TUTTOSCIENZE 29 gennaio 97


Ma è polemica «Non può funzionare»
Autore: M_FR

ARGOMENTI: ENERGIA, FISICA
NOMI: DORLAND WILLIAM, KOTSCHENREUTHER MARSHALL
ORGANIZZAZIONI: SCIENCE, ITER
LUOGHI: ESTERO, AMERICA, USA

IL metodo elaborato da Dorland e Kotschenreuther ha scatenato una serie di polemiche, prima fra tutte quella fra gli stessi autori e la prestigiosa rivista americana Scien ce, che in un numero del dicembre scorso, riportando i risultati dei due ricercatori, attribuiva loro l'opinione che l'Iter non funzionerà mai. Eppure il tono con cui i due annunciavano la notizia era tutt'altro che pessimistico, fin dal principio. Ma la replica di Dorland e Kotschenreuther non si è fatta attendere molto e, sul numero del 17 gennaio, Science ha pubblicato la lettera di risposta dei due, che ribadiscono le loro previsioni ottimistiche riguardo al funzionamento del reattore, qualora venissero apportate le modifiche che il loro metodo suggerisce. Scrivono gli inventori del sistema: «Riteniamo che alcuni lettori, forse influenzati dalle idee di Glanz - l'autore dell'articolo apparso su Science a dicembre - possano concludere che le nostre previsioni gettino delle ombre oscure sul futuro di Iter (...). Non c'è nulla di più lontano dalla realtà». Un boccone amaro per Scien ce, anche perché la protesta di Dorland e Kotschenreuther non è la sola e, sullo stesso numero, la rivista ha dovuto pubblicare altre lettere di ricercatori coinvolti nel programma sulla fusione nucleare, che con toni più o meno accesi accusano Glanz di aver frainteso il lavoro dei due. Bisogna comunque precisare che fino ad oggi nessuna teoria - neppure quella di Dorland e Kotschenreuther - è in grado di dimostrare in maniera definitiva se Iter funzionerà oppure no, perché le grandi dimensioni del reattore non consentono di effettuare delle stime precise. Alle previsioni ottimistiche si affiancano i pareri negativi, come quello autorevole di Bruno Coppi, del Massachusetts Institute of Technology, che col suo progetto Ignitor sviluppo' molti dei concetti che sono alla base del funzionamento dei reattori a fusione al plasma. (m. fr.)


PROGETTO INTERNAZIONALE Energia da fusione, passo avanti Calcoli ottimistici per il reattore «Iter»
Autore: FRONTE MARGHERITA

ARGOMENTI: ENERGIA, FISICA, PROGETTO
NOMI: DORLAND WILLIAM, KOTSCHENREUTHER MARSHALL
ORGANIZZAZIONI: ITER
LUOGHI: ESTERO, AMERICA, USA
TABELLE: D.T. La macchina Iter

SI chiama Iter la macchina che dovrebbe diventare il prototipo più avanzato di reattore a fusione nucleare: utilizzando il processo fisico che fa brillare il Sole e le stelle, dovrebbe dare all'umanità una nuova risorsa energetica. Non ancora realizzata a causa delle difficoltà tecniche da risolvere nella costruzione dei reattori, la fusione nucleare controllata promette energia pulita e praticamente inesauribile, essendo alimentata da elementi come il deuterio, disponibile in abbondanza nell'acqua. Frutto di una cooperazione fra Stati Uniti, ex Unione Sovietica, Europa e Giappone, Iter sarà il primo reattore nucleare a fusione in cui la miscela che alimenta la reazione raggiungerà la temperatura e la densità idonee affinché il processo possa automantenersi e produrre una quota di energia superiore a quella spesa per avviarlo. La progettazione del reattore è al centro di un'intensa attività tesa a perfezionarne le prestazioni prima dell'avvio ufficiale dei lavori di costruzione, che dovrebbero svolgersi fra il 1998 e il 2010. Un importante progresso per il miglioramento di Iter, ma che potrebbe ritardarne la realizzazione, è stato compiuto recentemente presso l'Istituto per le Ricerche sulla Fusione dell'Università del Texas. Affrontando uno dei problemi cruciali che potrebbero compromettere la resa energetica del reattore, William Dorland e Marshall Kotschenreuther hanno messo a punto un metodo per calcolare con precisione la quantità di calore che viene persa dal sistema a causa dei moti turbolenti delle particelle che compongono il plasma, che costituisce il carburante che alimenta la reazione di fusione nelle macchine tipo tokamak, come sarà Iter. Il plasma si ottiene riscaldando la miscela di trizio e deuterio in modo che gli elettroni che ruotano attorno ai nuclei atomici si distacchino dalla loro orbita; in questo modo tutte le particelle che compongono il fluido assumono una carica elettrica ed è possibile confinarle dall'esterno per mezzo di un forte campo magnetico. Per un reattore nucleare al plasma, quello della perdita di calore non è certo un problema da poco, se si considera che il sistema deve raggiungere temperature di milioni di gradi affinché possa verificarsi la fusione di due atomi, e che l'energia spesa per consentire il raggiungimento di tali temperature è tutt'altro che trascurabile. Per questo motivo per molti anni i ricercatori hanno studiato metodi per valutare la velocità con cui il calore viene disperso a causa del moto turbolento delle particelle che compongono il plasma che alimenta le macchine tipo tokamak; finora tuttavia i sistemi utilizzati si basavano sull'estrapolazione di dati sperimentali ed erano poco soddisfacenti. Il procedimento dei due ricercatori statunitensi si basa invece sui principi fisici ben noti che riguardano la conduzione del calore e, a detta degli autori, consente di fare dei calcoli molto precisi sulla sua velocità di dispersione. «Utilizzando questi metodi - ci spiega William Dorland - sarà possibile progettare gli esperimenti di fusione nucleare con maggiore accuratezza». I dati ottenuti sperimentalmente sembrano avvalorare la bontà del procedimento e, se saranno confermati, sarà necessario riprogettare alcune componenti strutturali di Iter. Tuttavia, anche se le operazioni di costruzione ne verrebbero rallentate, i miglioramenti apportati grazie all'applicazione del sistema elaborato presso l'Università del Texas avrebbero il merito di aumentare di molto la resa energetica del reattore. Sebbene si tratti solo di un prototipo sperimentale, Iter, nella cui realizzazione è coinvolto l'Enea con il suo programma per la fusione nucleare, sarà in grado di produrre una quantità di energia paragonabile a quella fornita da una centrale a carbone. Margherita Fronte


CORONARIE Alcol a piccole dosi Documentate le virtù terapeutiche dell'uso moderato di vino Effetti benefici nella prevenzione di trombi e aterosclerosi
Autore: PELLATI RENZO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, ALIMENTAZIONE
NOMI: RIMM ERIC, PAOLETTI RODOLFO
ORGANIZZAZIONI: BRITISH MEDICAL JOURNAL
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. Posizione del cuore nella cavità toracica

ERIC B. Rimm, epidemiologo della Harvard School of Public Health di Boston, esaminando 25 lavori pubblicati in varie parti del mondo ha potuto rilevare che l'azione positiva delle bevande alcoliche sulla malattia coronarica si manifesta indifferentemente dal tipo di bevanda (vino, birra, superalcolici), purché le dosi siano controllate. Il lavoro è apparso sul British Medical Journal. Dunque non sono i polifenoli caratteristici del vino rosso a proteggere le coronarie dai fenomeni di ischemia (in passato si è parlato molto di resveratrolo), bensì le piccole dosi di alcol. Infatti le persone che consumano dosi moderate di alcol hanno valori di colesterolo Hdl superiori rispetto agli astemi. Un altro effetto favorevole riguarda l'aumentata liberazione del t-Pa da parte dell'endotelio arterioso dei consumatori di dosi moderate di alcol rispetto ai soggetti astemi: il t-Pa è una sostanza il cui effetto è determinante nel ridurre la probabilità di formazione e stabilizzazione del trombo. I moderati consumatori di alcol, inoltre, hanno una concentrazione plasmatica di fibrinogeno (coinvolto nel meccanismo di formazione del trombo) più bassa degli astemi: tale condizione è determinante nella diminuzione del rischio coronarico. Infine dosi moderate di alcol possono essere efficaci nell'abbassare la concentrazione plasmatica di lipoproteina (a), pure considerata un fattore di rischio coronarico. L'azione protettiva dell'alcol si è rilevata anche negli studi cosiddetti «prospettici» (nei quali il consumo delle differenti bevande alcoliche viene valutato all'inizio del periodo di osservazione, e si segue poi nel tempo la comparsa della malattia coronarica nei soggetti con differenti abitudini di consumo). Gli studi prospettici sono considerati gli strumenti di ricerca epidemiologica più raffinati e meno esposti al rischio di errore: essi sono infatti gli unici studi nei quali le informazioni sul comportamento dei soggetti studiati vengono raccolte prima che l'evento clinico di cui si desiderano comprendere le cause abbia avuto luogo, e sono quindi quelli nei quali è più difficile che pregiudizi del medico o dei pazienti possano giocare un ruolo significativo. Secondo Rodolfo Paoletti (NFI, Nutrition Foundation of Italy), la probabile fonte dei differenti benefici che mostrano le bevande alcoliche nelle osservazioni epidemiologiche risiede nelle differenti modalità di consumo. Il vino, infatti, è in genere consumato a basse dosi durante i pasti, mentre per le bevande alcoliche, specie nel Nord Europa, l'assunzione è frequentemente diversa. Il peso degli effetti positivi dell'alcol nell'aterosclerosi non deve farci trascurare i possibili danni dell'assunzione smodata. Renzo Pellati


RICERCA PURA E RICERCA APPLICATA Come indurre al suicidio le cellule del cancro Un promettente studio fatto in Italia suggerisce di agire sui ribosomi
Autore: MANGIAROTTI GIORGIO

ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA, BIOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: TELETHON, OPSEDALE SAN LUIGI DI ORBASSANO, CELL
LUOGHI: ITALIA

CITTADINI e istituti privati sostengono volentieri la ricerca biologica applicata alla medicina (vedi i soldi raccolti dalle varie associazioni per la lotta contro il cancro o da Telethon, associazione per la lotta contro le malattie genetiche). Tuttavia cittadini e istitituzioni private che contribuiscono al sostegno di queste associazioni non sempre sanno che le vere svolte per la ricerca applicata vengono da improvvisi progressi della ricerca di base. Per illustrare questo nesso con un esempio, scelgo una scoperta che conosco bene, perché è stata fatta in questi mesi nel mio laboratorio presso l'ospedale San Luigi di Orbassano, ed è in corso di stampa sulla più prestigiosa rivista di biologia, «Cell». I ribosomi sono gli organuli cellulari che servono a sintetizzare le proteine. Essi stessi sono fatti da 4 molecole di Rna e da un centinaio di molecole di proteine. Noi abbiamo scoperto che l'assemblaggio di un ribosoma, cioè l'attacco delle proteine ai punti giusti dell'Rna, non è un evento spontaneo, ma dev'essere pilotato da altre piccole molecole di Rna presenti nel nucleo. Se un ribosoma è male assemblato (ha qualche proteina al posto sbagliato) non funziona o funziona male. Esso viene disassemblato dalla cellula, la quale evidentemente vuole proteggersi contro il rischio di produrre proteine sbagliate. Ora si tratta di scoprire quali molecole guidino il disassemblaggio dei ribosomi mal assemblati. Noi cerchiamo di farlo esaminando cellule di cui abbiamo inattivato a caso un gene: cerchiamo cellule incapaci di accelerare la crescita in funzione del mezzo di coltura. La formazione dei ribosomi è strettamente dipendente dalla velocità di crescita delle cellule. Se una cellula si duplica ogni 10 ore, contiene, poniamo, 10.000.000 di ribosomi. Se si duplica ogni 5 ore, ne contiene 20.000.000, perché in 5 ore deve fare tutte le proteine che faceva in 10 ore. Ma così dovrà fare il doppio di ribosomi in metà tempo. I ribosomi sono la sola struttura cellulare la cui velocità di formazione non cresce linearmente, ma geometricamente, con la velocità di crescita cellulare. Se una cellula non può disassemblare i ribosomi mal assemblati, più in fretta cerca di crescere e più facilmente si suicida. Per isolare e caratterizzare i mutanti che vogliamo ci vuole lavoro (e borse di studio) e ci vogliono apparecchi che da soli non possiamo comprarci. La chemioterapia dei tumori si è sempre basata sull'atto di colpire la duplicazione del Dna, per fermare la proliferazione cellulare. Così si bloccano però non solo le cellule cancerose ma tutte quelle che proliferano per ragioni fisiologiche. Se un farmacologo trovasse il modo di bloccare la o le proteine che provvedono a disassemblare i ribosomi male assemblati, costringeremmo le cellule cancerose a suicidarsi molto più selettivamente che con tutti gli altri farmaci antitumorali. Ecco che la nostra ricerca diventerebbe applicata, e forse qualche istituto bancario se ne accorgerebbe. Io mi domando: e perché non subito? Giorgio Mangiarotti Università Torino


FALENE AUSTRALIANE Ultrasuoni amorosi Fischi per attirare le femmine
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ETOLOGIA
NOMI: ALCOCK JOHN
ORGANIZZAZIONI: NAMBUNG NATIONAL PARK
LUOGHI: ESTERO, OCEANIA, AUSTRALIA

JOHN Alcock è un famoso entomologo che ci sta svelando aspetti finora sconosciuti della vita degli insetti, la categoria di animali più numerosa - i due terzi delle specie conosciute - ma anche la meno nota. L'uomo non ha simpatia per le formiche o le cavallette. Se ne occupa solo quando interferiscono con le sue attività o con i suoi interessi economici. E invece via via che si scoprono i segreti degli insetti scopriamo un microcosmo affascinante. Era già una scoperta sensazionale la tecnica che usano le farfalle femmine, nella grande maggioranza delle 125 mila specie conosciute, per richiamare il partner lontano quando giunge l'epoca degli amori. Lanciano nell'aria sostanze volatili dal profumo straordinariamente penetrante, i feromoni, che attirano i maschi anche da enormi distanze. Ad esempio, il feromone emesso dalla farfalla luna che vive negli Stati Uniti orientali è un richiamo sessuale così potente che attira i maschi da vari chilometri di distanza. Ebbene, adesso John Alcock scopre che esiste una specie di farfalle notturne, la Hecatesia exultans, in cui anziché la femmina è il maschio il più fornito in fatto di sex appeal. E' lui che lancia il suo richiamo sessuale. Ma - qui sta la novità - invece di servirsi del canale olfattivo, cioè dei feromoni, il farfallino usa il canale acustico. Cosa fa? Pensate un po'. Fischia. Si tratta però di un fischio a ultrasuoni, della frequenza di trenta chilohertz, ben al di sopra del nostro limite massimo di udibilità, che è di circa venti chilohertz. Soltanto una minima parte del suono viene percepita dal nostro orecchio sotto forma di un debole ronzio. La serenata d'amore non avviene poeticamente di notte, come succede per le altre falene, avviene invece in pieno giorno. Altra anomalia. Non è facile ad Alcock arrivare a questa scoperta. Lo studioso deve recarsi nel Nambung National Park, una riserva caldissima e stepposa che si estende lungo la costa desertica dell'Australia occidentale lambita dall'Oceano Indiano. E deve usare un detector per pipistrelli, capace di convertire le frequenze superiori ai venti chilohertz in frequenze più basse che rientrano nel raggio dell'udibilità umana. Solo in questo modo riesce a scoprire la presenza della Hecatesia exultans, un insettino non più grande di una moneta, dalle ali screziate bianche e nere. La farfallina è posata su un cespuglio e tiene le ali sollevate verticalmente, quasi congiunte. Le ali vibrano e ogni vibrazione provoca un ronzio. Osservando l'insetto più da vicino, Alcock nota che le ali anteriori portano una strana struttura, un bernoccolo nero al di sopra del quale vi è una striscia di membrana increspata. Nel momento in cui la Hecatesia exultans canta, le protuberanze delle due ali battono l'una contro l'altra come un paio di nacchere. Le membrane sottili vibrano e l'ultrasuono che producono viene amplificato dalla camera di risonanza formata dalle ali a cupola. Vi sono altre due specie che appartengono allo stesso genere. Sono la Hecatesia thyridion e la Hecatesia fenestrata. Ambedue posseggono a metà del bordo anteriore delle ali lo stesso bernoccolo indurito circondato da un semicerchio di cuticola increspata. Però, a differenza della «exultans», che canta solo quando si posa su di un substrato, le due specie affini cantano mentre sono in volo. E non c'è bisogno di nessun convertitore speciale per sentire la loro voce. Il richiamo che emettono è chiaramente udibile dal nostro orecchio. Non si capisce perché questi insetti vengano comunemente chiamati «falene fischianti» e non piuttosto «ronzanti», dato che il loro richiamo è avvertito dall'uomo come un distinto ronzio. Naturalmente, una volta scoperto il richiamo acustico, Alcock si domanda quale sia la sua funzione. Hanno voce soltanto i maschi, come avviene in molte specie animali, dagli uccelli canori alle cicale o ai grilli? Proprio così. Con la pazienza da certosino che contraddistingue gli entomologi, Alcock riesce a catturare un certo numero di farfalline e ad apporre una macchietta di colore sulle ali dei maschi. Si accorge così che i canterini sono soltanto loro, proprio come aveva sospettato. E cantano nel loro misterioso linguaggio ultrasonoro per le stesse ragioni per cui cantano usignoli e cicale di sesso maschile, cioè anzitutto per tener lontani i rivali dal loro territorio. Straordinariamente fedeli allo stesso luogo di appostamento, i maschi della Hecatesia exultans lo mantengono per vari giorni di fila. E sono nettamente distanziati gli uni dagli altri. Chiaro segno che ciascuno possiede un ben determinato territorio. Se in qualche rara occasione un individuo varca i confini di un vicino, questi gli si precipita contro e i due ingaggiano un furioso duello volando e ronzando. Solo in casi come questo, Hecatesia exultans emette ultrasuoni in volo. Rimaneva da accertare se i ronzii ultrasonori funzionassero anche da richiamo sessuale per attirare le femmine. E in un felice esperimento Alcock riesce a vedere tre femmine che volano senza esitazione verso i maschi canterini. Non appena si avvicinano, i maschi senza por tempo in mezzo le raggiungono e le triplici nozze si compiono in un lampo. Non solo. E' come se le femmine esercitassero una sorta di eccitazione sui maschi. Perché, all'avvicinarsi delle compagne, i cantori intensificavano del 10 per cento la frequenza dei loro canti. Conosciamo ora una parte della storia delle farfalline fischianti. Ma rimane avvolta nel mistero la ragione per cui questo piccolo gruppo di falene australiane abbia preferito al tradizionale canale olfattivo quello a base di ultrasuoni. E la ragione per cui sono i maschi a chiamare le femmine e non viceversa. Misteri che qualche altro zoologo dotato di altrettanta certosina pazienza riuscirà prima o poi a svelare. Isabella Lattes Coifmann


TUTTOSCIENZE SCUOLA. INGLESE Phosphorus, portatore di luce
Autore: CARDANO CARLA

ARGOMENTI: CHIMICA, LINGUISTICA
LUOGHI: ITALIA

ECCO un brano in inglese che ci permette di completare la rassegna degli elementi chimici più comuni, questa volta considerando la composizione delle forme viventi. «A living cell is composed of a restricted set of elements, six of which (Carbon, Hydrogen, Ni trogen, Oxygen, Phosphorus, Sulfur) make up more than 99% of its weight. This composition differs markedly from that of the earth crust and is evidence of a distinctive type of chemistry. What is this special chemistry and how did it evolve? The most abundant substance in the li ving cell is not special at all, sin ce it covers two-thirds of the earth's surface. Water accounts for about 70% of the weight of cells, and most intracellular reactions occur in an aqueous environment (...). If we disre gard water, all but a minor fra ction of the molecules of a cell are carbon compounds, which are the subject matter of organic chemistry. Carbon is outstan ding among all the elements on earth for its ability to form large molecules; only silicon comes anywhere close, and it is a poor second. The carbon atom, be cause of its small size and four outer-shell electrons, can form four strong covalent bonds with other atoms. Most impor tant, it can join to other carbon atoms to form chains and rings and thereby generate large and complex molecules with no obvious upper limit to their size. The other abundant atoms (H, N, O) in the cell are also small and able to make very strong co valent bonds» («Molecular Biology of the Cell», 1994, Garland Publishing, Inc., New York & London). Carbon: vocabolo la cui traduzione (carbonio, simbolo C) non dovrebbe far sorgere dubbi malgrado la forte somiglianza, non casuale, con la parola italiana carbone: le due parole derivano entrambe dal latino carbo, che significa proprio carbone. E' noto che il carbone (coal in inglese) è costituito in larga misura da carbonio. Attenzione alle parole derivate: hydro-carbons non sono gli inesistenti idrocarboni, come qualcuno ogni tanto traduce, bensì gli idrocarburi. Phosphorus: dal greco pho sphoros = portatore di luce. Si tratta del fosforo, simbolo P. Sulfur: oppure sulphur, esattamente come in latino. Zolfo, ma anche solfo, in italiano. Weight: significa «peso»; derivano: weight mean (o weight average): media ponderata. In chimica importanti sono atomic weight e Molecular weight. Evidence: parola molto usata negli scritti scientifici, nei quali ha il significato di: prova, prove. Tradurre con «evidenza» significa usare un anglicismo. Environment: «ambiente», nel senso di territorio circostante, come nel presente brano, oppure condizioni ambientali; environ mental sound: rumori di fondo. Bond: in chimica significa legame: covalent bond, ionic bond. La stessa parola viene ampiamente usata anche nel linguaggio economico-finanziario. Chain: catena, ci si riferisce qui alle catene di atomi di carbonio, tipiche dei composti organici. Chain reaction significa reazione a catena, chain reactor reattore nucleare. Carla Cardano


NUOVI FARMACI Contro il killer ipertensione I buoni risultati di una nuova molecola
Autore: TRIPODINA ANTONIO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. Visione anteriore del cuore; Visione posteriore del cuore

SE si considera che nei Paesi industrializzati le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morte e che l'ipertensione arteriosa essenziale è la condizione ad esse più frequentemente associata, si comprende perché è importante trovare nuovi farmaci per migliorare il controllo di questa subdola affezione. L'ipertensione arteriosa può non dare alcun segno di sè per molti anni, ma nel frattempo provocare danni al cuore (ipertrofia ventricolare, scompenso, coronaropatie), al cervello (è la maggiore causa di ictus cerebrale), al rene (nefroangiosclerosi). Per questo motivo è stata definita «killer silenzioso». Da qui l'assoluta necessità di diagnosticarla e curarla il più precocemente possibile. Fino a non molto tempo fa i farmaci ipotensivi avevano effetti collaterali non indifferenti, per cui era arduo convincere qualcuno che si sentiva bene a stare peggio. Negli ultimi decenni si sono fatti enormi progressi nella comprensione dei complessi meccanismi che regolano la circolazione e che portano all'ipertensione. Sulla base di queste conoscenze sono arrivati numerosi farmaci appartenenti a classi chimiche diverse che, oltre ad agire in modo più mirato sui diversi fattori coinvolti nei singoli casi di ipertensione, sono anche molto più rispettosi della qualità della vita. Di recente ha visto la luce una nuova classe di farmaci che agisce inibendo l'attività biologica dell'angiotensina II, la sostanza più attiva del sistema renina - angiotensina - aldosterone, attraverso il blocco del suo recettore AT1. Il capostipite di questa nuova classe di farmaci ipotensivi è il losartan potassico. Il sistema renina-angiotensina-aldosterone è il più importante per la regolazione della pressione arteriosa e il mantenimento dell'equilibrio idro-salino. E' un sistema complesso a cui partecipano vari organi: il fegato produce e immette in circolo una glicoproteina chiamata «angiotensinogeno», che viene trasformata dalla «renina», un enzima prodotto dal rene, in «angiotensina I»; questa, sotto l'azione dell'enzima «di conversione» ACE (angiotensin-converting enzyme), presente in particolare nell'endotelio dei piccoli vasi polmonari, viene a sua volta trasformata in «angiotensina II»; che è la sostanza fondamentale di tutto il sistema, quella a cui si devono le azioni più significative. I farmaci attualmente più usati nell'ipertensione, gli ACE-inibitori, agiscono a questo livello, bloccando l'enzima di conversione e quindi anche la formazione di angiotensina II. Ma cosa fa l'angiotensina? Svolge essenzialmente una duplice funzione: da una parte esercita una potente vasocostrizione, sia agendo direttamente sulla muscolatura liscia delle arteriole, sia facilitando l'azione della noradrenalina; dall'altra, attraverso la stimolazione della sintesi dell'aldosterone (ormone mineralo-attivo della corteccia surrenale), svolge un'azione di ritenzione di acqua e sali (aumentando in questo modo il volume circolante). La molecola di losartan, legandosi elettivamente al recettore AT1, impedisce all'angiotensina II di svolgere la sua azione biologica di vasocostrizione e di ritenzione idro-salina, a cui consegue un abbassamento della pressione arteriosa, sia sistolica che diastolica. Il tempo dirà se i nuovi farmaci antiipertensivi sono superiori a quelli esistenti in termini di tollerabilità e di efficacia. E' comunque importante avere uno «scudo» in più da opporre al nemico silenzioso, che, è bene ribadirlo, con le sue complicanze sta al primo posto come causa di morte. Antonio Tripodina


TUTTOSCIENZE SCUOLA. IL PADRE DI ATOMI E MOLECOLE Il numero di Avogadro: un sei seguito da ventitrè zeri Ristampati i «Saggi e memorie sulla teoria atomica», scritti tra il 1811 e il 1838
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: STORIA DELLA SCIENZA, MATEMATICA, FISICA
PERSONE: AVOGADRO AMEDEO
NOMI: AVOGADRO AMEDEO
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, TORINO (TO)

UN 6 seguito da 23 zeri: cioè seicentomila miliardi di miliardi. Arrotondando un po', è il «numero di Avogadro». Il quale Avogadro - Amedeo conte di Quaregna - non lo trovò, nè seppe mai che quel certo numero avrebbe immortalato il suo nome nei libri di chimica e di fisica. Ma intitolarglielo è stato un giusto riconoscimento. Perché in quattro pagine scritte nel 1811 in lingua francese fu lui a redigere l'atto di nascita dei concetti moderni di atomo e di molecola. Raccolte nel 1911 da Icilio Guareschi, quelle pagine, e altre che le completano, erano diventate ormai introvabili. Rimedia ora l'editore Giunti, pubblicando, a cura di Marco Ciardi, «Saggi e memorie sulla teoria atomica», dove ritroviamo tutti gli scritti su questo tema che Avogadro produsse tra il 1811 e il 1838 (150 pagine, 35 mila lire). Lorenzo Romano Amedeo Carlo Avogadro - questo il nome completo - nacque a Torino il 9 agosto 1776 da Filippo, conte di Quaregna e Cerreto e da Anna Vercellone. Lo scrittore Gian Piero Bona, che vive sulla collina di Moncalieri, può vantarsi di essere un suo pronipote: anni fa tra le carte di famiglia ne trovò ancora una lunga lettera inedita e la consegnò all'Università di Torino. Magistrato e poi senatore del regno di Sardegna, il padre impose al figlio gli studi giuridici, ma Amedeo riuscì poi a darsi una formazione scientifica seguendo i corsi del fisico Vassalli Eandi, tanto che nel 1809 divenne professore di matematica e fisica al Regio Collegio di Vercelli. Fu lì che maturò il nuovo concetto di atomo e di molecola. Alla base c'è l'ipotesi che volumi uguali di gas differenti contengono un numero uguale di molecole a parità di temperatura e di pressione. L'idea presuppone che nella materia allo stato gassoso il volume delle molecole sia trascurabile rispetto alla distanza che le separa. Ma non è tutto. Per mettere d'accordo questa tesi con gli esperimenti di chimica e di fisica che allora si andavano facendo, nei quali Gay-Lussac e Dalton avevano messo in evidenza le proporzioni fisse secondo cui gli elementi chimici si combinano, Amedeo Avogadro dovette introdurre il concetto di molecola come insieme di atomi, talvolta appartenenti allo stesso elemento. L'idrogeno, ad esempio, di solito sulla Terra non è allo stato atomico, ma in forma di molecole costituite da due atomi legati tra loro. Si spiegava così, per esempio, come mai un dato volume di idrogeno (H) e un dato volume di cloro (Cl), combinandosi, diano due volumi di acido cloridrico (HCl): dipende dal fatto che sia l'idrogeno sia il cloro hanno molecole formate da due atomi. Più precisamente, Avogadro fece una distinzione tra gli atomi, che chiamò «molecole elementari» e molecole vere e proprie, che chiamò «molecole costituenti». Questa geniale intuizione rimase ignorata, se non incompresa, per mezzo secolo, finché il chimico Stanislao Cannizzaro (1826-1910) non ne afferrò tutte le importanti implicazioni, impegnandosi per imporla in campo scientifico. Troppo tardi perché il padre dell'idea potesse compiacersi del riconoscimento: Amedeo Avogadro morì ottantenne il 9 luglio 1856, prima che il Cannizzaro compisse il suo lavoro di riscoperta. Il «numero di Avogadro» è il numero delle molecole contenute in una grammomolecola, e di conseguenza il numero di atomi contenuti in un grammoatomo: cioè, ad esempio, in 2 grammi di idrogeno, in 32 grammi di ossigeno o in 44 grammi di anidride carbonica. Con Avogadro l'antichissimo concetto di atomo che dobbiamo al filosofo greco Democrito entra definitivamente nella scienza moderna: la storia della fisica degli ultimi 150 anni è, in buona parte, l'approfondimento di quella nozione, prima per individuare meglio gli atomi, poi per stabilirne la struttura complessiva (un nucleo circondato da elettroni), quindi per analizzare il nucleo (protoni e neutroni), infine per scoprire le particelle elementari che costituiscono protoni e neutroni (i quark). Da Einstein, con l'analisi del moto browniano delle molecole di un liquido, fino a noi che viviamo nell'era post-atomica, tutti siamo debitori ad Avogadro di quella intuizione del 1811. La determinazione ultraprecisa del «numero di Avogadro» è tuttora una sfida per i metrologi, che con metodi raffinatissimi cercano di migliorare di qualche decimale il valore di 6,02296 per 10 elevato alla ventitreesima (più/-0,00017). In certo modo, dunque, il lavoro avviato da Avogadro, è ancora in corso. Piero Bianucci


SOCIOBIOLOGIA La stupidità umana mette in crisi Darwin
Autore: SALZA ALBERTO

ARGOMENTI: BIOLOGIA, ANTROPOLOGIA E ETNOLOGIA
NOMI: SALZA GIORGIO
LUOGHI: ITALIA

PENSANDO alla frase di Schiller «Anche gli dei si arrendono agli stupidi», non possiamo affermare che questo: gli scienziati non sono da meno. In un incontro con Giorgio Salza (nessuna relazione con lo scrivente), del Dipartimento di Sociologia dell'Università di Torino, abbiamo cercato di considerare il comportamento degli stupidi sotto gli aspetti sociobiologici. A scopo paradigmatico abbiamo preso la definizione di stupido fornita da un grande economista, Carlo M. Cipolla: «Stupido è colui che fa un'azione che reca danni (morali, materiali e di ogni sorta) a un'altra persona, senza ricavarne alcun guadagno, anzi, spesso realizzando una perdita per se stesso». Su questa base ci è subito parso di essere circondati da stupidi. Ma Giorgio Salza mette in guardia: le definizioni di stu pido derivano da un preciso set culturale di caratteristiche variabili nel tempo. Fino a inizio 900, «stupido» e «idiota» erano categorie medico-diagnostiche; oggi sono insulti. Passiamo dunque a esaminare il problema prescindendo dalla definizione e accettando una visione gestaltica dello stupido: uno stupido è tale perché, agli occhi di un segmento di popolazione e per motivi sconosciuti, egli appare stupido. La domanda è: dato che l'evoluzione funziona anche attraverso la selezione dei meno adatti, perché gli stupidi? Obietta Giorgio Salza: «Attenzione, posta in questo modo, la domanda mina l'evoluzionismo, non gli stupidi. Mette sotto accusa i meccanismi selettivi. Occorre, più precisamente, chiedersi: perché l'evoluzione non seleziona gli stupidi?». Tra gli animali, lo stupido, l'inetto, il malato, vengono direttamente selezionati dai predatori, favorendo così la sopravvivenza dei conspecifici. Tutti noi, però, sappiamo che gli stupidi umani non funzionano a questo modo. Tra di noi, lo stupido è piuttosto un opportunista di nicchia, che riesce a cavarsela inserendosi in qualsiasi ambiente e sostituendosi gradualmente al non stupido (almeno, questa è la nostra percezione). In questo senso, gli stupidi ci portano a riconsiderare l'evoluzione umana. Senza scordarci di essere animali (soggetti alle pressioni degli ambienti esterni), dobbiamo valutare il fatto che siamo dotati di cultura. La cultura diventa un ambiente interno (endohabitat) in cui i meccanismi evolutivi funzionano in modo analogo a quelli esterni, ma (ovviamente) non sono direttamente percepibili, se non con le manifestazioni del corpo (comportamento). In questo senso, è più corretto parlare di comportamento stupido e non di stupidi tout court. Un ricercatore che si rende conto di lavorare in un'istituzione idiota e perniciosa per l'umanità, e non si ribelli perlomeno andandosene altrove, concretizza un comportamento stupido per sè; mentre se se ne va, è uno stupido per la maggioranza degli altri. E' attraverso questi comportamenti «stupidi» che si sono avute le rivoluzioni scientifiche. Tra i primati, il gioco individuale assolve le stesse funzioni, in quanto generatore di comportamenti non stereotipati (senza ritorno energetico del cibo bruciato nell'attività), i quali, testati nell'ambiente, potranno poi affermarsi nella popolazione attraverso le interazioni intraspecifiche. E' il meccanismo per cui si hanno le invenzioni (non le scoperte). Noi riteniamo che sia stupido (sic) separare o quantificare le percentuali generatrici di forme anatomiche e comportamentali attraverso la distinzione tra genetica e ambiente. E' come chiedersi, per l'area di un rettangolo, se conti di più il lato lungo o quello corto. Il comportamento stupido si genera tra i rumori di fondo della complessità, dove i sistemi di regole non sono isolabili: non si nasce stupidi, ma, neppure lo si diventa. La stupidità deriva da una sorta di Dna comportamentale, un set di informazioni che possono, se attivate opportunamente, generare comportamento stupido. Dato che la mente umana (in qualità di endohabitat) è un sistema complesso ad alta sensibilità alle condizioni iniziali, e considerate le più recenti ricerche sull'architettura fine del cervello, ne risulta che il comportamento stupido non è tipico di un uomo stupido, ma è probabilisticamente evolutivo, in quanto mette d'accordo il cervello dell'individuo con ciò che fa, garantendone la sopravvivenza culturale e, di conseguenza, fisica. Tra gli animali, si sopravvive attraverso due dinamiche: la lotta per il pasto e la lotta per la vita. E' per questo che, talvolta, la gazzella batte il leone. Lo stupido riesce ad affermarsi (e a diffondersi attraverso meccanismi che appaiono pericolosamente vicini a quelli genetici, in quanto educatore di figli) perché ha «un impegno verso la sopravvivenza», come dice Giorgio Salza. Al quale ho chiesto di farmi un esempio di comportamento stupido. «Tradire la moglie e poi andarglielo a dire», mi ha risposto: si parte da un più2 (2 partner attraverso cui perpetuare i propri geni) per arrivare a un bilancio di 0 (e all'autocommiserazione); si fa del male agli altri, ricavandone un danno. Personalmente ho domande irrisolte. Sareste in grado di elaborare una fisiognomica (caratteri esterni, tratti di viso...) dello stupido? Dato che, come dice Cipolla nella sua Prima Legge Fondamentale: «Sempre ed inevitabilmente, ognuno di noi sottovaluta il numero di stupidi in circolazione» (il che disegna inquietanti scenari per la democrazia: una testa un voto), per poi finire nella Seconda Legge Fondamentale («La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica di tale persona»), non vediamo forse uno straordinario adattamento al mimetismo da parte dello stupido? Che livrea ha, quando si muove tra noi? Qual è il suo bilancio se tira sassi da un cavalcavia (è davvero stupido o ne trae un vantaggio criminale, come un perverso prestigio)? I suoi vantaggi devono superare gli svantaggi, altrimenti andrebbe in rosso e dovrebbe estinguersi. La vera domanda, conclude Salza, è: evolutivamente parlando, come mai ci sono gli intelligenti, tra gli stupidi? E cita l'Enunciato no 7 del Tractatus Logico-Philosophicus di Wittgenstein, riguardo ai concetti di ridondanza: «Su ciò, di cui non si può dir nulla, si deve tacere». Alberto Salza


IN AFRICA La tribù fa studiare lo sciocco
Autore: A_SA

ARGOMENTI: ANTROPOLOGIA E ETNOLOGIA, BIOLOGIA
LUOGHI: ESTERO, AFRICA, KENYA

NELLE mie scorribande alla ricerca di fossili e di modelli di ecologia umana tra le savane semidesertiche che circondano il lago Turkana, in Kenya, ho incontrato spesso un guerriero samburu, con il dovuto corredo: treccine impastate d'ocra, pittura facciale, ocra rossa sul collo e sul torace, monili di perline colorate, lobi bucati in cui entravano tappi di barattoli e antennine da marziano, straccio rosso alla vita, spada, mazza da combattimento e lancia. Pascolava le sue capre tra i monti Ndoto e come riuscisse a farle sopravvivere è un mistero. Tutte le volte che ci si vedeva, cercava di chiedermi, nel suo stento kiswahili (la lingua franca della zona), notizie del fratello minore che andava a scuola a Opiroi, un centinaio di chilometri di orrore più in là. Il ragazzo-pastore era giovane, ma aveva una solida aria di autosufficienza e di responsabilità, che traspariva da tutto l'atteggiamento corporeo e dall'intelligenza degli occhi. La prima volta che andai alla scuola governativa a trovare il fratellino, invece mi trovai davanti a un essere umano vacuo, superbo, inetto, intento a chiedere soldi e aiuto a chicchessia, preoccupato solo del pastone di mais e fagioli che è il cibo degli scolari kenyoti. Poche parole bastavano a farlo apparire come un idiota. Naturalmente, ogni volta che risalivo all'altopiano riferivo al pastore che il fratello andava benissimo a scuola, che sarebbe divenuto un maestro e, chissà, un funzionario governativo, un ministro. Il ragazzo mi sorrideva, mi offriva un po' di latte e sangue, e spariva nel bush, a sopravvivere un altro anno tra razzie di predoni e siccità. Dopo qualche tempo, incontrai il padre dei due ragazzi. «Ma come li scegliete, voi Samburu - chiesi -, quelli da mandare a scuola? Il tuo figlio selvatico sembra già un uomo e vive tra le capre; l'altro è un babbeo e pensa di far fortuna in città». «Tra noi - mi rispose il vecchio - se un bambino è intelligente, attivo, responsabile, diventa un esperto nell'accudire alle capre, per poi passare alla classe dei guerrieri. Ci protegge e incrementa con la guerra il capitale della tribù (oltre che quello della famiglia). Questi sono i ragazzi che teniamo tra noi. Gli altri, i deboli e gli stupidi, li mandiamo a scuola. Così, almeno, hanno una chance». Questa selezione tribale è autodistruttiva. I Samburu non comprendono che i loro figli stupidi arriveranno forse all'università (consumando intere greggi per le tasse, pagate dalla collettività della famiglia allargata, con pesanti danni economici ai ragazzi intelligenti), per poi passare davvero a posti di responsabilità. La tragica situazione in cui verte la scuola rurale del Kenya (e di buona parte dell'Africa) è che l'educazione è affidata agli stupidi tribali. Un preside della zona samburu, in un anno, ha messo incinte 23 ragazze, distruggendo la loro vita (tra i Samburu, una ragazza può avere rapporti sessuali prima del matrimonio, ma non rimanere incinta, perché nessuno la sposerà). Che il dio dei Samburu, Ngai, lo maledica. Nello stesso tempo, le posizioni di micropotere entrano nella struttura tribale (tasse, controlli governativi del territorio, economia di mercato) tramite gli acculturati. Il guaio è che, per gli uomini responsabili, le intermediazioni dei funzionari che sono stati a scuola vengono espletate da persone evidentemente stupide. Manca quindi totalmente il rispetto per le persone delegate al potere (non all'autorità, una distinzione molto precisa in Africa). Non vogliamo dire che sia sempre così. Ma i casi sono numerosi e poco aiutano a cambiare opinione gli aiuti internazionali, sempre intermediati dagli scolarizzati, e spesso, di per sè, stupidi alla fonte. La mancata selezione naturale di una parte di popolazione tribale (sostituita dalla «cultura») sta mettendo in ginocchio un continente. Per stupidità. (a. sa.)


Per le scimmie l'intelligenza è diversa I criteri di giudizio spesso devono essere ribaltati
Autore: BENEDETTI GIUSTO

ARGOMENTI: ETOLOGIA
NOMI: KOHLER WOLFGANG
LUOGHI: ITALIA

CORRE l'anno 1917: mentre buona parte del genere umano è impegnata a fornire una delle più spettacolari dimostrazioni di stupidità della storia (la prima guerra mondiale), lo studioso tedesco Wolfgang Kohler pubblica il saggio «Prove di intelligenza su scimmie antropoidi», frutto di quattro anni di lavoro in compagnia di nove scimpanzè nella tranquillità delle isole Canarie. Gli studi di Kohler sono un classico della psicologia animale (quella che, in un secondo tempo, si sarebbe chiamata etologia): dimostrano come gli animali - o almeno alcuni di essi - non siano affatto delle macchine biologiche rigidamente guidate nelle loro azioni dal semplice istinto, ma al contrario siano capaci di elaborazioni mentali abbastanza complesse e certo al di sopra di quelli che, a quei tempi, erano considerati i loro limiti. Le scimmie antropomorfe, che Darwin aveva scandalosamente apparentato all'uomo più di mezzo secolo prima, rivelavano dunque di somigliarci non solo fisicamente ma anche mentalmente. In parole povere, dimostravano di possedere una certa dose di intelligenza: non sufficiente a risolvere equazioni o ad accendere un fuoco, ma certo in grado di portarle alla soluzione di elementari problemi e all'uso razionale di semplici utensili. Col tempo, le osservazioni degli etologi hanno dimostrato che le scimmie non sono gli unici animali capaci di elaborazioni mentali di una certa complessità: comportamenti che si possono definire «intelligenti» sono emersi anche in altri gruppi zoologici quali i carnivori, i roditori, soprattutto i cetacei. Ma la filosofia classica ci insegna che, se esiste una qualità, deve esistere anche il suo contrario: esistono animali grandi e animali piccoli, veloci e lenti, timidi e aggressivi. Se esistono animali intelligenti, esistono dunque animali stupidi? Confesso di non saper rispondere: se non è facile stabilire quando il comportamento di un animale si può definire «intelligente», è ancor più difficile stabilire quando un comportamento si può definire «stupido». Anche perché non riusciamo a scrollarci completamente di dosso una certa forma mentale che ci porta a valutare gli animali con il nostro metro. Chiarirò con un esempio. Uno dei problemi posti da Kohler ai suoi scimpanzè consisteva nel raggiungere una banana appesa al soffitto della gabbia: il soffitto era troppo alto per poterci arrivare con un balzo, ma gli scimmioni avevano a loro disposizione lunghe pertiche di legno. Il più sveglio della compagnia, una femmina di nome Chica, trova rapidamente la soluzione: rizza la pertica verticalmente alla ricerca di un precario equilibrio, si arrampica lungo di essa in equilibrio ancor più precario, e riesce ad afferrare la banana un istante prima di rovinare al suolo. In breve tempo, anche gli altri scimpanzè si impadroniscono della tecnica, e la gabbia si trasforma in una surreale pista di circo, popolata da una sgangherata compagnia di equilibristi. Che dire, se non che gli scimpanzè stavano dando prova di estrema stupidità? Non era molto più semplice usare la pertica per colpire la banana e farla cadere al suolo? Tanto più che, in altre occasioni, tutte le scimmie avevano dimostrato di saper usare dei bastoni per prendere oggetti fuori della loro portata. Ma è qui che ci sbagliamo: per noi esseri umani sarebbe più logico comportarci in questo modo, ma per un animale con le doti fisiche di uno scimpanzè, avvezzo ai più spericolati volteggi tra gli alberi e alle più rovinose cadute dai medesimi, l'avventurosa arrampicata sulla pertica è la soluzione più logica, quella che minimizza i costi (cosa sarà mai una caduta da 3-4 metri?) e comporta i massimi benefici, vale a dire il recupero della banana nel minor tempo possibile e prima di chiunque altro. Analizzando con quest'ottica il comportamento dei più svariati animali, si giunge sempre alla stessa conclusione: anche le azioni che a prima vista ci appaiono più assurde e controproducenti hanno una loro ragion d'essere, e hanno come scopo ultimo quello di garantire la sopravvivenza dell'individuo. E chi sopravvive più a lungo ha la possibilità di mettere al mondo un più alto numero di discendenti, assicurando così la massima diffusione dei propri geni. E' questa la logica della natura: una logica in cui non c'è posto per lo stupido, dato che la selezione naturale provvede a eliminarlo. A questa logica - come si sa - l'uomo si è sottratto da tempo: nella nostra specie, l'evoluzione culturale non ha certo soppresso quella biologica ma la ha sicuramente condizionata, attenuando l'effetto di pressioni selettive che negli altri animali sarebbero determinanti, e consentendo la sopravvivenza anche ai meno adatti. E' buffo, a ben vedere: fino a qualche tempo fa, si riteneva che la principale differenza tra noi e gli altri animali fosse nella nostra intelligenza. Oggi, tutto lascia supporre che la differenza sia piuttosto nella nostra stupidità. Giusto Benedetti


ASTRONOMIA Eros, il killer E' una minaccia per la Terra
Autore: ZAPPALA' VINCENZO

ARGOMENTI: ASTRONOMIA
LUOGHI: ITALIA

IL rischio di un impatto del nostro pianeta con asteroidi o comete è tornato alla ribalta due mesi fa con il passaggio ravvicinato del pianetino Toutatis. La probabilità di collisioni tali da causare l'estinzione di gran parte della vita animale e vegetale, come sembra essere capitato alla fine del periodo terziario circa 65 milioni di anni fa, è piccola ma non trascurabile; ci si può aspettare un evento su scala globale (come ad esempio l'urto con un asteroide o cometa di 10 chilometri di diametro) in media ogni 100 milioni di anni. Un recente articolo su Nature ha fatto il giro del mondo: l'asteroide Eros, uno dei più grandi tra quelli «a rischio» con i suoi circa 20 chilometri di diametro, potrebbe in un futuro lontano (ma non troppo...) immettersi su un'orbita in rotta di collisione con la Terra. Come spesso accade, le conclusioni della ricerca, altamente professionale e scientificamente corretta, sono state a poco a poco esasperate e i rischi reali ingigantiti. Tuttavia il problema rimane aperto e non può essere trascurato: non per niente il Consiglio d'Europa ha varato una raccomandazione che invita i governi degli Stati membri a prendere atto del problema e a predisporre i sistemi di scoperta e di analisi scientifica necessari allo studio degli oggetti (e sono parecchie centinaia) in grado di produrre effetti più o meno devastanti sul nostro pianeta. Tutto ciò tende a schedare in modo preciso la loro evoluzione finale e i possibili rischi per la Terra. Ma esiste un altro problema: dove e quando sono nati questi cattivi compagni di viaggio? In parte sono frammenti originatisi negli urti tra asteroidi e immessi in zone dinamiche instabili del Sistema Solare (le «risonanze») e quindi spinti da forti variazioni orbitali a entrare nelle regioni dei pianeti interni, da Mercurio a Marte. In parte invece potrebbero essere nuclei cometari spenti, che esteriormente e da terra non possono facilmente riconoscersi come tali. In genere questi frammenti sono molto piccoli (anche se sono tanti); se ne stimano circa 2000 più grandi di un chilometro (mentre ne conosciamo solo 350). Tra questi ve ne sono invece pochi «giganteschi», dove per gigantesco si intende un oggetto superiore ai 10 chilometri. Due sono particolarmente famosi: Eros (20 chilometri) e Ganimede (35 chilometri), il più grande di tutti. Questi asteroidi sono troppo grandi per essere considerati normali frammenti di piccole o medie collisioni di asteroidi, ossia di quelle che in qualche modo caratterizzano il corpo principale e lanciano nello spazio piccoli detriti. Qui siamo di fronte a qualcosa di ben diverso: un evento in grado di produrre frammenti di tali dimensioni deve per forza aver lasciato vicino al punto del disastro un insieme di altri frammenti alcuni dei quali con diametri anche più grandi. E questo «residuo» deve essere ancora visibile nella fascia asteroidale. Basta cercarlo. .. Sì, ma dove? Si sa che esistono concentrazioni anomale di asteroidi con elementi orbitali estremamente simili, a volte composti da centinaia e centinaia di membri. Esse rappresentano il prodotto finale di una collisione catastrofica risalente a centinaia di milioni o addirittura miliardi di anni fa. Sono chiamate «famiglie» e al corpo primordiale andato distrutto si dà il nome di «corpo genitore». Solo lì si può cercare la culla di Eros e Ganimede. Ma non basta. Queste famiglie devono anche trovarsi vicine alle zone «a rischio» del Sistema Solare (le risonanze), in quanto è necessario che alcuni frammenti, anche abbastanza grandi, siano stati lanciati all'interno della risonanza e abbiano potuto seguire le vie dinamiche in grado di portarli vicino al nostro pianeta. Il loro numero a questo punto si restringe. Possiamo però fare ancora di più. Si conosce in modo abbastanza preciso il tipo di composizione superficiale di Eros e Ganimede e di conseguenza questo deve anche essere - più o meno - quello del corpo genitore andato distrutto, oggi visibile come una famiglia. A questo punto il numero diventa veramente piccolo, anzi forse si riduce a un solo candidato; la «famiglia di Maria» (il nome deriva da quello dell'asteroide che è stato scoperto per primo). Una recentissima ricerca condotta all'Osservatorio di Torino con la collaborazione dell'Università di Pisa ha ricostruito con procedimenti lunghi e delicati la struttura fisica e dinamica dell'evento originario, sovrapponendolo spazialmente alla vicina risonanza, la regione per così dire di trasporto verso Marte e la Terra. Inoltre è stata fatta una campagna osservativa analizzando lo spettro della luce riflessa da parecchi pianetini della famiglia di Maria per poterli confrontare con i dati relativi a Eros e Ganimede. Tutto sembra tornare abbastanza bene: la struttura dell'evento distruttivo può veramente avere gettato nella zona a rischio un buon numero di oggetti delle dimensioni di Eros e Ganimede, e la composizione superficiale dei membri della famiglia sembra praticamente la stessa di quella di Eros e Ganimede. Forse è stata realmente localizzata la loro culla. La sonda spaziale Near andrà proprio a visitare da vicino Eros e potrà quindi fornirci una sua carta d'identità. La ricerca fa parte di un progetto ben più ambizioso che vede coinvolti diversi istituti, tra cui, oltre all'Osservatorio di Torino e l'Università di Pisa, anche l'Osservatorio di Nizza, quello di Armagh (Irlanda del Nord), il Southwest Research Institute di Boulder (Colorado), il Dlr di Berlino. In modo scherzoso l'ho battezzato: «Diamo una famiglia a tutti gli asteroidi pericolosi]». Quello che si vuole fare è cercare, come per la famiglia di Maria, il luogo di nascita della maggior parte degli oggetti a rischio più grandi (spingendosi magari fino alle dimensioni di 3-4 chilometri), attraverso la ricostruzione dell'evento originario, l'evoluzione dinamica dei frammenti e la loro classificazione chimica. Tutti noi speriamo in tal modo di riuscire a dare una famiglia a molti oggetti e di gettare quindi una luce nuova su un problema così attuale come quello degli asteroidi in possibile rotta di collisione con la Terra. Vincenzo Zappalà Osservatorio di Torino


IN BREVE Il più grande specchio astronomico
ARGOMENTI: ASTRONOMIA, TECNOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

Il più grande specchio per uso astronomico, con un diametro di 8,4 metri, che dovrà servire da obiettivo per il telescopio doppio del monte Graham (Usa) è stato fuso nei giorni scorsi per conto dell'Osservatorio di Arcetri, dell'Università dell'Arizona e della Research Corporation: 16 tonnellate di vetro allo stato fuso hanno assunto grazie a un forno rotante la forma concava richiesta per concentrare la luce degli astri. Con un altro specchio uguale si otterrà un gigantesco «binocolo» equivalente a uno specchio monolitico largo 12 metri. L'impegno economico dell'Italia è di 25 miliardi.


IN BREVE Disegna la cometa
ARGOMENTI: ASTRONOMIA, CONCORSI, STUDENTI
ORGANIZZAZIONI: OSSERVATORIO FEDERICO ZANI, AURIGA
LUOGHI: ITALIA

In aprile sarà visibile la cometa Hale-Bopp, che potrebbe diventare la più luminosa del secolo. Per favorire la conoscenza di questi affascinanti corpi celesti l'Osservatorio Serafino Zani, in collaborazione con Auriga, organizza il concorso nazionale «Disegna la cometa», rivolto agli studenti delle scuole dell'obbligo che vogliano documentare graficamente la Hale- Bopp o in generale l'aspetto delle comete. Si possono inviare al massimo 3 disegni, formato A4. Devono giungere entro il 31 maggio a uno dei Centri Auriga (per conoscere il più vicino, tel. 02-5097.780) o al Centro Studi Zani (via Bosca 24, CP 104, 25066 Lumezzane).


IN BREVE Banca degli occhi incontro a Venezia
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, CONFERENZA
ORGANIZZAZIONI: FONDAZIONE BANCA DEGLI OCCHI
LUOGHI: ITALIA

La Fondazione Banca degli Occhi del Veneto ha organizzato il 24-25 gennaio la conferenza europea delle Banche degli Occhi, con l'obiettivo di diffondere la cultura della donazione della cornea (tel. 041-989.777).


IN BREVE Accordo di ricerca per il Dibit
ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA, MEDICINA E FISIOLOGIA, ACCORDO
ORGANIZZAZIONI: FONDAZIONE ARMENISE HARVARD, MEDICAL SCHOOL DI BOSTON, DIBIT
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, MILANO (MI)

E' stato siglato un nuovo accordo di collaborazione scientifica tra la Fondazione Armenise- Harvard, il dipartimento di neurobiologia della Medical School di Boston e il Dibit di Milano (Istituto scientifico del San Raffaele di Milano). Il grant assegnato al Dibit grazie a questo accordo servirà, tra l'altro, a inviare a Boston ricercatori italiani di alto valore perché vi apprendano le tecniche più avanzate. Temi di ricerca: formazione della corteccia cerebrale, struttura dei neuroni e loro modifica nei processi di apprendimento e di memoria, simulazioni al computer di modelli di fenomeni neurologici.


STORIA DELL'ASTRONAUTICA Bruciati vivi puntando alla Luna Trent'anni fa il terribile incidente dell'«Apollo 1»
Autore: LO CAMPO ANTONIO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, STORIA
NOMI: GRISSOM VIRGIL, WHITE EDWARD, CHAFEE ROGER, SLAYTON DEKE, ROOSA STUART
ORGANIZZAZIONI: APOLLO 1, NASA
LUOGHI: ESTERO, AMERICA, USA

QUANDO i primi uomini si avventurarono nello spazio, i pessimisti dicevano: «Ad ogni nuovo esperimento aumentano le probabilità di disastro». Nessuno avrebbe mai pensato però che la prima, grande tragedia dell'astronautica non sarebbe accaduta in volo ma a terra, durante una simulazione di conto alla rovescia. Fu esattamente trent'anni fa: il 27 gennaio 1967 sulla piattaforma numero 34 di Cape Canaveral c'era un razzo Saturno 1-B con in vetta la prima navicella Apollo, con il suo modulo di servizio contenente le apparecchiature di funzionamento, e il modulo di comando con all'interno l'equipaggio. La missione «Apollo 1» doveva partire il 21 febbraiò 67 con Virgil Grissom (veterano dei voli «Mercury 4» e «Gemini 3»), Edward White (primo «passeggiatore spaziale» americano con «Gemini 4»), e Roger Chafee. Era previsto un collaudo dell'Apollo in orbita terrestre per dieci giorni. Ma il 27 gennaio 1967, alle 18,30 (ora italiana), dalla capsula giunse l'urlo di Grissom: «Ehi, c'è un incendio in cabina]». Quel giorno, davvero sfortunato, i sistemi di comunicazione tra Apollo e la casamatta «Stoney» a terra non funzionavano, e le voci dei tre astronauti giungevano distorte. Grissom si era già spazientito pochi minuti prima: «Volete comunicare con uomini sulla Luna e qui non riusciamo a parlarci da qualche centinaio di metri...». Nel bunker c'erano Deke Slayton, direttore degli equipaggi, e il giovane astronauta Stuart Roosa, che poi captarono frasi tipo: «Fateci uscire da qui, stiamo bruciando» e «Stiamo cercando di uscire]». Gli astronauti cercarono di forzare, invano, il portellone dell'Apollo: morirono per asfissia e parzialmente carbonizzati. La commissione d'inchiesta non giunse a nessuna conclusione precisa, ma fu quasi certamente un corto circuito a far divampare le fiamme nella capsula che aveva un'atmosfera interna di solo ossigeno. Apollo subirà una profonda revisione: tutti i materiali che potevano causare incendi furono sostituiti o trattati in modo da renderli inerti. L'atmosfera interna alla partenza fu formata, oltre che da ossigeno, da azoto al 40 per cento. Il portellone fu costruito in modo che si aprisse in 9 secondi anziché i 90 dell'Apollo 1. La tragedia servì comunque per elevare il grado di sicurezza: solo dopo tutte le modifiche poté essere avviato il più importante programma spaziale finora realizzato. Due anni e mezzo dopo, Armstrong passeggiava sulla Luna. Antonio Lo Campo


TUTTOSCIENZE SCUOLA. UNO STABILIMENTO GALLEGGIANTE Il più grande pontone del mondo Per la costruzione di piattaforme petrolifere
Autore: R_SC

ARGOMENTI: TECNOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: SAIPEM, IRI, ENI
LUOGHI: ESTERO, EUROPA, ITALIA, OLANDA, ROTTERDAM
TABELLE: D. Saipem 700

IL più grande pontone del mondo, un gigantesco stabilimento galleggiante e semovente, usato per la costruzione di piattaforme petrolifere offshore, cioè in mare aperto, è italiano. Si chiama Saipem 7000, costruito nei cantieri di Monfalcone nel 1987, e quando non è impegnato in qualche parte del mondo, sta all'ancora nel porto olandese di Rotterdam. E' il fiore all'occhiello della Saipem, azienda dell'Eni (gruppo Iri), e fa parte della flotta di piattaforme petrolifere d'alto mare - in funzione dal Mare del Nord alle coste africane - che hanno anche nomi da fumetti, come Perro Negro, Castoro, Scarabeo, Ragno. In dettaglio, si tratta di una nave gru semisommergibile - formata da due scafi, come un catamarano - lunga quasi 200 metri e larga 87. Pesa 67 mila tonnellate con una capacità di carico di 15 mila. Solo per dipingerla sono occorse 1500 tonnellate di vernice. Ha una capacità di immersione, a seconda del lavoro da svolgere e delle condizioni del mare, che va da 10 a 29 metri. Le due gru alzate, sono alte 211 metri - più del duomo di Milano - ognuna della portata di 7 mila tonnellate: sarebbero quindi in grado di sollevare l'incrociatore Garibaldi che stazza 13 mila tonnellate. Saipem 7000 è stato progettato tenendo conto della possibilità di resistere a condizioni tropicali (più45 gradi) o artiche, fino a -20o. La propulsione è fornita da otto motori e dieci eliche che possono spingerla fino a 9,9 nodi, circa 18 chilometri orari. Tante eliche sono anche necessarie e sufficienti a stabilizzare il natante - il cosiddetto posizionamento dinamico - durante le operazioni e con qualsiasi mare. L'ormeggio è assicurato da sedici ancore da 40 tonnellate ciascuna, quattro per ogni angolo della nave, azionate da verricelli del diametro di sei metri. La lunghezza totale dei cavi delle ancore è di 51 chilometri; i cavi delle gru sono invece lunghi 70 chilometri. I battipali idraulici, che servono a conficcare sul fondo marino i supporti per le torri di estrazione, sono come giganteschi martelli che battono colpi da trecento tonnellate l'uno. L'helideck, cioè il ponte portaelicotteri, può ospitare due velivoli contemporaneamente. Il ponte vero e proprio è invece grande quanto piazza San Marco a Venezia: 9 mila metri quadrati. La parte superiore dello scafo ospita una struttura di dieci piani, che comprende gli alloggi per equipaggio e tecnici (capienza massima 800 persone), due mense, cucina, due cinema, palestra, piscina, sale di ricreazione, biblioteca. Comunque la media delle presenze a bordo è di trecento persone. L'energia elettrica per far funzionare questa ciclopica città tecnologica, è fornita da otto generatori diesel da 5600 kilowatt ciascuno, più due da 2800 kilowatt, per una potenza complessiva di 50 megawatt, che sarebbero sufficienti ad alimentare una città come La Spezia. L'elettricità è la vita della nave, perché alimenta ogni funzione, dal dissalatore ai battipali, dalle gru ai frigoriferi, ai forni per il pane, radar e radio, agli impianti oleopneumatici. (r. sc.)




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