TUTTOSCIENZE 8 luglio 98


SCIENZE FISICHE. TECNOLOGIA & AMBIENTE Le due facce della chimica La vicenda di Marghera sollecita una riflessione
Autore: FOCHI GIANNI

ARGOMENTI: ECOLOGIA, TECNOLOGIA, CHIMICA
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, MARGHERA (VE)
TABELLE: T. TAB. OCCUPAZIONE E SALUTE OBIETTIVI DA CONCILIARE ======================================================== A Porto Mraghera ci sono impianti Eni, Enichem, Enel, Ilva e Montedison. Il polo petrolchimico risale agli Anni Trenta. Vent'anni fa occupava 42 mila lavoratori, più altrettanti nell'indotto. Oggi sono meno di 15 mila. Gli scarichi in mare sotto accusa conterrebbero rame, fanghi con idrocarburi e composti clorurati. Montedison, Enichem, Montefibre hanno stanziato 63 miliardi per risarcire le famiglie di 150 lavoratori morti di cancro (dagli Anni Settanta ad oggi), vittime di lavorazioni nocive. La «strage silenziosa» è raccontata in un libro uscito a febbraio '98, «Petrolkimico», sottotitolo «Voci e storie di un crimine di pace», di Gianfranco Bettin e Nicoletta Benatelli (Baldini & Castoldi) ========================================================

I nodi di Marghera vengono al pettine. Dopo i molti casi di tumore, dopo che per decenni l'aria attorno agli impianti e l'acqua della laguna sono state gravemente inquinate, dopo i silenzi delle aziende e gli insabbiamenti da parte delle autorità, il processo penale in corso a Venezia porterà la chiarezza che sarebbe quanto mai desiderabile? Gli italiani hanno il diritto di sapere chi ha fatto dell'illegalità una strategia di conduzione degli impianti, ma nello stesso tempo devono evitare il rischio di cadere nell'errore di certe frange ambientaliste estreme, che inseguono l'utopia d'un ritorno ai tempi in cui l'industria chimica non c'era. Sull'altra sponda, di fronte ai timori di chiusura degli stabilimenti, i sindacati insorgono e il problema si complica. Sono infatti due i drammi cui ci troviamo ad assistere o a partecipare: uno vede la salute di chi lavora nelle fabbriche, o di chi vi vive attorno, e la salvaguardia dell'ambiente contrapposte a un progresso tecnico a cui è quanto mai difficile rinunciare; nell'altro le esigenze igieniche ed ecologiche contrastano con quelle dell'occupazione, oltre che con gli interessi delle aziende chimiche. Non è possibile che un tocco di bacchetta magica concili l'inconciliabile, mandando tutti felici e contenti. Ci sono casi in cui almeno uno degli antagonisti finisce sacrificato. Su chi deve cadere allora la scelta? L'occupazione è un valore. Ma è un valore assoluto? Qualche anno fa in un convegno un autorevole esponente industriale elencò i vantaggi degli antiparassitari agricoli. I suoi argomenti volti a controbattere alcune fra le accuse degli ambientalisti mi parvero convincenti; non così il rammentare che il produrre antiparassitari crea molti posti di lavoro. Ciò non giustifica, di per sè, una qualche attività: altrimenti dovremmo benedire anche chi produce e spaccia droga. Lo stabilimento che inquina l'ambiente in modo grave o avvelena chi abita vicino, deve cambiare: se no va chiuso. Il fatto che dia lavoro a tanta gente non può spingere la tolleranza oltre limiti ragionevoli. Nella disputa attuale sul sequestro e successiva riapertura d'uno scarico dell'EniChem di Marghera, la guerra fatta a colpi d'analisi e controanalisi è per ora in una fase di tregua. Speriamo che il meccanismo giuridico di presentazione dei dati delle parti, delle eccezioni e controeccezioni non impedisca l'accertamento pieno della verità, la quale, per conto suo, ha più d'una faccia: non va dimenticato che le aziende stabilitesi nella seconda zona industriale hanno portato sul posto il loro fardello d'inquinamento con le carte in regola, d'accortdo con il piano regolatore del comune di Venezia, concepito una quarantina d'anni fa. Salvare la capra dell'occupazione e i cavoli dell'ambiente è un problema di per sè assai difficile, reso ancor più tale dal fatto che proprio non si può fare a meno dei numerosissimi sviluppi tecnologici che permettono di sopravvivere a oltre cinque miliardi d'esseri umani (e a una frazione di questi, che comprende anche noi in Italia, d'avere ben di più della semplice sopravvivenza). Eppure qualcosa si può fare. Bisogna riconoscere alle menti più illuminate dell'industria chimica europea l'aver aderito in questi anni al programma mondiale Responsible Care (attenzione e responsabilità). Vi partecipano oltre 40 Paesi; in Italia esso è uno degli obiettivi di punta della Federchimica, che lo coordina tramite la sua vicepresidente Diana Bracco. La spesa annua totale destinata dalle aziende alla salvaguardia dell'ambiente (compresi i costi operativi) ha raggiunto nel 1996 quindici milioni di lire per ogni dipendente; quanto ai soli investimenti, la costruzione d'impianti di trattamento degli scarichi, le modifiche ai processi, la scelta di nuovi prodotti meno inquinanti nell'insieme del loro ciclo di vita (estrazione delle materie prime, produzione, uso, smaltimento finale) sono arrivate al 14 per cento del totale investito. In un anno le emissioni di composti organici volatili (COV o, all'inglese, VOC), responsabili fra l'altro dello smog fotochimico, sono diminuite del trenta per cento. Si è avuto inoltre un calo nella produzione di rifiuti tossici e nocivi, e anche nei consumi d'energia e d'acqua: calo piccolo ma significativo, se si tiene presente che nel complesso gli impianti hanno lavorato a un ritmo più sostenuto per far fronte a un aumento degli ordini. Le polveri immesse nell'atmosfera si sono ridotte di due terzi in sette anni. E in avvenire? Scegliamo come esempio un gruppo multinazionale ampiamente presente in Italia: la Solvay s'è proposta di ridurre entro il 2001 le emissioni d'ossidi di zolfo del trenta per cento rispetto al 1997, e di progredire d'un altro 20 per cento nella limitazione dei COV. Anche l'attenzione alla sicurezza del personale è aumentata nelle aziende aderenti al programma Responsible Care. Gli infortuni, che nel 1989 erano stati 25 ogni milione d'ore lavorate, nel 1996 sono scesi a 13. Se ci si vuole limitare ai casi gravi, si possono prendere in esame, riferendosi sempre a un milione d'ore lavorate, le giornate di lavoro perse per infortunio si sono più che dimezzate. Gianni Fochi Scuola Normale Superiore, Pisa


VALUTAZIONE USA Buone e cattive compagnie
ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, TRASPORTI, INCIDENTI, AEREI, SICUREZZA
ORGANIZZAZIONI: FEDERAL AVIATION ADMINISTRATION
LUOGHI: ESTERO, AMERICA, USA

La Federal Aviation Administration (Usa) ha esaminato la sicurezza aerea di una novantina di Paesi; quelli che non rispondono ai requisiti dell'Icao (organo dell'Onu) non potranno più atterrare in Usa. Ecco i "buoni" e i "cattivi". Categoria 1 (Paesi che rispettano gli standard Icao): Argentina, Australia, Austria, Bahamas, Belgio, Bermuda, Brasile, Brunei, Bulgaria, Canada, Isole Cayman, Cile, Costa Rica, Rep. Ceca, Danimarca, Egitto, El Salvador, Etiopia, Finlandia, Francia, Fiji, Serbia e Montenegro, Germania, Ghana, Guiana (1A), Hong Kong, Ungheria, Islanda, Irlanda, India, Indonesia, Israele, Italia, Giamaica, Giordania, Isole Marshall (1A), Malaysia, Messico, Marocco, Olanda, Antille Olandesi, Nuova Zelanda, Norvegia, Oman, Panama, Perù, Filippine, Polonia, Portogallo, Romania, Arabia Saudita, Singapore, Sud Africa, Corea del Sud, Spagna, Svezia, Svizzera, Taiwan, Thailandia, Trinidad e Tobago, Turchia, Ucraina, Regno Unito, Uzbekistan, Samoa Occ. Categoria 2 (Paesi "sotto sorveglianza"): Bangladesh, Bolivia, Colombia, Costa d'Avorio, Ecuador, Guatemala, Kuwait, Nauru, Stati Caraibici, Pakistan, Turks e Caicos, Venezuela. Categoria 3 (Paesi che non rispettano gli standard Icao): Belize, Repubblica Dominicana, Gambia, Haiti, Honduras, Kiribati, Malta, Nicaragua, Paraguay, Suriname, Swaziland, Uruguay, Zaire, Zimbabwe.


SCAFFALE Caffarena Anna: "Governare le onde", Franco Angeli
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: ECOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

L'Onu ha proclamato il 1998 "Anno degli oceani" per ricordarci che la tutela delle acque è oggi una emergenza internazionale. Nell'ambiente stanno spostandosi i conflitti che per millenni hanno diviso i popoli e gli Stati, e il fatto che questi nuovi conflitti non vengano decisi con le armi non basta a renderli meno drammatici. Inquinamenti, estinzioni di specie, mutamenti di clima non conoscono confini. Ma dietro ci sono interessi precisi, come si è visto alla Conferenza di Rio nel 1992 e in quella dell'anno scorso a Tokyo. Questo saggio, ricco di dati e di idee, ricostruisce l'evoluzione del diritto del mare e suggerisce soluzioni per il futuro alla luce dei doveri intergenerazionali.


SCAFFALE "I giardini del Biellese", Ace International (Cp 22, 23885 Calco)
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: BOTANICA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

Una importante eredità storica ed un patrimonio vegetale inesplorato vengono riportati alla nostra attenzione da questo volume curato da Elena Accati e Giuseppina Rezza e dedicato ai giardini del Biellese: una terra, da questo punto di vista, particolarmente dotata, e alla quale Elena Accati si accosta non solo con tutta la sua competenza ma anche con l'emozione di chi ha nel Biellese le proprie origini e radici affettive.


SCIENZE FISICHE. DIVULGAZIONE In cattedra videocassette Mediaset?
Autore: T_S

ARGOMENTI: DIDATTICA, TELEVISIONE
NOMI: CECCHI PAONE ALESSANDRO, PORTOLANO ANTONIO, ANGELA PIERO
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA

I fatti. Alessandro Cecchi Paone, conduttore del programma "La macchina del tempo" su Retequattro (Mediaset), invia un pacco di videocassette della sua trasmissione al ministero della Pubblica istruzione e chiede che siano valutate in vista di una diffusione nella scuola. Il ministero passa il pacco a un ispettore, Antonio Portolano, che redige una sua valutazione, sostanzialmente favorevole: i Provveditorati potranno fornire le videocassette alle scuole che ne facciano richiesta e Cecchi Paone potrà andare a presentarle in aula. Ma non è finita. Il documento che riporta il parere dell'ispettore esce in qualche modo dagli uffici del ministero e finisce nelle mani di una giornalista. In esso alcune frasi mettono a confronto Piero Angela e Alessandro Cecchi Paone, che esce vincitore. Conclusione: il "Corriere della Sera" titola: " La scuola boccia Piero Angela", ma il giorno dopo deve pubblicare una lettera del ministero che prende le distanze dal giudizio dell'ispettore e più ancora dall'articolo del "Corriere". E' una vicenda che sollecita qualche riflessione. 1) Chi è il divulgatore televisivo? Non basta fare il banditore di una serie di filmati a tema scientifico (tra l'altro di qualità molto disuguale) per averne le credenziali. Non si può essere palesemente indifferenti ai contenuti come appare un conduttore che si è fatto conoscere con un programma sul paranormale degno del mago Otelma, è poi passato a servizi di varia umanità, oggi presenta "La macchina del tempo" e domani potrebbe condurre una gara di ballo liscio. Chi fa informazione scientifica deve avere una strategia culturale, deve darsi una cornice filosofica in cui collocare le informazioni, deve frequentare gli ambienti della ricerca, pensare la scienza in rapporto con la società. Forse persino sentire il proprio lavoro come una missione. Queste cose il pubblico le avverte in Piero Angela e nei suoi libri, non in Cecchi Paone. E il risultato è che " La macchina del tempo", pur inseguendo l'Auditel con ogni mezzo, non ha mai messo insieme neppure la metà del pubblico di "Superquark". 2) Una cosa è un programma televisivo di divulgazione (anche ottimo), un'altra è la scuola. Da questa ci aspetteremmo essenzialmente strumenti culturali di base e una educazione alla razionalità e al senso critico. Niente di strano se in classe si parte da un programma televisivo per discutere di scienza avendo già questa formazione: ma il timore è che oggi la scuola cerchi di ottenere la formazione passando per le videocassette. 3) E' sgradevole che, dopo le fughe di notizie dagli uffici della magistratura, ora si debba assistere anche alla fuga di una "scheda di valutazione" dal ministero della Pubblica istruzione. Tuttavia, visto che ormai la fuga c'è stata, diventa lecito valutare la prosa dell'ispettore Antonio Portolano, e l'impressione non è delle migliori. Ecco qualche assaggio della profondità e incisività dei giudizi: "Tecniche di presentazione: sono cattivanti e comunque abbastanza articolate. (...) Anche le soprascritte (i cosiddetti sottopancia) sono puntuali, precise e nella giusta quantità. (...) Validità didattica: buona a vari livelli, ovviamente in varie prospettive". 4) Pare che Lalande, un pioniere della divulgazione di due secoli fa, ingoiasse ragni vivi per attirare il pubblico alle sue conferenze di astronomia. Questo ci ricorda che lo spettacolo può essere al servizio della divulgazione scientifica. Ma non viceversa. (t. s.)


SCIENZE DELLA VITA MEDICINA AYURVEDICA In India farmaci sotto accusa Secondo il governo di Delhi sarebbero preparati in condizioni poco igieniche con ingredienti non dichiarati, adulterati e spesso erroneamente classificati
Autore: GIACOBINI EZIO

ARGOMENTI: FARMACEUTICA, SANITA'
ORGANIZZAZIONI: OMS
LUOGHI: ESTERO, ASIA, INDIA, NEW DELHI
TABELLE: T. TAB. I CINQUE ELEMENTI ==================================================================== La medicina ayurvedica risale a 3500 anni fa e viene insegnata in 116 università indiane. In India è praticata in 1700 ospedali da 300 mila medici che dispongono di circa ventimila prodotti. Il concetto base è che l'universo è governato da cinque elementi: terra, acqua, fuoco, aria e etere pure presenti nell'uomo in misure diverse. La loro combinazione determinerebbe nell'uomo tre qualità che, per una buona salute, devono essere in equilibrio: vata (vento), pitta (bile), e kapha (muco). In Italia ci sono diverse scuole (Milano, Genova, Bologna, Firenze, Napoli), mentre esiste un'Associazione Italiana con sede a Roma, tel. 06.322.52.97.

SE la critica provenisse dalla medicina occidentale si potrebbe parlare di parzialità e pregiudizi verso la medicina "alternativa" ma lo stesso incaricato del ministero della Sanità indiana per i farmaci ayurvedici ha definito i preparati attualmente sul mercato indiano come "falsi, adulterati ed erroneamente classificati" e ha annunciato che il governo inizierà un controllo severo sulle documentazioni cliniche relative al loro impiego nei tre maggiori ospedali di Dehli dove tali rimedi vengono utilizzati. Secondo il comitato scientifico per lo studio della medicina tradizionale (che fa parte del Consiglio nazionale delle ricerche indiano) la standardizzazione dei prodotti e degli ingredienti ritenuti essenziali lascerebbe molto a desiderare. Numerosi sarebbero i casi di sostituzione con erbe meno costose, dall'apparenza simile e quindi difficilmente distinguibili da parte del pubblico. Secondo il Ministero della Sanità non esiste praticamente un controllo della qualità del prodotto e sia l'industria che i venditori non hanno interesse ad adottare regole e controlli. La preparazione dei prodotti avviene spesso in condizioni primitive e poco igieniche. La medicina ayurvedica, come la maggior parte delle medicine "naturali" o "non-tradizionali" o "alternative" soffre del fatto che i suoi farmaci sono dal punto di vista chimico complessi in quanto consistono di numerose sostanze (a volte centinaia in uno stesso preparato). Di queste sostanze pochissime sono state isolate e identificate e per la maggior parte si conosce poco o nulla dal punto di vista dell'efficacia terapeutica basandoci su test clinici controllati (una situazione di recente notorietà in Italia). E' quindi difficile, se non impossibile paragonare differenti tipi di estratti d'erbe tra di loro e affermare se contengono o meno i principi ritenuti attivi e in che dosi. La mancanza di una vera documentazione clinica che raccolga i risultati dei trattamenti, di regole di sicurezza per il loro uso e soprattutto l'assenza di studi clinici controllati che ne determinino l'efficacia e le indicazioni, rende la comunità medica non solo perplessa ma francamente scettica di fronte ai conclamati benefici di tali terapie. Per scavalcare il problema dal punto di vista pratico e commerciale negli Stati Uniti i preparati di erboristeria sono ritenuti prodotti dietetici supplementari e come tali posti liberamente in commercio in quanto non sottoposti a regolare ed obbligatoria registrazione medica come per tutte le medicine. Si tratta ormai di un mercato paragonabile per volume a quello della medicina ufficiale. Molti preparati di erboristeria vengono venduti in alcuni Paesi con indicazioni cliniche precise (contro l'insonnia, l'emicrania, le depressioni, per aumentare la memoria, diminuire il colesterolo, migliorare la funzione cardiaca e combattere l'impotenza). Si sente quindi sempre di più la necessità di regolarne la vendita o di controllare affinché le indicazioni corrispondano ad un effettivo risultato documentato. Il programma internazionale sul monitoraggio dei farmaci dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms-Who) ha recentemente iniziato un progetto internazionale sul controllo dei prodotti alternativi con sede ad Uppsala (Svezia). Esso ha come meta finale la standardizzazione globale dei prodotti di erboristeria. Compito difficilissimo reso talvolta impossibile dal fatto che i preparati posti in commercio variano enormemente tra di loro. Nei soli paesi industrializzati quasi un terzo della popolazione fa uso regolare o saltuario di prodotti cosiddetti naturali per una cifra di diversi miliardi di dollari l'anno. Poiché si tratta di una cifra che si avvicina sempre di più a quella delle medicine riconosciute ci rendiamo conto del recente interesse dell'industria farmaceutica in questo settore. Un esempio di successo commerciale è la vendita dell'aglio sotto forma di pastiglie con un fatturato annuo di diversi milioni di dollari (2,4 miliardi di pillole vendute in 30 paesi nel '97 da una sola ditta). Nella maggior parte dei casi dei prodotti naturali manca non solo la possibilità di identificare i principi attivi (che se venissero scoperti come tali diverrebbero dei veri farmaci) ma perfino di stabilire l'autenticità e la qualità dei prodotti utilizzati nei vari preparati. In pratica trattandosi di prodotti non soggetti a una regolamentazione è impossibile garantire che contengano veramente ciò che è indicato sull'etichetta. Una standardizzazione sarebbe possibile solo per alcune erbe isolate i cui ingredienti sono già conosciuti talvolta da secoli. Ezio Giacobini


SCIENZE DELLA VITA LA LUCERTOLA MURAIOLA La salvezza è nella coda Si stacca per confondere i predatori
Autore: GROMIS DI TRANA CATERINA

ARGOMENTI: ZOOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. Scheletro di una lucertola comune; lucertola occellata

UNA perfida monelleria richiede ai ragazzini come prova di coraggio di staccare la coda alle lucertole e a volte, ai più cattivi, di spezzare in due con i denti come estremo segno di virilità il mozzicone ancora guizzante. Gli stessi aguzzini da adulti di solito si disinteressano completamente di questi animali che rimangono una presenza scontata, tanto sono comuni, esseri innocui che al massimo incutono un distratto ribrezzo per quella loro pelle squamosa e fredda, per i movimenti a scatti rapidissimi, e per il rischio che solo sfiorandole lascino indietro quel pezzo di sè che per molto tempo ancora dopo che si stacca non smette di contorcersi. Pochi si appassionano ai sauri e restano immuni all'atavico timore di quando noi eravamo piccoli mammiferi con gli occhi grandi, paurosi e attivi nelle più sicure ore del crepuscolo, e molti di loro erano immensi rettili terrificanti e pericolosi. Invertite le parti, gli studiosi di lucertole si godono oggi il gusto di capire la loro storia e i loro costumi, osservandole mentre si aggirano inoffensive e mansuete nei nostri abituali paesaggi, con una vitalità che cresce proporzionalmente al calore del sole. Le lucertole sono dappertutto e alcune, almeno in Italia, tanto facili da incontrare da essere, quasi contro senso, trascurate anche dagli erpetologi che preferiscono trastullarsi con animali quasi estinti. Poche sono le pubblicazioni sulla comunissima lucertola muraiola, Podarcis muralis, inseparabile compagna delle nostre estati al mare, ai monti, in campagna e in città, e per lo più riguardano diatribe tra sistematici. Sono così tante le sottospecie descritte che a volte i termini come "razza geografica", "razza ecologica", "ecotipo" sembrano inutili preziosismi per descrivere animali che hanno tra loro differenze apparentemente trascurabili: sempre di lucertole si tratta. Eppure partendo da queste si entra nel campo affascinante della zoogeografia, che si serve dei più piccoli dettagli per raccogliere informazioni sulle origini e i cambiamenti del mondo, e così anche la variabilità morfologica di questi piccoli rettili ha qualcosa da raccontare. La lucertola muraiola, che vive solitaria o in piccoli gruppi d'estate affida al tepore del sole l'incubazione delle sue uova cartacee in buche nel terreno, ha una distribuzione vastissima nell'area mediterranea. Interessa di più dei nostri gli studiosi delle zone di confine, come l'Olanda, dove gli individui presenti in determinati areali vengono, oltre che protetti dalla legge, accuratamente censiti perché sono una rarità. E' molto variabile nelle sue caratteristiche morfologiche esterne, compresi i colori. Il ventre e la gola possono essere biancastri o arancioni, immacolati o macchiati; il dorso può essere bruno con bande e disegni caratteristici del genere Po darcis, o con bande e strie poco riconoscibili o assenti. Difficili da descrivere i lampi di verde e di celeste o di blu sulla gola e sul ventre, è sufficiente guardare una lucertola illuminata dal sole mentre si riscalda sul prediletto muro. I maschi sono più grandi, più massicci e più colorati delle femmine, aggressivi tra loro nella stagione degli amori, la primavera, quando il primo calore ridà vita al sangue dopo un lungo inverno di torpore trascorso sotto terra con le membra rigide e il metabolismo ridotto al lumicino. Lasciate passare le prime ore del mattino per sgranchirsi e riscaldarsi e arrivare al mezzodì in forma smagliante (per star bene davvero una lucertola ha bisogno di circa 30 gradi e ama prendere il sole nelle ore più calde, quando a noi fa male) i maschi si azzuffano, spesso rimettendoci la coda. E' proprio la coda quello che più colpisce: questa appendice così fragile ha, come tutto, uno scopo. La lucertola inseguita e in pericolo ha escogitato questo mezzo di difesa: abbandona un pezzo di sè allo scopo di sconcertare il nemico che rimane stupefatto vedendo la sua appetitosa preda dividersi in due; massimo della beffa, il moncherino si contorce in modo tale che l'attenzione del predatore si fissa di più su questo che su tutto il rimanente palpitare di vita in fuga. E lei trova il tempo di mettersi al sicuro, immobile, mentre soltanto l'affannoso pulsare della gola rivela che è sempre all'erta; è in salvo e non deve nemmeno leccarsi le ferite perché non una goccia di sangue esce dalla frattura: la coda si distacca dal corpo in un punto preciso, prefissato da una fenditura in una vertebra, e anche i muscoli circostanti sono predisposti in modo da staccarsi di netto, contraendo i vasi sanguigni ad impedire l'emorragia. Dal troncone nasce poi una nuova coda, quando non sono due o tre, ma la seconda e le eventuali altre, ricresciute dopo l'autotomia (così si chiama questa caratteristica, comune tra i rettili ai lacertidi e ai gechi), non sono strutturate come l'originale, ma sono formate da un unico troncone cartilagineo, che sostituisce le precedenti vertebre. Si dice che le lucertole con due code portino fortuna perché sacre a Pluto, dio della ricchezza a cui il mito greco attribuiva due code. E che dire degli occhi? Nelle lucertole sono protetti da due palpebre mobili, l'inferiore più sottile della superiore per permettere alla bestiola di avvertire anche minime variazioni di luce. Una terza palpebra, la membrana nittitante, serve a tenere pulita la superficie della cornea. Con i livelli raggiunti dal cinema oggi si creano mirabolanti robot per produrre capolavori di tecnologia come Jurassic Park; forse basterebbe riprendere da vicino quest'occhio dall'iride giallo-arancione, con tutte quelle palpebre, e usare piccoli trucchi, un gioco di macro e teleobiettivi, per trasformare la simpatica lucertola dei muri, innocuo antico relitto dell'era dei grandi sauri, in un terribile mostro di sicuro successo in questi anni di dinosauromania. Caterina Gromis di Trana


SCIENZE DELLA VITA DOLOMITI E PREALPI ORIENTALI Lo sciacallo venuto dall'Est In aumento orsi, linci e gatti selvatici
Autore: CIMA CLAUDIO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ECOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

CHIUNQUE, d'estate, sia andato in giro per le Dolomiti e le Prealpi Orientali avrà constatato come, salvo marmotte e branchi di camosci, indolenti a Nord, e sospettosissimi a Sud, sia relativamente difficile concludere una gita avvistando qualche altro animale. Si udranno i canti degli uccelli: ma, visto che il turista raramente si alza all'alba, o si sofferma in quota al crepuscolo, le occasioni di avvistamento diminuiscono drasticamente. Pare che, anche se magari non lo vedremo mai, la situazione sia cambiata in questi ultimi 5-6 anni, complice il dissolvimento della Jugoslavia e, causa la guerra, anche il disfacimento delle strutture preposte allo sfruttamento e controllo venatorio. Per cui varie specie hanno iniziato una trasmigrazione verso occidente, e in tempi più brevi del solito. Lince, orso, gatto selvatico, gipeto e anche lo sciacallo sono già arrivati, e sono ormai alle porte di Belluno e nel Trevigiano. Avvistamenti, segnalazioni sono ormai più che congrui, e permettono di ipotizzare una colonizzazione stabile di questi animali scomparsi da secoli. Desta sensazione nel mondo scientifico il caso dello sciacallo, che in Italia non esisteva neppure in tempi molto antichi. Tutti sanno che l'orso è presente in discreto numero nell'Appennino Centrale e, in pochi capi, nel Parco Adamello-Brenta. Pochi sono a conoscenza, a meno che non si mettano a parlare con guardacaccia ciarlieri, che l'orso da tempo circola, in Dolomiti, in Val Ansiei, sia sotto i Cadini di Misurina sia, ed è territorio di Cortina, sotto il Sorapiss. Nella Riserva Integrale della Val Tovanella, tre chilometri in linea d'aria da Longarone, c'è almeno da quattro anni. Bisogna dire che il plantigrado ha anche scelto molto bene: tutti i luoghi citati sono abbastanza poco visitati dai turisti, folti di boschi (nella Valbona, sotto il Sorapiss, si girò il film "Il segreto del Bosco Vecchio" di Olmi, con Villaggio): in Val Tovanella, poi, chi ci va, cacciatori a parte, è solo perché si è perso. Le ragioni del ritorno, e della futura permanenza, sono oramai note. Tutta la superficie boscata, nonostante gli incendi (le Alpi Orientali, a livello nazionale, sono da considerarsi quasi immuni) è in aumento da 30-40 anni, a livello spontaneo, dato il notorio abbandono delle montagne non sfruttate ad uso turistico. Disturbatori ce ne sono pochi: le prede dei grandi vertebrati sono numerosissime. Diventa facile spostarsi: l'unico ostacolo sono le strade (ma ricordiamo che l'autostrada Udine-Tarvisio è stata la prima ad essere dotata di corridoi faunistici). Bruxelles ha, come noto, emanato una direttiva per favorire la realizzazione di questi sottopassi. La scena dell'orsetto che, nel film omonimo di J.- J. Annaud vede, in apertura, morire la madre sotto una scarica di sassi mentre stava divellendo un alveare è stata girata non sulle montagne del Canada, come il film ci fa credere, ma sul versante meridionale delle Pale di San Martino, sopra Gosaldo. Un ambiente ideale. Esigenze cinematografiche hanno portato gli "attori" anche sulle Cinque Torri di Cortina ma, in realtà, anche in futuro lì orsi non se ne vedranno mai] Un ambiente ideale lo deve aver trovato anche lo sciacallo, e da tempo: l'esemplare ucciso in Cadore nel 1984 era arrivato a passo di carica dai Balcani. Si stima che, partito dalla Macedonia, probabilmente seguendo greggi che si spostavano a causa della siccità, abbia poi proseguito verso Nord. Oggigiorno fa strage di galline da Treviso a Salisburgo. In particolare, pare che i dintorni della città, con ampie disponibilità alimentari, lo attraggano assai, e in questo è stato preceduto da altre specie. Il gatto selvatico in Italia meridionale e centrale era già presente, ma le osservazioni sulle Alpi Orientali fanno ritenere che, ancora, i riscontri attuali provengano in forze dall'area balcanica. Se lo sciacallo ama le galline, il gatto selvatico non è da meno: sorgeranno problemi. Il gatto selvatico abita sotto gli 800 metri, quindi colonizza gli ambienti più antropizzati per definizione. Dovrà, anche lui, mettersi a rovistare fre le discariche, visto che la sua dieta comprende circa 500 prede. Claudio Cima


SCAFFALE Longo Giuseppe O.:"Il nuovo Golem", Laterza
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: INFORMATICA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

Narratore, saggista, ordinario di teoria dell'informazione all'Università di Trieste, Giuseppe O. Longo in questo libro tascabile ma denso di contenuti (e quindi anche complesso) sintetizza non solo la storia del computer ma anche tutte le questioni culturali che l'informatica solleva: che cosa sia l'informazione, il rapporto tra macchina e cervello, la matematica computazionale, l'intelligenza artificiale, le reti informatiche, la dialettica memoria/oblio.


SCAFFALE Molocchi Andrea: "Non nel mio giardino", Cuen. Autori vari: "Vital Signs", Nor ton & Company, New York
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: ECOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

Con la vicenda dell'Enichem di Marghera la questione dell'accettabilità sociale degli impianti industriali che hanno un impatto sull'ambiente è esplosa. Questo libro di Molocchi (che si è fatto notare anche come narratore), dopo un'introduzione generale, affronta in modo specifico la contestazione nel settore elettrico basandosi su un'indagine dell'associazione ambientalista Amici della Terra, di cui Molocchi guida il Centro studi. In tema di ambiente segnaliamo anche "Vital Signs", rapporto 1998 del Worldwatch Institute fresco di stampa negli Stati Uniti. Piero Bianucci


SCAFFALE Ortoli Sven e Witkowski Nicolas: "La vasca di Archimede", Renzo Cortina
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: LIBRI
LUOGHI: ITALIA

ANCHE la scienza ha i suoi miti, dalla vasca di Archimede alla mela di Newton fino al Big Bang, e lo scienziato stesso che compie una scoperta è spesso il primo a costruirvi intorno una leggenda. Come in religione, arte e letteratura, anche nella scienza il mito attua una mediazione tra cultura alta e senso comune. Ortoli, giornalista, e Witkowski, fisico, esaminano qui una ventina di miti scientifici traendone racconti piacevolissimi grazie a una ricca e documentata aneddotica.


SCIENZE FISICHE. GIOCHI D'AZZARDO Superenalotto, vincere sembra facile. Ma... Il paradosso dell'improbabilità di indovinare il sei secco
Autore: DUPONT PASCAL

ARGOMENTI: GIOCHI, MATEMATICA
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA

LA probabilità di indovinare un "sei secco" al Superenalotto è molto piccola. Precisamente, se da un'urna contenente i 90 numeri 1, 2, 3..., 89, 90, ne estraggo sei, uno alla volta senza reimbussolamento, la probabilità di "indovinarli" tutti e sei, a prescindere dall'ordine, è (6.5.4.3.2) / (90.89.88.87.86.85) = 1/622.614.630. Ciononostante, il "sei secco" viene azzeccato assai spesso (una decina di giorni fa con una vincita record di 16 miliardi). Come mai? Spieghiamo l'apparente paradosso. Nell'analisi su basi matematiche del Superenalotto nascono due problemi che devono essere visti assolutamente distinti. Ma non mi risulta siano stati messi in luce. Un conto è chiedersi qual è la probabilità che una singola persona, per esempio il signor Tom Ponzi, indovini quella sestina; un altro è che almeno una sestina, una delle decine e decine di milioni giocate, vinca. Bene] Mi propongo di esaminare questi due quesiti per convincerti che se è vero, come è vero, che indovinare la sestina è difficilissimo, è altresì vero che, se vi sono milioni e milioni di "previsioni", la probabilità che almeno una possa indovinare è alta e, sotto certe condizioni, si avvicina ad 1, cioè alla certezza. Penso però che sia opportuno iniziare con casi semplicissimi. Lancio una moneta " regolare". Chiamo testa (T) una faccia e croce (C) l'altra. Scommetto che viene T. Ho un caso a favore (cioè T) e due possibili (cioè T e C). La probabilità che venga T è quindi 1/2. Lancio di nuovo la moneta. Il signor A ed il signor B tentino, ognuno per conto proprio, di indovinare il risultato. A può dire T e B può dire T; A può dire T e B può dire C; A può dire C e B può dire T; A e B possono tutti e due dire C. Diciamo che vi sono le seguenti quattro votazioni possibili: TT, TC, CT, CC. La moneta sia stata lanciata e l'esito sia T. La probabilità che tanto A quanto B indovinino è 1/4, che uno solo di questi signori indovini è 2/4, che nessuno indovini è 1/4, che almeno uno dei due indovini è 3/4. Fermati lettore attento e divertito. A questo risultato, 3/4, siamo pervenuti, tu e io in buona compagnia, con il calcolo seguente: 1/4 più 2/4 = 3/4. Ma questo risultato può essere ottenuto anche come segue: 1 - "la probabilità che nessuno indovini" = 1 - 1/4 = 3/4. Dunque "la probabilità che A vinca è 1/2", mentre la probabilità che almeno uno dei due vinca è 3/4 (e 3/4 è maggiore di 1/2). E se invece i giocatori fossero 3? Le votazioni possibili sarebbero TTT, TTC, TCT, TCC, CTT, CTC, CCT, CCC. La probabilità che almeno uno indovini sarà 1 - 1/8 = 7/8; se fossero 4 sarebbe 1 - 1/16 = 15/16. Se fossero 5, 6, 7, 8, 9, 10 le probabilità che almeno uno vinca sarebbero rispettivamente 31/32, 63/64, 127/128, 255/256, 511/512, 1023/1024. Ritengo che non sarebbe difficile al lettore... sportivo, per il quale pensare sia una passione insopprimibile, convincersi che se il numero dei partecipanti al gioco di indovinare il risultato aumenterà sempre di più, allora la probabilità che almeno uno indovini crescerà sempre di più e s'avvicinerà ad 1 di tanto quanto vogliamo sia pur a condizione di aumentare sufficientemente il numero dei giocatori. Consideriamo ora una moneta truccata per la quale la probabilità che appaia T sia 1/100 (= 0,01). La moneta venga lanciata una volta. Supponiamo che appaia T. Il signor X non sappia che la moneta è truccata. Cerca di indovinare dicendo T oppure C. La probabilità che indovini è 1/100, la probabilità che non indovini è 99/100. Supponiamo ora che vi siano due giocatori X ed Y. La probabilità che almeno uno dei due indovini è 1 - (99/100)2 = 0,0199 (maggiore di 0,01). Se i giocatori sono tre, la probabilità che almeno uno indovini è 1 - (99/100)3 = 0,029701. Se i giocatori sono 10, sono 100, sono 1000, le probabilità che almeno uno vinca sono rispettivamente 0,096 (circa), 0,64 (circa), 0,99996 (circa). Se ora la "prova" che vogliamo prendere in esame non è il lancio di una moneta, ma il gioco del Superenalotto, allora la probabilità che una fissata persona con una sola votazione di sei numeri "azzecchi" i sei numeri è, come visto più sopra, 1/622.614.630, ma la probabilità che almeno una votazione azzecchi i sei numeri se il numero n nelle votazioni è dell'ordine di grandezza di molte decine di milioni (come, di fatto, avviene) è assai alta e così il "sei secco" esce assai spesso. Difatti essa è 1- (622.614.629 / 622.614.630 )n. Ora - si noti bene - la frazione appena scritta è un numero vicinissimo ad 1, ma comunque minore di 1 e quindi quella frazione elevata ad n al crescere di n diminuisce e per n grandissimo è piccola e quindi la probabilità in discussione è grande. Nella situazione attuale non so quanto vale (perché non so quant'è n), ma presumo che sia circa 1/3, 1/4 o giù di là. Pascal Dupont


SCIENZE DELLA VITA SOTTO LA PROTEZIONE DELL'UNESCO Templi, chiese, moschee Le diversità religiose "patrimonio dell'umanità"
Autore: GIULIANO WALTER

LUOGHI: ITALIA

SONO molti i beni religiosi inclusi nella Lista del patrimonio mondiale compilata dall'Unesco. Diversi per dimensione, da una cappella lignea medievale isolata in Norvegia, alla grande città santa del Vaticano nel cuore di una metropoli. Diversi per religione: cristiana, islamica, di pochi adepti o persino non più praticata. Com'è possibile comprendere i valori che questi monumenti o questi siti portano con loro? Dobbiamo, da un lato, accontentarci degli aspetti estetici, dall'altro sforzarci di attingere a tutta la documentazione possibile per meglio conoscere il monumento. Ma soprattutto non dobbiamo pretendere di decifrare un luogo santo con i parametri della nostra religione o delle nostre convinzioni spirituali. E anche quando ci soffermiamo sulle qualità artistiche non possiamo dimenticare l'atteggiamento diverso che in proposito le varie religioni hanno assunto, perché quasi tutte si sono interrogate sulla compatibilità tra arte e fede. Solo un equilibrio tra le diverse culture religiose, e il riconoscimento della diversità come valore di civiltà, cancellerà gli atteggiamenti che tanti guasti hanno causato nel corso dei secoli. Il senso di predominio che ha guidato sin qui la storia dell'uomo ha causato la distruzione di numerosi monumenti religiosi appartenenti a culti antichi di popolazioni sottomesse da nuovi invasori, o li ha adattati a nuovi bisogni. E' così che l'antica chiesa bizantina di Santa Sofia di Istanbul divenne moschea; la prima moschea di Delhi fu costruita al posto di un tempio indù; il tempio egiziano di Luxor divenne chiesa così come il Pantheon a Roma. Quante chiese cristiane furono erette dove sorgevano i templi pagani? Su questo terreno specifico l'Unesco è impegnata in un lavoro che va oltre l'intervento di protezione e anche oltre l'impegno nel campo dell'informazione. E' necessario costruire una sensibilità particolare, aperta a tal punto da essere in grado di accogliere con modestia tutte le credenze diverse e nel contempo orgogliosa delle opere millenarie che gli artigiani e gli artisti hanno, ognuno nella sua particolarità spirituale, saputo realizzare e che oggi ci trasmettono emozioni estetiche e spirituali che vanno oltre le nostre convinzioni. Con questo spirito il comitato dell'Unesco ha inserito nella lista la Grande Moschea di Divrigi e l'annesso ospedale, creato nell'Anatolia orientale dall'architetto Khurramshad d'Ahlat su incarico dell'emiro turco Ahmet Shan nel 1228-1229. Oppure il monastero di Stedenica fondato nel 1183 dal principe serbo Stefan Nemanja, superbamente decorato con affreschi e ornato di statue marmoree dagli artisti della cristianità medievale. O ancora l'abbazia cistercense di Fontenay nel Nord della Borgogna, fondata nel 1119 da Bernardo di Chiaravalle dalla chiesa di proporzioni perfette e testimone di una austerità che bandiva pittura e scultura per evitare dai muri nudi ogni motivo di distrazione. Nè in queste segnalazioni esemplificative possiamo dimenticare la Cattedrale di Santa Maria e la chiesa di San Michele di Hildesheim, la città moschea di Bagerhat, le missioni gesuite del Sud America e il convento di San Gallo. Quest'ultimo fu fondato nella Valle dello Steinach - dove il monaco irlandese Gallus si era ritirato nel VII secolo per vivere in eremitaggio - dall'abate Otmar nel 747. La comunità benedettina divenne nel IX e X secolo uno dei più prestigiosi centri della cultura occidentale, noto in tutto il mondo della cristianità per le scuole di canto e di miniatura, ma soprattutto per il suo laboratorio di monaci amanuensi. Ricostruita nel momento del suo massimo splendore nel IX secolo con l'abate Gozbert divenne un gioiello dell'inovativa architettura carolingia. Di quei tempi restano preziose testimonianze nelle fondazioni e in alcuni elementi architettonici, mentre l'abbazia che oggi ammiriamo fu ricostruita tra il XVI e il XVII secolo con una cattedrale e una biblioteca in bello stile barocco. Lo stile barocco contraddistingue le missioni gesuite di Argentina (S. Ignacio Mini, Santa Ana, Nuestra Se~nora de Loreto e Santa Maria la Mayor) e Brasile (S~ao Miguel de Missoes) raccolte intorno a una grande piazza che riunisce la chiesa, le residenze dei religiosi, il collegio, le case degli indios e il cimitero. La città moschea di Bagerhat in Bangladesh fu fondata non lontana dal Golfo del Bengala nei territori meridionali del più grande delta del mondo. Le rovine dell'antica Khalifatabad, nome originario di questo sito voluto dal generale Ulug Khan Jahan nel XV secolo, sono spettacolari, comprendendo palazzi, ponti, mausolei, enormi cisterne d'acqua, monumenti e moschee in un connubio tra la cultura del Bengala musulmano e lo stile imperiale di Delhi. Celebre la moschea di Shait Gumbad con 77 cupole e una sala di preghiera a sette navate. Hildesheim mostra due edifici fondamentali della storia dell'arte religiosa del Sacro Romano Impero in epoca romanica. La cattedrale di Santa Maria fondata nel X secolo e ricostruita nell'XI raccoglie importanti opere d'arte tra cui le porte bronzee con episodi della Genesi e della vita di Cristo e una colonna bronzea illustrata da scene del Nuovo Testamento, commissionate dal santo vescovo Berward (933-1022), principale consigliere imperiale di Ottone III. A lui si deve l'antica chiesa abbaziale di Saint Michel (XI-XII secolo), capolavoro dell'architettura tedesca ottomana nella cui cripta è sepolto. Si potrebbe continuare a lungo, ma questi esempi sono sufficienti a far comprendere la vastità di una eredità culturale che va ben oltre le religioni che l'hanno voluta e creata e rafforzano ancor più il concetto di patrimonio mondiale dell'umanità che è alla base dell'iniziativa dell'Unesco. Walter Giuliano


SCIENZE DELLA VITA RADIOLOGIA Una Tac per Leonardo
Autore: PELLATI RENZO

ARGOMENTI: TECNOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: SOCIETA' ITALIANA DI RADIOLOGIA MEDICA
LUOGHI: ITALIA

LA radiologia oggi collabora non solo con la medicina, ma anche con lo studio dei dipinti. L'utilizzo della radiologia artistica si fa risalire al 1897, quando Walter Konig, collaboratore di Roentgen, lo scopritore dei raggi X, osservò su un quadro la firma di Albrecht Durer, certificando così un'opera dalla dubbia paternità. Con l'utilizzo degli infrarossi è stata scoperta una firma del Carpaccio su un dipinto custodito al Metropolitan Museum di New York, attribuito in precedenza al Mantegna. Di recente, anche alcuni quadri attribuiti al Van Gogh si sono rivelati dei falsi, grazie alle tecniche di radiologia. Attualmente la tomografia assiale computerizzata ha ulteriormente perfezionato la "radiopinacologia", così infatti si chiama lo studio dei dipinti con l'impiego delle tecniche strumentali normalmente impiegate per la medicina. Per le opere di maggior spessore oggi si utilizzano anche gli acceleratori lineari che producono raggi X di elevata energia, in grado di penetrare materiale di elevato numero atomico. In alcuni casi è importante la valutazione del supporto. Per esempio, dal legno si può identificare la natura (in genere il pioppo indica una pittura italiana, la quercia quella francese o fiamminga) e l'entità del danno provocato dai tarli e dalla ruggine dei chiodi. I colori antichi sono spesso più radiopachi di quelli moderni perché più ricchi di sostanze inorganiche (metalli); questo consente di identificare le aree restaurate o gli "arricchimenti" operati in epoche successive. Oltrepassato un certo periodo di tempo i vari strati di un dipinto reagiscono diversamente ai cambiamenti ambientali. Ovviamente questi cambiamenti (indurimento della tela in presenza di clima secco o suo rilassamento in caso di umidità) mettono in discussione la stabilità del dipinto ed in particolare l'interfaccia tra strato pittorico e supporto. Per "craquele" si intende, pertanto, la comparsa di fini screpolature, risultato della variabilità di tensione tra strato pittorico, imprimitura e tela o tavola. Lo spessore dello strato pittorico varia da artista ad artista e dalla tecnica impiegata. Acquerelli e pastelli esigono pochi strati, i quadri ad olio sono invece composti da 6-7 strati. Lo studio radiologico dei dipinti rivela anche l'esistenza dei cosiddetti "pentimenti" dell'artista: ad esempio la diversa posizione di un arto o del viso, successivamente corretta. Al Congresso Nazionale della Società Italiana di Radiologia Medica è stata dedicata una mostra (Università di Palermo: prof. Giuseppe Salerno) per illustrare l'importanza delle tecniche di radiologia e di risonanza su alcuni strumenti a corda, tra questi uno Stradivarius, ricerche su manufatti in porcellana (per verificare impasto e colore), curiosità storiche (impronte digitali ritrovate in uno strato profondo del dipinto "La Vergine delle Rocce" di Leonardo da Vinci). Renzo Pellati


SCAFFALE Valentino Merletti Rita: "Raccontar storie", Mondadori
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: DIDATTICA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

Raccontare significa organizzare e trasmettere un'esperienza nel più immediato dei modi. E poiché l'uomo è essenzialmente un " animale culturale", raccontare è l'operazione più tipicamente umana. Rita Valentino Merletti, specialista in letteratura per l'infanzia, analizza in questo saggio il nesso tra racconti più o meno fiabeschi e sviluppo del bambino. Riflessione a margine: anche la scienza offre innumerevoli storie che, per usare le parole del titolo di un capitolo, "chiedono di essere raccontate". Perché così pochi raccolgono la sfida?


AERONAUTICA Via cielo è meglio L'aereo è sempre il mezzo più sicuro
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, TRASPORTI, INCIDENTI, AEREI, TECNOLOGIA, SICUREZZA
LUOGHI: ITALIA

L'AEREO è sempre più sicuro. L'affermazione può apparire in contrasto con l'emozione provocata da un aereo che si schianta, ma i dati sono inequivocabili: dopo la forte riduzione degli Anni 60, negli ultimi 20 anni la percentuale di incidenti è rimasta praticamente invariata (2-3 incidenti per milione di partenze). I dati più recenti sono quelli analizzati dalla Civil Aviation Authority. Tra il 1980 e il 1996 ci sono stati 621 "fatal accident" che hanno causato 16.849 vittime (ma quelli avvenuti nell'ex Unione Sovietica sono entrati nella statistica solo a partire del '90), con un minimo di 305 morti nell'84 (Urss esclusa) e un massimo di 2099 nel '96 (ex Urss compresa). Naturalmente il numero degli incidenti è aumentato (25 nell'80, 48 nel '95) perché nel frattempo il traffico è raddoppiato; e anche il numero di vittime è cresciuto (la media è di un po' più di 27 per ogni sciagura) perché gli aerei sono sempre più grandi. L'analisi, minuziosissima, della Caa individua una serie di fattori di rischio. Intanto stabilisce che nei 621 incidenti il 33% dei passeggeri è sopravvissuto; ribadisce che le fasi più critiche de volo sono l'avvicinamento e l'atterraggio (la metà degli incidenti) seguite dal decollo e dalla salita (23%). Situazione meteo e visibilità sembrano avere un ruolo importante: i mesi più pericolosi sono gennaio e dicembre (corrispondenti all'inverno nell'emisfero settentrionale, dove l'aviazione è più diffusa) mentre maggio è il mese con meno incidenti; gli incidenti notturni, a parità di ore di volo, sono addirittura doppi rispetto al giorno. Tra le grandi regioni geografiche la Cina ha il record della pericolosità, seguita dall'Africa; il massimo della sicurezza si ha in Nord America (che peraltro, in assoluto, ha il maggior numero di sciagure aeree, 167) e in Europa (ma se si lasciano fuori i membri europei dell'ex Urss l'Europa batte anche il Nord America). Siamo in pieno boom del trasporto aereo: quindi cresceranno fatalmente anche gli incidenti. Lo studio britannico sostiene che dal 2010 in poi la media potrebbe essere di 44 sciagure mortali all'anno. Ogni incidente serve a evitarne altri. L'esplosione in volo del jumbo della TWA avvenuto poco dopo il decollo da New York la sera del 17 luglio del '96, ha fatto scoprire gli insospettati rischi rappresentati dai serbatoi del carburante in particolari condizioni di temperatura; lo schianto dell'Atr-42 dell'Alitalia a Conca di Crezzo ha insegnato molto sulla formazione del ghiaccio e ha portato a precisare le norme di condotta di questo tipo di velivolo. La tecnologia, l'esperienza, la ricerca continua consentono di avvicinarsi allo "zero accident rate" che è l'obiettivo del "sistema aviazione". La diffusione di alcuni apparati, già collaudati e neppure troppo costosi, può evitare molte sciagure; per esempio il "ground proximity warning system" (o allarme di prossimità del suolo): il 40% degli aerei distrutti negli incidenti esaminati dalla Caa ne erano privi e la loro assenza è indicata come uno dei "fattori causali" in 247 delle 621 sciagure. Un altro sistema di allarme, studiato per evitare le collisioni in volo, il Tcas, è per ora obbligatorio solo per gli aerei statunitensi e per quelli stranieri che atterrano in Usa. Sugli aerei potrebbe presto comparire l'airbag accompagnato da cinture di sicurezza di tipo automobilistico, e le poltrone potrebbero essere rivolte con lo schienale nella direzione di volo perché i passeggeri possano meglio assorbire gli urti. Negli ultimi anni si sta facendo molta attenzione alla lotta al fuoco, autentico killer in caso di crash, sia rafforzando le cellule sia adottando materiali non infiammabili per gli interni. C'è un evento meteorologico molto insidioso e fino a poco fa sconosciuto, probabile causa in passato di numerosi disastri rimasti senza spiegazione: è il windshare, una improvvisa turbolenza dell'aria intorno all'aereo in decollo o in atterraggio, da qualche anno sotto stretta sorveglianza: ora i piloti lo conoscono e alcuni apparati di volo sono in grado di segnalarlo. Negli ultimi anni è stato individuato il ruolo spesso decisivo del fattore umano nel determinare o nell'evitare un disastro. Una volta si parlava fin troppo spesso di errore umano e si scaricava sugli uomini alla cloche la responsabilità dell'incidente. Oggi si è capito che il "terminale uomo" è solo uno dei molti fattori che di solito concorrono all'evento. Sui piloti, sul loro rapporto con le macchine, sulla qualità della collaborazione in cabina si sono concentrati studi molto sofisticati alla ricerca del più alto livello di integrazione possibile, fattore di sicurezza specie nelle fasi critiche del volo e in quelle di emergenza. Non per nulla, negli incidenti analizzati dalla Caa, tra i fattori di incidenti l'equipaggio è citato molto più spesso dell'aereo e della manutenzione. Su questo tema l'Europa ha messo in piedi una proprio progetto di ricerca. I sistemi di assistenza al volo, basati principalmente sul radar, sulle comunicazioni radio, sui sistemi strumentali di discesa (gli Ils), oggi sono in crisi di fronte alla forte crescita del traffico già in corso (sul Nord Atlantico siamo ormai vicini ai 1000 voli al giorno) e ancor di più all'atteso raddoppio del traffico da qui al 2010. L'aviazione è alla ricerca di nuovi spazi in cielo e soprattutto nelle aree intorno ai grandi aeroporti senza intaccare la sicurezza; le tecnologie l'aiutano. Sull'Atlantico i livelli di separazione verticale tra un aereo e l'altro da qualche mese sono stati portati da 2000 piedi (circa 600 metri) a 1000 piedi grazie all'affinamento delle procedure di volo e di mantenimento della quota. Dopo la sperimentazione sull'oceano le nuove norme saranno estese al resto del mondo. Intanto si avvicina il momento in cui tutto l'attuale armamentario di terra sarà spazzato via e gli aerei saranno guidati dai satelliti dal decollo all'atterraggio. Un aereo vola in sicurezza se il pilota sa con esattezza dove si trova e dove si trovano gli altri aerei che volano nei suoi dintorni. Questa situazione ha anche l'effetto di moltiplicare lo spazio a disposizione perché gli aerei possono restare più vicini. I sistemi di satelliti Gps (Global positioning system, americano) e l'omologo russo Glonass (militari ma prestati all'uso civile) sono in grado di fornire la precisione necessaria. Diversi sistemi di navigazione satellitare (Gnss, Global Navigation Satellite System) sono in sperimentazione in tutto il mondo; il sistema europeo Egnos (European Geostationary Navigation Overlay Service) dovrebbe diventare operativo entro il 2000, e con successivi perfezionamenti (Egnos-2, concepito espressamente per usi civili, da progettare in collaborazione con americani, russi e giapponesi), potrà essere utilizzato, oltre che dagli aerei, da navi, veicoli terrestri e persino da singole persone (per esempio dai non vedenti). Vittorio Ravizza


IN VENDITA DAL 10 LUGLIO Win 98 invade i nostri computer La nuova edizione favorisce Internet e multimedialità
Autore: VICO ANDREA

ARGOMENTI: INFORMATICA
NOMI: GATES BILL
ORGANIZZAZIONI: MICROSOFT, WINDOWS 98
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA

SNOBBANDO le accuse dell'Antitrust (a settembre dovrebbe arrivare una sentenza definitiva), il 10 luglio sarà disponibile in Italia Windows 98, la "terza puntata" del sistema operativo per personal computer della Microsoft, l'affare che ha reso Bill Gates l'uomo più ricco del mondo. Se si possiede già Win 95, aggiornarsi costerà sulle 240 mila lire, altrimenti si sfiorerà il mezzo milione. Secondo stime del Garter Group entro l'anno Win 98 dovrebbe conquistare il 58% del mercato, vale a dire che venderà 56 milioni di copie, di cui 1 milione e 400 mila in Italia. "Se Windows 95 è stata una rivoluzione, Windows 98 è un'evoluzione", dicono prudentemente i manager della Microsoft. Anzi per certi aspetti si tratta di poco più che un ma quillage che non interessa nemmeno tutto il sistema operativo (Paint e altri accessori sono gli stessi di Win 95) limitandosi a correggere i circa 3 mila errorini segnalati sulla versione precedente. Due sono i vantaggi principali apprezzabili anche dal profano. In primo luogo Win 98 è più amichevole verso Internet: navigare diventa più facile ed è possibile "salpare" da qualunque parte del sistema operativo, pagine html e applet possono essere inserite sul desktop; numerose finestre possono essere visualizzate come pagine Web e ora aggiornare programmi tramite la Rete è meno complicato. In secondo luogo Win 98 esegue talune operazioni più velocemente e ciò favorisce le applicazioni multimediali. E' predisposto per gestire dischi fissi di grande capacità (supporto alla Fat32) e gli imminenti Dvd-rom non daranno problemi. Sempre in ottica multimediale, una novità interessante è il supporto dell'Ubs (Universal serial bus): con una porta universale, niente più selva di cavi e cavetti dietro il vostro calcolatore. Il problema è che questa piccola rivoluzione segna uno spartiacque rispetto a molte periferiche non adatte. Dunque, prima di acquistare Win 98 occorre farsi molto bene i conti su come si dovrà far uscire il proprio lavoro. Tra gli altri nei, il prezzo (un po' alto per un semplice aggiornamento), la mancanza di un Boot manager (Win 98 non consente altri sistemi operativi installati) e nessun tipo di collegamento con Windows Nt, il fratello maggiore della famiglia Win, concepito per i calcolatori aziendali. Inoltre, sebbene Win 98 sia stato capace di girare anche su un vecchio 486 a 66 Mhz, volendolo apprezzare fino in fondo occorre un computer di recente concezione. Ma questo è un problema insito nel mercato informatico (attenti anche ai rivenditori che approfittano dei profani pur di far fuori scorte di magazzino invecchiate rapidamente). Chi volesse saperne di più, può consultare le riviste specializzate (il numero di luglio del mensile "Chip" offre un ottimo "speciale") o acquistare uno dei tanti volumetti di presentazione di Win 98 che già hanno invaso le librerie. Gruppo Jackson e Tecniche Nuove hanno preparato dei buoni manuali, mentre Mondadori Informatica (con Microsoft Press) ha pubblicato una esauriente anteprima (480 pagine) corredata da un cd-rom con la versione Beta in italiano. Inoltre si può sempre visitare il sito www.microsoft.com. Andrea Vico




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