TUTTOSCIENZE 15 luglio 98


DUE TEST Diagnosi per turisti "fai da te"

DI recente sono state messe a punto nuove tecniche di diagnosi della malaria basate sull'osservazione di un antigene specifico di Pla smodium falciparum. Un anticorpo monoclonale applicato su strisce di nitrocellulosa cattura l'antigene e un reagente, con la comparsa di una linea colorata, permette di scoprire l'infezione. Sono attualmente in commercio due test rapidi, uno del tipo "dipstick" e l'altro disposto su una cartellina non più grande di una carta di credito. Il viaggiatore "fai da te", in presenza di sintomi sospetti e in mancanza di un centro sanitario raggiungibile, può fare una autodiagnosi rapida e semplice. Nei Paesi in via di sviluppo 2 miliardi di persone vivono in aree dove la malaria è endemica: qui il principale ostacolo all'uso di queste nuove tecniche è il loro costo troppo elevato. In conclusione, il loro utilizzo si potrà avere solo in Paesi ricchi di risorse e poveri di malaria.


SCIENZE FISICHE. MILLENNIUM DOME A GREENWICH Ingegnere, mi faccia una bolla di sapone Il segreto strutturale della cupola più grande del mondo
Autore: RATTI CARLO

ARGOMENTI: TECNOLOGIA, ARCHITETTURA
NOMI: ROGERS RICHARD
LUOGHI: ESTERO, EUROPA, REGNO UNITO, GRAN BRETAGNA, LONDRA

UNA "tetta" colossale. Più o meno così il "Guardian", con una vignetta provocatoria, ha definito la "Cupola del Millennio", grandiosa tensostruttura in costruzione alle porte di Londra (Greenwich) per ospitare le celebrazioni dell'anno 2000. Il progetto è di Richard Rogers, l'architetto che con Renzo Piano realizzò il Centre Pompidou di Parigi. Le dimensioni sono eccezionali: un chilometro di circonferenza, 364 metri di diametro, 80.000 metri quadrati di superficie coperta. Circa il doppio del Georgia Dome di Atlanta, finora cupola-record al mondo. Il paragone più appropriato dal punto di vista dell'ingegneria strutturale sarebbe tuttavia non una "tetta" ma una gigantesca bolla di sapone. Negli Anni 70, prima della rivoluzione informatica, la geometria delle tensostrutture veniva studiata su modellini di fil di ferro e sottili film di soluzione saponosa. Sono celebri le immagini di Frei Otto, austero ingegnere tedesco e somma autorità in materia, alle prese con miscele di acqua e tensioattivi. L'impiego di membrane tese, come le bolle di sapone, è alla base delle tensostrutture. Ne adoperiamo tutti i giorni. Ad esempio la tenda da campeggio. Oppure l'ombrello: membrana normalmente floscia che acquista rigidità quando viene messa in tensione. Il funzionamento delle tensostrutture in architettura è molto simile, anche se la membrana può essere un materiale sia continuo - come la stoffa della tenda da campeggio - sia discontinuo, come una rete a maglie di acciaio. A Greenwich la superficie della cupola è costituita da due famiglie di cavi di acciaio disposti come meridiani e paralleli sulla superficie terrestre. Questo reticolo è ancorato sulla circonferenza e sollevato al centro grazie a una serie di tiranti appesi a piloni periferici di 100 metri di altezza. Il cantiere assomiglia oggi a un intricato groviglio di cavi tesi, che definiscono la geometria della calotta. Intanto, per chiudere la cupola, si sta posando sulle maglie di acciaio un rivestimento leggero semitrasparente composto di teflon e fibra di vetro. Questo proteggerà l'interno dalle intemperie, lasciando tuttavia filtrare la luce del Sole durante il giorno. Di notte invece si trasformerà in una grande membrana fluorescente, diffondendo nell'ossidata periferia di Londra immagini e luci interne. Fra pochi mesi la " Cupola del Millennio" sarà dunque uno dei più grandi padiglioni per esposizioni mai realizzati. E anche, in termini relativi, uno dei più leggeri. Il peso complessivo della calotta è 1800 tonnellate. Potrebbe sembrare molto. Ma stupisce se si confronta con il peso dell'aria contenuta all'interno: 2500 tonnellate. http: //www.mx2000.co.u k/thedome.htm è l'indirizzo Internet della pagina web del Millennium Dome, ricca di immagini e foto di cantiere. Carlo Ratti Cambridge University


VIAGGI ESOTICI Tavola e sesso allarme epatiti
Autore: U_D_C

LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA

QUANTI, fra chi parte per vacanze esotiche, sanno che potrebbe essere opportuno vaccinarsi contro l'epatite A? Pochi, suppongo. L'epatite A fu la prima ad essere classificata. Via via ne sono seguite altre, causate da alltrettanti virus: oggi siamo arrivati alla lettera G. L'epatite A è prodotta dal virus HVA (Hepatitis A Virus). Dopo una incubazione di 15-50 giorni, i primi segni della malattia sono febbre, stanchezza, inappetenza, diarrea, vomito. Entro due settimane ecco il sintomo tipico, l'ittero, ossia la colorazione gialla della cute e delle mucose. Nella maggioranza dei casi si ha guarigione dopo 4-6 settimane, ma i disturbi possono persistere anche per mesi, e possono aversi complicazioni gravi. Il virus si trasmette tramite acqua, ghiaccio, frutti, verdure, frutti di mare, gelati. L'epatite A è l'infezione più frequente per chi va in Africa, America Latina, Sud-Est asiatico, Europa Orientale (in Italia i casi di epatite A sono relativamente pochi). Si calcola che la frequenza del contagio fra i viaggiatori sia 1 caso ogni 250 turisti "di lusso" (alberghi a 3 stelle) e 1 caso ogni 50 turisti più avventurosi (trekking, campeggi). In altre parole si tratta d'un malato di epatite A per ogni aereo di ritorno da Paesi a rischio, e addirittura uno per ogni autobus fra gli "Indiana Jones" della situazione. Per questo l'Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di vaccinarsi contro l'epatite A prima di un viaggio nelle zone a rischio o, per dirla in un altro modo, in Paesi che non siano Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Giappone ed Europa Occidentale. Dal 1992 esiste il vaccino anti- epatite A, contenente il virus inattivato. La vaccinazione si fa con una iniezione intramuscolare che, nel giro di due settimane, assicura l'immunità per un anno. E' consigliabile una seconda iniezione a distanza di 6 mesi-un anno dalla prima, con la quale si prolungherà l'immunità per almeno 20 anni. Osservare le misure igieniche consuete è comunque sempre necessario: bere da bottiglie sigillate e aperte al momento, mangiare alimenti cotti ad eccezione dei frutti che si sbucciano, pulizia accurata delle mani. Non dimentichiamo naturalmente le altre tradizionali vaccinazioni raccomandabili - talora obbligatorie - ai viaggiatori: contro la febbre gialla in zone dell'America Latina e Africa; contro il colera in zone dell'Asia, Africa e America Latina; contro la febbre tifoide nei Paesi tropicali. Infine, il vaccino contro l'epatite B (assai più grave della A, trasmissibile principalmente col rapporto sessuale), per coloro che si recano nei paradisi tropicali a prendersi qualche svago. Vi è anche un vaccino doppio anti-A e anti-B, somministrabile con tre iniezioni nell'arco di 6 mesi.(u. d. a)


SCIENZE DELLA VITA LUIGI BERRETTA Eutelsat, un italiano al vertice
NOMI: BERRETTA LUIGI
ORGANIZZAZIONI: EUTELSAT
LUOGHI: ITALIA

E' italiano il nuovo direttore generale di Eutelsat: Luigi Berretta, 58 anni, ingegnere elettronico, una carriera fatta in Alenia, Alcatel, Esa. La sua candidatura, proposta da Telecom Italia, è stata accolta dai 46 Paesi del consorzio intergovernativo per le telecomunicazioni via satellite. Come direttore commerciale, in 7 anni Berretta ha quadruplicato il fatturato Eutelsat: il consorzio ha oggi 11 satelliti e un bacino di utenza di 68 milioni di famiglie europee. Tramite Telecom nel '98 l'Italia investe in Eutesalt 1500 miliardi.


SCIENZE DELLA VITA NEI MARI TROPICALI I gamberetti pulitori Ne approfittano cernie e murene
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ZOOLOGIA
NOMI: LIMBAUGH KONRAD
LUOGHI: ITALIA

FRA gli addetti al servizio igienico-sanitario degli animali marini, i cosiddetti "pulitori", godono chissà perché di maggiore notorietà i pesci. Poco si parla invece dei gamberetti. Ma anche fra loro ci sono pulitori di tutto rispetto che assolvono lo stesso compito con scrupolosità e diligenza. Specie nei mari tropicali. Fra gli scogli corallini delle Antille è molto diffuso il grazioso coloratissimo Periclemenes yucatanicus, lungo un paio di centimetri. Vederlo non è facile, perché si nasconde tra i tentacoli di un anemone di mare, la Condylactis gigantea. Si tratta di una simbiosi, una vera e propria alleanza con vantaggio reciproco. Il gamberetto, che costuirebbe una facile preda, trascorre tutta la sua vita adulta in un nascondiglio sicuro, protetto com'è dalle capsule urticanti dell'anemone, alle quali per altro è immune. Quanto alla Con dylactis, le conviene avere in casa un pulitore che la disinfetta e la libera costantemente dai parassiti. Un gamberetto affine, il Peri clemes pedersoni, ha un repertorio più vasto. Ripulisce non solo la Condylactis che lo ospita, ma anche parecchi altri anemoni e perfino dei pesci di passaggio. Segnala la propria presenza ai potenziali clienti agitando continuamente le lunghe antenne. Non appena un animale di passaggio fa capire il suo interessamento, il trasparente gamberetto lascia la sua dimora abituale e con un balzo si trasferisce sul paziente. Se ne trovano individui isolati o gruppetti di sei-otto individui sulle spugne e su altri animali, ma sempre non lontano da casa. Per farsi riconoscere, comunque, i gamberetti osservano un rigido rituale che si può vedere agevolmente nei gamberi pulitori di maggiori dimensioni, come lo Stenopus hispidus o l'Hippolysmata gra bhami. Questi gamberi cercano una fenditura della roccia corallina, e vi si nascondono con tutto il corpo, lasciando sporgere all'esterno soltanto le lunghe antenne bianche che segnalano la loro presenza. E si nascondono sempre negli stessi posti, dove un subacqueo può facilmente rintracciarli e osservarli. Non più servizio a domicilio dunque, ma vere e proprie stazioni di pulizia. L'ubicazione di queste stazioni è ben nota ai maggiori residenti della scogliera corallina, come le cernie o le murene. Questi grossi predatori sono infestati da minuscoli isopodi e copepodi parassiti, che diventano visibili quando la pelle di questi pesci si scurisce. Si vedono allora distintamente certe macchiette bianche che si spostano intorno alla testa e agli occhi. Quando sente il bisogno di ripulirsi, la cernia o la murena si avvicinano alla fessura del corallo in cui si è installato il pulitore, ed entrano spesso da una "porta posteriore". Adottano questo sistema probabilmente perché così si nascondono alla vista di eventuali predatori e al tempo stesso sono in grado di scrutare all'intorno durante la seduta di pulizia. Come fanno a far capire che vogliono essere ripuliti? Cessando ogni movimento e allargando significativamente le pinne e gli opercoli branchiali. A buon intenditor poche parole. Il gamberetto capisce immediatamente che si tratta di un cliente benintenzionato ed entra subito in azione. Lo Stenopus rimane conficcato nella sua fessura e cattura i parassiti allungando le pinze. L'Hippolysmata invece monta addosso al cliente e scorrazza sul suo corpo in cerca dei parassiti. Esiste anche una forma di specializzazione. Ci sono certe specie di pulitori che si specializzano nel pulire solo determinati clienti. I labridi e i pesci pappagallo usano spesso un modo singolare per attirare l'attenzione dei pulitori. Si mettono in posizione verticale, poggiandosi sulla testa o sulla coda. Così si distinguono facilmente in mezzo agli altri pesci che nuotano in posizione orizzontale. Ma c'è un altro sistema per richiamare i pulitori: cambiare colore. Il biologo marino Jankees Post ha potuto osservare un fatto singolare. Ha veduto uno sciame di mullidi gialli diretti alla stazione di pulizia di un giovane Pomacanthus paru. Giunto a destinazione, il branco si fermò sulla sabbia, mentre uno di loro, nel momento in cui il pulitore entrava in azione, cambiava istantaneamente colore trasformandosi da giallo in rosso vivace. Però, appena il pesce si accorse della presenza dello studioso, in men che non si dica, ritornò al suo colore naturale, si congiunse con lo sciame e tutti insieme guizzarono via velocemente. Il fatto si ripeté per una mezza dozzina di volte. E ogni volta cambiava colore un solo componente dello sciame, quello che si faceva ripulire dal Pomacanthus. La rimozione dei parassiti da parte del gamberetto deve essere una sensazione molto piacevole per il pesce, che non ama essere disturbato durante l'operazione. Perfino quando un subacqueo è in vista, il pesce cerca di rimanere calmo perché il pulitore possa continuare il suo lavoro. Solo se l'intruso si avvicina troppo a un grosso pesce o a una murena durante la seduta di pulizia, il paziente ha un forte tremito e il gambero capisce l'antifona. Smonta e va a rifugiarsi nel suo nascondiglio tra i coralli. Degli uomini è sempre meglio non fidarsi. Ma è così importante la disinfestazione degli animali marini da parte dei pulitori? Sembra proprio di sì. In un famoso esperimento, il biologo Konrad Limbaugh rimosse i gamberetti pulitori da una zona corallina, con un effetto disastroso. Dopo qualche settimana erano rimasti in quella zona solo pochi pesci (gli altri erano migrati verso le aree frequentate dai pulitori), molti dei quali presentavano ferite ulcerate e pinne sfilacciate. Uno spettacolo desolante. Ci si aspetterebbe che in cambio dei loro buoni servigi, i gamberetti pulitori godessero di una sorta di immunità da parte dei predatori. E invece così non è. Quando non c'è bisogno della loro opera, i gamberetti vengono considerati prede qualsiasi e divorati senza tanti complimenti. E infatti li si trova spesso nello stomaco delle cernie. Isabella Lattes Coifmann


IN ITALIA Malaria d'importazione ottocento casi all'anno
Autore: DEL NERO LUCA, GANOVELLI BRUNO

LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA
TABELLE: D. Ciclo biologico del plasmodio della malaria

LA malaria è un problema serio per i turisti che si recano nella maggior parte dei Paesi dell'Africa a Sud del Sahara, dell'Asia meridionale e sud-orientale, in alcune zone del Messico, Haiti, Repubblica Dominicana, America centrale e meridionale, Papua, Nuova Guinea, Vanuatu e Isole Salomone. La chemioprofilassi è raccomandata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) per i viaggiatori (lavoratori, turisti, immigrati) che si spostano da una zona non malarica ad una zona malarica. In Italia, ad un secolo dalla scoperta del vettore ed a cinquant'anni dall'interruzione della trasmissione dell'infezione nel nostro Paese, i casi di malaria di importazione sono circa 800 all'anno. In particolare, per quanto riguarda la situazione a Torino, dai dati pubblicati in un recente studio che considera il periodo dal mese di agosto 1997 al mese di febbraio 1998, si nota che presso il Laboratorio di Malariologia del Servizio di Microbiologia dell'Ospedale "Amedeo di Savoia" di Torino, sono passati 166 pazienti con sospetto clinico di malaria o per un controllo dopo il soggiorno in Paesi ad endemia malarica. I cittadini italiani erano in maggioranza giovani turisti rientrati da Kenya e Tanzania- Zanzibar; in percencentuale minore viaggiatori per motivi di lavoro o residenti in Paesi di endemia. Tra i cittadini stranieri, tutti di origine africana, prevalente è la comunità nigeriana e per la maggior parte si tratta di persone residenti in Italia che si erano recate nel Paese d'orgine per visita ai familiari o per la propria attività commerciale. Su 166 esami emoscopici effettuati per la ricerca di parassiti malarici, 34 sono risultati positivi (20,5 per cento). Il Pla smodium falciparum, con 27 casi, è risultato l'agente responsabile del maggior numero di infezioni, seguito da P. ovale, P. malariae e P. vivax, rispettivamente con 4, 2 e 1 caso. Si tratta di casi di malaria importata: i soggetti si sono infettati all'estero e hanno manifestato i sintomi al loro rientro in Italia. Tutte le infezioni sono state contratte in Africa, prevalentemente in Nigeria per i cittadini stranieri, mentre Kenya, Tanzania-Zanzibar e Madagascar sono i Paesi più a rischio per i cittadini italiani (in maggioranza turisti). Tra i pazienti di nazionalità italiana, si sono potute raccogliere informazioni circa l'uso di farmaci antimalarici in chemioprofilassi in 116 casi. Non si sono verificati casi di malaria tra i soggetti (37 per cento del totale) che avevano eseguito una chemioprofilassi corretta secondo le indicazioni dell'Oms. Al contrario i casi di malaria si sono verificati tra i viaggiatori che avrebbero dovuto sottoporsi a una profilassi con meflochina (33,3 per cento di casi positivi), farmaco che è raccomandato per aree (con particolare riferimento all'Africa subsahariana) dove vi è resistenza di P. falciparum alla clorochina ed alle associazioni sulfonamide/pirimetamina. Luca Del Nero Bruno Ganovelli


SCIENZE FISICHE. METEORITI I sassi dell'universo A Vienna la più grande collezione
Autore: BASSI PIA

ARGOMENTI: ASTRONOMIA, MOSTRE
NOMI: CHLADNI ERNST FRIEDRICH, KURAT GERO, MAURETTE MICHELLE
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, COURMAYEUR (AO)

Fino al 18 ottobre nella "Sala dei cristalli", presso la stazione della funivia del Monte Bianco di Punta Helbronner, a quota 3462 metri, è possibile visitare la mostra "Meteoriti sul Monte Bianco: messaggeri dallo spazio". Inaugurata il 4 luglio, l'insolita esposizione tratta l'origine delle meteoriti, la loro caduta sulla Terra, la loro ricerca e i criteri di classificazione. Particolare attenzione è dedicata al programma italiano di ricerca di meteoriti in Antartide. Tra gli organizzatori, la Regione Valle d'Aosta, il Comune di Courmayeur e il Museo di mineralogia dell'Università di Roma "La Sapienza". -------------------------------------------------------------------- FRA i 20 milioni di pezzi raccolti dal Museo di Storia naturale di Vienna, uno dei più importanti d'Europa, 1400 sono di origine extraterrestre: fra questi, una pietruzza portata dalla Luna dagli astronauti americani. I "pezzi" sono meteoriti di varia grandezza esposti nella sala 5, detta "dei pianeti", che segue le ricchissime sale 1-2-3 dei minerali e 4 delle pietre preziose. E' la raccolta più ricca d'Europa e la più varia per tipi e luoghi di provenienza. Oggi si conservano circa 37 mila meteoriti presso altre quattro grandi istituzioni: lo Smithsonian Institution a Washington DC, il British Museum a Londra, il Museo di Storia naturale di Parigi e l'Istituto nazionale per le Ricerche Polari di Tokyo Institute, dove troviamo il maggior numero di meteoriti di provenienza antartica. Raccogliere meteoriti è una vera passione, scoppiata 200 anni fa quando Ernst Friedrich Chladni (1756-1827) riuscì a convincere gli scienziati dell'origine extraterrestre delle "pietre infuocate". Le micrometeoriti raccolte superano i 100 mila pezzi e sono appena arrivate sulla scena scentifica. Il loro reperimento è difficile e sono state sviluppate tecniche speciali adatte per raccoglierle nella stratosfera e nelle calotte glaciali dell'Antartico e della Groenlandia. Entrare nella ottocentesca sala climatizzata di stile asburgico dove sono esposte le meteoriti è emozionante: è come trovarsi a tu per tu con messaggi incisi, per così dire, sulla pietra che ci parlano del passato, del presente e del futuro del cosmo. "Ognuno di questi pezzi è un prezioso tassello di un grande archivio che ci aiuta a ricostruire la storia della Terra, del Sole, dell'universo - dice Gero Kurat, direttore e ricercatore della sezione meteoriti -, dal pezzo più grande, di 909 chilogrammi, trovato nel 1884 in Australia che il visitatore si trova subito di fronte entrando, alle micrometeoriti del diametro di 20 Amstrong setacciate nei ghiacci vergini dell'Antartide e che noi misuriamo e studiamo nei nostri laboratori: queste micrometeoriti sono databili 4 o 5 miliardi di anni fa, o ancora più indietro, addirittura prima della formazione del sistema solare. Un universo pieno di materia al traino delle comete, messaggere di vita; non avremmo l'acqua e gli oceani sulla Terra se senza le comete". Fortunatamente molta di questa materia extraterrestre cade sulla Terra e i cacciatori di meteoriti ne fanno omaggio a noi ricercatori. Ogni meteorite ha una composizione particolare, più meteoriti abbiamo, meglio riusciamo a ricostruire con simili testimonianze gli avvenimenti prodottisi nel sistema solare nella sua lunga storia. Troviamo ancora di più: molte meteoriti hanno conservato una componente rara (appena lo 0,1 per cento) di materia interstellare presolare che ci permette di " vedere" ben al di là dei 4,6 miliardi di anni. Lo studioso che ebbe per primo l'intuizione di cercare le polveri interstellari in Antartide fu il francese Michel Maurette, dieci anni fa. Nella sala 5 il visitatore trova le meteoriti classificate per natura, provenienza astronomica o per località terrestre di ritrovamento. Alcune meteoriti sono intatte e presentano il loro aspetto originale, annerito per il surriscaldamento con l'impatto dell'atmosfera terrestre. Altre sono state sezionate e mostrano la conformazione interna, molto varia anche per forma e colore, come la pallasite, che appare composta da granuli verde scuro con riflessi dorati contrastanti dispersi in un conglomerato verde acqua. Per il profano, una sorprendente varietà di colori. Pia Bassi


SCIENZE FISICHE. MACCHINE Il rocchetto vivo che piacque a Kafka
Autore: MARCHIS VITTORIO

ARGOMENTI: FISICA
NOMI: KAFKA FRANZ
LUOGHI: ITALIA

C'E' chi dice che la parola Odradek derivi dallo slavo e cerca, in conseguenza, di spiegarne l'etimologia. Altri invece pensano che la parola provenga dal tedesco, e sia solo influenzata dallo slavo. L'incertezza delle interpretazioni consente, con ragione, di concludere che nessuna delle due dà nel segno, tanto più che nè con l'una nè con l'altra si riesce a dare un senso preciso alla parola. (...) Sembra, dapprima, una specie di rocchetto di refe piatto, a forma di stella, e infatti par rivestito di filo (...) non è soltanto un rocchetto, perché dal centro della stella sporge in fuori e di traverso una bacchettina, a cui se ne aggiunge poi ad angolo retto un'altra. Per mezzo di quest'ultima, da una parte, e di uno dei raggi della stella dall'altra, quest'arnese riesce a stare in piedi, come su due gambe". Il cruccio del padre di famiglia come lo immaginò nel 1917 Franz Kafka non è poi così immaginifico perché quest'oggetto trova nella nostra memoria una concreta testimonianza. Prendere un rocchetto, possibilmente di legno, attraversarlo nel foro centrale con un elastico, che verrà fermato da un lato con un chiodo o altro arnese. L'altra estremità dell'elastico sia fatta passare attraverso un disco di cera o paraffina, come quello che si potrebbe ricavare dal fondo di una candela, forato nel centro e spesso qualche millimetro. Indi fissare l'anello sporgente dell'elastico attorno ad una matita, che può essere anche una bacchetta di legno. Lentamente ruotare la matita sino a portare in torsione l'elastico, ma non troppo. Depositare il rocchetto su un piano e osservare i suoi lenti movimenti. Sembrerà dotato di vita propria. Il complesso gioco degli attriti tra il disco di paraffina e il fondello del rocchetto regolerà lo svolgimento della torsione dell'elastico. Il disegno, se fosse mai necessario, verrà un'altra volta. Vittorio Marchis Politecnico di Torino


CAUTELA SULLE SPIAGGE Sole amico e nemico per la pelle L'abbronzatura può ridurre le nostre difese immunitarie
Autore: DI AICHELBURG ULRICO

LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA
TABELLE: D. Radiazione elettromagnetica

LE radiazioni ultraviolette (indicate in genere con la sigla UV) determinano nelle strutture biologiche che le assorbono molteplici reazioni fotochimiche: benefiche, oppure nocive quando superino certi limiti, variabili da individuo a individuo. La natura di queste reazioni è nota soltanto in parte. Si distinguono tre bande di radiazione ultravioletta: A, B e C, in ordine crescente di energia, e quindi anche di pericolosità. Sappiamo che i fotoni (le particelle elementari dell'energia elettromagnetica) trasferiscono la loro energia nelle reazioni chimiche alle quali partecipano, e da tale energia dipende la profondità, e quindi l'effetto, della penetrazione degli UV nel nostro organismo. Prima di arrivare a noi i raggi solari subiscono assorbimenti, dalla più elevata stratosfera alla nostra bassa atmosfera, per cui si comprende come la natura stessa degli UV possa variare secondo l'inclinazione del punto di ricezione in rapporto alla sorgente dei fotoni, perciò secondo le ore della giornata, le stagioni, l'altitudine, la latitudine. Fortunatamente gli ultravioletti C, i più dannosi, vengono in gran parte assorbiti dall'ozono stratosferico. Allo stato attuale delle nostre conoscenze uno dei principali effetti benefici degli UV è la sintesi della forma attiva della vitamina D da parte della pelle. Questo effetto anti-rachitico è noto da decenni, ma oggi si è in grado di attribuire altri ruoli importanti ai vari metaboliti della vitamina D. Ci riferiamo per esempio alla vitamina D3, avente proprietà ben diverse dalle antirachitiche: agisce sulla moltiplicazione e sulla differenziazione cellulare, e pertanto non è da escludere che prossimamente si mettano a punto farmaci basati su essa, utili per certe malattie. Sempre più si considera la vitamina D come un ormone piuttosto che una vitamina. Ancora a proposito di effetti benefici, è usuale sottolineare l'allegria della "gente del Sud" in confronto a una certa tetraggine dei nordici. Istintivamente ci sentiamo meglio, nel senso più ampio del termine, in un ambiente luminoso. Ma riferiamoci alla psichiatria: la cosiddetta "depressione stagionale" si manifesta verso la fine dell'autunno e nell'inverno, con sintomi propriamente depressivi (stanchezza, ansietà, variabilità dell'umore) e altri quali l'ipersonnia e l'aumento dell'appetito e conseguentemente del peso. Tale sindrome sarebbe originata dalla riduzione della luminosità ambientale. Si osserva in questi soggetti un'alterazione della secrezione di melatonina, un ormone regolatore dei normali ritmi giornalieri (temperatura corporea, ritmo cardiaco, pressione del sangue ecc.): la secrezione è modulata dalla quantità di luce, e nei depressi è inferiore alla norma. In sostanza esiste un rapporto, sempre più studiato, fra la luminosità, i ritmi giornalieri e la psiche. Passando alla nocività delle radiazioni UV, è superfluo rammentare, perché ben noti, gli effetti dermatologici: l'eritema attinico, la cancerogenesi sotto forma di epiteliomi e di melanomi. Citeremo invece, perché di recente conoscenza, la riduzione delle difese immunitarie della cute nelle ore seguenti un'esposizione eccessiva al sole, riduzione che perdura per più settimane, lasciando il campo libero a virus, batteri, miceti (eruzioni erpetiche, infezioni erisipeloidi eccetera). Si è visto che ciò dipende dalla liberazione di citochine dalle cellule cutanee irradiate, da modificazioni delle membrane cellulari e da altri elementi. Vi è poi la questione delle radiazioni UV assorbite direttamente dal Dna. Ne derivano lesioni le quali, benché riparabili da naturali meccanismi cellulari, fanno apparire sequenze anormali nelle basi dei geni. Il Dna può anche essere alterato indirettamente da sostanze prodotte dagli UV nelle membrane delle cellule. Insomma, possibilità di deterioramenti in tutto il patrimonio genetico. D'altra parte, proprio la sensibilità agli UV è un fattore genetico: l'ineguaglianza degli individui di fronte all'aggressione dei raggi solari è di comune osservazione. La determinante essenziale di tale differenza è la qualità della melanina presente nell'epidermide, qualità strettamente legata all'equilibrio tra feomelanina (fotosensibilizzante) ed eumelanina (fotoprotettrice). Questo rapporto è sotto la dipendenza del patrimonio genetico. La fotoprotezione naturale varia da un minimo nei soggetti con pelle lattea e capelli rossicci ad un massimo nei soggetti con pelle scura e capelli neri. Ognuno di noi può dunque giudicare a priori quale sia la propria capacità di protezione di fronte all'aggressione degli UV, e comportarsi in maniera appropriata. Ulrico di Aichelburg


SCIENZE DELLA VITA UN DOGMA SI SGRETOLA Nelle scimmie si rigenerano anche le cellule del cervello
Autore: FASOLO ALDO

ARGOMENTI: BIOLOGIA, ZOOLOGIA
NOMI: GOULD ELIZABETH, MCEWEN BRUCE, FUCHS EBERHARD
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. Il cervello di una scimmia

LE cellule nervose si formano precocemente durante lo sviluppo: nell'adulto, purtroppo, non se ne producono di nuove. Questa è una delle concezioni più diffuse, fondata su una vasta letteratura scientifica e sostenuta da un'ampia divulgazione che è giunta anche al pubblico più distratto. Una ricerca recente sembra tuttavia cambiare la prospettiva: Elizabeth Gould, dell'Università di Princeton, con Bruce McEwen della Rockefeller ed Eberhard Fuchs del Centro tedesco di primatologia di Gottingen, hanno infatti dimostrato che in scimmie adulte (il marmoset, Callithrix jacchus) si verificano fenomeni di neurogenesi, con produzione di nuovi neuroni, in una regione del cervello, l'ippocampo, che è di importanza capitale nei processi cognitivi e di memorizzazione. In realtà, su questi argomenti la neurobiologia dello sviluppo è in fermento da parecchi anni e numerosi studi hanno dimostrato come, sia pur in aree ristrette, avvenga anche nel tessuto nervoso adulto dei mammiferi il differenziamento di nuovi neuroni a partire da cellule con capacità staminali. In particolare, è stato dimostrato che cellule prossime ai ventricoli laterali dell'encefalo sono capaci di proliferare e di migrare verso il bulbo olfattivo, ove si differenziano in neuroni (ne ha scritto Luca Bonfanti su Le Scienze n.351, novembre 1997). Nel caso poi dell'ippocampo, esistevano già dati di neurogenesi nei roditori a carico di una regione, la cosiddetta fascia dentata, che è caratterizzata da piccoli neuroni (i cosiddetti granuli). La stessa Elizabeth Gould aveva dimostrato un fenomeno simile in un insettivoro, la Tupaia, che viene considerato parente stretto dei primati. Le ultime ricerche hanno quindi portato il discorso della neurogenesi adulta a livello dei Primati. Ma vediamo cosa descrivono Elizabeth Gould e i suoi colleghi nell'articolo apparso sui Proceedings della Usa National Academy of Sciences del 17 marzo scorso. In esemplari adulti di marmoset, una scimmietta originaria del Sud America, è stata iniettata la bromodeossiuridina, una sostanza analoga della timidina, che viene incorporata dalle cellule che si stanno preparando alla divisione mitotica e che può essere riconosciuta con metodi di colorazione specifica. Sacrificando gli animali dopo poche ore (due, in genere) dall'iniezione si possono così marcare le cellule neoformate nell'intervallo di tempo fra iniezione e sacrificio. Gould e colleghi hanno osservato una notevole quantità di cellule marcate proprio nella fascia dentata dell'ippocampo. Lasciando sopravvivere gli animali per tempi più lunghi (tre settimane) si identificavano ancora bene molte cellule marcate, che evidentemente sopravvivono e assumono nel frattempo i caratteri tipici dei neuroni. Il fenomeno non è marginale: Elizabeth Gould stima infatti che ogni giorno si formino migliaia di nuove cellule] Naturalmente una domanda si pone immediatamente: perché c'è questa continua, imponente aggiunta di cellule? Le ricerche precedenti sui roditori avevano dimostrato che l'aggiunta di nuove cellule è modulata da fenomeni di stress o, all'opposto, che un ambiente arricchito stimola il tasso di neurogenesi. Elizabeth Gould ha allora provato sul marmoset l'effetto di uno stress sociosessuale, l'introduzione di un maschio "intruso" nella gabbia di un altro maschio. Dopo un'ora di questo stress, gli intrusi mostrano una riduzione secca di nuove cellule del 30 per cento. Gli esperimenti di Elizabeth Gould e colleghi su un primate sono molto stimolanti anche per le possibili estrapolazioni all'uomo. La materia è per altro controversa: precedenti studi sull'ippocampo di un altro primate, la scimmia rhesus, non avevano trovato prove di neurogenesi. E' facile prevedere che i prossimi mesi vedranno il fiorire di polemiche, ma anche di risultati su questo argomento affascinante. Rimane in ogni caso dimostrato che l'aggiunta di nuove cellule nervose può aver luogo anche nell'encefalo adulto di un primate, aggiungendo un tassello al mosaico delle nostre conoscenze sulla plasticità del tessuto nervoso adulto. Oltre ad aprire importanti prospettive conoscitive sulle strategie dello sviluppo e la storia evolutiva del cervello, questi risultati possono affiancare le molte ricerche recenti tese a sviluppare biotecnologie riparative del sistema nervoso centrale adulto. Insomma, se la definizione di Giulio Bizzozero, che risale a poco più di cent'anni fa, poneva il cervello dei mammiferi fra i tessuti ad elementi perenni, le ricerche dell'ultimo decennio sembrano confermare che tutte le regole (anche quando sono di grande valore generale) possono ammettere feconde eccezioni. Aldo Fasolo Università di Torino


SCIENZE DELLA VITA ALLE ISOLE DEL CAPO VERDE Estinto o solo latitante? Sulle tracce elusive dello scinco gigante
Autore: ANDREONE FRANCO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA
NOMI: PERACCA MARIO GIACINTO, FEA LEONARDO
ORGANIZZAZIONI: MUSEO REGIONALE DI SCIENZE NATURALI DI TORINO
LUOGHI: ESTERO, AFRICA, CAPO VERDE
TABELLE: C. Le isole di Capo Verde; D. Il lagarto

NON sempre è possibile ottenere dati sicuri sulla effettiva estinzione di una specie, e spesso rimane la speranza che in realtà ne siano solo diminuiti gli esemplari e che in futuro possa essere riscoperta. Uno dei casi più interessanti riguarda la scomparsa dello scinco gigante di Capo Verde, o Lagarto. Questo rettile, il cui nome scientifico è Macroscin cus coctei, era presente, sicuramente sino agli ultimi decenni del secolo scorso, in almeno due isolotti di questo arcipelago di origine vulcanica a circa 600 chilometri al largo della Mauritania. Le isole di Capo Verde sono povere di specie. Fra i rettili terrestri il tasso di endemismo è molto elevato, e praticamente ogni isola e isolotto vanta una specie (o una sottospecie) propria, introvabile altrove. Come spesso accade per le faune insulari, alcune specie si sono evolute verso il gigantismo. Per questo il macroscinco è uno dei più grandi scinchi al mondo, raggiungendo i 60 centimetri di lunghezza. Nel secolo scorso giunsero in Europa diverse segnalazioni di questo rettile, in particolare dagli isolotti Razo e Branco, siti fra le isole di Sao Nicolau e di Sao Vicente. A quanto pare questi isolotti non sono stati mai abitati stabilmente dall'uomo per la loro ridotta estensione e per la cronica mancanza di acqua. L'Ilheu Razo, come dice il nome, è relativamente piatto mentre Branco ha un'elevazione di circa 300 metri e deve il suo nome (bianco in portoghese) a sedimenti chiari sui lati. Su entrambi gli isolotti nidificano diversi uccelli marini, fra cui la sula dal ventre bianco (Sula leucogaster) e il fetonte (Phaethon aethereus). Sull'isolotto di Razo vive inoltre una delle specie di uccelli più rare: l'allodola di Razo (Alauda razae), si dice presente con non più di 250 individui. Le segnalazioni del macroscinco sono state quasi sempre superficiali e limitate a qualche avvistamento e qualche cattura; poco si conosce, quindi, della sua biologia. Pare probabile che esso condividesse il territorio con diverse specie di uccelli marini, delle cui uova forse si nutriva, anche se non si esclude che si alimentasse anche della scarsa vegetazione. Le poche osservazioni riguardano animali mantenuti in cattività alla fine del secolo dallo zoologo torinese Mario Giacinto Peracca. Conservatore al Museo di Zoologia, aveva allestito, presso la propria villa a Chivasso, un rettilario dove allevava esemplari delle più disparate specie provenienti da varie aree del mondo. Nel 1891 ebbe la fortuna di importare 40 Macroscincus co ctei, che mantenne vivi per diverso tempo. Ventisei di questi animali, conservati in alcol, sono ancora al Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino. Essi sono stati " ritrovati" nel corso di una recente ricatalogazione della collezione erpetologica dell'Istituto e costituiscono la più numerosa serie di questi animali presente al mondo. Da quanto Peracca riferisce in due lavori pubblicati nel 1891 pare che i macroscinci fossero attivi al crepuscolo e di notte, e fossero molto opportunisti nell'alimentazione, comportamento comprensibile in un ambiente povero e ostile. Un carattere assai peculiare di M. coctei era la prensilità della coda, peraltro molto fragile. A dispetto di tale caratteristica si crede che il macroscinco non fosse arboricolo, tenuto conto della sua mole e dell'assenza di piante di una certa dimensione su Razo e su Branco. Si può bensì ipotizzare che vivesse fra gli anfratti rocciosi all'interno dello zoccolo basaltico di Razo e Branco e che la mobilità della coda fosse di aiuto per muoversi in tale ambiente. Se poco si sa della storia naturale del Macroscincus ancora meno si conosce dei motivi che ne hanno causato la presunta estinzione. Considerata la ridotta estensione di Razo e di Branco è probabile che la raccolta e l'esportazione di 40 esemplari (e verosimilmente di molti altri) per le collezioni di molti musei di storia naturale sia stata una concausa della sua diminuzione, anche se, come spesso accade, i motivi fondamentali della sua estinzione sono da ricercare altrove. Occorre infatti ricordare che le isole di Capo Verde hanno subito una serie di severi periodi di siccità. I mancati raccolti hanno inciso profondamente sulla sopravvivenza della popolazione costretta a cercare fonti di alimentazione in ciò che la natura poteva offrire. E' probabile, quindi, che in questi periodi i lenti e torpidi macroscinchi, adattati alla vita su isole privi di predatori e, quindi, eccessivamente confidenti nei confronti dell'uomo, abbiano costituito una fonte di cibo in tali periodi. I pescatori delle isole vicine a Razo e a Branco (come quella di Santo Antao), infatti, sono ancora usi depredare di nidiacei le colonie di uccelli marini in particolari periodi dell'anno e in occasione di festività tradizionali. La fine dell'800 fu un periodo di grande interesse per le Isole del Capo Verde. Nel 1898 un altro naturalista, Leonardo Fea, torinese di nascita ma assistente al Museo Civico di Genova, vi compì una spedizione e osservò diversi esemplari sull'Ilheu Razo, alcuni dei quali sono ancora conservati presso il museo ligure. Fea, e poco prima l'ornitologo Boyd Alexander, sono stati forse gli ultimi ad osservare esemplari vivi di questo sauro. Negli anni successivi le missioni a Capo Verde si fecero più sporadiche e le notizie diminuirono. A partire dagli Anni 20 le segnalazioni (e le esportazioni) cessarono del tutto, anche per la concomitanza delle guerre. A cent'anni di distanza dalle osservazioni di Fea permane peraltro la tenue speranza che il macroscinco sopravviva a Capo Verde. Questo anche perché almeno alcune zone degli isolotti Branco e di Razo sono difficilmente accessibili e potrebbero in teoria garantire rifugio a questi animali. Esistono poi segnalazioni recenti, da confermare, di un grande rettile osservato a Santa Luzia, un'isola molto più grande e ricca di habitat ideali. Purtroppo recenti spedizioni effettuate da naturalisti delle Canarie non hanno sortito un esito positivo. Resta quindi l'interrogativo - o meglio la speranza, direi - che il macroscinco non sia in realtà estinto, ma forse solo reso più elusivo, e che in qualche parte degli isolotti sopravviva ancora. Anche perché già un altro sauro gigante, la lucertola gigante di El Hierro, Gallotia simonyi, a lungo ritenuta estinta nelle Canarie è stata recentemente ritrovata. Spinto dalla curiosità scientifica e dal desiderio di ripercorrere a cent'anni di distanta le orme di Leonardo Fea anche io ho avuto modo di visitare nel mese di marzo ed aprile di quest'anno l'Ilheu Razo nell'ambito di una missione effettuata in collaborazione fra il Museo di Scienze Naturali di Torino e il Museo Craveri di Bra. Su questo isolotto ho studiato e ammirato anche altre specie di rettili, fra le quali il geco gigante Tarentola gigas. Ma del macroscinco, purtroppo, nessuna traccia. Franco Andreone


SCIENZE DELLA VITA UN QUADRO ALLARMANTE Quanta scienza dimenticata sotto la polvere Indagine sui 400 musei scientifici italiani, mancano soldi e personale
Autore: ANTONETTO ROBERTO

ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA
ORGANIZZAZIONI: CNR
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, ROMA
TABELLE: T. Fondi annui per i musei scientifici

NATA per l'inserimento in Internet, "I Musei scientifici italiani", una indagine del Cnr si è rivelata di per se stessa un documento di drammatico interesse. Gli stessi autori dell'indagine, curata dall'Istituto di studi sulla ricerca e la documentazione scientifica e presentata alcuni giorni fa a Roma, propongono osservazioni che nulla hanno di incoraggiante. Primo: la grande frammentazione del patrimonio museale scientifico in istituzioni prevalentemente piccole e piccolissime. Secondo, l'estrema esiguità delle risorse finanziarie e del personale. Terzo, l'impossibilità per una grande parte di queste istituzioni di fare altro che i custodi di ciò che possiedono (e spesso anche questo con difficoltà) rinunciando a priori a tutte quelle attività di formazione culturale che si richiedono oggi così imperiosamente da rappresentare la condizione stessa di esistenza di un museo. Ed ecco i numeri. Sui 469 musei esaminati il 26% ha a disposizione una superficie inferiore a 500 mq e il 32% addirittura ha uno spazio sotto i 200 mq: niente più che un grande appartamento. Spesso è questa la situazione di spazio dei musei universitari, seppure prestigiosi. Il Museo di Clinica Ostetrica e Ginecologica di Padova dispone di 18 mq (una stanza): è il più piccolo fra quanti hanno risposto al questionario. Piccoli o grandi che siano, come stanno i musei scientifici in fatto di impianti tecnici? Manco a dirlo, male: il 39% non ne ha alcuno, nè di sicurezza nè di climatizzazione. E in fatto di servizi? Ancor peggio: il 78% non ha nessuna di quelle strutture che "umanizzano" il museo, neppure un punto di vendita di libri. Un panino o un caffè, anche dalle macchine distributrici, sono un miraggio: non ne dispongono che pochissime istituzioni. Il capitolo risorse è lo specchio della considerazione che in Italia viene riservata alla cultura scientifica: il 20% dei musei non ha alcun finanziamento, il 21% non riceve più di 10 milioni, il 30% sta entro i 50. L'altro bilancio catastrofico è quello del personale: il 15% non ne ha affatto, il 41 per cento non ha personale dipendente e deve avvalersi di collaborazioni, il 42%, più fortunato, può contare su un vero e proprio esercito: da 1 a 3 elementi] Da notare che anche in questo campo, come in tanti altri, il campione del disservizio e dell'inefficienza è lo Stato nei confronti dei suoi musei, mentre altre amministrazioni sono un po' più larghe ed attente. Se questo è il panorama, come stupirsi che il 20% dei musei scientifici italiani raccolga meno di 500 visitatori l'anno, un altro 20% meno di 2 mila e un 20 per cento ancora non arrivi a 5 mila? A parte il caso eccezionale dell'Acquario di Genova (1.400.000 visitatori), del Museo della Scienza e della Tecnica di Milano (300.000), del Museo della Scienza di Firenze (50.000) si tratta di una vera e propria sottoutilizzazione. L'attività promozionale è un miraggio per chi fatica a sbarcare il lunario della sussistenza fisica delle collezioni, e a volte non ci riesce. Nelle pieghe delle tabelle, infatti, si legge un dato che fa riflettere: il 10% degli interpellati denuncia una diminuzione delle raccolte museali, dovuta soprattutto a deperimento. E veniamo all'informatica: il 55% dei musei possiede computer, in buona parte collegati in rete anche remota, ma la presenza in Internet è quasi irrilevante: l'83% non possiede un proprio sito. I pochi che lo possiedono lo fanno gestire all'esterno, per carenza di competenze specifiche (il che, peraltro, è più che comprensibile). Un altro dato che sorprende in positivo: oltre il 57% dei musei dichiara di svolgere attività di ricerca, con una produzione di articoli su riviste, comunicazioni a convegni, monografie. Una considerevole parte di questa attività è a livello internazionale. E dove si fa ricerca si innesca naturalmente un circolo virtuoso di collaborazioni con soggetti esterni, presenza di personale in formazione, attività editoriale, adesione ad associazioni. In conclusione: tra luci (non sfolgoranti) ed ombre (cupe) i musei scientifici italiani, "appaiono come un insieme estremamente eterogeneo di strutture le cui potenzialità vengono sostanzialmente sottoutilizzate a causa dell'assenza di risorse finanziarie ma soprattutto umane, nonché di puntuali e specifici interventi di valorizzazione da parte delle amministrazioni di appartenenza" (sono le parole stesse della relazione di Emanuela Reale che espone i risultati dell'indagine). In questo panorama, i musei statali versano in condizione di particolare sfavore. Che fare, di fronte a una situazione del genere? Internet, come ormai tutti o quasi tutti sanno, è un treno in corsa, e non prenderlo sarebbe imprevidenza. Le potenzialità di comunicazione e di " visibilità" offerte dalla rete ai musei in genere, e a quelli scientifici in particolare, sono una strada da battere, magari senza troppe illusioni iniziali, ma con fiducia. Per questo è stato presentato il prototipo di "Museum mediator", un servizio di rete che connetterà tra loro i siti web allestiti dai musei (quando ci sono) e fornirà all'utente la descrizione delle caratteristiche e dei servizi offerti. Dobbiamo aspettarci il miracolo dalla realtà virtuale, visto che la realtà reale è così deludente? Roberto Antonetto


SCIENZE FISICHE. RICERCHE A TORINO Archivio dei raggi cosmici Registrano l'attività del Sole
Autore: VOLPE PAOLO

ARGOMENTI: ASTRONOMIA, FISICA
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, TORINO (TO)

LE meteoriti sono le meteore (comunemente "stelle cadenti") che raggiungono la superficie terrestre. La caduta di meteoriti di qualche consistenza, dell'ordine del chilogrammo, non è poi così rara; si stima in qualche migliaio il numero di essi che annualmente raggiunge la Terra, anche se la maggior parte va perduta negli oceani o nelle zone desertiche. Prima della conquista della Luna le meteoriti erano il solo diretto legame materiale con il cosmo, e tuttora la loro composizione ha un notevole interesse scientifico. Tra l'altro, le meteoriti sono divenute da qualche decennio fonte di preziose informazioni sull'attività solare. Il Sole, infatti, origina un campo magnetico che si estende ben oltre la Terra e che, variando con l'attività solare, modula il flusso della radiazione cosmica proveniente dagli spazi galattici, composta principalmente da protoni ad altissima energia che generano reazioni nucleari primarie e secondarie nella materia che colpiscono. E' a queste reazioni che si deve la presenza di alcuni radioisotopi cosmogenici come il C-14 e il trizio, che ricadono sulla Terra dopo esser stati generati nell'alta atmosfera, così come è ad essi che si deve la bassa radioattività che si riscontra nelle meteoriti in seguito alla formazione di vari radioisotopi fra i quali sodio-22, alluminio-26, cobalto-60 e titanio-44. E' chiara a questo punto la correlazione tra l'attività solare e la produzione di radioisotopi cosmogenici indotta dai raggi cosmici sia sulla Terra che nelle meteoriti. Ma la concentrazione dei radioisotopi cosmogenici nei " reservoirs" terrestri come gli anelli degli alberi, i ghiacci polari, i sedimenti marini, ha subito anche l'influenza di eventi climatici e biologici, e non è quindi, come quella delle meteoriti, testimone credibile del passato del Sole. Negli ultimi trent'anni è stata misurata l'attività del sodio- 22 sia in meteoriti sia in campioni lunari determinando con precisione gli effetti del ciclo solare di 11 anni, ma più in là non si può andare poiché la radioattività di questo radioisotopo si estingue in pochi anni. Il titanio-44 invece ha una radioattività che dura più a lungo (vita media di circa cent'anni) ed è quindi adatto per valutare l'attività solare su scala secolare. Tuttavia questo radioisotopo ha l'inconveniente di avere nelle meteoriti una bassa radioattività, molto inferiore alla radiazione di fondo naturale, costituito tra l'altro dal radio, la cui radiazione gamma è facilmente confondibile con quella del titanio-44. La rivelazione quantitativa è perciò estremamente difficile. Recentemente presso l'Istituto di Cosmogeofisica del Cnr e il Dipartimento di fisica generale dell'Università di Torino, il gruppo che fa capo a Castagnoli, Cini e Bonino ha messo a punto un sistema molto selettivo, unico al mondo, adatto alla misura del titanio-44 in materiali extraterrestri come le meteoriti e le rocce lunari. Questo gruppo da molti anni è specializzato in misure di radiazioni di bassissima intensità nei laboratori sotterranei del Monte Bianco e del Monte dei Cappuccini a Torino. Il rivelatore è costituito da un cristallo di germanio purissimo che, per individuare il titanio-44, lavora in coincidenza con un blocco di cristalli di ioduro di sodio. La meteorite è posta nel rivelatore. Quando un suo atomo di titanio-44 decade, ne genera uno di scandio-44 il quale emette contemporaneamente una particella beta positiva ed un raggio gamma caratteristico; la particella beta si annichila con un elettrone dando due fotoni, cosicché in definitiva l'evento "decadimento" del titanio-44 viene letto come coincidenza di tre radiazioni gamma ben definite, rivelate separatamente dai due rivelatori. Il fondo ambientale invece, provenendo dall'esterno del sistema e pur dando un segnale di energia prossima e quella dello scandio-44, dà un segnale isolato, che quindi viene distinto e può esser eliminato. Con questa complessa apparecchiatura il gruppo di Torino ha esaminato 11 meteoriti di peso tra i 200 e i 700 grammi, cadute in varie parti del mondo tra il 1840 ed il 1992. Alcune sono conservate in musei, come quelli di Bereba e di Bouvante nel museo di storia naturale di Parigi, o quello del Rio Negro, conservato con altri nella Specola vaticana a Castel Gandolfo. Quella caduta a Torino nel 1988 nei pressi dell'Alenia (gruppo Sistemi Spaziali: che coincidenza), che ha avuto notevole importanza nelle misure, è conservata dall'Alenia stessa. Poiché la radioattività in ciascuna meteorite è provocata dal flusso di radiazione cosmica galattica che la colpisce, è logico aspettarsi una maggior presenza di titanio-44 nelle meteoriti che sono cadute in periodi di minor attività solare. Stranamente, invece, proprio quelle meteoriti la cui caduta coincide con un minimo di Gleissberg di attività solare (i periodi di Gleissberg sono secolari) e precisamente le meteoriti Cereseto (1840), Olivenza (1924), Rio Negro (1934) e Monze (1950) mostrano una radioattività più alta di quanto atteso, fatto spiegabile solo se si ipotizza che per lunghi periodi, durante i minimi dell'attività solare agli inizi del 1800 e del 1900, il campo magnetico dell'eliosfera sia stato più tenue e regolare, permettendo al flusso della radiazione galattica di penetrare più facilmente nell'eliosfera. Secondo i risultati e secondo queste ipotesi, agli inizi del 1800 e del 1900 durante i minimi di Gleissberg, la radiazione cosmica galattica è sensibilmente aumentata, per ritornare poi a valori minori. L'interesse di questo risultato è che esso può avere notevoli implicazioni anche sull'ambiente terrestre. Stanno infatti divenendo sempre più evidenti le influenze delle variazioni dell'attività solare sull'ambiente e sul clima. Paolo Volpe Università di Torino


SCIENZE DELLA VITA DOPO GINEVRA Aids, lenta retromarcia
Autore: P_BA

ARGOMENTI: FARMACEUTICA
NOMI: MORONI MAURO, VALERA LUIGI, BALTIMORE DAVID, AIUTI FERDINANDO
ORGANIZZAZIONI: CE.MA.T, ANLAIDS, INSTITUTE OF TECHNOLOGY DI PASADENA
LUOGHI: ITALIA

LA nuova strategia di lotta all'Aids sta dando buoni risultati. Consiste in un tris di farmaci combinati e somministrati tempestivamente, però necessita la completa adesione (compliance) del paziente affinché la terapia abbia successo cronicizzando la malattia. E' quanto emerso dal recente convegno di Ginevra, dove i massimi esperti internazionali si sono confrontati. Sul tema c'è stato anche il contributo di un pool di aziende farmaceutiche in prima linea per aver messo a punto farmaci antiretrovirali unite nel sostenere il progetto Ce.ma.t. (Centri per migliorare l'adesione alla terapia) gestito da Anlaids Lombardia e i maggiori ricercatori italiani e internazionali. Dal convegno è emersa l'importanza dell'appoggio psicologico che il paziente necessita per continuare e non abbandonare le cure anche se impegnative. Allo scopo l'Anlaids ha attivato dei gruppi d'aiuto-aiuto coordinati da un'equipe di psicologi. "Con questo atto - ha detto Luigi Valera, psicologo dell'Anlaids - vogliamo favorire una sorta di contratto morale con se stessi per poter raggiungere gli obiettivi prefissati. E' fondamentale la determinazione che il paziente deve avere nell'intraprendere, mantenere e continuare la terapia nel tempo, per tutta la vita per combattere il virus che si annida nei meandri del corpo umano. Maggior adesione significa anche conferire alla persona sieropositiva un ruolo attivo nel percorso di cura". "La triplice terapia consiste nell'assunzione di più di dieci pillole al giorno - sottolinea Mauro Moroni, direttore dell'Istituto Malattie Infettive dell'Università di Milano -. Il paziente dopo breve tempo comincia a sentirsi fisicamente meglio ed è tentato d'interrompere i farmaci, che lo fanno a volte stare male. Nel caso d'interruzione accuserà subito un peggioramento, perché il virus si riattiva ed è più virulento. E' auspicabile che i farmaci vengano prodotti sotto forma di pillole monodose da assumere in sole due o tre volte al giorno". L'eradicazione totale del virus non è ancora possibile, ma i farmaci attuali lo contrastano in modo significativo. Anche se viene eliminato dal plasma il virus si trova nei tessuti e nel cervello, quindi in stato latente e trasmissibile. Per questo motivo è indispensabile trovare un vaccino ed attivare una risposta immunitaria all'infezione. La ricerca del vaccino si basa su una vasta gamma di vettori ricambianti, cioè virus o batteri innocui, nei quali sono stati inseriti geneticamente (in modo ricambiante) geni dell'Hiv per indurre una risposta immunologica quando l'organismo sia attaccato dall'Hiv stesso. "Ci vorranno 10 anni per dotare la medicina di un vaccino anti-Aids - ha riferito David Baltimore, ricercatore del California Institute of Technology di Pasadena (Usa) durante la riunione internazionale sui retrovirus di Chicago - nei prossimi due anni dovremmo essere in grado di passare alla sperimentazione dei vaccini sull'uomo, dato che abbiamo avuto risultati incoraggianti con alcuni tipi di vaccino nei primati". Ferdinando Aiuti, presidente della Società Italiana di Immunologia, resta però prudente, anche se in Italia il virus è arretrato del 30% considerato i nuovi casi dell'ultimo trimestrè 97 rispetto al '96, e invita a non abbassare la guardia. Si teme infatti che i giovani, sentendo parlare di maggior controllo della malattia e di facilità di cure, dimentichino le più elementari regole di igiene e di prevenzione, già ora molto difficile da fare accettare e rispettare. L'Aids è dovuta a tossicodipendenza nel 60 per cento dei casi, al sesso nel 30 per cento, a trasfusioni nel 5 per cento e per il restante 5 per cento a cause varie. In America le percentuali relative a tossicodipendenza/sesso sono inverse. Se i nuovi casi di Aids nei Paesi Occidentali sono in diminuzione, non lo sono nell'Africa Subsahariana (4 milioni di ammalati) e nell'Asia meridionale e Sud Orientale (1,3 milioni di ammalati) che da soli fanno il 90 per cento dei contagiati di Hiv nel mondo. (p. ba.)




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