TUTTOSCIENZE 12 luglio 95


HANDICAP L'arte e il disegno per i ciechi
Autore: GIORCELLI ROSALBA

ARGOMENTI: TECNOLOGIA, DIDATTICA, HANDICAP, LIBRI
NOMI: LEVI FABIO, ROLLI ROCCO
ORGANIZZAZIONI: ZAMORANI, UE UNIONE EUROPEA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: «Disegnare con le mani». progetto: «European Cities within Reach. Travel and Culture for Visually Impaired People»

LA comunicazione attraverso il tatto è una frontiera della multimedialità e una necessità per i non vedenti. Fabio Levi e Rocco Rolli hanno pubblicato per Zamorani il manuale di disegno in rilievo «Disegnare per le mani» invitando insegnanti, genitori, artisti a disegnare secondo criteri di semplificazione per creare immagini da esplorare con le dita. Un primo risultato è la serie di guide turistiche con disegni in rilievo «Toccare l'arte» realizzate nell'ambito del progetto sostenuto dall'Unione Europea chiamato «European Cities within Reach. Travel and Culture for Visually Impaired People»: già stampate, accompagnate da audiocassette, le guide di Torino e Venezia. Il disegno in rilievo si affianca alla descrizione verbale che per un cieco è spesso l'unico mezzo per conoscere la forma di oggetti molto grandi o molto piccoli, o che non si possono toccare (le nuvole). L'altezza minima perché un rilievo venga percepito è circa mezzo millimetro. Le tecniche di stampa permettono effetti morbidi, ruvidi, alti, bassi, lisci o puntinati per riprodurre l'intensità del tatto o distinguere convenzionalmente i colori. La tecnica più semplice è la stampa Braille: sulla carta vengono incisi dei punti che compongono linee e figure. Nel «Termoform» invece la pagina è un foglio di plastica che, riscaldato, viene in contatto con la matrice di metallo o di legno su cui è inciso il disegno; una volta freddo, ne conserva la forma. Un altro sistema è il «gaufrage», in cui la carta viene pressata fortemente tra una matrice metallica e una contromatrice in fibra sintetica. Fotocopiando un disegno su carta a cellule termosensibili, invece, è possibile applicare il procedimento «Minolta»: passando il foglio in un particolare forno a rulli, le cellule coperte dall'inchiostro si gonfiano. Chi disegna con il computer può adoperare stampanti speciali a getto d'inchiostro, come «Graphicmaster» o «Graphtact», che depositano vari strati di inchiostro. L'immagine è molto precisa, ma per ora il procedimento è piuttosto lento e costoso. Per tirature alte, utilizzando inchiostri adatti e particolari accorgimenti si può ricorrere alla serigrafia. Rosalba Giorcelli


CAMPAGNA OMS Un computer scova il neo cattivo Fate attenzione alle macchie sulla pelle
Autore: DI AICHELBURG ULRICO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: OMS ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITA'
LUOGHI: ITALIA

IL melanoma (dal greco melas, nero), tumore cutaneo, è raro rispetto a quelli della mammella e del polmone, però i casi sono ovunque in continuo aumento più d'ogni altro tumore, in Italia addirittura oltre il doppio negli ultimi 15 anni. Perciò le ricerche sono attivissime, anche sotto l'egida del Melanoma Programme dell'Organizzazione mondiale della Sanità (Oms). Il melanoma è un tumore maligno che dà metastasi (nella pelle stessa, nei linfonodi, polmoni, fegato, intestino, cervello, mammella), ma guaribile se la diagnosi è sollecita. Quali le ragioni dell'aumento? Secondo alcuni è l'assottigliamento della fascia di ozono che protegge la Terra dai raggi ultravioletti, secondo altri non esiste prova certa di ciò, potrebbero essere più dannosi i raggi infrarossi che raggiungendo la pelle in profondità ne accelerano l'invecchiamento. Speciale importanza avrebbe la predisposizione genetica a una particolare vulnerabilità dai raggi solari. Comunque sia, i fattori di rischio sono quattro: avere un elevato numero di nei, avere nei atipici, la tendenza a coprirsi di efelidi, il numero di episodi di grave ustione da sole (il 20 per cento dei 280 pazienti studiati da MacKie, Greudenberger e Aitchison dell'Università di Glasgow, avevano una storia di tre e più episodi di ustione solare). I nei, sembra superfluo dirlo, sono le piccole macchie cutanee brune di 2-5 millimetri di diametro, a contorno regolare, i grains de beauté dei francesi, ma vi sono anche nei atipici, di oltre 5 millimetri di diametro e con contorni e pigmentazione irregolari. In corrispondenza d'un neo può insorgere il melanoma: la macchia si estende, è più pigmentata, di forma irregolare, rilevata. Ma non sempre è questo il punto di partenza, il melanoma può formarsi in qualsiasi zona della pelle, preferibilmente sul volto, sul dorso, sugli arti. In base a caratteristiche anatomopatologiche e cliniche se ne conoscono quattro varietà. Le donne sono più colpite dei maschi, ma nei Paesi ad elevata incidenza del melanoma come l'Australia e gli Stati Uniti la distribuzione nei due sessi è all'incirca uguale. Nella grande maggioranza i pazienti sono adulti, in età di 50-60 anni. Dicevamo dell'importanza della diagnosi sollecita, effettuabile in base ai caratteri clinici e alla biopsia. Un esame diretto della macchia si fa con uno speciale microscopio, il dermatoscopio, che rispetto all'occhio nudo permette di individuare importanti dettagli. Anche l'informatica è diventata un'alleata preziosa: Skinview è un calcolatore con nella sua memoria migliaia di immagini, collegato a una telecamera, in grado di riconoscere il grado di malignità. La cura è l'asportazione chirurgica e attento controllo successivo, ma varie terapie non chirurgiche sono in corso di sperimentazione: la chemioterapia (decarbazina, tamoxifene, cisplatino), il trapianto di midollo osseo, immunostimolanti quali il bacillo di Calmette-Guerin, l'alfa-interferone, l'interleuchina-2. Inoltre si stanno studiando numerosi vaccini, per esempio uno costituito da cellule tumorali coltivate, nelle quali è stato trasferito mediante un retrovirus il gene per l'interleuchina-2 (più che preventivo è terapeutico, destinato alle persone già colpite per evitare ricadute). I risultati preliminari dimostrano una certa efficacia, ma il numero di pazienti studiati è limitato. Come proteggersi dal pericolo del melanoma? Il numero totale di nei, quello di nei atipici e la tendenza alle efelidi sono al di fuori del proprio controllo, ci si può riparare soltanto dalle scottature del sole. Molto importante dunque evitare le ustioni da sole in ogni caso, non soltanto da parte di coloro che hanno un rischio relativo. In linea generale è sconsigliabile stare al sole nei primi anni di vita, e per tutti nelle ore dalle 11 alle 13, inoltre portare indumenti che riparino e usare creme solari filtranti. Molta prudenza è raccomandabile alle persone con capelli rossi o pelle chiara, ma in ogni modo prudenza per tutti, anche per chi ha la pelle scura. In Europa uno screening di massa per il melanoma non viene ancora ritenuto efficace in rapporto ai costi. Negli Stati Uniti si sono istituiti centri sanitari di screening ad ingresso libero, posti nelle vie con alta densità di negozi o comunque in zone di grande afflusso. Questi centri si occupano di tutti i tumori cutanei ma il melanoma ha un'importanza prevalente. Il risultato è un melanoma identificato ogni 250 persone esaminate. Ulrico di Aichelburg


NEUROSCIENZE Jogging per il cervello Intelligenti si può diventare
Autore: MAFFEI LAMBERTO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
NOMI: WIESEL TORSTEN
LUOGHI: ITALIA

NEGLI ultimi decenni si è diffuso un vivo interesse a mantenere il proprio corpo in forma con attività come la corsa, il nuoto in piscina, l'attività ginnica in palestra, l'aerobica: esercizi che tendono a mantenere il cuore allenato e i muscoli trofici e talvolta perfino... ipertrofici. Da un punto di vista fisiologico questa abitudine a muoversi di più sembra corretta, soprattutto se ben dosata. Ora, se la funzione serve al buon mantenimento del corpo, viene naturale chiedersi se è possibile individuare un'attività per esercitare la mente, assumendo che, come i muscoli, anche i neuroni tenuti in esercizio mantengano più a lungo un funzionamento migliore. Sul problema «cervello ed esercizio» è utile ricordare che i risultati della moderna ricerca neurobiologica sembrano dimostrare una certa plasticità anche per il cervello dell'adulto, se pure in misura molto minore rispetto a quella del bambino. Si è visto ad esempio che in una scimmia che esegue ripetutamente certi movimenti con determinate dita della mano, aumenta l'area della corteccia cerebrale in cui quelle dita sono rappresentate, e generalizzando si può dire che le cellule nervose sottoposte ripetutamente a stimoli possono variare il loro funzionamento e aumentare il numero delle loro connessioni sinaptiche. I processi di cambiamento funzionale e strutturale del cervello sono alla base dell'apprendimento, che, sia pure in gradi diversi, può avvenire per tutta la vita. D'altro canto, la tomografia a positroni (Pet) e la Risonanza magnetica nucleare (Rmn) funzionale, due tecniche d'avanguardia che consentono di studiare il metabolismo cerebrale dell'uomo, mostrano che in qualsiasi area cerebrale opportunamente eccitata da stimoli sensoriali, aumentano oltre che l'attività nervosa, anche la circolazione e il consumo di ossigeno: l'area cerebrale visiva, quella uditiva o quella del linguaggio, diventano metabolicamente più attive, quando le esercitiamo. Quali esercizi potrebbe suggerire il neurofisiologo per tenere attiva e funzionante la mente? Quale jogging o palestra si potrebbe inventare per impedire il deterioramento funzionale del cervello? Credo, ahimè, che una palestra dove ci si allenasse a risolvere problemi di matematica, di logica, di fisica o comunque esercizi di tipo «scolastico» riscuoterebbe ben poco successo, perché scarsamente attraente, e quindi sarebbe un fallimento dal punto di vista economico! Allenamenti di questo tipo, eccellenti ma faticosi, potrebbero ben corrispondere a una vera e propria «preparazione atletica» come è o dovrebbe essere la scuola, in vista di impegni agonistici (esami, gare culturali, concorsi), ma non sarebbero certo proponibili a chi semplicemente desidera conservare per tutta la vita la possibilità di fare, in completa autosufficienza, la sua passeggiata quotidiana nelle strade dello spirito. E' verosimile però che l'utente medio si lascerebbe convincere a svolgere esercizi mentali di tipo ludico, quelli per intenderci in cui alla motivazione dell'utile si sposi in qualche misura la motivazione del dilettevole, alla quale il cervello risulta sempre molto sensibile. Prima di andare avanti vi devo confessare che lo spunto per queste considerazioni mi è stato se non suggerito, rafforzato, da una particolare circostanza: nello scorso mese di maggio Torsten Wiesel, premio Nobel per la medicina per i suoi studi nel campo delle neuroscienze, è venuto a Pisa per tenere una serie di conferenze alla Scuola Normale. Sceso dall'aereo, ha manifestato un solo desiderio: fare una lunga passeggiata per scrollarsi di dosso il più velocemente possibile quella fastidiosa sindrome, detta di jet-lag, che affligge al loro arrivo i viaggiatori transoceanici e poter «in piena forma» affrontare i suoi impegni pisani. Ho avuto così l'occasione di accompagnarlo per i sentieri delle colline sopra casa mia, conversando del più e del meno; abbiamo parlato delle sue ricerche sulla plasticità del cervello, dell'attività nervosa che potrebbe essere più efficace per indurre la plasticità, ed è stato proprio Wiesel che è venuto fuori con l'idea che qui sto proponendo: «Oggi, su basi scientifiche sufficientemente sicure, il neurofisiologo potrebbe e forse dovrebbe pensare a scrivere un manuale di training per il cervello». Parlammo di enigmistica, di scacchi, di giochi con le carte, di giochi di società. Fu comunque subito chiaro quello che il cervello non doveva fare ed entrambi facilmente convenimmo che la cosa più pericolosa era la stimolazione passiva: quelle situazioni cioè in cui, pur sottoponendo il cervello a un bombardamento di stimoli visivi, non si stimola nè all'azione consapevole, nè al pensiero critico. Il discorso naturalmente cadde sulla televisione, un messaggio visivo che tiene occupato il cervello, spesso però senza stimolare il pensiero. L'informazione visiva, e in particolare l'informazione visiva passiva, che cioè non genera emozioni, progetti, ricordi, reazioni motorie, dà un'eccitazione cerebrale molto limitata. Spesso quando si guarda la televisione, l'attività elettrica, che è l'esercizio del cervello, aumenta nella regione della corteccia visiva, ma non in altre parti del sistema nervoso. Ne risulta un'attività limitata come muovere un braccio o una gamba per un esercizio di «fitness» muscolare. La comunicazione visiva domina nel mondo moderno, con la tv, il cinema, la pubblicità sui muri e sui giornali. Certamente è di grande efficacia, per l'essenzialità e la rapidità della comunicazione; ci sono seri dubbi però che possa essere in tutti i casi un buon esercizio per il cervello nella sua globalità. Nella palestra della mente dovrebbe essere preminente l'esercizio della parola piuttosto che quello dell'immagine. Non per richiamare il buon tempo antico, ma le conversazioni in famiglia, le discussioni al bar, le letture serali erano forse una migliore attività per la mente che non la televisione, questo interlocutore prepotente che parla, ma non ascolta e che diviene o può divenire per sua costituzione nemico del buon funzionamento cerebrale. Con Torsten Wiesel decisamente escludemmo la tv, intesa come stimolo abitudinario del proprio cervello, dalla palestra della mente. Concludemmo la nostra passeggiata riconoscendo che il cervello è un po' come il muscolo, se sta troppo in riposo diventa flaccido, debole e finisce per perdere la sua funzione. Il cervello può essere paragonato al paracadute; è meglio tenerlo aperto che chiuso. Un cervello chiuso è di scarsa utilità e può diventare addirittura dannoso per l'individuo e per la società. Lamberto Maffei Scuola Normale Superiore di Pisa


PALEONTOLOGIA Darwin va riscritto per colpa dei dinosauri? L'evoluzionismo non tiene conto delle catastrofi cosmiche
Autore: CANUTO VITTORIO

ARGOMENTI: PALEONTOLOGIA
NOMI: ALVAREZ LOUIS
LUOGHI: ITALIA

L'INABILITA' dei genitori di rispondere all'impietosa domanda dei propri figli «Come sono morti i dinosauri?» è un fatto ben documentato, ma ora è finito. La storia comincia a Gubbio. Qui nel 1980, il fisico Louis Alvarez (Premio Nobel), suo figlio il geologo W. Alvarez e i chimici Asarro e Michel, scoprirono alte concentrazioni di iridio; la stessa scoperta venne poi fatta in Danimarca e in Nuova Zelanda. Poiché l'iridio è assai comune nei meteoriti ma non nella crosta terrestre, si concluse che tale elemento era stato portato da un bolide meteoritico. Poiché la stratigrafia indicava che tale evento successe circa 65 milioni di anni fa, il cosiddetto K-T, Cretaceo-Terziario, quando appunto sparirono i dinosauri, l'aggancio fu immediato. Un impatto cosmico, fine gloriosa, spazzò via questi giganti che avevano dominato la Terra per 200 milioni di anni. Ma poiché i bolidi che urtano la Terra hanno la cortese abitudine di lasciare un cratere (vedasi la faccia butterata della Luna), dov'è tale cratere? Nel 1981, i paleologi Penield e Camargo suggerirono che le anomalie magnetiche e gravitatorie da loro scoperte nella regione Nord-Ovest della Penisola dello Yucatan (Messico) erano prova della presenza di un grande cratere sepolto, quello di 65 milioni di anni fa. Tale cratere (ora noto con il nome Maya di Chixulub) è così diventato oggetto di intensi studi. Qualche tempo fa, tre geologi americani (Pope, Baines e Ocampo) e un russo, Ivanov, hanno proposto uno scenario ancor più dettagliato dell'evento cosmico del K-T. Il bolide arrivò con una velocità di 10-20 chilometri al secondo, tipica di un asteroide, formando un cratere di 240 chilometri. Il fatto più singolare è che la regione colpita (come si è appreso dalle esplorazioni dei pozzi petroliferi della regione), è per il 60% solfato di calcio CaSO4, dallo spessore di circa 700 metri vicini al bordo del cratere e di 1500 metri al centro del medesimo. Risultato dell'impatto? Dai 40 ai 700 miliardi di tonnellate di zolfo immesse nell'atmosfera, soprattutto come SO3 e in minor misura, come SO2. Studi teorici, corroborati dalle osservazioni dell'impatto della cometa Schoemaker-Levy su Giove l'estate scorsa, hanno indicato che tali giganteschi pennacchi si innalzano fino alla stratosfera e data la grande velocità iniziale, poco ricade attorno al cratere. Una coltre di zolfo avvolse uniformemente il nostro pianeta, ad essere esatti, non nostro, ma dei dinosauri. Cosa successe a questo zolfo? L'SO3 venne rapidamente convertito in aerosoli di acido solforico (H2SO4, ricordate le piogge acide?) attraverso i quali la luce solare ha difficoltà a passare. Poiché la fotosintesi, il magico processo che trasforma l'energia solare in zuccheri, cessa di funzionare quando tale radiazione è ridotta a circa un centesimo, bisogna calcolare la durata di tale effetto. Il risultato è nefasto: per 6-9 mesi ci fu un black-out, con temperature gelide. Addio fotosintesi, e addio dinosauri, che per loro sfortuna erano principalmente erbivori. Ma anche se non lo fossero stati, il crollo del processo fotosintetico avrebbe depauperato il sostegno dei mammiferi in ogni caso. Vegetazione distrutta su scala globale, tsunami giganteschi, rimescolamento caotico negli oceani, cosa letale per il fitoplancton, piogge acide, diminuzione della fascia dell'ozono troposferico, con conseguente arrivo della malefica radiazione UV. Si calcola anche che per un periodo di almeno 10 anni il cielo fu perennemente coperto da nubi anche se il Rubicone fotosintetico era ormai dietro le spalle. Così finì l'era dei dinosauri. Ma se abbiamo trovato una risposta per le giovani menti inquisitive, siamo noi ora a farci delle domande a cui non sappiamo rispondere. Ne farò solo due. Cosa direbbe Darwin di tutto questo? Lui, padre della catechesi più rivoluzionaria sui problemi evolutivi, lui che ci insegnò che l'evoluzione è una competizione leale in cui sopravvive il più idoneo, e che quelle specie i cui geni non si adattano, spariscono. Ma i dinosauri non sparirono per colpa di geni cattivi, ma per sfortuna pura e semplice si trovarono al momento sbagliato nel posto sbagliato, tutto lì. Darwin ha torto? No. Estinzioni come quelle descritte operano al livello delle specie, delle famiglie e delle classi, mentre i processi darwiniani operano al livello di una singola specie. Non c'è dubbio però che dovremo ora aggiungere ai processi darwiniani anche quelli di origine cosmica, catastrofica, anche se questo non ci fa piacere data la loro natura imprevedibile o quasi. Seconda domanda, meno intellettuale. Ma se è successo ai dinosauri, non potrebbe succedere anche a noi? Gli ottimisti dicono che poiché non c'è stata finora vittima umana direttamente aggiudicata ad un fenomeno cosmico, il pericolo è minimo o non c'è. Non proprio. Il famoso evento del 30 giugno 1908 in Siberia (Tunguska) fu causato da un bolide che esplose all'entrata nella atmosfera terrestre. La sua potenza era equivalente a mille bombe di Hiroshima. Per migliaia di chilometri, tutti gli alberi vennero spazzati via dall'onda d'urto che si produsse. I passeggeri della Transiberiana udirono il boato a 350 chilometri di distanza. Non ci furono vittime. Ma è bene ricordare che la Terra ruota, e che se il bolide fosse arrivato sei ore dopo, la città di Pietroburgo sarebbe stata distrutta. Allora, vien da chiederci, se il bolide del K-T fosse arrivato sei ore prima o dopo, sarebbe caduto negli oceani, sparito per sempre nei fondi marini o se non fosse caduto in una zona non ricca di zolfo, i dinosauri non sarebbero spariti. Avremmo potuto co-abitare il pianeta con loro? Vittorio M. Canuto Goddard Institute for Space Studies New York, N.Y.


POLLINE Piante astutissime in amore
Autore: ACCATI ELENA

ARGOMENTI: BOTANICA
LUOGHI: ITALIA

I fiori producono granuli di polline in quantità enormi: un singolo amento di betulla, ad esempio, può contenerne oltre cinque milioni. I pollini sono le cellule maschili del fiore, che devono raggiungere l'organo femminile per assicurare la riproduzione. I granuli di polline più piccoli vengono trasportati dal vento - vettore straordinario capace di sollevarli fino ad una altezza di oltre cinquemila metri e di trasferirli a una distanza superiore a quattromila chilometri, come accade, tanto per fare qualche esempio che è sotto gli occhi di tutti, nel caso delle graminacee, delle conifere, del noce, della quercia, tutte piante caratterizzate dal possedere fiori piccoli, insignificanti. Essendo il polline una sostanza ricca di olii minerali e di proteine, venendo prodotto a spese delle piante la sua sottrazione causa a queste un notevole dispendio di energie. Perciò molte piante mettono in atto espedienti particolari per attirare animali che trasportino il polline sulle parti femminili di altre piante, entrando in competizione tra di loro per attirare gli animali impollinatori. Le piante che meglio riescono in questa funzione saranno in grado di avere un numero di fiori fecondati maggiore e quindi più frutti. Tuttavia questi animali, in genere insetti, che fungono da vettori del polline necessitano di una ricompensa: la più semplice è quella di utilizzare una parte di ciò che trasportano, anche perché il polline, come si è detto, è molto nutriente. Un esempio interessante è rappresentato dalle Cycas, genere assai antico, caratterizzato dall'avere nel centro delle foglie il polline raccolto in una specie di cono assai vistoso. Al tempo in cui si sono sviluppate le Cycas non esistevano molti insetti e neppure c'erano piante con i fiori colorati, perciò le Cycas hanno trovato lo stratagemma di innalzare di qualche grado la temperatura del loro cono per attrarre i curculionidi che posandosi sul cono si ricoprono di polline e spostandosi su di un'altra Cycas per trovare cibo lo trasportano in modo più efficiente di quanto non farebbe il vento. Anche le ninfee ricompensano gli impollinatori: fecondate dai coleotteri cedono loro una parte del polline. Altre piante per impedire che il polline venga trasportato su fiori non adatti hanno sviluppato sistemi particolari per attirare soltanto una specie di insetti impollinatori. Ad esempio una genziana rosa che cresce nel Sud Africa viene impollinata da un'ape pelosa di gradevole aspetto. I fiori di questa genziana possiedono uno stilo (organo femminile) curvo e tre grandi stami. Ognuno porta all'estremità una lunga antera ingrossata che sembra rigonfia di polline giallo: ciò costituisce naturalmente una forte tentazione per ogni insetto che utilizza il polline come cibo. Tuttavia, si tratta soltanto di una illusione perché il polline è contenuto all'interno dell'antera e l'unico modo per farlo uscire è attraverso un piccolo foro posto all'apice dell'antera stessa. L'ape conosce il sistema per estrarre il polline: essa giunge sul fiore producendo un suono molto caratteristico mediante le ali e continua a sbatterle diminuendo però la frequenza del battito e di conseguenza il suono da esse prodotto. Ciò causa una vibrazione dell'antera che permette ai granuli di polline di fuoruscire dal foro posto all'apice sotto forma di una cascata dorata. A questo punto l'ape pazientemente raccoglie il polline sulle sue zampe posteriori, portandolo su di un altro fiore. Il metodo più ingegnoso in assoluto è comunque quello di fornire agli insetti impollinatori per le loro esigenze nutritive non il polline, ma il nettare, sostanza prodotta nei nettari generalmente posti nelle parti più interne del fiore. L'insetto per raggiungere il nettare deve quindi intrufolarsi all'interno del fiore e durante tale operazione sfrega le antere e raccoglie il suo carico di polline da portare su di un altro fiore. Elena Accati Università di Torino


SUCCEDE A BALI Il cattivo maestro fa il macaco ladro
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ETOLOGIA, ZOOLOGIA
NOMI: SMALL S. MEREDITH
ORGANIZZAZIONI: CORNELL UNIVERSITY
LUOGHI: ITALIA

TUTTI sanno come si addestrano i delfini a compiere quegli esercizi spettacolari che mandano in visibilio il pubblico. Quando il cetaceo attraversa con un balzo il cerchio che l'addestratore gli presenta, riceve in premio un pesce. Durante le prove preliminari, se non riesce a compiere correttamente l'esercizio, niente ricompensa. Così il delfino, che è un animale intelligente, impara presto ad associare il cibo con l'esercizio che da lui si pretende e diventa un ottimo acrobata. Lo stesso metodo viene usato in certi casi con animali non meno intelligenti dei delfini, le scimmie, per insegnare loro non già gli esercizi acrobatici, ma nientemeno che la tecnica dello scippo. Le scimmie in questione sono i macachi a coda lunga (Macaca fascicularis) che vivono nella Foresta delle scimmie di Sangeh, nell'isola di Bali. Ne ha fatto oggetto di una ricerca Meredith S. Small della Cornell University, una studiosa che, da buona antropologa, nutre uno speciale interesse per le nostre cugine scimmie. I macachi a coda lunga sono scimmiette straordinariamente sociali, curiose, vivacissime, che si arrampicano sui muri dei templi o scorrazzano con la massima disinvoltura tra le gambe dei turisti che affollano le spiagge e le boutique della famosa isola tropicale. Bisogna dire che le scimmie occupano un posto privilegiato nella religione induista, perché si ritiene impersonino gli spiriti degli dei. E quando compiono le loro scorribande nei templi facendo man bassa delle offerte sacre, i balinesi fanno finta di non vedere questi atti di vandalismo. Anche perché nel grande poema Ramayana, un testo sacro per gli indù, ha enorme importanza il ruolo del dio scimmia Hanuman. I macachi a coda lunga sono una delle 19 specie del genere Macaca che cinque milioni di anni fa s'irradiarono dalla terra originaria, il Nordafrica, verso l'Europa e l'Asia. Oggi questa specie di macachi abita il Marocco e l'Algeria, l'India, il Pakistan, la Cina, il Giappone e la maggior parte dell'Asia sudorientale. In un certo senso, dice la Small, si possono considerare come gli scarafaggi del mondo scimmiesco, adattabilissimi a qualunque cambiamento, sempre pronti a colonizzare nuovi ambienti e a mangiare di tutto, anche se preferiscono frutti e vegetali. Nell'isola di Bali i macachi a coda lunga si sono insediati da tempi antichissimi, ancora prima che vi giungessero gli uomini. E, numerosi come sono, rappresentano una delle maggiori attrazioni turistiche. Più di mille visitatori al giorno vengono da ogni parte per vederli. E se ne comprende la ragione. Questi macachi che vivono a stretto contatto con gli uomini hanno una socialità sorprendentemente simile a quella umana: anche fra loro ci sono scontri per la posizione gerarchica, continue interazioni sociali, conflitti e pacificazioni. Si può dire che rispecchino le complesse macchinazioni della nostra società. Ma quelli che vivono nella foresta di Sangeh sono anche audacissimi scippatori. Come niente ti sfilano la borsa, ti rubano il fazzoletto o il portafogli, s'impossessano dei tuoi occhiali o della macchina fotografica. E ne fa le spese proprio la studiosa che, mentre è intenta a osservare un gruppetto di giovani scimmiottini, è vittima di un furto di destrezza da parte di una femmina adulta che le porta via gli occhiali da sole e poi scappa come un razzo rifugiandosi nella foresta. La Small riesce tuttavia a recuperarli grazie all'intervento di un guardiano del tempio che insegue la ladruncola e le offre una manciata di noccioline americane. Per acchiapparle, la scimmia molla gli occhiali, che non sono commestibili e dà invece la preferenza a un cibo di cui è molto ghiotta. Lì per lì la studiosa ritiene che l'episodio di cui è stata protagonista sia un caso isolato e fortuito. Ma osservando attentamente il comportamento dei macachi durante il suo soggiorno a Bali, si rende conto che c'è sotto tutta una organizzazione a scopo di lucro, un vero e proprio business, concertata dai cosiddetti «guardiani» del tempio che sorge nella Foresta delle scimmie di Sangeh. Sono loro che addestrano i macachi a rubare. Le cose si svolgono in questo modo. All'ingresso del tempio c'è una trentina di uomini (si autodefiniscono «guide») muniti di macchina fotografica Polaroid che aspettano i turisti. Non appena ne arriva uno, la guida lo convince a farsi fare la classica foto-ricordo insieme con una scimmia. Mette due noccioline o qualche altra leccornia sulla spalla del turista e un macaco immediatamente corre a mangiarsele mentre scatta l'obiettivo. C'è chi si diverte e paga la foto senza fiatare e c'è invece chi si spaventa di quella scimmia che gli salta improvvisamente addosso e si dimena cercando di liberarsene. In questo caso ci sono complicazioni spiacevoli: il macaco diventa aggressivo e morde. Ma in che modo i guardiani addestrano le scimmie al furto? La tecnica è molto semplice. Quando una di loro ruba un oggetto, cosa che si verifica continuamente, l'uomo la ricompensa con una banana o un pugno di noccioline. Il suo scopo è quello di farsi ridare l'oggetto per restituirlo al legittimo proprietario e ottenere una mancia. Ma dal punto di vista della scimmia le cose stanno diversamente: rubare significa per lei avere una ricompensa sotto forma di premio commestibile. E naturalmente in questo modo il macaco viene incoraggiato al furto che per lui si traduce nel poter mangiare una ghiottoneria. Tutto questo succede nel tempio di Sangeh. Ma in altre località dell'isola, come per esempio nel tempio di Alan Kedaton, c'è un rapporto assai diverso tra le scimmie e i turisti. Nessun macaco salta addosso ai visitatori o li scippa dei loro oggetti personali e nessuna «guida» molesta i turisti imponendo loro una foto a pagamento. Il che significa che il macaco a coda lunga, per conto suo, ha un rapporto corretto con l'uomo. Diventa ladro solo se gli umani gli danno cattivi insegnamenti. Isabella Lattes Coifmann


RICERCHE CSELT Il computer parla e ti dà l'orario dei treni Riconoscimento e sintesi della voce sono ormai servizi commerciali
Autore: VICO ANDREA

ARGOMENTI: ELETTRONICA, COMUNICAZIONI, TRASPORTI, TECNOLOGIA, RICERCA SCIENTIFICA
ORGANIZZAZIONI: CSELT
LUOGHI: ITALIA

IN attesa che le case degli italiani vengano cablate in fibra ottica, come hanno annunciato pochi giorni fa i vertici di Stet e Telecom, un assaggio di futuro sarà disponibile utilizzando le infrastrutture già esistenti, grazie ad alcune ricerche dello Cselt. «Qual è l'orario dei treni per andare da Bologna a Parigi, partendo in mattinata?». «Non ci sono treni diretti, bisogna cambiare a Milano o a Torino; questi gli orari...», interpellato per telefono il computer dell'ufficio informazioni dell'Ente Ferrovie dello Stato ha un vago accento piemontese, ma risponde con precisione. Soprattutto è in grado di capire le domande che ognuno di noi formula in modo diverso. Accanto all'estrema affidabilità raggiunta in fatto di tecnologie per il riconoscimento vocale, i ricercatori dello Cselt hanno messo a punto un sistema flessibile che permette all'utente di ottenere le informazioni che desidera senza seguire un percorso obbligato come accade ora per i vari bollettini «on-line» offerti dalla Telecom. Questo sistema è nato già «integrato» con l'Europa essendo in grado di accettare domande, oltreché in italiano, in olandese, inglese, francese, tedesco. Un tedesco a Palermo potrà chiedere e ascoltare direttamente nella sua lingua tutto ciò che gli interessa riguardo ai treni per tornare a casa, gli orari dei musei, e magari l'elenco dei locali dove si servono wurstel & crauti. La stessa tecnologia, nell'ambito del progetto sulla casa intelligente permetterà di offrire un nuovo tipo di servizio. I numeri di telefono memorizzati (quelli dei parenti e degli amici che chiamiamo più frequentemente) anziché con un tasto saranno selezionati automaticamente semplicemente alzando la cornetta e pronunciando un nome di riferimento: nonna, zio Carlo, Francesca... Se da un lato, con un telefono a viva voce, questo tipo di servizio può offrire un po' più di autonomia agli anziani o ai disabili, dall'altro il telefono cellulare si potrà utilizzare in tutta sicurezza anche in auto, con entrambe le mani ben salde sul volante. Un ulteriore contributo alla sicurezza e all'affidabilità della telefonia, quella mobile in particolare, verrà dato dalla camera schermata anecoica «Alfredo Fausone» che, terminata pochi mesi fa, ora funziona a pieno regime. Tra le più grandi d'Europa (10 metri di altezza e 22 per 14 di base) la camera anecoica serve per studiare i riverberi elettromagnetici che un telefono può subire in vicinanza di un altro apparecchio elettrico o di un'antenna e, viceversa, per valutare l'entità dell'onda elettromagnetica emessa. La schermatura totale è ottenuta prima con spesse mura di cemento, quindi grazie a un rivestimento di 1720 piramidi di spugna di poliuretano, carbone e neoprene, alte 2 metri e mezzo. In questa struttura (che è anche un laboratorio accreditato di prova ed è disponibile per le piccole e medie aziende) si può dunque certificare esattamente il grado di inquinamento elettromagnetico prodotto da un telefonino, da un forno a microonde o da qualunque altro apparecchio elettrico. Andrea Vico


IN BREVE Premio europeo Cortina Ulisse
ARGOMENTI: ASTRONOMIA, PREMIO
ORGANIZZAZIONI: PREMIO CORTINA ULISSE
LUOGHI: ITALIA

Georges Smoot con «Nelle pieghe del tempo», Braccesi, Caprara e la Hack con «Alla scoperta del sistema solare», Steven Weinberg con «Il sogno dell'unità dell'universo» (tutti Mondadori), Michael Rowan Robinson con «L'Universo» (Zanichelli) e Giuliano Romano con «Archeoastronomia italiana» (Cleup) sono i finalisti del Premio europeo Cortina Ulisse che verrà assegnato il 31 agosto.


IN BREVE Giovane universo se ne parla a Gaeta
ARGOMENTI: ASTRONOMIA
NOMI: OCCHIONERO FRANCO
LUOGHI: ITALIA

Dal 30 luglio al 5 agosto a Gaeta si terrà un convegno sui primi istanti dell'universo. Organizzato da Franco Occhionero dell'Osservatorio di Roma, vedrà ospiti di alto livello, come Starobinsky e Khalatnikov. Per informazioni: 06-3534.7802.


IN BREVE «Elios» sorveglia il Mediterraneo
ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
LUOGHI: ITALIA

Il satellite «Elios 1» è stato messo in orbita dalla base di Kourou. Frutto di una collaborazione Francia-Spagna-Italia, servirà alla sorveglianza militare dell'area mediterranea.


INTERNET Consigli per vacanze non virtuali
Autore: MERCIAI SILVIO

ARGOMENTI: ELETTRONICA, INFORMATICA
ORGANIZZAZIONI: INTERNET
LUOGHI: ITALIA

FORSE dovremmo proprio smettere di descrivere Internet come una rete globale di reti interconnesse (che è, diciamocelo, piuttosto piatto e noioso) e cominciare a dire invece che è una rete globale di persone, di idee e di informazioni (il che è più vicino alla verità ed è anche molto più stimolante)» [Davey Winder, in Net, May 1995]. Curiosamente questa citazione è tratta da un articolo che discute il problema dei siti pornografici (o presunti tali) sulla rete e del moralismo peloso con cui essi vengono sventolati da chi cerca alibi per giustificare il tentativo di imbrigliare la libertà di chi sulla rete si esprime e con la rete comunica, in contrapposizione a chi ha lavorato per rendere la trasmissione dei dati sicura e privata, come Phi lip Zimmermann, che ha elaborato e distribuito gratuitamente gli algoritmi (il famoso PGP) per autenticare e crittografare i propri messaggi. Tutto questo mi tornava in mente pensando a quelli che spesso mi dicono che la rete è invitante ma che non pensano di connettersi perché non vogliono poi dedicare tutto il tempo che io dedico al computer. Vorrei rispondere che non hanno capito: che non è al computer che dedico il mio tempo, ma alle persone che, con il computer e il modem, via Internet, entrano in contatto con me. Come David, la mia prima lettera: mi ha mandato una lunga bibliografia su un argomento del quale mi stavo interessando; da un'Università canadese. O Susan, che dalla Loui siana mi ha dato il benvenuto su una mailing list. O Colin, che ha risposto alla mia richiesta (cercavo un file) dicendo che me l'avrebbe mandato appena tornava a casa («Tra meno di tre ore» , e naturalmente tre ore dopo il file era nella mia casella postale). Non saprò mai se David è un volontario di biblioteca o un cattedratico. Nè se Susan è bianca o nera o di origine asiatica. Nè se Colin è un ragazzo che «smanetta» o un professionista, piuttosto attempato, come me. Eppure David e Colin e Susan hanno un posto nel mio mondo affettivo: sono persone con cui mi sono, in un certo senso, incontrato, che mi hanno dato qualcosa, che hanno, quanto meno, gradito il mio «Italian ciao». Eppure nella mia realtà (ma forse che Internet non è reale?) io amo incontrare di persona i miei interlocutori, passare con loro molto tempo in contatto personale: e sono notoriamente una persona che non ama parlare al telefono... La collaborazione disinteressata, la generosità, lo scambio aperto, la disponibilità delle persone sono la cosa che da sempre più mi affascina in questo mondo che è Internet. Accanto all'indubbio esibizionismo, alla stupidità, alla vuotezza di molti messaggi, all'impudenza scortese e arrogante di alcuni - accanto insomma al campionario ovvio delle meschinità e delle pochezze umane - è questa apertura e questa voglia di comunicare che il mondo di Internet evidenzia, stimola e mette in luce. Ed è questo che mi ha fatto innamorare di Internet. Ecco perché Mirella (sì, la signora Merciai) dice ogni tanto, sorridendo, che di Internet è gelosa. Lei ha capito... Gli indirizzi. Qualche indirizzo per programmare i vostri viaggi, se dovete farne davvero (di nuovo la realtà «reale»!) in queste vacanze: http://wings.buffalo.edu /world/vt2 http: //www.ic.gov/ http://www.city.net/ http://nearnet. gnn.com /gnn/meta/travel/index.html http://metro.jussieu fr: 10001/bin/cities/english o per trovare qualche buona lettura su Internet: http://www.futurenet.co.u k/netmag/net.html http://www. atlas.co.uk/para gon o per riconciliarvi con le mogli gelose: http: //www.eskimo.com/~su san/girls.htm Silvio A. Merciai


IN VACANZA IN ITALIA I bambini di Cernobil Un bilancio a 9 anni dall'incidente
Autore: REGGE TULLIO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, INCIDENTI, NUCLEARI
LUOGHI: ITALIA

DA qualche giorno sono arrivati in Italia per fare una vacanza di alcune settimane altri mille bambini provenienti dall'Ucraina e dalla Bielorussia, cioè da regioni che hanno subito l'inquinamento radioattivo dovuto all'incidente nucleare di Cernobil. Il viaggio è organizzato da Legambiente, che intende alleviare il dramma di questi bambini con un periodo vissuto in ambiente «pulito»; 600 bambini hanno già concluso la loro vacanza, altri 2000 arriveranno in agosto. L'esplosione del reattore numero 4 di Cernobil avvenuta il 26 aprile '86 riversò nell'atmosfera una quantità enorme di radioelementi il cui effetto sull'ambiente e sulla popolazione non è ancora stato valutato in modo soddisfacente. In oltre nove anni sono tuttavia emersi dati che ci permettono di trarre un primo bilancio delle conseguenze del più grave incidente nella storia del nucleare civile. Fortunatamente l'inquinamento radioattivo ha colpito una regione relativamente disabitata a Nordovest di Cernobil, se i venti avessero cambiato direzione poteva investire direttamente la città di Kiev con effetti devastanti. Grosso modo possiamo classificare le vittime dell'incidente in tre gruppi che hanno caratteristiche molto diverse. Il primo gruppo comprende i 31 eroici soccorritori che sono morti in breve tempo per effetti «deterministi e acuti», tra cui irraggiamento massiccio ed esteso, scottature e traumi vari. Il secondo gruppo è quello di tutte quelle persone che hanno partecipato ai lavori di bonifica nel raggio di 30 chilometri dal luogo dell'incidente. Sono pompieri, militari e tecnici che sono intervenuti in sito nelle prime settimane dopo l'incidente ma anche il personale medico e i ricercatori che hanno misurato il grado di contaminazione del suolo. Si pensa che il gruppo includa circa 600-800 mila persone sparse in tutto l'enorme territorio dell'ex Urss, il che rende molto difficile il rilevamento di dati statistici. Poco meno di 80 mila sono regolarmente seguiti in uno studio pilota del centro di medicina ecologica della Federazione Russa. Da questo studio non è emerso un tasso di mortalità superiore a quello medio della popolazione ma solamente un aumento delle patologie abituali, che potrebbe essere un banale effetto del miglioramento della diagnostica di controllo del gruppo. Infine il terzo include la popolazione infantile della Bielorussia, dell'Ucraina ma anche della Russia all'epoca del disastro in cui è stato rilevato un aumento del cancro della tiroide fino a sette volte l'incidenza media e su cui concordano tutti i ricercatori. Particolarmente colpita è stata la regione del Gomel (Bielorussia) durante il triennio 1991-1994, dove il numero di casi è passato da cinque a cento casi/anno per milione di abitanti con incrementi minori rilevati anche tra gli adulti. L'effetto è quindi grave e reale e con ogni certezza causato dallo spargimento di vari isotopi di iodio radioattivo. Si stima che circa 500 bambini siano stati colpiti da cancro alla tiroide in conseguenza dell'incidente. Il tasso di guarigione in Occidente per questo tipo di malattia è circa del 90 per cento ma al momento nelle regioni colpite è certamente inferiore per cui è difficile stimare il numero di decessi. Non sono stati invece rivelati aumenti di altri tipi di tumore, e in particolare delle leucemie ma va tuttavia detto che nove anni sono pochi per valutare appieno l'effetto dell'incidente. Non sono emerse mutazioni genetiche, in accordo con i dati che ancora oggi si continua a raccogliere sulle bombe di Hiroshima e Nagasaki. Le fotografie di animali deformi che ebbero grande risonanza subito dopo l'incidente e presentate come prova di mutazioni genetiche sono prive di significato. Sono nati animali e purtroppo anche umani deformi e senza un rilevamento fatto con rigorosi metodi statistici queste immagini scendono al livello dell'allarmismo irresponsabile. L'effetto ambientale nel resto dell'Europa e in particolare per l'Italia è del tutto trascurabile rispetto a quello registrato nella Bielorussia e nell'Ucraina e comunque di parecchio inferiore all'effetto del fumo. L'opinione concorde degli esperti è che non sarà possibile rilevare effetti statistici sulla popolazione della CE e che la nostra vera Cernobil è il pacchetto di sigarette. I dati contenuti in questo articolo provengono in gran parte dal N. 39 (giugno 1995) di «Les defis du CEA», organo di informazione del Commissariato francese per l'energia Atomica. Tullio Regge Politecnico di Torino


LA NOSTRA STELLA State abbronzandovi ai raggi di un enigma Tutto ciò che gli astrofisici non sanno ancora del Sole
Autore: BIANUCCI PIERO

ARGOMENTI: ASTRONOMIA, FISICA
NOMI: GURNETT DONALD, KURTH WILLIAM
LUOGHI: ITALIA

QUESTO è un invito a stupirvi di una cosa solo in apparenza normale: cioè di quel Sole al quale molti di voi stanno esponendo quanta più pelle è possibile nell'intento di abbronzarla. Bene: a scaldarvi è una bomba all'idrogeno, la luce che vi raggiunge è stata emessa nel centro del Sole sotto forma di raggi gamma e ha impiegato un milione di anni prima di riuscire ad emergere dalla fotosfera, dopo di che ha viaggiato ancora per 8 minuti e 20 secondi prima di arrivare fino alla vostra spiaggia, percorrendo 150 milioni di chilometri. Una distanza che può sembrare enorme (quasi 400 volte quella tra la Terra e la Luna) ma minima se paragonata a quella delle altre stelle. Perché il Sole non è altro che una comunissima stella, con la sola particolarità di essere 270 mila volte più vicina di Alfa Centauri, che a sua volta è la più vicina delle stelle. Con tutto ciò, sperando di aver suscitato qualche meraviglia nei bagnanti, bisogna aggiungere che di questo Sole a noi così vicino sappiamo ancora molto poco. Per esempio, se è vero che il Sole funziona come una pacifica bomba H, è altrettanto vero che i conti non tornano quando cerchiamo di osservare i neutrini che le reazioni termonucleari dovrebbero produrre. Nello stesso modo, ci sfugge ancora molto dell'attività solare che si esprime nelle macchie, nei brillamenti e nelle protuberanze; rimane enigmatica l'alta temperatura della «corona», la tenuissima «atmosfera» di particelle a 5 milioni di gradi che si vede durante le eclissi totali; e non è ancora ben identificato il confine tra l'eliosfera e lo spazio interstellare. Insomma, è questa la cosa di cui dovremmo stupirci di più: che gli astrofisici, così bravi a parlarci di Big Bang e buchi neri, debbano poi dichiararsi così ignoranti quando il discorso cade su un corpo celeste tanto familiare. Bisogna subito dire, però, che si lavora sodo per rimediare a questa ignoranza. La sonda «Ulisse» dell'Agenzia spaziale europea proprio in queste settimane sta completando la sua missione, che consiste nello studiare per la prima volta i poli del Sole osservandoli dalla posizione più favorevole, a perpendicolo sopra di essi. L'anno scorso sorvolò il polo Sud, ora sta per sorvolare il polo Nord, sopra il quale raggiungerà la massima latitudine (80) il 31 luglio. Dal 19 maggio sta compiendo, tra l'altro, misure del «vento solare», cioè delle particelle atomiche che la nostra stella «soffia» a gran velocità nello spazio e ha già messo in evidenza variazioni periodiche nel flusso di particelle. Dei confini dell'eliosfera si stanno occupando invece due sonde della Nasa, «Pioneer 10» e «Voyager 2». Con esse, Donald Gurnett e William Kurth dell'Università dello Iowa hanno osservato impulsi di segnali radio a bassa frequenza (2-3 kilohertz) che sembrano provenire dalla regione in cui la zona sotto l'influsso del «vento» e del campo magnetico del Sole si confonde con l'ambiente interstellare. Si pensava che l'eliosfera si estendesse fino a 75-150 volte la distanza Terra-Sole, ma ora i dati indicano che è alquanto più vicina. Nel 2015 «Voyager 2» sarà a 130 volte la distanza Terra-Sole, e avremo quindi una risposta definitiva. Un articolo di rassegna pubblicato in maggio da «Nature» ha invece disegnato la situazione poco incoraggiante in cui si trova la ricerca dei neutrini solari emessi nelle reazioni termonucleari che sono all'origine dell'energia delle stelle. Fin da quando, negli Anni 70, è incominciata la caccia a questi neutrini, ci si è accorti che ne mancava all'appello almeno un terzo. In 25 anni gli esperimenti si sono molto affinati, ma l'enigma non è stato risolto. Oggi quattro esperimenti sono in corso: uno, «Gallex», nel Laboratorio del Gran Sasso, uno a Kamiokande in Giappone, un altro, «Sage», nel Caucaso e un altro ancora a Homestake nel Sud Dakota (Usa). Tutti gli esperimenti, pur avendo caratteristiche differenti, trovano flussi di neutrini tra 70 e 80 unità Snu contro le 132 Snu previste. Gli astrofisici solari non si danno per vinti e preparano nuovi esperimenti ancora più raffinati, per catturare anche i neutrini a energia più bassa, che sono anche i più numerosi. Tra gli esperimenti della prossima generazione, che cominceranno a funzionare tra il 1996 e il 1998, uno sarà a Sudbury, nell'Ontario (mille tonnellate di acqua pesante a 2100 metri di profondità nel sottosuolo), un altro ancora a Kamiokande (dove la «trappola» sarà costituita da 50 mila tonnellate di acqua purissima), un altro al Gran Sasso («Icarus»). Altri esperimenti ancora più avveniristici sono in progetto in Siberia nel lago Baikal, nell'oceano intorno alle isole Hawaii («Dumand»), nei ghiacci dell'Antartide («Amanda») e nel Mediterraneo («Nestor») vicino a Pylos, in Grecia. Se i neutrini continueranno a latitare, i fisici dovranno o ammettere che non conoscono ancora bene il comportamento di queste particelle (Pontecorvo ha ipotizzato che i tre tipi di neutrino possano trasformarsi l'uno nell'altro) o che il Sole, per motivi difficilmente spiegabili, sta attraversando una fase di minore attività termonucleare, o ancora che sono sbagliate le idee correnti sulle reazioni che fanno splendere la nostra stella. Il che, alla lunga, vuol anche dire che non conosciamo la causa prima della nostra sospirata abbronzatura. Piero Bianucci


VOLA VOLA I record aeronautici degli uccelli
Autore: BERNARDI MARIO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

SONO alla ricerca di una corrente d'aria ascendente quando un traffico pirata sfreccia in picchiata sopra la capottina del mio aliante: è una poiana! Con le ali raccolte ad M coordina gli spostamenti del baricentro e delle superfici aerodinamiche con la prontezza di un dispositivo elettronico su un caccia a geometria variabile. Mentre sprofonda a prua, si volta a guardarmi: quasi un rimprovero per la mia ignoranza sulle prestazioni dei miei amici alati. Vado a informarmi. Per gli uccelli non esiste un «Janès» - l'annuario che pubblica le caratteristiche di volo di tutti gli aeroplani - e le fonti a mia disposizione suggeriscono per la velocità delle singole specie valori tra loro abbastanza discordi. Queste sono le velocità rilevate dal Magnam per via cinematografica: passero 36 chilometri; cornacchia 40; gabbiano e fagiano 54; avvoltoio 65; pernice 70; rondine 71, piccione 80; falco 95-100; anatra 120-130 chilometri all'ora. E' opinione concorde che il più veloce di tutti i volatili sia il rondone. La velocità di 170 chilometri all'ora, rilevata cronometrando esemplari della famiglia «apodidae», viene attribuita, oltre che a un eccezionale rapporto potenza/ peso, alla straordinaria aerodinamica delle sue ali «a falce di luna». Il risultato, che non si spiega in base a formule di corrente impiego in aerotecnica, suggerisce l'ipotesi di una aerodinamica ancora tutta da scrivere e dalle formule assai complesse. Come lo è, del resto, quella del colibrì, fermo a mezz'aria per succhiare il nettare da un fiore. I dati di velocità citati sono valori medi. Come per gli aerei e gli elicotteri, anche per l'ala battente si distinguono diversi regimi di velocità in corrispondenza a diverse fasi del volo, ciascuna caratterizzata da un diverso impegno di potenza. La potenza massima è richiesta alle basse velocità di decollo e alle alte velocità di inseguimento e di fuga. Tra questi due regimi si colloca una velocità «di minima potenza» (vantaggiosa per prolungare il tempo di volo), e poi la «velocità di crociera», un po' più elevata della precedente, che consente di coprire la massima distanza a parità di combustibile - di grasso! - disponibile a bordo. La velocità in picchiata dei rapaci è un caso particolare: ad ali retratte la velocità aumenta fino a quando la forza peso è bilanciata dalle resistenze passive. Si stima che taluni rapaci possano superare i 300 chilometri l'ora. In fatto di quote di volo anche per gli uccelli è d'obbligo la distinzione aeronautica tra «altezza», ossia quota di volo rispetto al terreno sorvolato, e «altitudine», quota di volo rispetto al livello del mare. In genere gli uccelli, specie quelli di taglia modesta, non si scostano molto dal terreno. Nelle migrazioni le rotte più trafficate sono tra i 600 e i 900 metri dal suolo. Ciò non toglie che quando sono costretti a superare catene montuose debbano salire a notevoli altitudini. Con le tecniche radar sono stati avvistati stormi di uccelli marini fino a 6000 metri. Comunque, a parte le esigenze di trasferimento, molte specie trovano il loro habitat naturale a grandi altitudini. Basti pensare alle montagne del Tibet dove, ad una media di 5000 metri, sono state identificate almeno 500 specie di uccelli, in gran parte stanziali. A queste quote gli uccelli devono affrontare due difficoltà convergenti: la riduzione della quantità di ossigeno, elemento essenziale per la produzione di energia, e la riduzione della densità dell'aria, che a sua volta diminuisce la forza sostentatrice delle ali. Ad esempio, a 5000 metri di quota la densità dell'atmosfera si riduce al 63 per cento rispetto al livello del mare e così la percentuale d'ossigeno. In queste condizioni per mantenersi in volo l'uccello deve aumentare la propria velocità del 26 per cento con conseguente aumento della potenza impegnata, e ciò in controfase con la riduzione dell'ossigeno disponibile per la respirazione. Si tratta di aggravii notevoli che spiegano perché, nei lunghi voli di esplorazione per avvistare la preda, i rapaci d'alta montagna facciano costante ricorso al veleggiamento spiralando ad ali immobili nelle ascendenze termiche e dinamiche lungo i fianchi dei rilievi. Tra i primatisti della quota va ricordato l'avvoltoio barbuto (Gypaetus barbutus), una specie segnalata da una spedizione inglese a oltre 7300 metri sull'Everest. Ma il primato assoluto spetta alla cornacchia alpina (Pyrrhocorax Graculus), avvistata in volo a 8200 metri. Gli uccelli da sempre hanno intrapreso voli su distanze divenute accessibili all'aviazione solo in fase matura. Il primato assoluto compete alla rondine marina (Sterna paradisaea), che nidifica sulle coste nordiche dei continenti americano, asiatico ed europeo. Quando le giornate si accorciano l'uccello spicca il volo verso le spiagge dell'Antartico. Non contenta di effettuare ogni anno, in andata e ritorno, questo viaggio di 13.000 chilometri, la specie americana compie un altro salto di 3000 chilometri sull'Atlantico per raggiungere le correnti migratorie dei cugini europei. Il campione di volo senza scalo rimane il piviere dorato, che vola attraverso il Pacifico, dall'Alaska alle Hawaii, tra lidi distanti 4000 chilometri. Voli senza scalo di oltre 1000 chilometri sono comuni a molte specie: il minuscolo colibrì dalla gola color rubino (4 grammi di peso) riesce a volare dal Sud degli Stati Uniti all'ancestrale dimora nel Nord dell'America Latina superando il Golfo del Messico con un sol balzo di 800 chilometri. Per affrontare le grandi distanze migratorie gli uccelli sono costretti a partire con sovraccarichi di grasso, accumulato sotto la pelle, pari a oltre il 50 per cento del peso normale. In queste condizioni il decollo non è facile. Ma via via che il grasso viene bruciato il volo diviene più agevole. Si riduce la velocità necessaria alla sostentazione e così pure la potenza impegnata. L'uccello aumenta gradualmente la quota e la velocità, ottimizzando i consumi e la distanza percorribile. E' esattamente il modo con cui si pianifica il volo di un aereo, salendo in quota e accelerando man mano che si consuma carburante. Mario Bernardi


NEUTRINI LATITANTI Dovrebbe splendere di meno
ARGOMENTI: ASTRONOMIA, FISICA
NOMI: FIORINI ETTORE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: Esperimento «Gallex»

L'esperimento «Gallex» per rintracciare i neutrini solari, realizzato in una caverna sotto il Gran Sasso, in un primo tempo sembrava aver risolto (o quasi) il problema dei neutrini solari che mancano all'appello. Ma i dati preliminari (del 1992) sono stati smentiti da quelli più recenti. Anzi, ora «Gallex» è fonte di forte imbarazzo per i fisici e gli astrofisici. Il Sole dovrebbe splendere molto meno (circa il 40 per cento) di quanto non faccia sotto gli occhi di tutti, perché il numero di particelle (i neutrini) che testimoniano il suo funzionamento e che giungono sulla Terra risulta inferiore del 40 per cento rispetto a quello previsto. Ma esistono anche due altre ipotesi: o le teorie sulle reazioni nucleari del Sole vanno riviste, oppure una parte dei neutrini emessi cambia proprietà nel viaggio di 150 milioni di chilometri verso il nostro pianeta. «Gallex» è un esperimento italo-franco-tedesco. Il rivelatore dei neutrini solari è in sostanza una «piscina» di un composto del gallio (un elemento chimico molto costoso) collocata sotto 1400 metri di roccia per schermare il rivelatore dal «rumore» dei raggi cosmici, che è enormemente più forte del segnale dei neutrini. Per evitare il rischio di un errore nella misura dei neutrini, «Gallex» è stato calibrato nei mesi scorsi per mezzo di una sorgente artificiale di queste particelle: «Un vero piccolo Sole in laboratorio», ha detto Ettore Fiorini, il fisico che segue l'esperimento fin dalla sua ideazione.


DIDATTICA Roma rivendica il suo planetario L'aveva già nel 1928, lo perse nel 1973
Autore: PESTINENZA LUIGI

ARGOMENTI: DIDATTICA, ASTRONOMIA
LUOGHI: ITALIA

RIDATE a Roma il suo Planetario. Era stata la prima capitale ad averlo, nel 1928; forse oggi è l'unica (parlando di Paesi sviluppati) a esserne priva. Il planetario romano era nella grande rotonda della sala «Minerva» delle Terme di Diocleziano, accanto alla Basilica di Santa Maria degli Angeli, a due passi dalla Stazione Termini. Un bel giorno, siamo nel 1973, i suoi programmi culturali furono interrotti e la sala ospitò un cinema. Seguirono proteste e sollecitazioni da varie parti e nel 1982 il planetario fu riaperto con una solenne cerimonia, a cui partecipo' l'allora sindaco Petroselli. Ma la riapertura durò pochissimo: il planetario fu chiuso e definitivamente sfrattato perché la Sovrintendenza alle Antichità e alle Belle Arti aveva reclamato la sala per farne la sede di un museo. Nuove proteste degli appassionati romani, appoggiati dalla stampa e da note personalità scientifiche, non produssero che vaghe promesse di restaurazione, una volta trovata un'altra sede adatta. Quasi per beffa, anche il museo, inaugurato nel 1991, fu a sua volta chiuso per carenza di personale. E così si era sfrattato per nulla il grande e attivo planetario: c'è anche il dubbio che il vecchio strumento non sia più del tutto efficiente, ma in ogni caso nessuno ha messo a disposizione i fondi per commissionarne un altro. In questa desolante vicenda si è inserita una manifestazione «provocatoria» organizzata dall'Astris, una associazione di astrofili romani, con l'esibizione nell'aula dell'Immacolata, chiesa dei Ss. Apostoli, di un miniplanetario proveniente da Ferrara, prestato per tre giorni alla Capitale. Manco a dirlo, l'iniziativa ha riscosso il più largo successo, con una quarantina di proiezioni organizzate per le scuole (ed è stato un susseguirsi di scolaresche) e per il pubblico, accompagnate da conferenze tenute da noti studiosi del cielo e, soprattutto, da un saggio di osservazioni astronomiche per tutti dalla piazza del Campidoglio, sede dell'amministrazione comunale, in cui utilizzando telescopi posti a disposizione da ditte private, sono stati mostrati ai romani la Luna e il pianeta Marte. Anche qui, partecipazione vasta e calorosa, a sottolineare un'esigenza culturale che non riguarda soltanto gli appassionati del cielo, ma chiama in causa riflessi educativi più vasti e profondi. Oggi dalle metropoli (ma anche dalle città minori) illuminate da luci sfolgoranti, il cielo non si vede più: è una constatazione dolorosa quanto ovvia. Non resta che andarcelo a vedere sotto la cupola di un planetario, che non solo aiuta a identificare pianeti e costellazioni, ma ne simula nel modo più efficace e comprensibile i moti, con una potenza didattica irraggiungibile da altri mezzi di divulgazione. E' incredibile che in una città dalle tradizioni culturali di Roma, con ministeri e Università, un problema del genere non sia affrontato costruttivamente (non esige esborsi enormi nè una costosa manutenzione) trovando una sede o costruendo una cupola per il nuovo planetario: ciò che è stato fatto da città come Modena o Ravenna, per non dire di centri minori come Amelia o Marghera, mentre un progetto in grande stile si sta varando a Caltagirone, a un'ora di strada da Catania. Luigi Pestinenza


IN BREVE Un manager all'Asi
ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
NOMI: CASINI SILVANO
ORGANIZZAZIONI: ASI
LUOGHI: ITALIA

Silvano Casini, capo dell'azienda per sistemi avanzati Fiar Galileo, ingegnere, 58 anni, è stato nominato amministratore straordinario dell'Agenzia spaziale italiana (Asi). La scelta di un manager indicherebbe la volontà di rilanciare l'Asi sul piano dell'efficienza e della competitività, dopo la lunga crisi.


IN BREVE Enea su Internet con borse di studio
ARGOMENTI: ELETTRONICA, INFORMATICA
ORGANIZZAZIONI: ENEA, INTERNET
LUOGHI: ITALIA

Per la prima volta in Italia il testo integrale di un bando per borse di studio è disponibile su Internet. Come si può dedurre dall'indirizzo (http://www.sede.enea.it) l'iniziativa è dell'Enea, che ha indetto un concorso per 40 borse di studio per laureati sui temi dell'ambiente e dell'energia. Scadenza del bando, 20 luglio. Le borse hanno un importo di 16 milioni.


IN BREVE Voli parabolici proposte all'Esa
ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA, AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
ORGANIZZAZIONI: ESA
LUOGHI: ITALIA

Sono ben 58 le proposte avanzate da studenti all'Esa, Agenzia spaziale europea, e reputate di notevole interesse scientifico per esperimenti da compiersi in microgravità durante voli parabolici. Sotto la guida dell'astronauta Wubbo Ockels si arriverà ora a selezionare 23 esperimenti. Per informazioni: 00331.53.69.71.55.


COSTERA' 120 MILIARDI Adroni contro i tumori, anche in Italia Via libera del ministro Salvini: il Centro sorgerà a Novara
Autore: QUAGLIA GIANFRANCO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
NOMI: SALVINI GIORGIO, AMALDI UGO, TOSI GIAMPIERO
ORGANIZZAZIONI: CERN, ISTITUTO EUROPEO DI ONCOLOGIA, FONDAZIONE TERA, GARR
LUOGHI: ITALIA, NOVARA (NO)

L'ADROTERAPIA oncologica, la nuova tecnica per la cura dei tumori anche profondi, basata sull'uso di protoni, neutroni e ioni ossigeno, potrebbe essere presto una realtà anche in Italia. Dopo Usa e Giappone, l'Italia sarà il terzo Paese al mondo a disporre di un centro adroterapico. Il ministro dell'Università e della Ricerca scientifica e tecnologica, Giorgio Salvini, ha dato il via libera al progetto, che prevede la realizzazione del centro a Novara. Il costo preventivato è di circa 120 miliardi. La maggior parte della spesa dovrebbe essere finanziata dal ministero della Sanità; 35 miliardi saranno messi a disposizione da enti e privati della città (per la costruzione dell'edificio, che occuperà tremila metri quadrati). Ad un convegno organizzato a Roma dall'associazione «Athenaeum», Salvini ha detto che il progetto adroterapia è fra le priorità del suo ministero. L'iniziativa dovrebbe tradursi in realtà entro il 2000. Se ne parla dal 1991, da quando Ugo Amaldi (Università di Milano e Cern di Ginevra) in collaborazione con Giampiero Tosi (Istituto europeo di oncologia) lanciò l'idea. La terapia a fasci di adroni permette di trattare i tumori profondi o quelli localizzati presso organi critici (cervello, spina dorsale, gonadi) con precisione millimetrica, risparmiando i tessuti sani circostanti. Nel centro di Novara saranno trattati mille pazienti l'anno. L'obiettivo è un collegamento tra il centro nazionale e i vari centri di protonterapia distribuiti sul territorio nazionale (dotati di acceleratore compatto) e con i molti centri associati distribuiti negli ospedali, nelle università e nelle cliniche. Una sinergia che in parte è già iniziata con lo scambio di informazioni mediche in tempo reale. Proprio a Novara, nei laboratori della «Fondazione Tera» (l'associazione che coordina le iniziative per il progetto), è entrato in attività il Garr (Gruppo armonizzazione reti di ricerca). Consente di fruire a distanza, su videoterminale, della cartella clinica di un paziente ricoverato in un ospedale non della città. Digitando un comando appare - esplorata con lo «scanner» - l'immagine della tomografia assiale computerizzata del paziente lontano centinaia di chilometri. Il polo di Novara è stato attivato su concessione dell'Istituto nazionale di fisica nucleare ed è collegato in rete con Torino e parecchi altri centri italiani. Il sistema permetterà al gruppo «Tera» di studiare un prototipo di rete per il trattamento di patologie mediante il trasferimento di cartelle cliniche; i medici potranno dialogare per via telematica in tempo reale. Quando il centro di adroterapia sarà realizzato, il «Garr» sarà essenziale per stabilire in anticipo, prima ancora di esaminare un paziente, modi e tempi della terapia. Gianfranco Quaglia




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