TUTTOSCIENZE 17 marzo 99


OCCORRE UN SALTO CULTURALE C'è un'arte per invecchiare bene Conquistati 30 anni in più. Ora miglioriamone la qualità
AUTORE: TRIPODINA ANTONIO
ARGOMENTI: DEMOGRAFIA STATISTICA, BIOLOGIA, ANZIANI
ORGANIZZAZIONI: OMS
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 1999 ANNO INTERNAZIONALE DEGLI ANZIANI

L'IMMAGINE più rappresentativa della società futura è quella di Anchise, il vecchio genitore portato sulle spalle da Enea in fuga da Troia in fiamme: ««sindrome di Anchise»» è definita la proccupazione che il carico degli anziani sulle spalle dei giovani possa diventare insostenibile. Preoccupazione ben giustificata se si considera che è in atto in tutti i Paesi industrializzati, a partire dagli Anni 70, un progressivo invecchiamento della popolazione, dovuto sia al prolungamento della vita media sia alla diminuzione delle nascite: un fenomeno destinato ad assumere sempre maggiore rilievo negli anni futuri. Secondo le previsioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità nei prossimi 25 anni gli ultra-sessantacinquenni raggiungeranno il 10% della popolazione mondiale. Ma in Italia, tra i Paesi più longevi, questo traguardo è stato raggiunto e superato già da alcuni anni, essendo la popolazione degli ««over 65»» attualmente attestata intorno al 17%, con la prospettiva di giungere al 23% nel 2020. E' la prima volta che ciò avviene nella storia dell'umanità, per cui siamo impreparati. All'inizio di questo secolo in Italia la vita media era di 43 anni per la donna e di 42,6 per l'uomo (non molti di più di quanto fosse nei secoli scorsi); oggi è di 74,9 anni per l'uomo e di 81,4 anni per la donna; e si presume che i progressi della medicina ci faranno approdare a 90 anni. Per contro il numero medio dei figli per donna è sceso in Italia a 1,2, ben al di sotto della soglia del ricambio generazionale che è di 2,1. Abbiamo per questo il più alto ««Indice di Vecchiaia»» (rapporto tra i soggetti che hanno superato i 65 anni e quelli che sono al di sotto dei 15 anni), che è il più significativo parametro dell'invecchiamento di una popolazione, tenendo conto delle variazioni ai due estremi della distribuzione per età. A questo è strettamente connesso l'««Indice di Dipendenza Sociale»», rapporto tra la popolazione in età economicamente non attiva (giovani al di sotto dei 20 anni e anziani oltre i 65) e quella in età lavorativa, che dà la misura del carico economico che grava sugli individui economicamente attivi per il mantenimento della popolazione inattiva. Peso che diventerà sempre maggiore, non solo per motivi pensionistici, ma anche sanitari e assistenziali, poiché lo spettacolare prolungamento della vita è accompagnato dall'emergere di malattie cronico-degenerative un tempo sconosciute. Lo dimostra il fatto che quel 17% di ultrasessantacinquenni assorbe il 35% dei ricoveri ospedalieri, il 47% delle giornate di degenza, il 40% della spesa per farmaci e circa il 50% delle prestazioni professionali della medicina di base. I problemi socio-economici e sanitari che derivano dall'invecchiamento in atto in tutto il mondo, impone una riflessione sulle strategie da perseguire in campo geriatrico. Con questa finalità l'Oms ha proclamato il 1999 ««Anno dell'Anziano»». Cosa è possibile fare? E' osservazione comune come tra i vecchi vi sia un amplissimo spettro di situazioni: si va dal vecchio inabile al vecchio sano e vigoroso, pieno di interessi. Questa varietà di situazioni non è dovuta al caso. E' il risultato di influenze genetiche e, ancor più, di influenze ambientali. Il detto popolare ««si raccoglie in vecchiaia ciò che si è seminato in gioventù»» esprime purtroppo una grande verità. E' scientificamente provato che stili di vita non corretti (alimentazione non equilibrata, obesità, sedentarietà, abuso di fumo e di alcol, per citare solo alcuni fattori di rischio) lasciano segni profondi nel fisico e nella psiche. Ecco quindi delinearsi la grande importanza della ««geragogia»», la disciplina che ««insegna ad invecchiare»». Insegnamento che andrebbe rivolto non solo ai vecchi di oggi, ma soprattutto a quelli di domani e dopodomani. E' importante che penetri nella cultura popolare la consapevolezza che seguire un corretto stile di vita fin dalla più giovane età significa frenare i processi di invecchiamento e prevenire (o rallentare) gli eventi morbosi ad esso associati. Significa agire in modo che longevità e salute non siano termini contrapposti e che la vecchiaia non diventi una piaga sociale per l'esplosione dei costi assistenziali. Significa, in altre parole, smitizzare l'aforisma di Terenzio secondo cui ««senectus ipsa morbus est»» (la vecchiaia è di per sè una malattia). E che la cosa sia possibile lo dimostra la crescente schiera di anziani che, sempre più acculturati, attivi e integrati nel tessuto sociale, vantano capacità e stato di salute tali da far abbandonare la soglia dei 65 anni che di solito definisce l'anziano. Vale anche per il cervello il motto ««usalo o lo perderai»». Se persistono stimoli intellettivi viene conservata e a volte migliorata la capacità di pensare e di progettare. Lo testimoniano numerosi artisti che hanno espresso le loro migliori opere negli ultimi periodi della vita. Affinché l'««Anno dell'Anziano»» non rimanga una vuota dichiarazione di intenti è quindi urgente investire in cultura preventiva e riabilitativa, abbandonando il concetto perdente della vecchiaia come fase degenerativa della vita per sostituirlo con quello di processo evolutivo, con le sue specificità e le sue opportunità. Antonio Tripodina


DIVULGAZIONE Alla scienza una settimana non basta
Autore: MARCHIS VITTORIO

ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA, CULTURA
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA

DAL 21 al 28 marzo si svolgerà in tutt'Italia la nona Settimana della Cultura Scientifica e Tecnologica, con laboratori di ricerca aperti alle scuole e al pubblico e migliaia di iniziative per la diffusione della cultura scientifica. Il ministero dell'Università e della ricerca intende dare ulteriore impulso alla manifestazione, che coinvolge università, scuole, enti di ricerca, musei, associazioni, aziende e amministrazioni locali»». La Settimana di quest'anno sarà caratterizzata dal tema ««Scienza ed Educazione» » intendendo così sottolineare il rapporto tra la scienza come cultura e come metodo per i processi educativi e formativi»». Queste le parole del comunicato ufficiale del sottosegretario onorevole Cuffaro. Le numerose iniziative sono descritte - non poteva essere altrimenti - sul sito Internet appositamente organizzato all'indirizzo http://scienza.quipo.it/scienza99i/ o anche attraverso il ministero http://www.murst.it/ da dove è raggiungibile premendo su un apposito tasto virtuale. Quest'anno, ed è lodevole il risparmio di denaro e risorse, non viene stampata la guida cartacea che in passato arrivava sempre troppo tardi ed era troppo pesante: si affida tutto soltanto alla multimedialità. Ma la mancanza di un'adeguata campagna di sensibilizzazione, soprattutto presso le scuole ed i provveditorati, che proprio in questa occasione sono interlocutori privilegiati ed anche i destinatari diretti del tema prescelto, ha fatto riscontrare un calo del numero di iniziative registrate. Poiché sono un ottimista spero che sia soltanto un'apparenza, dovuta alla timidezza di fare tutto da soli di fronte ad uno schermo del computer, e che in realtà le schiere di volontari e volenterosi della scienza siano invece numerosissime. Ma altri potrebbero invece obiettare che invece l'entusiasmo è venuto meno. Lasciando le statistiche ai navigatori del pelago informativo. La Settimana non è soltanto l'occasione di poter visitare i musei senza pagare il biglietto o di poter entrare nei musei che sono solitamente chiusi. La Settimana dovrebbe essere la ««festa della scienza»». Ma c'è chi scappa ogni volta che sente l'odore di una ricorrenza, c'è chi ritiene che questa sia un'usanza d'altri tempi, chi pensa che la scienza - che è una cosa seria - non abbia bisogno di riti celebrativi. Ci sono già gli scienziati che pensano a tutto... In una società in cui anche la dimensione meta-fisica tende a diventare ««scientifica»», di fronte a un mondo che non può non dirsi tecnologico, di fronte alla laicizzazione dei saperi, la Scienza, con la esse maiuscola, è ancora un qualcosa di misterioso, per iniziati, e la sua distanza dal popolo dei non addetti nel linguaggio dei numeri e dei simboli un valido alleato. Proprio come accadeva con il latino e la Chiesa prima del Concilio Vaticano II. Sono utili i piagnistei nei confronti degli enti locali che lasciano la scienza nei sottoscala, le recriminazioni dei professori che non sanno sbirciare tra i libri dei colleghi delle altre materie, le rimostranze degli studenti che preferiscono un videoclip ad un'osservazione al microscopio, le scuse che i politici adducono alle difficoltà di gestione dell'ordinaria amministrazione. ««Le due culture»» che Charles Snow credeva avrebbero potuto presto trovare un perfetto accordo, sono ancora lontanissime l'una dall'altra. Sono passati quarant'anni e quasi non ce ne siamo accorti. L'analfabetismo scientifico è una realtà troppo diffusa: abbiamo bisogno di, nuovi maestri come lo fu Alberto Manzi che tanto contribuì alla TV a insegnare l'italiano agli Italiani. Sui media ci sarebbe moltissimo da dire. Non credo che la scienza ««spettacolo»» faccia un buon servizio alla causa, ma è necessario trovare i teatri adatti per rappresentare una forma di conoscenza che ha la stessa dignità della poesia. Si potrebbe obbiettare che la Scienza non sarebbe più se stessa se dimenticasse il rigore formale, se volesse anche parlare ai bambini, se si scontaminasse con la vita quotidiana, se mettesse nel cassetto anche solo per qualche giorno i suoi strumenti di conoscenza raffinati e sottili, e parlasse a tutti, davvero a tutti. Ma non è così. Vittorio Marchis Politecnico di Torino marchis@polito.it


BIOLOGIA DELLA TERZA ETA' Il gene che ferma il tempo Le ultime ricerche sugli ««orologi»» della vita
AUTORE: DI AICHELBURG ULRICO
ARGOMENTI: BIOLOGIA, MEDICINA FISIOLOGIA, GENETICA, DEMOGRAFIA STATISTICA, ANZIANI
ORGANIZZAZIONI: OMS
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: T. UNA POPOLAZIONE SEMPRE PIU' VECCHIA
NOTE: 1999 ANNO INTERNAZIONALE DEGLI ANZIANI

IL 1999 è l'Anno internazionale degli Anziani, come ha decretato l'Organizzazione mondiale della sanità. Oggi nel mondo 580 milioni di persone hanno un'età dai 60 anni in su, ed è prevedibile che si arriverà ad un miliardo nel 2020. L'aumento del numero e della proporzione degli anziani, conseguente al fatto che si vive più a lungo ed è diminuita la natalità, sarà la principale sfida del XXI secolo: migliorare la qualità della vita nella vecchiaia, invecchiare rimanendo attivi. E' evidente che i problemi di natura sanitaria e sociale sono molti. Primo fra tutti, però, è il problema biologico: perché si invecchia? Numerose teorie sull'invecchiamento si sono avvicendate in una lunga serie di anni, e su esse si fondarono per logica illazione i metodi di ringiovanimento, il più famoso dei quali fu negli Anni Venti quello di Serge Voronov, l'innesto di ghiandole sessuali di scimmia nell'uomo. Se ci domandiamo quale sia la causa della senescenza, oggi la strada ci porta alla cellula, e dalla cellula nella sua interezza alle singole parti, al nucleo, ai cromosomi, ai geni, alle proteine degli organelli cellulari. Entrati in questo ordine di grandezza le ricerche si orientano verso la biologia molecolare. In sostanza da un lato si pensa che la senescenza sia la diretta conseguenza d'un rigido programma genetico, insomma un processo controllato dall'interno, intrinseco, capace di portare alla morte anche in assenza di malattie; altri parlano invece di un danno subito casualmente dal Dna o da qualche enzima di fondamentale importanza, del declino del sistema immunitario e via dicendo. Partendo dall'osservazione che ogni specie animale ha una sua durata di vita caratteristica, le teorie genetiche ipotizzano la senescenza come qualcosa di già programmato (geni per l'invecchiamento), o come l'esaurimento di un programma di sviluppo prefissato. Il nocciolo della questione va quindi ricercato a livello di Dna e Rna. Per fare qualche esempio, J.R. Smith ha identificato una particella Rna avente la funzione di un fattore di senescenza. T.E. Johnson, tentando di identificare geni espressi da animali resi più longevi, ha riferito che la mutazione di un solo gene chiamato age-1 può fare aumentare del 70% la vita media di Caenorhabditis elegans, un piccolo verme che vive nel terreno. A sua volta Sazwinski ha identificato diversi geni in grado di prolungare la vita di Saccharomyces cerevisiae, il microorganismo costituente il lievito di birra, e in particolare ha osservato che il gene Lag-1 (Longevity assurance gene 1) prolunga la vita di circa un terzo delle cellule vecchie del lievito, e ha scoperto che un gene simile è espresso in certe cellule umane. Secondo un'altra teoria, sostenuta specialmente da J.F. Danielli e da L. Szilard, molte cellule mutano, con una perdita di programmazione. Dopo un certo periodo di tempo l'informazione genetica sarebbe sempre più soggetta ad errori originanti molecole enzimatiche difettose, col declino delle capacità delle cellule. L.F. Orgel, uno dei pionieri della biologia molecolare, dice che, cominciando a comparire nella cellula un errore di informazione, si determina una frequenza sempre maggiore di errori fino a giungere a ciò che egli ha drammaticamente chiamato una ««catastrofe di errori»». In contrapposizione abbiamo le teorie chiamate epifenomistiche, per le quali l'invecchiamento è dovuto al logorìo dell'ambiente e all'accumularsi di eventi esterni sfavorevoli. Una di queste teorie riguarda i radicali liberi, la cui azione distruttiva a livello di proteine e membrane cellulari non sarebbe più contrastata dagli enzimi anti-ossidanti, portando perciò a progressive e irreversibili alterazioni della cellula. I radicali liberi sono gruppi di atomi formantisi per scissione d'una molecola in due frammenti, e causanti attacchi ossidativi che danneggiano irreversibilmente i geni, derivandone un difetto dell'efficienza e della precisione con le quali la cellula sintetizza le proteine. Essi sarebbero dunque un importante fattore di invecchiamento. Per esempio M.R. Rose, incrociando fra loro maschi e femmine di Drosophila melanogaster (moscerino della frutta), ha ottenuto una popolazione vivente il doppio delle normali popolazioni di laboratorio: questi super-moscerini producono una versione insolitamente attiva d'un enzima che neutralizza un radicale libero assai dannoso. Insomma le ricerche sui radicali liberi fanno pensare che invecchiamo perché non riusciamo a combattere l'usura e non perché nel Dna siano contenute istruzioni per la nostra autodistruzione. Certo bisogna riconoscere che nonostante i progressi ottenuti studiando le cellule in coltura, i radicali liberi, i geni della longevità e tutti gli altri fattori ipotizzati, il processo dell'invecchiamento negli esseri umani rimane in gran parte ancora un mistero. Una volta svelato il mistero, ammesso che ciò sia possibile, ci si domanderà subito come prolungare la vita intervenendo sul processo di invecchiamento. Jazwinski, per citarne uno, pensa che un individuo sottoponibile entro i prossimi 30-50 anni ad un trattamento anti-invecchiamento potrebbe guadagnare una trentina di anni di vita in più, e aggiunge che la durata massima della vita, attualmente aggirantesi intorno ai 120 anni, potrà arrivare a 400 anni. Senza dubbio le conseguenze sociali ed economiche sarebbero enormi. Sorge quindi spontaneo un interrogativo: è davvero opportuno prolungare la vita? Alcuni fra i principali studiosi dell'invecchiamento hanno seri dubbi. Ulrico di Aichelburg


SCIENZE FISICHE CLIMATOLOGIA Gas serra occulto Attenzione al vapor acqueo Messo a punto un sistema per eliminarlo nella combustione dei fossili
Autore: VAGLIO GIAN ANGELO

ARGOMENTI: GEOGRAFIA GEOFISICA, CHIMICA, METEOROLOGIA
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, PO, PRATO
TABELLE: D. IL CICLO DELL'ACQUA

Attenzione alla nota (segnala una ripetizione)saluti, Venco IL riscaldamento del nostro pianeta potrebbe influenzare anche l'andamento delle correnti oceaniche, ridurre quindi l'effetto della Corrente del Golfo in Europa, e portare a un calo della temperatura nei Paesi dell'Europa Nord-occidentale. I fattori che influenzano il riscaldamento della Terra sono molteplici e hanno relazioni complesse: tra questi, non è finora stato preso in sufficiente considerazione il vapor acqueo presente nella troposfera. L'acqua ha uno spettro di assorbimento con alcune bande intense nella zona dell'infrarosso, per cui esercita un effetto analogo a quello del biossido di carbonio, CO2 e degli altri gas cosiddetti ««serra»», in particolare metano, protossido di azoto e clorofluorocarburi. La maggior parte del vapor acqueo dell'atmosfera ha origine naturale, poiché deriva dall'evaporazione dell'acqua di oceani, laghi e fiumi. Si tratta di circa 500 mila miliardi di tonnellate di acqua che evaporano e poi ricadono ogni anno sulla superficie terrestre come precipitazioni, mentre una quantità di poco inferiore a ventimila miliardi di tonnellate rimane sempre nell'atmosfera sotto forma di vapori o di nubi. Vapore acqueo inoltre si forma ogniqualvolta bruciamo combustibili fossili: costituisce infatti tra il 35 e il 40 per cento in peso dei prodotti delle combustioni, la restante parte essendo biossido di carbonio. Tanto per fare un esempio concreto, un chilogrammo di metano produce 2,2 chilogrammi di acqua e 2,75 chilogrammi di CO2 e una centrale termoelettrica, alimentata a olio combustibile con erogazione di cinquecento Megawatt/ora, immette nell'atmosfera centotrentamila chilogrammi di acqua all'ora. L'attività umana è, quindi, responsabile dell'emissione nell'atmosfera di ingenti quantità assolute di CO2 e acqua, che vanno a incrementare quelle già presenti dovute a processi naturali. Si pensi agli scarichi degli autoveicoli, alle emissioni delle ciminiere degli impianti di potenza, agli incendi delle foreste e, soprattutto, agli enormi volumi di gas bruciati alle bocche dei pozzi petroliferi che producono fiamme visibili a centinaia di chilometri. E' anche da prendere in attenta considerazione che in questi ultimi processi le ingenti quantità di vapor acqueo sono emesse a temperatura elevata (circa 400 gradi centigradi nel caso delle emissioni di centrali termoelettriche), per cui si generano squilibri nella circolazione atmosferica che portano il vapor acqueo a quote molto elevate aumentandone il tempo di residenza nell'atmosfera. L'importanza del vapor acqueo per l'effetto serra fu riconosciuta dalla Commissione di scienziati costituita dall'Onu come Intergovernmental Panel on Climate Change, nel primo rapporto presentato a Sundsvall nell'agosto 1990, ed è stata successivamente trascurata forse considerando che la quantità derivante da attività umane fosse piccola ripetizione con trascuratarispetto a quella dovuta ai fenomeni naturali di evaporazione e traspirazione. Non è in effetti così, se si tiene conto del fatto che vapor acqueo e biossido di carbonio sono prodotti approssimativamente nelle stesse quantità nei processi di combustione dei derivati del petrolio ed in generale degli idrocarburi, e che la quantità di CO2 dovuta ad attività umane farebbe crescere quella oggi presente nell'ambiente (oltre 700 miliardi di tonnellate) di poco meno dell'uno per cento all'anno, in assenza di processi di rimozione. Rispetto alla massa di vapor acqueo permanentemente contenuto nell'atmosfera l'incremento di acqua sotto forma di vapore di origine antropica è, quindi, di poco inferiore all'uno per mille. Una quantità piccola, ma non del tutto trascurabile. L'uso di energie alternative, eolica o geotermica, è ancora molto scarso, la produzione di energia mediante processi nucleari non è attualmente sviluppata per ragioni di varia natura e la proposta di ridurre la quantità di energia generata con l'uso di combustibili contenenti carbonio ed idrogeno è difficile da adottare per ragioni economiche, e soprattutto da parte dei Paesi in via di sviluppo. Se non sono perseguibili con efficacia queste vie, in grado di realizzare la riduzione contemporanea delle emissioni di biossido di carbonio e di acqua, l'alternativa è quella di abbattere il contributo delle attività umane al loro incremento nell'ambiente intrappolandole prima che vengano immesse nell'atmosfera. Sulla base di queste considerazioni un gruppo di ricercatori del Centro di Scienze Naturali del Comune di Prato ha ideato e messo a punto, recentemente, un'apparecchiatura in grado di condensare il vapor acqueo, da applicare sui condotti che convogliano nell'atmosfera i gas prodotti nei processi di combustione. Si tratta di un doppio sistema di filtraggio dei fumi prodotti dalle combustioni, che vengono portati a temperatura ambiente. Il vapor acqueo, di conseguenza, si condensa e scioglie la maggior parte degli ossidi di azoto e di zolfo, con conseguenze positive dal punto di vista ambientale per la riduzione degli ossidi volatili inquinanti, oltre che del vapor acqueo, e per il risparmio energetico ottenuto attraverso il calore scambiato ed il calore latente di condensazione. L'acqua raccolta con questa apparecchiatura può essere usata, eventualmente dopo trattamento, per scopi industriali. Sarebbe molto interessante anche l'utilizzo nel settore agricolo, soprattutto nelle regioni desertiche vicine ai pozzi petroliferi dove vengono bruciate, senza utilità alcuna, quantità enormi di idrocarburi. Gian Angelo Vaglio Università di Torino


SCIENZE FISICHE TECNOLOGIA Gomme ««fora e viaggia»» L'ideale per automobilisti inesperti
Autore: GRASSIA LUIGI

ARGOMENTI: TRASPORTI
ORGANIZZAZIONI: MICHELIN, PIRELLI
LUOGHI: ITALIA

LO pneumatico si buca ma non si gonfia. E' l'ultimo miracolo della tecnologia e si chiama ««pax system»», inventato dalla Michelin e sviluppato insieme alla Pirelli. Sarà prossimamente disponibile sulle vetture di serie, sostituendo certe tecniche dalle mille limitazioni, che fino ad ora potevano servire allo stesso scopo (ma piuttosto male) solo su veicoli speciali come furgoni blindati e macchine da rally. La foratura non è un incidente da sottovalutare. Per milioni di automobilisti, e soprattutto per le donne, è una piccola tragedia, soprattutto se colpisce di notte, sotto la pioggia, in galleria o in zone isolate o malfamate. Ma non va meglio di giorno sulle vie di gran traffico. Studi francesi misurano in poco più di 20 minuti la probabilità di sopravvivenza di un automobilista in ««panne»» o con la gomma bucata ai margini di un'autostrada o superstrada: tanto alto è il rischio di essere travolti da camion o auto mentre si armeggia per sostituire lo pneumatico. Per minimizzare i danni della foratura si è fatto ricorso, negli anni, a vari espedienti. Il primo e il più rozzo è stato quello dello pneumatico-mousse (schiuma), cioè realizzato con gomma spessa e porosa, in grado di trattenere molta aria negli alveoli anche dopo l'eventuale buco o strappo. Ma quanto a prestazioni su strada si trattava di pneumatici che lasciavano molto a desiderare, tanto da essere utili solo su furgoni blindati, che possono anche andare pianissimo ma hanno la necessità assoluta di non fermarsi in caso di attacco per rapina. Poi è stata la volta della più promettente tecnologia ««run flat»» (=correre con la gomma bucata), di cui è stata pioniera la Pirelli, che ne ha dotato vetture da rally fin dal 1984-'85. Si tratta di inspessire (fino al triplo) i fianchi dello pneumatico, con più gomma e più ««tela carcassa»», il materiale di rinforzo che la innerva. Così aumenta la resistenza strutturale dello pneumatico che tende a mantenere la sua forma anche dopo la foratura e la perdita di parte dell'aria. Sembra l'uovo di Colombo, in realtà è una tecnologia che richiede molti delicati aggiustamenti. La gomma bucata si affloscia comunque un bel po' e gli strati dei suoi fianchi più spessi subiscono una fortissima usura, sfregandosi all'interno gli uni con gli altri, se si continua a viaggiare. Lo pneumatico, dunque, non è recuperabile. Inoltre non tiene in curva se non a velocità moderatissima. Infine la tecnologia si può applicare solo a pneumatici molto ««ribassati»» (cioè con il fianco relativamente corto rispetto alla sezione) tipici delle grandi auto, mentre per le medio-piccole è improponibile. Mentre altre case puntano tuttora a migliorare la tecnologia ««run flat»», la Michelin ne ha inventata una completamente nuova, il ««pax system»» (a indicare che permette di continuare a guidare in santa pace anche dopo la foratura). Che ruota attorno a quattro elementi. Il primo è un nuovo tipo di aggancio dello pneumatico. Dentro alle gomme corre un cerchietto metallico posizionato in modo che, in quelle tradizionali, la pressione interna dello pneumatico lo fissa al cerchio della ruota. Il cerchietto però si stacca quando la pressione viene meno. Col nuovo aggancio, se la gomma si buca il cerchietto subisce una torsione che fa aderire lo pneumatico ancora più strettamente alla ruota. Ma, anche così, buona parte dell'aria se ne andrebbe. A impedire che la gomma si afflosci pensa l'elemento numero due: l'««anello di sostegno»», un supporto elastico interno che la mantiene in tensione quando si sgonfia. In queste condizioni si può guidare per altri 200 km a 80 all'ora, o con minore autonomia se si viaggia più velocemente (quindi, c'è tutto il tempo di andare dal gommista e si può fare a meno della ruota di scorta). Poi c'è il terzo elemento: una ruota diversa da quelle tradizionali, perché il ««pax system»» prevede per tutte le auto pneumatici estremamente ribassati e di minore ingombro. Infine l'elemento numero quattro: un sistema elettronico che avverte il guidatore che una delle gomme si è bucata e che sta viaggiando con il ««pax system»» attivo. Già, perché la nuova tecnologia promette di essere così efficace che neppure ci si accorge della foratura, ma continuando a guidare come niente fosse lo pneumatico si rovinerebbe definitivamente. Luigi Grassia


SCIENZE FISICHE SCOPERTA ITALIANA Quella medusa non muore mai
Autore: CARTELLI FEDERICO

ARGOMENTI: BIOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: CNR
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA

NEI fondali del Mediterraneo vivono varietà di meduse che non muoiono mai. La specie di ««Turritopsis nutricula»», abituale frequentatrice dei nostri mari, possiede nella fase d'invecchiamento del suo ciclo biologico capacità di riprodursi, adagiandosi sui fondali, in un nuovo organismo, arrestando così il naturale ciclo degenerativo. Il fenomeno, reso noto di recente, non deriva da una scoperta casuale, ma è l'esito di sette anni di ricerche dell'èquipe di Ferdinando Boero, genovese, ordinario presso il dipartimento di biologia marina dell'Università di Lecce, in collaborazione con l'Istituto talassografico del Cnr di Taranto e con il dipartimento di zoologia dell'Università di Basilea. Il ««McGraw-Hill yearbook of scienze and technology»», che raccoglie le più importanti scoperte dell'ultimo anno, ne ha pubblicato lo studio nell'edizione 1999. Stando ai risultati della ricerca, i celenterati (cui appartengono le meduse, esseri viventi di antichissima origine) sono in grado di bloccare il normale processo degenerativo del proprio organismo, che conduce alla morte, attraverso una straordinaria metamorfosi. Nella loro fase iniziale di vita, a livello di larva cioè, si presentano sotto forma di polipi i quali crescendo evolvono nelle sembianze della medusa che ben conosciamo. E fin qui, niente di nuovo. Si sapeva infatti che le cellule del celenterato contengono le informazioni di base dello stadio di polipo. La recente scoperta invece dimostra che la medusa adulta ha la proprietà, riorganizzando le proprie cellule di tornare allo stadio primordiale, di ricostruire ossia la struttura precedente di polipo, cominciando un'altra volta il normale ciclo vitale. E' come se, per dare subito l'idea, l'essere umano raggiunta l'età della vecchiaia e quindi trovandosi prossimo alla conclusione dell'esistenza, abbia la facoltà di tornare giovane, o addirittura neonato, per mezzo di una mutazione molecolare. Il processo di fuga dall'invecchiamento, con la possibilità di invertire il ciclo biologico, aprirebbe dunque nuove prospettive per la comprensione dei fenomeni di senescenza. La ««rinascita»» della medusa può essere provocata, oltreché dall'invecchiamento, da particolari situazioni: incidono fattori traumatici come il danneggiamento dei tessuti per una ferita o uno stato di stress, perfino un mutamento delle condizioni ambientali come lo sbalzo di temperatura. E' ancora tutto da dimostrare, però, che cosa succede allo stadio molecolare: in particolare, si devono capire e spiegare i complessi meccanismi che regolano il fenomeno dell'auto-rigenerazione. Insomma, si saprebbe adesso che in natura esiste, in determinate circostanze, un processo di rigenerazione; ma aspettiamo la prossima tappa della ricerca, se ci sarà, che dovrebbe saperci dire ««come»» esso avviene. Federico Cartelli


SCIENZE FISICHE CERCANDO E.T. Se l'alieno ci chiama con il laser
Autore: BONANNI AMERICO

ARGOMENTI: COMUNICAZIONI
ORGANIZZAZIONI: OSETI, PLANETARY SOCIETY
LUOGHI: ITALIA

DA qualche parte della galassia potrebbe esserci una civiltà che sta cercando di comunicare con noi non tramite onde radio, come si è sempre pensato, ma con brevi e potenti lampi di luce. Questa specie di faro intestellare è l'idea alla base di un nuovo capitolo della ricerca di intelligenze extraterrestri (Seti). L'americana Planetary society ha appena finanziato tre programmi scientifici, due nell'Università di Berkeley e uno ad Harvard, che puntano a scoprire eventuali segnali luminosi provenienti da pianeti orbitanti attorno a stelle vicine, una branca di ricerca che viene chiamata ««optical Seti»» (Oseti) per distinguerla da quella classica, basata sulle onde radio. Naturalmente non si tratta di luce normale. Sarebbe infatti impossibile emettere comuni lampi luminosi così potenti da essere visibili a distanze interstellari. Ciò che invece cercano gli scienziati americani sono segnali laser, una tecnologia di comunicazione che viene usata sempre più spesso. Fino ad oggi la ricerca di intelligenze extraterrestri è stata quasi esclusivamente basata sull'ascolto radio nel campo delle microonde, soprattutto sulla ««banda dell'idrogeno»», la frequenza radio emessa dalla sostanza più abbondante nell'universo. Tuttavia l'idea di usare anche le frequenze luminose (non solo quelle visibili all'occhio umano, ma anche infrarossi e ultravioletti) affiorò quasi contemporaneamente alla nascita del laser. Proprio uno degli inventori, il premio Nobel Charles Townes, pubblicò nel 1961 un articolo sull'argomento. Quasi dimenticato per tutto questo tempo, ora il laser si candida a pieno diritto come protagonista nella difficile caccia al fatidico contatto, con Townes stesso che fa parte della squadra. ««Per decenni - dice Louis Friedman, direttore della Planetary society, una organizzazione che finanzia decine di progetti Seti - abbiamo cercato di ascoltare segnali alieni con le nostre antenne radio. Ora è giunto il tempo anche di guardare con i telescopi»». In generale si cercherà di individuare lampi luminosi di brevissima durata, attorno al miliardesimo di secondo, e trasmessi su una frequenza molto ristretta (in termini ottici si potrebbe dire che sarebbero di un colore estremamente preciso). Queste due caratteristiche dovrebbero essere sufficienti ad eliminare i possibili disturbi provenienti da fenomeni naturali, sia astronomici che atmosferici. Lo scenario disegnato dagli scienziati Seti è quello di una trasmissione laser di altissima potenza, capace di essere registrata entro i mille anni luce di distanza. Gli extraterrestri potrebbero usare questa specie di faro solo come un sistema per attivare la nostra attenzione e poi spingerci a ricevere informazioni complesse. Alcuni scienziati pensano che la seconda trasmissione, quella contenente i dati, dovrebbe comunque avvenire nel campo delle microonde, ma un numero crescente di ricercatori ritiene che il fascio laser potrebbe essere usato non solo come ««squillo del telefono»», ma anche per la stessa trasmissione di informazioni, come del resto già avviene sulla Terra. Si sta cercando ora di coinvolgere gli astronomi dilettanti, almeno quelli abbastanza ricchi. Indicazioni sulla costruzione di un rilevatore adatto sono su Internet all'indirizzo: http://www.coseti.org/ Si veda pure il sito http://sag.www.ssl. berkeley. edu/opticalseti/ Americo Bonanni


SCIENZE DELLA VITA L'EMERGENZA DOPING Primo: non barare al gioco Basta con la filosofia del vincere a tutti i costi
AUTORE: VALPREDA MARIO
ARGOMENTI: SPORT, MEDICINA FISIOLOGIA, CHIMICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: SPORT E DOPING

NON accenna a placarsi il terremoto doping che dalla scorsa primavera ha sconvolto il mondo dello sport. Sotto le bordate del procuratore Guariniello e dei suoi colleghi il muro di omertà che ha sempre circondato prestazioni strabilianti e campioni chiacchierati comincia a mostrare qualche crepa. L'enorme diffusione del ricorso al doping che, ha goduto di una legittimazione di fatto da parte delle federazioni sportive, è fonte di viva preoccupazione per le autorità sanitarie di molti Paesi. I timori non riguardano solo i grandi campioni, che hanno uno staff medico a disposizione e sono lautamente pagati. I veri esposti sono gli amatori, spesso sportivi un po' frustrati per i quali l'offerta di pozioni magiche, diffuse e pubblicizzate dagli pseudo esperti che pullulano nell'ambiente, costituisce un'attrazione irresistibile. Ad esempio la vendita degli integratori, prodotti sulla cui innocuità, specie se assunti con continuità ed a dosaggi elevati, si nutrono molti dubbi, è più che raddoppiata quando dalle inchieste giudiziarie si è appreso che le grandi squadre di calcio li usavano regolarmente. Ma perché nello sport il doping è così diffuso? Due le radici principali: l'interesse economico, evidente per gli sportivi professionisti e per chi produce o spaccia i prodotti dopanti, ed una cultura perversa. Quest'ultimo aspetto è il più insidioso ed è emanazione diretta dello sport spettacolo.. Vincere sempre è diventato l'imperativo categorico delle federazioni, delle società, degli atleti, tutti schiavi del business, dell'immagine, dei premi. Il doping è solo una delle facce della società attuale dove in molti, per far carriera e vincere la loro corsa nella vita di tutti i giorni, sono disposti ad imboccare qualunque scorciatoia, anche illecita. Ma come si lotta contro il doping? E' una battaglia ormai persa, come sostengono con fatalismo molti addetti ai lavori, spaventati e rassegnati di fronte all'universalità del fenomeno?In realtà lottare efficacemente contro il doping è possibile. Però ad un patto: devono cambiare radicalmente le regole ed i sistemi attuali, clamorosamente inefficaci. La ricetta migliore è abbinare ad una capillare attività di educazione sanitaria una dura azione repressiva. La prima è un'operazione culturale necessariamente a tempi lunghi. Educare significa non solo evidenziare i tremendi rischi che corre chi si ««bomba»», sottolineandone la posizione antipatica rispetto ai valori dello sport, ma anche opporsi alla cultura del successo ad ogni costo. In altre parole, ripristinare nello sport la serena accettazione della sconfitta, riconoscendo, decoubertianamente e cavallerescamente, il merito anche di chi perde. E quindi vuol dire non cacciare allenatori ed atleti perché non vincono, non costringerli a barare il gioco per difendere il posto di lavoro. Spiegando nel contempo a tutti, chiaramente e nel dettaglio, i perniciosi effetti delle sostanze dopanti sulla salute. Fondamentali sono poi i controlli seri effettuati dalla Sanità pubblica, e non, come avvenuto finora, dagli Enti sportivi, restii per svariati motivi ad usare il pugno di ferro nei confronti di chi sgarra e del suo entourage. Le dimensioni attuali del fenomeno doping lo configurano infatti come autentica emergenza sanitaria: occorre attivare e potenziare i laboratori di analisi, stimolare ricerche, predisporre un programma di controlli razionali e sistematici anche per le competizioni minori, specie quelle riservate ai giovani. Il tutto accompagnato da pesanti sanzioni economiche e dure squalifiche che colpiscano anche tecnici, medici e dirigenti e non solo gli atleti, spesso vittime inconsapevoli che pagano già un prezzo altissimo: la perdita della salute. Mario Valpreda


SCIENZE DELLA VITA Dalle trombosi ai tumori I gravissimi rischi dell'abuso di eritropoietina
AUTORE: SALIZZONI MAURO
ARGOMENTI: SPORT, MEDICINA FISIOLOGIA, CHIMICA
LUOGHI: ITALIA

SOMMINISTRARE medicine ai sani è sempre sbagliato, ma l'abuso che in questi ultimi anni si è fatto, nel mondo sportivo, dell'Eritropoietina ricombinante (Epo) configura qualcosa di più del semplice azzardo. Infatti già nel 1991 la rivista Der Spiegel riferiva della morte di 18 ciclisti agonisti collegata all'uso dell'Epo ricombinante mentre non fa quasi notizia l'elevato numero di ciclisti professionisti che ogni anno vengono operati per rimuovere trombi agli arti inferiori. In realtà, nella pratica clinica l'eritropoietina ricombinante viene da sempre considerato un farmaco impegnativo che, per i suoi effetti collaterali, è da usare con estrema cautela. Infatti chi impiega quotidianamente l'Epo, somministrandola a pazienti gravi (trapiantati, dializzati, malati di tumore, portatori di Aids) per innalzare i tassi di emoglobina (Hb) a limiti accettabili, fino ad un massimo di 10-11 gr/dl, sa bene che in tale situazione l'ematocrito (Hct) non raggiunge valori alti, ma resta sempre sotto la norma. Questo rilievo tuttavia non attenua affatto la preoccupazione del clinico per la trombofilia spiccata che l'uso dell'Epo provoca proprio per la sua capacità di inibire i fattori coagulanti come la proteina ««S»»: si possono così formare trombi intravascolari anche con valori di ematocrito molto bassi. Ma i clinici conoscono bene anche altri temibili effetti legati all'uso prolungato di Epo come ipertensione, con la conseguente sclerosi vascolare e l'aumentato rischio di infarto. Sono inoltre state descritte sindromi convulsive, encefalopatie ipertensive e modificazioni della sostanza bianca celebrale (leucoencefalopatia) riscontrabili alla Risonanza Magnetica Nucleare. C'è poi un ulteriore rischio, anch'esso rilevante. E' noto che per far aumentare i valori globulari, permettendo all'Epo di esprimere compiutamente la sua azione, occorre somministrare, contestualmente all'Epo, anche ferro. Quando gli alti valori di ematocrito si abbassano per ««rottura»» globulare il ferro resta nell'organismo. In questo caso il rischio è rappresentato dalle tossicosi endogene da ferro, causa accertata anche di gravi degenerazioni epatiche come la cirrosi. Ma quelli citati non sono gli unici rischi dovuti all'uso prolungato (due o tre cicli annuali per due o più anni) dell'Epo. Esiste un altro, più inquietante, pericolo collegato al meccanismo di azione della sostanza. L'Epo agisce sull'eritrone, un gruppo di cellule presenti nel midollo osseo, ««selezionando»» le migliori che si trasformeranno, secondo le naturali linee maturative, in globuli rossi. Il meccanismo con cui l'Epo naturalmente prodotta dall'organismo sceglie solo alcune cellule dell'eritrone fa parte di un processo complesso definito apoptosi. Una insufficiente apoptosi provoca eccessiva proliferazione cellulare e conseguente ridotta morte cellulare programmata permettendo la sopravvivenza di cellule mutate che possono portare alla degenerazione tumorale. Ora l'Epo ricombinante che s'inietta come farmaco è simile a quello prodotto dall'organismo ma manca di un'importante caratteristica: non riesce a discernere, all'interno dell'eritrone, le cellule buone da quelle cattive. In altre parole, l'Epo ricombinante inibisce l'apoptosi facendo diventare globuli rossi anche cellule imperfette. E nella letteratura scientifica le segnalazioni su questo possibile evento tumorale sono sempre più numerose, con pesantissime previsioni di rischio per gli sportivi che fanno od hanno fatto largo ricorso all'Epo. Un abuso che suscita sempre più le indignate reazioni di tutti i clinici preparati e consapevoli. Mauro Salizzoni Primario del Centro trapianti di fegato di Torino


SCIENZE DELLA VITA OSSERVATORIO AMERICANO La rigorosa coreografia dei mitocondri Sono organelli all'interno delle cellule, responsabili dei cicli vitali
Autore: LUCENTINI MAURO

ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA, BIOLOGIA
NOMI: YAFFE MICHAEL
LUOGHI: ITALIA

E' quasi un secolo che gli scienziati hanno scoperto i mitocondri, minuscoli organelli all'interno della cellula, e una cinquantina d'anni da quando ne hanno individuato una delle funzioni principali, che è quella di piccole centrali elettrochimiche per la produzione dell'energia necessaria alla cellula e all'organismo. Ma solo adesso si comincia a comprendere la complessità di questi organelli e a scoprire i sorprendenti aspetti del loro rapporto strutturale con la cellula. Su uno degli ultimi numeri della rivista ««Science»», un rapporto del biologo Michael Yaffe dell'Università di California a San Diego riferisce una serie di scoperte recentissime del suo e di altri laboratori americani sui movimenti dei mitocondri all'interno delle cellule, rivelandone il ruolo vitale nell'evoluzione cellulare e per il buon funzionamento dell'organismo. Finora si era sempre supposto che durante le continue suddivisioni delle cellule (il processo di mitosi) i numerosissimi mitocondri si spartissero tra cellula madre e cellula figlia a caso, cioè a seconda delle posizioni casualmente occupate nel citoplasma al momento della divisione. Si vede invece ora che i mitocondri si muovono secondo una rigorosa coreografia, che mette ciascuno di essi al posto giusto e nel momento giusto sia prima sia durante e dopo la suddivisione. Ciò avviene con vigorosi movimenti dei mitocondri attraverso il citoplasma, il fluido che circonda il nucleo della cellula. L'esistenza e agilità di questi movimenti era nota già da molti anni; era stata essa, tra l'altro, a suggerire l'ipotesi, che ora trova crescente credito, secondo cui i mitocondri sarebbero imparentati con i batteri, e che essi siano entrati nelle cellule dall'esterno agli albori dell'evoluzione animale impiantandovisi poi permanentemente in un rapporto di simbiosi interna o endosimbiosi. Non si era però capito come avvenissero questi movimenti, dato che gli organelli sono sprovvisti di flagelli, ciglia o altre strutture molecolari normalmente associate alla mobilità dei batteri. Adesso le ricerche di Yaffe e dei suoi colleghi rivelano che i mitocondri si spostano scivolando su una complessa rete di rotaie o seguendo un intrico di cavi filamentosi che fanno parte della stessa struttura della cellula (citoscheletro) e che non erano stati mai visti prima per la loro estrema piccolezza e sottigliezza. Ognuna di queste strutture segue uno schema preciso ed è creata attraverso la produzione di particolari proteine, molte delle quali sono state chimicamente identificate. La forza di propulsione è fornita da motori molecolari sparsi in tutto il sistema. La rimozione delle proteine, effettuata sperimentalmente attraverso quella dei geni che le comandano, conferma la funzione di ciascuna nelle singole strutture e nella regolarità dei relativi movimenti. L'importanza e il ruolo dei vari movimenti non sono noti, ma sembra evidente che essi sono connessi alla salute generale dell'organismo, anche in vista del fatto che i difetti mitocondrici sono stati associati negli ultimi anni con una serie di malattie genetiche degenerative, tra cui varie forme di cancro, ed anche con l'invecchiamento dell'individuo. E' stato inoltre accertato che i mitocondri sono in gran parte responsabili dell'apoptosi, cioè del normale processo di morte delle cellule in ogni parte dell'organismo. Sullo stesso numero di ««Science»», che ha in copertina una microfotografia di mitocondri, altri rapporti sono dedicati alla patofisiologia delle malattie mitocondriche, al processo di produzione dell'energia caratteristico dei mitocondri e alla teoria endosimbiotica dell'origine dei mitocondri. Mauro Lucentini


SCIENZE DELLA VITA 24 MARZO La Giornata contro la tubercolosi
Autore: BUGIANI MASSIMILIANO

ARGOMENTI: MEDICINA FISIOLOGIA, STATISTICHE
PERSONE: KOCH ROBERT
NOMI: KOCH ROBERT
ORGANIZZAZIONI: OMS
LUOGHI: ITALIA

SI celebra il 24 marzo la Giornata mondiale per la lotta contro la tubercolosi, malattia che nel 1993 l'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha dichiarato ««emergenza globale»». Da quando, il 24 marzo 1892, Koch annunciò la scoperta del bacillo della tubercolosi, sono state sviluppate terapie e strategie di contenimento molto efficaci. Eppure la tubercolosi resta oggi nel mondo la più importante causa di morte per malattia infettiva: nei Paesi in via di sviluppo causa il 20 per cento delle morti evitabili tra gli adulti. Quest'anno nel mondo moriranno per tubercolosi tante persone quante ne sono morte in tutta la storia della malattia. L'Oms stima che nei Paesi a basso reddito il 50 per cento degli adulti in età produttiva e la maggioranza dei più anziani siano stati infettati dal micobatterio della tubercolosi (Mt). Nel periodo tra il 1990 ed il 2000 più di 88 milioni di persone svilupperanno la tubercolosi; di questi 8 milioni sono direttamente o indirettamente da riferire alla infezione Hiv (Aids). Nello stesso periodo di tempo si attendono 30 milioni di morti per Tb, di cui 3,9 milioni attribuibili all'Hiv. Nei Paesi industrializzati dall'inizio del secolo l'incidenza e la mortalità della tubercolosi sono andate decrescendo, con accelerazioni in seguito all'introduzione della chemioterapia. Il calo negli Usa è proseguito fino alla metà degli Anni 80, tanto da far considerare prossimo l'obiettivo dell'eradicazione. Dall'83-84 il decremento si è arrestato mentre per la prima volta nel 1986 il numero di nuovi casi è aumentato rispetto all'anno precedente. Altrettanto succede in altri Paesi industrializzati. In Europa il numero di casi notificati continua a calare in Belgio, Finlandia, Francia, Germania e Spagna, è rimasto stazionario in Svezia e in Gran Bretagna; un incremento è stato invece osservato in Austria, Danimarca, Irlanda, Italia, Olanda, Norvegia e Svizzera. Attualmente si stima per i Paesi industrializzati un'incidenza di circa 204.000 casi anno (23 su 100.000) contro i 196.000 del 1990 con lo stesso tasso. Si prevede che nel 2000 avremo in questi Paesi 211.000 casi l'anno (24 su 100.000). L'inversione di tendenza dipende dalla presenza nella popolazione di sempre più consistenti gruppi a rischio e dall'abbandono o declino dei programmi di controllo. L'Italia tra i Paesi industrializzati si colloca tra quelli a basso tasso di incidenza (10 su 100.000) almeno per quanto riguarda le notifiche di malattia (con una sottonotifica tra il 15 e il 30% dei casi). Nei Paesi industrializzati non sembra, al momento, in aumento la trasmissione verso le fasce di età più giovani della popolazione locale. Questo fa supporre che l'epidemia di nuovi casi sia per ora confinata tra gruppi a rischio e nelle fasce di età più alte, cosa che dovrebbe rendere più efficace l'intervento. In Piemonte nel 1994 erano stati segnalati 646 casi (618 polmonari), in ascesa ulteriore rispetto agli anni precedenti. Nel 1996 sono stati notificati 446 casi (311 polmonari). Il numero non è tale da destare allarme, anche tenendo conto di una possibile sottonotifica stimata intorno al 15%. La tendenza attualmente appare in discesa, in particolare per le forme polmonari: ciò sembra confermato dai dati del '97. Lo si deve in parte a cambiamenti epidemiologici (provenienza dei nuovi immigrati da zone a minor rischio) e in parte a una maggiore accuratezza del sistema di notifica (eliminazione dei duplicati) a cui non ha corrisposto un'adeguata riduzione della sottonotifica (in particolare dei casi di Aids) e, infine, alla ripresa nella Regione del programma di controllo. Una tendenza analoga si è avuta in tutta l'Italia. Massimiliano Bugiani Referente per la tubercolosi per il Piemonte


SCIENZE DELLA VITA DIETETICA Continuiamo a mangiare troppi grassi
Autore: PELLATI RENZO

ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE, MEDICINA FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

NEI Paesi dell'Occidente industrializzato (Italia compresa), il consumo di grassi è superiore al reale fabbisogno. Conseguenze: obesità, colesterolo alto, malattie cardiovascolari. Le quantità raccomandate di lipidi per l'adulto dovrebbero essere pari al 25% delle calorie totali giornaliere: in Italia la percentuale stimata sale al 32%. La restrizione dei lipidi non deve però essere indiscriminata, per non esporre l'organismo ad ulteriori guai. Ci sono infatti dei lipidi indispensabili all'organismo umano che ricerche attuali hanno ulteriormente valorizzato. Già si sapeva dell'esistenza di acidi grassi (definiti essenziali) che l'organismo non riesce a sintetizzare e che bisogna introdurre con l'alimentazione: acido alfa-linolenico e acido linoleico, chiamati anche Pufa (Poliunsatured Fatty Acids), presenti nell'olio di semi e di oliva.Dall'acido alfa-linolenico l'organismo umano ricava altri acidi grassi chiamati ««di derivazione»» e precisamente: EPA (acido eicosapentaenoico) e DHA (acido docosaesaenoico), noti anche come Omega-3 LCP, a causa della loro struttura molecolare. Dall'acido linoleico l'organismo umano ricava l'acido arachidonico (AA) e l'acido gamma-linolenico (GLA) noti come Omega-6 LCP. Per ottenere questi acidi grassi ««di derivazione»» (utilissimi perché sono precursori di prostaglandine dall' effetto antitrombotico e antiipertensivo) è necessario che l'organismo possegga un enzina: delta 6 desaturasi.Se questo enzina è carente (diminuisce dopo i 35 anni o con diete squilibrate) è necessario mangiare cibi che contengono questi acidi grassi ««di derivazione»», in particolare gli Omega-3 LCP: cioè pesci grassi come sgombro, aringa, salmone, sardina. Recenti studi hanno dimostrato che gli acidi grassi Omega-3 LCP sono indispensabili per il normale sviluppo del cervello e della retina, e che la crescita fetale richiede una elevata presenza di questi acidi. Nei bambini prematuri le riserve di Omega-3 LCP sono inadeguate allo sviluppo del sistema vascolare e di quello cerebrale, per cui sono raccomandati latti artificiali arricchiti. La donna in gravidanza accumula progressivamente gli acidi grassi Omega-3 LCP per cederli nel corso dell'allattamento, per cui è necessario garantirne la presenza in questo particolare periodo della vita. Futuri studi permetteranno di chiarire il ruolo degli Omega-3 LCP. Oggi si ritiene che lo 0,5% delle calorie totali sia sufficiente a mantenere l'integrità metabolica: equivale a 2-3 porzioni settimanali di pesci ad alto contenuto di grassi. Renzo Pellati


SCIENZE A SCUOLA LA SETTIMANA DELLA SCIENZA Dalla matematica alla microbiologia In tutta Italia laboratori aperti, con centinaia di incontri e manifestazioni
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA

SONO centinaia in Italia le occasioni - mostre, conferenze, seminari, visiste guidate a Istituti e laboratori - organizzate per la Settimana della cultura scientifica e tecnologica promossa dal ministero dell'Università dal 22 al 28 marzo ««per stimolare comunicazione e scambio tra la comunità civile e il complesso sistema di ricerca nazionale»» e presentare gli ultimi risultati delle ricerche nei vari campi scientifici. Ve ne presentiamo una selezione. Roma, 26 marzo, ««Hai i numeri per la scienza? Gare di matematica e non solo»», Università La Sapienza, Piazzale A. Moro, organizzate dalla sezione romana del Progetto Olimpiadi della Matematica 26 e 27 marzo, Liceo Classico Sperimentale Russell, via Tuscolana 208: ««Analemmatica: meridiane sul terrazzo di scuola»». Informazioni 06/70.23.714. Firenze. Dal 24 al 28 marzo mostra ««Le donne e la scienza prima del XX secolo»», Iti-Ipia, via del Terzolle 91. Informazioni 055/41.20.96. All'Ospedale Careggi, via Morgagni 85, Aula Magna di medicina, 22 marzo, elaborati audiovisivi sul tema: ««Educazione scientifica e produzione multimediale»». Informazioni 055/33.25.49. Ospedale Meyer, via L. Giordano 7, ««Il museo nell'ospedale. Atelier e giochi scientifici» », esperienze sulla percezione. Informazioni 055/566.32.12. Milano. Nir-It, 1999, ««Internet e i media del 2000»», sede Cnr-Itim, via Ampere 56. Giornate di studio, (17-31 marzo). All'Università, Dipartimento di matematica, via Saldini 50, dal 17 al 31 marzo, mostra ««Simmetria: giochi di specchi»». Prenotazione 02/266.021. Genova. Il 26 e 27 marzo alle 21, rappresentazione sperimentale di teatro scientifico nei Magazzini del Cotone, Porto Antico, Sala Libeccio: ««Il raggio chiaro della verità, i Curie, tra via e scienza»». Anteprima il 22 alle 17, nella Città dei Bambini. Informazioni 010/65.98.743. Torino. ««Starlab, il cielo a portata di mano»», planetario, dal 15 al 26 marzo, Istituto Agnelli, corso U.Sovietica 312. Prenotazioni scuole CentroScienza, 011/83.94.913. Cnr, Strada delle Cacce 73, 23 e 24 marzo, proiezione di filmati, mostra apparecchiature di misura e visita laboratori di ricerca. Informazioni 011/39.77.347. Sempre al Cnr, il 23 e 24 marzo visite ai laboratori sul tema: ««La protezione idrogeologica»». Negli stessi giorni visite all'Istituto di Fitovirologia Applicata sui temi: epidemiologia e vettori, citopatologia, microscopia elettronica, biologia molecolare e ingegneria genetica. Politecnico, corso Duca degli Abruzzi 24. Mostra: ««La memoria politecnica»», 22-26 marzo. Informazioni 011/56.46.129. Istituto Elettrotecnico Galileo Ferraris, Strada delle Cacce 91, visite guidate ai laboratori e alle collezioni di antichi strumenti. Informazioni 011/39.19.523/4. Istituto Avogadro, corso San Maurizio 8, Torino,: ««Dal Sole alle galassie»»; 18 marzo, ore 21: ««Moti e distanze delle stelle e misura del tempo»» con Renato Pannunzio; 25 marzo: ««Edoardo Trussoni parla di ««Galassie»». Saluggia (Vc). Dal 23 al 25 marzo visite guidate al Centro Ricerche dell'Enea. Informazioni e prenotazioni 0161/48.33.96. Il 23 marzo incontro con i tecnici Enea riservato agli insegnanti su: ««Metodologia e valutazione della qualità ambientale»» Tornaco (No) Scuola Elementare, via Q. Sella 1, il 27 marzo presentazione dei lavori dei bambini sul tema ««Recupero ambientale»», lavori seguiti al recupero di una discarica recentemente rimboschita. Biella, Museo Roccavilla, via Addis Abeba 20, 27 marzo esposizione di circa 300 strumenti scientifici dell'antico laboratorio di fisica e scienze naturali. Informazioni: 015-56.25.94. Mondovì. Liceo Scientifico Vasco, piazza IV novembre 4. Lunedì 22 ore 11, conferenza di Piero Bianucci su ««Scienza e divulgazione scientifica»». 29 marzo: ««Scienza e documentario scientifico»», di Gianfranco Rados. Dal 19 al 24 mostra: ««Il tempo fra scienza e fantascienza»». Il 29 aprile alle 17.30 nell'aula magna del Politecncico di Mondovì Stefano Della Casa parla su ««Scienza e fantascienza»». IL 29 aprile ««Scienza e potere»» con Roberto Fieschi. Infine il 25 maggio alle 20.30, ««Scienza e fede»»; intervengono padre George V. Coyne, direttore della Specola Vaticana, e Roberto Antonetto, giornalista. Asti. Liceo Scientifico F.Vercelli, via Dell'Arazzeria 6, dal 21 al 31 marzo ««L'occhio»», fisiologia e illusioni ottiche e mostra: ««L'atomo di carbonio»». Informazioni 0141/21.53.70. Pinerolo. Nella sede Cesmap, viale Kennedy 30, mostra ««La fisica ottocentesca e contemporanea»», dal 20 marzo al 18 aprile. Informazioni 0121/39.13.11. Legambiente. In tutta Italia, 20 e 21 marzo, organizzate da Legambiente manifestazioni ««Cento strade per giocare»», in oltre duecento comuni grandi e piccoli. Centri chiusi al traffico anche in concomitanza con la Festa dell'aria, con lo stop totale della circolazione. Lessolo, frazione Calea, Ivrea, Canavese, (To), 28 marzo, via Delle Miniere 9, ««Gli studenti e il sito minerario di Brosso»», mostra prodotta dagli studenti, percorso guidato al sito metallurgico di Brosso e ad alcune vecchie strutture per la lavorazione del minerale e la produzione di ferro. Informazioni 0125/58.618. Como, il Centro Cultura Scientifica ««Alessandro Volta»» di Villa Olmo 8 (tel. 031-57.22.13), organizza il 20 marzo le celebrazione del bicentenario dell'invenzione della pila di Alessandro volta, simultaneamente a Como, viale Cavallotti, alle 17.30, e all'Università di Pavia, in videoconferenza col premio Nobel Carlo Rubbia. Al Teatro Sociale di Como, nel pomeriggio, proiezione del filmato ««La scintilla di Volta»». Alle 21 concerto con la sinfonia Pastorale, di Beethoven, diretta da Peter Maag.


SCIENZE A SCUOLA LA MACLURA POMIFERA L'albero degli Osage Legno straordinario per gli archi dei pellerossa
Autore: BORRELLI SILVANO, CIRAVEGNA IVANO

ARGOMENTI: BOTANICA, ARCHEOLOGIA, STORIA
NOMI: BRADBURY JOHN, CHOUTEAU PIERRE, GLIDDEN JOSEPH, JEFFERSON THOMAS, MACLURE WILLIAM, TURNER JONATHAN
LUOGHI: ITALIA, AMERICA, USA
TABELLE: D.

IL dipartimento dei ««Primitivi attuali»» del Laboratorio di Archeologia Sperimentale di Torino (Liast) da anni studia, ricerca, sperimenta e ricostruisce oggetti, attrezzi, arte mobiliare, frecce ed archi dei nativi americani. Ed è proprio dall'arco pellerossa che è iniziato un lungo percorso di ricerche e sperimentazioni sulla Maclura Pomifera. Percorso che parte dai molteplici nomi con cui viene chiamato l'albero della Maclura (Maclura aurantiaca, Osage orange, Bois d'arc, Arancio osage, Melo osage, Melo dei cavalli, Moro degli osage, Gelso degli osage, Gelso dei tintori, Spino degli osagi, Palle da siepe, Siepe di mele, Siepe della prateria), da cui gli indiani hanno ricavato per anni i loro archi, attraverso le caratteristiche botaniche, i vari utilizzi che ne hanno fatto pellerossa e coloni bianchi, com'è arrivata in Europa e in Italia... insomma una storia contorta come lo sono i suoi rami che si curvano, si piegano, s'inarcano, si deformano e si attorcigliano. La maclura appartiene alla famiglia delle Moracee ed è un monotipo: è un albero alto 8-12 metri (fino a 20 nel suo Paese) con chioma folta, irregolare. La corteccia bruno-aranciata, profondamente fessurata-screpolata, contiene tannino, mentre dalle radici si estrae un colorante denominato morina. L'Osage orange (nome inglese della maclura) è originario degli Stati del Nord America sud orientali (bacino del Red River, Stati dell'Oklaoma, Arkansas, Missouri, Texas) e, attualmente, cresce in tutto il Midwest. Mentre le foglie somigliano a quelle dell'arancio, il frutto, così affascinante per chi lo vede la prima volta, è grande come un pompelmo e quando è maturo ha un colore simile al limone. Il legno è pesante, duro, forte, flessibile, durevole. L'interno del tronco ha uno stupendo colore ocra screziato. Il legno e il frutto, inoltre, sono tintoriali: la tribù degli Osage (da cui derivano alcuni dei suoi nomi), che viveva lungo le sponde del fiume Osage, affluente del Missouri, ne traeva la base per le pitture di guerra. Era anche utilizzato come rimedio per le infiammazioni agli occhi: i Comanche (pianure meridionali) prescrivevano, oltre ad altri rimedi, un decotto di radice bollita di moro degli osage col quale effettuare un bagno oculare. Meriwether Lewis la descrisse per la prima volta col nome di melo osage in una lettera del marzo 1804, indirizzata a Thomas Jefferson (presidente degli Usa e pioniere degli studi archeologici in America), cui allegò alcune talee prese da un albero del vivaio di St. Louis curato da Pierre Chouteau, famosissimo bianco, dedito al commercio con gli indiani, che cinque anni prima aveva piantato i semi della maclura comprati da un indiano Osage. Thomas Nuttall, padre della botanica americana, descrisse la pianta nel 1811 e la chiamò col nome del suo amico William Maclure (1763-1840), un geologo filantropo che visse per un certo periodo a New Harmony (Indiana), culla della scienza del West e sede della Geological Survey, l'ente governativo deputato al frazionamento del territorio nazionale. Nel 1839 Jonathan Turner di Jacksonville (Illinois), un predicatore dall'animo mistico e scientifico al contempo, affermò che ««...il Creatore non poteva aver commesso l'evidente errore di creare le praterie senza un materiale per cintarle»» e cominciò a fare esperimenti con una pianta originaria della regione compresa fra i tratti intermedi dell'Arkansas River e del Red River. Nel 1847 Turner cominciò a propagandare e a vendere quella pianta, fino allora nota come il miglior legno da archi del Nord America (e forse di tutto l'emisfero boreale), un albero che i cacciatori di pellicce chiamavano bois d'arc e che tuttora alcuni abitanti delle Ozark Hills chiamano bodark o, ancora, bowdark o bow wood (legno per archi). Per una sorta di strana combinazione quell'albero, mentre forniva archi e bastoni che aiutavano gli indiani a difendere il territorio, consentiva anche ai pionieri bianchi di sottrarglielo recintando la terra. Turner propose di chiamare la maclura siepe della prateria e disse: ««E' la nostra pianta, Dio l'ha fatta per noi e noi la chiameremo col nome dell'oceano verde che è la nostra casa»». All'inizio, nella prateria le siepi di maclura si moltiplicarono, ma l'epoca del loro utilizzo come strumento agricolo finì più in fretta di quella dei battelli a ruota: come la locomotiva soppiantò i battelli fluviali, così il filo spinato decretò la fine delle siepi. Probabilmente il filo spinato non venne inventato per caso nell'Illinois, non lontano dal posto in cui Turner aveva dimostrato che l'arancio osage era un'ottima siepe da prateria; e sembra inoltre che Joseph Glidden, autore dell'invenzione brevettata nel 1874, da cui discende l'attuale filo spinato, avesse preso l'idea da un ramo spinoso di maclura. Il legno della maclura, che gli uomini hanno ammirato per migliaia di anni, è fra i più pesanti d'America: un metro cubo allo stato naturale pesa più della metà di un metro cubo di calcare ed è quasi altrettanto duro poiché smussa rapidamente le punte da tornio e le lame da sega. Chi ha provato ad intagliare il legno di maclura ne sa qualcosa! Gli indiani lo ricercavano per realizzare i loro archi perché, pur essendo prodigiosamente flessibile, è due volte e mezzo più resistente del legno di quercia: un arco di arancio osage, fatto con una pianticella ben stagionata e flesso da una corda di tendine di bisonte, può scagliare una freccia di corniolo con tanta forza da farla penetrare in un bisonte fino alle penne, e tutt'oggi alcuni arcieri considerano il suo legno superiore al celeberrimo tasso usato per gli archi inglesi. Nel 1811 John Bradbury, incoraggiato da Jefferson, fece un viaggio d'esplorazione lungo il fiume Missouri e disse che il prezzo di un arco di maclura era elevatissimo poiché ammontava a un cavallo e una coperta. La maclura era il legno per archi di gran lunga più impiegato nelle pianure e soprattutto in quelle meridionali. Noi ne proponiamo uno dei tanti che abbiamo costruito. Un arco corto (lungo 120 cm) dalla sezione rettangolare, con un carico compreso tra i 35 e 40 chili per un allungo massimo (cioè la lunghezza della freccia) compresa tra i 63 e 70 cm (come si osserva dai disegni). I bianchi erano disinteressati agli archi indiani, ma coi tronchi sufficientemente diritti degli aranci osage facevano gli assali dei carri, i mozzi delle ruote, le pulegge, i manici degli attrezzi, i pali del telegrafo, gli isolatori, i manganelli e le traversine ferroviarie: un esperimento della Pennsylvania Railroad dimostrò che le traversine di quercia, castagno e catalpa marcivano in due anni mentre quelle di maclura dopo venticinque anni erano ancora sane e sembravano praticamente nuove. La maclura servì anche a costruire la chiglia e le centine di almeno un battello a vapore e il primo vagone-mensa del mondo. In Europa la maclura è stata importata nel 1818 ed il suo uso, quale recinzione, non ebbe la stessa fortuna che nel Nord America. Venne, invece, utilizzata per nutrire il baco da seta, in sostituzione del gelso. Si era scoperto, infatti, che la maclura meglio sopportava gil attacchi della cocciniglia (Diaspis pentagona), un parassita che aveva determinato, con rapida progressione, la morte degli allevamenti gelsicoli. Ma si dimostrò un alimento solamente temporaneo perché i risultati, nella nutrizione del baco da seta, non erano paragonabili a quelli del gelso. Oggi, invece, in buona parte dell'Europa, si coltiva come albero ornamentale. La maclura introdotta in Italia nel 1827 venne coltivata specialmente, nella Pianura Padana, nel Lazio e in Sardegna. Per informazioni e documentazione: Laboratorio Italiano Archeologia Sperimentale Torino, telefono e fax 011/700.205. Ivano Ciravegna Silvano Borrelli


IN BREVE Un archivio «totale» su Cd riscrivibili
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Hewlett Packard ha presentato i suoi nuovi masterizzatori che permettono di registrare su Cd riscrivibili ogni tipo di dati: musica, video, testi, fotografie, presentazioni multimediali. Il masterizzatore più innovativo è l'M820e, piccolo e leggero come un lettore di Cd portatile. Informazioni: 02-700.251.


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E' bandita la sesta edizione del concorso «Le ombre del tempo» per costruttori di meridiane, professionisti e dilettanti. Il regolamento può essere richiesto al Centro Studi Serafino Zani, via Bosca 24 - 25066 Lumezzane. Fax: 030-872.545.


IN BREVE La biosfera presentata a Milano
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Sono sfere di vetro grandi come una palla da tennis, ma contengono un intero ecosistema in equilibrio biologico, con piante, gamberetti, batteri. Dall'esterno può entrare soltanto la luce. E nulla può uscire. Questo interessante oggetto didattico, è stato presentato al Circolo della Stampa di Milano dal biologo Aldo Zullini. Informazioni Internet: www.beachworld.it


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Questa sera a Torino, Teatro Fregoli (0348-65.40.762), va in scena lo spettacolo «Notturno e il futuro», tratto da Asimov e Silvelberg. Segue una conferenza di Walter Ferreri, direttore della rivista «Orione».


IN BREVE «Quattroruote»: Cd-rom su Formula 1
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IN BREVE Giornata delle oasi e inchiesta del Wwf
ARGOMENTI: ECOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: WWF
LUOGHI: ITALIA

Il 21 marzo, inizio della primavera, il Wwf aprirà gratuitamente le sue Oasi. Intanto ha pubblicato i dati di un'inchiesta sulla conoscenza della natura da parte dei bambini italiani tra i 7 e i 12 anni: su 100 bambini, 20 hanno visto i cavalli solo in tv e 80 non sono mai stati in un orto nè connoscono le verdure più comuni. Domenica il Wwf ha distribuito in 600 piazze italiane «azioni verdi» a sostegno delle aree naturali protette. Informazioni: 06-844.97.450.




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