TUTTOSCIENZE 28 febbraio 96


TETHERED Resa dei conti per l'Italia nello spazio
Autore: BIANUCCI PIERO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, TECNOLOGIA, RICERCA SCIENTIFICA, INCIDENTI
NOMI: GUIDONI UMBERTO, CHELI MAURIZIO
ORGANIZZAZIONI: SHUTTLE, TETHERED, ASI, NASA, ALENIA SPAZIO
LUOGHI: ITALIA

C'E' poco da fare: nell'era della tv arrivano soltanto i messaggi semplici. Della missione del «satellite al guinzaglio» la maggioranza degli italiani ricorderà quella lunga stringa bianca che si aggroviglia nello spazio nero, con in cima il nostro satellite. L'immagine di un naufragio. Come sempre, invece, la realtà ha più sfumature. L'idea del cavo che taglia le linee magnetiche del campo terrestre e produce potenza elettrica era già stata verificata nel primo volo, del 1992, ma ora sappiamo che i valori di voltaggio e di amperaggio previsti per un filo di 20 chilometri sono in effetti realizzabili. La possibilità di usare il cavo come antenna per onde radio a bassissima frequenza esce confermata. Di positivo, quanto a immagine, c'è anche il lavoro svolto in orbita dai nostri due astronauti, Umberto Guidoni (Asi) e Maurizio Cheli (Esa). Al passivo, nonostante i giudizi ottimistici dell'Agenzia spaziale italiana, c'è invece l'indicazione che la tecnologia dei «tethered», cioè dei sistemi orbitali a filo, è ben lontana dall'essere matura. Non ci si può consolare egoisticamente dicendo che l'agenzia spaziale e l'industria del nostro Paese non sono responsabili del cavo e dei suoi inconvenienti. Quando si lavora in collaborazione con un ente come la Nasa bisogna saper guardare al di là del proprio giardinetto, agli obiettivi comuni della missione. E allora occorre riconoscere che ben altro sarebbe stato sperimentare per tutte le ore previste e recuperare regolarmente il satellite. L'Asi questo coraggio non lo ha avuto: per tutta la giornata di lunedì i suoi dirigenti sono sfuggiti ai contatti con la stampa, un modo sicuro per far sospettare una «coda di paglia». Il fatto è che, pur innocente nella perdita del «satellite al guinzaglio», l'Asi ha invece innumerevoli sensi di colpa per la cattiva amministrazione e le risse interne che ha mostrato in tutti questi anni, fin dalla nascita. E quindi anche l'immagine del cavo contorto che si allontana dallo Shuttle rischia di fare da innesco a una resa dei conti che - evidentemente - preoccupa molte persone nel palazzo romano di via Villa Patrizi 13, dove l'amministratore straordinario Silvano Casini ha il suo daffare a tenere insieme i cocci dell'Agenzia. Consapevole di questa fragilità, la destra è infatti andata all'attacco. Tanto sono pochi a cogliere il grottesco di una interrogazione del senatore Costa tesa ad accertare perché il lancio del satellite sia stato rinviato di 24 ore... Il «tethered» non deve diventare un pretesto. Tuttavia una svolta si impone. Una svolta che, a buon senso, dovrebbe essere in direzione europea. Peccato che poche settimane fa una commissione che aveva Carlo Rubbia tra i propri membri abbia invece indicato, stranamente, obiettivi autarchici. Vedremo. E intanto incrociamo le dita: il 29 aprile da Cape Canaveral partirà il satellite «Sax» per lo studio del cielo nei raggi X, costosa e contestata creatura dell'Agenzia spaziale italiana. Piero Bianucci


UN GIOCO La città ideale
ORGANIZZAZIONI: ENAIP, LEGAMBIENTE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: «Gioco ambiente»

SI chiama «Gioco ambiente» ed è una iniziativa prima di formazione e poi di didattica per diffondere una cultura ecologica nella scuola media dell'obbligo. Coinvolge insegnanti e allievi di Torino, Dronero, Novara, Vercelli e Biella, lo promuove l'Enaip (Ente Acli istruzione professionale) con la collaborazione di Legambiente e si serve di un videogioco di simulazione chiamato «SimCity». Le sei classi che partecipano all'iniziativa - i cui insegnanti hanno seguito un apposito corso di aggiornamento - dovranno progettare una città ideale, a misura d'uomo, ovviamente nel pieno rispetto della natura. I progetti verranno valutati da una apposita giuria che si riunirà ad Oleggio, in provincia di Novara, il 7 maggio. Le classi impegnate saranno ospiti della rubrica di Rai 3 «Ambiente Italia», in onda da Torino.


EMERGENZA RIFIUTI Scarty e la raccolta differenziata Una mostra didattica messa a disposizione delle scuole
Autore: VICO ANDREA

ARGOMENTI: ECOLOGIA, RIFIUTI, AMBIENTE, MOSTRE, DIDATTICA
ORGANIZZAZIONI: COGEME, SCARTY
LUOGHI: ITALIA

DURA più a lungo, la plastica o il ferro? Conosci almeno dieci cose che si possono riciclare? Sai che cosa succede quando una discarica è piena? Scarty saltella di qua e di là in una classe piena di ragazzi incuriositi: ma chi è questo tipo strano che pone tante domande? Scarty è un simpatico canguro esperto di raccolta differenziata e smaltimento dei rifiuti, ed è il principale protagonista di un progetto di educazione ambientale ideato dalla Cogeme di Brescia. La cultura del riciclo è ancora agli inizi in Italia, per questo Scarty non si aspetta risposte immediate, bensì è disponibile ad accompagnare i suoi nuovi giovani amici alla scoperta di tanti facili gesti, piccoli quanto importanti per la salvaguardia della natura. Ogni anno ciascuno di noi produce mediamente 350 chilogrammi di rifiuti, più o meno un chilo al giorno. Ma non è solo una questione di peso, bensì anche di ingombro: in un anno una sola persona riesce a colmare di immondizia circa 160 vasche da bagno. Se si considera una famiglia media tutto questo va moltiplicato per quattro arrivando ad accumulare una massa di pattume che riempirebbe fino al soffitto un alloggio da 100 metri quadrati. Eppure, a tutt'oggi, nelle diverse raccolte differenziate organizzate nelle città confluisce appena il 6 per cento del totale dei rifiuti d'Italia. Meno di 6 milioni di tonnellate tra plastica, carta, alluminio e vetro, pochissimo rispetto alle enormi possibilità che offrono le varie tecniche di riciclaggio oggi. Ma Scarty non si abbatte e sa che una buona istruzione di base offerta ai giovani vale molto di più di tante leggi confuse e inapplicate. Così il nostro canguro con le bretelle blu introduce i suoi allievi al primo cartellone della mostra sui malanni dell'ambiente, che si intitola «Rifiuto o non rifiuto? Questo è il problema». Il percorso didattico della mostra si articola in dieci grandi manifesti a forma di finestra; aprendone le persiane i ragazzi scoprono un aspetto particolare del riciclaggio (le lattine di alluminio, i rifiuti tossici, le discariche, il biogas...). Ma cinque manifesti sono in bianco, da compilare a cura dei ragazzi con i risultati di alcune attività didattiche da realizzare in classe. Cinque schede (con precise indicazioni sugli obiettivi, i materiali, i tempi di lavoro) aiuteranno gli insegnanti a proporle ai ragazzi, mentre un glossario faciliterà la comprensione dei termini più tecnici. Infine, la mostra si completa con un video di un quarto d'ora circa che illustra il funzionamento di una discarica controllata (gli impianti di Castrezzato-Trenzano, in provincia di Brescia). La Cogeme è una società i cui azionisti sono oltre 50 Comuni del Bresciano e del Bergamasco. Un fruttuoso esempio di come sia possibile unire le forze e dividersi le spese per piccole amministrazioni che altrimenti non potrebbero permettersi in proprio tecnologie e complessi interventi per la tutela dell'ambiente. Accanto alla gestione di 30 depuratori e acquedotti, di 185 centrali termiche a metano e di una discarica (che serve un bacino di quasi 400 mila abitanti), la Cogeme ora mette a disposizione delle scuole la sua esperienza per far crescere negli alunni una sensibilità ai temi ambientali. Il «Progetto Scarty» prevede, accanto alla mostra, un pacchetto integrato di attività didattiche, di visite guidate, di lezioni in classe e di consulenza. Per informazioni e richieste: Cogeme, via XXV Aprile 18, Rovato, tel. (030) 771.4253. Andrea Vico


STRIZZACERVELLO I tanti numeri dell'esagono magico
ARGOMENTI: GIOCHI
LUOGHI: ITALIA

Sistemare nei punti indicati dell'esagono i numeri da 1 a 19, in modo che su ogni lato e sui segmenti che uniscono il centro ai vertici dell'esagono, la somma dei numeri sia sempre uguale a 22. Spostare poi i numeri in modo che la somma costante risulti 23.


UNIVERSITA' Docenti come calciatori?
Autore: RIZZOLATTI GIACOMO

ARGOMENTI: DIDATTICA, UNIVERSITA', INSEGNANTI
LUOGHI: ITALIA

DA tempo penso che per selezionare i professori l'Università dovrebbe adottare un sistema simile a quello che le squadre di calcio usano per formare il loro organico. Basta paragonare i due sistemi per esserne subito convinti. La Juventus ha bisogno di un'ala destra. Cosa fa? Si guarda attorno, trova il giocatore che fa per lei, si mettono d'accordo ed è fatta. Il tutto dura pochissimo con grande soddisfazione delle parti. Immaginiamo invece ora che il Parlamento nel suo amore per il garantismo imponga alle squadre di calcio il sistema di selezione che impone all'Università. Ecco che la Juventus dovrà indire un «concorso pubblico per ala destra, posti n. 1». Il concorso dovrà essere, naturalmente, per titoli e, probabilmente, per esami. Partite in serie A, in serie B, gol fatti (questi corrisponderebbero all'«impact factor» che tanto piace a coloro che pubblicano tanto e scoprono poco). Poi le prove pratiche: tiro in porta da vicino, da lontano, corners e rigori. Alla fine l'ala «migliore» verrebbe assunta. Sarà probabilmente un vecchietto un po' bolso ma con un ottimo curriculum e un grande impact factor. Non ci vuole molto per capire che una squadra che selezionasse i propri giocatori così, la serie B l'avrebbe assicurata. Il fatto è che se in B va la Juventus si arrabbiano in tanti, se ci va l'Università non se ne accorge nessuno. Il paragone tra calciatori e professori è diventato quanto mai attuale. Una sentenza della corte dell'Aia ha imposto che, data la libera circolazione dei lavoratori in Europa, anche i calciatori stranieri comunitari possano giocare nelle squadre di calcio europee, indipendentemente dalla nazionalità. Un processo forse prematuro, ma che indica in che direzione l'Europa si muove. Anche il Parlamento italiano ha voluto dare il suo contributo alla libera circolazione dei lavoratori, in questo caso professori universitari. La grande idea è questa. Per diventare professore universitario ci vuole una patente nazionale. Alla faccia della libera circolazione dei lavoratori] L'Università quindi non può scegliere il professore che le aggrada, neanche italiano. Deve scegliere il professore patentato, magari bolso e vecchietto. La patente gli stranieri non ce l'hanno. D'altronde se l'Università si scegliesse per professore un giovane europeo o, non sia mai, italiano che lavora in America sarebbe un disastro. Verrebbe meno al suo compito istituzionale che, come è noto, non è creare conoscenza, ma sistemare i patentati. A questo punto due suggerimenti. Il primo ai presidenti delle squadre di calcio. Volete limitare il numero degli stranieri che giocano nelle squadre italiane? Seguire l'esempio del Parlamento. Introducete la «patente». Chiedete i «titoli» ai giocatori stranieri, nominate una commissione di allenatori o di ex giocatori e poi li fate votare. Solo chi avrà ottenuto i due terzi dei voti potrà entrare a fare parte di una squadra italiana. Con un po' di accordo preliminare e con la scelta giusta dei commissari-tecnici potrete ammettere il numero che vi pare ed i giocatori giusti. Inoltre, se vorrete, potrete fare durare la manfrina uno, due o più anni e così non applicare la legge europea fino a che vi aggradi. Mi sembra una ottima idea. C'è sempre da imparare all'Università. L'altro suggerimento, più serio, è ai parlamentari. Il problema da risolvere nei concorsi universitari non è quello di inventare marchingegni sempre più complicati. Se non vi è alcun interesse ad avere professori bravi, i professori bravi vinceranno solo se, come spesso per fortuna accade, l'essere bravi coincide con altri fattori. Vi è solo una maniera per rendere efficiente l'Università. Controllare il prodotto. Vedere cioè in quale misura i vari dipartimenti e istituti hanno contribuito alla produzione della conoscenza. Non è difficile. Basterebbe usare ad esempio il Citation index (ogni istituto indichi i cinque lavori migliori) e forme corrette dell'impact factor (sistema idiota se si paragonano discipline dove per fare un lavoro ci vuole un mese con quelle dove ci vuole un anno, ma efficace per paragoni omogenei). Altre maniere potrebbero essere facilmente escogitate. I fondi, i posti, i dottorati saranno distribuiti secondo il «rating», con eventuale chiusura dei dipartimenti che non producono. A questo punto l'interesse collettivo prevarrà su quello individuale, senza sottogoverno, patenti, piaceri, «ope legis», ricorsi al Tar e le altre amenità che affossano l'Università. La procedura di selezione diverrà del tutto secondaria, purché sia sancita come in tutti i Paesi civili la cooptazione. In una sede occorre un professore con titoli e prestigio, in un'altra un giovane che porti nuove idee. Una sede può accettare un ricercatore brillante con laurea diversa dalla disciplina principale perché opererà in una struttura dipartimentale, un'altra sede no perché l'insegnante prescelto dovrà sostenere tutto l'insegnamento. Un professore con molti titoli sarà meno utile di uno con meno titoli in una sede determinata, se la sua competenza non si integra con quella degli altri ricercatori che vi lavorano. La scelta dei professori non è un gioco di impact factor o, peggio, di anzianità e titoli sindacali. E' legata al dipartimento in cui uno deve agire, alle specifiche competenze del ricercatore, ai rapporti personali, agli strumenti presenti. Meno norme condizioneranno l'assunzione dei professori, più efficiente sarà l'Università. Imparare dalla Juventus. Giacomo Rizzolatti Università di Parma


Come nasce un ghiacciaio Seracchi e morene La lenta evoluzione del «truogolo glaciale»
Autore: VARALDO ANTONIO

ARGOMENTI: GEOGRAFIA E GEOFISICA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. Come nasce un ghiacciaio e la sua evoluzione

Il movimento di un ghiacciaio e l'andamento del fondovalle possono essere studiati partendo dall'osservazione della sua superficie: in generale nei punti di contatto con il substrato roccioso la massa glaciale crea attrito ed è perciò rallenatata rispetto alla velocità di scorrimento delle parti più superficiali;la più semplice dimostrazione di ciò viene dall'osservazione del fatto che i pali infissi verticalmente nel ghiacciaio dopo un certo tempo si presentano inclinati in avanti. In corrispondenza di gradini rocciosi seguiti da tratti di fondovalle più ripidi il ghiacciaio si crepa originando i seracchi, dove il fondovalle diviene più piatto si forma invece un accumulo con l'insepessimento del ghiaccio. Con il passare del tempo i gradini rocciosi del fondo valle e delle pareti laterali vengono erosi e smussati ed il materiale viene trasportato a valle insieme a quello caduto sulla superficie del ghiacciaio: si tratta di materiali di ogni forma e dimensione che vengono poi abbandonati alla fronte o ai lati del ghiacciaio creando le morene. Più volte nel corso delle ultime centinaia di migliaia di anni, e fino a poco più di dieci mila anni fa, la temperatura mondiale ha subito una diminuzione significativa che ha determinato l'aumento dei ghiacci e l'abbassamento del livello del mare (grandi quantità d'acqua erano imprigionate sottoforma di ghiaccio]). Anche l'Arco Alpino era interamente sommerso e la copertura glaciale arrivava a invadere la piana del Po: le numerose morene che si trovano allo sbocco delle principali valli alpine testimoniano l'imponenza di questo fenomeno. Ma cosa resta di una valle glaciale? L'erosione determina il modellamento della valle che assume così un profilo a «U», con i fiumi laterali nettamente sollevati sul fondovalle che formano ripide cascate prima di confluire nel corso d'acqua principale; l'evoluzione morfologica successiva va quindi nella direzione di accumulo di materiali, formazione di una piana alluvionale e incisione di profonde valli laterali. Lo scioglimento dei ghiacci provoca naturalmente un nuovo aumento del livello del mare, e nel caso in cui l'erosione abbia inciso la valle al di sotto di questo nuovo livello, saranno le acque del mare a occupare la valle originando un fiordo: le frastagliate coste norvegesi altro non sono che una successione di ex valli glaciali di questo genere. Antonio Varaldo


NGORONGORO Il parco nel cratere Nella selvaggia terra dei Masai
Autore: KRACHMALNICOFF PATRIZIA

ARGOMENTI: ECOLOGIA, ZOOLOGIA, BOTANICA, PARCHI NATURALI, AMBIENTE
ORGANIZZAZIONI: NGORONGORO CONSERVATION AREA
LUOGHI: ESTERO, AFRICA, TANZANIA

IL viaggiatore che abbia interessi naturalistici prima o poi dovrebbe visitare la «Ngorongoro Conservation area», nel Nord della Repubblica di Tanzania. Questo paese, il cui nome nasce dall'unione dei nomi dell'antico Tanganika con Zanzibar, ha il merito di aver valorizzato e protetto le proprie zone di interesse naturalistico facendone un intatto paradiso di animali e piante. La zona di cui parliamo è di circa 8300 chilometri quadrati, composta al 50 per cento di boscaglia, savana e pianure, 27 per cento altopiano, al 20 per cento foreste degli altopiani del Nord; il 3 per cento è costituito dal cratere di Ngorongoro. Quest'ultimo è come una gemma incastonata nel territorio: un vulcano che, nella notte dei millenni, è divenuto inattivo, crollando poi su se stesso. Il crollo ha generato una pianura adagiata sul fondo del vulcano, del quale si distinguono ancora i contorni. Si è quindi creato un ecosistema di 200 chilometri quadrati dove convivono, in totale armonia, animali, piante e, prudentemente circoscritti o guidati, anche uomini. La popolazione che vive su uno dei bordi del cratere è la Masai, fiera gente di guerra e pastorizia, non ancora completamente corrotta dalla civiltà moderna, che vive in villaggi circolari, in tukul di fango e paglia divisi in piccolissimi spazi simili a loculi, destinati ai vari membri della famiglia, con al centro un braciere acceso per cucinare. Gli uomini guidati sono invece i turisti che, controllati e seguiti da personale indigeno che si attiene alle severe disposizioni del governo locale, possono visitare il cratere ed alloggiare nei cinque lodge sistemati ai bordi dello stesso. Su fuoristrada si va a visitare quello che è sicuramente il più grande zoo naturale del mondo. Per rispetto incominciamo dal re degli animali, il leone. Se ne incontrano molti, bellissimi e per nulla spaventati dalle vetture, dalle quali è rigorosamente proibito scendere, e si riesce così a scorgere il loro naturale modo di vivere, con il maschio pigro e sonnacchioso e le leonesse, circondate da cuccioli, pronte, nella notte, a cacciare per il loro signore. Un particolare curioso è che molto spesso, anche se non nella totalità dei casi, il rapporto è di tre leonesse per ogni leone, in una convivenza, almeno apparentemente, pacifica. Con un po' di fortuna si può vedere il ghepardo, famoso per la velocità (120 chilometri l'ora) con cui attacca la preda, e il leopardo, pigramente disteso tra i rami di un albero e che non denuncia la ferocia di cui è dotato. Iene e sciacalli trottano nei dintorni dei grandi felini, sperando in qualche resto di preda, quando non attaccano direttamente gli animali più piccoli e indifesi, mentre il licaone feroce ed aggressivo, che appare agli europei come un orrendo cane, aspetta rintanato le sue vittime. Passiamo ora agli erbivori, naturale preda e cibo dei felini. Prima di tutto le centinaia di zebre, cibo favorito dei leoni, e che buffamente e opportunamente in swahili vengono definite «asini con le strisce». Poi, in file lunghe chilometri, gli gnu, l'enorme bufalo, le delicate gazzelle, il kudu con grandi corna a spirale nel maschio e le orecchie tonde nella femmina, il water buck con il cerchio bianco al posteriore ed il facocero, parente prossimo del nostro cinghiale. Un capitolo a parte meritano il rinoceronte e l'elefante. Normalmente si pensa di aver paura dei grandi felini, ma dopo aver visto un rinoceronte ed averne sentito parlare dalle guide, si capisce come possa incutere tanto timore. Animale di enorme massa, scarsa vista e carattere irritabile, è l'unico che, anche in una zona quieta come il cratere, viene osservato a rispettosa distanza, in particolare se si tratta di una femmina con il piccolo. L'elefante è l'altro re della savana. Si può osservare in piccoli branchi, disposti secondo gerarchie famigliari. Non aggrediscono, ma non amano essere disturbati. Sono splendidi esemplari dalle lunghissime zanne, che lasciano dietro di sè una pista di alberi divelti per procurarsi cibo. E poi ancora laghetti pieni di una scura superficie di schiene: sono gli ippopotami, che soggiornano nell'acqua in attesa del pascolo notturno. Per chi ama il bird-watching, la zona è anche un paradiso di uccelli. A terra si può ammirare l'uccello più grande del mondo, lo struzzo, che non vola ma è un fantastico corridore, mentre in alto rotea l'aquila pescatrice dal capo bianco e dal rapidissimo volo sulle prede. Poi il piviere coronato e il piviere fabbro, l'airone notturno e l'airone squacco, il piccolo colimbo e l'amico degli ippopotami, il cosiddetto «becca bue», che li libera dai noiosi parassiti. Lo spettacolo sicuramente più affascinante è dato dai fenicotteri. Da lontano si scorge un lago color rosa. Avvicinandosi si trovano - e si vedono da vicino - centinaia di bellissimi uccelli che, dorso a dorso, sembrano coprire l'acqua con un manto rosato. Tra tante cose da vedere, gli amanti della natura non possono trascurare la flora. Dalle euphorbie alle gigantesche acacie, ai rigogliosi cespugli di ogni tipo, all'erba composta da centinaia di varietà di fiori diversi e misteriosi che si incontrano ad ogni passo. Questo immenso museo all'aperto di storia naturale è facilmente raggiungibile, data l'ottima organizzazione locale. Voli di linea fino a Nairobi (Kenya); voli locali e automezzi fino ad Arusha (Tanzania), base di partenza per Ngorongoro, dove si alloggia in confortevoli lodge. Patrizia Krachmalnicoff


PRUNUS Gli alberi della primavera
Autore: ACCATI ELENA

ARGOMENTI: BOTANICA
LUOGHI: ITALIA

PESCO, ciliegio, mandorlo, susino, albicocco, sono piante note a tutti, anche perché hanno accompagnato l'uomo lungo la sua storia. Ai romani e in particolare a Lucullo - noto per il suo fastoso stile di vita - va il merito di averli introdotti dall'Asia Minore a Roma da dove sarebbero poi stati portati nel resto dell'Europa. Alberi da frutto ricchi anche di simbologie: nel caso del mandorlo, primo fra tutti a rivestirsi di fiori bianchi in primavera. Si legge nell'Antico Testamento (libro dei Numeri) che Mosè ripose nella tenda della testimonianza davanti al Signore dodici bastoni e che il giorno dopo quello di Aronne era fiorito, aveva prodotto germogli, fatto sbocciare fiori e maturato mandorle. Alessandro il Grande invece usava fare incoronare con rami fioriti di pesco i vincitori dei giochi e delle gare di poesia. Gli alberi da frutto su citati appartengono alla famiglia delle Rosacee e al genere Prunus, genere di cui fanno parte anche gli alberi conosciuti come ciliegi giapponesi o Prunus ornamentali. Nell'ambito del genere Prunus almeno un centinaio sono le specie e molte le varietà a carattere ornamentale (coltivate per i fiori e non per i frutti) che incontriamo nei parchi e nei giardini, lungo i viali di tantissime città dotati di fioritura abbondante, nei colori del bianco o del rosa. Essi hanno contribuito a rendere celebri Washington e il fiume Potomac, e il Giappone, Paese in cui la loro comparsa viene salutata con la festa della primavera. Ai rami fioriti i giapponesi legano nastri colorati che rappresentano altrettante preghiere, desideri e speranze. Il vento agitando le strisce porta in alto i pensieri che stanno nei cuori degli uomini mentre i petali volano leggeri nell'aria. La facilità di distacco dei petali e quindi la breve durata delle fronde recise è ben nota ai floricoltori e rappresenta un oggetto di studio nel caso in cui si effettuino coltivazioni per la produzione di rami fioriti. Al fine di migliorarne la conservabilità occorre favorire l'assorbimento dell'acqua una volta che le fronde sono poste in vaso, facendo appositi tagli alla base del ramo e aggiungendo all'acqua sostanze conservanti e saccarosio. Data l'elevata variabilità riscontrabile nelle forme delle specie anche dissimili, la classificazione dei Prunus dal punto di vista scientifico rimane un problema ancora aperto mentre a livello vivaistico si distinguono le specie che fioriscono prima di avere emesso le foglie e altre la cui emissione di foglie e fiori è contemporanea. Il fiore del Prunus è stata la prima corolla che probabilmente abbiamo tentato di disegnare, con cinque petali uguali, a forma di cuore colorati in rosa confetto, con al centro numerosi fili leggeri. I Prunus ornamentali provengono dalla Cina e dal Giappone e sono giunti a noi grazie ai proprietari di giardini sempre alla ricerca di novità: in tutta Europa nell'Ottocento si è assistito ad una intensa opera di introduzione di materiale vegetale per soddisfare l'ambizione di ricreare nel microcosmo del giardino il macrocosmo, cioè l'universo intero. Tra i Prunus maggiormente dotati di valore ornamentale vi sono sicuramente il P. glandulosa nelle varietà alba e rosea con fiori del diametro di soli 3 centimetri, ricchissimi di petali, adatto ad essere allevato in vaso, richiede di essere potato immediatamente dopo la fioritura; il P. triloba, forse il più conosciuto con foglie assai appuntite, molto rustico, allevato spesso a ventaglio; il P. mume, piccolo albero, di forma compatta, tondeggiante, presente in Corea allo stato spontaneo: di bellezza eccezionale, fiorisce e fruttifica anche in posizioni di ombra (forse il più bell'esemplare è presente a Villa Taranto, Pallanza), i fiori sono profumati, i frutti anch'essi decorativi hanno colore giallo, sono globosi e dotati di ottimo sapore. Nell'ambito dei Prunus a fiori piccolissimi vi è il subhirtella, giunto a Kew garden (il mitico Orto botanico londinese) nel 1895, un albero molto ramificato, dotato di una fioritura assai prolungata (esiste una varietà, l'autumnalis, che fiorisce già alla fine di settembre e continua fino alla primavera) e una con rami ricadenti, che scendendo fino quasi a terra danno l'immagine di una superba cascata colorata di rosa. Elena Accati


IN NUOVA CALEDONIA Il corvo habilis e i suoi utensili
Autore: BOZZI MARIA LUISA

ARGOMENTI: ETOLOGIA, ZOOLOGIA, ANIMALI
NOMI: HUNT DAVID
LUOGHI: ESTERO, OCEANIA, NUOVA CALEDONIA
TABELLE: C.

SE c'è una caratteristica che ci rende unici nel mondo animale è il fatto che costruiamo utensili. Tanto che la presenza di pietre scheggiate secondo certe regole è un «marchio di garanzia» per attribuire i reperti paleontologici al genere Homo anziché a qualche australopitechino nostro antenato. C'è, è vero, qualche altro animale che ricorre a strumenti, ma niente a che vedere con la nostra abilità di costruirne una varietà secondo modelli diversi, ognuno con la sua specialità. Solo noi sappiamo dare prova di così alta intelligenza. Ebbene, ora un corvo pretende di dividere con noi questo primato, perché produce utensili seguendo modelli standard per forme, dimensioni e materiali: si comporta, perciò, se non proprio come l'uomo moderno Homo sapiens sapiens, almeno come il suo antenato Homo habilis. L'uccello in questione (Cor vus moneduloides) è una specie endemica delle foreste pluviali della Nuova Caledonia (un gruppo di isole a 900 miglia a Nord-Est dalla costa australiana) dove vive in gruppi famigliari nutrendosi di una varietà di prede (larve di insetti, ragni, millepiedi, blatte, vermi piatti, anfipodi, isopodi e altre ghiottonerie del genere), nascoste nei buchi del tronco degli alberi. E siccome catturarli non è un'impresa da poco, il corvo - che non ha nè il becco, nè un altro carattere morfologico (la lingua o le dita) adatti a penetrare nel pertugio e a rovistarlo - ricorre a certi utensili di sua invenzione. Secondo il biologo David Hunt (Nature, 18 gennaio 1996), che li ha trovati in tutti i siti (quattro) di studio, i modelli in produzione sono due, la cui costruzione segue alcune regole fondamentali. Primo utensile. Materiale di costruzione: il rametto secondario di un albero (appartenente per lo più alle Oleacee o alle Rubiacee). Essenziale, per avere un'estremità terminante a uncino, è la modalità del prelievo, che deve essere «a strappo» (spezzando i rametti, non si ottiene l'uncino terminale). Segue la fase della costruzione, che si effettua appollaiati su un posatoio tenendo il rametto tra le zampe e lavorandolo con il becco: dapprima si agisce sulla superficie del taglio in modo da migliorarne la forma a uncino; quindi si tolgono tutte le foglie e da ultima la corteccia. Risultato: una sorta di uncinetto. Secondo utensile. Materiale di costruzione: una foglia di Pandanus (albero monocotiledone che presenta sulla sommità robuste foglie dai margini aculeati, lunghe e strette). Essenziale, anche qui, per l'efficacia del risultato, è la tecnica del prelievo, che si effettua pizzicando la foglia col becco e tirando in modo da strappare una striscia stretta nel punto di taglio e allargata verso l'altra estremità. Risultato: una specie di paletta appuntita con un margine dentellato. Costruito l'utensile, il corvo se lo porta sempre appresso, trasferendolo dal becco ai piedi - con cui se lo tiene ben stretto - se non lo sta usando nella ricerca del cibo o se deve sbrigare qualche altra faccenda. Durante il pasto lo può anche posare momentaneamente nel buco dell'albero dove stava effettuando le sue ricerche, ma ogni volta che si rimette in volo se lo riprende con il becco. Gli è costato fatica ed è di sua proprietà: lo sappiamo bene noi che di utensili facciamo così largo uso. Stiamo attenti a non perderli e non li buttiamo via. Finché funzionano. Quale sia la vita media di un utensile di corvo il biologo Hunt non è in grado di precisarlo, perché i soggetti da lui osservati si spostavano, arnese compreso, in un ambito piuttosto vasto. Di certo l'esistenza di due modelli fa supporre che ogni utensile abbia modalità di uso diverse. In generale, il corvo lo manovra con il becco, azionandolo avanti e indietro con movimenti veloci del capo se la ricerca della preda è effettuata in un buco; e in modo più delicato se fra le foglie. Il corvo della Nuova Caledonia mostra con questo suo comportamento non stereotipato di essere all'altezza della sua fama in quanto a intelligenza (una posizione di primato che i corvi detengono insieme ai pappagalli nell'ambito degli uccelli). Per questa capacità di costruire differenti tipi di «manufatti» provvisti di uncini e secondo un kit standardizzato di forme e di materiali, Hunt pone il suo corvo nientemeno che sullo stesso livello tecnologico dei più antichi uomini del paleolitico superiore, e precisamente di Homo habilis, il primo a costruire, circa 2 milioni di anni fa, utensili in pietra con determinate funzioni. Tale capacità presuppone però una rappresentazione mentale della forma che si vuole ottenere, nonché la trasmissione delle istruzioni sul «come si fa» fra un individuo e l'altro e fra le generazioni. Tutti aspetti finora non ancora analizzati in questi corvi: chissà quale altro primato siamo destinati a perdere, una volta completato lo studio. Maria Luisa Bozzi


AMBIENTE Non più usa-e-getta Il computer si fa verde
Autore: PAVAN DAVIDE

ARGOMENTI: ECOLOGIA, INFORMATICA, RIFIUTI
ORGANIZZAZIONI: IBM, APPLE COMPUTER
LUOGHI: ITALIA

MONTAGNE di carta consumata, clorofluorocarburi liberati nell'aria, cimiteri di monitor in attesa di improbabili riciclaggi... Anche i computer prima o poi muoiono, lasciando una pesante eredità di inquinamento. Che fare? Naturalmente la responsabilità non è delle macchine, ma di chi le ha costruite non pensandole in termini ecologici. Inoltre il problema non è solo l'accumulo dei rifiuti a valle, ma anche il risparmio energetico a monte, cioè durante la vita lavorativa del computer. Uno studio dell'Epa (Agenzia americana per la protezione dell'ambiente) ha dimostrato che in media i computer rappresentano il 5 per cento del consumo di energia in un'azienda. Questa cifra potrebbe essere drasticamente ridotta operando su due fattori: il comportamento degli utenti e la ricerca di componenti a basso consumo di energia. Si calcola che solo il 20 per cento del tempo in cui uno schermo è acceso sia occupato da un operatore al lavoro: si potrebbe invitare il personale a spegnere i computer quando non servono. Da parte loro le aziende si dovrebbero dotare di computer con dispositivi di autospegnimento del video, della stampante e del motore che fa ruotare l'hard disk. Negli Stati Uniti gli enti governativi sono obbligati per legge a usare prodotti di questo genere. Un altro fenomeno preoccupante è il consumo abnorme di carta, pari a 775 miliardi di fogli all'anno negli Usa, dovuti soprattutto alle prove di stampa. In questo caso basterebbe «disattivare» le smanie dei perfezionisti invitandoli a riciclare la carta usata, a stampare su entrambi i lati del foglio e a utilizzare di più la funzione «print preview», che consente di vedere in anteprima sul video come verrà stampato un foglio. Resta da risolvere il problema maggiore, cioè il destino dei computer a fine vita. Fortunatamente c'è chi ha intuito la ricchezza nascosta negli apparecchi ormai inservibili e ha quindi perfezionato le tecniche di riciclaggio. Anche i grossi calibri, come Ibm e Apple, hanno fatto propria la filosofia del «design- for-dissembly», cioè il progetto finalizzato al riciclaggio. Rientra in questa prospettiva la produzione, in via sperimentale, di modelli realizzati con un unico polimero facilmente riciclabile, l'uso di congegni di assemblaggio a scatto (privi di inserti metallici), la marchiatura dei componenti per riconoscerne la composizione e l'utilizzo di finiture stampate per evitare decorazioni che renderebbero difficile il recupero. Dallo smantellamento dei computer, oggi svolto in pochi centri specializzati, si recuperano materiali destinati alla vendita pari al 78 per cento del totale, in particolate ferro (51 per cento), cui si affiancano carta (7 per cento), plastica (3,9) e altri materiali in percentuale minore (alluminio, rame e vetro). Una parte degli scarti (12 per cento) trova invece riutilizzazione nella funzione originaria, mentre solo il 10 per cento viene smaltito in discarica o destinato alla raccolta differenziata. Altre strategie premianti in termini ambientali sono quelle che tendono a eliminare dalla linea di produzione dei chip (le piastrine a circuito stampato) i processi a clorofluorocarburi (i famosi Cfc del «buco» dell'ozono) o a limitare l'utilizzo delle vernici a solvente nella verniciatura dei quadri e degli armadi elettronici. Queste iniziative (non obbligatorie per legge e quindi più lodevoli) dovrebbero essere incoraggiate anche finanziariamente con appositi meccanismi economici, ad esempio sfruttando l'introito di apposite tasse ambientali. Un ultimo problema è causato dalle cartucce di toner esaurite e dai nastri provenienti da stampanti e fotocopiatrici: da poco più di un anno è nato, per un corretto riciclaggio delle cartucce esauste, il consorzio Ecoqual'It (dove It sta per Information Technology) che raggruppa alcune delle maggiori società produttrici, tra cui Hewlett Packard, Canon ed Epson. Davide Pavan


INGEGNERIA GENETICA Prova i cocomeli E' nato un nuovo frutto
Autore: LEONCINI ANTONELLA

ARGOMENTI: GENETICA, BOTANICA, AGRICOLTURA, RICERCA SCIENTIFICA
LUOGHI: ITALIA

SI potrebbe chiamare «cocomelo», metà cocomero e metà melone: un nuovo frutto, «disegnato» secondo i risultati dei nuovi sviluppi dell'analisi sensoriale. Punto di partenza di questo processo è la valutazione dei gusti di due distinte classi di consumatori: gli amanti del cocomero e quelli del melone. Il procedimento richiede, una volta individuate le motivazioni e le caratteristiche di queste due fasce, una «sintesi» delle preferenze gastronomiche. All'ingegneria genetica il resto; i recenti progressi hanno condotto a soddisfacenti risultati: pomodori dalle caratteristiche diverse, differenti qualità di frutta, verdure e legumi sono stati variamente innestati fra di loro; nulla, quindi, vieta di prevedere la nascita di un «cocomelo». Di forma regolare, colore rosso mattone, una buccia sottile ma robusta, polpa consistente e rosata, mediamente succosa: insomma, un'equilibrata combinazione fra le caratteristiche del melone e del cocomero. Ha progettato questo frutto Giuseppe Lo Russo, un esperto di analisi sensoriali, alimentazione e comportamenti dei consumatori che per presentare la sua «teoria» ha riunito neurofisiopatologi, studiosi di anatomia e psicologi, e anche gastronomi, chimici, e industriali chiamati a confrontarsi su aspetti che coinvolgono interessi di diversa natura: comportamentali e biologici, ma anche economici. E la «fusione» delle caratteristiche degli alimenti sempre con una ponderazione dei gusti, svelati dalle analisi sensoriali, potrebbe portare alla nascita anche di altre specialità. I fattori che condizionano la reazione a cibi e bevande sono molti. Ci sediamo a tavola per abitudine, senza riflettere sui procedimenti che ogni volta si mettono in atto. Attraverso i recettori, cioè i sensi, i messaggi arrivano all'ipotalamo, all'interno della scatola cranica, e dove convergono le sensazioni e gli stimoli ricevuti dai sensi. Vengono smistati secondo l'iniziale impulso ed arrivano, non ancora decodificati, al cervello. In questa fase si combinano e sono elaborati con le precedenti esperienze, con la memoria, l'affettività, la coscienza, il riflesso, l'intelligenza. Il messaggio ritorna alla corteccia per passare all'ipotalamo e, infine, ai ricettori. Ed è solo dopo questo processo, che l'individuo può esprimere un apprezzamento. Gli esperti di analisi sensoriali non hanno dubbi sui positivi risultati di un possibile incrocio fra melone e cocomero. La legge ammette una tale possibilità; la qualità viene definita dalla normativa Iso 8402 come «L'insieme delle proprietà e delle caratteristiche di un prodotto o di un servizio che gli conferiscono la capacità di soddisfare esigenze espresse od implicite». Ovviamente il processo è complicato e si protrarrà nel tempo prima di veder arrivare sul mercato il cocomelo: saranno necessarie indagini sulle abitudini alimentari e le attese gastronomiche, test per l'accettabilità del prodotto, sull'igiene e sulle possibili alternative gastronomiche. Il successivo passo sarà quello di verificare la convenienza dell'investimento confrontando i vantaggi con i costi di sperimentazione, stoccaggio e trasporto. Antonella Leoncini


INTERNET Moralisti all'attacco della rete
Autore: MERCIAI SILVIO

ARGOMENTI: ELETTRONICA, INFORMATICA, COMUNICAZIONI
ORGANIZZAZIONI: INTERNET
LUOGHI: ITALIA

IL problema della censura, di cui abbiamo discusso su «Tuttoscienze» in queste ultime settimane, è diventato ancora più attuale dopo che il governo americano ha approvato il tanto discusso Telecommunication Act. Ne avrete certamente sentito parlare, e vale la pena di dire subito che l'aspetto fondamentale di questa legge (che avrà grosse conseguenze anche per noi) è una massiccia deregulation in materia di telefonia e telecomunicazioni (pay- tv inclusa). Ma questo ci porterebbe lontano dall'argomento di oggi. La cosa, invece, di cui tutti hanno parlato e discusso (sia perché di per sè importante sia perché così restava un po' in ombra la questione fondamentale) è proprio quella della censura. Si fronteggiavano (semplifico molto, mi scuseranno gli esperti) due teorie di fondo nell'ambito del diritto americano che è molto sensibile alla difesa dei problemi della libertà di espressione: quella per cui un provider (di Internet o di un qualsiasi servizio telematico, tipo una Bbs) è assimilabile a una compagnia telefonica (notoriamente non responsabile del contenuto eventualmente criminoso dei messaggi che ospita e trasporta: la Telecom, per esempio, non risponde di una mia telefonata delittuosa, pur fornendomi il supporto per farla) e quella per cui, invece, esso è assimilabile a un editore (che praticamente in tutte le legislazioni è corresponsabile del contenuto dei messaggi che pubblica). Le conseguenze sono intuitive e non credo di doverle descrivere ulteriormente. Bene: è passata (nonostante petizioni e campagne di ogni tipo, tra cui il recente black-out per protesta di molte pagine Internet, che forse alcuni di voi avranno notato) questa seconda tesi, ma, oltre a tutto, con una dizione formale che a me sembra (e non solo a me) irrealistica, intimidatoria e pesantemente ambigua e bacchettona. La norma recita infatti (in parte) pressappoco così: «Chiunque importa negli Stati Uniti, o usa per farlo un servizio informatico interattivo, materiale di carattere indecente (indecent character) come pure una qualsiasi sostanza, medicina, articolo, o cosa designata, adattata o intesa a produrre l'aborto o un qualsiasi altro uso indecente o immorale (any indecent or immoral use); e chiunque riceva tutte queste cose dichiarate illegali è punito con un'ammenda non superiore ai 5000 dollari e una reclusione non superiore ai cinque anni». (Section 1462 of title 18, United States Code). Ci sono evidentemente gravi aspetti politici di fondo in questa faccenda, ma per ora mi soffermerò solo su due questioni: la prima è la grande vaghezza della formulazione. E' ovviamente difficile stabilire che cosa è indecente e sono possibili molti arbitrii, nell'ambito di una norma che, per esempio, punisce anche chi semplicemente riceve. La seconda è che molti aspetti dell'attività scientifica su Internet sono a questo punto in difficoltà: non sto scherzando, pensate che su Compuserve è stata a lungo oscurata recentemente la lista postale di self-help delle donne operate di carcinoma al seno proprio perché, secondo alcuni, la stessa parola seno (breast) può essere considerata indecente] E, sullo stesso filone, per cercare di chiudere sorridendo (ma con un amaro sorriso): il sito che ospita un'esposizione di quadri di Vermeer, prima di permettervi di vedere un castissimo e celebre quadro del grande pittore, vi sbatte in faccia questo avvertimento: «Questo è un esempio di un quadro indecente di Vermeer, perché si vede un uomo che accarezza il seno di una donna. La cosa potrebbe essere ritenuta illegale ai sensi del Communications Decency Act, ma la legge è così vaga che non si sa bene se lo sia». Silvio A. Merciai


EVENTO ECCEZIONALE Incontro con una cometa A metà marzo brillerà nel nostro cielo
Autore: BATALLI COSMOVICI CRISTIANO

ARGOMENTI: ASTRONOMIA
NOMI: YUJI HYAKUTAKE
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. Il percorso della cometa «Hale-Bopp»

DOPO la penultima apparizione della Cometa di Halley nel 1910, non si può dire che nel nostro secolo vi siano state comete così spettacolari da rimanere nella storia dei grandi fenomeni celesti. Comete molto brillanti visibili a occhio nudo come la Mrkos nel 1957 e la Bennett nel 1969 sono apparse in un periodo in cui questi corpi celesti venivano poco studiati. Nel 1973 si preannunciò l'apparizione di una cometa eccezionale, la Kohoutek, che avrebbe addirittura raggiunto la magnitudine della Luna piena, e per la prima volta l'esigua comunità cometaria si organizzò su scala mondiale per le osservazioni da Terra e dallo spazio, in quanto in quel periodo era in orbita lo Skylab, il laboratorio spaziale americano, perso poi per mancanza di manutenzione. Costruimmo per l'occasione, con tedeschi e americani, uno spettrometro infrarosso per cercare l'importantissima molecola del metano a 3,4 micron grazie alla possibilità di far volare tale strumento su un aereo speciale della Nasa a 14 chilometri di altezza. E attrezzammo il nuovissimo telescopio da 182 centimetri ad Asiago con uno spettrofotometro rivoluzionario per rivelare l'idrogeno molecolare nel vicino infrarosso. La cometa Kohoutek fu una vera delusione in quanto in vicinanza del Sole perse quasi tutto il suo «combustibile» di gas e polvere, riducendosi a una normale cometa di magnitudine 2. Ciò servì però a mettere in moto una macchina organizzativa che si sarebbe rivelata utilissima per le osservazioni mondiali della Cometa di Halley nel 1986. Nel 1967 la Cometa West, benché non pubblicizzata, si rivelò eccezionale non solo per la sua brillanza e la sua coda a ventaglio, ma per essersi disintegrata in quattro nuclei, fenomeno fotografato e analizzato da noi con il telescopio dell'Università di Lecce (unica osservazione europea). La cometa di Halley 1986, la più studiata nella storia, non è stata eccezionale dal punto di vista spettacolare, in quanto visibile a occhio nudo solo nell'emisfero australe e con una brillanza di molto inferiore alle comete Mrkos, Bennett e West. E l'eccezionale impatto della Cometa Shoemaker-Levy con Giove nel luglio 1994 è stato l'evento astronomico più importante della storia, ma accessibile solo a potenti telescopi. Nel gennaio di quest'anno uno dei «soliti» astrofili giapponesi (in quanto sono giapponesi e australiani i maggiori scopritori di comete), Yuji Hyakutake, ha scoperto una cometa con proprietà orbitali d'eccezione. Il 25 marzo di quest'anno si avvicinerà a soli 15 milioni di chilometri dalla Terra. Negli ultimi due secoli soltanto la Cometa Iras- Aracki-Alcock (1983) si avvicinò notevolmente alla Terra, permettendoci di scoprire ad Asiago la prima molecola organica complessa, la formaldeide. Ma, contrariamente alla Iras, la Hyakutake sarà, se le previsioni saranno giuste, molto brillante (magnitudine 0,7). E sarà visibile allo zenit per gran parte della notte a occhio nudo. In maggioranza le comete si mantengono a una distanza dalla Terra di circa 100 milioni di km e sono visibili per poche ore dopo il tramonto o prima dell'alba con luminosità migliaia di volte più inferiore alla Hyakutake. La cometa supergigante Hale-Bopp, scoperta questa volta da due astrofili americani il 22 luglio 1995, ha già fatto parlare molto di sè a causa della sua eccezionale brillanza a più di un miliardo di chilometri dal Sole. La cometa mostra già una produzione di monossido di carbonio di ben 1700 chili al secondo. Si è calcolato che finora la cometa ha perso la bellezza di 10 milioni di tonnellate di questo composto, che rappresenta solo una cinquantesima parte della quantità di acqua a disposizione nella cometa. L'acqua però comincia a evaporare soltanto in vicinanza del Sole e quindi non siamo ora in grado di dire quale sia il vero rapporto fra i due composti chimici. In ogni caso sembra che abbiamo a che fare con una cometa di dimensioni eccezionali; si deduce attualmente un diametro del nucleo di 200 chilometri (Halley: 15 km). La cometa raggiungerà il perielio il 1o aprile del 1997, forse con una brillanza maggiore di Venere, e sarà ben visibile nel nostro emisfero per tutto marzo e aprile. Gli astronomi italiani si riuniranno domani presso il Cnr a Roma per organizzare sia le osservazioni della Hyakutake sia quelle della Hale-Bopp, tenendo conto che nel '97 andrà in orbita sullo Shuttle anche il telescopio ultravioletto italiano Uvstar. Cristiano B. Cosmovici Cnr, Istituto di fisica dello spazio


Laser al cuore Nuovissimo sistema per rimediare all'ischemia: rendere il miocardio simile a quello dei coccodrilli
Autore: DI AICHELBURG ULRICO

ARGOMENTI: TECNOLOGIA, MEDICINA E FISIOLOGIA
NOMI: BORTOLOTTI UBERTO
LUOGHI: ITALIA

LE cure dell'ischemia miocardica, cioè dell'insufficiente arrivo di ossigeno in una zona del muscolo cardiaco, hanno fatto negli ultimi tempi molti progressi. Causa dell'ischemia è l'aterosclerosi che ostruisce le coronarie: di qui il dolore anginoso, le aritmie, l'infarto. Oggi esistono interventi efficaci per ripristinare al più presto il passaggio del sangue. In alcuni casi si può effettuare l'angioplastica coronarica: un catetere con palloncino, spinto entro la coronaria occlusa, la dilata. Abbiamo poi il provvedimento chirurgico del by-pass, una specie di ponte che scavalca il blocco coronarico e porta il sangue nel tratto successivo. Ma in tema di chirurgia è interessante segnalare l'ideazione di un nuovo procedimento per rifornire di sangue la zona di miocardio che ne è rimasta priva. Occorre premettere che il cuore è pieno di sangue, ma un sangue che va e viene nei quattro scompartimenti cardiaci, i due atri e i due ventricoli, senza diffondersi nelle pareti del cuore stesso, le quali ricevono il sangue dall'esterno, precisamente dalle due arterie coronarie che, come due rami, provengono dal grande albero dell'aorta. Ma non è così in rettili come il coccodrillo: in essi il miocardio riceve in parte il sangue dall'interno, dalle cavità cardiache. Si è pensato allora di riprodurre questa condizione nei casi in cui non è attuabile la chirurgia tradizionale. Si tratta di aprire una trentina di forellini nella parete del cuore, di formare insomma dei canali, delle arterie artificiali lungo le quali il sangue dai ventricoli possa diffondersi nel miocardio compensando il mancato afflusso dalle coronarie. Ciò è possibile ricorrendo al laser, con un intervento di entità minore di quella richiesta dal by-pass: non è necessaria la circolazione extracorporea, la degenza ospedaliera ha tempi inferiori, vi è anche un netto vantaggio economico. Il laser va assumendo un ruolo sempre più importante in tutti quegli interventi di microchirurgia in cui l'estrema precisione è condizione essenziale. Dopo centinaia di casi già trattati negli Stati Uniti, nel novembre 1995 e nel gennaio scorso è stata operata una serie di pazienti dal professor Uberto Bortolotti di Pisa applicando per la prima volta a livello mondiale un nuovissimo laser a Holmio realizzato dalla Sorin Biomedica (vi sono molti tipi di laser, dal primo a rubino ai più recenti a eccimeri, a Erbio, ad Alessandrite, a Holmio). I risultati favorevoli fanno bene sperare, anche se il meccanismo di azione di questa rivoluzionaria terapia non è ancora esattamente chiarito. Le prospettive, comunque, sono molto interessanti. Ulrico di Aichelburg


Robot con bisturi Un braccio meccanico pilotato a distanza per la prima volta ha eseguito una biopsia
Autore: LUBRANO TOMMASO

ARGOMENTI: INFORMATICA, MEDICINA E FISIOLOGIA, ELETTRONICA, TECNOLOGIA
NOMI: PISANI ENRICO, ROVETTA ALBERTO, BEJCZY ANTAL
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. Anatomia di un ginocchio virtuale

IL chirurgo robot si è presentato al mondo in diretta a Milano durante il IX Congresso mondiale sulla Teoria delle macchine. Compiendo una biopsia transrettale per una sospetta neoplasia prostatica (cioè un sospetto tumore) in un paziente di sessantotto anni, il robot ha aperto la strada alla sperimentazione clinica di tutta una serie di interventi che potranno essere effettuati dalla macchina sull'essere umano. L'operazione è stata pilotata a distanza in un'aula congressuale da Enrico Pisani, direttore della prima Clinica urologica dell'Università di Milano. Sulla videata ecografica di un personal computer, Pisani si è limitato a fornire le coordinate del punto esatto in cui la macchina doveva prelevare il campione di tessuto da esaminare. Precisione bioptica, esatta quantità di tessuto prelevato e minima invasività per il paziente sono stati gli obiettivi preposti e raggiunti dal robot. Questa prima assoluta, tutta italiana, è stata resa possibile grazie ad Alberto Rovetta, docente di Robotica del Policlinico di Milano, che da anni lavora al progetto di telechirurgia. Nel 1993, affiancato da una equipe della Nasa guidata da Antal K. Bejczy del Jet Propulsion Laboratory del California Institute of Technology di Pasadena, Rovetta aveva già tentato con successo l'uso del bisturi a distanza tra la città californiana e Milano. L'assoluta affidabilità del chirurgo robot è certa anche per gli interventi alla prostata con il laser. Secondo Pisani, infatti, è possibile condurre il braccio robotizzato in modo che la sua azione sia lenta, progressiva e costante quanto l'intervento richiede a garanzia di un uso corretto e calibrato della luce laser, essenziale per evitare inconvenienti come le ustioni o il sanguinamento del tessuto prostatico durante la resezione della ghiandola. Questo sistema potrà essere utilizzato inoltre per rendere più rapido l'addestramento dei giovani chirurghi con indubbi vantaggi per il paziente oltre che per l'operatore. In ogni caso, tenuto conto che la biopsia effettuata dal robot è stata provata per 770 volte sul manichino prima di essere sperimentata sull'uomo, occorre considerare che le sue applicazioni future su pazienti dovranno richiedere altrettanta prudenza e cautela. In questa era digitale, la macchina intelligente e potente che ha appena compiuto cinquant'anni e che si chiama computer condiziona e regola sempre di più la nostra vita, e quindi la scienza: anche la medicina, che oggi corre sul filo della rete di Internet e guarda al futuro con occhi che passano attraverso la Realtà Virtuale, deve ormai considerare indispensabile l'aiuto delle tecnologie collegate al computer. Tommaso G. Lubrano


INFORMATICA PER LA MEDICINA Malato virtuale, dica 33 Per i medici simulatori come per i piloti
Autore: PINCIROLI FRANCESCO

ARGOMENTI: INFORMATICA, MEDICINA E FISIOLOGIA, ELETTRONICA, TECNOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: VISIBLE HUMAN DATA SET
LUOGHI: ITALIA

LA «Realtà Virtuale per la Medicina» - simulazione in tempo reale di difficili situazioni terapeutiche e chirurgiche con strumenti informatici - è di moda. Di recente a San Diego, in California, 700 ricercatori hanno seguito un congresso su questo tema. Bisogna però ricordarsi che una moda spesso ha radici in desideri umani persistenti nei decenni. Una prima radice è collegabile al valore della simulazione scientifica. Questa risponde all'esigenza di aumentare la conoscenza limitando di molto il numero degli esperimenti necessari. L'esperimento in medicina è spesso sinonimo di numero di cavie, anche umane: un «male necessario» che è doveroso circoscrivere il più possibile. Nel programma di «Medicine Meets Virtual Reality 4» l'attenzione si è indirizzata agli aspetti di visualizzazione e di facilitazione dell'accesso ai dati messi in gioco dai nuovi grandi archivi di biosegnali e di bioimmagini. Soltanto da pochi anni infatti abbiamo a disposizione nuove tecniche - dalla Tac all'Nmr, alla cineangiocardiografia, alla recente costruzione del Visible Human Dataset alla National Library of Medicine - che hanno generato nuovi grandi archivi visuali. Per il loro trattamento questi richiedono adeguati strumenti, che almeno in parte a San Diego si sono visti. Una seconda radice è collegabile alla possibilità di errori che il medico può commettere sul paziente. I simulatori consentono al medico di esercitarsi senza che suoi eventuali errori provochino conseguenze. L'esercitazione può riguardare l'accertamento del mantenimento delle buone capacità operative in chi già è considerato esperto: ma a questo la professione medica si sottrae ancora (altre professioni invece prevedono interventi per mantenere buone capacità operative: si pensi ai piloti di aereo). E' istintivo ritenere che il periodo di attività del medico più esposto a errori sia quello del suo addestramento iniziale. Ciò ben giustifica la generale indicazione «all'insegnamento» come scopo dichiarato della costruzione di simulatori per la medicina. Tra essi le due maggiori famiglie individuabili sono orientate, la prima, alla simulazione del paziente stesso e, la seconda, alla simulazione dell'ambiente in cui il medico opera e col quale egli interagisce. Tale ambiente è infatti parte integrante delle procedure che il medico attua per curare il paziente. Errori con brutte conseguenze per il paziente possono avvenire anche nelle interazioni fra medico e ambiente. Rispetto a quelle degli scorsi anni l'edizione del '96 di «Medicine Meets Virtual Reality» ha certamente mostrato un crescente numero di esperienze dedicate alle endoscopie gastrica e coronarica. Qualche attenzione è emersa anche per la terapia intensiva. Le radici non bastano a garantire che una moda si affermi. Ci vuole, nell'ambito della comunità in cui la moda si instaura, anche qualche elemento che sia di appariscente novità rispetto al recente passato. Paradigmatico è il caso del Visible Human Data Set e degli ancora grezzi ma già molteplici modi in cui esso viene usato. Oggi sono circa 400 le licenze d'impiego del Visible Human Data Set rilasciate dalla National Library of Medicine. Quattro le tipologie dei licenziatari: gruppi universitari, di solito costituiti da pochi membri, interessati a sondare i limiti di significatività del Data Set; grandi aziende produttrici di apparecchi di radiologia, interessate a costruire atlanti di anatomia in 3D; piccole e sofisticate aziende di software che si orientano a produrre ausili didattici interattivi; alcune aziende dell'indotto cinematografico interessate ad usare quei dati per il mercato del cinema. A causa delle difficoltà di copiare via Internet le grandi quantità di dati del Visible Human Data Set, la National Library of Medicine sta attivando la costruzione di «mirror sites» in cui reinstallare per intero il Data Set, distribuiti in differenti parti del mondo. Il Politecnico di Milano è candidato. Attenzione alle aspettative illusorie, anche nel campo della Realtà Virtuale per la Medicina. Valga come esempio il caso della telechirurgia e dei simulatori di ambiente ad essa dedicati. Troppo spesso questi non includono prestazioni che consentano al tatto del chirurgo di percepire in tempo reale ciò che si manifesta quando il bisturi incide un tessuto. Quando il simulatore chirurgico non include le reazioni tattili, perde senso, in quanto il sistema dà all'operatore l'informazione della profondità di taglio raggiunta troppo in ritardo, quando il cammino chirurgico è ormai giunto chissà dove. In questo caso è errato parlare di simulatori di telechirurgia. Al massimo possono essere considerati «componenti» di quei sistemi, e nulla più. Pure troppo spesso succede che in un'altra famiglia di simulatori, quelli dedicati all'endoscopia, l'interazione tra operatore e scenario sia troppo lontana da adeguate definizioni di tempo reale. In medicina appartengono alla Realtà Virtuale quei simulatori di ambienti complessi, funzionanti in tempo reale, motivati dalla intollerabilità delle conseguenze generate da eventuali errori che venissero compiuti direttamente sul paziente. Motivazione ulteriore è quella legata al recupero di disabilità nel caso in cui sia impossibile operare in un ambiente reale: vuoi perché troppo costoso, vuoi perché inadatto. Di conseguenza la Realtà Virtuale per la Medicina è la parte più difficile, più motivata, più scientificamente intrigante, più appariscente, più multimediale, probabilmente anche la più costosa, della simulazione applicata alla medicina. Pur tra varie contraddizioni, l'evento di San Diego ha certamente mantenuto le proprie promesse in termini di interesse delle cose che ha mostrato: in particolare alcuni filmati proiettati a supporto delle comunicazioni presentate e dispositivi esposti nella sezione di mostra. Tra questi ultimi però è mancato completamente il settore dei dispositivi di visualizzazione tridimensionale, che è tra quelli che più possono portare a un consolidamento del mercato. Il fatto che i costi in gioco nella Realtà Virtuale per la medicina siano elevati pone dei problemi, in particolare perché ancora non v'è accettazione sociale di quei costi. Oggi accettiamo che il costo di un buon simulatore di volo sia alla fin fine non così lontano da quello di un aereo. Forse il clamore che, sulla prima pagina dei giornali, suscita la caduta di un aereo con molti passeggeri è determinante nel creare il consenso sulle spese per i simulatori di volo. Non siamo invece pronti ad accettare che il simulatore di endoscopia coronarica abbia costi che alla fin fine siano non così lontani da quelli di un impianto di cateterismo. Il fatto che in una sala di cateterismo gli infarti causati da monovre errate capitino - fortunatamente] - non più di uno alla volta finisce per non creare nulla di simile al clamore provocato dal disastro aereo. Però bisogna convenire che anche in medicina siamo di fronte a incidenti le cui conseguenze hanno costi inaccettabili. Non c'è differenza rispetto ai simulatori di volo. In entrambi i casi le conseguenze di un errore sono inaccettabili. Francesco Pinciroli Politecnico di Milano


TECNOLOGIE AVANZATE Nanomacchine, atomo su atomo I più bravi sono i giapponesi. Ma in Europa...
Autore: FURESI MARIO

ARGOMENTI: TECNOLOGIA, FISICA
ORGANIZZAZIONI: BELL LABORATORIES
LUOGHI: ITALIA

LA tecnica della miniaturizzazione, dopo aver compiuto i suoi prodigi sul computer, ha fatto un lungo balzo in avanti con l'avvento della microtecnologia, o «nanotecnologia», applicata sull'invisibile. Oltre al procedimento operativo seguito per il computer e chiamato «microlavorazione di superficie», la microtecnologia fa largo ricorso al laser e al microscopio elettronico a scansione. Il ritmo della sua evoluzione è stato molto rapido, passando, in un paio d'anni, dalla ricerca di laboratorio alla produzione industriale di strumenti e macchine oggi operanti nei settori più diversi: dalla microchirurgia alla difesa dell'ambiente; dai cronometri agli autoveicoli; dall'astronautica alla biologia genetica e a molti altri campi ancora. Le realizzazioni sinora compiute sono così numerose che non è possibile qui farne neanche una semplice elencazione, ci limiteremo perciò a citarne alcune tra le più interessanti. Iniziamo con la «pinzetta ottica» che, impiegando un raggio di luce laser all'infrarosso, può delicatamente afferrare un batterio o una molecola nonché scoperchiare una cellula e prelevarne un organello interno senza arrecare danno. Un altro raffinato microstrumento è la «trappola per atomi», realizzata negli Usa dai Bell Laboratories e capace di prelevare singolarmente gli atomi dopo averli immobilizzati, portandoli quasi alla temperatura dello zero assoluto (- 273,16 gradi centigradi). La cattura avviene mediante microscopici «ganci» elettromagnetici. I Bell Laboratories hanno realizzato anche le prime micromacchine i cui rotori, che misurano due millesimi di millimetro, ruotano alla velocità di 15 mila giri al minuto. Sempre in California si è realizzato un microattuatore elettronico con cui si sono sintetizzate fibre artificiali di miosina, la proteina che attiva i muscoli. Una posizione dominante va conquistando in questo nuovo settore tecnologico l'industria giapponese, grazie anche alle sovvenzioni statali che superano di gran lunga quelle degli altri Paesi. Con la lavorazione micromeccanica è stato costruito in Giappone un microfono di ceramica per ispezionare l'interno delle più strette tubature. L'Europa occupa nella microtecnologia il terzo posto, a grande distanza dagli Usa e dal Giappone; molto opportuna è giunta quindi l'azione promotrice della Comunità Europea che, nell'ambito del Programma Esprit, ha tra l'altro realizzato un intercettore a radiazioni che segnala la presenza di un ostacolo fronteggiante un autoveicolo in moto e non altrimenti rilevabile. Tra i progetti europei oggi in corso di realizzazione si può citare il dispositivo inglese che, costituito da pochi atomi, funziona da interruttore elettrico telecomandato. Da notare infine la realizzazione in corso di un sistema di microsensori che, inseriti in un orologio da polso, danno i valori della temperatura, della pressione e dell'umidità atmosferiche, oltre a segnalare la presenza di gas tossici e comunicare le coordinate geografiche del punto di stazionamento. Un altro, più ardito programma di ricerche nel campo della miniaturizzazione è stato ora avviato con l'obiettivo di passare dalla microtecnologia alla nanotecnologia, ossia dal micrometro (millesimo di millimetro) al nanometro, che è mille volte più piccolo. Su questa nuova microdimensione si colloca il progetto che, promosso dalla Comunità Europea, nell'ambito del Programma Esprit, troverà larga applicazione nella microchirurgia. Si prevede che con la nanotecnologia si potranno realizzare minicomputer da tenere nel taschino e dischi che, avendo il diametro di pochi centimetri, potranno contenere tutti i 49 volumi della «Enciclopedia Treccani». Mario Furesi


FARMACOLOGIA Propoli e incenso antibiotici naturali
Autore: BOCCALETTI MASSIMO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

IN medicina uno più uno non sempre fa 2, talvolta fa 3: dall'unione di due sostanze medicamentose esistenti in natura, la propoli e l'incenso, può scaturire infatti un nuovo rimedio con proprietà antibiotiche assai più efficaci di quelle possedute dalle singole sostanze usate da sole o in semplice associazione. Gli antichi egizi spalmavano le mummie di propoli, miscela di sostanze resinose, gommose e balsamiche tratta dalle gemme degli alberi, mutuandone la tecnica dalle api che, oltre a rinforzare i favi, la avvolgono, per evitare la decomposizione, attorno al corpo dei predatori intrufolatisi nell'alveare, dopo averli storditi o uccisi col veleno. Talmente nota per le sue qualità antibatteriche, antinfiammatorie e antivirali, che sono comunemente in commercio compresse di propoli da masticare ed estratti per la cura delle affezioni del cavo orale e dell'albero bronchiale. Quanto all'incenso, è una sostanza familiare: se ne riparla ad ogni Epifania. Ma pochi sanno della sua efficacia antinfiammatoria e antibatterica (soprattutto se preso per bocca), anche se proprio da queste sue doti deriva l'antica pratica di usarlo, in Egitto e in Oriente, nei riti religiosi e nelle pratiche di purificazione. Scopritori del binomio terapeutico «propoli-incenso» (sperimentato finora con successo in oltre 500 casi di bronchite cronica, asma bronchiale, enfisema e sinusite), sono due specialisti in ambiti diversi: l'anestesista rianimatore Carlo Alberto Zaccagna, e Matteo Bevilacqua, primario del Servizio di fisiopatologia respiratoria all'Università di Padova. In collaborazione con i biologi del Laboratorio di Sanità pubblica di Grugliasco, (Torino), del Servizio di Igiene della Usl 5 e dell'Università di Padova, hanno dato vita l'anno scorso a un esperimento nelle scuole medie di Villarbasse, (To), consistente nel mettere a confronto le cariche batteriche esistenti nelle classi, «prima» e «dopo» aver sparso nell'aria una miscela di propoli-incenso con un «diffusore», un apparecchio non più grande di una scatola da scarpe. Le analisi di Zaccagna e Bevilacqua, riportate in una pubblicazione, hanno confermato la forte riduzione dei batteri presenti nelle aule e quindi un'aria più sana per i bambini. Prove simili sono state compiute anche in allevamenti di polli e di maiali, dove i batteri la fanno da padroni. In alcuni casi i vapori di propoli-incenso hanno causato riduzioni della carica batterica fino a quattro volte. Risultato più che significativo per l'igiene ambientale, la profilassi degli animali e degli uomini che li accudiscono. L'idea di utilizzare le qualità sinergiche della miscela attravesro la pelle (ricordate gli empiastri di semi di lino?) per la cura, in particolare dell'asma bronchiale, è venuta, riflettendo su quanto una volta un'anziana contadina disse a Zaccagna: «Ai mei tempi i bambini che avevano l'asma si curavano con un impiastro di incenso e grappa tenendolo per qualche giorno sul petto o sulla schiena». Quella «rivelazione» si è dimostrata quanto mai efficace: i principi attivi delle due sostanze (terpeni, flavonoidi), moltiplicati nella sinergia, arrivano direttamente ed efficacemente ai bronchi e agli alveoli polmonari attraverso la pelle. La terapia funziona, oltre che sul torace, anche in altre sedi finora impensabili: seni paranasali, addome, articolazioni, schiena, per la cura di sinusiti croniche, coliti, artriti e artrosi, lombalgie e così via. Anche l'impiastro di semi di lino è stato studiato dai due medici, che hanno messo in evidenza l'azione antinfiammatoria delle sostanze contenute: acido linoleico e derivati. Infine un particolare non trascurabile: l'empiastro di propoli e incenso - che deve rimanere applicato alla pelle per 3-10 giorni a giudizio del medico - costa molto poco. Massimo Boccaletti




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