TUTTOSCIENZE 2 ottobre 96


MARTE: In 300 anni può diventare abitabile
AUTORE: STANLEY ROBINSON KIM
ARGOMENTI: ASTRONOMIA
ORGANIZZAZIONI: FONTE: NEWSWEEK
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D., C. Identikit del «Pianeta rosso»

UN giorno, all'inizio del prossimo secolo, i primi uomini atterreranno su Marte. Indosseranno le loro tute spaziali e sbarcheranno tra rocce rosse sotto un cielo rosa. Dopo questo evento memorabile, che sulla Terra sarà seguito da miliardi di persone, si sposteranno in un gruppo di abitazioni già pronte sul luogo. Vivranno là per un anno, compiendo studi scientifici, e poi torneranno sulla Terra. Poi subentrerà un'altra missione. Qui sulla Terra incominceremo a considerare la base su Marte come una cosa normale, ma qualcosa di enorme avrà avuto inizio. La traversata iniziale verso Marte verrà fatta per molte ragioni, alcune serie (vedere se laggiù ci sono davvero dei batteri fossili) e altre no (come cercare Elvis Presley...). Ma la maggior parte delle ragioni saranno di tipo scientifico e pratico: più sappiamo degli altri pianeti del sistema solare, meglio potremo capire la Terra e quindi più sicuri saremo. Non sarà un motivo eroico, ma è ragionevole e importante. Anche se ci fosse solo questo motivo sarebbe abbastanza per farci andare lassù. Marte, però, non rimarrà solo un luogo di ricerca per migliorare le nostre capacità di gestione della Terra. Siamo stati affascinati da questo vagabondo rosso dai primi giorni dell'umanità e anche se la vita in una colonia lassù potrà essere abbastanza banale, le immagini che i ricercatori manderanno sulla Terra ci mostreranno un magnifico mondo fatto di vulcani e di canyon, di cime ghiacciate e dune di sabbia, con vento e tempo variabile. Questi panorami esotici ci sembreranno in qualche modo conosciuti. E quest'aspetto familiare non è un elemento superficiale, dato che Marte somiglia un po' alla Terra sotto molti profili importanti: le dimensioni, la presenza di acqua, la lunghezza delle giornate, l'escursione termica. Insomma, ci sono tante affinità che qualcuno sta incominciando a chiedersi se non si possa rendere Marte ancora più simile alla Terra di quanto lo sia adesso. E questa è la domanda che ci porta al livello successivo del nostro interesse verso quel pianeta: l'idea che si possa vivere là, che Marte possa essere «terraformato». Terraformare significa alterare la superficie di un pianeta in modo che la vita terrestre vi possa resistere. Per ora è una speranza puramente ipotetica, nata nei racconti di fantascienza. Ma negli ultimi trent'anni un certo numero di scienziati ha sviluppato questo concetto. I loro studi affermano che il processo sarebbe più lento delle trasformazioni istantanee viste di recente in alcuni film di fantascienza, anzi che di fatto ci vorrebbero secoli. Ma è comunque un'idea che funziona nella realtà fisica a noi nota. E' una cosa che si può fare. La ricetta è semplice. Aggiungete ossigeno e azoto all'atmosfera, pompate acqua in superficie, lasciate cuocere per alcuni decenni dopo aver dato una spruzzata di cianobatteri, poi prendete tutte le specie vegetali e animali della Terra e aggiungetele nell'ordine in cui si sono evolute qui da noi. Marte ha la fortuna di avere tutti gli ingredienti necessari per la ricetta; insomma, è adatto ad essere «terraformato». Così, dato che abbiamo tutte le forme di vita qui a portata di mano, possiamo provare a replicare l'evoluzione ad altissima velocità. Naturalmente la realizzazione sarà più difficile della ricetta, come sempre succede. E il processo, quasi certamente, finirà per sfuggire al nostro controllo. Ma alla fine, se tutto va bene, avremo contribuito a creare una nuova biosfera. Pensateci] Diventa difficile perfino spiegare che caratteristiche potrà avere un'attività di questo genere. Sarà come curare un giardino, o creare un parco naturale, o costruire una cattedrale, o lanciare semi su un oceano per farli crescere su un'isola. Sarà qualcosa di diverso da tutto ciò che è mai accaduto. Qualcuno potrà pensare che questo progetto sia troppo grande o ambizioso o richieda troppo tempo perché l'umanità possa provarci. Ma pensiamo alla nostra situazione attuale sulla Terra. Siamo quasi sei miliardi e il numero potrà raddoppiare, sebbene non ci sia alcuna previsione plausibile di quante persone la Terra possa mantenere. Molte grandi specie rischiano l'estinzione se non riusciremo a proteggerle da noi uomini. Abbiamo modificato la maggior parte del suolo e abbiamo alterato l'atmosfera al punto che in futuro il clima del pianeta sarà più che altro un problema legale e industriale. In altre parole abbiamo già incominciato a terraformare la Terra per mantenerla vivibile. In questa situazione il tentativo di terraformare Marte non sembra così assurdo. Potrebbe essere paragonato a un fantastico esperimento, che utilizza Marte come un gigantesco laboratorio nel quale impariamo a gestire la biosfera di un pianeta in modo da garantire uno sviluppo sostenibile a lungo termine. E sarà proprio un lungo termine] Terraformare Marte richiederà almeno 300 anni. E' una scala temporale molto diversa da quella a cui pensiamo di solito e sembra improbabile che una società possa portare avanti un progetto così a lungo. Ma fortunatamente il progetto non dipenderà dalla nostra volontà, ma dalle persone che si insedieranno lassù e per le quali questo sarà l'obiettivo principale. Per quel che riguarda noi, qui sulla Terra, nell'era dei rapporti trimestrali, probabilmente ci fa bene contemplare ogni tanto un progetto che sia davvero a lungo termine. L'esistenza dell'umanità su questa Terra tutto sommato è un progetto a lungo termine ed è importante ricordarsi quel che significa. Ci sarà gente che vivrà qui tra 500 anni e saranno tutti nostri parenti. Questi nostri lontani discendenti hanno il diritto di avere un pianeta vivibile, del quale possano occuparsi a loro volta. Per il loro benessere dobbiamo trovare un modo di vita sostenibile sulla Terra. Andare su Marte sarà parte di un progetto ambientale più grande e terraformarlo sarà un'esperienza istruttiva, che ci consentirà di applicare qui da noi quello che impareremo, fermandoci ogni tanto a guardare il nostro giardino selvaggio lassù nel cielo. Kim Stanley Robinson Copyright «Newsweek» e per l'Italia «La Stampa»


PROSSIME ESPLORAZIONI La prima navicella al via tra un mese
Autore: LO CAMPO ANTONIO

ARGOMENTI: ASTRONOMIA, AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
NOMI: MUIRHEAD BRIAN, CLINTON BILL
ORGANIZZAZIONI: NASA
LUOGHI: ESTERO, AMERICA, USA, ASIA, CSI, KAZAKHSTAN
TABELLE: D. La fasi del viaggio della navicella destinata a raccogliere pietre marziane. Il lancio è previsto nel 2003
NOTE: Progetto Pathfinder

QUESTA è la seconda fase della nuova frontiera spaziale». Parola di Brian Muirhead, responsabile del progetto Pathfinder, la sonda esploratrice che verrà lanciata verso Marte il prossimo 2 dicembre. La notizia di agosto sulla presunta scoperta di molecole organiche nel meteorite marziano dell'Antartide sembra già un lontano ricordo al Centro Kennedy, in Florida, e a Baikonur, nel Kazakistan, dove fervono i preparativi del grande rilancio alla corsa verso il Pianeta Rosso. Il programma è stato confermato nei giorni scorsi da Bill Clinton, che ha posto Marte al centro dell'esplorazione dei pianeti nelle nuove linee di ricerca scientifica elaborate dalla Casa Bianca. Queste linee, tuttavia, non prevedono per ora missioni con equipaggio, ma sonde-robot in grado di spianare la strada interplanetaria in vista di un possibile sbarco umano. La Marte-mania esplosa in estate con l'annuncio dei ricercatori della Nasa (per la verità poco clamoroso dal lato scientifico) si è rivelata una grossa trovata pubblicitaria capace di suscitare nuovi interessi per lo spazio negli ambienti politici. Prima a partire sarà «Mars Surveyor»: il 6 novembre un razzo Delta 2 invierà verso Marte la prima di una serie di sonde tutte simili fra loro, che anticiperanno ogni volta altre sonde esploratrici di Marte previste per i prossimi anni. Realizzata dalla Lockheed-Martin, come struttura e strumentazione è una replica della «Mars Observer» che svanì nell'agosto 1993 in prossimità di Marte per l'esplosione causata da una valvola di controllo del flusso di propellente. La «Surveyor» farà misurazioni dell'atmosfera e della sua densità, rilevazioni del suolo e mappe cartografiche con particolari di un metro e mezzo. Ruotando in orbita polare, sarà un supporto scientifico e informatico che invierà dati all'altra sonda Pathfinder e a Terra. Mars-Pathfinder verrà fiondata da un altro Delta 2, per raggiungere l'orbita marziana il 4 luglio '97. Pesante 900 chilogrammi, si dividerà in due parti, quella principale resterà in orbita, l'altra (370 kg) scenderà nella zona, di forma ovale, dell'Area Vallis, molto vicina all'Equatore e quindi favorevole per far ricevere agli strumenti maggiore energia solare. Poi farà discendere sulla superficie marziana il «Pathfinder» (Apripista), un piccolo robot a sei ruote (il primo a scendere su un pianeta), alto 30 centimetri, lungo 70 e pesante 10 chilogrammi, completamente coperto da celle solari. Si arrampicherà tra i crepacci grazie a un sofisticato sistema radar e laser, funzionando al sorgere del Sole con i dati che gli verranno inviati da Terra. La sonda russa «Mars 96» partirà il 26 novembre con un vettore Proton, per inserirsi in orbita marziana nell'estate '97, da dove invierà sulla superficie due moduli penetratori, che effettueranno ricerche spettrometriche e meteorologiche. Non è certo, ma è possibile che nel 1998 una nuova sonda russa venga lanciata per rilasciare nell'atmosfera di Marte un pallone realizzato dal Cnes francese, e sulla superficie un veicolo robot più grande e complesso del «Pathfinder», in grado di spostarsi nel raggio di 100 chilometri dal modulo di atterraggio. Sempre nel '98, in dicembre, partirà la sonda Nasa «Surveyor Orbiter» e nel gennaio '99 la «Surveyor 98 Lander». E poi ci saranno i giapponesi con la «Planet-B» e il loro ambizioso programma interplanetario. La corsa a tappe verso Marte prevede dopo il 2003 l'invio di sonde capaci di prelevare campioni e di riportarli a Terra. La «nuova frontiera» marziana lanciata da Clinton, con meno clamore per mass-media e opinione pubblica rispetto a quella lunare di Kennedy del 1961, ma certamente più attesa dagli addetti ai lavori, è ormai aperta. Antonio Lo Campo


Tutta la verità sui batteri marziani Molti i dubbi dopo l'annuncio della Nasa
Autore: BIANUCCI PIERO

ARGOMENTI: ASTRONOMIA, BIOLOGIA
NOMI: MCKAY DAVID, GIBSON EVERETT
ORGANIZZAZIONI: NASA, JOHNSON SPACE CENTER, SCIENCE
LUOGHI: ESTERO, AMERICA, USA

TITOLONI sui giornali, videate di Internet a centinaia, grande clamore alla tv. E soltanto due pagine nella più diffusa rivista di astronomia, «Sky and Telescope» (fascicolo di ottobre). Se la ferragostana «scoperta» dei batteri marziani è stata valutata in modi così diversi dai vari mezzi di comunicazione, un motivo ci sarà. E il motivo è che i dati consolidati a proposito dei batteri marziani, sono stati - come minimo - oggetto di una sovraesposizione da parte di giornali e tv. Ora che gli entusiasmi si sono raffreddati e che la Nasa ha ottenuto in parte ciò che desiderava (assicurazioni per nuovi finanziamenti), possiamo cercare di fare il punto della situazione. La notizia della presenza di tracce di vita fossile su Marte è suggestiva, ma è appesa ad una catena con parecchi anelli deboli. Sedici milioni di anni fa un asteroide dal diametro di alcuni chilometri dovrebbe essere precipitato su Marte con un angolo radente rispetto alla superficie del pianeta, in modo da lanciare nello spazio frammenti di roccia del pianeta. Questi sassi sarebbero entrati in un'orbita che li ha portati a incrociare il cammino della Terra intorno al Sole finché, 13.000 anni fa, alcuni sarebbero precipitati in Antartide, dove il 27 dicembre 1984 sono stati trovati e raccolti. Il meteorite che ci interessa è chiamato ALH 84001 e pesa 1,9 chilogrammi. La datazione gli attribuisce un'età intorno ai 4 miliardi di anni. David S. McKay ed Everett K. Gibson, del Johnson Space Center della Nasa, nel loro articolo pubblicato su «Science» del 16 agosto, sostengono di aver individuato al microscopio elettronico formazioni oblunghe che misurano 100 nanometri (1 nanometro = 1 miliardesimo di metro) incluse nel carbonato che costituisce il meteorite. Queste strutture - datate a 3,6 miliardi di anni fa - sono molto simili ai microfossili terrestri risalenti a 3,45 miliardi di anni fa. Le strutture contengono molecole organiche chiamate idrocarburi policiclici aromatici, che di solito sono il prodotto di una attività biologica ma possono anche derivare da altri meccanismi chimici. Una lettura obiettiva dei risultati pubblicati su «Science» deve quindi indurre alla prudenza. Oltre tutto su Marte non si è individuato il cratere oblungo che l'asteroide avrebbe dovuto lasciare come traccia del proprio impatto radente. Persino il primo anello della catena, dunque, sembra piuttosto fragile. In «Rocks from Space» O. Richard Norton, dopo aver esaminato tutte le meteoriti di cui si sospetta un'origine marziana (chiamate shergottiti dalla località di Shergotty, in India, dove ne fu trovata una nel 1865), prende in esame il cratere marziano Lowell, largo 300 chilometri e un altro cratere vicino al vulcano Ceraunius Tholus come possibili cicatrici dell'impatto, ma senza arrivare a conclusioni certe. Secondo la sua stima l'asteroide, per imprimere alle rocce la necessaria velocità di fuga di 6 chilometri al secondo, avrebbe dovuto avere un diametro tra 8 e 16 km e una velocità superiore a 20 km al secondo. Ma il cratere Lowell ha una forma che non corrisponde all'angolo radente necessario e quello vicino a Ceraunius, largo 40 km, risulta troppo piccolo. Piero Bianucci


TECNOLOGIA Protesi da campione olimpico
Autore: GIORCELLI ROSALBA

ARGOMENTI: TECNOLOGIA, MEDICINA E FISIOLOGIA, SPORT
NOMI: VOLPENTEST TONY, PHILLIPS VAN, BIN HOU, KURIS ALESSANDRO, DE VIDI ALVISE, HALL BOB, LINDQUIST BOSSE, MARKLEIN ERROL, VILNAI RUGGIERO
ORGANIZZAZIONI: FLEXFOOT, TOP END, OFFCARR
LUOGHI: ITALIA

NATO senza piedi nè mani: non importa, Tony Volpentest è un grande atleta statunitense, un velocista da brividi e lacrime, record del mondo di categoria con 100 metri in 11"36, di corsa come al volo su due protesi leggerissime che sembrano fatte d'aria. Poi il cinese Bin Hou, record del mondo di salto in alto nella categoria amputati, 1,94 m, strappato al triestino Alessandro Kuris. Primo per ben tre volte, nei 400, 800 e 1500 m in carrozzina - anche se la terza corsa viene contestata e rifatta e gli frutta solo l'argento - il trevigiano Alvise De Vidi. Nomi tra tanti, divi da Paraolimpiadi, i Giochi olimpici riservati ai disabili, da poco svoltisi ad Atlanta: atleti a tutti gli effetti anche grazie ai progressi della tecnologia per lo sport, una ricerca da cui traggono beneficio, con tempi più lenti, pure i disabili che non praticano lo sport. Sono stati i diretti interessati ad impegnarsi nella ricerca tecnologica per il perfezionamento degli ausili. «Non ne potevo più, volevo studiare qualcosa che mi facesse dimenticare di portare una protesi», racconta Van Phillips, amputato e sportivo, che nel 1982 ha fondato una delle maggiori aziende del settore, la FlexFoot. La tendenza dei costruttori, statunitensi ed europei è l'uso di materiali sempre più leggeri ma capaci di sopportare il peso e di resistere a stress di ogni tipo: fibre di carbonio, tubi telescopici, cuscinetti ad aria per migliorare stabilità, elasticità, comfort; progressi nella meccanica e nel design resi possibili dalla progettazione con il computer. La microelettronica entra anche direttamente, ad esempio nelle protesi delle mani. I modelli sono sempre più differenziati e strettamente personalizzati. L'aspetto estetico è secondario rispetto a quello funzionale, tanto è vero che gli atleti non se ne curano: in genere anzi esibiscono quasi con orgoglio la struttura metallica «nuda» delle protesi. Badano al design, essenziale e funzionale al massimo, come nel caso del «record man» Tony Volpentest (che tra l'altro è di origine italiana, bisnonni di Campobasso), in cui il piede è una «virgola» flessibile studiata per la corsa e sostenuta da una struttura che la collega alla sua porzione di gamba. Uomini «bionici»? Piuttosto, uomini (e donne) ricostruiti anche psicologicamente, cui va tutto il merito dei loro risultati: sono la potenza muscolare e l'allenamento i loro segreti. Lo stesso vale per gli atleti che gareggiano in carrozzina. La storia delle carrozzine da corsa inizia negli Anni 80. Il salto di qualità avviene nel 1985, quando da quattro ruote si passa a tre. Racconta il campione statunitense Bob Hall, designer della Top End: «Uno dei primi ad utilizzare una carrozzina a tre ruote fu lo svedese Bosse Lindquist: per soddisfare il regolamento di gara, dovemmo affiancare una quarta ruota, ma la posizionammo in modo da non lasciarle toccare terra. E Lindquist vinse la gara». Errol Marklein, campione tedesco, è polemico: «Negli Usa c'è l'ossessione della leggerezza dei materiali, e invece di perfezionare continuano a sfornare nuovi modelli: ma se un certo peso ha una sua funzione, ben venga». Si tratta di progettare la migliore attrezzatura per valorizzare le doti sportive dell'atleta: ogni carrozzina è personalizzata. «Vale lo stesso discorso delle biciclette», spiega Marklein: «Chi è bravo può vincere con qualunque attrezzatura, ma le differenze da fotofinish sono dovute in buona parte alle caratteristiche superiori dei materiali». Sono allo studio modelli per situazioni speciali, con riferimento al minimo peso e alla manovrabilità. Ogni sport ha una sua carrozzina, con caratteristiche specifiche. Spiega Ruggiero Vilnai, fondatore della veneta Offcarr che produce carrozzine sportive: «Ad esempio, le carrozzine da basket devono garantire stabilità e sicurezza: le ruote sono inclinate a campana verso il basso, in modo che negli scontri siano le ruote a toccarsi e non le mani; per ulteriore protezione, le carrozzine hanno una piccola pedana sul davanti. L'altezza massima del telaio è 53 cm da terra: il canestro è alla stessa altezza, le regole identiche». Rosalba Giorcelli A dimostrazione (ma ce n'era bisogno?) del fatto che i fisici non prendono nulla per garantito, uno dei più sottili esperimenti in via di allestimento è legato alla verifica della validità (o, viceversa, violazione) di un celebre teorema che, finora, ha retto a tutte le prove: il cosiddetto teorema CPT. Le tre operazioni che, separatamente, costituiscono l'acronimo e cioè, C (coniugazione di carica o simmetria materia- antimateria), P (parità ovvero simmetria destra-sinistra) e T (inversione temporale ovvero simmetria per tempi verso il futuro o verso il passato) sono ormai considerate perse, nel senso che sono violate dalle interazioni deboli. Questo, perlomeno, è accertato senza ombra di dubbio per P, per C e per il prodotto CP. Dalla radicata convinzione (motivata da ottime ragioni) dei fisici teorici che il prodotto delle tre simmetrie debba essere conservato, seguirebbe che l'unico modo perché CPT possa essere conservato è che T sia a sua volta violato in modo da compensare esattamente la violazione (accertata sperimentalmente) del prodotto CP. In realtà, come già accennato, resta da verificare direttamente se il prodotto di queste tre simmetrie CPT sia veramente conservato dalle interazioni deboli. Al momento, la miglior prova a favore del teorema CPT è fornita dall'eguaglianza delle masse di una particella (chiamata K) e della sua antiparticella (detta anti K). Il limite sperimentale attuale ha dell'incredibile, le masse di queste due particelle possono, al più, differire di una parte su 10 elevato alla 18 (come dire un miliardesimo di miliardesimo...). Dalla piccolezza dell'effetto cercato si può intuire quale sia la delicatezza richiesta all'esperimento. Resta da chiarire un punto (ahimè un po' tecnico). Nessuna teoria oggi nota e formulata nel nostro mondo che ha tre dimensioni spaziali (più una temporale) può violare il teorema CPT senza fare gravi violenze alla teoria stessa. Molti fisici, però, ritengono che il nostro mondo sia solo una porzione a 3più1 dimensioni di un mondo molto più complicato (a dimensioni molto maggiori) qual è quello suggerito dalle cosiddette teorie di stringa. Per esemplificare, con tutti i rischi che ciò comporta, è un po' come dire che per un essere infinitamente piatto lo spazio apparirebbe a due dimensioni o, per un verme ideale, a una sola (più il tempo, sempre). Bene, in qualche teoria di stringa il teorema CPT può essere violato senza gravi conseguenze, e un riflesso di questa violazione è possibile anche nel nostro mondo. Di qui un ancora maggior interesse a verificare la tenuta del teorema CPT. Una prima risposta ci potrebbe venire da due esperimenti programmati per i prossimi anni, uno a Stanford (Usa) e uno in Giappone. (e. pr.)


NUOVI ESPERIMENTI Un mondo fatto al contrario Così i fisici esplorano le simmetrie violate
Autore: PREDAZZI ENRICO, E_PR

ARGOMENTI: FISICA
NOMI: CHEN NING YANG, TSUN DAO LEE
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. Gli esperimenti legati alla verifica della validità del teorema CPT

A dimostrazione (ma ce n'era bisogno?) del fatto che i fisici non prendono nulla per garantito, uno dei più sottili esperimenti in via di allestimento è legato alla verifica della validità (o, viceversa, violazione) di un celebre teorema che, finora, ha retto a tutte le prove: il cosiddetto teorema CPT. Le tre operazioni che, separatamente, costituiscono l'acronimo e cioè, C (coniugazione di carica o simmetria materia- antimateria), P (parità ovvero simmetria destra-sinistra) e T (inversione temporale ovvero simmetria per tempi verso il futuro o verso il passato) sono ormai considerate perse, nel senso che sono violate dalle interazioni deboli. Questo, perlomeno, è accertato senza ombra di dubbio per P, per C e per il prodotto CP. Dalla radicata convinzione (motivata da ottime ragioni) dei fisici teorici che il prodotto delle tre simmetrie debba essere conservato, seguirebbe che l'unico modo perché CPT possa essere conservato è che T sia a sua volta violato in modo da compensare esattamente la violazione (accertata sperimentalmente) del prodotto CP. In realtà, come già accennato, resta da verificare direttamente se il prodotto di queste tre simmetrie CPT sia veramente conservato dalle interazioni deboli. Al momento, la miglior prova a favore del teorema CPT è fornita dall'eguaglianza delle masse di una particella (chiamata K) e della sua antiparticella (detta anti K). Il limite sperimentale attuale ha dell'incredibile, le masse di queste due particelle possono, al più, differire di una parte su 10 elevato alla 18 (come dire un miliardesimo di miliardesimo...). Dalla piccolezza dell'effetto cercato si può intuire quale sia la delicatezza richiesta all'esperimento. Resta da chiarire un punto (ahimè un po' tecnico). Nessuna teoria oggi nota e formulata nel nostro mondo che ha tre dimensioni spaziali (più una temporale) può violare il teorema CPT senza fare gravi violenze alla teoria stessa. Molti fisici, però, ritengono che il nostro mondo sia solo una porzione a 3più1 dimensioni di un mondo molto più complicato (a dimensioni molto maggiori) qual è quello suggerito dalle cosiddette teorie di stringa. Per esemplificare, con tutti i rischi che ciò comporta, è un po' come dire che per un essere infinitamente piatto lo spazio apparirebbe a due dimensioni o, per un verme ideale, a una sola (più il tempo, sempre). Bene, in qualche teoria di stringa il teorema CPT può essere violato senza gravi conseguenze, e un riflesso di questa violazione è possibile anche nel nostro mondo. Di qui un ancora maggior interesse a verificare la tenuta del teorema CPT. Una prima risposta ci potrebbe venire da due esperimenti programmati per i prossimi anni, uno a Stanford (Usa) e uno in Giappone. (e. pr.) NEL mondo meraviglioso della fisica subnucleare si è sempre pensato, almeno fino a quarant'anni fa, che, come nella fisica quantistica e ancor prima nella fisica classica, nulla cambiasse per effetto dell'operazione spec chio. Per spiegarci, incominciamo con il supporre di avere scelto un qualche (arbitrario) sistema di riferimento nelle tre dimensioni dello spazio in cui viviamo. Un po' come quando diamo un indirizzo (come dire la posizione di un posto in una mappa) e, in più, diamo anche il piano (cioè l'altezza) di dove si deve andare. L'operazione specchio consiste nel guardare il risultato di una qualche misura prima in questo (arbitrario) sistema di riferimento e poi in quello ottenuto dal precedente rovesciando gli assi coordinati cioè nel sistema speculare rispetto al precedente (speculare perché, appunto, uno specchio scambia la destra con la sinistra, di qui il senso della reclame con cui Gassman pubblicizzava l'atteso primo numero di Specchio). E' chiaro, per continuare l'esempio, che la posizione della casa non può dipendere da quale dei due sistemi di riferimento uno usa. Diremo, in questo caso, che una misura è invariante per inversione degli assi coordinati. Questa proprietà, ovvia nella fisica classica, prende il nome di invarianza per parità (e si indica con la lettera P). Nel mondo meraviglioso della fisica subnucleare, fino a una quarantina di anni fa non solo si riteneva che tutto dovesse restare lo stesso invertendo gli assi coordinati spaziali cioè effettuando un'operazione di parità, ma anche rovesciando l'asse del tempo (operazione detta di inversione temporale e indicata con la lettera T) e, infine, anche scambiando fra di loro materia con antimateria (operazione denotata con la lettera C per coniugazione di cari ca). Non possiamo andar oltre nell'approfondire il senso fisico delle varie operazioni definite sopra ma anche il lettore più digiuno di conoscenze scientifiche ha sicuramente ammirato qualcuno di quegli stupendi fregi o decorazioni che si rincorrono ad abbellire un antico tempio o un palazzo e che appaiono uguali (simmetrici) se guardati in una direzione o nella direzione opposta oppure un disegno di Escher dove una campagna appare uguale vista da destra o vista da sinistra, solo che da una parte è notte e dall'altra giorno. Talora, però, questa simmetria così bella ha qua o là qualche imperfezione, magari anche minima e quasi impercettibile. Perché la fisica subnucleare sia invariante per l'operazione specchio, occorre, per esempio, che in tutti i decadimenti, in cui un nucleo si disintegra emettendo un elettrone e un neutrino, questi possano venir emessi con la stessa probabilità a destra o a sinistra oppure in alto o in basso. Questo tipo di decadimento, chiamato decadimento beta è dovuto a un tipo di forze, chiamate deboli che sono state studiate per la prima volta 60 anni fa da Fermi. Bene: nella prima metà degli Anni 50, si conoscevano due particelle che decadevano in modo diverso ma così diverso da far ritenere che fossero due particelle distinte. Affinando le misure, peraltro, ci si rese conto che queste due particelle avevano esattamente la stessa massa cioè non potevano che essere la stessa particella. Si era di fronte a un paradosso: da un lato le misure di decadimento dicevano che dovevano essere due particelle distinte e, dall'altro, le misure di massa dicevano che dovevano essere la stessa particella] Il rompicapo venne risolto, esattamente quarant'anni fa, da due giovani fisici teorici cinesi che studiavano negli Stati Uniti, Chen Ning Yang e Tsun Dao Lee, che si resero conto che esso cessava di essere tale se solo si ipotizzava che nel decadimento in questione la parità fosse violata. Questo, essi suggerirono, in qualche caso particolare avrebbe dovuto portare alla conseguenza che certi nuclei dovessero decadere emettendo elettroni e neutrini non in maniera casuale appunto, ma in maniera prevedibilmente asimmetrica. L'esperimento che essi suggerirono fu realizzato molto rapidamente (da un altro fisico cinese, una signora dal nome di Chien-Shiung Wu) e confermò, tra lo stupore generale, la brillante deduzione teorica di Lee e Yang: le interazioni deboli non conservano la parità. Molto tempo è passato da allora e ormai sappiamo che le interazioni deboli tendono a violare quasi tutte le leggi di simmetria che le altre forze conosciute soddisfano, fra cui, oltre a P, anche le altre due simmetrie ricordate all'inizio C e T. Resta da verificare se il prodotto delle tre simmetrie sia o no conservato. Ma questa è un'altra storia. Enrico Predazzi Università di Torino


SCAFFALE Moussaieff Masson Jeffrey: «Quando gli elefanti piangono», Baldini & Castoldi
AUTORE: P_BIA
ARGOMENTI: ETOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

PER Cartesio gli animali erano come automi, sia pure mossi dall'istinto anziché da ingranaggi. E' paradossale, ma l'etologia, nel giusto tentativo di rendere il più possibile oggettive le sue osservazioni sul comportamento animale, rischia di cadere nello stesso errore di Cartesio. Per l'etologo quasi sempre i comportamenti sono un puro riflesso dell'evoluzione, un aspetto dell'adattamento all'ambiente. Ma così vanno perdute tutte le sfumature affettive ed emotive specifiche di ogni individuo e delle sue relazioni con il resto del mondo, dai conspecifici allo stesso sperimentatore. A sostenere con passione questa tesi è Jeffrey Moussaieff Masson in un libro che ha avuto grande successo all'estero e ora arriva da noi nella traduzione di Libero Sosio. Ne esce una rivalutazione della «personalità» di ogni singolo animale, e specialmente della sua componente affettiva. Il saggio è intessuto di episodi e osservazioni non sistematiche, ma nonostante ciò prospetta con forza l'opportunità di fare etologia in un modo meno asettico.


SCAFFALE Bonansea Giovanni, Damnotti Sandra, Picco Aurelia: «Oltre l'insuccesso scolastico», SEI
AUTORE: P_BIA
ARGOMENTI: PSICOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

Quali problemi sociali, psicologici, cognitivi si nascondono dietro le difficoltà che molti ragazzi incontrano a scuola? Perché è ancora così alto il numero dei ragazzi che si perdono lungo la strada delle elementari e delle medie? Questo libro analizza il problema ma soprattutto offre delle soluzioni. La risposta su cui puntano gli autori fa riferimento al metodo per lo sviluppo delle abilità cognitive sviluppato dal pedagogista israeliano Reuven Feuerstein e da tempo applicato con successo in numerosi Paesi europei e americani.


SCAFFALE Casati Roberto e Varzi Achille: «Buchi e altre superficialità», Garzanti
AUTORE: P_BIA
ARGOMENTI: EPISTEMOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

La domanda «che cos'è un buco?» può sembrare banale. Invece apre un intero capitolo della topologia e può suggerire anche considerazioni filosofiche (scherzose, ma non solo scherzose) sulla «dipendenza ontologica» dei buchi, nel senso che un buco in sè non può esistere se non in relazione a un'altra entità. Di qui, il passaggio a insospettabili problemi percettivi e cognitivi, è breve. Roberto Casati, ricercatore al Cnrs di Parigi, e Achille Varzi, professore di logica alla Columbia University, accompagnano il lettore alla scoperta del «nulla che irrompe nella quotidianità» con un tono di conversazione lieve, allusiva, e ricca di humour. Davvero un libro intelligente.


SCAFFALE Campagnoli Carlo: «Terapie ormonali», Centro scientifico editore, Torino
AUTORE: P_BIA
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

La menopausa rappresentava nella vita femminile un periodo di disturbi fisici e di crisi psicologica. Oggi le terapie ormonali, se ben personalizzate e fatte sotto una attenta sorveglianza, hanno radicalmente cambiato la vecchia prospettiva. Carlo Campagnoli, ginecologo ed endocrinologo, in questo libretto agile e completo, risponde a tutte le domande che si pongono le donne nell'affrontare la menopausa e, con essa, l'inizio di un nuovo stile di vita.


SCAFFALE Mouvier Gerard: «L'inquinamento atmosferico», Il Saggiatore
AUTORE: P_BIA
ARGOMENTI: ECOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

In collaborazione con l'editore Flammarion, Il Saggiatore presenta una nuova collana di libri piccoli ma preziosi, ognuno dei quali sintetizza un tema ben delimitato e attuale. Nella maggior parte dei casi i volumi della collana, che si chiama «Due Punti», sono di argomento scientifico. I più recenti riguardano i rapporti tra cervello destro e cervello sinistro, la depressione, l'etnopsichiatria e l'inquinamento dell'aria. Quest'ultimo, scritto da Gerard Mouvier, professore emerito di chimica all'Università di Parigi, fa il punto sui problemi dell'ozono e dell'effetto serra. (p. bia.)


AERONAUTICA Più potenti, più economici, più silenziosi Oltre il «Jumbo»: i motori per gli aerei della prossima generazione
Autore: BOFFETTA GIAN CARLO

ARGOMENTI: TRASPORTI, AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
LUOGHI: ITALIA

I due recenti aerei bimotori da 300 passeggeri - il Boeing 777 e l'Airbus A 330 - hanno imposto lo sviluppo di una nuova generazione di motori giganteschi che forniscono una spinta di 400 KiloNewton (90.000 libbre usando l'antica terminologia) contro i 267 K.N. (60. 000 libbre) dei più grandi motori installati sul Boeing 747, oggi l'aereo più pesante in servizio, spinto da 4 motori posti sotto le ali. General Electric, Rolls-Royce e Pratt Whitney offrono oggi tre tipi di motori da 90.000 libbre abbastanza simili tra loro che hanno un consumo specifico inimmaginabile negli Anni 50, quando i primi jet sui quali ho lavorato alla Fiat Aviazione, il Goblin e il Ghost, il motore del famoso Comet, consumavano per unità di spinta circa il triplo. Finora si poteva pensare di utilizzare questi stessi motori per il futuro aereo a due piani da 600 passeggeri che è in fase di studio avanzato sia alla Boeing sia all'Airbus. Infatti teoricamente 4 motori da 90.000 libbre sono sufficienti per un aereo che avrà una massa superiore del 50% a quella del Jumbo ma le compagnie aeree che dovranno acquistarlo sono disponibili a un simile investimento gigantesco solo a certe condizioni. La prima di queste è che l'aereo consumi sensibilmente meno di quelli oggi in servizio. Non finirà mai la corsa per utilizzare nella spinta dell'aereo una parte sempre maggiore dell'energia prodotta nel processo di combustione. La spinta del motore è il prodotto della massa dell'aria accelerata all'indietro moltiplicata per la sua velocità. Per aumentare l'efficienza propulsiva è necessario ridurre al minimo possibile la velocità del getto che si muove all'indietro rispetto all'aereo, quindi per ottenere uguale spinta bisogna aumentare la massa dell'aria. E ciò comporta l'aumento del diametro del fan, il grande ventilatore posto davanti al motore. Ma installare sotto le ali dell'aereo 4 motori di oltre 4 metri di diametro obbliga ad avere un carrello gigantesco, con un notevole aumento del peso del velivolo. Inoltre un fan più grande, mentre aumenta l'efficienza del motore, aumenta anche la resistenza all'avanzamento dell'aereo. E' un problema simile a quello delle auto di Formula 1: osservando frontalmente la Ferrari di Schumacher si notano subito le due grandi prese d'aria laterali le cui dimensioni sono il risultato di un compromesso tra la necessità di favorire l'ingresso dell'aria e quella di ridurre la resistenza aerodinamica che questi «cassoni» generano. A causa di questi problemi e della necessità di raggiungere il miglior compromesso possibile, i progettisti della nuova generazione di propulsori non sono ancora giunti a una decisione sulla configurazione definitiva del motore che dovrà permettere ai nuovi velivoli da 600 passeggeri di volare a quote più alte, su rotte più lunghe, con un consumo specifico più basso e con costi di manutenzione ridotti rispetto agli attuali. Come se non bastasse, le aviolinee richiedono che questi velivoli abbiano una velocità di salita maggiore in modo da raggiungere la quota di volo più rapidamente di un Jumbo B747. Gian Carlo Boffetta


ETOLOGIA DOMESTICA Cani e gatti: li amiamo davvero? Tosati, rinchiusi, e vittime dell'inquinamento
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ETOLOGIA, ZOOLOGIA, ANIMALI, DOMESTICI
LUOGHI: ITALIA

SE parlo di cani o di gatti, so che ho decine di lettori con il fucile spianato, appassionati dei nostri beniamini, pronti a rimbeccare qualunque uscita non completamente ortodossa. Ma questa volta voglio dire la mia, perché ho meditato a lungo sulla triste sorte di questi animali aggiogati al nostro carro da migliaia di anni (all'incirca dodicimila il cane, cinquemila il gatto). E che, non per colpa loro, si trovano a vivere in un mondo sempre più artificiale, inquinato e snaturato. A parte qualunque considerazione di carattere ambientale, quando mi capita di vedere un povero barboncino ridicolmente tosato solo su certe zone del corpo per compiacere il capriccio della padrona, magari con un bel fiocchetto rosso sul collare, mi si stringe il cuore. E penso che in questo caso al danno si aggiunge la beffa. Ma qui è del danno soprattutto che voglio parlare. Cani e gatti vivono nei nostri appartamenti di città, riscaldati d'inverno con termosifoni o stufe. Quindi praticamente trascorrono tutto l'anno in un ambiente a temperatura costante. Da qualche tempo ci si è aggiunta l'aria condizionata, che smorza le temperature troppo elevate o quelle troppo rigide contribuendo a rendere sempre più uniforme la temperatura degli interni. In questo habitat artificiale, mi domando, cosa serve ai nostri amici quel bel mantello di peli che la natura ha riservato alla maggior parte dei mammiferi, rendendolo più folto nei mesi freddi per proteggere i possessori dagli eccessivi rigori del clima? E' naturale che vadano soggetti a perdita del pelo non solo nei mesi estivi, che sono quelli tradizionali della muta, ma anche in quelli invernali, che diventano una prosecuzione artificiale dell'estate. Quanti si lamentano che il cane o il gatto lasciano peli dappertutto, sui vestiti, sui divani, sulle poltrone, sui tappeti] Non c'è da meravigliarsene. Ci sorprende che non diventino nudi addirittura in un ambiente in cui i peli sono superflui... Facciamo tutti poco uso delle gambe, abituati come siamo a spostarci sempre in macchina, persino per andare all'edicola più vicina a comprare il giornale. E con noi finiscono per farne generalmente scarso uso anche i nostri amici fedeli. Cosa volete che conti ai fini di una buona ossigenazione polmonare quella striminzita passeggiatina che riuscite a far compiere al vostro Fido qualche volta al giorno, sobbarcandovi la fatica di uscire la mattina presto e magari a sera inoltrata? Si capisce che la vita sedentaria nuoce al suo come al vostro fisico. Pensate per un attimo ai suoi progenitori lupi che vivono sempre all'aria aperta, in perpetuo movimento per procacciarsi il cibo e per sfuggire ai nemici. Non c'è proprio da fare paragoni. Al pari di noi, anche i nostri ospiti mangiano troppo. Gli uomini hanno fatto della cucina una delle belle arti. Si sfornano enciclopedie culinarie a getto continuo. Si sostiene che a tavola non s'invecchia e tutti i meeting che si rispettano si concludono inevitabilmente davanti a una tavola imbandita. Il risultato è che immettiamo molte più calorie del necessario, con tutte le conseguenze che ne derivano, dalla pinguedine alle malattie epatiche. Spesse volte sentiamo dire: «Il mio cane è goloso. Gli piacciono tanto gli zuccherini». E non ci rendiamo conto che quel povero cane non è nato goloso, lo è diventato. E non certo per colpa sua. E veniamo a un punto dolente. Se i nostri timpani sono messi in ogni istante a dura prova dai rumori troppo assordanti e violenti, dal fragore dei motorini alle radio e alle televisioni a tutto volume, dal rombo dei motori ai micidiali juke- box, figurarsi come debbono soffrirne cani e gatti che percepiscono non solo i suoni che percepiamo anche noi, ma persino gli ultrasuoni che hanno una frequenza superiore ai ventimila hertz (che è la frequenza limite dei suoni percepibili dall'orecchio umano). L'inquinamento acustico è uno dei più deleteri per il nostro sistema nervoso. Chi ci dice che non lo sia anche per cani e gatti? La situazione è ancora più drammatica per quanto riguarda l'olfatto. Spiccatissimo nei nostri fedeli amici. Se l'uomo vive in un mondo visivo, un mondo di immagini, il gatto, ma soprattutto il cane vivono in un mondo di odori. Annusano tutto e «sentono» col naso. Quale effetto può avere sul loro olfatto ultrasensibile l'inquinamento atmosferico che molto probabilmente loro percepiscono meglio di noi? Come se tutto questo non bastasse, noi ci arroghiamo il diritto di decidere della loro vita sessuale. Basta sentire i miagolii disperati di una gatta in calore che il padrone tiene segregata in casa per timore che rimanga gravida, per renderci conto del sopruso inammissibile che commettiamo. Con quale diritto impediamo ai nostri animali domestici uno dei piaceri più grandi della vita, quello di far l'amore? Ricorriamo il più delle volte alla sterilizzazione con un intervento che si sostiene giovi all'equilibrio psichico del soggetto, ma che, in realtà, giova essenzialmente al quieto vivere del padrone o della padrona. Mi si obietterà che dobbiamo arginare con metodi drastici quello che è diventato un grosso problema, la sovrappopolazione di cani e gatti. Ma non siamo stati noi stessi a crearlo con le nostre mani? E' troppo comodo risolverlo con provvedimenti che vanno a scapito di chi non si può difendere. E subisce. Sarà poi vero che amiamo cani e gatti? Non si può negare che tra l'uomo e il suo cane o il suo gatto si stabilisca un rapporto affettivo che, secondo il parere di molti, dovrebbe avere un peso determinante nella nostra valutazione. Ma siamo poi sicuri che da parte dell'uomo si tratti di un amore altruistico o non piuttosto di un rapporto di comodo dettato dal solito egoismo? Isabella Lattes Coifmann


TERAPIE Attacco laser per l'esofago di Barrett
Autore: FERRARIS ROBERTO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: AIBA
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA

ESOFAGO di Barrett: è una patologia causata dal reflusso gastro-esofageo, non rara (8 casi ogni 1000 persone) ma poco conosciuta, sottovalutata e non sempre diagnosticata. Il reflusso gastro-esofageo è una malattia che comporta l'anomalo passaggio retrogrado del contenuto dello stomaco (acido e/o biliare) su per l'esofago. L'irritazione causata dal reflusso sulla mucosa dell'esofago può produrre lesioni, tra le quali l'esofago di Barrett è la più importante. Un sottogruppo identificabile di portatori di esofago di Barrett (circa il 50% del totale), ha un rischio di sviluppare l'adenocarcinoma dell'esofago pari a 60 volte quello stimato per la popolazione generale e necessita di periodici controlli endoscopici per curare tempestivamente l'eventuale complicazione. A Torino è sorta una associazione di malati denominata Aiba (Amici In Barrett); l'ha creata un gruppo di pazienti dell'ospedale Mauriziano inserito nel programma nazionale di studio multicentrico dell'esofago di Barrett, Gospe (Gruppo Operativo per lo Studio delle Precancerosi Esofagee), che fa capo all'Istituto Tumori di Genova. Gli ultimi risultati dello studio del Gospe rilevano un'incidenza di adenocarcinoma dell'esofago nella popolazione italiana affetta da esofago di Barrett di poco inferiore a quella riportata per gli Usa. Due sono le conseguenze di questa osservazione: 1) l'incidenza di questa neoplasia è in aumento in Italia, come negli altri Paesi occidentali; 2) le diversità nelle abitudini alimentari e nello stile di vita delle due popolazioni (dieta ricca in grassi animali, obesità, alcolici) non sono così influenti ai fini dello sviluppo della neoplasia in chi è già affetto dal Barrett. Al recente Congresso Internazionale dell'Oeso (Organisation international d'Etudes Statistiques pour les maladies de l'Oesophage) tenutosi a Parigi presso la sede dell'Unesco, il gruppo italiano del Gospe ha comunicato la propria esperienza sottolineando come tra i fattori maggiormente implicati vi sia la progressiva «intestinalizzazione» della metaplasia, a sua volta correlata all'età ed alla estensione della lesione. Per «intestinalizzazione» s'intende il progressivo aumento di frequenza del tipo di cellule intestinali dell'esofago di Barrett (quello a rischio), con il progredire dell'età. Dall'incontro parigino è emersa la necessità di un controllo multicentrico sulla popolazione francese, analogo a quello che il Gospe sta per concludere in Italia. L'interesse medico-scientifico per l'esofago di Barrett è cresciuto in Francia tanto da guadagnarsi il titolo di protagonista assoluto della prossima riunione Oeso, che si terrà a Parigi nel settembre del 1999. Le tecniche diagnostiche endoscopiche sono andate via via affinandosi: con gli strumenti endoscopici a «immagini magnificate» è possibile rilevare precisamente le aree dell'esofago con aspetto intestinale (villiforme) sulle quali effettuare con esattezza i prelievi bioptici e ridurre in tal modo il numero degli esami istologici falsamente negativi e quindi la sottostima della malattia per errore di campionamento. La dimostrazione dell'efficacia a lungo termine della terapia farmacologica in assenza di significativi effetti collaterali e l'affermazione delle tecniche chirurgiche mini-invasive per via laparoscopica per il controllo del reflusso, permettono una ampia scelta di opzioni ed un alto grado di controllo dei sintomi. Le tecniche terapeutiche endoscopiche sono ulteriormente progredite o consolidate tanto che al congresso di Parigi una intera sessione è stata dedicata al «reversal» (regressione) dell'esofago di Barrett mediante tecniche Laser-endoscopiche o altre di più recente introduzione. Il problema emergente del controllo della spesa sanitaria impone una restrizione delle applicazioni terapeutiche e della sorveglianza endoscopica ai soli pazienti che più probabilmente ne possono trarre vantaggio. Di qui l'importanza di selezionare «gruppi ad alto rischio» sui quali concentrare le risorse disponibili. Proprio in questo scenario di risparmio, la presenza di rappresentanze di cittadini raccolti in associazioni potrebbe creare una nuova alleanza tra operatori medico-amministrativi e malati. Roberto Ferraris


IN BREVE Ricerca Telethon scoperti due geni
ARGOMENTI: GENETICA, MEDICINA E FISIOLOGIA
NOMI: NIGRO VINCENZO, SIMEONE ANTONIO
ORGANIZZAZIONI: TELETHON, AIRC
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, NAPOLI (NA)

Due importanti risultati della ricerca finanziata da Telethon. Vincenzo Nigro, dell'Istituto di patologia della seconda Università di Napoli, ha identificato sul cromosoma 5 un nuovo gene che risulta coinvolto in una forma di distrofia muscolare. Il prodotto di questo gene, una proteina chiamata delta-sarcoglicano, compare nella membrana della cellula muscolare e forma un complesso con la distrofina, la stessa proteina che, se difettosa, provoca la distrofia muscolare di Duchenne. Il gruppo di Antonio Simeone dell'Istituto internazionale di genetica del Cnr di Napoli ha invece studiato un gene potenzialmente coinvolto nei processi di sviluppo del cervello. I risultati, ottenuti con finanziamenti Telethon e Airc (Associazione italiana per la ricerca sul cancro), mettono in evidenza il rapporto tra il gene Otx1, alterazioni della corteccia e dell'ippocampo e circa il 40 per cento dei casi di epilessia.


IN BREVE Trieste: il lievito decifrato
ARGOMENTI: BIOLOGIA, GENETICA
ORGANIZZAZIONI: CENTRO INTERNAZIONALE BIOTECNOLOGICO
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, TRIESTE (TS)

Al centro internazionale di Biotecnologie di Trieste si è svolto un «vertice» sul lievito, microorganismo di fondamentale importanza in molte attività umane, il cui patrimonio genetico è stato interamente decodificato. E' intervenuto James Watson, che con Crick ebbe il premio Nobel per la scoperta della struttura del Dna, la molecola a cui è affidata l'informazione ereditaria.


IN BREVE Stipsi, campagna di prevenzione
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA

A Milano, Bergamo, Torino, Udine, Rovigo, Treviso, Mestre, Bologna, Rimini, Firenze, Roma, Napoli, Sassari e Lecce è iniziata una campagna di visite gratuite per la prevenzione delle malattie e dei disturbi dell'intestino retto, dalla stipsi alle patologie più gravi. Per informazioni, 02/2900.6959.


IN BREVE Campagna Wwf futuro sostenibile
ARGOMENTI: ECOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: WWF
LUOGHI: ITALIA

Il Fondo mondiale per la natura lancia la Campagna per un futuro sostenibile, rivolta ad affrontare le maggiori emergenze del prossimo millennio. Per informazioni: 06/8449.7379.


IN BREVE Premio Golgi a Floyd Bloom
ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA, MEDICINA, PREMIO
NOMI: BLOOM FLOYD
ORGANIZZAZIONI: PREMIO GOLGI, SIGMA TAU
LUOGHI: ITALIA

Floyd Bloom ha ricevuto il Premio Golgi 1996 della Sigma Tau per le sue ricerche sul cancro al colon e sul collegamento tra zinco e malattia di Alzheimer.


COLESTEROLO E FIBRINA Aterosclerosi, enigma ancora da risolvere Non definitivamente spiegata l'origine di strie e placche nelle arterie
Autore: DI AICHELBURG ULRICO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
NOMI: VON ROKITANSKY CARL, VIRCHOW RUDOLF
LUOGHI: ITALIA

QUASI due secoli or sono fu descritta per la prima volta l'aterosclerosi, e nondimeno non si conosce ancora con esattezza la sua natura, sebbene si possa dire che a partire da una certa età non risparmi nessuno. Si tratta d'una alterazione delle medie e grandi arterie (aorta, coronarie, cerebrali), consistente nella formazione di strie e placche sulla parete interna delle arterie stesse. Per fare l'esempio più noto, pressoché nella totalità dei casi di infarto cardiaco vi è aterosclerosi delle coronarie. Oltre cent'anni fa un illustre patologo di Vienna, Carl von Rokitansky, sostenne che le placche erano dovute al depositarsi di fibrina, una proteina che si forma nel processo di coagulazione del sangue. E' una delle teorie risorte di recente, onde la convenienza di tenere sotto controllo il tasso di fibrinogeno (proteina del sangue, originante la fibrina), che sarebbe un indicatore del rischio arterioso importante quanto il tasso di colesterolo. Ancora nel secolo scorso un altro famoso patologo, Rudolf Virchow di Berlino, affermò trattarsi di un'infiammazione della parete arteriosa, «endoarterite cronica deformante nodosa». Ed ecco riparlare oggi di aterosclerosi in termini di cicatrizzazione, fase ultima di ogni infiammazione. Il carattere infiammatorio delle placche è indubbio, e molte ricerche sono consacrate ai mediatori cellulari e molecolari (specialmente alle citochine) dell'infiammazione arteriosa cronica. La teoria dominante è però quella connessa al colesterolo. Tutti sanno che cos'è il colesterolo, o almeno ne hanno sentito parlare. Lanciata almeno ottant'anni fa, l'idea che il colesterolo, una sostanza grassa presente normalmente nel sangue e abbondante nelle placche aterosclerotiche, sia il più importante agente causale dell'aterosclerosi, è andata sempre più rafforzandosi. Basterà citare i grandi studi epidemiologici intorno agli Anni 50 (Framingham Heart Study, Seven Countries Study ecc.) dimostranti il legame fra l'aumento del colesterolo legato alle lipoproteine di bassa densità o Ldl, e l'aterosclerosi; e ancora le ricerche di Gold stein e Brown (Nobel 1985) sulla ipercolesterolemia famigliare d'origine genetica con precoce malattia coronarica, da cui la messa a punto di farmaci che abbassano nel sangue il tasso del colesterolo Ldl. Intendiamoci, i risultati delle prove cliniche aventi lo scopo di prevenire la comparsa o la progressione della malattia coronarica riducendo il colesterolo mediante la dieta ed i farmaci sono stati molto discussi. Tuttavia le pubblicazioni più recenti (1994-1995) hanno fornito argomenti di buon peso in favore dell'ipotesi che realmente un eccesso di colesterolo legato alle lipoproteine Ldl sia il fattore di rischio meglio identificato per l'aterosclerosi. Rimane però incerto se il colesterolo sia il colpevole diretto dell'aterosclerosi, il colesterolo-killer per così dire, oppure non si tratti dell'incapacità delle arterie a «digerire» il colesterolo che tende ad accumularsi in esse, da cui colesterolo semplicemente arma del killer, e killer ancora da identificare. Va detto inoltre che neppure la teoria lipidica rende conto, da sola, di tutte le caratteristiche epidemiologiche, cliniche e istologiche dell'aterosclerosi. Non si possono ignorare altre influenze quali i fenomeni immunitari (riportati in auge dagli studi sui linfociti delle placche e dalle osservazioni sulla malattia coronarica nel cuore trapiantato), l'ipotesi virale, infine la teoria monoclonale che assimila la placca aterosclerotica ad un tumore benigno, dato che le cellule della placca hanno tutte l'identico genotipo onde deriverebbero da una sola cellula madre (ma non esiste per ora la prova della presenza d'un gene mutato nelle placche). Insomma, la storia dell'aterosclerosi è tuttora in corso di scrittura, l'enigma non è ancora risolto, però le vie da seguire sono sempre meglio precisate e le risposte, per quanto incomplete, hanno già permesso sostanziali progressi terapeutici. Ulrico di Aichelburg


MODEM OPERANDI. DIVENTARE NAVIGANTI Cosa fare per entrare in Rete Basta anche un piccolo pc
Autore: CONTI ANGELO

ARGOMENTI: ELETTRONICA, COMUNICAZIONI
ORGANIZZAZIONI: INTERNET
LUOGHI: ITALIA

FORSE non lo sapete ancora, ma c'è Internet nel vostro futuro. La Rete fra 30 e 40 milioni di utenti nel mondo (un milione in Italia previsti a fine '97) sta vivendo un momento di salita verticale, soprattutto in Europa. Su cosa sia Internet sono stati sprecati ettolitri di inchiostro: più facile chiamarla una porta sul mondo. Ma cosa serve per collegare il vostro appartamento con milioni di indirizzi telematici, in Giappone come in Nicaragua. E quanto costa? Ve lo spieghiamo con il linguaggio più semplice possibile, quello comprensibile anche da chi ha fondamenti informatici soltanto approssimati. Per debuttare occorrono elementi hardware ed elementi software. Più cari i primi, più complessi i secondi. La dotazione hardware minima può essere persin banale: un pc di modeste prestazioni (basta addirittura un 286 con una ventina di megabyte nell'hard disk), un modem ed una presa telefonica. La dotazione software è invece più complessa, anche se - per un collegamento spartano - può bastare il browser, cioè il programma di collegamento, venduto dal provider (cioè il fornitore di accesso alla rete) insieme all'abbonamento. Il computer ideale è un Pentium: il suo microprocessore consente infatti la piena disponibilità di un programma operativo come Windows 95, che è stato «pensato» anche per gli utenti di Internet (contiene un browser affidabile, completo e in italiano come Microsoft Explorer oltre ad alcuni programmi per la decodifica dei suoni e delle immagini giunte via cavo). Ma l'abbiamo detto, ci si può collegare (con tempi più lunghi) anche utilizzando una macchina da poche centinaia di migliaia di lire. Il modem. E' l'acquisto più delicato. Non fatevi tentare dai prezzi stracciati degli apparecchi «lenti» e puntate, senza tentennamenti, su un modem da 28.800 bounds. Costa fra le 400 e le 500 mila lire, ma le vale tutte. La sola alternativa accettabile, pur fra molte riserve, è un apparecchio a 14.400 bounds, soluzione valida soprattutto se pensate di utilizzare la Grande Rete più per la posta elettronica che per la navigazione nei siti più remoti. La presa telefonica. E' sufficiente così com'è: nuda e cruda. Il cavetto di collegamento (che può anche essere inserito direttamente nel telefono, al posto della cornetta) viene di solito fornito insieme al modem. Software. Pagando l'abbonamento annuale (con accesso «open», cioè 24 ore su 24, per un anno, con casella di posta elettronica), che costa mediamente sulle 250 mila lire, riceverete un browser, cioè il programma di collegamento. Talvolta, sul dischetto, troverete anche Netscape (un browser più evoluto, con più optional) ed anche Eudora, versione Light, software di gestione di messaggi che, anche nella configurazione minima, offre un servizio pressoché completo. Il provider. A chi affidarsi per entrare in rete? Quale provider (cioè il fornitore del servizio) scegliere? Il più gettonato d'Italia è Video On Line (recentemente acquisito da Telecom Italia) che ha rete capillare e collegamenti abbastanza solidi. Non è sempre un mostro di celerità e nelle ore critiche talvolta va in tilt. Ma non è il solo: molto diffuso è anche Italia On Line, e, nella zona di Torino, ha molti fans Inrete, provider da segnalare soprattutto per le sue pagine piene di sceltissimi link, cioè «trampolini» ben concepiti verso l'immenso scibile Internet. Il telefono: è il canale attraverso il quale raggiungiamo il server, cioè il maxicomputer che ci permette di accedere alle informazioni sparse per il pianeta. E il telefono costa: ecco perché è sempre meglio scegliere un provider che disponga di un accesso telefonico nel vostro distretto Telecom (così, soprattutto di notte, sarà possibile navigare a costi irrisori). Fin qui è emerso che un collegamento minimo ad Internet può costare, ricorrendo magari ad un personal «usato», anche meno di un milione. Un collegamento più veloce (ma solo per il maggior costo del computer) può invece salire a 3-4 milioni. L'ostacolo maggiore sarà il settaggio del software di comunicazione, che richiede un minimo di dimestichezza. L'operazione è semplice, soprattutto se «assistita» da un sistema operativo come Windows 95, ma deve essere rigorosa perché eventuali errori andrebbero a svantaggio della velocità, incrementando quindi le bollette telefoniche. Una volta caricati i software, settato il sistema operativo e collegati i cavi telefonici si può partire. Il consiglio è cominciare da vicino (magari con lo splendido sito del Comune di Torino, www.comune.torino.it) e poi andare sempre più lontano. Cercando di riservare tempo ai siti dei provider asiatici, spesso vere opere d'arte multimediali, capaci di scaricare musiche ed animazioni splendide. Angelo Conti


Click, tra scienziati e ciarlatani Su Internet 70 mila volte la parola «alieno»
Autore: PEIRETTI FEDERICO

ARGOMENTI: ELETTRONICA, COMUNICAZIONI
ORGANIZZAZIONI: INTERNET
LUOGHI: ITALIA

SCIENZIATI e ciarlatani: il resoconto delle ultime missioni spaziali accanto alle testimonianze di chi giura di essere stato ospite degli extraterrestri su un lontano pianeta. Si trova di tutto su Internet, nei siti dedicati allo spazio. Sono settemila le pagine in cui compare la parola «extraterrestri» e settantamila quelle che contengono la parola «alieno». Lo abbiamo scoperto attraverso Alta Vista, uno dei più potenti «motori di ricerca» disponibili nella grande rete. Di fronte a questa enorme massa di dati ci si sente scoraggiati. Si capisce che non si riuscirà mai a trovare il tempo necessario per un esame completo dell'argomento (anche se si esaminassero tutti i documenti, alla fine si dovrebbe ricominciare daccapo, per riesaminare gli aggiornamenti). Ma quello che più preoccupa è la mancanza di controllo sull'affidabilità di molte pagine web. Chiunque può aprire una propria pagina e scriverci quello che vuole. Affidiamoci quindi, almeno come punto di partenza per le nostre ricerche, a centri o istituti universitari chiaramente attendibili. Scegliamo, ad esempio, per il nostro tema l'OSS, Office of Space Science della Nasa: http://www.hq.nasa. gov/office/oss/osshome.htm. Tra i suoi compiti «lo studio della struttura e dell'evoluzione dell'Universo, le origini e la diffusione della vita, l'esplorazione del sistema solare e la ricerca di altri sistemi planetari. Uno dei progetti più importanti è la costruzione di una rete di telescopi sulla Luna, per lo studio del cielo e la ricerca di altri pianeti simili alla Terra attorno a qualche stella vicina. Nelle sue pagine o attraverso una serie di collegamenti con altri centri spaziali, si trova tutta la documentazione sulle missioni della Nasa, con fotografie e video di eccezionale qualità. Abbiamo anche ritrovato il programma della Nasa per il Nuovo Millennio e le presentazioni dei diversi progetti per il 2001, come l'avvio dell'esplorazione di Plutone e le nuove spedizioni su Marte. L'OSS offre inoltre un utile motore di ricerca sul tema dello spazio. E questo ci ha fatto scoprire il sito in cui sono state raccolte tutte le informazioni sulla recente scoperta di molecole organiche e di altre tracce di attività organica in un meteorite di 4,5 miliardi di anni fa, arrivato sulla Terra probabilmente da Marte: http://cu-ames.arc.nasa.gov/marslife Ci sono i rapporti, gli articoli e tutto quanto può servire per cercare di capire il valore di questa recente scoperta. Chi volesse entrare nel mondo di ET, lasciando spazio non solo alla scienza, ma anche alla fantascienza, potrebbe consultare le pagine del Cisu, il Centro Italiano di Studi Ufologici: http://oasi.shiny.it/Homes/CISU/ufo1bis. htm Il Centro ha catalogato tutti gli «incontri ravvicinati» italiani di questo secolo (più di diecimila) e offre inoltre un'ampia selezione di collegamenti con altri siti simili. Ma a questo punto, tra le presentazioni degli ultimi film sugli alieni, l'offerta di gadget di ogni tipo, dalle T-Shirt agli ologrammi marziani, e i rapporti semiseri sugli incontri ravvicinati, si entra veramente nel gran bazar di Internet, dove si rischia di perdere le notti all'inseguimento di vaghe fantasie elettroniche. Federico Peiretti




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