TUTTOSCIENZE 29 marzo 95


CHI SA RISPONDERE?
LUOGHI: ITALIA

Q. Che cos'è uno tsunami? Q. Perché i fusti crescono verso l'alto e le radici verso il basso? Q. Perché le cose bagnate luccicano? Risposte a «La Stampa-Tuttoscienze», via Marenco 32, 10126 Torino. Oppure al fax numero 011- 65.68.688


LA PAROLA AI LETTORI Liutprando aveva un piede smisurato. O no?
LUOGHI: ITALIA

MA quant'è lungo un piede? Il piede del re Liutprando ha suscitato qualche perplessità. Desidero precisare che il piede, se si considera la misura degli antichi Romani, equivale a centimetri 29.6, mentre se si considera l'attuale misura anglosassone equivale a centimetri 30.48. Il piede del re Liutprando quindi sarebbe stato realmente smisurato, se avesse raggiunto i 52 centimetri. Marco Crosa Caresanablot (VC) La risposta fornita da Massimo Beltrami al quesito se sia possibile mettere in relazione biunivoca i numeri naturali con tutti i numeri decimali è completamente errata: infatti una tale corrispondenza non è possibile. I numeri decimali possono essere messi in corrispondenza biunivoca solo con l'insieme dei numeri reali. I numeri decimali sono divisi in due sottoinsiemi: quello dei numeri decimali periodici (o razionali) e quello dei numeri decimali non periodici (o irrazionali) come con pi greco, sezione aurea, seni, coseni, tangenti, logaritmi, radici. L'insieme di tutti i numeri decimali periodici e non periodici coincide con quello dei numeri reali. Pierfranco Tortora, Torino Vorrei completare le notizie fornite da Michela Vignuta sull'usanza di tagliare o meno la bar ba. Non mi consta che non portarla fosse segno di schiavitù e che ai vinti venisse tagliata. Sono certo invece che nelle formazioni militari romane era obbligatorio per tutti i combattenti non portare la barba per evitare che nei corpo a corpo essa venisse afferrata dal nemico, che in tal modo poteva facilmente sgozzare il barbuto. Inoltre il nome di «barbari» fu dato dai Greci prima e dai Romani poi ai popoli rimasti fuori dalla loro civiltà che portavano la barba, a differenza della maggior parte dei cittadini di tali civiltà di maggiore cultura. Emanuele Pasquino, Torino Perché la neve si presenta sempre in cristalli di forma esagonale? Perché è una idrometeora costituita da cristalli di ghiaccio a forma di aghi o lamelle, che appartengono al sistema esagonale e formano disegni di fine ed elegantissima composizione. Agatino Spoto, Catanzaro Come fa il pulcino a uscire dall'uovo? Al termine del periodo di incubazione il pulcino perfora dall'interno il guscio sfregandovi contro l'estremità del becco, rivestita da una temporanea escrescenza che ha l'unico scopo di permettere al neonato di venire alla luce. Questa protuberanza scompare poco dopo la schiusa. Claudio Arienta, Vicolungo (NO) Perché la pista del circo è sempre rotonda? Perché sin dalle origini venivano rappresentati spettacoli a cavallo (da cui il nome di «circo equestre»), per i quali era necessaria un'arena circolare. Il circo cinese, che non presenta numeri con animali, usufruisce talvolta di palchi rettangolari, simili a quelli dei teatri. Inoltre la pista (che convenzionalmente ha un diametro di 13 metri) assicura una buona visibilità da ogni parte del tendone. Dario Duranti Caselle (TO) La pista rotonda favorisce la guida di animali provvisti di paraocchi e offre una forma di contenimento superiore a quella rettangolare. Raoul Gherra, Torino Quante probabilità di vin cere si hanno giocando un ambo, un terno o una qua terna? Tenendo presente che tutte le settimane vengono estratti cinque dei primi novanta numeri interi e che i casi che si possono presentare sono tanti quante le combinazioni di novanta numeri a cinque a cinque, le probabilità di vincere sono rispettivamente: * con un ambo, 2 su 801 * con un terno, 1 su 11.748 * con una quaterna, 1 su 511.038. Il ciclo equo, cioè il ripetersi dello stesso evento dopo che si sono succeduti settimanalmente tutti gli altri possibili è all'incirca rispettivamente: 1 ogni 8 anni; 1 ogni 226 anni; uno ogni 9.827 anni. Domenico Lucci Torino


STRIZZACERVELLO
ARGOMENTI: GIOCHI
LUOGHI: ITALIA

Ancora numeri di quattro cifre Un numero di quattro cifre è uguale al quadrato della somma del numero formato dalle sue prime due cifre con il numero formato dalle ultime due cifre. Qual è questo numero? Un altro numero di quattro cifre è un quadrato perfetto e le sue prime due cifre formano un numero che sorpassa di un'unità il numero formato dalle ultime due cifre. Qual è questo numero? Le soluzioni domani, accanto alle previsioni del tempo.


LA MORTE DI KOEHLER Il fabbricante di anticorpi
AUTORE: MALAVASI FABIO
ARGOMENTI: STORIA DELLA SCIENZA, MORTE
PERSONE: KOHLER GEORGES
NOMI: MILSTEIN CESAR, KOHLER GEORGES
LUOGHI: ITALIA

QUALCHE giorno fa è morto all'età di 49 anni Georges Kohler, un ricercatore tedesco che nel 1984 aveva diviso giovanissimo con Cesar Milstein il Premio Nobel per la medicina a riconoscimento di ricerche sulla genetica degli anticorpi. La storia in cui Kohler e Milstein si erano inseriti era una delle tipiche sfide che spesso si lanciano in campo scientifico: si voleva prendere una singola cellula producente anticorpi, in qualche maniera costringerla a produrre anticorpi (o immunoglobuline) specifici per il bersaglio scelto e successivamente ottenere un clone immortale di queste cellule. La tecnologia degli Anni Sessanta e degli Anni Settanta non disponeva di strumenti in grado di ottenere questi risultati: allora, come spesso si fa in casi simili, si chiese aiuto e suggerimenti agli esperimenti che la natura compie per conto suo. In patologia umana vi è una malattia, il mieloma o plasmocitoma, che fa sì che una plasmacellula (un linfocita B al termine della sua vita differenziativa), anziché morire come è programmato, continua a vivere e a duplicarsi in cellule figlie tutte uguali a quella che è andata incontro al processo di trasformazione tumorale. Tra le altre caratteristiche che la plasmacellula conserva della cellula da cui deriva, c'è la capacità di produrre un singolo tipo di immunoglobuline dette monoclonali perché totalmente identiche tra di loro. Bisogna inoltre aggiungere che il mieloma è una malattia riscontrabile anche nei topi, nei quali è facilmente inducibile in laboratorio. E qui prende avvio la sfida: gli Stati Uniti, che a quei tempi avevano bilanci illimitati e arroganti sicurezze, decisero di risolvere il problema immunizzando migliaia di topolini con antigeni molto semplici, evocare una risposta immunoglobulinica limitata data la semplicità dell'antigene e quindi indurre trasformazione tumorale dei linfociti sensibilizzati. La speranza, peraltro alquanto ragionevole, era quella di avere una plasmacellula che produceva una Ig specifica, che diventasse un mieloma e quindi fosse dotata di crescita e produzione illimitate. Michael Potter, un ricercatore tuttora operativo, ripeté queste operazioni migliaia di volte: tuttavia con frustrazione notò che nessuna delle linee di mieloma ottenute derivava dalle cellule immunizzate artificialmente. Tuttavia il ricercatore americano riuscì a produrre la più grande collezione di linee di mielomi murini esistente, tuttora insuperata e generosamente messa a disposizione della comunità scientifica internazionale. Dall'altra parte dell'Atlantico, a Cambridge, un ricercatore argentino operava in un minuscolo laboratorio e con un bilancio inesistente, applicando tecniche di fusione cellulare; l'idea, semplice, era quella di unire una celula normale (portatrice della informazione genetica desiderata) e una cellula di mieloma (portatrice della caratteristica di crescita illimitata tipica dei tumori). Le cellule figlie, le cellule ibride, ereditano entrambe le caratteristiche. Nel 1974, il giovane Kohler lavorava al Basel Institute for Immunology, il mitico centro svizzero finanziato dalla Roche per il puro progresso della ricerca immunologica e senza preoccupazioni di budget: Fritz Melchers, ora direttore dell'Istituto, e altri membri di quella fucina di ricercatori colsero l'importanza delle osservazioni di Milstein e si affrettarono a spedire a Cambridge il giovane Kohler. Qui venne messo a punto un modello di grande semplicità ed efficienza, basato sulla immunizzazione in vivo in topolino, le cui cellule immuni venivano fuse con linee di mieloma. Il «pool» di tali cellule veniva poi selezionato e soprattutto clonato, cioè venivano derivate colture che producevano anticorpi tutti uguali fra loro, appunto anticorpi monoclonali. Le applicazioni di questi reagenti hanno modificato la ricerca di base e la medicina applicata, soprattutto la diagnostica in vitro, il dosaggio di ormoni o di sostanze biologiche e l'analisi del fenotipo delle cellule normali e tumorali. Inoltre questi reagenti, definiti con enfasi «proiettili magici» anche se non hanno risposto a tutte le attese delle applicazioni nella pratica medica, sono ora usati per curare pazienti durante le fasi acute del rigetto di trapianto, eliminare cellule tumorali particolari o ripulire organi, come il midollo (con la tecnica di «purging»). Non meno importante, le osservazioni di Kohler e Milstein si sono rivelate di grande importanza economica, per le potenzialità tuttora insuperate di questa tecnica associata a un costo molto basso. La miope burocrazia del Mrc, il Consiglio delle Ricerche inglese, non capì l'importanza dei risultati e non ritenne utile brevettare tale tecnica, che in breve divenne la più diffusa ed applicata ricaduta di una geniale scoperta scientifica, i cui effetti tutti sperimentiamo, anche se inconsapevoli, ogni volta che entriamo in un ospedale. Fabio Malavasi Università di Ancona


ASTRONAUTICA L'Europa vola nel futuro Entro l'anno il primo lancio di «Ariane 5»
Autore: LO CAMPO ANTONIO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
NOMI: FERRARA MARINO
ORGANIZZAZIONI: ARIANE 5
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: T.D. Caratteristiche di «Ariane 5»

IL primo lancio di «Ariane 5», il più grande e potente razzo vettore europeo, è previsto per il 26 novembre dalla nuova rampa «Ela 3» della base spaziale di Kourou, nella Guyana Francese. Tutte le prove a terra su razzi laterali a combustibile solido, stadi principali e motori a propellente liquido sono andate bene. In questi mesi si sono intensificati i test sul massiccio stadio centrale, e in particolare sul sofisticatissimo motore «Vulcain» a idrogeno e ossigeno liquidi. Questo motore viene realizzato dalla Sep francese, che si avvale della collaborazione di un consorzio di aziende europee tra cui Fiat Avio, che ne realizza la turbopompa per l'ossigeno liquido, usato quale comburente insieme all'idrogeno. Del gruppetto guidato dalla Sep fa parte un'altra azienda italiana e torinese: è la Microtecnica, che ha sede a Torino e laboratori a Luserna S. Giovanni. La Microtecnica è specializzata in meccanica di precisione per il settore aeronautico e spaziale: sue sono alcune parti del sistema termico attivo del laboratorio pressurizzato Spacelab che vola sullo Shuttle, così come la struttura principale del satellite geodetico «Lageos 2», e altri componenti per i progetti «Eu.Re.Ca.» e «Iris». Attualmente il 55 per cento del lavoro spaziale della Microtecnica è dedicato ad «Ariane 5», e il restante riguarda studi di fattibilità su progetti di sistemi abitati, come il laboratorio orbitale Columbus, il veicolo di trasferimento orbitale Atv e il Modulo logistico abitabile: progetti europei legati alla stazione spaziale internazionale. Tornando ad «Ariane 5», nel motore «Vulcain», c'è una serie di componenti progettati e realizzati proprio in Microtecnica. «Abbiamo costruito innanzitutto le valvole di controllo - dice Marino Ferrara, responsabile della Divisione Spazio - che, inserite nelle linee pneumatiche dell'elio, danno i consensi operativi alle valvole che regolano i flussi di idrogeno e ossigeno liquidi». La scelta di un sistema pneumatico per il controllo delle linee dei propellenti criogenici è dettata da considerazioni di sicurezza operativa, che sconsigliano l'uso di componenti pilotati elettricamente in contatto con idrogeno e ossigeno liquidi. L'elio usato nelle linee pneumatiche è una decisione obbligata dalla necessità di disporre di un fluido ancora gassoso alla temperatura dell'idrogeno liquido. Queste valvole di controllo sono comandate da un solenoide e vengono integrate in moduli di controllo dell'elio che fanno parte del sistema di controllo generale. Ogni «Ariane 5» sarà equipaggiato con quattro di questi moduli. «Inoltre - dice Ferrara - realizziamo il modulo di interfaccia con le strutture di terra per il rifornimento di elio ai serbatoi di volo. Questo modulo ha anche la funzione di regolare la pressione dell'elio dai 400 bar nei serbatoi, fino ai 70 bar operativi». «Il regolatore di pressione messo a punto per questa funzione - prosegue Ferrara - è uno strumento molto sofisticato, ed è stato un grosso sforzo realizzarlo poiché è a stadio singolo, e porta la pressione da 400 a 70 bar con un'unica azione. Si pensi inoltre che la portata di elio a valle può variare da zero a 150 grammi al secondo: il modulo infatti stabilizza la pressione interna a valle indipendentemente dalla pressione a monte e dalla portata di gas richiesta». Nel progetto del «Vulcain» sono comprese anche altre valvole, dette di «non ritorno», sempre realizzate in Microtecnica: di cosa si tratta? «Sono valvole poste nelle confluenze tra le linee di combustibile e comburente e quelle dell'elio - spiega ancora Ferrara - e servono per far fluire regolarmente l'idrogeno e l'ossigeno senza che essi possano rientrare pericolosamente nelle linee di flusso dell'elio. C'è una trentina di punti di confluenza delle linee elio con quelle per l'idrogeno e l'ossigeno liquidi su ogni lanciatore e ciascuno di questi nodi è dotato di una valvola di "non ritorno"». E se una di queste piccole, ma fondamentali parti non funzionasse? «Ci sarebbe il 90% di probabilità di disastro, ma un problema del genere verrebbe rilevato in anticipo, prima del decollo. Comunque l'affidabilità deve essere molto elevata. Per garantire questa prestazione ognuno degli equipaggiamenti installati sul lanciatore è stato progettato e provato per garantire la propria funzione per un numero di cicli operativi enormemente superiore alla reale necessità durante un lancio. Inoltre i processi di realizzazione di questi equipaggiamenti sono eseguiti in base a specifiche di costruzione e collaudo estremamente dettagliate, per garantire che il prodotto finale sia assolutamente conforme ai requisiti necessari» . Antonio Lo Campo


ROMA E I PATTI DI RIO I tropici in Italia Effetto serra? No, effetto stufa
Autore: CLINI CORRADO, CANUTO VITTORIO

ARGOMENTI: METEOROLOGIA, ECOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: G. Cambiamento di temperatura

LA guerra fredda è finita e il nostro pianeta si sta riscaldando. Ce lo dicono i politici e i climatologi, due categorie di persone che devono trattare problemi di solito aleatori, raramente deterministici: la Terra sembra essere entrata nell'Era dell'Effetto Serra. Andiamo con ordine. Nel 1827, il Barone Fourier, notissimo tra i matematici per le famose «serie» che portano il suo nome, decideva di inventare la teoria del calore e in quell'occasione ebbe a dire che «il problema delle temperature terrestri, uno dei più importanti e difficili di tutta la filosofia naturale, si compone di elementi assai diversi che devono essere considerati sotto un punto di vista generale». Fourier, inoltre, coniò l'espressione effetto serra per descrivere in modo generosamente bucolico, un processo che, se lasciato a sè, porterà a un pianeta abbrustolito da siccità pari a quelle africane. Sarebbe più giusto chiamarlo Effetto Stufa, come in portoghese. L'evento storico successivo è del 1899, quando Arrhenius (Premio Nobel per chimica nel 1903) calcolò nella sua tesi di laurea, con quello splendido computer che era il suo cervello, che un raddoppio del contenuto di anidride carbonica (CO2) dell'atmosfera porterebbe a un aumento della temperatura terrestre di circa 8 C. Non successe nulla, la società non recepì la fondamentale importanza di tale scoperta forse perché non lo seppe mai. Vorrei azzardare un'ipotesi. Se ci fossero stati i mass media di oggi, che sanno trasmettere brutte notizie a velocità che sembrano violare i canoni della relatività di Einstein, quella notizia avrebbe raggiunto la nostra coscienza e qualcosa si sarebbe fatto. E invece nulla. Intanto la CO2 continuava ad aumentare, il pianeta a riscaldarsi, i ghiacciai a indietreggiare, i deserti africani ad avanzare, le foreste tropicali ad essere abbattute. Fortunatamente però, come dice l'aria dell'Ernani, «Come rugiada al cespite di un appassito fiore...» arrivò nel giugno del 1992 la Conferenza della Terra di Rio, dove più di 150 capi di Stato si impegnarono a frenare tali processi. Da allora, il buco dell'ozono e l'effetto serra sono entrati nel linguaggio quotidiano, come i buchi neri. La differenza è che mentre noi non abbiamo ancora trovato i buchi neri, l'effetto serra ha trovato noi. Uno dei due documenti fondamentali di Rio fu la Convenzione sui cambiamenti climatici, 26 articoli in tutto. L'Articolo 4, di gran lunga il più complesso, contiene sei punti nei quali si specificano gli obblighi dei firmatari per raggiungere la finalità ultima della Convenzione fissata nell'Articolo 2: «Ottenere la stabilizzazione della concentrazione dei gas ad effetto serra a un livello tale da evitare interferenze antropogeniche dannose al clima». Fra gli obblighi, citiamo: 1) Pubblicare inventari nazionali di emissioni antropogeniche di gas ad effetto serra. 2) Formulare programmi regionali che specifichino le misure adottate per mitigare i cambi climatici. 3) Prendere in dovuta considerazione i cambi climatici onde formulare piani nazionali per minimizzare effetti avversi all'economia e alla salute pubblica. 4) Cooperare nell'educare e promuovere la coscienza pubblica in relazione al tema dei cambi climatici così come incoraggiare la maggior partecipazione possibile a tale processo includendo organi non-governativi. 5) Ogni membro della convenzione adotterà politiche nazionali e prenderà le misure necessarie onde limitare le emissioni antropogeniche dei gas ad effetto serra. 6) I membri della Convenzione dovranno dare un'informazione dettagliata sulle politiche e misure di cui al punto 1, nonché le proiezioni sulle emissioni antropogeniche. E' arrivato il giorno dell'esame. La Conferenza delle Parti è riunita a Berlino (28 marzo - 7 aprile), dove le nazioni firmatarie del Convegno di Rio stanno presentando il loro operato. In preparazione di Berlino, il ministero dell'Ambiente ha scoperto le sue carte nel corso di un Seminario che si è tenuto a Milano il 20 e il 21 marzo. Sono stati presentati e discussi, con qualificati esperti nazionali e internazionali, i risultati delle ricerche sui possibili mutamenti climatici causati dalle attività umane, con particolare riferimento alla regione mediterranea. Le ricerche, su incarico del ministero dell'Ambiente, sono state svolte dall'Enea, la Columbia University, il Goddard Institute for Space Studies. I materiali presentati, pur con i margini di incertezza e variabilità che caratterizzano un fenomeno così complesso, convergono sulla possibilità che - entro i prossimi 30-50 anni - si verifichino variazioni del clima con effetti importanti sull'Italia: un progressivo inaridimento nelle regioni centro- meridionali, con degradazione dei suoli e infiltrazione salina delle falde; un aumento delle inondazioni e dell'erosione delle coste, specie al delta del Po e alla Laguna di Venezia; un aumento della frequenza delle precipitazioni «estreme» nella stagione invernale nelle regioni centro-settentrionali, con crescite eccezionali delle portate dei fiumi e conseguenti eventi alluvionali. Inoltre il ministero dell'Ambiente ha presentato i documenti ufficiali e i programmi del governo italiano, che impegnano l'Italia al contenimento delle emissini dei gas serra ed in particolare dell'anidride carbonica, entro il 2000 ai livelli del 1990. I programmi nazionali, che prevedono interventi per l'aumento della efficienza energetica nei settori industriale, dei trasporti e residenziale, consentiranno all'Italia di migliorare la sua posizione di punta tra i Paesi sviluppati: infatti, il nostro Paese ha i minori consumi pro-capite di energia e le minori emissioni pro-capite di anidride carbonica (se si eccettua la Francia, che peraltro ha un grosso apparato nucleare a emissioni zero). Ma il ministero dell'Ambiente ha avvertito che l'impegno italiano, e quello degli altri Paesi sviluppati, per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica non sarà sufficiente a contrastare i mutamenti climatici. Le previsioni per il 2010 e gli anni a seguire indicano che - a fronte di una riduzione delle emissioni dai Paesi sviluppati - si verificherà una rapida e progressiva crescita di quelle prodotte dai Paesi emergenti: si prevede che la Cina, l'India, l'Asia Sud-orientale, l'America Latina, richiederanno entro i prossimi 30 anni oltre il 60 per cento del fabbisogno energetico mondiale con emissioni di anidride carbonica di gran lunga superiori a quelle dei Paesi sviluppati. Queste previsioni considerano che lo sviluppo dei Paesi emergenti avvenga con tecnologie a bassa efficienza energetica e senza ulteriori interventi per l'assorbimento delle emissioni da parte delle foreste. Il ministero dell'Ambiente ha insistito con forza sull'esigenza che già dalla prossima Conferenza di Berlino sia presa in considerazione l'urgenza di un programma di contenimento delle emissioni dai Paesi emergenti, tramite la cooperazione tecnologica fra Nord e Sud e un programma globale per la forestazione in risposta all'esigenza di assorbire la crescita delle emissioni. Corrado Clini Vittorio Canuto


INTERNET Programmi a domicilio? Si fa così
Autore: MERCIAI SILVIO

ARGOMENTI: ELETTRONICA, INFORMATICA, COMUNICAZIONI
ORGANIZZAZIONI: INTERNET
LUOGHI: ITALIA

INTERNET è un po' come New York: una città enorme, complessa e disorganizzata, le cui infinite ricchezze possono essere difficili da scovare. Ci sono molti modi di visitarla, a seconda dei gusti, delle possibilità e degli interessi di ciascuno: tutti potranno trovare quello che cercano e tutti troveranno cose diverse. Questa citazione che vi ho qui tradotto alquanto liberamente, è da Harry M. Kriz, Win dows and TCP/IP for Internet Access, dicembre 1994; il documento completo è accessibile a questo indirizzo: http://nebula. lib.vt.edu/pu b/windows/winsock/ wtcpi p06.asc I Providers. Le segnalazioni pervenute per la colonna di oggi sono: ITnet SpA, Genova, tel. 010/650.3641; INRETE, Torino, tel. 011/681.1590. Le lettere. Prende corpo la vostra collaborazione a questa colonna. Gianpaolo Zara mi ha suggerito questi due indirizzi: http://indus. gsfc.nasa.go v:8080/onboard/onboard.html http://astro-2.msfc.nasa. gov per chi è interessato al viaggio dello shuttle Endeavour. Ho visitato il sito e vi confesso che suoni e immagini spaziali restano per me sempre affascinanti (spero solo che quando leggerete questa colonna il materiale sia ancora disponibile perché la navicella sarà già atterrata). Giuseppe Puglisi mi ha invece indirizzato al server dell'Istituto Internazionale di Vulcanologia, su cui potrete reperire foto e notizie sull'Etna: http://www.iiv.ct.cnr.it/in dex. html Mailing Lists. L'attività di mai ling è stata (ed è tuttora per molti) la più ricca e stimolante delle possibilità di Internet. Oggi vi segnalo: - una lista alla quale potete chiedere aiuto su ogni tipo di problema sul funzionamento pratico dei servizi della rete (non abbiate timore di chiedere: verificate quanto generosa è la cooperazione internazionale tra tutti gli utenti) - spedite una mail di richiesta a Listser vvm.temple.edu e nel corpo del messaggio scrivete: SUB HELP-NET Nome Cognome - una lista che vi invierà periodicamente una sorta di rassegna stampa su temi connessi (in modo assai allargato) a Internet: spedite una mail di richiesta a listproceducom.edu e nel corpo del messaggio scrivete: SUBSCRIBE EDUPAGE Nome Cognome - e infine un servizio che vi recapiterà i programmi che desiderate... a casa! Supponiamo che abbiate deciso che vi interesserebbe il file programma che è sul sito server nel percorso directory: allora mandate una mail a bitftppucc.princeto n. edu e nel corpo del messaggio scrivete: FTP server USER anonymous cd directory binary get programma QUIT Il programma arriverà nella vostra mailbox, in genere suddiviso in vari pezzi numerati: salvatelo in un file unico (ordinando accuratamente i pezzi) e poi decodificate il file con il programma Wincode che vi ho segnalato l'ultima volta. Voilà! (Per saperne di più - questo è solo un esempio molto semplificato - spedite al medesimo indirizzo una mail e nel corpo del messaggio scrivete esclusivamente help). Un indirizzo. Divertitevi a visitare l'Italia a: http://www.mi.cnr. it/WOI Per finire. Il World Wide Web (le pagine ipertestuali che consultate con Netscape o Mosaic) è la più importante invenzione dopo il Velcro (fonte: Business Week del 27 febbraio). Ci sono attualmente su Internet 20.000 siti attivi e il loro numero si raddoppia ogni 53 giorni (fonte: Sun Microsystems). Vi sono immagazzinati oltre 5 milioni di documenti, il cui numero si raddoppia in poco più di sei mesi. Silvio A. Merciai


«Elettra», miseri souvenir Domani Scalfaro ripete un test di Marconi
Autore: MARCO ELENA

ARGOMENTI: STORIA DELLA SCIENZA, COMUNICAZIONI
NOMI: MARCONI GUGLIELMO, SCALFARO OSCAR LUIGI
ORGANIZZAZIONI: ELETTRA
LUOGHI: ITALIA

DOMANI, 30 marzo, il presidente della Repubblica ripeterà l'esperimento fatto nel 1930 da Guglielmo Marconi: con un impulso radio inviato dal porto di Genova a Sydney, azionerà le luci del municipio australiano. L'avvenimento sarà trasmesso in diretta su Raiuno, alle 11, durante «Linea Blu»: un evento-simbolo tra le manifestazioni per i cento anni della radio. Peccato che il segnale non possa essere irradiato da «Elettra», lo yacht-laboratorio sul quale dal 1919 al 1937 Marconi viaggiò da un capo all'altro del mondo. Di quel piccolo universo galleggiante oggi sono rimasti solo pezzi sparsi qua e là in giro per l'Italia, vittime di una decisione, forse unica nel suo genere, che tuttora, a ripensarci, fa venire la pelle d'oca: nel '77 il governo italiano ordinò di tagliare a pezzi la casa-laboratorio di Marconi e di disperderne i frammenti, come storici souvenir, tra gli enti che ne avessero fatto richiesta. I soldi per restaurare lo scafo non c'erano, e quindi bisognava procedere in altro modo. Il risultato dell'operazione si commenta da sè: al Fucino e a Pontecchio Sasso Marconi, dove ha sede la Fondazione intitolata allo scienziato italiano premio Nobel per la fisica nel 1909, i pezzi conservati sono diventati monumenti; ma, altrove, in un arsenale di Trieste ad esempio, la prua dello yacht, viene divorata dalla ruggine, gli imponenti alberi (sul Carso triestino) e gli oblò in bronzo (a Udine) aspettano da vent'anni che si decida sul da farsi. Da qualche mese, a puntare il dito sulla malastoria di «Elettra» e a cercare di dare un futuro un po' più dignitoso a suoi resti, il quotidiano triestino «Il Piccolo», con la Fondazione Marconi, sta chiamando all'appello enti pubblici e privati per far sì che la prua venga sottratta al degrado e che gli altri reperti sparsi nel Triveneto vengano raccolti al Museo del Mare di Trieste, dove già esiste una «sala marconiana» con pezzi originali di notevole interesse. Originariamente «Elettra» era un lussuoso panfilo da crociera, costruito nel 1904 dai cantieri Romage e Ferguson di Leith, in Inghilterra, su disegno degli architetti Cox e King di Londra, allora i due nomi più prestigiosi nel campo delle costruzioni navali. La commessa è dell'arciduca Carlo Stefano di Asburgo che battezza la nave con il nome di «Rowenska» (lo stesso della baia di Lussino, in Dalmazia, su cui si affacciava la villa degli Asburgo). Battendo bandiera imperiale l'arciduca naviga in lungo e in largo per il Mediterraneo fino allo scoppio della prima guerra mondiale. Poco dopo, il panfilo viene requisito dalla marina austro- ungarica e trasformato in nave- vedetta. Per una serie di circostanze fortuite, «Elettra» passa indenne attraverso la guerra e nel 1918 viene confiscata dagli inglesi, che la mettono all'asta. Qui entra in scena Marconi: acquista lo scafo per 21 mila sterline e lo trasforma in una casa-laboratorio galleggiante con 632 tonnellate di stazza lorda, 67 metri di lunghezza, 30 uomini di equipaggio. Ogni cabina viene smaltata con un colore diverso, sui pavimenti si stendono tappeti preziosi, gli oblò scompaiono dietro le pieghe di ampi tendaggi, la sala da pranzo, arredata in perfetto stile inglese, sfoggia persino un caminetto, e nella biblioteca, in cui trovano posto centinaia di trattati scientifici, viene sistemato un pianoforte a coda. Lontano dalle «stanze mondane» Marconi arreda due locali per gli esperimenti: uno è lo studio vero e proprio, l'altro è uno stanzino segreto di cui solo lui possiede le chiavi. Nascono qui, a bordo di «Elettra», le prove di avvistamento di ostacoli a onde corte e ultracorte e il favoleggiato «raggio della morte». Alla scomparsa dello scienziato, nel '37, la famiglia si trasferisce sulla terraferma e per «Elettra» è l'inizio della fine. A Pegli, in Liguria, dove rimane per qualche anno, viene trasformata in battello per la vigilanza costiera ma nel giorno dell'armistizio, l'8 settembre '43, «Elettra» si trova vicino a Trieste; qui i tedeschi se ne impadroniscono, e solo l'intervento tempestivo di due triestini consente di portare in salvo i materiali scientifici conservati nella stiva. Da battello guardiacoste lo yacht di Marconi subisce un'altra trasformazione e diventa incrociatore ausiliario dei tedeschi. Nel gennaio del '44, però, un bombardiere inglese lo affonda presso Zara. Rimarrà sul fondo del mare per 18 anni, fino al '62 quando la Jugoslavia, dopo una trattativa tra i ministri Segni e Popovic, restituisce il relitto all'Italia. Trainato da due rimorchiatori, quel che resta di «Elettra» approda a Trieste nel '62, ma nei cantieri San Rocco di Muggia rimane per altri 10 anni senza che nessuno decida che cosa fare. A temporeggiare è il ministero delle Poste e Telecomunicazioni, al quale lo scafo viene ceduto dagli eredi dell'inventore. L'anno dopo, nel tentativo di trovare una soluzione alla vicenda scendono in campo anche Saragat, allora presidente della Repubblica, e Andreotti, presidente del Consiglio, ma invano. Il miliardo che si reperisce per avviare il recupero del relitto si scioglie come neve al sole al cadere della legislatura. E su «Elettra» cala il buio. Elena Marco


3-7 APRILE Non perdetevi la Settimana della scienza
Autore: P_B

ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA, MANIFESTAZIONI
ORGANIZZAZIONI: ACCADEMIA DEI LINCEI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: «Settimana della Scienza»

LA prossima sarà la «Settimana della Scienza». Dal 3 al 7 aprile istituti di ricerca pubblici e privati si apriranno al pubblico e organizzeranno visite guidate: centinaia di occasioni, dalle Alpi alla Sicilia, per far vedere da vicino ai cittadini, e in particolare agli studenti, come viene speso quel misero 1,4 per cento del prodotto nazionale lordo che il bilancio italiano, così sprecone in altri settori, destina ai nostri ricercatori. Tra gli altri sono coinvolti il Cnr, l'Enea, il Galileo Ferraris, l'Istituto nazionale di fisica, industrie che producono tecnologie di punta, Osservatori astronomici. E' il quinto anno che questa iniziativa del ministero dell'Università si ripete. Lunedì la varerà l'Accademia dei Lincei. Ospiti del suo presidente Sabatino Moscati saranno il ministro Giorgio Salvini, Luca Cavalli Sforza (che interverrà su «Genoma umano, medicina, razzismo»), Valerio Castronovo (che parlerà dei musei di archeologia industriale), Vittorio Silvestrini («Cultura scientifica, sviluppo, occupazione: il ruolo del Science Centres) e Luigi Campanella («I musei nell'economia della cultura»). Nel nostro Paese si promuove un po' di tutto: il cinema con la Mostra di Venezia e un corteo di manifestazioni minori, la letteraura con centinaia di premi grandi e piccoli, l'arte con mostre spesso di ampio respiro, la canzone (il Festival di Sanremo è passato da un mese e ancora siamo travolti dalle turbolenze della sua scia). E' stato necessario arrivare al 1991 e al ministro Ruberti perché anche la Scienza avesse un po' di promozione. Niente di spettacolare, per carità. Si è cercato soltanto di fare per una settimana ciò che in altri Paesi si fa tutto l'anno: aprire un canale di comunicazione privilegiato tra pubblico e laboratori. Ci sono ancora molte cose da mettere a punto. Per esempio, anche quest'anno il catalogo delle manifestazioni e delle opportunità a tutt'oggi non è ancora stato distribuito, per cui è ben difficile che le scuole e le famiglie possano organizzare le loro visite. L'anno scorso addirittura il catalogo a molti arrivò dopo che la «Settimana» era finita: come se un meteorologo ci dicesse che ieri c'era bel tempo invece di annunciarci che domani pioverà. Inoltre la riuscita della «Settimana» dipende più dalla buona volontà dei singoli che da una strategia generale. Con tutto ciò, sia benvenuta la «Settimana della Scienza». Servirà, se non altro, a sfatare un po' l'immagine di apprendisti stregoni che sempre più spesso i giornali appiccicano agli scienziati. E a diffondere un po' di sana razionalità. A proposito, non c'entra con la «Settimana» ma con la razionalità sì: Giucas Casella e la trasmissione «Misteri» di Lorenza Foschini hanno vinto la «Bufala d'oro» per il 1995 assegnata dal Cicap, Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale. I vincitori sono stati informati telepaticamente. Il premio consiste in un cucchiaio piegato con il pensiero...[p. b.]


UN SALTO DI QUALITA' E' radio o compact? Come cambierà l'ascolto nel 2000
Autore: BIANUCCI PIERO

ARGOMENTI: TECNOLOGIA, COMUNICAZIONI
NOMI: BARBIERI GIANFRANCO, COMINETTI MARIO
ORGANIZZAZIONI: CENTRO RICERCHE RAI
LUOGHI: ITALIA, TORINO (TO)
NOTE: Dab (Digital Audio Broadcasting)

PRIVILEGIO eccezionale: unico tra i milioni di abbonati Rai, ho potuto ascoltare in Dab la voce di Ermanno Anfossi e il rap che fa da sigla alla sua fortunata trasmissione «I tempi che corrono» in onda su Radio 2 alle 9,45. Dab significa Digital Audio Broadcasting. E' la radio del futuro: fedeltà pari a quella dei compact disc, assoluta stabilità di ricezione viaggiando in auto, possibilità di ricevere messaggi scritti su un display (sì, una radio da leggere oltre che da ascoltare), più canali, riduzione della potenza dei trasmettitori. Voci e musica dello studio Rai di via Verdi a Torino, raccolti come segnali analogici, vengono tradotti in segnali digitali (numerici) e irradiati sperimentalmente dalle antenne dell'Eremo. Li capta al Centro Ricerche Rai in corso Giambone un ricevitore montato su una «Elba Innocenti» trasformata in laboratorio viaggiante. L'ascolto è in cuffia, per poter apprezzare meglio la qualità sonora. Un commutatore mi permette di sentire «I tempi che corrono» sia sulla consueta modulazione di frequenza sia in Dab. La differenza è netta. La modulazione di frequenza, benché più che soddisfacente, lascia un alone intorno ai suoni e aumentando il volume si sente un soffio di fondo. La trasmissione digitale dà suoni nitidi, puri, senza il minimo soffio, con un forte «effetto presenza». Pare di essere in studio. Il Centro Ricerche Rai, diretto da Gianfranco Barbieri, conta su un centinaio di persone e circa 10 miliardi all'anno. Il sistema Dab è stato messo a punto dal consorzio Eureka della Comunità Europea. Il segnale della sorgente sonora viene digitalizzato con la tecnica Musicam, che trasforma ogni secondo di suono in 192 mila bit (informazioni elementari). E' appena un settimo dei bit usati per codificare un secondo di musica su compact disc, che sono un milione e 411 mila. Nonostante ciò, la diminuzione della qualità sonora è inavvertibile perché la tecnica Musicam, basata su studi di psicoacustica, evita di codificare quei suoni che tanto l'orecchio umano non percepirebbe perché sono a un livello basso in presenza di suoni di uguale frequenza ma a livello più alto. Così si risparmia una buona quantità di informazioni senza degradare, nella percezione soggettiva, il segnale originale. «Già da gennaio stiamo sperimentando la radio digitale in Valle d'Aosta - spiega Mario Cominetti, direttore della Divisione sistemi di trasmissione e diffusione - con tre trasmettitori, a Saint Vincent, Gerdaz e Blavy. Presto potremmo estendere il servizio a Torino e parte del Piemonte. Il problema è sgomberare la banda di frequenza, che la Comunità europea delle amministrazioni PT ha indicato nel canale 12 Vhf. In Valle d'Aosta il canale 12 è libero, e il territorio montuoso ci aiuta a valutare meglio i vantaggi del Dab rispetto alla modulazione di frequenza, che è soggetta ai disturbi dovuti a riflessioni del segnale». Come tecnologia siamo all'avanguardia. Solo a settembre la Bbc incomincerà a trasmettere in Dab. Noi siamo pronti fin d'ora a partire con 6 canali stereo o 12 mono. Ma il Far West delle frequenze, fenomeno tipicamente italiano, creerà molti ostacoli fino a quando non ci saranno regole precise e la voglia di farle rispettare. Un altro problema sta nei ricevitori. Per ora sono ingombranti come una valigetta e più cari di un televisore. I grandi dell'industria elettronica (Philips, Bosch, giapponesi) si spiano a vicenda in attesa di valutare meglio il mercato potenziale. L'obiettivo è di arrivare verso il 1998 a un'autoradio che, oltre alle bande solite, abbia la banda digitale e costi intorno a un milione. In prospettiva, avremo radio portatili più piccole e in grado di captare direttamente i satelliti per la radiodiffusione: la frequenza sarà 1,5 gigahertz. La radio digitale, dice Mario Cominetti, è il maggior balzo tecnologico dalla nascita del servizio radiofonico. A un secolo dai primi esperimenti di Marconi per trasmettere senza fili messaggi in alfabeto Morse, vediamo di individuare le tappe principali. Negli Anni 20 si sviluppa la radiofonia a modulazione di ampiezza: i suoni, parole o musica che siano, modulano, cioè fanno variare, l'ampiezza dell'onda elettromagnetica impiegata. Ovviamente siamo in monofonia. Le onde usate sono prima quelle lunghe (che però consentono pochi canali) poi le onde medie e le onde corte, che permettono di moltiplicare le emittenti (più l'onda è corta, più la sua frequenza è alta, e più sopporta canali separati). Negli Anni 40 si incomincia a praticare la modulazione di frequenza: in questo caso i suoni fanno variare non l'ampiezza dell'onda ma la sua frequenza. E la radio diventa stereo. Tra i progressi più recenti in Italia c'è l'Isoradio, introdotta dalla Rai in collaborazione con la Società Autostrade: grazie a questo servizio gli automobilisti non devono risintonizzare l'autoradio e hanno informazioni sul traffico autostradale. Un passo ulteriore è il Radio Data System (Rds), standard europeo nato nel 1984, che dà anche informazioni scritte su un display, cui si affianca uno speciale canale per informazioni sul traffico con messaggi codificati su nebbia, pioggia, incidenti e così via, chilometro per chilometro. Perché la tecnologia digitale sta poco per volta sostituendo quella analogica? Intanto perché il linguaggio numerico, fatto di due soli segni, 0 e 1, è quello dei computer e non cambia se si trattano dati, suoni o immagini. E poi perché la tecnologia analogica è molto più esposta al degradarsi del segnale e non dà la posibilità di «restaurarlo», mentre la tecnologia digitale, oltre a risentire meno dei disturbi, si presta a una facile e perfetta correzione degli errori di trasmissione. La radio di domani, insomma, si confonderà sempre di più con il computer, e il traguardo ormai vicino è la multimedialità generalizzata. Neppure Marconi ha mai immaginato che la sua invenzione sarebbe andata così lontano. Piero Bianucci


INQUINAMENTO Po, Senna e Tamigi a confronto
Autore: VICO ANDREA

ARGOMENTI: ECOLOGIA, TECNOLOGIA, ENERGIA
LUOGHI: ITALIA

DISINQUINARE producendo energia? Non è un paradosso. Accade ogni giorno negli impianti di depurazione dell'Azienda Po Sangone di Torino, dove dalla digestione dei fanghi si ricava gas combustibile. L'area metropolitana torinese che, con i Comuni della cintura, arriva a contare quasi 1,5 milioni di abitanti e 1800 industrie, versa ogni anno nel fiume oltre 230 milioni di metri cubi di liquami. Questi scarichi provengono da un'area di circa 450 chilometri quadrati, appena l'1,2 per cento del territorio che gravita sul Po, ma responsabile di un decimo del carico inquinante complessivo immesso nelle sue acque. Dopo una prima serie di grigliature e vasche di decantazione, i fanghi vengono avviati in serbatoi chiusi dove avviene la digestione che, grazie al lavoro di batteri anaerobi, trasforma la sostanza organica in inorganica. Prima di passare nei digestori secondari (dove dopo 30 giorni si conclude il processo di mineralizzazione) il fango rilascia notevoli quantità di gas biologico, il 70 per cento sotto forma di metano e il restante 30 come anidride carbonica. Una piccola parte di tale gas viene reimmessa nei digestori per alimentare il processo, ma tutto il resto viene raccolto in appositi gasometri per poi essere bruciato nei motogeneratori o nelle caldaie. Ma c'è di più. I tre digestori primari, per favorire l'azione dei batteri, devono essere mantenuti a una temperatura di 33-35 centigradi. Prima di passare ai digestori secondari (non riscaldati) il fango attraversa uno scambiatore acqua- fango che permette di recuperare il 90 per cento del calore necessario a tenere in temperatura i digestori primari. Il restante recupero energetico avviene tramite un apposito impianto di cogenerazione che dispone di 5 motori a gas da 1500 cv (pari a 1000 Kwh), che nel 1993 hanno prodotto circa 19.000 Mwh, cui devono sommarsi altri 7400 Mwh prodotti dalle caldaie. In questo modo il 36 per cento dell'elettricità consumata in quell'anno per il funzionamento di tutti gli impianti di depurazione è stato autoprodotto con questo sistema di riciclo dell'energia e l'Azienda Po Sangone ha potuto risparmiare circa 2900 milioni di lire sulla produzione di energia termica e altri 1800 per l'energia elettrica. Di questa esperienza e, più in generale, del disinquinamento delle acque dei maggiori fiumi d'Italia, Francia e Inghilterra, si parlerà venerdì 31 marzo (al Centro congressi «Torino Incontra», via Nino Costa 8, ore 9,30), nel convegno «Seine, Po, Thames - I fiumi d'Europa» che l'Azienda Po Sangone, in collaborazione con i suoi omologhi di Londra e Parigi, ha organizzato per fare il punto della situazione e confrontare le diverse strategie di risanamento di queste tre importanti vie d'acqua europee. Andrea Vico


SPORT & TECNOLOGIA Sono sci, ma molleggiano come una moto Rivoluzione sulla neve per migliorare l'aderenza alla pista
Autore: ROSA ALESSANDRO

ARGOMENTI: TECNOLOGIA, SPORT
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. Sci Salomon Prolink (Progressive Linkage)

ARRIVA dalle motociclette l'ultima rivoluzione tecnologica dello sci: due ammortizzatori, davanti e dietro l'attacco di sicurezza, per ridurre al minimo gli effetti delle vibrazioni. Erano ormai trent'anni che non si assisteva a importanti cambiamenti strutturali nella costruzione degli sci. L'ultimo arrivò alle Olimpiadi di Squaw Valley, quando Jean Vuarnet si presentò, e vinse, con gli inediti sci metallici della Rossignol. Dopo tre decenni è ancora una ditta francese, la Salomon, a introdurre una innovazione radicale. Prolink è il suo nome. E' l'abbreviazione di due parole inglesi, Progressive Linkage, che tradotte letteralmente significano legame/contatto progressivo. Per rendere meglio l'idea dei benefici procurati dal nuovo sistema è stata coniata l'espressione «contatto attivo». Curiosa la genesi dello sci Prolink. L'innovativa sospensione è stata ispirata da un analogo sistema che debuttò vent'anni fa sulle moto da Gran Premio della Yamaha, adottato poi universalmente. Motociclette o sci, lo scopo è analogo. Se nelle prime questa sospensione trasversale evita il saltellamento della ruota posteriore scaricando il rimbalzo sul piantone anteriore, sugli sci il Prolink distribuisce l'impatto su tutta la lunghezza dell'attrezzo. Identico il risultato: maggiore sicurezza e incisività di conduzione per pilota e sciatore, ciò che permette loro di concentrarsi maggiormente sulle traiettorie ottimali senza preoccuparsi delle irregolarità del terreno. Nel corso di una discesa, gli sci sono sottoposti a diversi choc che provocano perdite di contatto sci/neve, esasperate in presenza di nevi dure, irregolari o alle alte velocità. Gli choc causano insicurezza nel controllo, difficoltà nel momento di appoggio per effettuare la distensione e l'impostazione del cambiamento di direzione. Lo studio del comportamento degli sci ha permesso di individuare due tipi di choc. Quelli di debole ampiezza prodotti da vibrazioni ad alta frequenza, fastidiose per lo sciatore, che non riesce a conservare la necessaria gradualità nel movimento atletico. Per ridurre questi effetti, i costruttori inseriscono sistemi antivibranti nella struttura dell'attrezzo (materiali visco- elastici; aumento di masse inerziali nelle estremità, le zone più sollecitate; adozione di interfacce ammortizzanti tra attacco e sci). Gli choc più deleteri per la conduzione sono quelli di grande ampiezza prodotti da vibrazioni a bassa frequenza, dato che deformano una porzione importante dello sci. Soprattutto su questi agisce il sistema Prolink, costituito da due bracci e due regolatori. I bracci sono solidali con la struttura dello sci verso la punta e la coda, l'altra estremità scorre all'interno del regolatore, anch'esso solidale con lo sci. Bracci e regolatore sono in poliammide caricata con fibre, materiale identico a quello utilizzato per il rivestimento dello sci, pertanto l'integrazione del sistema (tramite saldatura a ultrasuoni) con la struttura dello sci risulta efficace e affidabile. I regolatori contengono inoltre un materiale particolare (di cui non si vuole rivelare la composizione) sviluppato per rispondere ai diversi tipi di sollecitazione legati a fenomeni vibratori. In questo modo la risposta del Prolink è progressiva e proporzionale alla velocità e ai movimenti, e soprattutto distribuita su tutta la lunghezza dello sci. In più occorre tenere conto che il sistema è montato sui già innovativi sci monoscocca Equipe 1S (per slalom gigante e velocità più sostenute), 3S (più vivace e nervoso, adatto allo slalom speciale), EXP Demonstration (gran turismo ad alto livello). Particolare è anche il concetto costruttivo di monoscocca autoportante: nucleo in legno e il resto in materiali compositi a parete semplice più un rinforzo in Titanal (modelli 1S e Domonstration) e doppia parete (3S). La soletta è sinterizzata ad alto peso molecolare con un nuovo procedimento d'impregnazione di grafite e in più trattata con procedimento XF4 ad alto contenuto di fluorina. Il Salomon Prolink è già stato usato nel corso della Coppa del Mondo appena conclusasi a Bormio. Uno degli atleti più impegnati nell'utilizzo di questo sci è Gunther Mader, ottimo secondo dopo Alberto Tomba in classifica generale. Ecco le impressioni dell'atleta austriaco: «Sono rimasto sorpreso fin dai primi test effettuati l'estate scorsa, soprattutto in discesa libera e SuperG. Nelle discipline veloci questo sci è più stabile e docile, assorbe ogni sollecitazione e migliora il contatto sci-neve». Il Prolink sarà in commercio dalla prossima stagione nei tre modelli descritti. Il prezzo? Probabilmente sfiorerà il milione di lire. Alessandro Rosa


IL VOLO DEGLI INSETTI Frrr... e sparisce! Strabilianti tecniche di decollo
Autore: GRANDE CARLO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ANIMALI
NOMI: BRACKENBURY JOHN
LUOGHI: ITALIA

DAI vertiginosi decolli verticali delle farfalle, capaci di straordinarie progressioni in velocità, alle acrobazie di api, mosche e libellule, in grado di far impallidire anche i migliori top gun. Lo zoologo inglese John Brackenbury ha dedicato anni di ricerche e una pazienza smisurata ai segreti degli insetti in volo, macchine perfette decollate 200 milioni di anni prima degli uccelli. I risultati dei suoi studi sono strabilianti: le farfalle, ad esempio, animali che danzano nella brezza e veleggiano nei venti più impetuosi proprio quando tutti gli altri insetti restano prudentemente attaccati agli alberi e agli steli d'erba, hanno una tecnica di volo ingegnosa (lo «sfogliamento»), che permette di guadagnare forza di sollevamento aggiuntiva durante il decollo e i voli di risalita. Lo sfogliamento è un «trucco» che, grazie a un complicato gioco di forma e angolazione delle ali (in questi animali non fisse, come quelle di un aeroplano) consente incredibili prestazioni. Tutti avranno notato che quando ci si avvicina a una farfalla su un fiore essa, avvertendo il pericolo, chiude immediatamente le ali al di sopra del suo corpo. In questo modo, spiega Brackenbury, non solo offre alla vista dei predatori i colori più mimetici, ma si prepara a un battito d'ali molto ampio, sfruttabile fino al punto più basso possibile. Al momento della partenza, l'ala destra e quella sinistra di ciascun paio non si separano di colpo, come due lamine rigide, ma progressivamente, man mano che discendono, come due pagine di un libro. Il risultato è che si forma una depressione fra le due coppie di ali, con il duplice effetto di richiamare contemporaneamente una corrente d'aria dall'alto e il corpo dell'insetto dal basso. In una frazione di secondo il corpo viene risucchiato in su con una forza ancora maggiore, perché viene anche spinto dal basso con il battito delle ali. Alla base del volo (un meccanismo non ancora del tutto chiarito), c'è la seconda legge di Newton, che a ogni azione fa corrispondere una reazione uguale e contraria. L'ala, urtando l'aria, ne accelera le particelle e viene sottoposta dall'aria stessa a una forza contraria. Gli insetti, rispetto agli uccelli, non hanno dovuto rinunciare a un paio di arti per trasformarli in ali. Però, rispetto agli uccelli, non hanno il grande vantaggio di possedere una coda (un timone capace di infinite variazioni), nè possono flettere ed estendere le ali, ottenendo così maggiori performance aerodinamiche. Uno dei segreti del volo è la potenza: i muscoli pettorali di un uccello sono molto più sviluppati dei nostri (da 10 a 20 volte di più) ed esercitano una tensione sulla giuntura della spalla molto più forte dei nostri pettorali. Se avessimo le ali, la nostra clavicola sarebbe troppo fragile; non per niente gli uccelli ne hanno due; una, molto più robusta, si chiama osso coracoide. Anche noi ne abbiamo uno, ma è solo un «residuo», un'esile protezione situata sulla sommità delle spalle. Se l'uomo volesse sollevarsi da terra, avrebbe bisogno di un'enorme massa muscolare, sostenuta da una carena sporgente di mezzo metro dallo sterno, lunga fino all'inguine. I muscoli del volo di un insetto sono ancora più potenti che negli uccelli: hanno un tasso di contrazione eccezionale, che permette un rapidissimo battito d'ali. Una forza tanto esplosiva richiede naturalmente combustibile adeguato: ecco perché gli insetti passano gran parte del loro tempo a nutrirsi. L'Argyra diaphana, mosca dal corpo argentato che non è raro incontrare nei boschi di montagna, è capace di manovre strabilianti. E la potenza di volo della Locusta migratoria è leggendaria, grazie ad ali portentose, trine leggere ma robustissime. L'ala è una struttura fatta per ottenere un miracoloso equilibrio di forze: deve essere sufficientemente leggera da ridurre il carico d'inerzia sui muscoli a livelli tollerabili, ma anche abbastanza robusta da sopportare il peso del corpo e contrastare le forze aerodinamiche. La superficie dev'essere addolcita, per permettere all'aria di scivolarvi sopra senza creare resistenze, ma non perfettamente liscia, perché altrimenti non riuscirebbe a creare quello strato di confine aderente alla superficie. Un attrezzo tanto prezioso ed esteso dev'essere riposto con cura: solo per stivarle, in alcune specie esistono una dozzina di linee di ripiegamento! Un processo meticoloso, ma anche veloce e razionale, che dovrebbe essere studiato non solo da biologi o ingegneri, ma anche dai designer. Lo «sfogliamento» delle farfalle è solo uno dei numerosi sistemi per librarsi nell'aria. Alcuni insetti si lasciano cadere nel vuoto, facendo bene attenzione ad atterrare sui rami o altri luoghi sopraelevati. Altri riescono anche a volare senz'ali. Come i «Collemboli», che per sfuggire ai predatori schizzano in alto con prodigiosi salti mortali, ruotando anche un centinaio di volte al secondo e «galleggiando» nell'aria come una pallina da tennis colpita di slice, con effetto di back spin. La spiegazione di tali balzi sta nell'effetto della «portanza», principio ben noto in aerodinamica come «effetto Magnus». I collemboli saltano grazie a una coda retrattile detta «furca», portentoso meccanismo a scatto che viene fatto fuoriuscire dall'addome grazie a un sistema di muscoli che pompano liquidi verso la base della coda. Un po' come il dito di un guanto di gomma, se si soffia aria dentro. Il tutto avviene ad altissima velocità. In aria, i collemboli sono dei veri atleti: il loro addome si inarca proprio come il tronco di un ginnasta che esegue un salto mortale all'indietro. A quanto pare non hanno preferenze ad atterrare con la testa o con la coda: in ogni caso, non rischiano la commozione cerebrale, visto che pesano solo qualche millesimo di grammo. Una delle cose più stupefacenti delle ricerche di Brackenbury (pubblicate da Edagricole, con il titolo Insetti in vo lo) sono le fotografie, per la prima volta ad altissima definizione grazie ad attrezzature avanzatissime. Cogliere un insetto che decolla non è impresa che si possa immortalare con un qualsiasi apparecchio a scatto manuale: mettete un «Cercopis vulnerata» (un simpatico abitante delle siepi inglesi) sul dorso della mano - suggerisce Brackenbury - e stuzzicatelo: prima avvertirete un leggerissimo pizzicore sulla pelle, poi vi accorgerete che è sparito. Forse lo potrete distinguere a mezzo metro di distanza, con le ali in azione. In verità, la frazione di tempo che passa tra il momento in cui l'insetto entra improvvisamente nel fuoco dell'apparecchio e quello in cui ne esce è di soli 10 millesimi di secondo. Ma la percezione visiva umana e i riflessi umani hanno una velocità di 250 millesimi di secondo. Prima che il segnale nervoso abbia lasciato la retina diretto al cervello, l'insetto ha percorso 30 centimetri, e altri 50 prima che la mano abbia azionato il bottone di scatto della macchina fotografica. Così Brackenbury ha fatto sì che i suoi amici si fotografino da soli, passando attraverso un fascio elettromagnetico che fa scattare un flash e un otturatore capace di aprirsi in due o tre millisecondi. Il guaio è che per alcuni insetti non basta ancora. I «Cercopidi» - ammette sconsolato l'autore - sono ancora troppo veloci: «Parecchi esemplari che recentemente ho raccolto da una quercia inglese - spiega - hanno attraversato il mio otturatore senza lasciare traccia sulla pellicola! La sfida continua». Carlo Grande


TOKYO HORROR Gas nervini un insetticida per uomini
Autore: TRIPODINA ANTONIO

ARGOMENTI: CHIMICA, ARMI, PRODUZIONI, TERRORISMO, ATTENTATO
LUOGHI: ITALIA

I gas nervini sono purtroppo tornati di attualità con il terrificante attentato alla metropolitana di Tokyo e molti si saranno interrogati sul modo in cui essi agiscono. Queste sostanze chimiche hanno un'azione simile a quella di alcuni insetticidi, ma molto più potente. Come certi insetticidi, sono composti organo-fosforici e agiscono inibendo un enzima, la acetilcolina- esterasi, deputato alla degradazione della acetilcolina, il mediatore chimico del sistema nervoso parasimpatico. L'acetilcolina, non venendo degradata, si accumula e va a stimolare in modo estremo i suoi recettori, che sono di due tipi: muscarinici e nicotinici. I primi sono localizzati nella maggior parte delle ghiandole e della muscolatura liscia (o involontaria) e sono così chiamati perché la muscarina, presente nel fungo Amanita muscaria, è in grado di stimolarli e provoca il medesimo effetto; i secondi sono situati nei muscoli scheletrici e sono così denominati in quanto sono stimolabili dalla nicotina, alcaloide del tabacco, determinando gli stessi effetti. La iperstimolazione di questi recettori è la causa dei molteplici disturbi causati da tali sostanze. Il Ga (tabun), il Gb (sarin), il Gd (soman) e il Vx (queste le loro sigle e i loro nomi) sono sostanze allo stato liquido e agiscono per rapido assorbimento attraverso la cute; possono, a temperature elevate, evaporare o essere nebulizzate, agendo in questo modo anche per via inalatoria. Un'esposizione limitata provoca copiose secrezioni dalla bocca, dagli occhi, dai bronchi, dall'intestino. Un'esposizione più intensa causa perdita di coscienza, convulsioni, paralisi, blocco del respiro, morte. Per proteggersi dal contatto ci si avvale di maschere antigas che, per essere veramente efficaci, devono aderire in modo perfetto al viso (cosa non sempre possibile, date le differenti fisionomie) e di indumenti foderati di carbonio, molto pesanti, che in un clima afoso possono causare pericolosi colpi di calore. Avvenuto il contatto, la sopravvivenza è affidata a farmaci capaci di contrastare il più rapidamente possibile l'azione degli agenti nervini. Questi farmaci sono l'atropina, che agisce competendo con l'acetilcolina nell'occupare i recettori muscarinici, contrastandone gli effetti in eccesso e quindi riducendo le secrezioni, la bronco-costrizione, la motilità intestinale, e la pralidoxima metilsolfato, che si lega ai recettori nicotinici normalizzando l'attività muscolare e ha un'azione potenziante l'atropina, per cui va somministrata contemporaneamente a questa. La piridostigmina bromuro andrebbe invece assunta in via preventiva, quando sia temuto un attacco con agenti nervini, potendo bloccare l'azione sull'enzima acetilcolina-esterasi, andandone a occupare in anticipo i siti attivi. Antonio Tripodina


FRODI ALIMENTARI Come ti fabbrico un finto olio extravergine Un'agenzia di controllo e una guida per imparare ad assaggiare
Autore: LA PIRA ROBERTO

ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE, TECNOLOGIA, SOFISTICAZIONE, TRUFFA, COMMERCIO, PRODUZIONI
NOMI: AMELOTTI GIOVANNI, DIONISI FABIOLA
ORGANIZZAZIONI: TECNOLOGIE ALIMENTARI
LUOGHI: ITALIA

Le frodi messe a punto negli ultimi trent'anni dai produttori di olio di oliva sono diventate sempre più «scientifiche». Negli Anni 60 il «segreto» consisteva nell'aggiungere olio di semi o olio di sansa all'olio di oliva e all'olio extra vergine. L'operazione era semplice e anche allettante perché, in mancanza di metodi di analisi validi, il rischio di essere smascherati era minimo. Poi il legislatore ha introdotto i primi controlli, ma l'effetto bonifica non c'è stato perché anche il mondo dei contraffattori ha di volta in volta elaborato nuovi sistemi per aggirare gli ostacoli. Questa situazione è ben nota agli addetti alla repressione delle frodi, che assistono da anni alla disputa tra i produttori, che cercano di guadagnare in modo fraudolento, e i ricercatori che tentano di opporsi attraverso l'individuazione di nuovi metodi di analisi. Gli industriali più disinibiti sono però avvantaggiati da una struttura legiferante lenta e burocratica, che impiega anni prima di recepire le norme in grado di smascherare gli illeciti. Un articolo pubblicato sulla rivista Tecnologie Alimentari da Giovanni Amelotti e Fabiola Dionisi, due specialisti del settore, elenca almeno nove sistemi moderni per sofisticare l'olio e sottolinea l'inadeguatezza dei riferimenti analitici e legislativi per individuare e colpire i comportamenti scorretti. Gli autori spiegano quali sono le tecniche utilizzate nelle raffinerie per trasformare l'olio vergine dal gusto mediocre e cattivo in ottimo olio extra vergine. Un altro esempio descritto con meticolosa precisione riguarda l'aggiunta fraudolenta all'«olio di oliva» di olio di semi di girasole geneticamente modificato per assomigliare di più all'olio di oliva. Anche l'olio di palma trifrazionato, l'olio di sansa manipolato per renderne difficile l'individuazione analitica, l'olio di vinacciolo e persino quello di nocciola, importato appositamente dalla Turchia, rientrano nel gruppo degli ingredienti preferiti dai contraffattori. Basta aggiungere il 10- 15 per cento di questi oli, sapientemente miscelati, all'olio di oliva per rendere difficile il riconoscimento anche alle autorità preposte ai controlli. La vicenda ricorda il gioco tra guardie e ladri: commercianti, raffinatori e produttori sono sempre in posizione di vantaggio. Per fortuna la frode si configura come un illecito di carattere commerciale economico che intacca la genuinità e la qualità del prodotto ma non la commestibilità. E' abbastanza frequente trovare sullo scaffale del supermercato un olio di oliva allungato con olio di semi, oppure bottiglie di olio extra vergine «aggiustato» e promosso di grado. Questa situazione turba il mercato, per la presenza costante di partite di olio sospetto proposto a prezzi di assoluta concorrenza. Il divario di prezzo con l'olio genuino penalizza inoltre i produttori onesti, che trovano difficile vendere il loro prodotto. Si viene così a creare un mercato fasullo, in cui i prezzi scendono e i raffinatori furbi operano indisturbati. Il consumatore d'altro canto richiede sempre più olio extra vergine, che la produzione agricola non è in grado di fornire, per cui le aziende, pur di vendere, sono disposte a inventarlo. In questo modo c'è il rischio di infangare l'immagine di genuinità e di qualità del prodotto e di rovinare la tipicità dell'olio italiano, considerato a livello internazionale uno dei più pregiati. Un contributo utile è quello dell'Agecontrol, un'agenzia costituita nel 1986 per vigilare sulla distribuzione dei fondi Cee ai produttori e imbottigliatori di olio di oliva (1300 miliardi l'anno) che, avvalendosi di cento ispettori, controlla il settore costituito da un milione di produttori, 8 mila frantoi e 640 aziende confezionatrici ma non le raffinerie. Per capire l'entità dell'operato, basta ricordare che i 55 mila controlli eseguiti in otto anni di attività hanno avuto come conseguenza la segnalazione di 12.500 infrazioni e irregolarità ai danni del Fondo comunitario (Feoga) che elargisce i contributi. Sono state inoltre denunciate circa 2070 persone all'autorità giudiziaria, effettuate 1150 segnalazioni alla Guardia di Finanza e accertate frodi per 223 miliardi di lire. L'Agecontrol non ha però i titoli per effettuare visite e prelievi presso le raffinerie, ritenute da molti il vero centro operativo delle frodi. Un esame attento delle bolle di accompagnamento e di spedizione delle merci permetterebbe di verificare quando l'olio di semi diventa olio di oliva e quando l'olio di oliva lampante diventa extra vergine. Come intervenire, visto che le partite importate da Grecia, Tunisia e Spagna aumentano di anno in anno e la qualità non è così eccelsa mentre i prezzi delle bottiglie oscillano in modo così vistoso da disorientare gli acquirenti? Qualcuno, per amore dell'olio genuino, ha fondato il Mico (Movimento internazionale per la cultura dell'olio da olive) con lo scopo di insegnare ai consumatori ad assaggiare l'olio extra vergine e a distinguere il prodotto di qualità da quello mediocre. Non basta infatti leggere l'etichetta ma bisogna imparare ad assaggiare l'olio come si fa con il vino, il formaggio, il prosciutto... La procedura è semplice: basta versare l'olio in un cucchiaio o in un bicchierino, scaldarlo con la mano e sentire l'odore. Poi si mette qualche goccia su un pezzetto di pane non salato e si mastica lentamente assaporando con attenzione. Basta memorizzare il giudizio e fare altre prove con oli di marche diverse per avvertire le differenze e fare una scelta più accurata. Le prove vanno fatte al mattino senza aver bevuto il caffè, fumato la sigaretta o spruzzato profumi. Chi vuole può richiedere gratuitamente la «Guida all'assaggio» redatta dal Mico (via Lamarmora 14, Firenze, tel. 055-576.735). Roberto La Pira




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