TUTTOSCIENZE 3 settembre 97


SCIENZE DELLA VITA. EPATITE C La difficile guerra dei linfociti contro i virus Perché spesso l'interferone non è efficace nella terapia
Autore: PONZETTO ANTONIO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. Il fegato

IL virus dell'epatite C (Hcv) non uccide le cellule del fegato quando le infetta in laboratorio; al contrario, le fa lavorare di buona lena per tutti i suoi fabbisogni. Ecco la buona notizia - tutta italiana - comunicata da Guido Carloni del Cnr di Roma. Come è possibile, allora, che ci siano pazienti infettati dell'Hcv con malattie, anche gravi, del fegato? La spiegazione è nel nostro sistema immunitario, che ha come scopo la eliminazione delle cellule occupate dai «nemici», cioè da batteri e virus. I virus sono organismi incompleti: non hanno la capacità di sopravvivere senza una cellula vivente che fornisca loro il necessario. Perciò hanno solo due scelte, per sopravvivere: 1) non far del male alle cellule che li mantengono; 2) replicarsi così in fretta da poter invadere sempre nuove cellule, appena uccisa quella che stavano usando. Il virus Hcv si moltiplica adagio, e si trova in piccole quantità nelle cellule del fegato infettate; qui si comporta come un invasore che riduce in schiavitù gli abitanti della città conquistata. Ecco dove interviene il sistema di sicurezza dell'organismo (il sistema immunitario), sempre all'erta, sempre alla ricerca di possibili nemici per mezzo dei linfociti (un gruppo scelto di globuli bianchi) che pattugliano l'organismo giorno e notte, alla ricerca di indizi che possano far scoprire gli alieni. Gli indizi sono quelle parti del virus che fanno capolino sulla superficie delle cellule infettate. Appena avvistato il nemico, i linfociti di pattuglia comunicano con la centrale operativa - la milza e il midollo osseo - che invia squadre di agenti specializzati nell'assalto e nella distruzione del bersaglio: i linfociti killer. Ed ecco il danno al fegato. Il nostro organismo cerca di liberarci dal virus invasore, ma può farlo solo uccidendo anche le vittime innocenti, cioè le cellule del fegato. La loro morte non causa tuttavia conseguenze gravi, lì per lì, per tre motivi: 1) nel fegato abbiamo 300 e più miliardi di cellule, mentre 50 miliardi sono sufficienti a far tutto il lavoro necessario; 2) ogni cellula morta è sostituita rapidamente da una nuova cellula; 3) solo poche cellule sono uccise ogni giorno, per colpa del virus C. E allora - torniamo a domandarci - perché ci sono pazienti ammalati gravemente? In primo luogo, quanto è vero che sia frequente una malattia grave? Leonard Seeff, in uno studio sui militari americani, ha osservato che soggetti infettati da Hcv, e dunque con epatite C, avevano una sopravvivenza, dopo 18 anni dalla infezione acuta, superiore a quella dei compagni non infettati. La spiegazione del mistero è semplice: i soldati americani morivano più per infarto e per cancro del polmone che non per cirrosi del fegato. E ancora, nel 1977 a Lipsia, in Germania, oltre 1500 giovani donne furono infettate dal virus C con derivati del sangue: a 18 anni di distanza nessuna ha la cirrosi, anche se quasi tutte sono ancora infettate, e una certa percentuale ha una epatite cronica. Che l'infezione da virus Hcv causi la cirrosi oppure no, sembra ancora una volta dipendere dal sistema immunitario del paziente. Gianfranco Peano ci spiega come: chi possiede l'antigene Dr5 del sistema di istocompatibilità (quello comunemente detto «dei trapianti») raramente si ammala in modo grave, anche se ha contratto l'infezione da virus C. Per nostra fortuna il Dr5 è presente nel 42 per cento degli italiani. Il Dr5 fa parte dei segnali che le cellule usano per far vedere i «nemici» ai linfociti di pattuglia; si può pensare che il Dr5 sia un segnale troppo debole, che i linfociti non lo vedano bene, quindi non avvertano la centrale, che a sua volta non invia i killer. Ma se il riconoscimento è avvenuto, e i killer inviati? Non possono certo uccidere a casaccio tutte le cellule che incontrano. Perciò anche i linfociti d'assalto devono riconoscere gli antigeni di istocompatibilità, e poi devono trovare dei «rampini d'arrembaggio» per potersi ancorare e fermare proprio lì; se così non fosse, continuerebbero a correre per l'organismo, armati fino ai denti, senza aver trovato il nemico. I nostri «rampini d'arrembaggio» si chiamano molecole di adesione; di norma non ci sono sulla superficie delle cellule, proprio perché la loro presenza induce i killer a fermarsi ed uccidere. E' il sistema immunitario - ancora lui - a regolare la comparsa di queste molecole di adesione sulle cellule, cosa che fa per mezzo di segnalatori, fra cui l'interferone. L'interferone è un prezioso meccanismo di difesa, prodotto dalle nostre stesse cellule in risposta all'invasione, allo scopo di attivare i meccanismi cellulari di resistenza alle infezioni. Tutte le cellule del corpo rispondono in massa al segnale, e si attivano, pronte alla difesa con ogni mezzo. Ma se il nemico non compare il sistema poi torna alle condizioni di partenza. Così, quando diamo l'interferone dall'esterno con una iniezione, la sostanza va ad avvertire ogni cellula dell'organismo, gridando «al lupo] al lupo]» e attiva tutte le cellule, in ogni organo. Ma il virus C è solo nel fegato, e quando tutto il corpo si accorge di essere stato ingannato, torna alle condizioni «normali», come la gente torna a casa nella favola del pastorello bugiardo. Questa è una delle ragioni per cui l'interferone spesso non è efficace nella terapia dell'epatite da virus C, come invece si era sperato. Si dovrebbe intervenire sui linfociti killer, o sulle molecole di adesione, ma per ora non esistono farmaci capaci di far questo in modo specifico. Antonio Ponzetto


IN BREVE Scienza e fede mostra a Piacenza
ARGOMENTI: STORIA DELLA SCIENZA
LUOGHI: ITALIA

Al Collegio Alberoni di Piacenza si aprirà il 22 settembre la mostra «Scienza e fede». Tra i documenti che presenterà, le edizioni originali di alcune opere di Galileo. Per informazioni e prenotazioni: 0523-79.52.42.


IN BREVE Ecologia alpina a La Thuile
ARGOMENTI: ECOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

A La Thuile, in Valle d'Aosta, dal 6 all'11 settembre, si svolgerà il 2o Congresso di ecologia e biogeografia alpine. Tra i temi, glaciazioni, micorrize, insetti fitofagi, progetto flora.


IN BREVE Stella variabile scoperta italiana
AUTORE: L_P
ARGOMENTI: ASTRONOMIA
NOMI: MASI GIANLUCA
ORGANIZZAZIONI: OSSERVATORIO DI CAMPO CATINO
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, FROSINONE (FR)

Una nuova stella variabile è stata scoperta, nella costellazione della Volpetta, da Gianluca Masi, un giovane studioso dell'Osservatorio di Campo Catino (Frosinone). La scoperta è avvenuta confrontando immagini ottenute il 31 dicembre '96 e il 9 luglio '97. Masi ha notato in quella del 1996 una stella che mostrava una luminosità decisamente superiore (magnitudine 13,5) rispetto all'immagine più recente (circa 15). Nonostante il grande numero di stelle presenti nella zona, il confronto delle immagini è stato possibile grazie a una particolare procedura computerizzata, il «blinking», che consiste nel visualizzare sullo schermo del computer le immagini da confrontare, attentamente sovrapposte. In questo modo un'eventuale stella variabile, che nell'intervallo di tempo fra le due riprese abbia subito un cambiamento di luminosità, viene vista «lampeggiare», al contrario delle altre che appaiono fisse. Individuata la variabile si è proceduto a verificare se nella zona esistevano oggetti già segnalati. Le verifiche sono iniziate dal General Catalogue of Variable Stars, che riporta informazioni su 28 mila variabili: è stato inviato un annuncio all'Aavso (American Association of Variable Star Observers) e al Bureau dei Telegrammi astronomici di Cambridge. In breve tempo, Brian Skiff, del Lowell Observatory, confermava la scoperta. Questa è stata annunciata ufficialmente il 1o agosto e il 4 giungeva a Masi un messaggio di congratulazione di Janet Mattei, direttrice dell'Aavso. (l. p.)


SCIENZE DELLA VITA. BIOLOGIA MOLECOLARE Le anomalie dei cromosomi
Autore: DI AICHELBURG ULRICO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

UN bambino su 300 ha una malattia genetica dipendente da anomalie dei cromosomi, che sono i filamenti presenti in numero di 46 nel nucleo di ognuna delle cellule del nostro organismo, costituiti dal Dna suddiviso a sua volta in un centinaio di migliaia di segmenti, i cosiddetti geni. Una seconda categoria di patologie genetiche dipende da alterazioni (mutazioni) di uno o più geni: di queste patologie esistono alcune migliaia di manifestazioni, si ritiene che un handicap su quattro derivi da tale causa, e a tutt'oggi si conosce circa un decimo dei geni implicati. La diagnosi e la comprensione fisiopatologica di numerose malattie, la causa delle quali era ancora misteriosa pochi anni fa, sono divenute possibili grazie ai progressi della genetica. Per ciò che riguarda i cromosomi, alle tecniche classiche di esame se ne sono ora aggiunte altre che permettono una analisi più precisa e più risolutiva delle lesioni cromosomiche. Quanto ai geni, l'esplosivo sviluppo delle tecniche di studio del Dna, ossia la cosiddetta biologia molecolare, ha consentito di conoscerne sempre meglio le mutazioni. In pratica che possiamo chiedere alla diagnostica delle malattie genetiche? Ormai si hanno conoscenze precise sulle indicazioni dei relativi esami. Data la frequenza delle anomalie del numero e della struttura dei cromosomi nella patologia costituzionale umana, le indicazioni dell'esame del cariotipo (così è denominato l'insieme delle caratteristiche dei cromosomi), sono numerose, tanto nel periodo prenatale quanto alla nascita e poi nell'infanzia, alla pubertà, negli adulti in età di procreare. L'esame nel periodo prenatale, quando si sospettino anomalie cromosomiche nel nascituro, ha lo scopo di permettere ai genitori di decidere su base documentata se proseguire o meno la gravidanza, oppure di rassicurarli. Le principali indicazioni sono l'età materna dai 38 anni in su, l'esistenza di un'anomalia cromosomica in uno dei genitori, l'antecedente d'una gravidanza con cariotipo anormale, e alcune altre. La sindrome di Down, che in passato era nota semplicemente come «mongolismo», è la malattia cromosomica (47 cromosomi invece dei normali 46) più frequente, e la frequenza aumenta con l'età della madre. Nel neonato si esamina il cariotipo in presenza d'un quadro clinico evocatore di anomalie quali malformazioni anatomiche o ambiguità sessuale. Nell'infanzia si esamina il cariotipo in presenza d'un ritardo mentale, di turbe del comportamento, di difetti di crescita, e nella pubertà in presenza di anomalie della differenziazione sessuale. Nell'adulto le indicazioni dell'esame del cariotipo sono principalmente legate alle anomalie della riproduzione quali la sterilità e gli aborti precoci, ma essenziale per il consiglio genetico è anche lo studio del cariotipo nei genitori di bambini portatori di anomalie. Quanto alla analisi del Dna, essa mira a mettere in evidenza le mutazioni dei geni nei pazienti nei quali si sospetta una malattia genetica il cui gene responsabile sia noto. Nel periodo postnatale l'indagine sulla mutazione d'un determinato gene può essere eseguita per confermare una diagnosi clinica e prendere subito le provvidenze opportune (un esempio: diabete insipido nel neonato) oppure, in soggetti sani o asintomatici, può essere indicata nel programma d'uno studio della famiglia, riguardante per esempio l'emofilia, la distrofia muscolare di Duchenne, la corea di Huntington, fino ai tumori ereditari. Nel periodo prenatale le principali indicazioni sono antecedenti famigliari d'una malattia genetica, o un'ecografia che faccia sospettare una malattia genetica della quale si conosca il gene responsabile. Vi è da dire però che questa analisi è sovente resa molto complessa dal grande numero di differenti mutazioni. Infatti la maggior parte delle malattie genetiche dipendono da più d'un tipo di mutazione, per esempio oltre 150 mutazioni sono state descritte nel gene responsabile d'una forma di talassemia, oltre 600 nel gene responsabile della mucoviscidosi o fibrosi cistica. A tale eterogeneità «genica» si aggiunge una eterogeneità «genetica»: una stessa malattia può essere causata dall'alterazione di differenti geni come accade nelle forme famigliari dell'Alzheimer, e viceversa lo stesso gene può essere implicato in differenti malattie. Comunque sia l'analisi del Dna, pur con tutti i limiti attuali, permette di confermare una diagnosi clinica, o di diagnosticare una malattia genetica prima della comparsa dei sintomi, perciò di proporre provvedimenti adeguati. Gli anni a venire vedranno gli sviluppi della medicina predittiva (conoscenza prenatale e postnatale del «terreno genetico») e della terapia genica. L'esplorazione delle anomalie cromosomiche e l'analisi del Dna saranno attività essenziali nella medicina del prossimo secolo. Ulrico di Aichelburg


SCIENZE DELLA VITA. RISCHI DELL'AUTOMEDICAZIONE Come ammalarsi con le medicine
Autore: CADARIO GIANNI

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

L'AUMENTO del consumo di farmaci, anche in conseguenza del crescente malvezzo di ricorrere all'automedicazione su consiglio di amici, parenti o mass media, e la continua introduzione in commercio di un numero crescente di molecole farmacologicamente attive, hanno determinato un parallelo incremento di effetti indesiderati di tipo sia tossico sia reattivo. La reale frequenza della farmacoallergia è molto difficile da stabilire sia per l'eterogeneità delle manifestazioni cliniche che per l'incompletezza delle varie casistiche riportate in letteratura, ma non siamo lontani dalla realtà se diciamo che il 15 per cento della popolazione va incontro, in seguito alla somministrazione di farmaci, a disturbi (a volte anche a malattie) che nel 3 per cento dei casi sono di tale gravità da rendere necessario il ricovero in ospedale e in 1-2 casi su 1000 possono essere fatali. Se poi si considerano le reazioni che intervengono in pazienti ricoverati (dal 5 al 30 per cento a seconda delle varie statistiche) si rende chiaramente evidente come il problema delle reazioni da farmaci sia ormai di importanza sociale. L'Oms, Organizzazione Mondiale della Sanità, definisce «reazione indesiderata» qualsiasi risposta a un farmaco che sia dannosa e inattesa, e che sopravvenga alle dosi comunemente usate nell'uomo a scopo di profilassi, diagnosi o terapia. La Società italiana di allergologia e immunologia clinica ha preparato un «memorandum» con lo scopo di razionalizzare l'approccio metodologico alle reazioni avverse ai farmaci. Il memorandum divide le reazioni in due gruppi principali: le reazioni «prevedibili», dipendenti dal dosaggio, correlate all'azione farmacologica e che si possono verificare in tutti gli individui; e le reazioni «imprevedibili», indipendenti dalla dose, non correlate all'azione farmacologica, ma dipendenti dalla risposta individuale di soggetti predisposti. Le reazioni prevedibili sono rappresentate dalle reazioni tossiche (o da sovradosaggio, in cui gli effetti sono direttamente proporzionali alla quantità di farmaco assunto oltre un livello soglia), dagli effetti collaterali (che compaiono a dosaggi terapeutici, sono strettamente collegati all'azione terapeutica e il loro manifestarsi dipende dalla grande variabilità della tolleranza individuale), dagli effetti secondari (che sono conseguenza della principale azione farmacologica) e dalle interazioni farmacologiche (due o più farmaci somministrati contemporaneamente possono interagire dando luogo ad effetti indesiderati). Le reazioni imprevedibili sono le intolleranze (dovute a un abbassamento della soglia di risposta individuale a un dato farmaco in alcuni pazienti), le idiosincrasie (reazioni qualitativamente anormali dipendenti da deficit metabolici o enzimatici che si evidenziano solo dopo assunzione di particolari farmaci), le reazioni allergiche (qualitativamente anormali sono reazioni in cui si può dimostrare un meccanismo immunologico) e pseudoallergiche (queste ultime, clinicamente sovrapponibili alle reazioni allergiche, differiscono nel meccanismo d'azione, non immunologico). Tra le manifestazioni cliniche, quelle cutanee rappresentano sicuramente l'aspetto più comune delle reazioni allergiche o pseudoallergiche a farmaci. Si va da forme molto comuni come l'orticaria, l'angioedema, le dermatiti allergiche da contatto, l'eritema fisso da medicamenti e gli esantemi maculo papulari (che possono essere facilmente confusi con malattie virali «esantematiche» ) a forme occasionali come l'eritema polimorfo, le dermatiti esfoliative, da fotosensibilizzazione, le eruzioni purpuriche associate o no a trombocitopenia e le eritrodermie ad altre, fortunatamente più rare perché a volte mortali, come le sindromi di Stevens-Johnson o di Lyell. Inoltre possono essere presenti manifestazioni respiratorie come la rinite o l'asma, in altri casi la reazione avversa è rappresentata solo dalla febbre, ma più in generale qualunque organo o apparato può essere interessato (midollo osseo, fegato, rene, polmone) e in alcuni casi l'interessamento è addirittura «sistemico» come nella malattia da siero e nelle vasculiti o nel Les da farmaci e nello shock anafilattico. Tra i farmaci che provocano più frequentemente reazioni allergiche il primato spetta ai Fans (farmaci antinfiammatori non steroidei), spesso utilizzati come antidolorifici e antifebbrili, seguiti dagli antibiotici (soprattutto penicilline e sulfamidici), dalle vitamine e dagli anestetici. Da segnalare, tra i farmaci in grado di provocare più frequentemente reazioni allergiche, le vitamine del complesso B, componenti abituali di numerosi preparati propagandati dall'industria farmaceutica come «ricostituenti» e conseguentemente invocati come panacea per una vasta gamma di situazioni ritenute patologiche. Questo fatto dovrebbe costituire serio motivo di riflessione sull'abuso di medicamenti richiesti o prescritti perché «tanto male non fanno...». Gianni Cadario Centro Malattie Allergiche Torino, Ospedale Molinette


SCIENZE DELLA VITA SOPHORA, AZALEA, PITOSFORO
ARGOMENTI: BOTANICA
LUOGHI: ITALIA

Piante adatte ad un giardino zen nell'Italia del Nord: Alberi ed arbusti: Acerpalmatum «dissectum», Acer japonicum «aureum», Arbutus unedo, Azalea japonica, Buxus rotundifolia, Chamaecyparis obtusa «nana gracilis», Cryptomeria japonica, Ilex crenata «golden gem», Nandina domestica, Parrotia persica, Pinus mugo «pumilio», Pittosporum tobira, Punica granatum «nana», Rhododendron hybridum, Sophora japonica «pendula», Viburnum davidii, Viburnum tinus «eve price». Tappezzanti alte: Azalea «tisbury nord», Ceanothus thyrsiflorus, «repens», Cotoneaster «coral beauty», Lavandula «munstead nana», Lonicera nitida «maigrun», Rosa «fairy damsel». Tappezzanti basse: Herniaria glabla, Ophiopogon japonicus «viridissima», Sagina subulata.


SCIENZE DELLA VITA. IL GIARDINO ZEN Paesaggio per meditare La natura ridotta all'essenziale
Autore: VIETTI MARIO

ARGOMENTI: BOTANICA
LUOGHI: ITALIA

IN un giardino, inteso come spazio ben definito e ordinato, la persona che lo ha concepito proietta le proprie caratteristiche culturali e le collega strettamente alla Natura. Dunque il giardino può essere considerato una forma d'arte. Per noi occidentali il giardino è un complemento dell'abitazione, collegato all'ambiente circostante, e viene sempre costruito con un fine di utilità oltre che puramente estetico. E' un luogo creato per il nostro piacere, dove passeggiamo per ammirare la vegetazione, ma che riflette sovente il dominio dell'uomo sulla natura. Nei giardini orientali invece l'uomo non assume un ruolo dominante, ma si immerge spiritualmente nell'ambiente che lo circonda; il giardino diventa così un luogo da contemplare dall'esterno alla ricerca del proprio Io. La caratteristica dei giardini giapponesi, e soprattutto di quello zen, è che l'uomo non li attraversa ma sosta lungo il bordo e viene stimolato alla meditazione. Attraverso la contemplazione di questo paesaggio ricco di simboli egli cerca di raggiungere la serenità e forse anche la felicità interiore. Il giapponese ama coltivare il proprio giardino e lo disegna come fosse un quadro, ma poiché per la dottrina buddhista l'arte è una sorta di attività religiosa e la natura è sacra, il giardino assume una dimensione spirituale. Ecco perché il giardino giapponese è stato sempre influenzato dalle più importanti religioni orientali, tra le quali il buddhismo zen è forse la più significativa. Per il monaco zen l'«arte del giardinaggio» è come un esercizio spirituale alla continua ricerca del suo rapporto con la natura. La religione zen, originaria della Cina, fu introdotta in Giappone verso la fine del XII secolo. Il culmine dell'arte dei giardini si ebbe durante il periodo Muromachi (1338-1573) con la realizzazione di quelli che sono considerati i veri giardini zen: la natura viene «spogliata», ridotta all'essenziale, i materiali (pietre, sabbia, ghiaia) diventano protagonisti e la vegetazione non domina come nel paesaggio classico occidentale, ma svolge un ruolo di complemento. Il giardino di contemplazione per eccellenza è il «giardino secco» (Karesansui) dove il paesaggio viene riprodotto senza ricorrere all'acqua. L'impressione generale che risulta è quella di un ambiente naturale, spontaneo, ma solo in apparenza. Il giardino zen infatti è studiato nei minimi dettagli, sempre con riferimenti simbolici: le pietre (isole), con forme e collocazioni ben precise, affiorano da un «mare» di ghiaia dove con un rastrello apposito vengono tracciati dei solchi (le onde); un «fiume» nasce da una roccia e origina una distesa di acqua (granito bianco) o ancora un ponte in pietra «scavalca» il mare. Niente è lasciato al caso, tanto meno le essenze vegetali che, come abbiamo detto, non devono dominare. Anche nelle nostre regioni è possibile realizzare un giardino zen, naturalmente utilizzando materiali locali e scegliendo piante adatte al clima. Vengono inserite alcune piante esemplari come punti focali e numerose tappezzanti, le più alte delle quali formano i «cuscini», mentre le più basse vanno a sostituire i muschi non coltivabili facilmente nei nostri climi. Nella stesura del progetto il paesaggista deve immedesimarsi nella dottrina zen, cercando di prestare la massima attenzione a non alterarne la filosofia concettuale originaria. La costruzione, poi, presenta alcune difficoltà come la ricerca delle rocce che devono apparire lavorate e consumate dal tempo e dalle intemperie. E' necessario preparare con cura il sottofondo del «mare» di ghiaia con opportune pendenze e sistemi drenanti per evitare che l'acqua piovana ristagni in superficie. Qualora si desideri illuminare l'area, si devono scegliere dei corpi illuminanti privi di una loro bellezza intrinseca, mimetizzandoli in mezzo al verde. Indispensabile è l'installazione di un impianto automatico di irrigazione a scomparsa in modo che dall'esterno non sia visibile nessun meccanismo. A giardino ultimato si presenta il non facile compito della manutenzione, distinta in lavori di formazione e lavori di mantenimento. I primi comprendono tutte quelle operazioni di potatura continue per trasformare le piante in vere e proprie sculture viventi; la forma più diffusa sarà quella tondeggiante, ma si otterranno progressivamente anche forme più casuali e meno regolari. Saranno necessari diversi interventi nel corso dell'anno, usando le apposite forbici e non il tosasiepi per evitare di tranciare le foglioline, fino ad ottenere una vegetazione compatta. I lavori di mantenimento invece comprendono tutti gli interventi ordinari (annaffiature, concimazioni, tosature, trattamenti antiparassitari) necessari a conservare le piante in buona salute; inoltre si dovrà periodicamente rastrellare la ghiaia per formare le «onde del mare». Mario Vietti


SCIENZE DELLA VITA. MIXOMICETI Sono piante o animali?
Autore: BENEDETTI VALENTINA

ARGOMENTI: BIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. Il ciclo vitale di un fungo mucillaginoso appartenente ai mixomiceti

PERCORRENDO, anche con occhio distratto, il catalogo sistematico degli esseri viventi, ci si accorge che esistono alcuni gruppi a cui, esclusi pochi specialisti, non bada nessuno. Non è certo il caso del regno animale: quasi tutti i gruppi zoologici hanno i loro estimatori, che vanno dagli entomologi agli appassionati del bird-watching, dai collezionisti di conchiglie agli amatori dei crostacei (non foss'altro che per bieche motivazioni gastronomiche); nè è il caso del regno vegetale: i fiori piacciono a tutti, e tutti (salvo forse qualche assatanato boscaiolo) sono preoccupati per la sorte delle foreste. Tutti conoscono i funghi, i protozoi, i batteri, le alghe, le felci... E i Mixomiceti? A quelli, nessuno ci pensa. Non che siano un gran che: cinque o seicento specie distribuite un po' per tutto il mondo; una posizione sistematica a lungo discussa: chi li considerava piante, chi animali, chi una sorta di categoria intermedia tra i due regni (da cui il vecchio nome di Micetozoi); un aspetto tutt'altro che accattivante: quando qualcuno si accorge della loro presenza, li percepisce come chiazze mucillaginose e li scambia facilmente per materiale in decomposizione, in ciò suffragato dal fatto che vivono prevalentemente su legni morti, sul letame o comunque su substrati umidi e ricchi di detriti organici. Nonostante la premessa così poco incoraggiante, i Mixomiceti sono organismi pieni di interesse e, a loro modo, di fascino. Prendiamo a paradigma una delle specie meglio studiate, il Dictyo stelium discoideum che, ignorato dai più, è largamente diffuso nei boschi dell'emisfero boreale. E' un organismo unicellulare, molto simile e un'ameba: come le amebe si muove, emettendo pseudopodi, e come le amebe si nutre, inglobando particelle alimentari per fagocitosi. Come le amebe, infine, si riproduce per semplice scissione. Da un'ameba, si sa, non si può pretendere molto, nè essa pretende molto dal mondo circostante, se non cibo e condizioni favorevoli per la sua sopravvivenza; per questo motivo, essa ha due forme primitive ma efficaci di sensibilità: percepisce stimoli chimici, che la guidano verso il cibo o la fanno allontanare da sostanze ostili, e stimoli luminosi, che le fanno evitare la troppa luce e di conseguenza il troppo calore. Quando le risorse alimentari divengono insufficienti, le «amebe» del Dictyostelium cessano di riprodursi e, grazie a complessi meccanismi di chemiotassi, iniziano ad aggregarsi tra loro. Conviene ricordare che, per chemiotassi, si intende un fenomeno per cui la presenza nell'ambiente di una determinata sostanza chimica induce un organismo a spostarsi verso di essa o in direzione opposta. Nel caso delle nostre amebe, la sostanza in questione è il cAMP (adeno sinmonofosfato ciclico). Il nome ostico non tragga in inganno: si tratta di una sostanza molto banale, che viene prodotta da tutte le cellule di questo mondo e svolge, all'interno di esse, importanti funzioni di «segnale» intercellulare. Nel Dictyostelium, il cAMP funge invece da segnale extracellulare: è sufficiente che un'ameba inizi a produrlo perché quelle vicine ne siano irresistibilmente attratte; ma non solo: a loro volta, esse vengono stimolate a produrre altro cAMP, che richiama ulteriori amebe. Il fenomeno ha dimensioni bibliche: migliaia e migliaia di cellule, come lemming nella tundra artica, arrivano da ogni parte e si ammassano le une sulle altre, fondendosi progressivamente in un unico e gigantesco superorganismo. E' importante, a questo punto, mantenere il senso delle proporzioni. Il superorganismo, che arriva ad essere costituito da oltre 100.000 cellule, è gigantesco soltanto nell'ottica di un'ameba: in realtà, la cosa che si forma è un ammasso cellulare (il termine corretto sarebbe quello di pla smodio) dall'aspetto simile a quello di una lumaca e con una lunghezza di 1-2 millimetri. Proprio come una lumaca, il plasmodio striscia lentamente lasciando dietro di sè una scia mucillaginosa ed è curioso osservare come esso tenda a dirigersi verso le fonti di luce e di calore, mentre le singole amebe, in precedenza, rifuggivano da questi stimoli. La spiegazione di questo radicale mutamento comportamentale è semplice: il plasmodio va in cerca di condizioni ottimali per dare il via all'ultima delle sue sorprendenti trasformazioni. Raggiunto il «posto buono», il plasmodio pone difatti fine alla sua peregrinazione e mette radici. Non nel senso proprio del termine: le cellule poste a una delle sue estremità si dispongono a formare un piede di sostegno largo e piatto; quelle dell'estremità opposta formano invece un peduncolo filiforme, mentre le cellule centrali migrando all'apice del peduncolo, vanno a costruire un corpo fruttifero e si trasformano in spore. La spora è una delle più formidabili invenzioni evolutive della materia vivente: essa non è altro che una cellula catafratta, una sorta di guerriero medievale, protetto da un'armatura pesantissima e impenetrabile. Talmente pesante da impedire qualsiasi movimento, ma talmente impenetrabile da impedire qualsiasi danno: l'unica differenza sta nel fatto che il guerriero medievale doveva comunque mangiare e respirare, mentre la spora non ne ha alcun bisogno. Essa può rimanere in uno stato di vita latente per periodi lunghissimi, sopportando senza problemi condizioni ambientali impensabili per qualsiasi altra forma di vita. Così è per le spore del Dictyo stelium, che rimangono tali fino a che la situazione non si fa ottimale per la loro germinazione. Da ogni spora nascerà allora una nuova ameba che, come in ogni storia biologica che si rispetti, riprenderà il ciclo. Valentina Benedetti


SCIENZE DELLA VITA. UOMINI E CANI Boby, all'età della pietra Il sodalizio nato oltre 135 mila anni fa
Autore: FRONTE MARGHERITA

ARGOMENTI: ZOOLOGIA
NOMI: WAYNE ROBERT, MORRIS DESMOND
LUOGHI: ITALIA

L'ORIGINE del sodalizio fra il cane e l'uomo si perde nella notte dei tempi, e gli antenati del nostro miglior amico, simili a lupi, accompagnavano nelle loro lunghe migrazioni gli ominidi, dall'aspetto scimmiesco, già 135.000 anni fa. Lo sostiene il genetista Robert Wayne, dell'Università della California, pubblicando sulla rivista «Science» i risultati una ricerca che, se confermati, sposterebbero indietro di oltre 100.000 anni quella che si riteneva fosse la data dell'inizio dell'amicizia con l'animale che più amiamo, data che coincide anche con l'origine del cane come specie a sè. Dopo aver confrontato il Dna di numerose razze canine con quello di lupi, sciacalli e coyote, il gruppo di Wayne ha decretato che, nonostate la diversità fra San Bernardo e Barboncino, è il lupo l'unico antenato di tutti i cani moderni. E l'analisi genetica ha anche permesso di stabilire che la differenziazione fra la specie selvatica e quella domestica, che si realizzò perché l'uomo iniziò a selezionare le caratteristiche dei lupi in modo da potersene servire, risale a circa 135.000 anni fa. La biologia molecolare viene spesso impiegata per stabilire le relazioni evolutive fra animali, perché il confronto del patrimonio ereditario di specie diverse, racchiuso nella molecola del Dna, permette di determinare in modo molto preciso il loro grado di parentela. Accade tuttavia spesso che i risultati della genetica siano in disaccordo con le prove ottenute attraverso altri procedimenti. E poiché questo si è verificato anche per la ricerca di Wayne, numerosi biologi invitano ad accogliere con cautela i dati del gruppo californiano. Fino ad ora infatti l'esame dei reperti rinvenuti nei siti archeologici faceva ritenere che il rapporto fra il cane e l'uomo non fosse più vecchio di 14.000 anni, epoca a cui risalgono le più antiche ossa canine rinvenute nei villaggi che in quel periodo nostri antenati iniziavano a costruire, abbandonando progressivamente la vita nomade. Secono Wayne la discordanza fra questa stima e la data stabilita su base genetica è dovuta al fatto che solo quando gli uomini divennero stanziali la differenza fra cani domestici e lupi selvatici si fece abbastanza evidente da poter essere rivelata, oggi, dalla semplice analisi della morfologia dei resti delle loro ossa. Prima di allora, spostandosi con l'uomo, gli antenati dei cani avevano conservato quasi tutte le loro caratteristiche da lupi, eccettuata probabilmente l'indole e pochi elementi della loro anatomia. Solo successivamente, quando la nostra specie abbandonò la vita nomade, i cani accompagnarono l'uomo non più soltanto durante le battute di caccia, ma divennero importanti anche per l'allevamento del bestiame, per il controllo del territorio, oltre che per la semplice compagnia. La diversificazione dei ruoli del miglior amico dell'uomo accentuò alcune delle sue caratteristiche, e portò alla nascita delle razze canine. Tuttavia inizialmente il rapporto fra le due specie non fu probabilmente così amichevole. Secondo il noto biologo americano Desmond Morris, prima che i nostri antenati imparassero a sfruttare le straordinarie capacità del lupo cacciatore, nella relazione fra l'animale e l'uomo quest'ultimo doveva ricoprire il ruolo di predatore. Solo successivamente si stabilì il sodalizio, forse perché qualche cucciolo rimase assieme ai nostri antenati dirigendo la sua naturale propensione alla solidarietà del branco verso il gruppo degli uomini. Ma addomesticare un lupo non doveva essere certo un compito facile. A conferma di ciò, l'analisi genetica di Wayne ha dimostrato che quasi tutte le razze canine discendono da un solo ceppo di lupi; e questo significa che l'uomo addestrò una sola volta l'animale selvatico, e poi si servì di incroci fra gli esemplari già addomesticati per selezionare le razze più adatte a servirlo. E se inizialmente la nostra specie si avvicinò a quella canina per uno scopo esclusivamente utilitaristico, lentamente il rapporto cambiò, e cane e uomo divennero fratelli. Numerose testimonianze archeologiche raccontano la storia di questa amicizia. Ad esempio, qualche anno fa in Medio Oriente fu rinvenuta la tomba di una donna risalente al 9600 a.C., e raggomitolato accanto a lei fu trovato lo scheletro di un cucciolo non più vecchio di cinque mesi. Un mano della donna posata sulla testa del cane sembrava accarezzarlo. Margherita Fronte


SCIENZE FISICHE. MULTIMEDIA E' italiano il miglior Cd-rom didattico Giocando con le sette note, i bambini scoprono la musica
Autore: VICO ANDREA

ARGOMENTI: DIDATTICA, INFORMATICA, ELETTRONICA, PREMIO
ORGANIZZAZIONI: CHILDREN SOFTWARE REVIEW, RAINBOW
LUOGHI: ITALIA

E' stato l'unico prodotto italiano selezionato, su 976 titoli provenienti da tutto il mondo. Ha sbaragliato la concorrenza di giapponesi, inglesi e americani tanto da meritarsi il premio che ogni anno la Children Software Review aggiudica ai migliori cd- rom per l'infanzia. E' già stato tradotto in 9 lingue ed è in vendita in 18 Paesi, tra i quali Usa e Giappone, mercati tradizionalmente ostici ai prodotti multimediali europei. Insomma, «Il fantasma dell'opera», cd-rom per conoscere la musica e giocare con le 7 note, ha dimostrato come il Vecchio Continente possa scrollarsi di dosso quella sorta di sudditanza psicologica che ci rende terra di conquista in fatto di tecnologia multimediale. I cd-rom educational, che promettono massicce dosi di sapere attraverso l'esca del cartone animato, il più delle volte sono insipidi dal punto di vista grafico. La fluidità dell'animazione, l'espressività dei personaggi, l'originalità della scenografia e la precisione dei particolari, le luci calde, rimangono una esclusiva dei cartoni animati di tipo cinematografico. Quasi sempre, infatti, nelle animazioni multimediali i personaggi si muovono a scatti e le immagini mancano di profondità. E' una questione di costi, di limite tecnologico dei programmi di authoring multimediale (Macromedia e Toolbook, per citare i due più diffusi), ma anche di fantasia e creatività. «Tutti problemi che abbiamo saltato a piè pari», spiega Igino Straffi, direttore di Rainbow, che dalla sede di Recanati (una bella villa che si affaccia sull'Adriatico) è partito alla conquista del difficilissimo mercato mondiale dei multimedia. «Fin dal primo momento abbiamo stabilito come priorità assoluta la qualità delle immagini e dei testi. Quindi abbiamo cercato la collaborazione di autori validi, abbiamo scelto macchinari di alto profilo tecnico e abbiamo deciso di creare un motore grafico ad hoc, un player per le animazioni che è praticamente cresciuto con noi, ed ogni giorno subisce modifiche e migliorie». «Il fantasma dell'opera» (99 mila lire, per ambiente Windows, distribuito dalla Clementoni) è un educational appositamente studiato per avvicinare al mondo della musica i bimbi dai 5 ai 12 anni. Una notte, un alieno di nome Oscar piomba nel giardino di Tommy. Oscar (ideato da Carlo Rambaldi) si ciba di note, di melodie: dunque, per procurargli da mangiare, Tommy accompagna il suo nuovo amico alle prove dell'orchestra sinfonica. Ma in teatro compare un fantasma e si scopre che un terribile gangster vuole mandare in rovina l'orchestra per distruggere il teatro e costruirvi un parcheggio. I più pigri possono semplicemente godersi un cartone animato che dura quasi un'ora (realizzato con oltre 30 mila disegni). Ma Tommy & C. sapranno ben presto coinvolgere tutti nelle loro avventure. Che si trasformeranno in un viaggio alla scoperta di tutti i generi musicali e dei principi base della fisica del suono. Il cd-rom è corredato da una tastierina di plastica che, applicata alla console del computer, si trasforma in una vera e propria tastiera elettronica, con undici diversi strumenti selezionabili. Si può ascoltare una serie di divertenti lezioni, quindi verificare i risultati ottenuti tramite 9 diversi videogiochi, tutti animati dai protagonisti della storia. Troviamo il karaoke per imparare a cantare a tempo e con la possibilità di registrare su hard- disc, i quiz sulla fisica del suono, un test per vedere se sei un bravo disc-jockey, altri giochi sulle conoscenze delle sette note e del pentagramma (alcuni, a volte, ripetitivi). I disegni, molto garbati, non aggressivi e, finalmente, di gusto europeo, anche se i personaggi sono cosmopoliti (per ovvie esigenze di mercato). Chiaro il manualetto di introduzione all'uso del cd- rom, mentre un po' complicata è la partenza: occorre agire tramite comandi di Windows. Sarebbe stata più comoda la classica icona. Andrea Vico


SCIENZE FISICHE. ANDARONO DISTRUTTI CON «ARIANE 5» Rivivono i satelliti Cluster Studieranno, nel 2000, il vento solare
Autore: RIOLFO GIANCARLO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
ORGANIZZAZIONI: ESA, ARIANE 5, CLUSTER
LUOGHI: ITALIA

UNA nube di fumo e una pioggia di frammenti infuocati. Questo il drammatico epilogo del primo volo del vettore «Ariane 5», lanciato da Kourou il 4 giugno dell'anno scorso. Un incidente ormai senza misteri. A 30 secondi dalla partenza il razzo ha deviato dalla traiettoria per un errore nel software del sistema di guida: inevitabile il comando di distruzione del missile impazzito. Un duro colpo per l'Agenzia spaziale europea (Esa), con pesanti conseguenze non solo per il programma «Ariane 5». Nell'esplosione, infatti, andarono persi anche i quattro satelliti «Cluster», dai quali gli scienziati attendevano molte risposte sul campo magnetico terrestre, sul vento solare e i suoi effetti sul nostro pianeta. A oltre un anno da quel fallimento, la delusione è mitigata da due buone notizie. La prima riguarda il secondo «Ariane 5», che verrà lanciato nei prossimi mesi, compiute tutte le modifiche necessarie al software di controllo e ai sistemi di bordo. La sorpresa, però, è il secondo annuncio dell'Esa: la resurrezione del programma «Cluster», decisa dopo mesi di trattative, sotto la spinta della comunità scientifica internazionale coinvolta nel progetto. I nuovi satelliti verranno messi in orbita, due alla volta, nel 2000. A lanciarli saranno due razzi russi del tipo Soyuz. In realtà, dei quattro satelliti, soltanto tre saranno costruiti ex novo da un consorzio industriale guidato dalla tedesca Dasa. Il quarto, chiamato «Fenice» come l'uccello del mito, sarà messo insieme con i pezzi di ricambio dei veicoli andati perduti con l'incidente dell'«Ariane 5». In un primo momento aveva preso piede l'idea di lanciare solo quest'ultimo, rinunciando però ai principali obiettivi della missione. Un ripiego che avrebbe lasciato tutti insoddisfatti. La rinascita del progetto Cluster, che costerà 214 milioni di Ecu (circa 415 miliardi di lire), restituisce integrità al vasto programma di ricerca scientifica dell'Esa, noto come Orizzonte 2000. Un edificio con quattro pietre angolari, la prima delle quali era proprio lo studio sull'interazione tra il Sole e la Terra basato sulle missioni Cluster e Soho, l'osservatorio solare lanciato con successo alla fine del 1995. Gli altri tre programmi-chiave, previsti a partire dal 1999, sono le missioni Xmm, Integral e la sonda Rosetta. Cluster in inglese significa gruppo o grappolo. Il nome richiama la caratteristica peculiare del programma: l'impiego di una formazione di quattro satelliti, disposti ai vertici di un tetraedro, cioè di una piramide triangolare, per scandagliare lo spazio lungo un'orbita polare fortemente ellittica (140 mila chilometri di apogeo e 25 mila di perigeo). Grazie alle loro misurazioni sarà possibile studiare su un modello tridimensionale i complessi fenomeni dovuti all'incontro tra le particelle ionizzate del vento solare e il campo magnetico che avvolge e protegge il nostro pianeta. Oltre che la fisica, i risultati della missione interessano molte discipline. Ci si chiede, per esempio, che cosa avviene quando particelle del vento solare sono catturate dal campo magnetico terrestre. Alle spettacolari aurore boreali e australi, si possono aggiungere effetti sull'ambiente e sul clima? Non mancano gli aspetti pratici. Il bombardamento elettromagnetico che accompagna le «tempeste solari», legate a periodi di particolare attività della stella, disturba le onde radio e può danneggiare i satelliti per telecomunicazioni. In certi casi provoca addirittura sbalzi di tensione nella rete di distribuzione dell'energia elettrica. Sino al black-out: accadde nel Quebec, nel marzo del 1989. Giancarlo Riolfo


SCAFFALE Ciufolini Ignazio e Wheeler John Archibald: «Gravitation and inertia», Princeton University Press
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: FISICA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

Se si usasse anche in Italia eleggere lo «scienziato dell'anno», non c'è dubbio che il candidato più forte sarebbe attualmente Ignazio Ciufolini, ricercatore presso l'Istituto di fisica dello spazio interplanetario del Cnr, a Frascati. Con un elegante e delicatissimo esperimento realizzato tramite i satelliti artificiali «Lageos», Ciufolini è riuscito, primo al mondo, a mettere in evidenza una forza prevista dalla relatività generale di Einstein: la forza gravitomagnetica. Questo risultato rappresenta una ulteriore prova della teoria di Einstein e apre un nuovo campo di ricerca di grande interesse. A confermare il valore scientifico di Ciufolini, ecco un libro da lui scritto in collaborazione con John Archibald Wheeler, «Gravitation and inertia». Wheeler, professore emerito di fisica all'Università di Princeton, è noto come uno dei massimi fisici teorici viventi: gran parte del suo lavoro è dedicato agli sviluppi della teoria einsteiniana della gravitazione e dello spaziotempo. «Gravitation and inertia» non è una lettura per tutti, molte pagine sono irte di formule, ma alcune parti sono accessibili anche a chi, senza una specifica preparazione matematica, possieda i concetti fondamentali della fisica relativistica. Non a caso a questo libro è stato assegnato il prestigioso premio dell'American Association of Publishers. Lo segnaliamo ai lettori più appassionati di fisica e astrofisica, con l'augurio che Ciufolini prima o poi possa darcene una versione italiana di taglio divulgativo. Piero Bianucci


SCAFFALE Isman Umberto e Minazzi Fabio: «Fotografare in montagna», Vivalda Ed.
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: DIDATTICA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

Non un libro ma un Cd-Rom che contiene un completissimo manuale di arte e tecnica della fotografia in montagna: 250 link ipertestuali, 250 foto commentate, un'ora di audio.


SCAFFALE Lupato Giovanni: «Una supernova nel medioevo», Biroma Ed.
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: FISICA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

La Nebulosa del Granchio, un fioco chiarore diffuso nella costellazione del Toro, è uno dei più straordinari laboratori della fisica e dell'astrofisica: grazie ad essa si è costruita in gran parte la teoria delle pulsar, cioè delle stelle di neutroni. La nebulosa deriva dall'esplosione di una supernova avvenuta nel 1054, in pieno medioevo. Per anni si è ripetuto, acriticamente, che il fenomeno fu notato in Cina ma fu del tutto ignorato in Europa. Giovanni Lupato, con una accuratissima ricerca storica, ha invece scoperto tutte le testimonianze occidentali sull'eccezionale evento celeste.


SCIENZE FISICHE. ENERGIA DEL FUTURO Fusione freddissima La tecnica basata su atomi muonici
Autore: DEL ROSSO ANTONELLA, MULHAUSER FRANCOISE

ARGOMENTI: ENERGIA, FISICA
NOMI: FRANK CHARLES
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. Schema di reattore a fusione calda

FINORA si conoscono due modi di produrre energia nucleare: la fissione e la fusione. Solo la prima è stata effettivamente realizzata per la produzione controllata di energia. La fissione si ottiene con l'urto tra un neutrone e un nucleo di uranio 235. Ne derivano 200 unità di energia (MeV) e dei «frammenti» nucleari: scorie radioattive la cui eliminazione rimane uno dei problemi di più difficile soluzione. Le potenzialità energetiche di questa reazione nucleare sono però ben superiori a quelle di una normale reazione chimica che bruci materia organica, per esempio legno o petrolio: la fissione di un atomo di uranio genera 47 milioni di volte più energia dell'ossidazione di un atomo di carbonio. In natura sia l'uranio sia il legno o il petrolio sono disponibili in quantità limitate. Non stupisce quindi che gli scienziati continuino a cercare un metodo di produrre energia che sia al tempo stesso potente, non inquinante e che utilizzi elementi rinnovabili. Attualmente sono in atto diversi studi volti, per esempio, alla produzione di uranio a partire da atomi di plutonio secondo alcune reazioni note. Ma così non si elimina il problema delle scorie, anche se ne diminuisce la gravità. D'altro canto, la prospettiva di realizzare in breve tempo la fusione nucleare, dovendo ottenere le alte pressioni e le alte temperature che sono alla base dei processi che avvengono nelle stelle, non appare vicina. Sono stati fatti vari tentativi per creare un processo di fusione che non richieda nè altissime temperature nè altissime pressioni. L'Istituto di fisica dell'Università di Friburgo in Svizzera, che utilizza le attrezzature e i fasci di particelle del laboratorio Paul Scherrer Institut situato nei pressi di Zurigo, lavora su questo problema. L'interesse dei fisici è stato suscitato in particolare da un'idea proposta da Charles Frank nel 1947: consiste nell'utilizzo di atomi muonici come catalizzatori delle reazioni di fusione in miscele gassose di deuterio e elio. I muoni sono particelle elementari 200 volte più pesanti degli elettroni che orbitano intorno ai nuclei atomici. Quando un muone di carica negativa entra nelle orbite atomiche, grazie alla sua massa non trascurabile, riesce ad avvicinarsi al nucleo più di quanto non farebbe un elettrone con la stessa energia di movimento, riuscendo ad «espellere» l'elettrone stesso. Un atomo di idrogeno che abbia al suo interno un muone è circa 200 volte più piccolo del corrispondente atomo di idrogeno costituito dall'elettrone. In questo modo si viene a creare uno stato intermedio in cui il muone orbita intorno ai due nuclei ravvicinati la cui separazione è talmente ridotta che tutto si risolve in una maggiore probabilità che avvenga la fusione tra i nuclei stessi. Ogni volta che ciò avviene si ha la produzione di energia che, in certi casi, può risultare circa 4 volte superiore a quella rilasciata dal carbonio in fase di ossidazione. Tale quantità è sicuramente ridotta rispetto alle reazioni nucleari che coinvolgono l'uranio ma ha il vantaggio di produrre residui la cui radioattività può essere assorbita dalle normali apparecchiature che vengono oggi utilizzate in tutti i laboratori di fisica delle particelle. Inoltre, il processo non si autoalimenta senza l'invio di muoni; può quindi essere interrotto in non più di 3 milionesimi di secondo. Se confrontiamo questo tipo di «fusione freddissima» con gli studi di fattibilità di una fusione calda, vediamo che le apparecchiature necessarie e le tecnologie coinvolte sono concettualmente più semplici e fisicamente già sperimentate. Si tratterebbe infatti di utilizzare un acceleratore di protoni per ottenere, dall'interazione con un opportuno bersaglio, una certa quantità di muoni, e di inviare poi questi verso un nuovo bersaglio costituito da una miscela di deuterio e elio. La condizione ottimale si raggiunge quando la miscela di gas si trovi alla temperatura di 30 oK (-243 oC). La maggiore difficoltà che i fisici coinvolti in questa ricerca stanno incontrando, è il limite massimo di fusioni ottenute per muone inviato. Per produrre una quantità considerevole di energia si dovrebbe arrivare a ottenerne 1000 per muone. E' necessario quindi ancora del tempo ma la fusione catalizzata dai muoni ha già iniziato a rivelare le sue potenzialità. Antonella Del Rosso Francoise Mulhauser Université de Fribourg


I LIMITI DELLE RISORSE MARINE Pescati gli ultimi merluzzi di Terranova Un evento-simbolo nello sfruttamento insensato della natura
Autore: NOTARBARTOLO DI SCIARA GIUSEPPE

ARGOMENTI: ECOLOGIA, ZOOLOGIA, MARE
NOMI: BONINO EMMA
LUOGHI: ITALIA

I Grandi Banchi di Terranova erano noti un tempo come uno dei territori di pesca più ricchi del mondo, con una produzione annua, ancora negli Anni 60, di quasi un milione di tonnellate di merluzzo. Oggi sono stati cancellati dal novero delle zone di pesca del pianeta per un motivo agghiacciante nella sua semplicità: i merluzzi sono finiti, sono stati tutti pescati. L'episodio canadese non è isolato. Allarmanti segnali d'impoverimento delle popolazioni ittiche arrivano da quasi tutte le regioni del mondo, e in tutti i casi i problemi sono riconducibili alla mancanza di appropriati regimi di gestione delle risorse marine. E' un po' come se il mare ci stesse dicendo: «La festa è finita, adesso dovete cambiare». E' facile capire perché siamo arrivati a questo punto. Il mare è da sempre sinonimo di infinito per l'uomo, e il pescatore nel corso dei secoli è andato plasmando la sua mentalità e le sue strategie di caccia in perfetta sintonia con un ambiente che praticamente non aveva limiti. L'avvento di tecnologie potenti e sofisticate al servizio della pesca, della navigazione, della refrigerazione e del trasporto, ha stravolto questo equilibrio tra uomo e mare, e il cambiamento è stato così rapido che l'uomo fatica a capirlo e ad accettarlo. A questo punto si presentano due alternative. La prima è la strada più facile, e purtroppo quella che l'umanità sembra più incline ad imboccare: non far nulla. Si continua a pescare come se niente fosse, e se il pesce dovesse finire, come è avvenuto a Terranova, qualche santo provvederà. Facile soprattutto perché scarica politici e amministratori da responsabilità immediatamente visibili, complice la complessità delle dinamiche ambientali marine, talvolta ermetiche anche per degli specialisti. La seconda strada, impervia e accidentata, comporta scelte coraggiose e spesso impopolari, ma è l'unica che può darci la speranza di un ritorno all'equilibrio tra uomo e mare. Questa strada ci impone di contenere i prelievi delle risorse entro livelli chiaramente sostenibili, per poter lasciare al mare il tempo e la possibilità di ricostituirle. La difficoltà di questa strategia risiede soprattutto in un tragico equivoco: che la limitazione dello sforzo di pesca per salvare la risorsa porti a una contrapposizione tra gli interessi dei pescatori e quelli dell'ambiente. E risiede proprio qui l'equivoco che in questi tempi dà filo da torcere al Commissario europeo Emma Bonino, che sta affrontando con determinazione lo spinoso problema. Come dovrebbe essere facile intuire, questa contrapposizione è fittizia, perché in realtà i pescatori fanno parte dell'ambiente marino, e la tutela dei pesci non può non comportare anche la tutela dei pescatori. A questa logica si potrebbe obiettare che, imponendo ai pescatori di pescare di meno, è inevitabile una loro penalizzazione economica. Ciò è purtroppo vero oggi, ma potrebbe - e dovrebbe - non esserlo. Dobbiamo infatti riconoscere che la vera responsabilità di questa incresciosa situazione non è dei pescatori soltanto, ma di tutti noi che facciamo parte di una società refrattaria a convivere con una pianeta che ci va ogni giorno più stretto. Se costi ci saranno di questa scelta necessaria - e ce ne saranno - non sarà alla categoria dei pescatori che dobbiamo mandare il conto, ma a noi stessi. Il ridimensionamento delle attività di pesca dovrebbe essere contenuto all'interno di un ripensamento radicale della politica del mare e delle strategie di gestione delle sue risorse. Sarà un cammino lungo e non facile. Di grande importanza sarà il ruolo della ricerca scientifica, che convogliando competenze dai settori più disparati - scienze del mare, economia, ingegneristica, giurisprudenza - dovrà portare al superamento degli attuali conflitti mediante l'avvio di progetti multidisciplinari a largo respiro, che si avvalgono della più vasta collaborazione internazionale. Occorrerà, per esempio, conoscere a fondo la dinamica delle popolazioni dei pesci pescati, per poter stabilire con la dovuta precauzione la quota di prelievo sostenibile. Se la quota sarà inferiore alla domanda, sarà il mercato a doversi adattare alzando i prezzi come è avvenuto per il tonno in Giappone, dove una porzione di sushi al ristorante raggiunge cifre da capogiro - e scaricando in tal modo i costi maggiori sul consumatore anziché sul settore produttivo. Dovranno essere poi le nuove tecnologie a consentire che il prodotto - a questo punto divenuto davvero pregiato - raggiunga il cliente disposto a pagare il prezzo giusto, in qualsiasi angolo del mondo esso si trovi. Molta strada c'è inoltre da percorrere per migliorare le tecnologie di pesca, per renderla sempre più selettiva e quindi diminuire il suo impatto sull'ambiente, al tempo stesso potenziando l'acquacoltura. Occorrerà infine prevedere nuove forme di occupazione legate al mare, per supplire all'inevitabile riduzione dell'impiego, dovuta tanto all'imperativo di pescare meno, quanto alla possibilità di pescare meglio. E qui dovrà intervenire in aiuto un turismo in formidabile espansione, che ha nel mare la sua destinazione più popolare, e che indubbiamente assorbirà in futuro competenze e disponibilità umane ingenti per attività che valorizzino, rendano fruibili, gestiscano e conservino le ricchezze naturali che il mare ancora possiede. G. Notarbartolo di Sciara Presidente dell'Istituto Centrale per la Ricerca applicata al mare


Iceberg Dal polo, sarà rimorchiato fino al porto di Lisbona
Autore: O_R

ARGOMENTI: ECOLOGIA, MARE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: «1998 - ANNO DEGLI OCEANI»

UNA spedizione internazionale guidata dallo scienziato Igor Popov andrà, con navi russe e di altri Paesi, a prendersi un iceberg - al Polo Sud o Nord, lo sapremo soltanto alla partenza - per rimorchiarlo fino al porto di Lisbona, dove diventerà l'attrazione principale dell'Expo. Potrebbe essere il primo passo per realizzare un'idea alla quale da anni lavorano alcuni scienziati: trasformare gli iceberg in gigantesche fonti di acqua dolce a disposizione dell'umanità. Progetti del genere erano già in fase avanzata nello scorso decennio; interessati, specialmente i Paesi affacciati al Golfo Persico e all'oceano Indiano. Il progetto russo per l'Anno degli oceani comprende anche altre iniziative. Tra queste, una spedizione a vela attraverso il globo (partita il 20 luglio da San Pietroburgo, vi ritornerà nello stesso giorno del '98), una gara di nuotatori impegnati nel tragitto abitualmente compiuto dai trichechi durante le migrazioni stagionali e la ripetizione su una barca uguale a quelle del quindicesimo secolo di una parte del viaggio che portò il commerciante russo Afanasi Nikitine in India con una quindicina di anni di anticipo su Vasco de Gama. (o. r.)


Crociera Reale e virtuale (su Internet) con premi e borse di studio
Autore: O_R

ARGOMENTI: ECOLOGIA, MARE
ORGANIZZAZIONI: ONU
LUOGHI: ITALIA
NOTE: «1998 - ANNO DEGLI OCEANI»

UNA crociera attraverso gli oceani: reale per un gruppo di scienziati e di cronisti, virtuale per tutte le scuole del mondo. Attraverso un apposito sito Internet, l'equipe di «Oceano '98» trasmetterà quotidianamente testi, immagini, dati; studenti e insegnanti proporranno quesiti, commenti, richieste di ulteriori delucidazioni, elaboreranno temi in materia, compiranno sul proprio territorio ricerche collegate a quelle degli scienziati, confrontando poi i risultati con loro e con altre scolaresche impegnate su argomenti analoghi. Ci saranno anche alcuni premi abbastanza insoliti, da assegnare, per esempio, al «gruppo più interattivo», o «più impegnato», ma anche all'«idea più intrigante» o più «innovativa». «Oceano '98» prevede inoltre numerose borse di studio per progetti che riguardino la protezione degli oceani e il cosiddetto «sviluppo sostenibile» delle risorse. La crociera si svolgerà su più navi, che si daranno il cambio, incontrandosi nei vari porti; ciascuna inalbererà il vessillo dell'Onu, ogni volta trasferito nel corso di una cerimonia ufficiale. L'ultima nave tornerà al punto di partenza, riportando la bandiera. (o. r.)


1998: INIZIATIVA ONU L'anno degli oceani Studiarli, rispettarli, proteggerli
Autore: ROTA ORNELLA

ARGOMENTI: ECOLOGIA, MARE
ORGANIZZAZIONI: ONU
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: T. La catena alimentare delle forme di vita marine D. La Terra e gli Oceani
NOTE: «1998 - ANNO DEGLI OCEANI»

INDETTO dall'Onu per il 1998, l'«Anno degli oceani» chiama il mondo a guarire le acque del nostro pianeta dal degrado, dallo sfruttamento indiscriminato e, forse più ancora, dalle conseguenze dell'ignoranza. Per gli Stati, una «Carta degli Oceani» ispirata alla Carta della Terra sottoscritta a Rio nel 1992. Per i governi, le istituzioni pubbliche e private, gli organismi non governativi, un'apposita rete che coordini lo scambio di ricerche e studi. Per le scuole, una gigantesca azione di informazione e coinvolgimento. Infine, la megarassegna «Ocean Expo '98» a Lisbona, e una serie di premi per elaborati scientifici e opere d'arte ispirate agli oceani. Fulcro delle iniziative l'Unesco, in particolare la Commissione oceanografica intergovernativa. Nelle acque oceaniche, che coprono il 71 per cento della superficie del pianeta, affluisce una mole di sostanze tossiche che arriva per il 75 per cento dalla terraferma, fognature e rifiuti domestici e/o industriali. La minaccia riguarda soprattutto i mari chiusi, come il Mediterraneo (per pulirlo occorrerebbero dai 30 ai 100 miliardi di dollari). Ma anche in alto mare la situazione si è definitivamente aggravata per l'uso, di recente invalso in non poche aziende, di inabissare in mare scorie altamente pericolose, comprese quelle nucleari, che si disattiveranno solamente fra decine di migliaia di anni. L'85 per cento dei detriti che si depositano sui fondali è in plastica; questo materiale diventa ricettacolo di microrganismi che perturbano l'equilibrio marino, impediscono gli scambi gassosi tra i diversi strati dell'acqua, riducono l'ossigeno nelle zone profonde. Finisce nell'acqua pure il 33 per cento dell'inquinamento atmosferico; dalla benzina proviene il 98 per cento del piombo, e da alcuni tipi di insetticidi il 9 per cento dei cloridrati, sostanze di cui sono state trovate tracce persino tra i pinguini e gli orsi polari. Lungo le coste vive praticamente la metà del mondo industrializzato. Il fattore demografico essendo potenziato dalle migrazioni, nei prossimi decenni questa popolazione aumenterà del'1,5 per cento. Il fenomeno altererà ulteriormente gli equilibri ecologici, economici, sociali, peserà sulle risorse idriche ed energetiche, sulle strutture per lo smaltimento dei rifiuti, sui prezzi che saliranno e sui porti che dovranno essere ingranditi per reggere il maggiore volume di commerci. Entrata in vigore a fine '94, la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos) sancisce la completa autorità dei Paesi rivieraschi nell'area fino a 200 miglia nautiche al largo delle coste. Un enorme trasferimento di risorse - le zone di fronte al Perù, al Cile, alla Namibia e al Senegal, ad esempio, sono fra le più pescose del mondo - ma anche di responsabilità. E che tutti i Paesi siano messi nelle condizioni di potervi fare fronte, è interesse comune del Nord più ricco come del Sud più povero. Oggi almeno 200 milioni di persone campano esclusivamente sui proventi della pesca; dall'89, quella al largo registra un calo costante, tanto che entro il 2000 il deficit globale di pesce arriverà (salvo impreviste inversioni di tendenza) a 30 milioni di tonnellate. La maggioranza dei Paesi ha preso provvedimenti per limitare l'attività di pescatori stranieri, ma ben di rado ha regolamentato anche quella dei connazionali. Per proteggere le specie, non soltanto animali, finora alla mercè dei vari predatori, alcuni diplomatici dell'Unclos suggeriscono di dichiarare «patrimonio dell'umanità» tutto ciò che sta nei fondali marini a oltre 200 chilometri dalle coste, mentre l'Istituto francese di ricerca scientifica per lo sviluppo nella cooperazione ritiene che una possibile soluzione stia nell'attribuire alle risorse idriche lo status giuridico di «bene raro». Ornella Rota


SCAFFALE Vineis Paolo: «Prima della malattia», Marsilio
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

E' proverbiale, ma semplicistica, l'affermazione «prevenire è meglio che curare», spesso seguita da «prevenire conviene anche sul piano economico». La realtà è più complessa e sfumata. Le scelte da fare cambiano profondamente a seconda che ci si metta dal punto di vista dell'individuo o della società, in una prospettiva utilitaristica o egualitaria. Il discorso sulla prevenzione è quindi, alla radice, essenzialmente un discorso di etica. Paolo Vineis analizza appunto l'intricata questione morale della prevenzione, senza preoccuparsi di trasmettere più dubbi che certezze. Su alcuni dati, tuttavia, non sussistono dubbi. Per esempio, in base alle conoscenze già disponibili sarebbe possibile prevenire il 30 per cento dei tumori e delle malattie cardiovascolari. Eppure l'Unione Europea destina 8 milioni di Ecu all'anno al programma per il cancro e un miliardo e 200 milioni di Ecu (150 volte di più) per sostenere le coltivazioni di tabacco; e negli Stati Uniti la spesa pubblicitaria per le sigarette è il doppio del bilancio del National Cancer Institute. Qualsiasi commento è superfluo, ma il primo dato è particolarmente impressionante, visto che stiamo svenandoci per «entrare in Europa». Forse, prima ancora di entrare in Europa, bisognerebbe sapere che cosa ci si va a fare.


IN BREVE Archeologia a Ustica
ARGOMENTI: ARCHEOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

Fino al 7 settembre a Ustica si svolge la Rassegna internazionale del cinema di ambiente mediterraneo, quest'anno sul tema «Laghi, mari e fiumi: i luoghi della civiltà», organizzata dalla Riserva Marina e da «Archeologia viva». Verranno anche presentate le ultime scoperte archeologiche subacquee.


IN BREVE Conferenza di geomorfologia
ARGOMENTI: GEOGRAFIA E GEOFISICA
LUOGHI: ITALIA

Si conclude oggi a Bologna la quarta Conferenza internazionale di Geomorfologia. Sono intervenuti 800 ricercatori di tutto il mondo. Frane, vulcani, ghiacciai e impatto ambientale tra i temi affrontati.




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