TUTTOSCIENZE 29 maggio 96


NUOVO CENTRO INTEGRATO Studi e terapia in Piemonte
ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA, MEDICINA E FISIOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: ISTITUTO PER LA RICERCA E LA CURA DEL CANCRO DI CANDIOLO
LUOGHI: ITALIA
NOTE: LA LOTTA CONTRO I TUMORI TEMA: LA LOTTA CONTRO I TUMORI

E' ormai quasi al via l'Istituto per la ricerca e la cura del cancro di Candiolo, presso Torino. La strttura finora completata comprende laboratori di ricerca, di analisi cliniche e anatomia patologica; i reparti di ambulatorio e diagnostica; il day hospital. L'Istituto è inserito nell'accordo di programma tra la Regione Piemonte e l'Ordine Mauriziano, che ne assicura l'inserimento nel sistema oncologico regionale. Una seconda strttura, per la quale continua la raccolta di fondi da parte della Fondazione Piemontese per la ricerca sul cancro, conterrà i reparti di terapia e degenza.


BATTAGLIE VINTE Cancro, Italia in prima linea Un anno di scoperte nei nostri laboratori
AUTORE: COMOGLIO PAOLO
ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA, MEDICINA E FISIOLOGIA, GENETICA
NOMI: DELLA PORTA GIUSEPPE, PIEROTTI MARCO, VECCHIO GIANCARLO, GIANNI MASSIMO, PAOLUCCI GUIDO, GIORDANO SILVIA, PONZETTO CAROLA, DI RENZO FLAVIA
ORGANIZZAZIONI: AIRC ASSOCIAZIONE ITALIANA PER LA RICERCA SUL CANCRO, INSTITUTE FO SCIENTIFIC INFORMATION
LUOGHI: ITALIA
NOTE: LA LOTTA CONTRO I TUMORI TEMA: LA LOTTA CONTRO I TUMORI

IL peso della ricerca oncologica italiana nel mondo» è il titolo di una conferenza stampa con cui l'Airc (Associazione italiana per la ricerca sul cancro) ha voluto informare l'opinione pubblica dei risultati ottenuti grazie ai fondi raccolti e distribuiti nell'ultimo anno. Di proposito il direttore scientifico, Giuseppe Della Porta, ha scelto di parlare solo delle scoperte compiute negli ultimi 12 mesi. Infatti, tra i molti luoghi comuni da sfatare, c'è anche il masochistico pregiudizio che la ricerca sul cancro sia svolta prevalentemente all'estero. Nulla di più falso. Nei soli ultimi 12 mesi vari ricercatori italiani hanno centrato obiettivi importanti nella lotta - lenta ma inarrestabile - per vincere la malattia. Naturalmente, in una società dove l'informazione e la collaborazione sono ormai planetarie, le ricerche italiane non si svolgono isolate; sono ben integrate in una rete di collaborazioni che include i principali Paesi occidentali e l'Estremo Oriente. Ma certo non in posizione subalterna. Anche se la produttività scientifica non si può misurare con il bilancino, parametri oggettivi (ad esempio il cosiddetto «impact factor») vedono il nostro Paese tra i primi attori della ricerca sul cancro. L'impact factor è un indice elaborato dai mega- computer dell'Institute for Scientific Information di Filadelfia, che valuta il consenso ottenuto da una ricerca scientifica sulla base delle citazioni ricevute. L'Italia si colloca alla pari dei suoi partner europei, appena dietro gli Stati Uniti e il Giappone, avanti a noi per quantità di risultati ma non per qualità. Un altissimo impatto hanno registrato i risultati delle ricerche della milanese Gabriella Sozzi nelle quali viene svelato il ruolo del gene Fhit nei tumori del polmone. La mancanza o le alterazioni di questo gene rendono facile preda di uno dei «grandi assassini» dei nostri tempi, il cancro polmonare. Un centro ospedaliero può riconoscere le lesioni di questo gene e consigliare misure preventive, se possiede un laboratorio di oncologia molecolare, una specialità nuova disponibile per ora soltanto negli «ospedali di ricerca». Una struttura di eccellenza di questo tipo è già operante presso l'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, dove Marco Pierotti si è assicurato rinomanza internazionale con i suoi studi sull'oncogene Ret, salito alla ribalta della cronaca perché responsabile dell'insorgenza dei tumori della tiroide nella popolazione esposta alle radiazioni rilasciate dalla centrale nucleare di Cernobil. Un'altra scoperta italiana è quella dell'oncogene Pml e del suo ruolo nell'insorgenza della leucemia promielocitica: Pier Giuseppe Pelicci ha appena organizzato un reparto di ricerca presso l'Istituto Europeo di Oncologia. In tempi di confronto Nord-Sud, l'Università di Napoli non demerita: è del gruppo di Giancarlo Vecchio la scoperta delle lesioni genetiche responsabili di tumori ereditari. Oltre che nel campo della diagnostica, la ricerca italiana si è distinta nel campo della epidemiologia, la scienza che studia le cause ambientali che aumentano il rischio di cancro. Gli studi di Paolo Vineis hanno permesso di stabilire, su solide basi biochimiche, la predisposizione individuale allo sviluppo dei tumori indotti dalle sostanze cancerogene presenti nel fumo. Anche la ricerca clinica ha realizzato grandi progressi nello studio di nuove strategie per la cura del cancro, nella scia di una tradizione inaugurata molti anni fa con la scoperta dell'Adriamicina. La chemioterapia ad alte dosi è una ricetta che ha il pioniere a Milano in Massimo Gianni; i fattori di crescita sono stati impiegati con successo in oncologia da Massimo Aglietta, a Novara. Per avere il meglio della terapia i pazienti non necessariamente devono, dunque, fuggire all'estero. Ma è nella cura dei tumori dei bambini che l'Italia raggiunge il traguardo più incoraggiante: due piccoli pazienti su tre sono guariti definitivamente, come risulta dai dati raccolti nel corso del progetto «speciale» di ricerca coordinato da Guido Paolucci del Centro Ricerche sul Cancro «Giorgio Prodi» di Bologna. I farmaci chemioterapici sono spesso molto efficaci ma non sono mai selettivi, cioè uccidono le cellule malate ma anche le cellule sane. Le ricerche in corso in molti laboratori a tecnologia avanzata tentano di sostituire la terapia chimica con una terapia biologica mirata. Tra i molteplici approcci, il più promettente cerca di introdurre nelle cellule cancerose un gene suicida trasportato da un virus. Questo progetto è noto col nome di «terapia genica». Per raggiungere il successo è necessario risolvere due problemi di ingegneria genetica: il virus deve essere 1) selettivo, per distinguere le cellule maligne da quelle sane; 2) potente, per infettare il maggiore numero possibile di cellule maligne. Le cellule sfuggite al virus, infatti, continuando a moltiplicarsi rifornirebbero il tumore. Qualche tempo fa, nel nostro laboratorio, Silvia Giordano, Carola Ponzetto e Flavia di Renzo scoprirono una proteina, codificata dall'oncogene Met, che negli studi successivi è risultata essere prodotta dalle cellule di molti tumori in quantità anormale. Essendo esposta alla superficie delle cellule maligne in abbondanza, questa proteina può essere sfruttata per risolvere il primo problema, se si riesce a costruire un virus capace di riconoscerla. Il secondo problema è stato in parte risolto da un altro torinese, Luigi Naldini, nel corso di una ricerca finanziata dall'Airc e svolta in collaborazione con i ricercatori del Salc Institute in California. I risultati di questa ricerca hanno dimostrato che è possibile utilizzare il temibile virus Hiv, agente patogeno dell'Aids, per introdurre stabilmente geni estranei nell'interno delle cellule. Rispetto ai virus studiati in precedenza, il virus Hiv è l'unico capace di infettare le cellule che non si dividono. Sono proprio queste che, nei malati di cancro, sfuggono ai farmaci convenzionali di natura chimica e sono la causa della ricomparsa della malattia. Naturalmente il virus usato per questi esperimenti è stato modificato in provetta e non è pericoloso in quanto incapace di replicarsi. Le ricerche, in Italia e nel resto del mondo, continuano. Paolo M. Comoglio Università di Torino e Ircc


STUDIO INGLESE Dove le cure sono più efficaci
AUTORE: GAVOSTO FELICE
ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA, MEDICINA E FISIOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: EUROPEAN JOURNAL OF CANCER, ISTITUTO PER LA RICERCA E LA CURA DEL CANCRO DI CANDIOLO
LUOGHI: ITALIA
NOTE: LA LOTTA CONTRO I TUMORI TEMA: LA LOTTA CONTRO I TUMORI

L'efficacia di un servizio sanitario può essere indicata dalla «mortalità evitata», mentre l'efficienza è espressa dal rapporto efficacia- costi. Questi ultimi aumentano nelle strutture dove, accanto all'attività di diagnosi e cura dei malati, si svolga una valida attività di ricerca oncologica. Ma in queste strutture, proprio grazie alla ricerca, aumenta anche l'efficacia, vale a dire la percentuale di guariti da tumore. L'esperienza di cui parliamo proviene dai numerosi «centri integrati» di tutto il mondo. Ma la dimostrazione scientifica è fornita da uno studio comparativo fatto in Gran Bretagna in questi ultimi anni, pubblicato su «European Journal of Cancer». L'indagine ha coinvolto un migliaio di donne affette da tumore al seno, operate e seguite per 5 anni in due ospedali della stessa zona. In entrambi i centri venivano effettuati l'atto chirurgico, la radioterapia e la chemioterapia, ma soltanto in uno (un «teaching hospital») accanto alle procedure assistenziali si svolgeva attività di insegnamento e di ricerca fondamentale ed applicata, quest'ultima riguardante le tecniche diagnostiche e terapeutiche, gli esami istologici, la tipizzazione delle cellule tumorali, l'assetto ormonale delle pazienti e le procedure complementari. Questo centro denuncia un indice di sopravvivenza e un periodo libero da malattia delle donne trattate alquanto più elevati. Altre indagini svolte nello stesso periodo hanno indicato che gli ammalati di tumore, inseriti in protocolli di studi clinici controllati, sono seguiti con più attenzione, meglio informati e, alla fin fine, meglio curati. Il messaggio è molto chiaro: un continuo interscambio di idee e informazioni e il trasferimento in tempo reale dei risultati della ricerca all'applicazione clinica consentono una assistenza più efficace. I Centri Integrati offrono anche notevoli vantaggi alla formazione dei medici e degli stessi ricercatori, aumentando il livello delle due competenze: il ricercatore è più cosciente dei problemi dell'ammalato e il medico opera in presenza di un interlocutore al quale può porre problemi specifici che sorgono continuamente nella quotidiana attività assistenziale. Il Centro di Torino (a Candiolo) è stato concepito fin dall'inizio con questo intendimento dai suoi creatori, consapevoli che un tale istituto, ancora non esistente in Piemonte, potesse molto giovare alla rete oncologica regionale, ma anche consapevoli che credere nella ricerca scientifica e destinarle risorse è l'unica via per affrancare la comunità locale da due mali: l'oscurantismo culturale e il colonialismo tecnologico. Felice Gavosto Direttore scientifico Ircc


Verso farmaci «intelligenti» Ricerche biotecnologiche a Torino
AUTORE: PILERI ALESSANDRO
ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA, MEDICINA E FISIOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: ISTITUTO NAZIONALE TUMORI DI MILANO, ISTITUTO PER LA RICERCA E LA CURA DEL CANCRO DI CANDIOLO
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: T. TAB. SIAMO CURATI A LIVELLO EUROPEO ========================================================== Probabilità di sopravvivenza, espressa in percentuale, a cinque anni dalla diagnosi di tumore ---------------------------------------------------------- ITALIA EUROPA ---------------------------------------------------------- Uomini Donne Uomini Donne ---------------------------------------------------------- COLON 37,6 44,0 41,1 40,4 RETTO 31,9 34,3 34,4 38,1 STOMACO 16,3 21,1 14,1 18,1 PANCREAS 2,4 6,9 3,4 5,1 UTERO 75,3 69, 8 POLMONE 6,0 11,4 7,0 8,8 ENCEFALO 12,6 16,3 13,7 15,4 LINFOMA DI HODGKIN 60,1 54,9 62,3 66,3 LEUCEMIA INFANTILE 54,7 48,8 55,8 62,7 TESTICOLO 87,3 84,3 ==========================================================
NOTE: LA LOTTA CONTRO I TUMORI TEMA: LA LOTTA CONTRO I TUMORI

LA biologia di base, la biologia applicativa e la clinica innovativa sono le tre fasi sequenziali che hanno permesso all'oncologia di raggiungere risultati inimmaginabili fino a pochi anni fa. Basti dire che oggi si riesce a guarire almeno il 50 per cento dei pazienti e che vi sono ragionevoli prospettive di far ancora salire notevolmente questa percentuale. La generosa competizione internazionale di numerosi centri di ricerca sperimentali e clinici ha avuto spesso tra i protagonisti l'Università di Torino con i suoi laboratori di ricerca e i suoi istituti clinici. La grande tradizione delle scuole biologiche e mediche (ben tre premi Nobel per la medicina sono cresciuti nell'ateneo torinese) rinnovata dall'entusiasmo creativo delle nuove leve ha consentito di superare alcuni difficili momenti di transizione, con il grande aumento della popolazione studentesca e la conseguente carenza di personale e di strutture. Il primo approccio razionale alla strategia antitumorale risale agli Anni 60 ed è in gran parte merito della scuola medica torinese. In alcuni lavori allora pubblicati su «Nature» da Gavosto e dai suoi collaboratori, vennero chiarite le modalità di crescita delle popolazioni cellulari di leucemia acuta, come modello di tumore umano. La stessa scuola dimostrò allora che la distruzione con farmaci di una certa quota della popolazione tumorale comporta il «risveglio» dell'altra quota prima «dormiente»; è poi possibile l'eliminazione anche di questa, nel corso di successive terapie praticate a intervalli di poche settimane. Ed è così che è nata la moderna strategia dei cicli di chemioterapia. Risalgono agli Anni 60 e 70 le scoperte immunologiche, da parte di Ceppellini, sulla caratterizzazione del sistema di istocompatibilità, che ha poi aperto la grande via dei trapianti di organi, come cuore, rene, fegato. Tra questi c'è il trapianto più complesso, quello del midollo osseo, che richiede il massimo di compatibilità immunologica del donatore sano. E questa via rappresenta tuttora per alcuni tumori del sangue l'unica prospettiva di cura radicale. Verso la fine degli Anni 80 i laboratori della cattedra di ematologia, da me diretta, hanno strettamente collaborato con il professor Gianni dell'Istituto Nazionale Tumori di Milano, con il quale hanno proposto e realizzato un nuovo approccio clinico alla cura dei tumori: la terapia sequenziale ad alte dosi con uso di fattori di crescita, ottenuti mediante biotecnologie. E' stato possibile prelevare con il sangue circolante notevoli quantità di precursori delle cellule del sangue in grado di rifabbricare entro pochi giorni un nuovo midollo osseo. Questo ha consentito nuove importanti prospettive di guarigione anche in alcuni tumori solidi, compreso il tumore della mammella. Arriviamo così agli anni più recenti della ricerca oncologica torinese, che vede impegnati vari laboratori e dipartimenti clinici in settori biotecnologici avanzati, come l'ingegneria genetica, la biologia molecolare, la moderna immunologia e l'identificazione di nuovi oncogeni, vale a dire di alterazioni geniche in grado di favorire l'insorgenza di tumori. L'Università di Torino, con poche altre università italiane, attivando il nuovo corso di laurea in biotecnologie ha espresso non solo la sua tradizionale vocazione innovativa, ma ha anche interpretato l'esigenza di sviluppo produttivo e occupazionale. Le biotecnologie ci daranno nel prossimo futuro farmaci sempre più «intelligenti» e selettivi, nuove metodiche di manipolazione cellulare e terapie non più solo distruttive, ma anche «correttive» delle alterazioni funzionali delle cellule tumorali. La nascita a Torino di un nuovo Istituto per la ricerca e la cura del cancro, strettamente collegato con l'Università e con i suoi più importanti laboratori di ricerca, potrà fornire a una nuova generazione di ricercatori del nostro ateneo, già molto apprezzati anche all'estero, tecnologie, spazi, stimoli, masse critiche per esprimere al meglio le loro potenzialità e partecipare ad una delle grandi sfide dei prossimi decenni. Alessandro Pileri Università di Torino


ASTROFISICA Sei strane stelle di neutroni Si sta allargando la famiglia di Geminga
Autore: MIGNANI ROBERTO

ARGOMENTI: ASTRONOMIA, FISICA
NOMI: BIGNAMI GIOVANNI
LUOGHI: ITALIA

A trent'anni dalla loro scoperta, sono state finora identificate circa settecento pulsar, cioè stelle di neutroni isolate, identificabili come sorgenti di impulsi radio regolari. Alcune di esse, circa una ventina, sono state poi osservate in più bande dello spettro elettromagnetico (ottico, ultravioletto, raggi X, raggi gamma) come sorgenti pulsanti o continue. E' il caso, per esempio, della pulsar della Crab Nebula. Esiste invece un unico caso di una pulsar osservata in altre bande ma non in radio. Si tratta di Geminga, pulsante in raggi X e raggi gamma e identificata otticamente con una debole stellina di magnitudine 25,5. Numerose teorie sono state proposte per spiegare l'assenza di emissione radio da parte di Geminga. Secondo una di queste, la sorgente produrrebbe effettivamente impulsi radio, ma questi potrebbero essere convogliati in un «cono» di emissione molto stretto e orientato in modo tale da non intercettare mai la Terra. In questo modo, gli impulsi prodotti non sarebbero osservabili. La possibilità alternativa, e anche la più suggestiva, è che l'assenza di emissione radio non sia un effetto artificiale, ma che sia, in realtà, una caratteristica intrinseca di Geminga. Stando così le cose, sarebbe naturale ipotizzare l'esistenza di una nuova famiglia di pulsar invisibili in radio della quale Geminga rappresenterebbe il prototipo. Naturalmente, è piuttosto difficile creare un caso scientifico partendo da un singolo oggetto. Giocando a fare l'avvocato del diavolo, si potrebbe anche ipotizzare che Geminga sia solo un caso isolato, un'anomalia frutto, per così dire, di un «errore» della natura. A quanto sembra, però, alcune recenti osservazioni hanno dimostrato l'esistenza di altri possibili «casi isolati». Di questo problema si è occupato recentemente l'astrofisico milanese Giovanni Bignami. In un lavoro da poco pubblicato sulla rivista americana Scien ce, Bignami riassume il panorama osservativo sulle stelle di neutroni isolate. In particolare, in questo lavoro egli ipotizza che Geminga, probabilmente, non sia la sola nel suo genere e suggerisce un campione di alcuni oggetti astrofisici potenzialmente molto simili (sei in tutto). Si tratta di sorgenti X non identificate che come Geminga non sono visibili in radio, ma che presentano alcune caratteristiche affini a quelle delle stelle di neutroni finora conosciute. Quali sono queste caratteristiche? Innanzitutto, sulla base delle conoscenze attuali, ci si aspetta che le stelle di neutroni siano oggetti intrinsecamente molto meno brillanti nell'ottico rispetto ai raggi X. Un confronto tra i flussi osservati nelle due bande, quindi, fornisce un primo importante criterio di selezione. Questo fu proprio l'argomento principale che venne utilizzato a suo tempo per avvalorare l'ipotesi che Geminga fosse una stella di neutroni. Inoltre, lo studio dello spettro di emissione di queste sorgenti rivela che si tratta di corpi celesti estremamente caldi, con temperature superficiali dell'ordine del milione di gradi tipiche proprio delle stelle di neutroni. Infine, alcune di queste sorgenti sembrerebbero localizzate al centro di nubi gassose estese, resti di esplosioni di supernova. Poiché sappiamo che le pulsar si formano proprio in seguito ad esplosioni di supernove, questa coincidenza rappresenterebbe un ulteriore indizio favorevole. Anche se non esistono ancora conferme assolute, gli elementi a favore dell'esistenza di una nuova classe di pulsar sono tuttavia piuttosto «pesanti». Attualmente, non è ben chiaro quali possano essere le differenze intrinseche tra le due famiglie di pulsar, quelle visibili in radio e quelle come Geminga, cioè le cosiddette radio- quiete. Si potrebbe ipotizzare che queste ultime si siano formate in condizioni fisiche particolari o che abbiano seguito un percorso evolutivo differente da tutte le altre. Naturalmente, siamo appena agli inizi. Il lavoro da fare, sia teorico che osservativo, è ancora parecchio. Certamente, stabilire l'origine di questa diversità sarebbe di grande interesse per comprendere meglio la natura di questi oggetti, la loro nascita e la loro evoluzione. Roberto Mignani Istituto di Fisica Cosmica, Milano


IN BREVE Isolato il gene della retinite
ARGOMENTI: GENETICA, RICERCA SCIENTIFICA
NOMI: D'URSO MICHELE, CICCODICOLA ALFREDO, MIGLIACCIO CARMELA, CIRIGLIANO VINCENZO
LUOGHI: ITALIA

Grazie al finanziamento di Telethon un gruppo di ricercatori italiani ha isolato un gene della retinite pigmentosa, una delle più comuni cause di cecità, che affligge un milione e mezzo di persone nel mondo e circa 15 mila nel nostro Paese. Il gene è stato individuato nel laboratorio di Michele D'Urso presso l'Istituto internazionale di genetica del Cnr a Napoli. Alfredo Ciccodicola, Carmela Migliaccio e Vincenzo Cirigliano sono gli autori del lavoro. Intanto Edoardo Boncinelli, del S. Raffaele di Milano, dopo aver individuato i geni che regolano lo sviluppo del cervello nell'embrione, ha annunciato la scoperta dei «geni cartografi», deputati all'organizzazione della corteccia cerebrale in aree come quelle del linguaggio, del movimento, della vista.


IN BREVE A Roma, spazio da ascoltare
ARGOMENTI: MUSICA
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, ROMA

Si svolge a Roma fino all'8 giugno la manifestazione «Ascoltare lo spazio» organizzata dal Centro Ricerche Musicali sul rapporto tra musica, spazio e tecnologie. Per informazioni, tel. 06-446.4161.


IN BREVE Oms: pillola maschile
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: OMS
LUOGHI: ITALIA

L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha concluso una ricerca internazionale su un nuovo metodo ormonale di contraccezione maschile (la cosiddetta pillola per uomo). La tecnica adottata consiste nel ridurre fortemente la concentrazione degli spermatozoi e risulta efficace nel 98,6% dei casi.


IN BREVE Cure integrate in oncologia
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
NOMI: VAGLINI MAURIZIO
LUOGHI: ITALIA

Ha compiuto il primo anno di attività la «Società italiana di terapie integrate locoregionali in oncologia», presieduta da Maurizio Vaglini, dell'Istituto Tumori di Milano. Il fine è di favorire ricerche e cure interdisciplinari e integrare vari attacchi alla malattia (chirurgia, terapie locoregionali, chemioterapia sistemica) per combattere neoplasie come le metastasi del fegato, i tumori del pancreas e peritoneali, i tumori degli arti. Rilevante è l'aspetto sociale: circa 25 mila italiani vanno a curarsi all'estero a spese dello Stato, e di questi 7000 ricorrono a terapie locoregionali che potrebbero essere eseguite altrettanto bene in Italia nei centri di riferimento di Milano, Torino (IV Divisione universitaria di chirurgia), Genova, Aviano, Mantova, Ravenna, Livorno, Roma, L'Aquila, Napoli, Palermo, Messina.


SCAFFALE Cavalli-Sforza Luca: «Geni, popoli e lingue», Adelphi
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: GENETICA, STORIA DELLA SCIENZA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

PROFESSORE di genetica all'Università di Stanford in California, da quarant'anni Luca Cavalli-Sforza sviluppa una linea di ricerca che, nelle popolazioni attuali e del passato, mette in parallelo le caratteristiche genetiche e i dati linguistici, archeologici, culturali, integrando così il messaggio biologico con il messaggio fornito dalla storia. In questo volume di piacevole lettura sono riuniti due cicli di lezioni tenute al College de France nei quali Cavalli-Sforza riassume i risultati delle sue ricerche. Dello stesso autore è in preparazione, sempre presso Adelphi, il trattato «Storia e geografia dei geni umani».


SCAFFALE Donald Merlin: «L'evoluzione della mente», Garzanti; Angeletti Sergio: «Il cervello nelle mani», Longanesi
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: BIOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

Stiamo vivendo il «decennio del cervello», un programma di ricerca internazionale che ha già dato frutti importanti in tutto il mondo. Ecco due libri che ci aiutano a scoprire l'evoluzione e il ruolo delle nostre capacità intellettuali. Merlin Donald ci presenta una «teoria darwiniana» della coscienza che, partendo dal problema dello sviluppo del linguaggio, giunge alla «cultura teoretica» tipica dell'uomo moderno. Sergio Angeletti affronta un tema simile, ma con più attenzione al rapporto tra cervello e abilità manuali, fino ai robot e alla società dell'informazione.


SCAFFALE «Evoluzione molecolare», a cura di Arturo Falaschi, Quaderni di «Le Scienze»
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: GENETICA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

L'evoluzione delle forme viventi oggi può essere studiata al livello più profondo, quello della genetica molecolare. Si segue così, passo passo, il bricolage della natura nel costruire le sue creature adattandole all'ambiente. Fin dai primi passi: un articolo di Leslie Orgel fa il punto su ciò che oggi possiamo dire circa gli oscuri meccanismi all'origine della vita.


SCAFFALE Cardano Carla e Rossi Laura: «Letture di biologia», SEI
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: BIOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

Mentre il ministero della Pubblica istruzione sviluppa un progetto per la diffusione delle letture scientifiche nella scuola, ecco un'antologia che rappresenta per gli studenti e gli insegnanti uno strumento molto efficace grazie alle scelte compiute, alle note puntuali e alle schede di analisi del testo.


SCAFFALE Chiaberge Riccardo: «Cervelli d'Italia», Sperling & Kupfer
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: DIDATTICA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

Scuola, ricerca, beni culturali e artistici dovrebbero essere al centro dell'attenzione in un Paese che vuole crescere. Invece in Italia i politici, quasi senza eccezione, parlano di tutto tranne che di questi temi fondamentali. Chiaberge lancia una provocazione: la corruzione culturale non è meno grave di quella morale perché porta allo spreco dei cervelli.


SCAFFALE Garattini Silvio: «La buona salute», Tracce
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

In forma di intervista, i grandi temi legati alla salute: classe medica, farmaci, prevenzione: Silvio Garattini, direttore dell'Istituto Mario Negri, risponde alle domande della giornalista della Rai Maria Rosaria La Morgia senza evitare le controversie su omeopatia, agopuntura, sperimentazione animale.


SCAFFALE «Il birdwatching in Italia», a cura della Lipu, Muzzio; Brown, Lawrence, Pope: «Le tracce degli animali», Mondadori
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: ECOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

Si avvicinano le vacanze, una buona occasione per imparare a conoscere la natura. Ecco due strumenti molto funzionali. Il primo è un manuale per l'osservazione e il riconoscimento dei volatili curato dalla Lipu, la Lega italiana per la protezione degli uccelli: con mappe e disegni, regione per regione e specie per specie. Il secondo è un manuale che con 300 foto e 500 disegni insegna a riconoscere dalle tracce mammiferi, uccelli e invertebrati europei. Piero Bianucci


CLIMATOLOGIA Sole variabile Influisce sugli oceani?
Autore: DAPOR MAURIZIO

ARGOMENTI: METEOROLOGIA, ASTRONOMIA
LUOGHI: ITALIA

E' fresca la notizia che i climatologi Daniel Cayan e Warren White hanno scoperto una chiara correlazione tra le variazioni della temperatura degli oceani con le variazioni di luminosità del Sole. Anche se, in passato, l'ipotesi che queste variazioni di luminosità solare (molto piccole) potessero essere in rapporto con il clima sulla Terra è sempre stata scartata, i dati riportati dai due scienziati mostrano una correlazione così stringente che, secondo Cayan, sarebbe stata identificata una delle cause delle variazioni climatiche. La correlazione è stata interpretata da Cayan come la dimostrazione che le variazioni di luminosità solare sarebbero responsabili, almeno in parte, delle variazioni climatiche, ma essa non implica necessariamente che tra i due fatti esista un rapporto di causa-effetto. Mi spiegherò meglio con un esempio: negli ultimi anni il numero di automobili in circolazione è aumentato. Anche le distanze tra i grandi ammassi di galassie sono diventate più grandi: tuttavia sembra difficile pensare che il livello del traffico sulla Terra possa essere responsabile dell'espansione dell'universo. Spesso affermazioni che giocano sulla confusione tra correlazione e causalità possono essere smentite considerando grandi intervalli di tempo: per rimanere nell'ambito del nostro stravagante esempio, le galassie si allontanavano anche prima che fosse inventata la ruota. A sostegno della tesi dei due climatologi, è stato riportato, su «Science» dell'8 marzo, un grafico che mostra la curiosa e affascinante correlazione tra i cambiamenti nella temperatura globale e la ricostruzione dell'andamento dell'irraggiamento solare totale a partire dal 1600 ad oggi. Anche se la correlazione su tempi molto lunghi non è ancora condizione sufficiente per stabilire con certezza che tra i due fenomeni esista un nesso causale, è doveroso riconoscere che le due curve si somigliano in maniera sconcertante. Al punto che la tesi dei due ricercatori permetterebbe di affermare che gli aumenti di temperatura del pianeta registrati nell'ultimo secolo sarebbero stati causati, almeno in parte, dalle variazioni di irraggiamento solare. Questo ridimensionerebbe (senza tuttavia annullarle) le responsabilità dell'emissione di diossido di carbonio, dovuta all'uso incontrollato dei combustibili fossili, sull'aumento della temperatura globale e imporrebbe una revisione delle previsioni sui cambiamenti climatici dei prossimi cento anni. Maurizio Dapor


LABORATORIO Dico no al cervello come computer Una analogia fuorviante per le neuroscienze
Autore: MAFFEI LAMBERTO

ARGOMENTI: BIOLOGIA, RICERCA SCIENTIFICA
NOMI: PROCHIANTZ ALAIN
LUOGHI: ITALIA

IL cervello dell'uomo e di tutti i vertebrati è composto di miliardi di neuroni che, dopo il periodo embrionale, non possono più riprodursi e il loro numero rimane relativamente stabile per tutta la vita. Questi neuroni non possono essere rimpiazzati in caso di lesioni cerebrali, come avviene per altri tessuti del corpo umano, con le conseguenze patologiche e sociali purtroppo a tutti note. La «rigidità numerica» dei neuroni ha portato a pensare che il cervello dell'adulto sia una macchina stabile i cui circuiti non possono essere cambiati. Questa idea ha favorito lo sviluppo di modelli meccanicistici del cervello, organo che viene descritto fin dai tempi di Cartesio in termini di macchinette o orologi che, come potevano far danzare le damine o cantare gli uccellini, potevano, in via di principio, essere alla base anche dei meccanismi cerebrali. Successivamente, con il grande sviluppo della logica matematica e dei calcolatori avvenuto all'inizio di questo secolo, le macchine basate sui concetti proposti da Von Neumann e da Turing e i più recenti calcolatori ad elaborazione in parallelo hanno fatto sì che il paragone tra calcolatore e cervello diventasse sempre più frequente e accettato. L'influenza di questi concetti negli studi neurobiologici è stata enorme, con esiti decisamente negativi, sia sul piano della pianificazione sperimentale sia su quello della filosofia del pensiero biologico, il quale, almeno per un certo periodo, è stato del tutto dipendente da quello fisico matematico. La spavalderia, talvolta arrogante, di certi studiosi nell'interpretazione della funzione del cervello sulla base di concetti logico-matematici ha portato a modelli assurdi, quando non ridicoli, del suo funzionamento. La convinzione che rendendo più potente la macchina, moltiplicando il numero dei suoi elementi, ci si possa avvicinare alla funzione cerebrale appare assai ingenua. Significa dimenticarsi dell'evoluzione e della vita. E', dice un biologo molecolare francese, Alain Prochiantz, nel suo libro «La biologie dans le boudoir» (1995) come se pretendesse che aumentando il numero degli elementi un cane morto divenisse vivo e saltellante. Lo sviluppo della robotica è un aspetto interessantissimo della scienza e della tecnica, a patto che non si pretenda che essa abbia strette similitudini con le funzioni cerebrali. Recentemente, in questi ultimi anni, gli studi neurobiologici hanno completamente rovesciato il concetto del cervello come macchina stabile, arrivando alla conclusione, sulla base dei dati sperimentali, che anche il cervello dell'adulto è in dinamico cambiamento e durante tutta la vita dell'animale, uomo incluso. Rimane vero che il numero dei neuroni è almeno parzialmente stabile per tutta la vita, ma si è visto che microscopici cambiamenti a livello delle connessioni cerebrali, sia di natura anatomica, sia funzionale, avvengono continuamente sotto l'influenza degli stimoli che ci provengono dal mondo che ci circonda e anche dall'interno di noi stessi. E d'altronde come si potrebbe imparare o semplicemente dimenticare? O più banalmente cambiare idea: perché cambiare idea non può che significare un cambiamento a livello anatomico o funzionale del nostro cervello. E' tempo che il pensiero biologico, e in particolare quello neurobiologico, evada dalla gabbia del pensiero fisico matematico per riacquistare la sua pulsione di pensiero della vita. Il Mefistofile di Goethe diceva allo studente stupefatto «Grau, teurer Freund, ist alle Theorie,/Und grun des Lebens gold ner Baum» (Grigia, mio caro amico, è tutta la teoria,/e verde l'albero dorato della vita). Gli strumenti della fisica e della matematica sono utilissimi anche nel campo dell'indagine biologica, a patto che non vogliano diventare concetti per interpretare la stessa mente dell'uomo che li ha creati. Lamberto Maffei Scuola Normale Superiore, Pisa


MARTIN PESCATORE Un centinaio di tuffi ogni giorno per mantenere le due famiglie
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ZOOLOGIA
NOMI: HEYN JOHN
LUOGHI: ITALIA

COSE inconcepibili per noi umani: ve lo immaginate un bigamo con figli di due mogli talmente affiatate tra loro che ciascuna si preoccupa di dar da mangiare ai bambini dell'altra? Eppure è quel che succede tra i martin pescatori. Lo attesta l'ornitologo John Heyn. Questo ricercatore ha visto con i suoi occhi un martin pescatore maschio accoppiarsi quasi contemporaneamente con due femmine. Ciascuna di loro ha il suo bravo appartamento privato, una bella galleria scavata negli argini scoscesi di un corso d'acqua. E lì, qualche tempo dopo l'accoppiamento, depone da sei a otto uova. Tra le presunte rivali intercorrono ottimi rapporti. Al punto che appena dalle uova sgusciano i pulcini, le due femmine fanno a gara a nutrire ciascuna i piccoli dell'altra. Un incredibile scambio di cortesie. Dare da mangiare ai piccoli e in più a se stessi non è un affare da poco per un martin pescatore. L'impresa richiede ardimento, perizia ed esperienza. Questo piccolo uccello dai colori rutilanti, che conta tutte specie tropicali e subtropicali e un solo rappresentante europeo (Alcedo atthis) si nutre esclusivamente di pesci. Ma per catturarli deve impiegare un'enorme quantità di energia. La tecnica di cattura dei pesci da parte del martin pescatore è simile a quella di molti pesci consumatori di prede acquatiche, come il pellicano bruno o il falco pescatore. Scruta il fiume o il lago volteggiando sopra lo specchio d'acqua, fermandosi magari sospeso a mezz'aria come fa il colibrì. Non appena scorge il pesce che fa per lui, si tuffa in picchiata come un razzo e cerca di ghermirlo con il becco appuntito. Naturalmente ha una vista favolosa. Nella retina dei suoi occhi, come in quella dei rapaci diurni, ci sono non una ma due «fovee». Sono minuscole aree in cui la percezione visiva è più intensa. E' come se l'uccello possedesse due cannocchiali che gli consentono di vedere a distanza con eccezionale acutezza. Con tutto ciò, solo una piccola parte dei tuffi in picchiata va a segno. Questo perché il pesce non se ne sta tranquillo e immobile a far da bersaglio. Guizza via veloce. Ecco perché, come ha osservato lo zoologo Cristoph Scherpner, per poter catturare una decina di pesci al giorno, quanti ne occorrono per il suo sostentamento, il martin pescatore deve tuffarsi dalle 87 alle 114 volte nel corso della giornata. Un lavoraccio, insomma. Per gli adulti vanno bene i pesci che misurano dai sette ai nove centimetri di lunghezza, ma per i piccoli ci vogliono pesciolini minuscoli. Ciascun piccolo se ne mangia una mezza dozzina al giorno. E poiché la nidiata comprende da sei a otto fratellini, padre e madre debbono sudare sette camicie per riuscire a sfamare se stessi e i figlioletti. Ma non basta catturare i pesci. Il martin pescatore li deve anche tramortire o uccidere sia per mangiarli che per darli in pasto ai piccoli. E per raggiungere lo scopo adotta un sistema piuttosto brutale. Mentre la preda si dibatte nel tentativo disperato di sgusciar via, l'uccello la sbatacchia con violenza contro il ramo di un albero. Quando giunge l'epoca degli amori, cioè in primavera, allora l'aspirante sposo deve pensare a ingraziarsi una compagna. E quale modo migliore per riuscirci che quello di offrirle come dono nuziale un bel pesciolino appena pescato? La femmina raramente è insensibile a omaggi del genere. Si lascia sedurre. E, una volta consumato il matrimonio, per entrambi gli sposi incomincia il lavoro. Bisogna metter su casa. E qui si vede la perizia dei martin pescatori che aggrediscono il terreno a colpi di becco in corrispondenza degli argini di un corso d'acqua. Riescono così a scavare una galleria che può essere lunga fino a un metro e culmina in una camera-nursery dove la femmina deporrà le uova. Uova dal guscio candido che vanno incubate per una ventina di giorni. E il marito viene coinvolto nella cova. Ogni tanto lui le dà il cambio e la madre va a farsi uno spuntino nell'acqua. Altrettanto fa lui, s'intende, quando è di turno alla cova la moglie. Passati i venti giorni, ecco le uova spaccarsi e affacciarsi le testoline dei piccoli. Sono tutti nudi. Solo più tardi mettono su un rivestimento di piccole piume dalla punta colorata. E incominciano subito a esigere la loro razione di cibo, spalancando il becco e mettendo in mostra la rossa mucosa orale che incita mamma e papà ad alimentarli. Ha inizio allora la fase più estenuante dell'allevamento, con una corvee di voli e di tuffi per soddisfare le esigenze dei piccoli affamati. A questo punto il maschio spesso cerca di svignarsela, piantando in asso moglie e figli. Per fortuna, tra i piccoli non c'è lotta concorrenziale come avviene in altri uccelli. Appena l'adulto compare all'imbocco della galleria, oscurando con la sua sagoma la luce proveniente dall'esterno, i piccoli martin pescatori si organizzano. Uno di loro si fa avanti a richiedere la sua razione di cibo e i fratellini si dispongono in fila indiana dietro di lui. Proprio come fa il pubblico agli sportelli delle Poste. Altrettanto succede se lo sperimentatore mette la mano davanti all'ingresso della galleria. La reazione dei piccoli è istintiva. Quello che ha ricevuto il cibo fa dietro front e se ne torna indietro, lasciando il posto al fratellino che lo segue a ruota. Tutto procederebbe nel migliore dei modi se l'oscura galleria in cui per 23-27 giorni sei o sette creaturine mangiano, urinano, defecano, non diventasse presto un viscido corridoio maleodorante. Padre e madre vi penetrano spinti da quel tenace istinto parentale che passa sopra molte cose (forse che gli umani non puliscono senza smorfie i sederini imbrattati dei loro pargoli?). E naturalmente lo splendido piumaggio degli adulti diventa irriconoscibile. Per questo l'uccello, assai amante dell'igiene, non appena ha dato da mangiare ai nidiacei, vola al lago o al torrente. Questa volta invece di lanciarsi a capofitto nell'acqua, vi entra dolcemente, ci sguazza dentro a lungo, si scuote di dosso la lordura. E dopo quell'energico bagno di pulizia torna a risplendere come una meravigliosa gemma azzurro- turchese. Isabella Lattes Coifmann


VENEZIA I problemi delle zone umide
Autore: GIULIANO WALTER

ARGOMENTI: ECOLOGIA, GEOGRAFIA E GEOFISICA
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, VENEZIA (VE)
NOTE: Progetto Med Wey

IL Progetto Med Wet, a cinque anni dall'avvio, fa il punto a Venezia. Dal 5 al 9 giugno la città lagunare ospiterà la Conferenza sulle zone umide del Mediterraneo. L'iniziativa di un'azione concertata a lungo termine per fermare la perdita e il degrado di questi ambienti rari e fragili, iniziò nel febbraio del 1991 a Grado in occasione del simposio sulle aree umide e la loro fauna, organizzato dall'Iwrb (International Waterfowl and Wetlands Research Bureau) e dal governo italiano. Vi partecipano a livello paritario autorità internazionali, governative e associazioni non governative. Nella fase preparatoria sono oggi coinvolti i governi di Italia, Francia, Grecia, Portogallo e Spagna, la Commissione Europea (che finanzia il progetto al 66 per cento), le associazioni Iwrb, Wwf e Station Biologique Tour du Valat. Ma se ne prevedono sviluppi a breve termine. Intanto il progetto è stato fatto proprio all'unanimità dalla Conferenza di Kushiro dei membri firmatari della Convenzione di Ramsar che ha caldeggiato l'ampliamento di Med Wet a tutti i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Inoltre sono a uno stadio avanzato i rapporti di collaborazione scientifica con Tunisia, Marocco e Croazia. Nei primi tre anni Med Wet si propone di analizzare la situazione delle aree umide nel bacino del Mediterraneo e di predisporre metodologie e strumenti per la loro conservazione e gestione. Il progetto si articola in cinque settori principali di attività. -Inventari e monitoraggio. Si tratta di rivedere gli inventari esistenti adeguandoli a una metodologia standardizzata che tenga conto delle linee guida di Ramsar e di Corine. -Gestione. Si propone di redigere un manuale per la gestione delle aree umide medi-terranee che tenga conto degli aspetti tecnico-naturalistici, legali e amministrativi. -Formazione. Per la conservazione di queste aree, strettamente collegata alla gestione idrica complessiva, e per sviluppare programmi razionali di loro utilizzo è necessario poter disporre di personale qualificato, in grado di comprendere il complesso funzionamento degli ecosistemi acquatici. Il sottoprogetto intende sviluppare una strategia di formazione a livello nazionale e regionale. -Informazione e sensibilizza zione. Si occupa di mettere a punto uno studio di fattibilità sulle metodologie di sensibilizzazione del pubblico per meglio lanciare il messaggio di conservazione. -Applicazione dei risultati delle ricerche. Si propone di fare divulgazione scientifica - è prevista una serie di brevi opuscoli - a partire dalla mole di pubblicazioni che riferiscono di studi e ricerche svolte da Università e istituti specializzati sui temi dell'ecologia e idrologia delle aree umide che andranno peraltro a costituire uno specifico archivio. Come si vede uno sforzo notevole. Che tuttavia si giustifica se pensiamo al ruolo cruciale svolto storicamente (basti pensare al Delta del Nilo) dalle aree umide nel bacino del Mediterraneo. Un ruolo che non ha perso importanza per una regione che soffre cronicamente di periodi di siccità, che ospita Paesi in via di sviluppo in cui intere popolazioni dipendono dalle aree umide per il mantenimento delle attività tradizionali (pastorizia, caccia, pesca, agricoltura) e che rappresenta infine sotto il profilo ecologico un crocevia insostituibile che vede la nidificazione, la sosta, lo svernamento e il transito di molte specie di uccelli sulle vie delle rotte migratorie. Tra i benefici locali svolti dale zone umide bisogna sottolineare il mantenimento delle falde acquifere, l'assorbimento delle inondazioni, il controllo delle erosioni e la stabilizzazione delle coste, il trattenimento dei sedimenti delle sostanze tossiche e dei nutrienti, la produzione di biomassa, la mitigazione degli effetti delle tempeste e del vento, la conservazione del microclima, il ruolo nel turismo e nella ricreazione, il supporto alla biodiversità. Walter Giuliano


IL MUSEO DELLA FRUTTA Pere e mele in via d'estinzione Nella raccolta del torinese Garnier-Valletti
Autore: SCAGLIOLA RENATO

ARGOMENTI: BOTANICA, MUSEO
NOMI: MARCHESINI AUGUSTO, GARNIER-VALLETTI FRANCESCO, BASSIGNANA PIER LUIGI, MALUSA' ELIGIO, MARCHESINI AUGUSTO, SEGRE GIORGIO, REGIS DANIELE
ORGANIZZAZIONI: ISTITUTO SPERIMENTALE PER LA NUTRIZIONE DELLE PIANTE, UMBERTO ALLEMANDI EDITORE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: «Il Museo della frutta. La collezione Garnier-Valletti, e la frutticoltura storica piemontese»

UNO scrigno di saperi classificati, uno spazio misconosciuto del migliore positivismo sperimentale piemontese ed europeo di matrice illuminista che apre all'infinita ricchezza delle cose, ad una natura «completata», riscoperta, attraverso l'arte e la bellezza...». Il soggetto è un piccolissimo museo, detto della frutta, ospitato dal 1897 al primo piano della storica palazzina torinese di via Ormea 47, dove ha sede l'Istituto Sperimentale per la Nutrizione delle piante, (direttore Augusto Marchesini), già Regia Stazione di Chimica Agraria. Qui sono conservate - tra una antica biblioteca e nuovi laboratori - centinaia di esemplari di varietà di frutta scomparsi, realizzati da un geniale artista-scienziato, Francesco Garnier-Valletti (1808- 1889), impiegando materiali diversi: resine, gomme di vario tipo, gesso e probabilmente polvere di alabastro. I risultati sono di un realismo stupefacente, non solo, ma ancora oggi, a un secolo di distanza, le pere, le mele, le ciliegie, conservano i colori e le nuances originali e i frutti sembrano appena staccati dalla pianta. Ma a parte la valenza artistica delle raccolte, queste illustrano decine di specie di frutti non più coltivati, e spariti anche dalle campagne più remote. Un esempio classico è quello delle pesche di vigna, dolci, profumate, di aspetto rustico, quasi totalmente scomparse dai mercati. Tra le mele sono ormai un ricordo varietà locali come Gamba Fin-na, Pom dal Babi, Riga Larga, Calvilla Bianca d'inverno; le pere Calebassa e Prus dla lira (un frutto da solo poteva pesare 6/7 etti); pesche come Poppa di Venere, Reale di Piemonte, Beica Bin, Maddalena Bianca. Frutti coltivati in piccole quantità, che potrebbero anche essere sopravvissuti in qualche orto fuori mano, ma da considerare virtualmente estinti, come spiega Marchesini. Garnier-Valletti riceve quindi un ennesimo riconoscimento, questa volta postumo, visto che di soddisfazioni ne ebbe molte in vita, anche se a queste non seguirono, se non a tarda età, adeguati premi economici. Personaggio di natura ritrosa, originario di Avigliana, fu premiato con filze di medaglie in tante esposizioni, lavorò a Milano, a Vienna e alla corte dello zar fino al 1848; successivamente tornò a Torino dove per 40 anni proseguì nella carriera di artista «scientifico». Il museo si può visitare solo su prenotazione, telefonando allo 011/65.04.090. Le raccolte sono diventate (sponsor la Camera di Commercio) una sofisticata pubblicazione: «Il Museo della frutta, La collezione Garnier-Valletti, e la frutticoltura storica piemontese», testi di Pier Luigi Bassignana, Eligio Malusà, Augusto Marchesini, Giorgio Segre, foto (esemplari) di Daniele Regis, editore Umberto Allemandi & C., 126 pagine, 80 mila lire. Il volume verrà presentato venerdì 31 maggio alle 17,30 a Torino, nella Sala Einaudi del Centro Congressi Torino Incontra, via Nino Costa 8. «Un esempio di quella che si può definire una rivoluzione varietale - scrive Malusà - si può rilevare dalla distribuzione percentuale delle cultivar di melo nel Pinerolese. Nel decennio 1930/40 le varietà locali di melo costituiscono circa il 99 per cento degli impianti. La Renetta Grigia di Torriana da sola rappresenta il 30 per cento dei frutteti e la Runsè il 25, mentre la metà è costituita da altre cultivar locali. Negli Anni Settanta le cultivar locali si sono ridotte al 5 per cento, mentre il 70 per cento è costituito da varietà del gruppo Golden Delicious (buccia gialla), e il 20 per cento da Red Delicious (a buccia rossa). La trasformazione si è verificata anche per assecondare le esigenze dei consumatori per gusto e aspetto dei frutti e per la loro conservabilità... Ma con le varietà locali, la tavolozza gustativa era notevolmente più ampia... le vecchie cultivar erano il risultato della selezione soprattutto di semenzai ottenuti casualmente da incroci non controllati e dell'adattamento ad un particolare ambiente pedoclimatico. La differenza del patrimonio genetico di queste varietà era molto elevata, al contrario delle cultivar moderne. La scomparsa delle varietà locali provoca quindi la perdita di caratteri, cioè di geni, difficili da individuare e selezionare ex novo...». Una lezione per i consumatori di oggi, molti dei quali sono abbagliati dal rigoglio dei banchi di mercati e supermercati, dove in ogni mese dell'anno c'è di tutto, un tutto fuori stagione, proveniente dai quattro angoli della Terra. Meloni da Israele, uva dal Sud Africa, pere e mele dal Cile, nespole dalla Spagna. E lo stesso discorso vale per la verdura. Col risultato, alla fine, di disorientare i cittadini meno riflessivi, che piano piano perdono la cognizione della stagionalità dei prodotti della terra, oltre che non conoscere de visu orti e frutteti (chi può dire di aver visto dal vero una pianta di ceci?). Nè stupirebbe alla fine se qualche ragazzotto intossicato dagli hot-dog immaginasse che le patate sono fatte a spicchi, come le arance, belle e pronte per le malefiche friggitrici dei fast-food. Renato Scagliola


FISICA FACILE Quel soffio per scaldare le mani
Autore: CAGNOTTI MARCO

ARGOMENTI: FISICA
LUOGHI: ITALIA

POSSIAMO scaldarci le mani soffiandoci a bocca ben aperta. Socchiudendo le labbra otterremmo solo aria più fredda, aria che sarebbe utile per far raffreddare una minestra, non per tener caldo. Che c'entra la forma della bocca con la temperatura dell'aria che ne esce? Per rispondere bastano poche nozioni di termodinamica. Quando un gas si trova in un contenitore a una pressione superiore a quella esterna e viene espulso rapidamente, compie lavoro verso l'esterno adiabaticamente (ossia senza che avvengano scambi di calore). L'energia necessaria viene ricavata dall'energia interna del gas, che quindi si raffredda. Se si emette dell'aria tenendo la bocca ben aperta non c'è praticamente nessuna differenza di pressione fra interno ed esterno, e di conseguenza il gas mantiene la temperatura corporea, risultando più caldo dell'aria che circonda le mani infreddolite. Socchiudendo le labbra, invece, l'aria è più fresca perché, a causa della differenza di pressione, il gas compie lavoro e si raffredda. L'espansione adiabatica dei gas spiega anche perché in montagna fa molto più freddo che in pianura. Sembrerebbe quasi un fatto paradossale: l'aria calda sale, e quindi è proprio ad alta quota che dovrebbe esserci una temperatura maggiore. Ma non abbiamo fatto i conti con la termodinamica dei processi adiabatici. Infatti salendo l'aria incontra pressioni inferiori e, espandendosi, si raffredda. A questo fenomeno si aggiunge il fatto che l'energia solare viene assorbita soprattutto dal terreno e dalle grandi masse d'acqua, che avendo un calore specifico molto elevato cedono lentamente il calore e mantengono più calda l'aria alle quote più basse. In tutte le case c'è un elettrodomestico che sfrutta l'espansione adiabatica dei gas: il frigorifero. Il freon, compresso e liquefatto, viene fatto espandere senza scambi di calore all'interno delle pareti del refrigeratore e si raffredda. A questo punto può assorbire calore dall'interno dell'apparecchio (che così diminuisce la propria temperatura) e riscaldarsi nuovamente. In seguito viene ricompresso e libera il calore nell'ambiente. Se poi dal frigo prendiamo una bottiglia di champagne ghiacciato, possiamo facilmente osservare un fenomeno comunissimo: aprendola, vediamo una sottile nebbiolina formarsi intorno all'imboccatura. Infatti l'aria compressa nel collo della bottiglia si espande rapidamente e senza scambi di calore compiendo lavoro contro la pressione atmosferica, e la diminuzione della temperatura porta a condensazione una parte del vapore acqueo, che forma così la nebbiolina. Il fenomeno opposto all'espansione adiabatica si ha nei venti caldi che provengono dalle montagne, come il foehn che dalle Alpi svizzere scende nelle nostre valli. Può sembrare strano che un vento proveniente dall'alta montagna sia caldo, tuttavia di nuovo la termodinamica ci soccorre nel trovare una spiegazione. Scendendo a bassa quota l'aria fredda di montagna viene compressa adiabaticamente e si riscalda velocemente. Il vento sarà quindi in generale più caldo dell'aria delle pianure. Si dice che la sua presenza provochi disturbi nel comportamento delle persone (aumenterebbe il tasso di criminalità e degli incidenti stradali). Ma questa è un'altra storia... Marco Cagnotti


STRIZZACERVELLO I quadrati speciali
LUOGHI: ITALIA

Trovare il numero di quattro cifre che è il quadrato delle sue due ultime cifre.


LA TENDA SIOUX La tecnologia del «tipì» Fondamentale l'invenzione delle «falde da fumo»
Autore: FERRARIS MAURO

ARGOMENTI: TECNOLOGIA, ANTROPOLOGIA E ETNOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D.T. TAB. LA STRUTTURA DEL TIPI' (tabella nel testo)

TIPI' è una parola Sioux, vuol dire «serve da casa» («ti» = casa -«pi» = serve da, gli americani scrivono tepee) ed è la tenda conica che siamo abituati a vedere nei film sugli indiani. La tenda conica era diffusa in tutta l'area culturale subartica, adottata dalle popolazioni seminomadi boreali, con alcune differenze dovute soprattutto al sistema di costruzione ed alle dimensioni. Quando i Sioux varcarono il Missouri, arrivavano dalle foreste dell' Est, fuggivano dai loro nemici Cippewa ed alle loro armi da fuoco avute dai grossisti di pelli bianchi. All'inizio dell'800 attraversarono il «fiume fangoso» e incontrarono il cavallo. Fu amore a prima vista, essi chiamarono lo strano animale «Shunka Wakan», letteralmente «cane misterioso» e l'influenza che ebbe nella loro vita fu grande, divennero più nomadi potendo inseguire le mandrie di bisonti nel profondo delle praterie ed il cuore delle pianure divenne la loro terra. Le sette bande si sparpagliarono intorno alle «colline nere», stabilendosi a Nord del Platte, un territtorio che avevano soittratto con aggressive incursioni ai Corvi ed ai Kiowa. Fu in questo periodo e contesto che il tipì Sioux prese la forma che noi conosciamo; infatti la prima descrizione di un tipì con le falde da fumo risale al 1819 in «Report of an Expedition from Pittsburgh to the Rocky Mountains». La principale caratteristica che distingue i tipì degli indiani delle pianure dalle altre tende coniche è costituita dalle «Wipipage», le falde per il fumo; esse determinano l'eccezionale funzionalità della tenda permettendo, quando ben orientate un perfetto tiraggio dal focolare. Grazie ad esse l'apertura sommitale della copertura viene ridotta rendendo la tenda calda e confortevole anche nei rigidi inverni. L'altra geniale caratteristica è fornita dal sitema di chiusura della copertura, chiamata «Unhungaska», semplice e rapido, composto da una serie di asole sovrapposte e fissate cpn spilloni di legno, come si nota nel disegno 3. Il tipì non è perfettamente conico, ma di sezione lievemente ovale; lo sviluppo della copertura non è un semicerchio perfetto infatti il centro della sua circonferenza è spostato alcuni centrimetri più in alto. Quaesta caratteristica dona al tipì una straordinaria funzionalità rendendo il lato posteriore, quello in cui si vive più verticale, permettendo alle persone di spostarsi comodamente, stando in piedi, mentre nel semicerchio anteriore, più, mansardato, oltre al focolare sono riposti gli oggetti e la legna da ardere. Gli indiani erano veri nomadi, si spostavano su grandi distanze aiutati dal cavallo, seguendo le mandrie di bisonti; in certi casi l'accampamento doveva essere spostato anche ogni giorno, quindi la funzionalità della tenda doveva essere perfetta. Le donne smontavano il campo in meno di mezz'ora, poi la tribù, si metteva in marcia osservando regole precise per avere la necessaria sicurezza, nel momento delicato dello spostamento; gli scout andavano in avanscoperta, gli anziani aprivano la colonna formata da donne, bambini, tregge, cavalli e muli da soma, i fianchi erano protetti dalle Acikita ovvero squadre di guerrieri. Il tipì costituiva la dimora della famiglia ed era fatto dalle donne con le pelli di bisonte portate dal cacciatore; per un tipì medio ne occorevano una quindicina, il lavoro di concia era lungo, faticoso e ripetitivo; nei vecchi tempi i tipì avevano diametri di 4 - 5 metri, solo in seguito, dopo il 1870, le pelli furono sostituite dalla tela dell'«Uomo bianco». I tipì divennero si più freddi, ma anche più leggeri e poco ingombranti, facili da trasportare, inoltre in questo periodo aumentarono le dimensioni arrivando a toccare diamentri di 7 metri. Ricordiamo che l'altezza della copertura della tenda è pari al suo diametro e, tenendo conto che i pali spuntavano più di un metro fuori dalla copertura, l'altezza complessiva di un tipì poteva raggiungere gli 8-9 metri. Mauro Ferraris D.T. TAB. LA STRUTTURA DEL TIPI' ==================================================================== COME SI MONTA UN TIPI'. Per montare un tipì di media dimensione (4 metri di diametro) occorrono 15 pali di larice lunghi sei-sette metri, con diametro di 10 cm alla base. Il treppiede (dis. 1) è costituito dai tre pali più robusti, orientato in modo che l'apertura si verso Est, gli altri pali vengono appoggiati all' inforcatura del treppiede con ordine stabilito (dis. 2), tranne quello dell'Ovest opposto all'entrata; a questo era fissata la copertura e veniva quindi alzato per ultimo. La copertura veniva quindi facilmente avvolta all'ossatura dei pali e fissata sul davanti con gli spilloni di legno (dis. 3), altri due pali venivano infilati nei bicchieri delle falde per orientarle secondo la direzione del vento. L'opera era ultimata da un palo piantato davanti alla porta della tenda, dove venivano legate le parti inferiori delle falde, e sul quale venivano appoggiate le armi del guerriero, scudo e faretra con arco e frecce. La copertura era fissata all'esterno con picchetti di legno: strisce di pelle erano legate alla sommità dei pali e servivano per osservare la direzione del vento; gli scalpi erano fissati ad un bastone infilato nell'apertura sommitale della tenda e all'ingresso, per dimostrare il valore del guerriero. Oggi si fabbricano ancora tipì (ma per il tempo libero), con copertura di cotone impermeabile (con trattamento antimuffa, peso 530 grammi al metro quadro), ma uguali, per concezione, a quelli tradizionali. VITA NEL TIPI'. Vivere vuol dire mangiare, scaldarsi, dormire sereni ed il tipì assolve bene questi compiti; si entrava dalla porta, generalmente rivolta ad Est, non solo perché i venti della pianura vengono dall'Ovest, ma anche per rispetto verso il giorno nascente. Sulla sinistra vi era la riserva di legna, come si nota dal (dis. 4), lungo il perimetro i giacigli di pelle di bisonte che diventano comodi divani nelle ore diurne, tra un letto e l'altro venivano disposti i bauli di cuoio crudo, mentre i viveri erano abitualmente disposti sulla destra della porta. Il fuoco era situato davanti all'ingresso lievemente prima del centro del tipì, esattamente sotto l'apertura protetta dalla falde lasciate nella copertura, le armi di notte venivano disposte a portata di mano e i cavalli migliori legati ai picchetti delle tende; ricordiamo che l'accampamento Soiux era un campo in armi anche nei periodi di «pace». Il tutto era veloce da montare e ancora più veloce da smontare. LA TREGGIA. E' il carro degli indiani, semplice da realizzare, robusta e flessibile si adatta ai più svariati tipi di terreno; originariamente era di piccole dimensioni e tirata dai cani; con l'avvento dei cavalli essa aumentò le dimensioni adattandosi al nuoc quadrupede e potendo così trasportare carichi più pesanti. E' costitutita da due pali di tipì incrociati a forma di «A» sul garrese punto in cui viene legata la cavallo per essere tirata. Un'intelaiatura di rami viene legata a questi pali su cui sono fissati gli oggetti da trasportare. I restanti pali delle tende, vengono legati, sette per parte sui cavalli, in modo che la parte pesante appoggi sul terreno per poter essere trascininati più agevolmente. I solchi lasciati sul terreno dai pali dei tipì e dalle tregge erano evidenti, soprattutto quando le bande erano numerose, e costituivano le cosiddette piste indiane. ====================================================================




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