi urlò che una lampada-spia si era accesa. Continuai ad avanzare nel tunnel per passare dal Lem all'Apollo. Lovell ed io eravamo ormai impegnati a tempo pieno per preparare la discesa sulla Luna, e nel tempo che impiegai per ritornare, uno dei valori della tensione di rete raggiunse il limite inferiore indicato sul voltmetro». Quale fu il suo primo pensiero? «Un sentimento di abbattimento profondo - ricorda Haise -. Il mio primo pensiero fu: "Ebbene, ci siamo giocati l'allunaggio". Non era necessario che guardassi la scheda sul pannello di fronte a me, dov'erano elencate le norme da seguire per inserirsi in orbita lunare. Sapevo che le norme della missione prevedevano che in caso di perdita di una cella di combustibile, la discesa doveva essere annullata. Nessuna orbita lunare, niente discesa, nessuna esplorazione del cratere Fra Mauro. Un'amara delusione personale». Azionando il motore del Lem per la discesa sulla Luna, Haise e Lovell inserirono il «treno spaziale» nella traiettoria di «libero ritorno» verso Terra. Un errore di rotta, anche minimo, avrebbe portato il veicolo a virare il nostro pianeta di 167 mila chilometri, e a perdersi nello spazio. Con il modulo di servizio fuori uso, il modulo di comando (in cui vivevano gli astronauti) era privo di energia e con scorte d'acqua ridotte a 44 ore, mentre il volo di ritorno ne richiedeva 72. «Avevo patito molto freddo in precedenza - dice Fred Haise -, ma non ero mai stato al gelo così a lungo. Questo ha probabilmente contribuito a causare l'infezione al rene che poi mi ha colpito. Le ultime dodici ore prima del rientro sono state terribilmente fredde, tanto da gelarmi fino alle ossa, e durante questo periodo sono dovuto risalire nel modulo di comando. Ci sono volute quattro ore, una volta ritornato nel Lem, prima che smettessi di tremare». Nel pomeriggio di venerdì 17 aprile (l'altra data curiosa), ci fu l'atteso rientro nel Pacifico. Precisa Haise: «Apollo 13 non è stato un fallimento, come spesso si è detto e scritto. Anzi, noi abbiamo considerato la nostra missione un grande successo, quello della cooperazione e del lavoro di gruppo tra la Terra e lo spazio lontano. Senza di ciò non saremmo tornati vivi... Non solo: l'impresa ha contribuito a migliorare le esperienze a livello generale per i voli spaziali di ieri e di oggi». Antonio Lo Campo


MISURE Il metro compie due secoli
Autore: GABICI FRANCO

ARGOMENTI: STORIA DELLA SCIENZA, METROLOGIA
LUOGHI: ITALIA

IL sistema metrico decimale ha appena compiuto due secoli, essendo stato istituito in Francia con un decreto legge il 7 aprile 1795. Fu, in sostanza, il primo tentativo di mettere ordine in un campo dove molti lamentavano la mancanza di campioni sui quali poter confrontare le proprie misure. Già avvertirono questa esigenza Euclide e Tolomeo, mentre Galileo, sperimentando con il piano inclinato, misurava il tempo basandosi sui battiti del suo polso. Ogni Paese aveva infatti le proprie unità di misura e tutto questo complicava comprensibilmente il lavoro degli scienziati. Il problema fu avvertito negli anni della Rivoluzione francese, quando l'Assemblea nazionale, a una apposita commissione della quale fecero parte anche Laplace e Lagrange, chiese di fissare una volta per tutte i campioni di lunghezza e di massa. Su suggerimento della commissione, l'Accademia delle scienze di Parigi adottò il metro, definito come la decimilionesima parte del meridiano passante nei pressi di Parigi, che in precedenza era stato accuratamente misurato. Come unità di massa, invece, venne adottato il kilogrammo, corrispondente alla massa di un decimetro cubo di acqua distillata alla temperatura di circa 4 C (per l'esattezza, 3.98 C). La definizione di metro così stabilita, però, non soddisfaceva i requisiti di precisione richiesti per una unità campione. Il fisico Fortin costruì quindi nel 1799 un regolo di platino a sezione rettangolare (il «metro legale» o metro degli archivi) che però risultò leggermente inferiore al «metro» a causa della tecnologia imprecisa del tempo. Il problema venne risolto solamente il 20 maggio 1875 allorché i rappresentanti di 17 Paesi, dopo aver firmato la Convenzione internazionale del metro, studiarono il problema del «metro campione» che fu stabilito essere di platino (90%) e iridio (10%), lungo 120 centimetri e con una sezione a X. Alle estremità di questa sbarra vennero applicati due gruppi di tre incisioni ciascuna e la distanza fra le incisioni centrali fu assunta come metro a 0 C. Negli Anni 50 l'esigenza di un campione ancora più preciso orientò i fisici verso la fisica atomica riprendendo in realtà una vecchia proposta di James C. Maxwell il quale, nel suo «Trattato di elettricità e magnetismo» (1873), aveva avanzato la proposta, troppo in anticipo sui tempi, di utilizzare come campione la lunghezza d'onda di una delle righe del sodio. E nel 1960 si definì il metro campione 1650763,73 volte la lunghezza d'onda della luce rosso-arancio del Krypton 86 durante la transizione da due determinati livelli energetici (dal 2p10 al 5d5). Nel 1983 la Conference generale des poids et mesures ha adottato una ulteriore definizione di metro connessa alla velocità della luce nel vuoto: «Il metro è la distanza percorsa nel vuoto dalla luce nell'intervallo di tempo di 1/299792458 s». Franco Gabici


STRIZZACERVELLO
ARGOMENTI: GIOCHI
LUOGHI: ITALIA

Sette monete per una stella Sette monete devono essere collocate su sette degli otto vertici della stella in modo che ogni moneta venga posta su una linea libera, ossia una linea ai cui estremi non ci siano altre monete. Ad esempio, possiamo partire con una moneta sul vertice 1 e bloccare le linee 1-4 e 1- 6, con una moneta sul vertice 2 bloccare le linee 2-5 e 2-7, con la moneta su 3, le linee 3-6 e 3- 8, con la moneta su 4, la linea 4- 7 e con la moneta su 5, la linea 5-8. A questo punto non ci sono più linee libere, e siamo fuori gioco perché abbiamo collocato soltanto cinque delle sette monete previste. Qual è la strategia da seguire per riuscire a collocare tutte e sette le monete? La risposta domani, accanto alle previsioni del tempo.


LA PAROLA AI LETTORI Barba: segno di barbarie o di civiltà?
LUOGHI: ITALIA

QUANTE contestazioni, alla lettera che mette in relazione barba e barba ri! Eccone un paio: E' un errore far risalire il termine «barbaro», attribuito dai romani e dai greci a tutti gli altri popoli, all'usanza di non tagliare la barba. Tale parola, di origine ellenica, vuol dire «balbuziente», perché tali sembravano ai greci gli stranieri quando parlavano. Michele Berionne, Roma In greco, barba si dice pogon, termine che non è in alcun modo collegato a barbaros. Solo in latino i due sostantivi barba e barbarus hanno una radice comune. E' però possibile che barba derivi da barbarus, in base al fatto che i romani consideravano la barba lunga un segno di inciviltà. I protagonisti della storia greca, invece (Platone, Aristotele, Omero, Socrate, Sofocle e così via) portavano quasi tutti la barba. Emanuele Ruggerone, Novara Perché i primi fiori della pri mavera sono gialli? Non è vero che i primi fiori sono soltanto gialli. Il Dente di Cane, ad esempio, che fiorisce da febbraio ad aprile, è di colore viola tenue; il bucaneve (febbraio) è bianco; il mandorlo (febbraio) ha fiori bianchi o rosati. Inoltre, tranne a volte il calice, le parti del fiore non sono fotosintetizzanti e devono la loro colorazione non solo ai carotenoidi, ma molto spesso a flavoni (bianco- giallo) e antociani (rosso-viola) e alle loro combinazioni. Per finire, non è vero che le piante superiori attuano inizialmente la fotosintesi con i carotenoidi, perché questi sono solo pigmenti accessori, assieme ad altri, della clorofilla in una particolare conformazione sterica, senza la quale non è possibile la sintesi di nuovo materiale organico. E' vero invece che in alcune specie le foglie si distendono inizialmente povere di clorofilla, la cui sintesi avviene a partire da sostanze già presenti nella pianta e viene stimolata dalla luce. Luca Belmondo, Torino Che cosa provoca il prurito e perché è sufficiente strofinare la parte per estinguerlo? Il prurito è una sensazione cutanea difficile da definire, come sa per esperienza chiunque lo provi. Ha origine nella cute ed è determinato da una leggera ma persistente stimolazione delle terminazioni neurosensoriali superficiali. I fattori stimolanti possono trarre origine all'esterno o all'interno dell'organismo. Si pensa che il meccanismo principale di produzione della sensazione pruriginosa risieda nel rilascio di istamina o di altri mediatori in sede intradermica da parte di particolari cellule, i mastociti, che posseggono scorte di tali sostanze in apposite vescichette intracellulari. Quando esiste una causa localizzata di prurito (come la puntura di un insetto), il rilascio di istamina è dovuto alla sua azione diretta. Il grattamento indotto dalla sensazione di prurito provoca a sua volta una stimolazione persistente di tipo tattile, che maschera, per così dire, l'azione istaminica. Per quanto di sollievo immediato, il grattamento persistente determina generalmente un ulteriore rilascio di istamina e un peggioramento del prurito. E in certi casi può provocare lesioni dermatologiche che possono infettarsi e aggravare la situazione. Gildo Castellini Assisi (PG) Perché la maionese impazzi sce? E perché si riprende, se la si mischia con maionese riuscita? La maionese è un'emulsione i cui costituenti principali sono l'olio e le uova. L'olio è una sostanza apolare, che non si lega con l'acqua. Il tuorlo d'uovo invece contiene lecitina, una sostanza emulsionante che possiede una parte polare e una apolare: la parte polare si lega con l'acqua, quella apolare con l'olio, instaurando in questo modo legami tra acqua e olio. Questi non sono però legami forti: infatti basta che gli ingredienti siano a temperature diverse o che si versi l'olio troppo velocemente perché la maionese impazzisca. Quando alla maionese impazzita se ne aggiunge di riuscita, si introduce altra lecitina, che ripropone nuovi legami. Quella introdotta inizialmente infatti non svolge più la sua funzione. Alberto Passalacqua Acqui Terme (AL)


CHI SA RISPONDERE?
LUOGHI: ITALIA

Q - Dove si trovano i fiori e le foglie più grandi del mondo? Appartengono a una stessa pianta o a piante diverse? Q - E' proprio vero che gli uomini preferiscono le donne bionde? Q - Dove vanno a finire i colpi di arma da fuoco sparati in aria? Non sono anch'essi pericolosi? -------- Risposte a «La Stampa-Tuttoscienze», via Marenco 32, 10126 Torino. Oppure al fax numero 011-65.68.688




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