TUTTOSCIENZE 16 settembre 98


IN BREVE Accordo Asi-Interni
ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, COMUNICAZIONI
LUOGHI: ITALIA

L'Asi, agenzia spaziale italiana, ha firmato un accordo con il ministero degli Interni per lo sviluppo di tecnologie spaziali destinate al controllo del territorio e alle telecomunicazioni.


IN BREVE Brevettata la carta che parla
ARGOMENTI: ELETTRONICA
NOMI: MARCONE GIANCARLO
LUOGHI: ITALIA

Si chiama Speakpaper. Una banda magnetica è contenuta nelle pagine di un libro, su una cartolina o su qualsiasi foglio di carta. Con una apposita matita che si fa scorrere sulla banda magnetica è possibile registrare un appunto sonoro o ascoltare altri suoni già registrati. La richiesta di brevetto (avanzata da Giancarlo Marcone, tel. 02- 412.277) riguarda il sistema che permette alla penna elettronica di svolgere il suo compito indipendentemente dalla velocità di scorrimento sulla banda magnetica. Le applicazioni vanno dalla pubblicità ai manuali didattici, dai libri per ciechi alle cartoline per saluti, dalle agende ai corsi di lingue. I messaggi possono raggiungere la durata di 20 secondi.


IN BREVE Con "Le Scienze" la mente in Cd-rom
ARGOMENTI: BIOLOGIA, DIDATTICA
ORGANIZZAZIONI: LE SCIENZE
LUOGHI: ITALIA

Con il numero di settembre del mensile "Le Scienze" i lettori potranno trovare due Cd-rom dedicati al cervello e al suo funzionamento. "I segreti della mente" (lire 29.900 con la rivista) vengono spiegati da una decina di scienziati di fama internazionale, tra i quali Jean- Pierre Changeuux e il premio Nobel Herbert Simon. Apprendimento, memoria, conoscenza, emozioni, percezione, intelligenza, attenzione, inconscio, risoluzione di problemi e robotica sono i principali argomenti affrontati, anche con l'ausilio di esperimenti interattivi. Il fascicolo de "Le Scienze" in edicola contiene un dossier-Aids.


SCIENZE DELLA VITA INGEGNERIA NATURALISTICA Fiumi, lo spazio vitale Come evitare frane e alluvioni
Autore: ACCATI ELENA

NOMI: ANSELMO VIRGILIO, ZEH HELGARD
ORGANIZZAZIONI: CNR
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, TORINO (TO)

IL territorio del nostro Paese manifesta gravi e pericolosi segni di sofferenza con alluvioni ricorrenti, frane e ferite al paesaggio ovunque dal Nord al Sud, risultato di un uso dell'ambiente eccessivamente disinvolto e molto spesso abusivo (gli amministratori conoscono il loro territorio?). La natura è insieme amica e aggressiva: occorre saperne conciliare i due volti, operando una generale riconversione, pena la distruzione dell'ambiente umano. Vent'anni fa il Cnr varò un progetto finalizzato alla conservazione del suolo, diviso in quattro sottoprogetti: conservazione delle coste, frane, erosione dei versanti e piene. Il progetto, giunto al sesto anno, stava dando ottimi risultati, ma non fu più rifinanziato. Eppure il paesaggio è la storia e la cultura che abbiamo ereditato. Con lo scopo di suscitare un momento di riflessione e di analisi sul rapporto uomo-fiume e sui parchi fluviali è stata recentemente organizzata dalla Scuola di specializzazione in "Parchi e giardini" della Facoltà di Agraria dell'Università di Torino e dal Cnr una giornata a carattere internazionale, ad Asti, città dove la memoria dell'ultima alluvione è ancora viva e dove l'amministrazione sta pensando di trasformare un'area in grave stato di degrado lungo il Tanaro in prossimità dell'abitato, in un parco fluviale sull'esempio di quanto accaduto in altre nazioni. Sono significative, in proposito, le realizzazioni effettuate a Rotterdam, a Vichy, città termale, a Edmonton nell'Alberta (Canada), a East Lansing in Michigan (Usa). L'Ente svizzero per il rifornimento idrico impone che ad ogni corso d'acqua venga assegnato il necessario spazio minimo che gli spetta. Se questo non accade prima o poi se lo riconquisterà: esperienza che in molti Paesi tra cui l'Italia è già stata pagata a caro prezzo. L'insediamento umano ha tolto ai fiumi gran parte delle superfici di sfogo (aree golenali) in caso di eventuali alluvioni; in alcuni casi l'agricoltura ha imposto ai fiumi di scorrere entro argini canalizzati, lo sfruttamento dell'energia idroelettrica ha costretto le acque entro condotte forzate e dighe artificiali, l'acqua potabile viene pompata da falde sempre più profonde, dato l'inquinamento assai grave delle acque di superficie. Dieci anni fa - spiega Helgard Zeh, un ingegnere di Berna - il fiume Enz in Germania era costretto a scorrere entro argini di contenimento antipiena. Il letto del fiume era cementificato, i prati delle aree verdi adiacenti venivano tagliati diverse volte all'anno; gli alberi potevano crescere liberamente solo sulle sponde dei terrapieni. Il Comune di Pforzheim in cui scorre il fiume aveva concentrato tutti gli impianti di depurazione e di rifornimento idrico direttamente a ridosso dei terrapieni. Attualmente l'Enz può scorrere per una lunghezza di 4 km più o meno liberamente entro gli argini di contenimento. Il corso mediano è variabile, si sono formate isole e sulle sponde si sono insediati alberi ed arbusti. La popolazione può approfittare delle aree di sfogo della piena per le passeggiate nel verde. E' stato un cammino duro, ma ora in Germania, in Austria e in Svizzera si progetta secondo i criteri dell'ingegneria naturalistica eliminando tutto il cemento dal fiume per conferirgli un diverso andamento. L'ingegneria naturalistica, che possiede un'associazione in Italia (Aipin) di cui è presidente Giuliano Sauli, è una disciplina che utilizza le piante vive come materiale da costruzione in abbinamento a materiali inerti tradizionali con finalità antierosive e di consolidamento, di ricucitura con il paesaggio naturale circostante. "Tuttavia - ha affermato Virgilio Anselmo della Facoltà di Agraria dell'Università di Torino - la carenza di informazioni, di personale specializzato e di materiale idoneo rende talora difficile ottenere eccellenti risultati in un quadro normativo che privilegia l'uso di macchinari, minimizzando la manodopera". La città di Torino possiede un ambizioso progetto definito "Torino città d'acque" articolato in otto differenti ambiti con lo scopo di raddoppiare la superficie a verde della città dagli attuali 4 milioni di metri quadrati a ben 8. Gli obiettivi riguardano la riqualificazione ambientale e territoriale delle sponde fluviali tramite la realizzazione di un unico sistema verde attraversato da una rete coordinata di percorsi ciclabili, pedonali, didattico-naturalistici e turistici. Elena Accati Università di Torino


SCIENZE FISICHE UNA MOSTRA A TORINO Forza motrice L'eredità di Galileo Ferraris
Autore: VICO ANDREA

ARGOMENTI: FISICA, MOSTRE
ORGANIZZAZIONI: REGGIA DI VENARIA
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, VENARIA (TO)
NOTE: «Forza motrice»

SE oggi abbiamo a disposizione tanti elettrodomestici che ci semplificano la vita, dalla lavatrice all'asciugacapelli, lo dobbiamo a uno scienziato piemontese vissuto nella seconda metà dell'Ottocento: Galileo Ferraris. La sua grandezza sta nell'aver risolto un problema fondamentale per le indutrie e per le abitazioni: quello di utilizzare l'elettricità come forza motrice, non solo per accendere lampadine. Prima della più importante invenzione di Galileo Ferraris, il motore elettrico a induzione, in sostanza le macchine industriali erano state mosse soltanto dal vapore, dal vento o dall'acqua. E il genio di questo ingegnere e fisico è ben più apprezzabile se si pensa che egli si pose l'obiettivo del motore elettrico a 22 anni, appena laureato. Ferraris sapeva il suo Piemonte povero di carbone e voleva aiutare gli imprenditori a trovare altre risorse per avviare quel processo di industrializzazione che, altrove in Europa, aveva già portato benessere e ricchezza. Infatti, accanto alle sue ricerche sull'elettricità, il suo spirito di "buon cittadino" lo spinse a ricoprire numerosi incarichi pubblici (da assessore al Comune di Torino a senatore del Regno) sempre dedicandosi a migliorare, attraverso la tecnologia, la vita quotidiana delle persone. Con un disinteresse e una onestà decisamente apprezzabili. Roba da far impallidire certi politici odierni, che, per usare le loro parole, " sacrificano e abbandonano la propria attività imprenditoriale per il bene comune degli italiani". La figura e l'opera di Galileo Ferraris saranno rievocate nella mostra "Forza motri ce", allestita nella Reggia di Venaria Reale (Torino) dal 25 settembre al 4 ottobre. Il percorso espositivo, di circa 800 metri, sarà diviso in tre sezioni: energia maccanica- idraulica (pale, condotti, canali e dighe per raccogliere l'energia dei fiumi), energia elettrica (dinamo, trasformatori e reti elettriche, con una ricostruzione del primo esperimento di trasmissione dell'energia tra Torino e Lanzo, nel 1884) ed energia elettromeccanica (la storia del motore elettrico, nei suoi impieghi civili e industriali). Nel giorno dell'inaugurazione, il 25 settembre si terrà un convegno su "L'uomo e l'energia nel terzo millennio" con la partecipazione di Chicco Testa (presidente dell'Enel), mentre durante i giorni di apertura al pubblico (l'ingresso è gratuito ma occorre pagare il normale biglietto per accedere alla reggia di Venaria) sono previsti due seminari sulla "modernità" del genio italiano. Si tenterà, tra le altre cose, di tracciare un parallelo tra l'opera scientifica e il ruolo di Galileo Ferraris e i compiti che dovrebbe assumere su di se la nuova figura del cosiddetto city mana ger. Inoltre è prevista l'assegnazione di una borsa di studio da 20 milioni di lire per sostenere lo svolgimento di ricerche sull'elettromeccanica nei laboratori dell'Istituto Elettrotecnico Nazionale Galileo Ferraris di Torino. La mostra, come tutti gli eventi ad essa collegati, sono sponsorizzati da Festo Pneumatic, azienda tedesca che opera nel settore della componentistica pneumatica e nella cibernetica (è presente in 170 Paesi con oltre 4 mila dipendenti e 52 società proprie). La Festo non è nuova a simili iniziative. "Forza motrice" fa parte di un progetto nato nel 1995 e denominato "Inventori & Invenzioni" che ogni anno prevede l'organizzazione di un appuntamento per rievocare, nella città d'origine, i più importanti inventori italiani e la loro opera. Nel 1995 si è - doverosamente, direi - partiti con Leonardo da Vinci, quindi è stata la volta di Guglielmo Marconi e, l'anno scorso, la mostra è stata dedicata ad Aldo Manuzio, l'artefice della stampa in senso moderno. Andrea Vico


IN BREVE Giornata Alzheimer
LUOGHI: ITALIA

Si celebra il 21 settembre la Giornata mondiale della malattia di Alzheimer. Manifestazioni e raccolta di fondi in tutta l'Italia tra venerdì 18 e lunedì 21. Telefono: 02-809.767.


IN BREVE Globalstar, addio a 12 satelliti
ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
LUOGHI: ITALIA

E' fallito il lancio di 12 satelliti Globalstar a causa dell'esplosione del razzo russo "Zenit 2" che doveva portarli in orbita. Assemblati presso l'Alenia, i satelliti erano destinati a una rete per la telefonia planetaria che dovrebbe entrare in servizio alla fine del prossimo anno con almeno 32 satelliti sui 48 previsti. Dal 10 settembre sono invece regolarmente in orbita altri 10 satelliti Orbcomm per telecomunicazioni planetarie (Telespazio-Telecom Italia)


IN OTTOBRE Il motore ionico alla prova
Autore: BONANNI AMERICO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, TECNOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: NASA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: «Deep space-1»

UN piccolo bagliore blu elettrico nel buio, una spinta di appena qualche decimo di grammo. Niente fiammate, nessuna accelerazione violenta. Guadagnando inizialmente solo alcuni millimetri al secondo, la sonda "Deep space-1" della Nasa, la cui partenza è in programma per la metà di ottobre, userà per la prima volta un motore a ioni per una rincorsa attraverso il sistema solare. "Deep space-1" è la prima missione del programma "Nuovo millennio", creato dall'ente spaziale statunitense per lo sviluppo di tecnologie innovative destinate alle applicazioni spaziali. La partenza è prevista tra poche settimane, quando sarà lanciata da Terra per mezzo di un comune razzo di media potenza che la inserirà in un'orbita indipendente attorno al Sole. Una volta terminata questa fase, toccherà al motore a ioni entrare in azione e spingerla gradualmente fino a sfiorare le sue due destinazioni: uno dei tanti asteroidi che si aggirano nel sistema solare e una cometa. Normalmente la propulsione spaziale viene ottenuta con motori a combustibile solido o liquido, tecnologia che permette di avere grandi spinte, capaci di portare in poco tempo un veicolo come lo Shuttle in orbita a velocità prossime ai 30.000 chilometri orari. Discorso diverso per la propulsione a ioni, un concetto attorno al quale si lavora da molto prima che i voli spaziali divenissero realtà, visto che lo ipotizzarono pionieri dell'astronautica come Tsiolkovsky e Goddard. In essa gli atomi di una determinata sostanza (nel caso della "Deep space-1" sarà usato lo xenio) vengono privati di un elettrone, caricandosi quindi positivamente e diventando, appunto, ioni. A questo punto vengono accelerati da un campo elettrostatico che li "spara" fuori dal motore. Il concetto è sempre lo stesso: azione e reazione, con la navicella che viene spinta nella direzione opposta al getto di ioni. L'energia in gioco è però puramente elettrica, e deve essere presa dal Sole. Per questo motivo la sonda della Nasa, una volta nello spazio, aprirà due pannelli solari della lunghezza di cinque metri ciascuno attraverso i quali saranno generati oltre duemila watt di potenza. Questi pannelli non sono stati progettati di sana pianta, ma sono stati forniti dalla "Ballistic missile defense organization", la struttura di ricerca delle "guerre stellari" di reaganiana memoria. Quanto alla spinta che si otterrà, per ora non c'è paragone con la potenza dei comuni razzi. Bisogna infatti considerare che la massa espulsa dall'ugello è estremamente piccola rispetto a quella dei motori chimici, anche se viene accelerata a velocità molto maggiori (oltre centomila chilometri l'ora, contro i circa sedicimila dei normali propulsori). La bassa accelerazione comporterà una partenza lenta, a passo di lumaca. Però il motore rimarrà in funzione per lungo tempo, continuando ad accelerare costantemente la sonda fino a farle raggiungere la velocità di 35.000 chilometri orari. Un motore a ioni identico a quello che della sonda è stato accuratamente sperimentato al Jet propulsion laboratory di Pasadena. La prova - durata 330 giorni per 8000 ore di funzionamento - si è conclusa con pieno successo. Non è la prima volta che una sonda viene spinta da un motore a propulsione solare elettrica. A parte gli esperimenti a terra, ci sono state 11 missioni, dagli Anni 60 fino a oggi, nelle quali la massa ionizzata era formata di mercurio o cesio anziché xenio. "Deep space-1", però, sarà la prima sonda ad affidarsi esclusivamente al motore a ioni per una simile traversata fuori dall'orbita terrestre. Intanto continuano in diversi Paesi gli esperimenti su altre due forme di propulsione, sempre su base elettrica ma diverse da quella elettrostatica della " Deep space-1". In una di esse la massa da espellere viene accelerata da un arco elettrico, e su questa tecnologia, tra l'altro, stanno lavorando da anni anche in Italia, alla Bdp Difesa e Spazio" (FiatAvio) di Colleferro. Il terzo sistema è quello in cui sono forze elettromagnetiche a espellere materia trasformata in plasma. Americo Bonanni


SCIENZE FISICHE DI CHI LA PRIORITA'? Invenzione contesa La lunga strada che ha portato a realizzare il motore elettrico a induzione da Faraday a Pacinotti a Ferraris, finché Tesla se ne appropriò brevettandolo
Autore: A_V

ARGOMENTI: FISICA, MOSTRE
ORGANIZZAZIONI: REGGIA DI VENARIA
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, VENARIA (TO)
NOTE: «Forza motrice»

SEBBENE il suo contributo sia stato fondamentale, Galileo Ferraris non fu il primo studiare i motori elettrici. Già nel 1821 Michael Faraday capì e dimostrò l'induzione elettromagnetica (il principio che sta alla base di un possibile motore elettrico) e cioè: un campo magnetico può essere generato da un conduttore percorso da corrente elettrica o, viceversa, la corrente elettrica può venir prodotta da un campo magnetico tagliato da un conduttore. Ma queste conoscenze non furono sufficienti a Faraday. In quegli anni i fenomeni elettrici erano indagati a fondo, ma produrre, trasportare e conservare energia elettrica rimaneva un problema tecnologicamente irrisolto. L'elettricità rimase nei laboratori e le industrie continuarono a funzionare a vapore. Quarant'anni dopo Faraday, un notevole contributo allo sviluppo dei motori elettrici venne dall'italiano Antonio Pacinotti che, tra il 1860 e il 1864, ideò una macchina circolare costituita da una ciambella di materiale ferromagnetico e avviluppata da una spirale di filo di rame (l'anello di Pacinotti). All'interno dell'anello, montato su di un albero, stava un secondo anello formato da lamelle di rame e libero di ruotare. Azionando con una manovella l'anello interno si otteneva la produzione di energia elettrica (la dinamo della bicicletta). Se invece si inviava corrente al filo che avvolgeva la ciambella, l'anello interno ruotava e il toroide di Pacinotti diventava un motore elettrico. Ma il tutto era ancora troppo complicato per pensare ad applicazioni pratiche e quotidiane. E, sopratttutto, restava il problema del trasporto su lunghe distanze dell'energia elettrica e della sua distribuzione capillare. In particolare scienziati e tecnici erano divisi in due fazioni, tra chi sosteneva la corrente elettrica continua e chi prediligeva la corrente alternata. La disputa venne risolta nel 1891, quando Nikola Tesla, ex assistente di Thomas Alva Edison, dopo aver realizzato il primo trasformatore, costruì alle cascate del Niagara la prima centrale idroelettrica, dimostrando "sul campo" la validità della corrente alternata. L'attività di Tesla si incrociò con quella di Ferraris quando entrambi giunsero a realizzare un motore elettrico. Ufficialmente ciascuno per suo conto, anche se tuttora c'è il dubbio che Tesla abbia "copiato", approfittando del fatto che Ferraris era ben contento di spiegare a chiunque la sua trovata, senza tutelarsi con un brevetto. Si trattava di un motore a campo magnetico rotante, ottenuto grazie a due avvolgimenti posti ortogonalmente l'uno all'altro (una disposizione che, pare, Ferraris ideò in analogia con le colonne dei portici di via Cernaia, nel centro di Torino, dove era solito passeggiare), e percorsi da corrente alternata. Al centro un semplice cilindro di rame, che ruotava sotto l'influsso del campo magnetico. Dopo tanto affanno, una soluzione semplice ed efficiente, robusta e facile da costruire (il 70% dei motori elettrici attualmente impiegati nel mondo sono di questo tipo) e, soprattutto, funzionante a corrente alternata. In più, se si aggiunge il fatto che Ferraris realizzò esperimenti di successo sul trasporto dell'elettricità a grande distanza, ecco chiudersi il cerchio: la tecnologia è matura, le case di tutto il mondo sono pronte per la rivoluzione elettrica. (a.v.)


SCIENZE FISICHE AL PHOTOKINA DI COLONIA La rivincita degli svedesi La Hasselblad annuncia un inedito doppio formato
Autore: ARPAIA ANGELO

ARGOMENTI: MOSTRE
ORGANIZZAZIONI: GOTEBORG
LUOGHI: ESTERO, EUROPA, GERMANIA, COLONIA
NOTE: «Photokina»

SI apre oggi a Colonia, e durerà fino al 21 settembre, Photokina, la più grande manifestazione a livello mondiale dell'immagine. La rassegna, che raccoglie oltre 1600 aziende provenienti da 45 Paesi, tra cui l'Italia con almeno 80 presenze, si annuncia clamorosa non solo per il settore digitale. Il percorso espositivo è composto di 11 padiglioni che propongono Consumer Photo-Video e Imaging, Professional Photo e Imaging, Photofinishing e Professional Media. La novità di rilievo, che per molti addetti ai lavori si annuncia memorabile, la suggerisce Hasselblad. La casa svedese di Goteborg, che celebra quest'anno il suo cinquantenario (1948-1998), lancia sul mercato una fotocamera completamente innovativa: si sviluppa in un nuovo concetto di apparecchio a doppio formato. Realizzato in collaborazione con Fuji Photo Film, la nuova Hasselblad con sigla XPan, fornisce i vantaggi tradizionali del 35 mm, ma con la possibilità di passare al formato panoramico senza cambiare rullino. La filosofia commerciale del marchio, diventato famoso anche per le straordinarie immagini scattate dagli astronauti oltre 35 anni fa, che fecero sensazione in tutto il mondo, ribadisce il concetto di qualità e affidabilità nel nuovo prodotto che si inserisce tra il medio formato e il 35 mm. Il modello XPan si propone ai fotografi professionisti, e ai dilettanti più evoluti, per immagini artistiche, di architettura, naturalistiche e di documentazione. Si parla di qualità senza compromessi per una fotocamera a telemetro che copre tutte le esigenze grazie ai due obiettivi intercambiabili: 45 mm con f/4 e 90 mm con f/4 con rivestimento multistrato delle lenti. Il corpo macchina, compatto ed ergonomico, è in alluminio e titanio, con parziale rivestimento in gomma sintetica. Altre sorprese sono attese da Canon, Leica, Contax, Minolta e Nikon che ha già annunciato la nuova reflex F60. Nel settore digitale Agfa lancia l'apparecchio fotografico numerico Photo 1680 che offre immagini di qualità professionale con 1,3 milioni di pixel, che raggiungono poi in risoluzione 1,9 milioni grazie alla tecnologia Agfa PhotoGenie. Il modello propone lo zoom FlashTrack, visore LCD colori di 50 mm ad alta risoluzione e un comodo EasyPilot polivalente per tutte le regolazioni. Anche Kodak, in campo digitale, ha in vetrina una nuova generazione di fotocamere intelligenti: Digital Science DC220 e DC260, quest'ultima esibisce una capacità di acquisizione di 1,6 milioni di pixel e zoom ottico/digitale, nonché autofocus, modalità macro, dispositivo di sincronizzazione per un flash supplementare e, come sfizio in più, permette la sovrimpressione di testo e grafica per registrare data e ora della ripresa. Altre novità arrivano dall'industria del computer che infoltisce le file nel settore degli scanner, apparecchi periferici e software. Il concetto chiave della Photokina '98, più volte ribadito, è "Competenza per l'immagine - fattore di successo". Angelo Arpaia


SCIENZE DELLA VITA UN ORMONE DA USARE CON CAUTELA Melatonina al mercato? Con pericolose controindicazioni
Autore: MAESTRONI GEORGES

ARGOMENTI: FARMACEUTICA
LUOGHI: ITALIA

I giornali e le tv che parlano di doping non sembrano discriminare tra l'uso di integratori alimentari, come per esempio gli amminoacidi ramificati e gli integratori salini, e quello di ormoni anabolizzanti o dell'eritropoietina, comunemente abbreviata in Epo. La differenza invece esiste ed è fondamentale. Un integratore alimentare può fornire direttamente un apporto energetico o facilitare la conversione degli alimenti in energia, oppure stimolare il recupero e/o l'irrobustimento dei muscoli in modo fisiologico. Altra cosa sono gli ormoni che, in genere, vanno invece a modulare l'espressione del patrimonio genetico delle cellule, e questo sempre con effetti collaterali negativi. Poco prima che si manifestassero le recenti velleità moralizzatrici nello sport, un ormone, la melatonina, da potenziale farmaco è stato degradato a integratore alimentare. Se si pensa che solo un paio d'anni fa era praticamente impossibile trovare la melatonina anche in farmacia, questa decisione rivela un preoccupante stato confusionale delle autorità italiane. Bisogna ricordare che la melatonina non è un alimento ma, appunto, un ormone, nè più nè meno del testosterone, degli estrogeni o dell'ormone della crescita. La melatonina, chimicamente N-acetil-5-metossitriptamina, viene sintetizzata principalmente nella ghiandola pineale e agisce a distanza su proteine bersaglio specifiche (recettori), l'attivazione delle quali modula l'espressione genica attraverso un complesso sistema di messaggeri intracellulari: dunque non potrebbe nè dovrebbe essere venduta senza ricetta medica. Se è vero che la melatonina può essere di giovamento in alcuni tipi di insonnia, è altrettanto vero che il suo effetto è spesso solo temporaneo e può nascondere, a lungo termine, sgradite sorprese. Essendo un ormone, agisce ovunque esistano i suoi recettori specifici. Ora, i recettori della melatonina sono diffusi in vari organi e tipi cellulari. Nel cervello sembrano facilitare l'induzione del sonno assieme ad altri effetti non ancora completamente chiari. Per esempio ci sono alcune evidenze cliniche in soggetti predisposti che la melatonina possa scatenare crisi convulsive. In periferia, poi, la situazione è ancora più complessa. Esistono recettori sui vasi sanguigni, nei reni, nella retina, sui globuli bianchi del sangue e delle ghiandole linfatiche, nell'intestino crasso. L'attivazione di tutti questi recettori è inevitabile dopo aver assunto una capsula di melatonina. Alle dosi comunemente presenti nelle varie confezioni di melatonina (da 1 a 3 milligrammi) la concentrazione dell'ormone nel sangue supera di mille volte quella della più alta concentrazione fisiologica. Che cosa succeda a lungo termine stimolando cronicamente e così massicciamente tutti i recettori della melatonina non è noto. Esistono però alcune osservazioni che invitano alla cautela. A livello del sistema immunitario, per esempio, la melatonina si lega a recettori specifici presenti sui linfociti T e sui monociti. L'effetto si traduce poi a livello del nucleo con la sintesi e secrezione di citochine come l'interleukina-1, l'interleukina- 2, l'interleukina-6, il gamma-interferone, tutte sostanze a potente attività immunostimolante. Questa attività può esercitare effetti terapeutici quando sia necessario aumentare la reattività immunologica, ma nelle malattie a forte componente infiammatoria o a base autoimmunitaria, quando cioè il sistema immune sbaglia e attacca componenti del proprio organismo, sembra ovvio che l'assunzione di immunostimolanti sia controindicata e non solo a malattia conclamata. L'assunzione cronica di melatonina in presenza di una predisposizione a malattie infiammatorie e/o autoimmuni potrebbe promuovere la patologia. Esiste una serie di pubblicazioni che dimostrano, a livello sperimentale, come la melatonina possa influenzare negativamente l'artrite a base immunitaria. Ma altre patologie, più gravi dell'artrite reumatoide o dell'artrosi, potrebbero essere aggravate o addirittura scatenate dalla melatonina. Si tratta della sclerosi multipla e di alcune forme di leucemia. Anche in questo caso le prove sono a livello sperimentale ma a nessuno dovrebbe essere permesso ignorarle. Questo per quanto riguarda il sistema immune. In altri organi le prove sono molto più scarse, ma questo sia per gli eventuali effetti positivi che per quelli negativi. La melatonina potrebbe diventare un ottimo farmaco solo in condizioni particolari e in determinate patologie. Mancano però gli studi clinici. I pochi esistenti, portati avanti da pionieri della sperimentazione clinica come il dr. Lissoni di Monza, non sono riprodotti nè estesi per la semplice ragione che la melatonina, non essendo brevettabile come molecola, non ha nessuna attrattiva per l'industria farmaceutica. Così succede che sia venduta alla stregua del prosciutto, mentre si alzano grida scandalizzate per lo sportivo che si ristora bevendo una soluzione di zucchero, vitamine e sali minerali. Georges Maestroni Center for Experimental Pathology, Locarno


SCIENZE DELLA VITA Nel mondo dello spirito I disegni Boscimani a puntini
Autore: A_SAL

ARGOMENTI: ARCHEOLOGIA, ARTE, PSICOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

FATTO etnologico: un giovane boscimane venne catturato per rappresaglia da un commando sudafricano nei pressi dei monti Drakensberg, nel 1862. Se gli veniva richiesto di disegnare qualcosa, si avvicinava alla parete di arenaria e cominciava a segnare un insieme di puntini, senza apparente connessione tra loro ("come le stelle del cielo", scrive R.J. Mann che raccolse all'epoca molto materiale sulle tecniche boscimane). Dopo essersi sentito soddisfatto del numero dei puntini, il ragazzo univa il tutto in una sola linea, da punto a punto, formando così un animale, che si sviluppava gradualmente davanti agli occhi degli osservatori. Il tutto a mano libera e senza correzioni. Il ragazzo affermò che questo era l'unico metodo che i Boscimani usassero per la propria arte rupestre. Ipotesi cognitiva: il ragazzo aveva ovvie capacità eidetiche di ritenere le informazioni visive. Una tale abilità veniva a essere combinata con la produzione di endottiche (puntini) durante le cerimonie del trance. Ai puntini dell'allucinazione (Sac) si sovrapponevano le immagini delle forti esperienze del cacciatore (animali) e le sue credenze (teriantropi e sciamani), che venivano poi riprodotte allo scopo di raccontare il viaggio nel mondo dello spirito, sulle pareti di arenaria. Il ragazzo, se mai avesse potuto sposarsi, avrebbe passato geneticamente (oltre che culturalmente) una tale capacità ai figli. Immagine: un cielo stellato, con milioni di punti luminosi. Una cerimonia religiosa, o anche solo una danza profana. Gli uomini dell'antichità, Greci compresi, videro allora esseri viventi tracciati nel cielo, da una stella all'altra: la nascita delle costellazioni, figure arbitrarie a due dimensioni in uno spazio a tre, infinito.(a. sal.)


SCIENZE DELLA VITA. PITTURE RUPESTRI Sciamani artisti Immagini frutto di allucinazioni
Autore: SALZA ALBERTO

ARGOMENTI: ARCHEOLOGIA, ARTE, PSICOLOGIA
NOMI: LEWIS WILLIAMS DAVIS, DOWSON THOMAS
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. Figure rupestri

SECONDO le ricerche iniziate negli Anni 70 in Sud Africa dalla Rock Art Research Unit del Dipartimento di Archeologia dell'Università del Witwatersrand, diretta da Davis Lewis-Williams e Thomas Dowson, tutta l'arte rupestre boscimane è il prodotto di stati alterati della coscienza (Sac), indotti da livelli di trance ottenuta con la danza (iperventilazione, compressione del diaframma, iperossigenazione, stroboscopia del fuoco, alterazione del ritmo cardiaco, battito e livello sonoro...). L'ipotesi è suffragata dal fatto che gli stessi Boscimani superstiti alla fine del secolo scorso erano in grado di dipingere, interpretare e descrivere le metodologie e le credenze che stavano alla base dell'arte rupestre. Il passo successivo della teoria è stato quello di confrontare i risultati ottenuti presso i Boscimani con l'arte paleolitica e con altre culture che avessero nel repertorio artistico pitture e graffiti rupestri. Si è riscontrata una stupefacente similarità di forme espressive di base, di elementi comuni alle differenti culture. Confrontando questi elementi con quelli forniti dagli psicologi cognitivi di numerose istituzioni che si occupavano di allucinazioni o generici Sac, si è notato come le strutture base che caratterizzano l'arte rupestre coincidano con le allucinazioni da Lsd, per esempio, e da altre droghe psicotrope (culture amerinde). L'inizio della sequenza operativa che porta all'allucinazione è analogo e indipendente dalla cultura. E', quindi, un endoprodotto della chimica e dell'architettura cerebrale di Ho mo sapiens. Dato che tale struttura è comune, evolutivamente parlando, a tutte le popolazioni mondiali, si può perlomeno parlare di correlazione possibile tra il fenomeno allucinatorio, la religione sciamanica (tipica di tutte le popolazioni di cacciatori-raccoglitori e, quindi, probabilmente presente anche nel Paleolitico) e l'arte rupestre. I primi fenomeni appaiono davanti all'occhio, a una trentina di centimetri di distanza (a occhi aperti o chiusi, ma la tendenza dei soggetti è quella di concentrarsi a occhi chiusi). Si tratta delle cosiddette endottiche (o fosfeni), autoprodotte all'interno del piano di visione; puntini luminosi (i primi e più numerosi fenomeni), zig-zag, griglie, catenarie (curve ripetute in parallelo, come una collana). A questo punto inizia la fase due: il cervello stenta ad accettare l'astrazione delle endottiche e inizia un lavoro di ricostruzione accettabile. Si arriva così ai construali, fenomeni preallucinatori in cui le endottiche vengono composte a formare figure vagamente familiari: alveari e api (endottiche di catenarie e puntini, oltre al fatto che il soggetto in trance avverte un ronzio all'orecchio); ometti a fulmine; giraffe a griglie (per i cacciatori); pioggia (gocce e fulmini). Il cervello ha ancora ovvi problemi ad accettare tali figure distorte. La fase successiva passa attraverso la visione di una sorta di spirale ruotante, mentre il soggetto sperimenta la sensazione di mancanza del respiro, "come se si affogasse", è il termine usato. Viene da pensare a tutta la tradizione profonda, anche nella nostra cultura fiabesca, in cui l'eroe (per trasformarsi) entra nel vortice, nel tunnel, viene inghiottito dal pesce (Pinocchio come Giona); va, insomma, nell'aldilà del mondo sensoriale comune. Qui incontra le allucinazioni vere e proprie: teriantropi (metà uomo e metà animale, come per i centauri e il diavolo che, ricordiamolo, è altrettanto teriantropo degli angeli con le loro ali da cigno), esseri volanti, donne che emanano lunghissimi fili dal sesso (se ne vedono spesso nell'arte preistorica di Francia, Sahara e Sudafrica), animali con gambe umane (spesso, chi osserva l'arte rupestre non fa caso a questo fatto, o ai numerosi puntini che circondano le figure, o al sangue che zampilla dal naso, o alla distorsione di elementi percettivi, tutti fenomeni tipici del trance), e così via. Lo stato allucinatorio è così vivido e duraturo, che può facilmente portare a fenomeni eidetici, di permanenza prolungata, cioè, di ciò che si è visto. Il soggetto è spesso in grado di riportare alla mente l'allucinazione con dovizia di particolari. Uno dei meccanismi scatenanti la visione eidetica è il semplice chiudere gli occhi, oppure il fissare una superficie liscia. Per dei cacciatori-raccoglitori come i Boscimani (e le popolazioni preistoriche di Sahara e Europa), si trattò probabilmente della combinazione trance-pareti di arenaria. L'ambiente di grotta e di riparo sottoroccia avrebbe aggiunto vividezza alle immagini eidetiche, per contrasto. Inoltre, la difficoltà di posizione e la profondità della caverna avrebbero aggiunto meccanismi respiratori allucinatori. Occorre tener conto, in questa ipotesi, del fatto che i pittori non avevano mai sottomano i soggetti della loro arte: antilopi, giraffe, rinoceronti, bisonti (anche se è vero che i felini sono dipinti con minor accuratezza, ma non è che se ne volessero vedere troppi attorno). Mancano i paesaggi, e anche questa è una caratteristica delle immagini eidetiche che sono in genere sottese da un angolo inferiore ai 3o (area della fovea, delegata alla visione più chiara e a fuoco). Questo spiegherebbe come, in molte scene di gruppo, gli elementi sembrino inseriti uno per uno, spesso in punti non naturali e con numerose sovrapposizioni. La facoltà eidetica è ereditaria, e quindi tipica delle singole popolazioni. A quel che pare, in Africa (esperimenti fatti in Sierra Leone, Ghana, Kenya, Zambia e Sud Africa), le popolazioni negroidi, al contrario dei Boscimani, hanno difficoltà a interpretare figure a due dimensioni e risultano praticamente prive di facoltà eidetiche. Il fatto spiegherebbe la preferenza degli attuali africani per la scultura (o il motivo grafico astratto) e la possibile delega ad antiche popolazioni boscimanoidi di tutta l'arte rupestre, dal Natal al Sahara, fino alle recenti epoche neolitiche. Alberto Salza


SCIENZE DELLA VITA I SURICATI DEL KALAHARI Sentinelle del deserto Con una ferrea organizzazione sociale
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ZOOLOGIA
LUOGHI: ESTERO, AFRICA, BOTSWANA

CHI si è spinto quest'estate fino all'Africa sudorientale, avrà certo avuto occasione di assistere allo spettacolo. Alle prime luci dell'alba un'agile figurina emerge dalle dune del Kalahari, l'immenso deserto africano che va dalla Provincia del Capo al Botswana, dalla Namibia all'Angola e allo Zaire, per oltre due milioni di chilometri quadrati. E' la silhouette di un piccolo suricato (Suricata suricatta) che si staglia nitida sullo sfondo del cielo. La bestiola se ne sta eretta sulle zampe posteriori. Per sentirsi più saldo sulle zampe, il suricato si appoggia anche sulla coda che fa da terzo piede. Resta immobile. Si muovono soltanto gli occhietti vivacissimi che scrutano attentamente l'orizzonte. Poi altri compagni l'affiancano. Sono ancora insonnoliti, dopo la notte trascorsa nella tana sotterranea. Alcuni rimangono in posizione eretta a far da sentinella, gli altri si dedicano al rito irrinunciabile della mattina. Dapprima una minuziosa toilette personale. Non è che si lavino la faccia. Non c'è nè acqua, nè saliva da sprecare nel clima arido del Kalahari. Si limitano ad asportare con i denti le particelle di sudiciume e di terriccio che imbrattano la pelliccia. Poi incominciano i convenevoli a base di carezze, di leccate, di "grooming", la classica pulizia reciproca del pelo. E' bello crogiolarsi al sole nelle mattinate invernali, quando la temperatura notturna scende a dieci o più gradi sotto zero. Quindi ci si rilassa con un lungo sbadiglio. E' il segnale della partenza. Via] Ci si muove per la caccia. Si parte in gruppo, ma poi ci si sparpaglia nel territorio, per setacciarlo meglio, centimetro per centimetro. Con tutto ciò non viene mai meno la coesione del branco. I singoli individui, anche se si trovano a un centinaio di metri l'uno dall'altro, si tengono in contatto tra loro lanciandosi continui gridolini di richiamo, che significano pressappoco: "Non vi preoccupate. Sono qui". Il menu è molto vario. I suricati sono carnivori, come vuole la tradizione di famiglia (quella dei viverridi, a cui appartengono anche le manguste). Mangiano voracemente tutto quello che trovano: lucertole, rane, rospi, uova di uccelli, scorpioni e perfino serpenti, al cui veleno sono evidentemente immuni. Ma sono ghiotti soprattutto di lombrichi e di larve d'insetti. Per scovarli scavano il terreno con una perizia davvero sorprendente. Usano a mò di zappe e di pale le forti unghie delle zampe anteriori. E se con il finissimo olfatto sentono l'odore di una preda particolarmente allettante nascosta sotto terra, scavano con ritmo addirittura frenetico. Nel corso di una mattinata un solo individuo è capace di praticare anche quattrocento buchi nel terreno, spostando una quantità di sabbia pari a cinquanta volte il suo peso corporeo e percorrendo all'incirca un chilometro. Ma l'animaletto, che vive in un mondo ostile, popolato da temibili predatori (sciacalli, iene, leoni, aquile, avvoltoi), combattuto com'è tra la fame e la paura, non riuscirebbe certo a sopravvivere se non si fosse dato una perfetta organizzazione di gruppo, in cui ogni individuo assolve un compito preciso. Fondamentale è il ruolo di sentinella che viene ricoperto a turno da tutti i membri della società. Solo le femmine che hanno appena partorito ne vengono esentate. Ci si rende conto che devono andarsi a rifocillare per rimettersi in forze dopo lo stress del parto e in vista dell'allattamento dei cuccioli. Fare la vedetta è un lavoro decisamente gravoso. Specie d'estate, quando il termometro sale a oltre settanta gradi e un sole cocente arroventa la sabbia. Eppure i fragili suricati, queste deliziose bestioline alte solo una trentina di centimetri, che pesano circa settecento grammi, resistono stoicamente. E non battono ciglio nemmeno sotto le sferzate dei venti impetuosi o durante le tempeste di sabbia che spesso imperversano sul deserto. Ligi al dovere, se ne stanno impalati per tutto il turno di guardia che dura in media un'ora. La consegna è ferrea. Vietato muoversi fino che non giunge il compagno a dargli il cambio. Non c'è nulla che possa distrarre un suricato mentre è in servizio. Rimane impassibile anche se gli passa sotto il naso un'appetitosa lucertola che sarebbe tanto bello poter acchiappare e mangiare. Ma "noblesse oblige". Fa finta di non vederla. Si limita a lanciare ogni tanto un mugolio, come per dire ai compagni: "Mangiate pure tranquillamente. La situazione è sotto controllo". Ogni tanto però succede che la sentinella lanci l'allarme. Con il suo occhio di lince ha avvistato un'aquila o un avvoltoio quando sono ancora un lontano puntolino nel cielo. Appena si leva nell'aria il suo grido, tutti si precipitano nelle tane sotterranee, che sono parecchie. Perché i furbi animaletti, oltre a scavare una grande tana collettiva, che fa da dormitorio, da sala parto e da nursery, preparano anche un buon numero di tane di emergenza, sparpagliate nel territorio. Così, in caso di allarme, ciascuno trova scampo immediato nella tana più vicina. Saggi anche nelle faccende d'amore, i suricati. I maschi pensano che non valga la pena di accapigliarsi per contendersi le grazie delle femmine. Ciascuno si sceglie una compagna, l'abbraccia con le zampette anteriori e se la tiene ben stretta durante il rapporto. Lei di solito lascia fare, ma se per caso oppone resistenza, lui adotta il sistema in uso tra i viverridi, la morde energicamente alla nuca. E così la bisbetica è domata. Dopo undici settimane, nel segreto della tana, ha luogo il lieto evento. La femmina partorisce generalmente quattro piccoli. Sono teneri fagottini di carne con gli occhi ancora chiusi. La madre li allatta, cambiando spesso posizione, perché ciascuno trovi alla sua portata un capezzolo da succhiare. Dopo quattordici giorni i piccoli, precocissimi, sono già in grado di uscire all'aperto e di unirsi agli adulti. E da questo momento diventano il centro dell'interesse generale. Tutti i suricati si fanno in quattro per leccarli, accarezzarli e cospargerli delle loro secrezioni odorose. In questo modo appongono ai piccoli il marchio di famiglia, che rivelerà la loro appartenenza al clan. Incomincia allora per i cuccioli un lungo periodo di apprendistato. Ma, stranamente, non è la madre che si occupa di loro. Sono altre femmine che fanno da baby sitter e insegnano le tecniche e i segreti della caccia. Ultima curiosità: pur vivendo nel Kalahari, il deserto che nella lingua del Botswana si chiama "la terra della grande sete", i suricati non bevono mai. Si accontentano dei liquidi che ricavano dalle prede. Altro adattamento straordinario di queste creature a uno dei climi più inospitali della Terra. Isabella Lattes Coifmann


IN BREVE Star Party in Valle d'Aosta
ARGOMENTI: ASTRONOMIA
LUOGHI: ITALIA

Dal pomeriggio di venerdì 18 settembre a domenica 20 si svolgerà a St-Barthelemy, in Valle d'Aosta, uno Star Party. Tra gli organizzatori, la rivista "Orione", la Regione e il Comune di Nus. Saranno disponibili numerosi telescopi per osservazioni diurne (protuberanze e macchie solari) e notturne. Altre informazioni su Internet: http://www.orione.it


PROGETTI Tante idee per viaggiare nel cosmo
Autore: BIANUCCI PIERO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, FISICA, ENERGIA, TECNOLOGIA
NOMI: RUBBIA CARLO, OELERT WALTER, MACRI' MARIO, ALCUBIERRE MIGUEL, MACCONE CLAUDIO
LUOGHI: ITALIA

LA navicella della Nasa "Pioneer 10" viaggia dal 3 marzo 1972 e corre a 40 mila chilometri all'ora. Nessun oggetto costruito dall'uomo si è allontanato tanto dalla Terra. Eppure solo tra 26 mila anni potrebbe raggiungere la stella più vicina, Alfa Centauri. Evidentemente le gite interstellari richiedono un salto di qualità. Occorrono sistemi di propulsione radicalmente diversi da quelli usati finora. La propulsione nucleare proposta da Carlo Rubbia e spiegata qui accanto potrebbe consentire sia viaggi con equipaggio umano molto più veloci all'interno del Sistema Solare, sia viaggi di sonde automatiche fino alle stelle più vicine in tempi ancora ragionevoli: decine di anni anziché varie migliaia. Finora i razzi hanno utilizzato energia chimica. Ossigeno e idrogeno, usati dal Saturno V delle missioni lunari e dallo Shuttle, sono i propellenti liquidi più efficaci. Ma un balzo in avanti si avrebbe solo con sistemi di propulsione non chimici e/o con astronavi che non portino con sè il propellente. Se ne è discusso all'inizio dell'estate presso la Biblioteca Regionale di Aosta, in un ristretto simposio a forte partecipazione americana, russa e italiana. La propulsione a fissione nucleare fu studiata già negli Anni 60 a Los Alamos, Stati Uniti, con il programma Nerva. Quel motore funzionava riscaldando un flusso di idrogeno tramite un reattore a uranio 235. Un congegno massiccio, poco efficiente, oggi inaccettabile per gli ambientalisti. L'idea di Rubbia supera, almeno sul piano concettuale, tutti questi problemi. Dal punto di vista dell'efficienza, è promettente il motore ionico. In esso atomi ionizzati vengono accelerati in un campo elettrostatico ed espulsi ad altissima velocità. La spinta è piccola; in compenso può durare molto a lungo. Spinte modeste ma prolungate si ottengono anche con motori elettrotermici, nei quali idrogeno ed elio vengono riscaldati con un arco elettrico ed espulsi a 20 chilometri al secondo. E' immaginabile anche un motore fotonico, cioè che spari un potente flusso di fotoni (particelle di luce). Suggestiva è l'idea di una "vela" sottile e leggerissima che sfrutta la pressione della radiazione solare. Già oggi sarebbe possibile costruire vele di vari chilometri di lato: è la soluzione giusta se si vuole un'astronave che non porti con sè il peso proibitivo del propellente. La spinta potrebbe essere fornita anche da Terra tramite un raggio laser ben collimato. Una vela larga 1000 km permetterebbe di raggiungere una stella vicina se fosse spinta da un raggio laser di 43.000 terawatt (un decimiliardesimo della luce irradiata dal Sole). Poco realistico... Ancora più avveniristica è l'idea di un reattore a fusione nucleare che usi come combustibile l'idrogeno disperso nello spazio. Il limite sta nel fatto che ci sono solo due o tre atomi per centimetro cubo. Inoltre la fusione controllata non si è ancora ottenuta neppure in grandi laboratori terrestri. La soluzione ultima in fatto di propulsione sarebbe un motore ad annichilazione tra materia e antimateria. Concettualmente la cosa non è impossibile. A Ginevra, nel 1994, un gruppo di fisici del Cern guidato dal tedesco Walter Oelert e dall'italiano Mario Macrì è riuscito a creare, per la prima volta al mondo, atomi di anti-idrogeno. Per ora questi atomi si fabbricano in poche decine e vivono appena 40 miliardesimi di secondo, dopo di ché si annichilano nell'incontro con la materia ordinaria. Inoltre oggi produrre un milionesimo di grammo di anti-materia costa 10 milioni di dollari. Ma in futuro chissà... Infine, l'idea più ardita. Secondo il fisico Miguel Alcubierre, invece di far muovere il razzo nello spazio-tempo, si potrebbe far muovere lo spazio- tempo rispetto al razzo. Così, se Maometto non può andare alla montagna, sarà la montagna ad andare da lui. Alla stessa famiglia di idee-limite appartiene una proposta di Claudio Maccone: usare stelle di neutroni dotate di campo magnetico intensissimo per mettere in comunicazione diretta, tramite dei wormhole (o tunnel nello spazio-tempo), luoghi del cosmo in realtà lontanissimi se si seguono percorsi convenzionali: un po' come le estremità di questa pagina di giornale, pur distando mezzo metro, possono venire a contatto piegando la carta. Piero Bianucci


SCIENZE FISICHE ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE Un capannone tutto di larice Polemiche a Brindisi per l'ipotesi di demolizione
Autore: PAPULI GINO

ARGOMENTI: ARCHITETTURA
LUOGHI: ITALIA

TRA i tanti dilemmi dell'archeologia industriale, uno riguarda un capannone in legno (realizzato nel 1934, completamente in travi di abete, con copertura in eternit), della ex Montecatini, situato presso il porto di Brindisi. E' una costruzione lunga oltre 200 metri e alta 30, rara per la tipologia del materiale usato e per le bellissime forme. Abbandonato da molti anni (serviva da magazzino per prodotti chimici in polvere), è ora in condizioni di estrema precarietà, e l'eventuale recupero comporterebbe costi elevatissimi. Tuttavia la sua demolizione (che dovrebbe, comunque, essere preceduta e accompagnata da ogni possibile documentazione) viene osteggiata da gran parte dell'opinione pubblica, che chiede a gran voce il salvataggio. Il tema del recupero e del riuso dei complessi industriali dismessi costituisce - oggi - uno degli aspetti principali del dibattito sulla nuova urbanistica. E mentre fino a pochi anni fa la ricerca delle soluzioni si basava perlopiù su concetti utilitaristici e architettonici (talvolta legati a fini speculativi) che ignoravano l'esigenza di salvaguardare la memoria dei processi dell'industrializzazione, ormai la componente culturale del patrimonio archeo-industriale fa sentire in crescendo il suo peso nelle scelte da adottare. I motivi di questa maggiore sensibilità sono molteplici: anzitutto l'impegno di quei pochi e spesso inascoltati cultori che hanno svolto opera di studio e di divulgazione; poi la maggiore attenzione da parte del ministero dei Beni Culturali che, nel 1994, ha istituito una apposita commissione nazionale; inoltre, l'attivazione delle prime cattedre universitarie della materia (Lecce e Viterbo) con il conseguente inquadramento disciplinare scientifico e metodologico. Il crescente successo di tale insegnamento - che fa parte delle nuove facoltà di Beni Culturali - sta a dimostrare quanto interesse l'archeologia industriale riscuota tra i giovani. A queste motivazioni essenzialmente italiane si aggiungono i successi di varie iniziative di recupero attuate all'estero, e, soprattutto, il riconoscimento di "sito protetto" da parte dell'Unesco, per alcune aree industriali di valore collettivo e universale. Di queste fanno parte - oltre al complesso di Ironbridge, in Inghilterra, che rappresenta il simbolo stesso della rivoluzione industriale - alcune miniere della Francia, della Polonia e della Bolivia; e - per concessione recentissima - il parco geo-minerario della Sardegna. Come è intuibile, i risultati positivi sono bilanciati da operazioni di corto respiro, per lo più a causa di scelte che non tengono conto dell'economia del sistema, ossia della necessità che la salvaguardia e il riuso dei beni possano mantenersi autonomamente nel tempo e non costituire soltanto fenomeni episodici destinati a ricadere, prima o poi, nel degrado. In realtà, le scelte non sono mai facili; e, a volte, sono influenzate da fattori emotivi che turbano la razionalità. In generale, come è ovvio, non tutto si può salvare; e questa consapevolezza comporta - per coloro che devono prendere le decisioni - non soltanto un sufficiente controllo dei sentimenti, ma anche una adeguata preparazione nel settore degli studi di fattibilità. Al tempo stesso vi è l'esigenza di uniformare i criteri di valutazione, eventualmente con l'ausilio di parametri la cui scelta andrebbe concordata su base internazionale. In mancanza di una volontà comune in tal senso, continueremo ad assistere ad operazioni di buona volontà che spesso, però, poco hanno a che vedere con la "disciplina scientifica" che si chiama "archeologia industriale". Gino Papuli


SCIENZE DELLA VITA. PER L'OCEANARIUM DI LISBONA Un jumbo pieno di squali, razze e pinguini In occasione dell'expo costruito il più grande acquario d'Europa
Autore: MORETTI MARCO

ARGOMENTI: ECOLOGIA, ZOOLOGIA, MOSTRE, ANIMALI, AMBIENTE, MARE
NOMI: CHERMAYEFF PETER, SMITH MARK
LUOGHI: ESTERO, EUROPA, PORTOGALLO, LISBONA

NELL'insieme di iniziative per l'Expo Internazionale di Lisbona, è stato inaugurato l'Oceanarium, l'acquario più grande d'Europa con flora e fauna marina provenienti da tutti gli oceani. Per dimensioni e numero di specie marine è secondo solo a quello di Osaka, in Giappone. Con una sagoma esterna a forma di nave slanciata, ospita 250 specie per un totale di 15 mila esseri viventi. E' stato realizzato in seno a una manifestazione che ha per tema "Gli oceani, un'eredità per il fu turo": dalle scoperte geografiche al rapporto tra uomo e ambiente per uno sviluppo sostenibile. L'autore del progetto è l'architetto britannico di origine russa Peter Chermayeff, ritenuto uno dei massimi esperti mondiali nella realizzazione degli acquari: in trent'anni di lavoro ha progettato vasche viventi negli Stati Uniti, Europa e Giappone. Per Chermayeff, alla base della realizzazione dell'Oceanarium di Lisbona c'è la volontà di trasmettere al pubblico meno parole e più sensazioni. Un progetto ambizioso che vuole coinvolgere il visitatore spiegando l'interconnessione tra i diversi mari e le molteplici forme di vita che ospitano. "Si possono osservare le pulcinelle di mare sulla riva e, allo stesso tempo, al di sotto del loro habitat roccioso, si possono vedere squali, cernie e razze nuotare nella vasca". Un'opera con fini ambientali oltre che didattici e ricreativi: capace di ricevere 60.000 visitatori al giorno. Con una superficie di 10 mila metri quadrati, l'Oceanarium è formato da una gigantesca vasca centrale profonda 6,7 metri con una capacità di 4 milioni e mezzo di litri d'acqua: l'equivalente di quattro piscine olimpioniche. Attorno a quest'oceano artificiale ruotano altri quattro bacini biologici. Per sopportare l'enorme pressione provocata da questa massa d'acqua e, allo stesso tempo, permettere una vista a 180 gradi sulla vita al suo interno, l'acquario è stato costruito con muri curvi trasparenti spessi 36 centimetri di materiale acrilico. Il bacino centrale rappresenta il mare aperto con un campionario di specie provenienti da tutto il mondo, mentre le quattro vasche collegate ripropongono gli ecosistemi di altrettanti oceani. L'Atlantico settentrionale è riprodotto con scogliere simili a quelle della costa dell'Inghilterra e, oltre ai pesci, ospita una grande varietà di uccelli marini. La regione antartica è rappresentata da scogli sporgenti e banchi erbosi popolati da foche e pinguini: simili a quello dello Stretto di Magellano, l'estremità più meridionale dell'America. I mari tropicali sono incarnati dall'Oceano Indiano, riedito a Lisbona con pesci multicolori che nuotano tra banchi corallini di fronte a coste sabbiose fissate da palme di cocco. Per illustrare il Pacifico - il più grande degli oceani con una superficie superiore a tutti gli altri messi insieme - è stata scelta la conformazione al largo della costa di Monterey, in California: fondali affollati di foreste di kelp, una varietà gigante di alga, e popolate di lontre marine. Trattandosi di un progetto disegnato nel rispetto dell'ambiente, per la realizzazione dell'habitat delle diverse vasche non sono state prelevate rocce dagli oceani. Le scogliere sono state costruite con materiali resi vivi con l'impiego di un grande numero di molluschi e crostacei. Per questo fine sono stati usati 13 mila cozze, 11 mila tra patelle e altri molluschi da conchiglia, e 16 mila cirripedi. Questi ultimi - sono una sottoclasse di crostacei marini ermafroditi che comprende gli ordini dei lepadomorfi e dei balanomorfi - vivono aderendo alla roccia o ad altri sostegni di base. L'introduzione delle specie animali è stata affidata al biologo marino australiano Mark Smith, già responsabile del popolamento dell'acquario di Barcellona. L'impresa non è stata semplice, perché si sono dovute trovare soluzioni al trasporto delle più diverse specie. Una colonia di squali e di razze è stata importata dalla Florida usando un Boeing 747 cargo trasformato in una tanica capace di 30 tonnellate d'acqua per permettere ai pesci di nuotare. E il pilota ha dovuto effettuare un decollo dolce, con una pendenza massima del 15 per cento, per non disturbare gli animali. E' stato più semplice per i pinguini, trasportati in cestini simili a quelli per i gatti, ma con il fondo coperto di ghiaccio. Marco Moretti


ASTRONAVI DEL FUTURO Verso le stelle con razzi nucleari Il rivoluzionario progetto del "Nobel" Rubbia
Autore: BRESSAN BEATRICE, CATAPANO PAOLA

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, FISICA, ENERGIA, TECNOLOGIA
NOMI: RUBBIA CARLO
ORGANIZZAZIONI: CERN
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. Motore nucleare e motore chimico. Schema del motore a fissione nucleare

RICETTA del premio Nobel Carlo Rubbia per i viaggi spaziali del lontano futuro: "Se sulla Terra il nucleare è in competizione con altre forme di energia, nello spazio interplanetario è indispensabile per rendere realistica l'esplorazione di Marte, i pianeti lontani e i loro satelliti". Ha esordito così Rubbia nel seminario che ha tenuto al Cern, il Laboratorio europeo per la fisica delle particelle di Ginevra, il 27 agosto scorso, intitolato " Neutroni in un mezzo altamente diffusivo: un nuovo strumento di pro pulsione per l'esplorazione dello spazio?": lo studio di un fenomeno puramente fisico come lo spettro di ripartizione dei neutroni dell'esperimento Tarc, Trasmuta tion by Adiabatic Resonance Cros sing (trasmutazione per attraversamento adiabatico delle risonanze), avviato nel 1994 al Ps, il Sincrotone a Protoni del Cern, potrebbe portarci nello spazio interplanetario. Grazie alla genialità di Carlo Rubbia. I motori spaziali convenzionali si basano su combustibili chimici, che hanno un grosso limite intrinseco: il loro contenuto energetico è molto basso e questo vuol dire che ne occorrerebbero quantità smisurate per sviluppare l'accelerazione necessaria a raggiungere pianeti distanti come Marte (circa 60 milioni di chilometri nelle condizioni più favorevoli, quando si trova in opposizione). Ad esempio, per inviare su Marte un carico utile di 200 tonnellate, bisognerebbe lanciarne 60.000] I progetti attuali di esplorazione interplanetaria hanno per questo abbandonato l'opzione chimica. Alla Nasa si sta studiando come ridurre la durata della missione utilizzando orbite più brevi e sistemi di propulsione più efficienti. Il nucleare è l'ingrediente innovativo su cui si basano tutte le nuove ricette: propulsione nucleare a bassa spinta, plasma come propellente, energia di fusione, sia inerziale sia confinata magneticamente, rappresentano la migliore alternativa al combustibile chimico. Le alternative finora considerate prevedono di poter raggiungere Marte in due anni a mezzo di missione e Plutone in ben 45 anni. Ma al di là del tempi lunghi, nessuno di questi sistemi può offrire un biglietto per Marte: la propulsione a bassa spinta non funzionerebbe su navicelle delle dimensioni necessarie per il trasporto di persone; la temperatura del plasma nucleare raggiungerebbe livelli tali da renderne irrealistico l'uso come propellente e la tecnologia della fusione, sia a confinamento magnetico sia inerziale, è ancora troppo complessa sulla Terra per essere adattata alle condizioni di un lungo viaggio nello spazio. Rubbia oggi ha la soluzione: utilizzare direttamente i frammenti di fissione. La fissione nucleare indotta da neutroni ha una resa energetica molto alta (circa 200 MeV) ed è in grado di sostenere una reazione a catena modulata da opportune barre di controllo. Inoltre, la dinamica dei frammenti di fissione è tale da fornire ben l'88 per cento dell'energia direttamente in forma cinetica, mantenendo l'enorme entalpia del processo nucleare iniziale, che in questo caso non viene ridotta perché non c'è conversione in calore dell'energia di fissione. Il problema è, o era fino all'idea di Rubbia, la difficoltà di catturare la quantità di neutroni necessaria ad attivare un motore spaziale (a causa della loro bassa capacità di penetrazione dei solidi). L'esperimento Tarc ha dimostrato che è possibile incrementare di circa 100 volte il flusso neutronico per diffusione nel volume di un mezzo trasparente (cioè che non oppone resistenza al loro passaggio) per tempi molto lunghi secondo gli standard subnucleari (circa 30 millesimi di secondo). L'elemento fissile che meglio risponde alle prestazioni richieste - alta probabilità di fissione, tempo di vita sufficientemente lungo e tecnica di produzione relativamente semplice - è l'americio 242. Una pellicola di americio 242 spessa 1 millesimo di millimetro è in grado di raggiungere immediatamente lo stato critico, consentendo al combustibile di riscaldarsi fino a 0,5 milioni di gradi Kelvin, temperatura fuori portata per i combustibili chimici. L'energia sviluppata da uno solo grammo di americio equivale a quella fornita da una tonnellata del miglior combustibile chimico. Basterebbero pochi chilogrammi di americio per raggiungere Marte in una settimana, di cui un terzo in fase di accelerazione, un terzo in volo e un terzo in fase di rallentamento, con una navicella riutilizzabile delle dimensioni di un Jumbo. Come funzionerebbe questo avveniristico shuttle? Rubbia ha dedicato l'ultima parte del suo seminario alla descrizione del design concettuale del mezzo, anch'esso ricco di innovazioni. Leggero perché privo di moduli, ad alta potenza specifica e dalla struttura semplice, con un motore la cui configurazione è presa in prestito dalla fisica nucleare. La geometria del motore sarebbe infatti analoga a quella di un Tokamak a confinamento magnetico semitoroidale. Una tecnologia già a lungo collaudata negli esperimenti di fusione a confinamento magnetico (come Jet, la macchina europea per questo tipo di ricerca). Quali i rischi della propulsione nucleare per l'equipaggio e per l'atmosfera nelle fasi di decollo e atterraggio? Certamente non superiori a quelli che già si corrono nelle attuali missioni spaziali. L'equipaggio sarebbe protetto da schermi di un composto di boro e carbonio, che riducono notevolmente la probabilità di assorbimento radioattivo. Va notato che la radioattività indotta dai neutroni sarebbe comunque inferiore a quella prodotta dal vento solare nello spazio interplanetario. Nello scenario catastrofico di un incidente in fase di rientro, con distruzione totale del reattore, l'emissione radioattiva corrisponderebbe a venti milionesimi di quella dei testi nucleari convenzionali. Beatrice Bressan Paola Catapano Cern, Ginevra


IN BREVE Vivaisti in Fiera a San Casciano
ARGOMENTI: BOTANICA
LUOGHI: ITALIA

Alla Fattoria Le Corti, di San Casciano Val di Pesa, a pochi chilometri da Firenze, si svolge il 18, 19 e 20 settembre la rassegna "Giardini in Fiera", con un centinaio di vivaisti provenienti da tutta Italia e progettisti di giardini. Sono previste conferenze sul tema "Natura e artificio". Tra gli ospiti l'architetto Aimaro Isola e Franco Tassi, direttore del Parco d'Abruzzo. Tel. 055-820.123.




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