TUTTOSCIENZE 14 maggio 97


ARRIVA IL CONVERTIPLANO L'ibrido volante conquista il cielo
Autore: RIOLFO GIANCARLO

ARGOMENTI: TRASPORTI, TECNOLOGIA, AEREI
ORGANIZZAZIONI: V22 OSPREY, BELL BOEING 609
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D., F. Il convertiplano progettato da Bell e Boeing

E' stato definito il più grande progresso della tecnica aeronautica dopo l'invenzione del motore a getto. Parliamo del convertiplano, velivolo straordinario che decolla come un elicottero e vola come un aereo. Grazie alla collaborazione tra un'affermata casa di elicotteri, la Bell, e il colosso aerospaziale Boeing, questo strano ibrido è uscito dalla fase sperimentale e sta completando i collaudi in vista della produzione. I marines e la Us Navy ne hanno già ordinati 523 esemplari, mentre le due aziende americane hanno annunciato una joint- venture per costruire un modello destinato al mercato civile. Il nuovo velivolo nasce da una costola dell'elicottero, mezzo universalmente apprezzato per la capacità di atterrare ovunque e di fermarsi in volo a mezz'aria. Queste caratteristiche lo rendono prezioso in molti compiti, dal soccorso sanitario al salvataggio in mare e in montagna, al trasporto in luoghi difficili da raggiungere. L'elicottero, però, ha dei forti limiti. La scarsa velocità - circa 250 chilometri l'ora - è il più evidente, ma non l'unico. I consumi, per esempio, a parità di prestazioni e di carico utile, sono enormente maggiori rispetto a quelli di un aereo. E così pure i costi operativi. Il convertiplano unisce in sè i vantaggi dell'aereo e dell'elicottero. Decolla e atterra verticalmente; può muoversi di lato, all'indietro o restare immobile. E può volare alla stessa velocità e alla stessa quota dei migliori turboelica, con un basso consumo di carburante. L'aspetto del convertiplano è quello di un aereo con ali tozze e robuste. Alle estremità delle ali, due potenti motori a turbina azionano i rotori a tre pale. I propulsori non sono fissi, ma possono ruotare di 90 gradi. In decollo (e in atterraggio) sono rivolti verso l'alto: in questo modo il convertiplano si stacca da terra e vola come un elicottero. Oltre una certa velocità, avviene la transizione al volo orizzontale: i motori si girano in avanti e i rotori funzionano come delle grandi eliche, fornendo la spinta, mentre il sostentamento è assicurato dal profilo aerodinamico dell'ala. Una soluzione semplice dal punto di vista concettuale, ma assai complessa nella realizzazione pratica. Tant'è che il primo convertiplano sperimentale - il Bell VX3 - risale addirittura al 1955. I successivi quarant'anni di studi e di prototipi costituiscono una gestazione di eccezionale lunghezza e complessità. Fondamentali sono stati i progressi nel campo dei materiali e dell'aerodinamica dei rotori, nonché l'impiego di comandi fly-by-wire, cioè assistiti dai computer. Sono loro a facilitare il compito del pilota, soprattutto nel passaggio dal volo a mò di elicottero a quello da aereo. Metamorfosi accompagnata dal cambiamento del sistema di controllo: nel primo caso i comandi agiscono sui rotori, nel secondo su timoni e alettoni. Finora lo sviluppo del convertiplano è costato cinque miliardi di dollari, circa 8500 miliardi di lire. Denaro speso bene? Forse sì, almeno a giudicare dai risultati. Il V22 Osprey - il modello che sta per entrare in servizio nelle forze armate Usa - può trasportare, oltre ai piloti, 24 soldati e il loro equipaggiamento. Oppure un carico di 10 tonnellate. La velocità di crociera è di 510 chilometri l'ora e, grazie all'autonomia di 4000 chilometri, può raggiungere in poche ore qualsiasi parte del mondo senza dover essere smontato e caricato sui jet da trasporto, come si è costretti a fare con gli elicotteri. Anche se il debutto è in divisa, il nuovo velivolo non interessa soltanto i militari. All'ultima edizione dell'Heli Expo - la rassegna specializzata che si è svolta recentemente in California - gli operatori del settore erano assiepati attorno al modello in grandezza naturale del Bell Boeing 609, il convertiplano civile. Più piccolo dell'Osprey, verrà prodotto a partire dal 2000 e trasporterà nella cabina pressurizzata fino a nove passeggeri a velocità superiori ai 500 chilometri l'ora. Innumerevoli le possibilità d'impiego, dal trasporto executive al soccorso. Come «ambulanza volante» il convertiplano può contare su una velocità almeno doppia rispetto all'elicottero: un vantaggio enorme quando ogni minuto è prezioso. I produttori non nascondono però obiettivi più ambiziosi. «Il 609 - afferma un comunicato della Boeing - è il primo passo verso lo sviluppo di una famiglia di velivoli che rivoluzioneranno l'aviazione commerciale». Una dichiarazione forse un po' ottimistica, ma come non immaginare in futuro grandi convertiplani per il trasporto passeggeri? Senza bisogno di piste per decollare e atterrare, potrebbero operare direttamente dal centro delle città, eliminando il tragitto per raggiungere gli aeroporti. Giancarlo Riolfo


AL VIA NEL 2010 Sarà l'ideale per i voli sui 1000 km
Autore: BOFFETTA GIAN CARLO

ARGOMENTI: TRASPORTI, TECNOLOGIA, AEREI
ORGANIZZAZIONI: EUROFAR
LUOGHI: ITALIA

DOPO la fine della seconda Guerra Mondiale l'avvento dell'elicottero sia in campo militare sia in usi civili ha indotto molti costruttori a studiare e in alcuni casi sviluppare prototipi di una macchina volante che unisse i vantaggi dell'elicottero, soprattutto la capacità di decollare e atterrare verticalmente, a quelli dell'aereo, maggior velocità e sicurezza ma soprattutto minori costi. Per le applicazioni militari, dove le considerazioni economiche sono meno importanti, sono stati prodotti vari tipi di aerei a decollo verticale, soprattutto basati su reattori ausiliari. Questo sistema è però impensabile in campo civile sia per il rumore che impedirebbe di decollare da zone interne alle città, sia per il consumo elevatissimo che questa tecnica comporta. Negli Usa è stato sviluppato per scopi militari un interessante velivolo turboelica che può ruotare di 90 gradi le due eliche, poste alle estremità delle ali, in modo da variare la direzione della spinta da verticale a orizzontale. La difficoltà principale da superare non era tanto il problema della complicazione meccanica quanto la necessità di garantire la stabilità del velivolo durante la fase di transizione aereo-elicottero e in particolare quando atterra o decolla verticalmente. Da questo convertiplano, il V22 Osprey, deriva lo sviluppo americano di un velivolo civile più leggero che potrà trasportare 40 passeggeri su 1000 chilometri decollando da piattaforme appena più grandi di un normale eliporto. In Europa venne lanciato nel 1987, nell'ambito del programma di ricerca Eureka, il progetto Eurofar al quale partecipano la maggiori industrie aeronautiche francesi, inglesi, spagnole, tedesche ed italiane. Il convertiplano europeo è previsto per 30 passeggeri su rotte di 1200 chilometri alla velocità di 620 km/ora. Il primo volo del prototipo è programmato per il 2004. I primi passeggeri paganti saliranno a bordo nel 2010. Oltre al vantaggio di poter operare da spazi interni alle città il convertiplano darà un contributo fondamentale alla soluzione del problema della saturazione degli aeroporti e delle aerovie, problema che si è accentuato con l'entrata in servizio degli aerei di nuove compagnie più piccole e più snelle che, offrendo tariffe ridotte, stanno conquistando nuove fasce di utenti. Uno studio della Comunità Europea dice che il 27 per cento dei passeggeri europei vola su rotte inferiori ai 300 km e ben il 33 per cento su quelle inferiori a 1000 km. Il convertiplano conquisterà i suoi utenti proprio tra questi, che oggi volano su turboprop del tipo ATR 42, velivolo che, anche se più piccolo, occupa aeroporti e aerovie come un Jumbo che decolla per un volo di 12 ore. Decollati verticalmente, i convertiplani non si inseriranno nelle normali aerovie affollate dagli aerei convenzionali, ma seguiranno rotte particolari guidati dal sistema satellitare GPS che già oggi permette di conoscere la propria posizione con assoluta precisione. I costi, questo è il lato negativo, saranno superiori a quelli di un turboprop convenzionale: il DOC (Direct Operating Cost), totale di tutti i costi (ammortamenti, combustibile, equipaggio, assicurazioni ecc.) diviso per il prodotto del numero dei posti per le miglia volate, è calcolato superare il doppio di quello di un ATR 42 ma è inferiore ad un terzo di quello di un elicottero. Ma i costi provocati dalla congestione del traffico aereo saranno ben superiori a causa dei ritardi, cancellazione di voli, mancate coincidenze, attese in volo per poter atterrare e neppure si può sperare in nuovi aeroporti. Negli ultimi anni un solo aeroporto è stato inaugurato in Europa, quello di Monaco di Baviera, e non ne sono previsti altri a causa dei giganteschi investimenti necessari. Si è calcolato, ad esempio, che l'entrata in servizio del convertiplano aumenterà del 40 per cento la capacità dell'aeroporto di Francoforte, spostando i voli a breve raggio su piattaforme più vicine alla città. Gian Carlo Boffetta


Danzare nell'aria Audaci acrobazie a suon di musica
Autore: BERNARDI MARIO

ARGOMENTI: TRASPORTI, AEREI, MUSICA
NOMI: POMA JERZY
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. L'aliante e il pentagramma (acrobazie aeree)

LA musica, che da sempre accompagna la danza e il pattinaggio artistico, è divenuta ora motivo conduttore anche per l'acrobazia aerea: in particolare, offre una base ritmica alle eleganti esibizioni degli alianti. Sul tempo di motivi musicali di successo (i lenti di Nat King Cole, di John Barry e di Morricone sono tra i preferiti) le scie fumogene che emergono dalle estremità delle ali decorano il cubo di un chilometro di spigolo che fa da palcoscenico dell'esibizione acrobatica, labile memoria di una coreografia che si disperde nel vento. Presentandosi sulla verticale del campo il pilota dell'aliante, mentre ancora è agganciato al cavo di traino dell'aereo rimorchiatore, richiama l'attenzione del pubblico e della giuria con un «tonneau» (una rotazione completa attorno all'asse longitudinale, in direzione del moto). A questo punto lo speaker tace e dagli altoparlanti si riversa sugli spettatori lo stesso motivo musicale che il pilota riceve in cuffia dalla radio di bordo: è il segnale di avvio di una successione di figure che il catalogo del programma anticipa al pubblico nella loro successione obbligata: figure «cosiddette» semplici - rotazioni attorno agli assi principali - come il «looping» (rotazione attorno all'asse di beccheggio); come il «fieseler» (rotazione attorno all'asse di imbardata al culmine di una salita verticale) e il «tonneau», la manovra che ha dato il segnale d'inizio; e figure composte dalle precedenti come l'«otto cubano», il «rovesciamento», «l'imperiale» e «avvitamenti» in abbondanza. Fin qui l'aspetto essenzialmente spettacolare che viene offerto al pubblico. Ma per la giuria, oltre alla purezza di una linea, alla precisione di una curva ed all'armoniosità dei movimenti vale il rendimento, cioè il risparmio energetico nell'esecuzione delle manovre, un dato che emerge da considerazioni di fisica elementare. L'acrobazia aerea - «un fiore che nasce dalla velocità» - richiede la continua trasformazione dell'energia potenziale, rappresentata dalla quota, in energia cinetica e viceversa. Per ogni figura del programma questa trasformazione avviene con un rendimento - variabile in base alla sua difficoltà - ma in ogni caso tanto più alto quanto minore è la differenza di quota tra inizio e termine della manovra. In assenza di vento l'energia disponibile per l'esibizione è rappresentata dal dislivello che separa la quota di 1200 metri di inizio del programma dalla base del cubo di manovra situato a 200 metri d'altezza, dove il programma deve obbligatoriamente terminare. Con questa premessa è ovvio che quanto più il pilota manovrerà nel delicato e rigoroso rispetto delle leggi della meccanica del volo tanto maggiore sarà il numero delle figure in sequenza obbligata che riuscirà ad eseguire nel dislivello di 1000 metri. A questo punto l'«acrobazia» perde il sapore ludico e spettacolare per trasformarsi in ciò che modernamente si definisce «volo di precisione», un'attività che presume tecniche d'impiego rigorose: tecniche sofisticate che nel corso degli ultimi cinquant'anni hanno impegnato a fondo gli studiosi e i costruttori di aerei specie in vista dei vantaggi attesi in campo militare e commerciale. Anche nel caso dell'acrobazia con alianti i canoni estetici cercano conforto nelle formule matematiche della meccanica del volo: l'ingegnere polacco Jerzy Poma ha ideato espressamente per il volo acrobatico con alianti un computer di bordo dall'esotico nome di «Geronimo». Su di esso viene impostato un programma di calcolo che in base alla sequenza delle manovre presenta in simboli - su un visore posto davanti agli occhi del pilota - i parametri di velocità e accelerazioni che consentano il massimo di rendimento e di sfruttamento della quota. E, poiché Geronimo funziona anche da registratore, i dati in memoria Ram possono essere riversati su un PC opportunamente programmato per l'elaborazione e la rappresentazione grafica. Ciò consente una critica post-volo di grande valore formativo sul piano della professionalità aeronautica in un'accezione importante del termine. Mario Bernardi


SCIENZA FISICHE. DA ITALIANI Usa: scoperta una cometa ultravioletta
Autore: ANTONUCCI ESTER

ARGOMENTI: ASTRONOMIA
NOMI: GIORDANO SILVIO, BENNA CARLO, CORA ALBERTO, FINESCHI SILVANO
ORGANIZZAZIONI: GODDARD SPACE FLIGHT CENTER, NASA
LUOGHI: ITALIA

NON è ancora spenta l'emozione suscitata dalla splendida cometa Hale- Bopp: comete così luminose, visibili a occhio nudo, sono rare. All'osservazione con strumenti astronomici non sfuggono però le numerose comete meno appariscenti che passano vicino al Sole abbastanza di frequente. Niente affatto comune è invece riuscire a identificare una cometa in luce ultravioletta e seguirla nel suo cammino durante il passaggio vicino al sole, osservandone sia l'immagine sia l'emissione spettrale nelle righe dell'idrogeno. Tutto questo è accaduto per la prima volta durante un'osservazione ad alta risoluzione della corona solare con il telescopio Uvcs a bordo del satellite Soho, che sta operando in modo eccellente dal momento del lancio avvenuto nel dicembre del 1995. In particolare l'Uvcs, primo grande telescopio spaziale costruito in buona parte in Italia, sta dando risultati importanti per la comprensione dei fenomeni della corona e del vento solare. L'osservazione della cometa è stata condotta presso il Goddard Space Flight Center (Nasa) dal gruppo di Fisica solare dell'Osservatorio e dell'Università di Torino: con me operavano Silvio Giordano, Carlo Benna, Alberto Cora di Torino e Silvano Fineschi del Center for Astrophysics, Cambridge, Us. A 30 gradi Nord-Ovest dell'equatore solare, e ad una distanza di 2,2 milioni di chilometri dal Sole, è entrata nel campo di vista del nostro strumento una cometa mai osservata precedentemente che ha preso il nome di cometa Soho-8/Stetzelberger. A qualche ora dalla sua identificazione è scomparsa alla nostra vista, confondendosi con l'intensa emissione ultravioletta della corona solare, per riemergere dopo 12 ore a Sud- Est del Sole senza avere perso l'intensità. Abbiamo ripuntato più volte il telescopio per seguirla nel suo veloce passaggio a 100 chilometri al secondo nel nostro campo di vista, riuscendo a osservarla in modo completo per ben sei volte. In luce ultravioletta le comete appaiono molto diverse come forma e molto più estese che in luce visibile. Infatti in questo caso si osserva la nuvola di idrogeno che avvolge il piccolo nucleo centrale prevalentemente formato da una «palla di neve sporca», in cui l'acqua è mischiata a polvere. La nuvola di idrogeno si libera non appena la luce solare dissocia le molecole d'acqua che evaporano dalla superficie del nucleo, e diventa visibile in ultravioletto perché i suoi atomi assorbono la luce ultravioletta solare per poi rimetterla in un processo di fluorescenza. E' per questo motivo che l'inattesa cometa Soho-8, sfuggita ai telescopi terrestri, è apparsa come un globo luminoso ultravioletto di 70 mila chilometri circondato da una nuvola più tenue la cui forma variava lungo il tragitto fino a raggiungere una dimensione di 1,4 milioni di chilometri poco prima di scomparire dal campo di vista del nostro strumento. Dalle misure delle righe di emissione dell'idrogeno nell'ultravioletto, si può dedurre che gli atomi che formano la nuvola cometaria hanno una velocità di circa 30 chilometri al secondo. Gli atomi di idrogeno acquistano questa velocità durante il processo di fotodissociazione delle molecole di acqua sulla superficie del nucleo della cometa. Alcune delle righe di emissione dell'idrogeno sono state raramente o per nulla osservate prima d'ora. L'importanza relativa delle diverse righe dell'idrogeno si può mettere in relazione all'importanza delle collisioni rispetto ai fenomeni di fluorescenza nella nuvola cometaria. L'osservazione in ultravioletto della cometa Soho-8 ha scuscitato l'interesse degli esperti di comete della Nasa. Ne è nato così un programma di ricerca che accomuna fisici solari e studiosi di comete per cercare con il nostro strumento, che ha capacità spettroscopiche uniche nel dominio dell'ultravioletto, elementi come litio, azoto, carbonio, elio, neon e argon, cioè quegli elementi che sono ritenuti fondamentali per determinare il processo di formazione degli oggetti primordiali nel sistema solare più esterno. Ester Antonucci Goddard Space Flight Center (Nasa)


ALLARME SCORIE Radiazioni in libera uscita I dati sull'inquinamento nucleare in Russia
Autore: TIBALDI ALESSANDRO

ARGOMENTI: ECOLOGIA, INQUINAMENTO, NUCLEARI
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: C. L'eredità atomica della guerra fredda (mappa degli impianti, dei siti e dei laboratori nucleari in Usa e nell'ex Unione Sovietica)

ERANO già note le quantità di inquinanti radioattivi liberati dal trattamento dei prodotti nucleari negli Stati Uniti, mentre si è venuti a conoscenza solo recentemente dell'incredibile quantità di scorie radioattive messe in circolazione nell'ambiente dall'ex Unione Sovietica. In entrambi i Paesi il problema è legato al riprocessamento del combustibile nucleare utilizzato per produrre materiali bellici. Il riprocessamento permette l'estrazione di uranio e plutonio ma crea numerosi tipi di inquinamento radioattivo e rifiuti estremamente pericolosi. Durante il periodo della «guerra fredda», fu soprattutto l'Unione Sovietica a contaminare direttamente l'ambiente immettendo ingenti quantità di scorie radioattive nei fiumi e nei laghi. Un'altra tecnica ancora utilizzata su vasta scala è l'immissione nel sottosuolo di fluidi radioattivi. Dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica nel 1991, la Russia ha continuato il riprocessamento nucleare tramite tre reattori che funzionano come produttori sia di energia sia di materiale utile per la costruzione degli armamenti nucleari. Al contrario gli Stati Uniti hanno smesso il riprocessamento nucleare nel 1988. In Russia gli impianti di riprocessamento più inquinanti sono il Mayak, vicino alla città di Chelyabinsk, il Tomsk-7 e il Krasnoyarsk-26, mentre negli Stati Uniti sono Hanford, nello Stato di Washington, Savannah River, in Georgia, e Oak Ridge, in Tennessee. Molti centri densamente abitati si trovano nei pressi di questi impianti: tenendo conto che esposizioni dell'uomo a livelli di radioattività dell'ordine delle decine di Curie (l'unità di misura di un Curie equivale a trentasette miliardi di disintegrazioni nucleari al secondo) possono dar luogo a significativi effetti sulla salute, anche nelle forme più gravi quali i tumori, si pensi che entrambe le nazioni hanno rilasciato nell'ambiente qualcosa come un miliardo e mezzo di Curie. Tra questi, circa tre milioni di Curie sono stati rilasciati dagli impianti degli Stati Uniti, mentre l'enorme quantità restante è stata liberata dall'ex Urss. A termine di paragone, l'incidente di Cernobil del 1986, pur avendo causato una gravissima contaminazione dell'ambiente e molti casi di cancro, ha rilasciato una quantità di radioattività praticamente trascurabile rispetto alle cifre citate. Tra il 1949 e il 1952, l'impianto sovietico di Mayak, per esempio, ha sistematicamente immesso scorie radioattive nel fiume Techa per un totale di più di due milioni e mezzo di curie. Circa centoventimila persone che vivono nelle vicinanze sono state direttamente colpite per anni dalle radiazioni, mentre più di ventottomila di queste persone, che vivono sulle sponde del fiume, hanno bevuto, cucinanto e si sono lavate con queste acque e ne hanno mangiato anche i pesci. Negli Anni 50 i russi hanno cercato di contenere le acque radioattive del fiume Techa, ma queste stanno inesorabilmente migrando e contaminando anche le acque del fiume Ob, uno dei maggiori fiumi della Russia le cui acque si immettono direttamente nel mare. I prodotti radioattivi di scarto sono anche stati immessi nei laghi, come per esempio nel caso del lago di Karachai in Russia. E' stato calcolato che attualmente questo lago contiene centoventi milioni di curie. Nel 1967, in conseguenza di un periodo di scarsità di precipitazioni, il livello del lago è sceso e la polvere radioattiva lungo le rive è stata presa in carico dal vento e trasportata a decine o centinaia di chilometri di distanza. Altro caso inquietante è l'impianto nucleare di Krasnoyarsk-26: costruito interamente sottoterra, ha un volume pari a tre volte e mezzo la Piramide di Cheope. Dal 1963 a oggi, i liquidi di scarto radioattivi vengono immessi a pressione nel sottosuolo, dove vanno a inquinare le falde acquifere nonché il vicino fiume Ianisej, che attraversa la Russia centro- orientale fino a sfociare nel Mare Artico. L'inquinamento radioattivo deriva anche dalle operazioni di estrazione mineraria dell'uranio. Gli scarti rocciosi di estrazione di questo minerale vengono sistematicamente abbandonati all'aria aperta e lasciati così soggetti al dilavamento e trasporto ad opera delle acque pluviali e del vento. L'ex Urss ha accumulato in discariche a cielo aperto circa cinque miliardi di tonnellate di scarti rocciosi radioattivi, corrispondenti a un rilascio di radioattività nell'ambiente di seicentomila curie. La Russia ha in programma di ricoprire queste discariche radioattive entro l'anno 2000 con uno strato isolante di argilla. Simili discariche sebbene di dimensioni molto più modeste, sono disseminate anche negli Stati Uniti. Alla fine del 1994, tredici su ventiquattro di queste discariche erano state ricoperte e protette. Fortunatamente, i dati, le tecnologie, e l'esperienza accumulata dai tecnici sovietici ed americani negli ultimi cinquant'anni sono estremamente importanti per individuare soluzioni ai problemi di bonifica e gestione di questi siti inquinanti. Grazie alla fine della «guerra fredda» e alla divulgazione internazionale di questi dati, il Dipartimento americano dell'Energia e il Ministero dell'Energia atomica della Federazione Russa si sono recentemente associati per creare un organismo di ricerca mirato alla soluzione di questi importantissimi problemi. Alessandro Tibaldi Università di Milano


SCAFFALE Lattes Coifmann Isabella: «Animali amici miei», La Stampa
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: ETOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

ISABELLA Lattes Coifmann, straordinaria divulgatrice dell'etologia che i lettori di «Tuttoscienze» conoscono e amano da tanti anni, nel suo ultimo libro confessa di aver invidiato ai romanzieri la libertà con cui possono inventare personaggi e intrecci. Questa libertà è negata a chi scrive di scienza: a comandare non è la fantasia ma il risultato delle ricerche. Tutto vero. Ma bisogna subito aggiungere che Isabella Lattes Coifmann non rinuncia certo alla tecnica e alle altre armi della narrativa. Semplicemente le applica a contenuti scientifici, il che è a ben vedere un vantaggio: il lettore non solo si diverte come se leggesse un romanzo, ma impara anche qualcosa. L'approccio narrativo è così forte, in questo libro di etologia, che gli animali trattati sono suddivisi in tre categorie affettive: gli antipatici, i simpatici e gli originali. Tutti però, a ben vedere, meritano di essere considerati «amici» perché tutti hanno un ruolo prezioso nella biosfera. Quando ci appaiono «antipatici», è soltanto perché non li conosciamo bene. Dagli sgradevoli scarafaggi al simpaticissimo delfino, questo libro ci rivela non solo le insospettabili abilità che molte specie hanno sviluppato nel loro adattarsi all'ambiente, ma anche le sottili interconnessioni tra le specie. Sottili e armoniose, anche quando si tratta di predatori e predati. La sola presenza non armonica, ci fa notare l'autrice è, ahimè, quella dell'Homo sapiens sapiens...


SCAFFALE De Carli Lorenzo: «Internet», Bollati Boringhieri
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: COMUNICAZIONI, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

Internet non solo sta cambiando il mondo ma è essa stessa un mondo virtuale, nel quale c'è un tempo senza luogo, un luogo senza centro, un unico immenso ipertesto che risponde alle leggi dell'accesso casuale (e non dell'accesso sequenziale, come i vecchi testi). Questo libro analizza in termini critici la realtà di Internet con l'occhio del filosofo del linguaggio. Un intelligente viatico alla virtualità multimediale. Da segnalare anche «Telefonare con Internet», edito da Apogeo, con un Cd-rom contenente tutto il software per l'uso vocale della rete.


SCAFFALE Rossi Paolo: «La nascita della scienza moderna in Europa», Laterza
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: STORIA DELLA SCIENZA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

Da Galileo a Newton, passando per l'opera di Cartesio, Gilbert e Huygens, una magistrale sintesi della rivoluzione scientifica che segna in Europa l'inizio della scienza moderna. Allievo di Banfi, Paolo Rossi insegna storia della filosofia all'Università di Firenze.


SCAFFALE «Meteorologia a sorpresa», Editoriale Scienza, Trieste
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: METEOROLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

E' una delle poche certezze della pedagogia: si impara molto più facilmente e piacevolmente ciò che si fa. Ci ha pensato la Editoriale Scienza, specializzata in libri scientifici per bambini e ragazzi. Per esempio, un suo libro di meteorologia adatto dai 6 ai 12 anni contiene anche il materiale necessario per farsi una piccola stazione meteo: termometro, pluviometro, anemometro. Altri libri-laboratorio riguardano le erbe, la bussola, la luce. La nuova collana si chiama «Sorprese». Il progetto, nato in Francia da Gallimard, è realizzato in collaborazione con Touring Junior.


SCAFFALE «Calore, colore, percezione», LRE, distribuzione gratuita
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: DIDATTICA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

Calore, colore e percezione sembrano tre concetti distanti. Hanno invece una forte connessione: più un corpo è caldo, per esempio, più piccola è la lunghezza d'onda della radiazione che emette, e siamo nel dominio ottico la lunghezza d'onda è determinante per il colore. Quanto alla percezione che ne abbiamo (o non abbiamo), è appunto dipendente dalla lunghezza d'onda. Queste e altre nozioni si trovano in un utile quaderno didattico curato dal Laboratorio di ricerca educativa del Dipartimento di chimica dell'Università di Firenze. Lo si può avere gratis chiedendolo a: Paolo Manzelli, c/o LRE, Dipartimento di chimica, via Maragliano 77 - 50144 Firenze. Piero Bianucci


SCIENZE FISICHE. METEOROLOGIA Anomalia climatica a Torino Dal 1803 mai così secco il periodo febbraio-maggio
Autore: MERCALLI LUCA

ARGOMENTI: METEOROLOGIA
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, TORINO (TO)
TABELLE: T. Torino - Precipitazioni minime trimestrali dal 1803 al 1996

QUALCHE pioggia c'è stata, soprattutto sulle Alpi, ma sulle pianure nordoccidentali italiane per oltre cento giorni acqua non se ne è vista. Definire la siccità non è banale. La calotta antartica è un deserto di ghiaccio, con precipitazioni paragonabili a quelle dei deserti di sabbia, ma il loro carattere di aridità è ben diverso. In effetti la percezione della siccità come evento estremo si ha solo quando la carenza idrica rispetto a una quantità normale di precipitazioni colpisce la biosfera. In questo senso, la siccità che gran parte dell'Europa occidentale ha vissuto nei primi mesi del 1997 è certamente un evento anomalo. La serie pluviometrica di Torino, città al centro di una delle zone più colpite, dispone di quasi due secoli di osservazioni e consente verifiche statistiche di grande qualità. Nel trimestre febbraio-aprile 1997 sono caduti solo 5,3 millimetri di acqua contro un valore normale di 201 mm; in un anno la media ne vuole circa 900. Calcolando gli apporti di precipitazioni per tutte le combinazioni di tre mesi dal 1803 al 1996, si trovano solo tre casi più critici dell'attuale: 0,5 mm nel 1817, 3 mm nel 1822, 4,6 mm nel 1981. Tuttavia, senza gran differenza sul piano pratico, si possono aggiungere altri 6 casi con meno di 10 millimetri in tre mesi, senza dimenticare situazioni ancora più drastiche, come i 39 mm raccolti in 6 mesi tra l'ottobre 1989 e il marzo 1990. Dove sta allora l'elemento che rende eccezionale il caso 1997? Nel fatto che, al contrario di quasi tutti gli altri eventi che interessano i soli mesi invernali, già di per sè asciutti, quest'anno si è avuto uno spostamento verso la primavera che ha soppresso una delle fasi più attive della locale «stagione delle piogge». Solo nel 1817 la carenza di pioggia aveva interessato, come oggi, il trimestre febbraio-aprile; e, prima ancora, non si può tacere il 1733-34; pur in assenza di misure pluviometriche, affidò alle cronache storiche una delle più gravi siccità del Piemonte: oltre nove mesi senza pioggia, da agosto a maggio. Tornando al 1997, altre concomitanze hanno amplificato gli effetti del deficit pluviometrico: un'elevata temperatura durante l'intero periodo, prossima ai valori massimi secolari, una bassa umidità dell'aria causata dai continui venti di caduta a ridosso dell'arco alpino. La vegetazione si è svegliata precocemente e ha subito gravi danni trovandosi a fronteggiare la mancanza d'acqua. Le ragioni della siccità risiedono nell'anomala permanenza tra l'Atlantico e le coste europee, di un vasto anticiclone di matrice subtropicale. Questo assetto viene detto «di blocco» nei confronti delle perturbazioni che di solito transitano sulle nostre regioni da Ovest verso Est. La VII Conferenza sulle variazioni del clima, organizzata dall'American Meteorological Society in California nello scorso febbraio, ha messo in luce legami sempre più stretti tra la circolazione oceanica e quella atmosferica. La lentezza e la complessità degli scambi termici negli abissi marini offre una prima chiave di lettura di come l'effetto memoria possa condizionare la distribuzione di depressioni e anticicloni. Luca Mercalli Direttore di «Nimbus»


SCIENZE DELLA VITA. UCCELLI PREPOTENTI Il cuculo è mafioso? L'abitudine di usare nidi altrui
Autore: BOZZI MARIA LUISA

ARGOMENTI: ZOOLOGIA
NOMI: ZAHAVI AMOTZ, DAWKINS RICHARD, KREBS JOHN
LUOGHI: ITALIA

PER chi vive in campagna quel suo canto monotono è un appuntamento della primavera, come conferma una vecchia filastrocca: «Aprile è ritornato, col canto del cucù]». A cantare è il maschio che, occupato un territorio, propone alle femmine la sua disponibilità a generare nuovi piccoli. I quali, come è noto, vengono dati a balia dalla madre a qualche altra coppia di ignari uccelletti, che per l'impresa non ricevono alcun compenso, anzi, vengono penalizzati dalla perdita al completo della propria figliolanza. Tanto che i biologi si chiedono da tempo come mai le vittime del cuculo non abbiano evoluto una qualche strategia di difesa per contenere i danni. Molti si sono cimentati nelle risposte, l'ultima delle quali, del biologo israeliano Amotz Zahavi, è alquanto intrigante: se una coppia osa ribellarsi espellendo l'indesiderato ospite, si ritrova il nido distrutto. Insomma, il cuculo sarebbe un mafioso. Sono circa 40 le specie di cuculidi parassite del nido, tutte nel Vecchio Mondo. Da noi vive Cuculus canorus, che utilizza come genitori adottivi dei suoi figli le coppie di passera scopaiola, di cannaiola o di pispola. Parassita e ospite si trovano coinvolti in una corsa alle armi evolutiva per la messa a punto di strategie sempre più efficaci l'uno per difendersi, l'altro per abbattere i sistemi di difesa. Dei due, secondo l'ipotesi di Richard Dawkins e John Krebs, chi deve trovarsi in posizione più avanzata è il parassita, perché corre per la vita. Per lui la sconfitta significa l'estinzione. Per l'ospite il danno è limitato a una nidiata e solo per alcune coppie. Le strategie messe a punto dal cuculo per essere in testa rispetto ai suoi ospiti sono notevolmente raffinate. Tanto per incominciare mamma cuculo va in cerca di un nido di una coppia di uccelletti in cova della stessa specie dei suoi genitori adottivi. Quindi, durante una breve assenza dei padroni di casa, preleva un uovo e lo sostituisce con uno dei suoi, che è mimetico - per grandezza, forma e colore - con quelle dell'ospite. Pare che questo comportamento sia tramandato in casa cuculo per via femminile di madre in figlia, perché la relativa informazione genetica è collocata sul cromosoma W, che determina il sesso femminile negli uccelli, dove le femmine sono ZW e i maschi ZZ (nella nostra specie avviene il contrario: le femmine sono XX e i maschi sono XY). La seconda strategia messa a punto dal cuculo per vincere la corsa alle armi sta nella durata dell'incubazione delle sue uova - un po' più breve rispetto a quelle dell'ospite - così che il primo nato spinge brutalmente fuori dal nido i figli del padrone di casa non appena vengono alla luce. Terzo espediente: una macchia di un rosso intenso nella gola del piccolo cuculo, che negli uccelli suscita un irresistibile impulso a nutrire qualsiasi nidiaceo la metta in mostra. L'unica possibile difesa per gli ospiti è abbandonare al suo destino il figlio adottivo ricominciando con un nuovo nido e relativa covata. Oppure sbarazzarsi dell'uovo estraneo, con il pericolo però di buttare via - a causa del mimetismo - un proprio uovo invece di quello estraneo. Ma in alcune specie le uova dell'ospite e del parassita sono completamente differenti, eppure questo tipo di difesa non viene messa in atto. Come mai? I pareri sono opposti: alcuni biologi sostengono che il rapporto fra parassita e ospite è recente e la capacità di riconoscimento delle uova da una parte e di mimetismo dall'altra non è ancora evoluta. Zahavi sostiene invece che questa è già una situazione di equilibrio, perché siamo di fronte a un caso di mafia ornitologica. In sostanza, per gli ospiti è vantaggioso accettare il parassitismo come il male minore: chi butta fuori dal nido l'uovo estraneo o abbandona il nidiaceo adottivo per ritentare un'altra nidiata, si trova il nido distrutto per rappresaglia da mamma cuculo, che sorveglia da lontano la progenie affidata a balia. L'ipotesi di Zahavi è stata verificata recentemente in Spagna sul cuculo maculato Clamator glandarius, una specie tipica dell'Europa meridionale che depone le uova nel nido della gazza Pica pica. A differenza del nostro Cuculus canorus, il nidiaceo del cuculo spagnolo non espelle i compagni di nido, ma compete con loro per il cibo avvantaggiato dalla ben nota macchia rossa golare che esibisce ai genitori adottivi a più non posso. Nonostante ciò, a conti fatti, chi accetta un piccolo cuculo nel nido ha un successo riproduttivo più alto di chi lo caccia. La popolazione di gazza Pica pica è infatti due volte vittima dei cuculi, che spesso ne distruggono i nidi senza tanti riguardi per uova e nidiacei. Da notare che la razzia non viene fatta per fame, dal momento che i cuculi si nutrono di larve di insetti lepidotteri e non di uova. Perché allora distruggere i nidi? Per costringere la coppia a ricominciare da capo, così da poter aggiungere un uovo al momento della deposizione? Però le seconde nidiate sono molto a rischio, perché la coppia dei genitori adottivi ha davanti a sè ormai una breve stagione riproduttiva. Dall'analisi dei risultati l'ipotesi della mafia sembra proprio confermata. Nella popolazione esaminata l'86 per cento delle gazze che hanno espulso il piccolo cuculo si sono ritrovate il nido distrutto. Queste coppie hanno imparato la lezione: ricostruito il nido, e avuto un altro giovane cuculo in adozione, tutte lo hanno accettato; inoltre, avere un giovane cuculo in adozione significa correre minori rischi di incursioni: solo il 12 per cento delle coppie con cuculi hanno avuto il nido distrutto, contro il 22 per cento delle coppie non parassitate. Il nostro cuculo canoro non è stato ancora sottoposto a indagini, ma ci sono forti sospetti che sia mafioso quanto il suo collega spagnolo. Intanto, nella corsa alle armi evolutive fra i cuculi e i loro ospiti la prossima mossa tocca a questi ultimi, con la messa a punto di una qualche strategia antimafia. Peccato che i tempi dell'evoluzione siano dell'ordine di migliaia di anni: troppi, per trarre qualche suggerimento per i fatti di casa nostra. Maria Luisa Bozzi


SCIENZE DELLA VITA. CONVEGNO I giardini storici dimenticati
Autore: ACCATI ELENA

ARGOMENTI: BOTANICA, CONFERENZA, PRESENTAZIONE
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, TORINO (TO)

I giardini storici sono una parte importante del nostro patrimonio d'arte ma purtroppo non sono abbastanza conosciuti, tutelati e valorizzati. Molti giardini di eccezionale pregio dal punto di vista compositivo o botanico sono in cattive condizioni per scarsa o inadeguata manutenzione. Emblematico, in Piemonte, è il caso del Parco del Castello di Racconigi, esteso su di una superficie di oltre 170 ettari. La sua importanza deriva dal contributo dato nella seconda metà del XVII secolo dall'illustre architetto francese Andrè Le Notre che realizzò anche i giardini annessi alla reggia di Versailles e di Vaux-le-Vicomte. L'impostazione formale tipica dello stile francese fu in gran parte modificata nel 1787 dal Pregliasco, che, su indicazione della principessa Giuseppina di Lorena, fece suoi i nuovi criteri progettuali propri dello stile paesaggistico inglese. Una ulteriore consistente modificazione fu apportata nella prima metà dell'Ottocento in epoca carloalbertina da parte dell'architetto Xavier Kurten che eliminò ogni traccia di elemento formale impostando il parco in base al gusto romantico in voga all'epoca. Il lungo periodo di disinteresse seguito alla seconda guerra mondiale, fino alla definitiva acquisizione da parte dello Stato italiano, ha comportato danni gravi, con un progressivo inselvatichimento delle aree a bosco e la conseguente perdita dell'impostazione originaria. Gli interventi da alcuni anni intrapresi dalla Soprintendenza ai Beni architettonici ed ambientali del Piemonte hanno consentito di riportare all'antico splendore il complesso delle Margherie e in particolare le Serre dei fiori e degli agrumi progettate dall'architetto Carlo Sada. Anche la rete idrica, comprendente i bacini dal contorno irregolare e sinuoso voluti per lo svago dei reali e della corte, è in fase avanzata di ripristino. Grande importanza ha la realizzazione di un piano generale di ripiantamento degli esemplari arborei costituenti il parco, allo scopo di sostituire quelli morti, deperienti o in precarie condizioni di stabilità. Nell'Italia centrale uno degli esempi più interessanti di parco storico è il «Sacro bosco di Bomarzo». Nel XVI secolo il principe Vicino Orsini, staccandosi dalle regole di geometria e simmetria proprie del giardino all'italiana, realizzò un giardino popolato da gigantesche statue raffiguranti animali, mostri o realtà puramente fantastiche. Pur nel lodevole tentativo di far rivivere il parco grazie agli sforzi degli attuali proprietari volti a permettere una appropriata fruizione pubblica, il bosco necessita di una attenta opera di restauro vegetazionale che porti ad individuare le specie estranee all'impostazione originaria e consenta nuovamente di percepire quell'atmosfera di mistero e di sorpresa che il bosco nel passato trasmetteva ai visitatori. Anche nell'Italia meridionale numerosi sono i giardini di pregio in precarie condizioni di manutenzione. Villa Trabia a Palermo ne è un esempio. La straordinaria ricchezza botanica caratterizzante il giardino nei decenni passati, resa possibile anche grazie alle favorevoli condizioni climatiche del luogo, è progressivamente venuta meno a seguito di cure non adeguate. A testimonianza dello splendore passato del parco rimangono ancora monumentali esemplari arborei di Ficus ma gnoliodes localizzati in prossimità della villa e nel fitto della vegetazione del bosco. Le tematiche relative al giardino storico nei suoi più vari aspetti, che hanno dato origine a un progetto finalizzato del Consiglio nazionale delle ricerche, saranno al centro di un incontro che si terrà a Torino il 23 maggio, organizzato dalla Scuola di specializzazione in «Parchi e giardini» della facoltà di Agraria insieme alla facoltà di Scienze della Formazione, con l'intento di approfondire gli aspetti legati all'uso delle forme e dei colori nella composizione del giardino analizzandone gli aspetti tecnico-scientifici parallelamente a quelli estetico- filosofici. Per informazioni, tel. 011-729496. Elena Accati Università di Torino


SCIENZE DELLA VITA. PET THERAPY Un cane come medicina Benefici dai piccoli animali
Autore: BURI MARCO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, ANIMALI, DOMESTICI
LUOGHI: ITALIA

CHE bello sarebbe se l'uomo non dicesse più di «avere» un animale, ma di «essere» in rapporto con gli animali] Che gran passo avanti sarebbe nel tempestoso, controverso ed ambiguo rapporto tra due specie che vivono nello stesso habitat ma, a volte, tenendosi così lontani. Forse la Pet Therapy (terapia di appoggio con l'utilizzo dei piccoli animali) potrebbe essere un ulteriore tassello per un miglioramento della convivenza. Animali cacciati, sfruttati, allevati, abbandonati ed ora scoperti come potenziali forme terapeutiche per determinate patologie o condizioni disagiate dell'uomo. Questo tipo di terapia ha un duplice scopo: migliorare la qualità della vita ed avere una precisa azione di benessere in malattie sia fisiche che mentali. E' nata negli Stati Uniti nel 1972 per opera di una psicoterapeuta che si accorse degli effetti benefici procurati dal suo cocker ad un bambino autistico. Si sono moltiplicati studi e ricerche in varie direzioni ed oggi questa co-terapia viene utilizzata con successo sia nei pazienti con handicap motorio-sensoriale sia in pazienti psicotici. In quest'ultima patologia può agire facendo riacquisire abilità cognitive attraverso il feed-back (effetto impulso-risposta) fornito dagli animali. Questi attivano risposte nell'uomo per mezzo della loro gestione quotidiana e con reazioni emotive grazie all'interazione tra esseri viventi con linguaggi diversi. Il rapporto può avvenire non solo con cani e gatti, ma anche conigli, delfini, anatroccoli, cavalli, pesci ed uccelli. E' stato testato l'effetto bradicardizzante (rallentamento del battito cardiaco) ed ipotensivo sulla pressione sanguigna. Il gioco e la cura degli animali riduce l'ansia, facilitando i contatti sociali di persone sole, rompendo il loro isolamento. Coccole e carezze sono piacevoli da scambiare con soggetti che trasmettono tenerezza come i cuccioli in generale; ma anche l'impegno per la somministrazione del cibo, la pulizia del loro ambiente e il controllo della salute possono restituire alle persone la consapevolezza della loro individualità, in quanto si sentono utili e sanno di poter contare per qualcuno. Specialmente negli Stati Uniti alcuni animali sono stati avvicinati a strutture ospedaliere per malattie a lunga degenza, come per malati di Aids, sempre con effetti incoraggianti. Molti contatti di Pet Therapy si sono invece attuati nel nostro Paese nel mondo degli anziani. Questo dolce approccio delle persone anziane molte volte sole o chiuse in se stesse può offrire compagnia, un'attenzione maggiore alla vita, una responsabilità ed una profonda soddisfazione. L'interazione aumenta anche l'autostima combattendo gli agenti stressanti puramente psicologici, regalando momenti di allegria e distogliendo la persona da problemi ossessivi. L'animale ha un comportamento disinteressato ma accondiscendente ed è pronto a fornire affetto rispondendo alle nostre richieste, rimanendoci vicino in qualsiasi circostanza. Gli psicologi affermano che anche se non si stabilisce con l'animale un contatto fisico è sufficiente la sua presenza nell'ambiente dell'uomo per determinare un effetto rilassante. Da non dimenticare il benessere psichico e fisico creato dal contatto tra bambini e animali che favorisce una crescita equilibrata con conoscenza e rispetto migliore del mondo circostante. Sarà legalizzata l'introduzione dei piccoli animali anche nelle carceri come deterrente sui detenuti più violenti ma anche come tentativo di riabilitazione. Che possano riuscire pesci ed uccellini dove non è riuscito l'uomo? Marco Buri


SCIENZE DELLA VITA. BIOTECNOLOGIE E GRANDI APPARECCHIATURE L'Italia a rimorchio del resto d'Europa Tra spreco di risorse e carenza di investimenti pubblici e privati
Autore: GAVOSTO FELICE

ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA, BIOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: CNR AIRC, TELETHON
LUOGHI: ITALIA

IN Italia le risorse investite nella ricerca scientifica biomedica sono ancora insufficienti, inferiori a quelle di altri Paesi Europei. In effetti, dipendiamo da altri, in misura considerevole, per prodotti della biotecnologia e grandi apparecchiature, oltre che per l'elaborazione di programmi avanzati di ricerca e di rinnovamento. Questo handicap è anche la conseguenza del fatto che la nostra industria ha spesso trascurato il settore sanitario e farmaceutico, non investendo nella ricerca di nuovi prodotti e nuove apparecchiature. Il cammino verso l'Europa è dunque ancora in salita anche in questo settore. Le ragioni tuttavia non sono soltanto di natura finanziaria o di scelta di spazi industriali. Alla carenza di investimenti pubblici e privati, si sommano un notevole spreco nella distribuzione delle risorse e alcune gravi deficienze nella programmazione della ricerca sia sperimentale sia clinica e soprattutto nel controllo dei risultati. Il problema concerne - oltre che la mancanza di un sistema obiettivo, quale il cosiddetto criterio dei «peer reviewers» nell'assegnazione delle risorse da parte degli Enti pubblici - il controllo dei risultati, cioè un'importante funzione che in pratica è ignorata in Italia. In altri Paesi, il controllo dei risultati e dei prodotti ottenuti con le risorse assegnate a enti pubblici per la ricerca è di pertinenza del Parlamento o dell'esecutivo, le cui commissioni intervengono direttamente e drasticamente quando riscontrano carenza o inesattezza di risultati. Negli Stati Uniti è ormai codificato un reato: la frode scientifica. La sostanza del problema riguarda inoltre l'identificazione di ricercatori validi ed affidabili e la possibilità di arruolarli. Le assunzioni del passato, senza adeguata selezione e spesso favorite da dispositivi di legge, hanno provocato negli Enti pubblici mancanza di turnover ed aumento dell'età media dei ricercatori, frustrazioni e assenza di stimoli oltre che carenza di nuovi posti per i giovani. Nonostante la situazione «ambientale» sopradescritta, sono noti alcuni eccellenti risultati scientifici della ricerca sperimentale e clinica, concepita e svolta in Italia, a partire dagli Anni 60. Questi risultati, originariamente isolati in qualche centro, si sono progressivamente ampliati, particolarmente dopo l'inizio dei progetti finalizzati del Cnr e l'impegno, consistente anche in termini finanziari, dell'Airc e, più recentemente, di altre «charity foundations» come Telethon, oltreché la buona gestione del progetto di ricerca Aids da parte dell'Istituto superiore di sanità realizzata in questi ultimi anni. Una riflessione per i nostri politici: risorse destinate alla ricerca di livello europeo, controlli efficienti e reclutamento più selettivo dei ricercatori arricchirebbero notevolmente la ricerca biomedica italiana portandola ad un livello più competitivo rispetto agli altri grandi Paesi Europei. Felice Gavosto Ircc, Candiolo


SCIENZE DELLA VITA ANIMALI IN FOTO
NOMI: GHIRETTI MARIO, CELLI GIORGIO
ORGANIZZAZIONI: PARCO LA MANDRIA, MUSEO DI STORIA NATURALE, BBC
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, VENARIA (TO)

Il meglio della fotografia naturalistica mondiale è in mostra fino al 25 maggio nella sala convegni del Parco La Mandria a Venaria (Torino). Si tratta di 85 immagini selezionate fra le 17 mila pervenute da 64 paesi agli organizzatori, il Museo di Storia Naturale di Londra e la Bbc. La mostra, «Wildlife Photographer of the year», viene per la prima volta in Italia, e si svolge nell'ambito della Festa nazionale dei parchi. L'iniziativa è promossa dalla Provincia di Torino e dalla Regione Piemonte. Tra il resto è in programma una multivisione di Mario Ghiretti su testi di Giorgio Celli sul tema: «Animali, specchio dell'uomo». L'insieme delle mostre alla Mandria compone un ampio progetto per le scuole, con distribuzione di materiale didattico e un concorso, riservato agli studenti, con in palio un weekend a Londra per due persone. Domenica 18 maggio grande Festa della Natura e incontro (alle 15), con i migliori fotografi della Siaf che insegneranno come fotografare gli animali. Informazioni 011/68.28.712.


SCIENZE A SCUOLA. TRA MEDICINA E GEOGRAFIA L'insulina e le isole del Langerhans Non un arcipelago ma cellule del pancreas
Autore: BUONCRISTIANI ANNA

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, GEOGRAFIA E GEOFISICA
NOMI: LANGERHANS PAUL, LAGUESSE EDOUARD
LUOGHI: ITALIA

QUALCHE tempo fa gli spettatori di Striscia la notizia hanno assistito a una tirata d'orecchi data a Gerry Scotti: conducendo una trasmissione, aveva parlato delle «isole del Langerhans» come se fossero isole in senso geografico, la cui popolazione produceva in modo particolarmente efficace l'insulina. Non si chiedono certo approfondite conoscenze scientifiche a un conduttore televisivo, ma chiunque abbia fatto una scuola media superiore dovrebbe ricordare che nel pancreas sono presenti aggregati di cellule, detti appunto isole del Langerhans, dove si producono gli ormoni glucagone e insulina, regolatori del metabolismo dei carboidrati. In un certo senso, però, si potrebbe anche dire che geograficamente quelle isole esistono davvero. Si tratta dell'arcipelago di Madeira nell'Oceano Atlantico, dove Paul Langerhans morì nel 1888 dopo avervi soggiornato per 13 anni. Nato a Berlino 150 anni fa, il 25 luglio 1847, nella sua città aveva studiato medicina, laureandosi alla scuola di Virchow, il famoso fisiologo e antropologo. La tesi, intitolata «Studi sull'anatomia microscopica del pancreas» fu la prima ricerca approfondita su quell'organo (studiato nei conigli) e vi si segnalava la presenza di particolari aggregati cellulari, che poi, nel 1893, l'istologo francese Edouard Laguesse, abbinò al nome di Langerhans. In istologia il nome è però legato anche a certe cellule presenti nell'epidermide. Egli le aveva osservate per primo, dopo colorazione con cloruro d'oro, nel 1868, cioè l'anno precedente alla laurea, in un periodo in cui le sue ricerche erano indirizzate a nuovi metodi per colorare i preparati biologici da osservare al microscopio. Nel 1870 Langerhans accompagnò il geografo Heinrich Kiepert in una spedizione in Egitto e Palestina. In questa regione, stimolato dal grande interesse antropologico del suo maestro Virchow, eseguì misurazioni del cranio e di altre caratteristiche somatiche della popolazione. Medico militare nella guerra franco-prussiana, nel 1871 ottenne un incarico nell'ambito dei corsi di anatomia patologica all'università di Friburgo; nello stesso anno divenne libero docente. Nel 1873 riprese gli studi sulla pelle e la sua innervazione, dedicandosi inoltre a ricerche sulla muscolatura cardiaca e sull'apparato genitale maschile. Nel 1874 la tubercolosi interruppe questa promettente carriera. Langerhans cominciò un'odissea in Svizzera, Italia e Germania; nel 1875 decise di trasferirsi a Madeira, dove si recavano allora molti europei malati (vi soggiornò anche la famosa Sissi, imperatrice d'Austria). Là, grazie al clima, se non la guarigione si trovava almeno sollievo alle sofferenze. Langerhans non vi stette ozioso: esercitò la professione di medico nella capitale, Funchal; compì anche studi sulle cause della sua malattia, e in un manualetto descrisse le proprietà climatiche e curative del luogo. Alla vigilia dei 41 anni morì per un'infezione renale. I diabetici diventano tali a causa di una reazione autoimmune che distrugge le isole. Pochi giorni fa è stata annunciato una sorta di «vaccino» che può prevenire, per ora solo nei topi, la reazione autoimmune. Anna Buoncristiani


SCIENZE A SCUOLA LE PAROLE DELL'INFORMATICA - S
Autore: MEO ANGELO RAFFAELE, PEIRETTI FEDERICO

ARGOMENTI: INFORMATICA
LUOGHI: ITALIA

Scanner. E' uno dei dispositivi d'ingresso, «input devices», ossia un'unità per l'introduzione dei dati nel calcolatore. Più esattamente consente l'acquisizione di immagini che vengono tradotte in numeri e trasferite alla memoria del calcolatore. Idealmente lo scanner scompone l'immagine in un grandissimo numero di «elementi di quadro» o «pixel, picture elements», ottenuti con una pluralità di righe orizzontali e di colonne verticali, come su un foglio finemente quadrettato. La luminosità di ogni pixel è misurata da opportuni sensori ottici ed è espressa in numeri a vario livello di precisione. Ad esempio, in quel particolare scanner che è incorporato nel fax, la luminosità di ogni pixel è espressa da un solo bit, che indica se quel pixel è chiaro o scuro. Negli scanner per personal computer la luminosità è generalmente espressa da 8 bit, corrispondenti a 256 livelli di grigio. Negli scanner a colori, al dato di luminosità si aggiungono i valori dei rapporti fra le componenti di colore. In tal modo il numero dei bit per esprimere luminosità e colore di un pixel può essere pari a 24 bit, corrispondenti a oltre 16 milioni di colori diversi. La risoluzione spaziale, misurata dal numero di pixel per pollice (corrispondente a 2,54 centimetri), o dpi «dots per inch», «punti per pollice», di norma è di 300 X 300 dpi, ma può raggiungere i 2400 X 2400 dpi nei modelli più raffinati. Vi sono scanner da tavolo, per fogli di varia dimensione, generalmente A3 oppure A4, e scanner manuali, «handy scanner», che possono essere spostati manualmente sull'immagine che si vuole digitalizzare. Questi ultimi sono strumenti meno costosi, ma più imprecisi, essendo manovrati a mano dall'utente. Le immagini digitalizzate fornite dallo scanner possono essere modificate, ritoccandole oppure cambiandone dimensioni e colori, e possono essere inserite nei nostri documenti, migliorandone decisamente la qualità. Talora lo scanner è arricchito da un programma particolare, chiamato Ocr, «Optical Character Recognition», che riconosce ogni carattere, convertendo la sua immagine nel codice corrispondente. Il processo consente di ridurre drasticamente gli enormi volumi di informazioni richiesti dalle immagini e di trattare la pagina con gli strumenti classici per l'elaborazione dei testi.


SCIENZE A SCUOLA. UN CODICE PER IL WHALEWATCHING Non disturbare le balene Nel Mar Ligure nuota l'80 per cento dei cetacei del Mediterraneo
Autore: MORETTI MARCO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, DIDATTICA
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA
TABELLE: D.T.

A parte alcuni Paesi irriducibili (Norvegia, Islanda e Giappone), nel resto del mondo le navi prendono il largo per avvistare le balene, non più per cacciarle. Sulla spinta dell'interesse e dell'amore per la natura, il whalewatching - l'osservaizone dei cetacei - è diventato un'attività molto popolare: tra le immensità oceaniche del Pacifico come nel nostro piccolo Mar Ligure. La curiosità e l'affetto per i giganti del mare rischia però di disturbare le loro attività riproduttive e l'habitat in cui vivono. Per evitare che l'interesse si trasformi in danno, i whalewatcher devono attenersi a una serie di regole messe a punto negli ultimi anni dai National Parks and Wildlife Service di Paesi come gli Stati Uniti, il Canada, l'Australia e la Nuova Zelanda, dove le spedizioni ecoturistiche sono diventate un fenomeno di massa. La prima regola è non disturbare le balene: ogni mezzo si deve mantenere a una distanza minima stabilita dall'animale. I nuotatori con pinne e maschera possono avvicinarsi fino a 30 metri. I surfisti (compreso il windsurf), le barche a remi e i piccoli natanti a motore si devono fermare ad almeno 100 metri. Le imbarcazioni maggiori si devono mantenere tra i 150 e i 200 metri dai cetacei a seconda della dimensione. Per gli elicotteri il limite è di 400 metri. E per i Piper, Cessna e altri piccoli velivoli è di 300 metri. Durante l'avvicinamento uomini e mezzi devono ridurre al minimo l'impatto acustico: bisogna restare in silenzio e spegnere i motori delle barche. Se la balena agita la coda e la sbatte con violenza sulla superficie dell'acqua, manda un segnale inequivocabile: significa che si sente disturbata o aggredita; in questo caso non valgono le regole sulle distanze e qualunque mezzo deve allontanarsi. Un'altra regola base è che le imbarcazioni non devono mai inserirsi in un branco, perché rischiano di dividere le madri dai cuccioli, provocando un dramma. E i passeggeri non devono gettare nulla in mare e non dare cibo ai cetacei: l'oceano non è uno zoo. Marco Moretti -------------------------------------------------------------------- A due passi da casa nostra, nel bacino corso-ligure-provenzale nuota più dell'80 per cento dei cetacei del Mediterraneo: oltre mille balenottere comuni e circa 25 mila stenelle. Le balene si dividono in due sottordini: gli odontoceti (dentati) e imisticeti, che al posto dei denti hanno centinaia di fanoni, lamine di una consistenza simile a quella delle unghie. Il capodoglio (Physeter macrocephalus) è la più grande balena dentata degli oceani, il maschio raggiunge i 19 metri di lunghezza e le 70 tonnellate di peso. Herman Melville in Moby Dick lo descrive come «il più grande abitante del globo, la più terribile a incontrarsi di tutte le balene, la più maestosa d'aspetto, la più preziosa, essendo la sola creatura da cui si ricavi lo spermaceti». Il luogo più vicino per incontrare il capodoglio sono le isole Azzorre (Portogallo). L'isola di Pico, dopo la cessazione dell'attività baleniera nel 1984, è diventata il migliore indirizzo d'Europa per il whalewatching. Alle Azzorre non s'incontrano solo capodogli: nel 1995 sono stati avvistati 423 esemplari appartenenti a 12 diverse specie, tra cui l'orca (Orcinus orca), un cetaceo di 9 metri della famiglia dei delfini soprannominato «balena assassina» perché divora pesci e foche: le leggende marinare hanno alimentato il mito della sua malvagità, ma non sono mai stati segnalati attacchi all'uomo. Qui, come in tutti gli oceani, l'avvistamento dei dorsi incurvati tra le onde e dei celebri spruzzi è facile con il bel tempo: le probabilità diminuiscono col mare grosso. Il più spettacolare incontro col capodoglio lo si ha, tra ottobre e agosto, a Kaikoura in Nuova Zelanda, dove diversi operatori raggiungono i cetacei dal mare e dal cielo. E, oltre al capodoglio, si può vedere la balena pilota (Globicephala melaena): più di 5 mila esemplari nuotano nei mari della Nuova Zelanda, si muovono in branchi di anche 200 individui. La più grande migrazione dei Mari del Sud è però quella delle megattere, dette anche balene gobbe (Megaptera noveangliae): dall'Antartide attraverso la Nuova Zelanda raggiungono le acque delle Isole Fiji e della Grande Barriera Corallina Australiana per riprodursi. Le si avvista in tutte le isole della Barriera e soprattutto nell'arcipelago australiano delle Whitsunday. Un lungo viaggio per la stagione degli amori, simile a quello che le balene grigie compiono ogni anno dal gelido Mare di Bering alle acque calde della Baja California. Circa 6 mila esemplari (su 18 mila presenti nel Pacifico) raggiungono la laguna Ojo de Liebre (Messico) con un viaggio estenuante di 8 mila chilometri. E' una carovana marina in fuga: i giganti dell'Oceano viaggiano a una velocità di crociera di 6 miglia l'ora e non sostano nemmeno per mangiare. Una rotta collaudata da secoli per sfuggire ai rigori dell'inverno polare. In Baja California, tra dicembre e marzo, s'avvistano i loro enormi dorsi lucidi, colore dell'ardesia, sovrastati dal classico spruzzo - generato dai potenti soffi di aria e schiuma attraverso cui respirano. La laguna Ojo de Liebre è il luogo sacro dove si compie il rituale dell'accoppiamento. Accade ogni anno e dopo tredici mesi le balene ritornano nello stesso luogo per la festa del parto collettivo delle femmine. Le balene grige pesano fino a 40 tonnellate, distribuite su 15 metri di lunghezza. Nonostante la mole, gli enormi cetacei affiorano fra le onde per librarsi sulle acque con grandi salti: individuati dagli etologi come una vera e propria danza d'amore. Mamma balena dà alla luce cuccioli lunghi già 5 metri, del peso variante fra mezza e una tonnellata. I balenotteri bevono 190 litri di latte al giorno e aumentano il loro peso di quasi mezzo chilo all'ora. Meraviglie della natura a cui non sempre la scienza riesce a dare una spiegazione. E' il caso del transito delle balene nel canale del Mozambico, al largo di Anakao (Madagascar). Ogni anno, il 12 agosto, un branco passa nel canale durante il viaggio dall'emisfero boreale verso l'Antartide: un mistero, perché le balene sono senza dubbio animali abitudinari, la loro puntualità è però nell'ordine di settimane non di ore. Quelle che transitano nelle acque del Madagascar sono invece puntuali come un orologio svizzero. (m. m.)




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