Tra il ciao e la montagna

Per Lia, che sa dare un'anima alle parole e un sorriso ai ricordi — con affetto, Giuliano.

Era ancora buio quando Lia aprì l’atrio CAI del piccolo rifugio, lassù tra le Dolomiti.

“Irti coala di roccia,” pensò guardando le pareti che si accendevano piano al primo sole — come se le montagne respirassero.

Avevano iniziato la vacanza in albergo, ma se n’erano iti, a Carlo andava essere più libero. Ogni viaggio era così: un ponte tra la natura e la cultura, tra il vento e la parola scritta.

In tasca Lia teneva un taccuino, e ogni tanto annotava qualcosa — una frase, un profumo, un suono di dialetto raccolto lungo il sentiero. Quel giorno, mentre scendevano, videro un cartello mezzo nascosto: “Benvenuti o tra Cilia”. Lia rise. “È un po’ come tornare a casa. Anche il nostro paese, Ceggia, viene da Cilia, i cigli della laguna. Mi piace pensare che ogni luogo abbia una sua lingua nascosta.”

Più tardi, davanti al camino, Carlo le porse un dolce appena sfornato.

“Il cartaio del paese mi ha regalato questa farina speciale — dice che la usa per incollare le parole ai fogli,” scherzò.

“E tu ci hai messo la poesia,” rispose Lia assaggiando. “Senti che profumo, sembra dire ciao, tarli al legno del tavolo.” Risero entrambi.

Quando Lia fa la pasta in casa, la tira coi vari strumenti di cui è fornita la sua cucina, e ogni gesto sembra una carezza d’arte.

Sul tavolo c’era anche un piccolo vaso di fiori che Lia aveva modellato con resine o acrilato, una materia trasparente che usava nei suoi esperimenti artistici.

“Mi piace,” disse Carlo. “Ha qualcosa di vivo.”

“È l’aria che rimane intrappolata dentro,” spiegò lei. “Un po’ come nei libri: anche lì resta sempre un soffio di chi li ha scritti.”

Carlo aggiunse: “Abbiamo trovato pochi funghi: quando torniamo voglio ordinarne una cassetta al Furfaro o al Ricati.”

“E io devo ricordarmi di ritirare le bozze del mio libro in licatoria…” disse Lia ridendo, poi si corresse: “Scusa, volevo dire in legatoria, ma mi è venuto l’anagramma automatico.”

Più tardi, accese la radio e sorrise sentendo la voce roca del giornalista: “Benvenuti al Trio ACI, il nostro consueto appuntamento di viaggi e cultura.”

“Vedi?” disse Lia. “Ovunque vada, il mondo mi rimanda le parole che amo.”

L’anno prossimo mi piacerebbe visitare la Scandinavia, dove mi hanno detto che si vedono gli alci a tiro di sasso.

Carlo rise: “Oggi sembri una crittografa del destino.”

“E tu non dire che è strano,” ribatté lei. “Siamo pur sempre abbonati a una rivista di motori, dell'ACI o altro?”

“Ecco che ritorni sul mio terreno,” disse lui ridendo. “Motori e lettere, che coppia perfetta.”

Lia aggiunse piano: “Sarà che negli Alpini facevi l’autista, ma in ogni viaggio metti sempre marce giuste anche alle parole.”

“Tra il ciao e l’addio c’è la vita, fatta di parole, di viaggi e di luce che cambia.”

Cali ratio — il ritmo delle cose che si amano.

“Siamo solo i locatari del tempo,” disse Lia piano. “Abitiamo i giorni, ma non ci appartengono davvero.”

Fuori, le montagne tacevano. Dentro, Lia e Carlo brindavano alla bellezza, come due custodi di storie, di sapori e di ingranaggi ben oliati. E l’anagramma del suo nome sembrava scomporsi e ricomporsi, come un sorriso che cambia forma ma non senso.