TUTTOSCIENZE 22 marzo 95


NEUROSCIENZE Tv, il sonno della ragione Perché il video abbassa il senso critico
Autore: MAFFEI LAMBERTO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, COMUNICAZIONI, PSICOLOGIA, TELEVISIONE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: Differenza tra comunicazione verbale e comunicazione per immagini. Struttura del messaggio

LA comunicazione televisiva in Italia è al centro di un serrato dibattito. Molti discutono sui perché della grande importanza acquisita dalla Tv rispetto alla tradizionale comunicazione tramite scritti e suoni, e presentano ragioni di tipo sociale o antropologico. Mi sembra quindi opportuno che anche il neurofisiologo della visione faccia conoscere i motivi neurologici per i quali la televisione ha un così forte impatto sociale. La differenza tra la comunicazione verbale e la comunicazione per immagini sta sia nella struttura del messaggio, sia nelle parti del sistema nervoso deputate alla sua ricezione. Il messaggio verbale è fatto di parole che si susseguono nel tempo e acquistano un senso solo quando la frase è terminata e il concetto sviluppato. C'è tempo sufficiente per il cervello per analizzare analiticamente le parole ed eventualmente sollevare critiche o approvazione. Nella maggior parte delle persone (e in particolare nei destrimani) la parte del cervello deputata alla ricezione e analisi del contenuto verbale è localizzata nel lobo sinistro del cervello. Nel messaggio visivo l'immagine non viene trasmessa serialmente nelle sue parti, è un blocco unico e i vari componenti e attributi dell'immagine arrivano al cervello in parallelo. Il messaggio visivo è prepotente ed entra nei circuiti cerebrali molto rapidamente. Anche un cervello disattento o pigro riceve messaggi visivi efficaci. L'immagine è un messaggio senza tempo, l'informazione che la costituisce viene offerta in un singolo istante. Il cervello dell'ascoltatore può trovare il messaggio visivo piacevole o spiacevole, ma i perché sono lontani e misteriosi. Se da un lato va messo in evidenza che l'immagine è già conoscenza, concetto, dall'altro bisogna ricordare che la maniera più fisiologica ed efficace di sviluppare la funzione critica della corteccia cerebrale è di farla lavorare per costruire la conoscenza, per conquistarla. Vorrei ora spezzare una lancia contro l'eccessivo uso della televisione. Qui le immagini si muovono (e uno stimolo visivo che si muove è ancora più potente nello stimolare il cervello) e inoltre raccontano avvenimenti e sono accompagnate dalle parole. Il cervello viene come paralizzato da questa quantità enorme di informazioni che occupa le sue vie di entrata principali: quella visiva e quella uditiva. Il lavoro di milioni di cellule nervose viene indirizzato all'analisi di questo profluvio di messaggi che si rinforzano a vicenda. La comunicazione diventa di altissima efficienza. La macchina è ingombrata e in certi casi può abdicare alla funzione più sofisticata, che è quella della valutazione critica del messaggio. Credo che sia dovere della cultura e della pedagogia favorire lo sviluppo delle funzioni corticali critiche del cervello che in fondo sono le uniche che ci differenziano dagli altri mammiferi. La comunicazione visiva e in particolare quella della televisione va considerata o riconsiderata a cervello sgombro, cercando di usare la maggior parte delle aree cerebrali per distinguere vantaggi e svantaggi di essa, se il fine è quello di avere un uomo più critico e quindi più buono. Con i trucchi della comunicazione per immagini, che in fondo si rifanno alle proprietà di funzionamento dei neuroni, si può diffondere con un efficienza spaventosa il messaggio più stupido come quello più intelligiente. Negli esperimenti di psicologia sperimentale l'immagine visiva può essere usata come stimolo in grado di condizionare il cervello. Nel condizionamento pavloviano classico, ad esempio, si utilizzano due stimoli appaiati: il primo non è necessariamente significativo per la biologia dell'animale, come un suono o nel caso che ora ci interessa una luce od un'immagine. Questo stimolo non implica di per sè una risposta diretta. Il secondo stimolo è quello significativo e più importante per l'animale, come può essere una ricompensa o una punizione e comporta una risposta immediata di tipo riflesso. Presentando ripetutamente i due stimoli appaiati, l'animale finisce col confonderli operativamente e rispondere nella stessa maniera ad entrambi. Il condizionamento risulta tanto più facile ed efficace quanto più è diretto a modificare comportamenti sottesi da circuiti nervosi semplici, relativamente indipendenti dai sistemi di controllo della corteccia cerebrale. L'abilità dello sperimentatore sta nell'individuare una strategia sperimentale che porti ad una rapida associazione dei due stimoli. Con le opportune varianti, condizionamenti di questo tipo, basati su questi stessi principi, vengono quotidianamente usati nella propaganda dei più svariati prodotti. Ma io qui voglio intrattenermi sul condizionamento usato nella propaganda di un prodotto particolare: le idee. In questo periodo preelettorale si tende a convincere i cittadini della bontà di determinati «prodotti ideali» per conquistare i loro voti. Il trucco sperimentale qui, come nel caso del condizionamento animale, consiste nell'associare due stimoli: il primo è sufficientemente piacevole e accattivante e tale da attutire la vigilanza del lettore o dello spettatore televisivo; il secondo è lo stimolo significativo; lo sperimentatore vuole che il soggetto sottoposto all'esperimento confonda il secondo stimolo con il primo, in modo da ottenere da entrambi gli stimoli la medesima risposta positiva e di approvazione. Il secondo stimolo o messaggio può essere buon governo, occupazione, migliori salari, migliori ospedali, segnali che chiamano in causa direttamente l'interesse dei soggetti sottoposti al condizionamento. Devo dire che in questo ambito le abilità messe in campo sono notevoli e gli slogan che si diffondono di grande efficacia. Ma tra questi metodi uno emerge come di gran lunga il più abile, ed è quello che è riuscito ad associare un segnale del codice sportivo, che rimanda a vittorie della squadra del cuore, euforia, applausi, con il messaggio importante, quello da contrabbandare, con le sue promesse di felicità, buon governo e così via. Il condizionamento, che è strettamente dipendente dalla ripetizione degli stimoli associati, lavora in maniera che il soggetto, sottoposto ad esperimento gradualmente, ma inesorabilmente, comincia a confondere la squadra del cuore con il buon governo e i goal con l'occupazione. Spero che questa esposizione molto semplificata sia sufficiente a far riflettere tutti coloro che oggi vengono sottoposti ad «esperimenti di propaganda»: in modo che chi lo desidera possa intervenire con i suoi circuiti cerebrali più alti a vagliare l'informazione in maniera critica, introducendo nel gioco del condizionamento proprio quei circuiti cerebrali corticali che lo sperimentatore voleva di proposito aggirare per ottenere un successo più completo e immediato. Lamberto Maffei Scuola Normale Superiore, Pisa


NUOVA TECNICA Cataratta interventi più facili
Autore: BURATTO LUCIO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, TECNOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

NEGLI ultimi anni i progressi nella chirurgia della cataratta sono stati numerosi e importanti. Recentemente altre innovazioni hanno ulteriormente migliorato per il paziente il risultato dell'intervento di cataratta. Passiamo in rassegna brevemente i principali passi avanti. Dapprima è arrivata la facoemulsificazione, la tecnica che mediante un ago che vibra impercettibilmente a una frequenza elevatissima è in grado di frammentare la cataratta e di aspirarla via; questa procedura, oltre che per la scarsa traumaticità, è importante perché limita l'intervento a una piccola incisione. Poi è arrivato il cristallino artificiale rigido, che ha consentito di eliminare quei grossi occhiali tipici dell'operato di cataratta di un po' di anni fa e ha reso inutili anche le lenti a contatto, ma soprattutto ha notevolmente migliorato la qualità della visione dell'operato. Sono state poi introdotte in chirurgia le sostanze viscoelastiche: con esse l'operazione è divenuta molto più sicura e controllabile. Più tardi sono arrivate le tecniche chirurgiche che consentono di «isolare» il cristallino artificiale all'interno dell'occhio: ciò ha migliorato la tolleranza a breve, ma soprattutto a lungo termine rendendo l'inserzione pressoché garantita per l'intero arco di vita del paziente. Un altro progresso sono i cristallini pieghevoli (silicone, acrilico) che possono essere inseriti nell'occhio attraverso incisioni piccolissime (con i cristallini rigidi, dopo aver ottenuto la rimozione della cataratta mediante facoemulsificazione attraverso un'incisione di 3 millimetri, occorreva allargare l'apertura fino a 5-6 millimetri per la loro inserzione). Recenti sono le tecniche di intervento senza sutura. Eseguendo l'apertura in una certa maniera si può «costruire» un'incisione che sia autochiudente. Senza sutura si ha un recupero molto rapido della visione; consente una guarigione più rapida e più completa ed il bulbo presenta una resistenza maggiore ad eventuali traumi postoperatori. Infine sono arrivate le metodiche con anestesia locale. Vediamo che cosa vuol dire. Nel passato, anche perché le tecniche chirurgiche richiedevano incisioni ampie per l'estrazione della cataratta, si preferiva l'anestesia generale. Con il migliorare delle procedure chirurgiche si è cominciato a operare la cataratta in anestesia locale (cioè con iniezione di anestetici intorno all'occhio) e questo era già un grande passo avanti; recentemente si è cominciato ad applicare l'anestesia topica, che si avvale di farmaci anestetici in gocce in grado di evitare completamente il dolore durante l'atto chirurgico e, con alcuni accorgimenti, anche nelle ore dopo di esso. Con l'anestesia locale il ricovero ospedaliero non è più necessario nella gran parte dei casi; perciò l'intervento può essere eseguito anche in ambulatorio e dopo rientrare a casa riprendendo, sia pure con qualche limitazione, la sua vita normale. Lucio Buratto


UN DIFETTO EREDITARIO Non vedi il mondo a colori? Colpa di un gene La rivista «Science» annuncia decisivi progressi nello studio del daltonismo
Autore: GIACOBINI EZIO

ARGOMENTI: GENETICA, RICERCA SCIENTIFICA, CHIMICA
NOMI: DALTON JOHN, YOUNG THOMAS
LUOGHI: ITALIA
NOTE: Daltonismo

PARE ci sia stata tutta una serie di erorri nello spiegare come mai certi individui - i daltonici - non riescono a vedere determinati colori. Nel 1794 un chimico inglese, John Dalton, presentava il proprio caso di cecità ai colori dinanzi alla Società Filosofica e Letteraria di Manchester. Dalton non sapeva che da quel giorno il suo nome sarebbe diventato quello di una malattia. Come il fratello, egli confondeva il rosso scarlatto con il verde e il rosa con il blu. Per Dalton il colore di una foglia verde di lauro era il medesimo di quello della ceralacca per sigillare. Dello spettro colorato distingueva praticamente solo due tinte, una che normalmente corrispondeva al rosso, arancione, giallo e verde e una seconda corrispondente al blu e al viola. Dalton era particolarmente sorpreso che i fiori rossicci di un geranio apparissero «blu come il cielo» alla luce solare ma «giallo- rossi» alla luce della candela. Il fratello aveva la stessa anomalia, denunciando un carattere ereditario di questo disturbo. Da buon chimico, Dalton propose che il difetto fosse dovuto a una differenza di colore nella sostanza gelatinosa che riempie il bulbo oculare, l'umor vitreo. Nel suo caso anziché essere trasparente come di solito esso sarebbe stato bluastro assorbendo così selettivamente i colori di lunghezze d'onda maggiori. Ma non essendo totalmente soddisfatto della sua spiegazione, diede istruzioni nel suo testamento affinché dopo la sua morte venisse accertata o smentita la sua ipotesi analizzando i suoi occhi. Puntualmente il giorno dopo la sua morte avvenuta il 27 luglio 1794 i due bulbi oculari venivano asportati e analizzati. Dalton si era sbagliato. L'umor vitreo non era affatto blu ma perfettamente «chiaro e trasparente» come quello normale. Per fortuna il medico che fece l'autopsia non manomise l'occhio destro e lo lasciò alla Società Filosofica di Manchester. Ai tempi di Dalton ben pochi credettero alla sua spiegazione poiché seguivano già una teoria che spiegava il «daltonismo» come un difetto cerebrale: uno «sviluppo difettoso del colore frenologico dovuto a un'anomalia del lobo frontale». Ipotesi anche peggiore di quella di Dalton. Oggi sappiamo che il daltonismo non deriva nè da un difetto dei filtri ottici dell'occhio (umori, cristallino) nè da un difetto cerebrale, ma dall'assenza o dall'alterazione di uno dei pigmenti sensibili alla luce, che sono presenti in alcune cellule specializzate della retina. Dovremo aspettare fino al tempo del famoso fisico Thomas Young autore della nota teoria delle onde luminose per arrivare all'ipotesi moderna (tricromatica) dei tre recettori retinici. I tre assieme producono una combinazione completa di tutto lo spettro dei colori. Quest'ipotesi fu verificata solo quando si scoprirono dei fotopigmenti retinici sensibili per il rosso, il verde e il blu. Più avanti nel tempo la teoria tricromatica fu modificata fino a postulare la presenza di tre geni separati per ognuno dei tre fotopigmenti. La cecità ai colori colpisce quasi il 10 per cento degli individui maschi e va da una totale impossibilità di percepire qualsiasi colore fino a discriminarne solo alcuni, come nel caso di Dalton. Si tratta comunque di un difetto genetico ed ereditario. In un recente numero della rivista americana «Science» due genetisti molecolari e neuroscienziati dell'Università del Wisconsin danno una prima spiegazione molecolare al fenomeno daltonico. I pigmenti delle cellule retiniche (coni), sensibili alla luce con lunghezza d'onda lunga e media, sono codificati da geni che risiedono nel cromosoma chiamato X. Molti individui maschi aventi una visione colorata normale possono avere un numero maggiore di geni di quanto fosse prima conosciuto. Il loro numero può variare da 7 a 9. La moltiplicità genetica spiega le variazioni individuali nella percezione dei colori. Se una classe di geni, quella del gruppo per le lunghe lunghezze d'onda o quella per le lunghezze d'onda medie, viene a mancare, ne risulterà una cecità ai colori o parziale o completa. Le differenze individuali sono perciò notevoli. Esaminando il Dna di 30 uomini, alcuni normali e altri daltonici, si è dimostrato che alcuni individui potevano anche avere 4 geni per il rosso, mentre altri ne possedevano 2 soli o anche nessuno (come Dalton). Questa scoperta ha implicazioni importanti per la comprensione della visione colorata nell'uomo (moltissimi animali inclusi molti mammiferi non hanno visione colorata: tra questi il toro delle corride, che è cieco per il rosso) e per spiegarne le sue anomalie. La nuova ipotesi basata su dati genetici contraddice il modello classico tricromatico della visione colorata che è stato in voga per oltre 200 anni e pretendeva di spiegare tutto sulla base dei tre pigmenti retinici. Tale ipotesi necessita ora di un riesame alla luce dei nuovi dati genetici. Come ultima e postuma risposta a Dalton, un genetista dell'Università di Londra è riuscito a entrare in possesso di un campione dell'occhio di Dalton dalla Società di Manchester. Con le ultime tecniche di biologia molecolare, ha potuto constatare definitivamente che il chimico inglese era appunto carente del gene che codifica il pigmento retinico sensibile alle lunghezze d'onda medie della luce. Il difetto si chiama oggi deuteranopia (non daltonismo, con tante scuse al dottor Dalton) e ha un profilo genetico completamente diverso dalla protanopia chiamata in causa proprio per spiegare il problema di Dalton. Ezio Giacobini Università del Sud Illinois


SCAFFALE Milano Gianna, «Puoi correre, Rocco/Sangue e Aids: cronaca di uno scandalo italiano», Il Pensiero Scientifico Editore
AUTORE: VERNA MARINA
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

PUOI correre, Rocco», della giornalista Gianna Milano, è una bella e triste storia di Aids: il diario di un ragazzino di 11 anni, emofilico, contaminato da un emoderivato infetto. Due anni dopo la sua morte, avvenuta nell'ottobre '87, i genitori citano in giudizio il ministero della Sanità e l'industria farmaceutica Sclavo che commerciava il fattore VIII. Non vogliono risarcimenti, ma chiedono che siano stabilite e discusse le responsabilità dei governi, del mondo scientifico e dell'industria farmaceutica. Come ricorda Gianna Milano nella sua lunga introduzione, lo scandalo del sangue infetto è una delle più grandi catastrofi della medicina moderna: da 20 a 30 mila persone in tutto il mondo sono diventate sieropositive a causa del sangue e dei suoi derivati. La cronologia delle conoscenze scientifiche già all'inizio degli Anni 80, le testimonianze delle vittime, l'analisi dei fatti, dimostrano che il dramma si poteva prevedere e prevenire.


SCAFFALE Evans e Rodger, «Medicina antroposofica», Red edizioni
AUTORE: VERNA MARINA
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

La medicina antroposofica è nata negli Anni 20 all'interno della cultura mitteleuropea interessata alla scienza dello spirito di Rudolf Steiner ed è approdata in Italia una quarantina di anni fa. Rispetto alla medicina convenzionale, di cui riconosce (e in parte applica) i grandissimi risultati, essa considera sia la parte fisica sia quella non-fisica (spirituale) del paziente. Il medico antroposofico, che è regolarmente laureato e specializzato, allarga la sua diagnosi all'anima, consapevole che essa non è estranea alla malattia del corpo e che l'essere umano va conosciuto e curato nella sua globalità. Attualmente il lavoro medico antroposofico è molto sviluppato in Germania, Olanda e Svizzera, dove esistono diverse cliniche riconosciute e inserite nel sistema sanitario pubblico. Anche in Italia questo approccio terapeutico ha i suoi medici e i suoi cultori. Ai quali è dedicata la versione italiana di un classico anglosassone, «Medicina Antroposofica», scritto a quattro mani da un celebre medico, Michael Evans, e dal giornalista della Bbc Ian Rodger. Oltre a un'ampia descrizione dei principi ispiratori, anche alcuni esempi di terapie e di farmaci e un'appendice con la legislazione e gli indirizzi utili sia per la formazione dei medici sia per la cura dei pazienti.


SCAFFALE «Pericoli e paure: la percezione del rischio tra allarmismo e di sinformazione», Hypothesis Marsilio, 158 pagine, 28 mila li re
AUTORE: VERNA MARINA
ARGOMENTI: PSICOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

Come tutti sanno, viaggiare in automobile è statisticamente molto più rischioso che prendere l'aereo. Eppure la paura di volare è assai diffusa, mentre quasi nessuno, salendo in macchina, pensa alla possibilità di un incidente. Questo è un ottimo esempio di come la paura non sia sempre un buon indicatore di pericolo e, per converso, non tutti i pericoli raggiungano la sfera della percezione. Il problema, dunque, è quello di distinguere i rischi reali da quelli immaginari e imparare a riconoscere i falsi allarmi e i veri pericoli. Su questo tema esce ora una raccolta di saggi, «Pericoli e paure», con interventi di epidemiologi, filosofi, psicologi e quanti si occupano della percezione del rischio e del suo impatto sulla vita quotidiana. L'obiettivo è controbattere la sempre più diffusa tendenza a ricorrere in modo semplicistico al rapporto causa- effetto, senza un'analisi del contesto generale dei problemi e della complessità dei fattori in gioco.


SCAFFALE Giustetto, Nejrotti, Novara, «Sintomi, Paziente, Diagnosi», Officina Grafica La Collina
AUTORE: VERNA MARINA
ARGOMENTI: DIDATTICA, MEDICINA E FISIOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

Tre medici di famiglia, con una lunga esperienza didattica nei corsi di formazione per i loro colleghi, hanno deciso di dare vita a una collana di manuali di Medicina Generale rivolti ai medici generali e agli studenti degli ultimi anni. Il primo, curato da Guido Giustetto, Mario Nejrotti e Adriana Novara, si intitola «Sintomi, Paziente, Diagnosi» e raggruppa nove grandi problemi di salute, dalla stanchezza alla depressione, dall'insonnia alle palpitazioni, svenimenti. Marina Verna


SCOPERTO SULLA LUNA Cratere da Guinness E' il più grande del sistema solare
Autore: DI MARTINO MARIO

ARGOMENTI: ASTRONOMIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: Sonda lunare «Clementine 1»

E' trascorso meno di un anno da quando la sonda americana «Clementine 1» ha completato la sistematica ricognizione fotografica della Luna, e le prime analisi dei dati ottenuti stanno rivelando nuovi aspetti del nostro satellite. Nonostante le numerose missioni di esplorazione della Luna, prime fra tutte quelle del programma «Apollo», non esisteva ancora una documentazione fotografica completa del globo lunare, in particolare delle sue regioni polari. Nel corso della missione «Clementine 1», una sonda dotata di sofisticatissime apparecchiature sviluppate nell'ambito del programma «guerre stellari» e rimasta in orbita attorno al nostro satellite per 71 giorni, ha ripreso oltre un milione e mezzo di fotografie della superficie lunare con quattro telecamere sensibili alla radiazione ultravioletta, visibile e infrarossa. Per ottenere immagini del fondo di alcuni crateri delle regioni polari, mai illuminati dalla luce solare, è stato utilizzato il radar, mentre con un laser, impiegato come altimetro, è stata effettuata una completa mappa orografica della Luna. Le sorprese non sono mancate, e anche se finora è stata analizzata solo una piccola parte dell'enorme mole di dati, è già possibile fare un primo bilancio dei risultati. Sono stati scoperti molti nuovi crateri causati da antichi impatti ed è risultato che la differenza di altezza tra il punto più alto e quello più basso della superficie lunare supera i 16 chilometri, mentre sulla base dei dati degli «orbiter» delle missioni Apollo il dislivello massimo era stato stimato in 11-12. La scoperta più eccitante è stata però quella di un gigantesco cratere da impatto, che si trova nella parte meridionale della faccia nascosta della Luna. Ha un diametro di circa 2500 chilometri e una profondità, rispetto al livello medio della superficie, di 8 chilometri. E' la più grande e profonda struttura provocata dalla caduta di un asteroide o di una cometa finora scoperta nel sistema solare. L'enorme bacino è stato battezzato «Polo Sud-Aitken», per la sua posizione e in onore di un astronomo americano studioso di stelle doppie. Parte dei bordi di questo cratere era già stata individuata in alcune immagini della faccia nascosta della Luna riprese in precedenza, ma da esse non fu possibile risalire alla vera natura di questi rilievi. Soltanto l'esame della mappa altimetrica ha permesso di individuare chiaramente la gigantesca struttura. Il cratere rappresenta la cicatrice dell'impatto, verificatosi fra 4,3 e 3,8 miliardi di anni fa, di un oggetto di dimensioni dell'ordine dei 200 chilometri. La stima dell'età del cratere, che è risultato il più antico bacino lunare, è stata resa possibile dal conteggio dei crateri più piccoli che butterano la sua superficie, provocati da impatti successivi. Il fatto che i «mari», le grosse macchie scure visibili anche a occhio nudo sul disco lunare, siano stati originati dal riempimento di grossi bacini da impatto da parte del magma fuoriuscito dal sottosuolo, faceva pensare che all'epoca della formazione del cratere Polo Sud- Aitken la superficie del nostro satellite fosse costituita da una sottilissima crosta (litosfera) che ricopriva un «mantello» semifluido, per cui le tracce tipiche dell'impatto di un corpo asteroidale o cometario in breve tempo si sarebbero dovute almeno in parte riassorbire. La constatazione che sulla faccia nascosta della Luna non esistono strutture analoghe ai «mari» e che il fondo del cratere Polo Sud-Aitken sia stato solo parzialmente ricoperto dal magma fuoriuscito a seguito dell'impatto porta a pensare che nel primo miliardo e mezzo di anni della storia del nostro satellite, contrariamente a quanto finora creduto, la struttura e presumibilmente la temperatura della litosfera della faccia visibile e di quella nascosta fossero molto differenziate. La regione che si trova a Nord del cratere sembra aver ritenuto un altro segno dell'impatto: infatti il punto più alto della superficie lunare è localizzato proprio in questa zona e la stima del volume di materiale che forma questo grande altopiano è comparabile a quello mancante nelle parti interne del cratere. Ciò fa pensare che l'impatto sia stato obliquo e che abbia perciò «ammucchiato» il materiale scavato verso Nord, dando così origine alla struttura orografica rilevata dalle osservazioni della sonda «Clementine». Il terribile evento sembra aver portato alla luce materiale del mantello lunare che si pensa sia a qualche decina di chilometri sotto la superficie. Dalle indagini multispettrali è risultato infatti che nelle regioni più interne del cratere è presente rispetto alle zone circostanti una maggiore quantità di ferro e di magnesio, due elementi questi che sono più abbondanti nel mantello che non nella litosfera. «Clementine» ha misurato anche lo spessore della crosta lunare per mezzo delle piccolissime variazioni del percorso orbitale della sonda causate dalla variazione della gravità conseguenti alla diversa profondità della crosta stessa. Poiché quest'ultima è costituita da materiale di peso specifico inferiore a quello del mantello sottostante, le differenze di gravità misurate permettono di stimare indirettamente il suo spessore. Come era immaginabile, è risultato che in corrispondenza dei grandi bacini da impatto la crosta è molto sottile, a causa dell'asportazione del materiale che si verificò quando corpi di grosse dimensioni si abbatterono sul nostro satellite. Quello che per adesso si può affermare, sulla base dell'analisi preliminare dei dati ottenuti da «Clementine», è che la struttura termica e meccanica della Luna appare molto più complessa e differenziata da regione a regione di quanto finora creduto. Nella speranza di poter approfondire le nostre conoscenze al riguardo e forse trarre conclusioni definitive sull'origine e sulle fasi evolutive del nostro satellite, altre quattro missioni sono già in programma. La Nasa probabilmente lancerà nei prossimi anni «Clementine 2»; il Giappone nel 1997 darà inizio alla missione «Lunar A», la quale prevede che dalla sonda madre, che rimarrà in orbita, vengano lanciati sulla superficie lunare tre penetratori equipaggiati con sensori sismici e strumenti che misureranno il flusso di calore a qualche metro sotto la superficie. L'Agenzia Spaziale Europea ha allo studio due missioni. La prima, Moro (Moon Orbier Observatory), vedrà una grossa partecipazione italiana; la seconda, più ambiziosa, denominata Leda (Lunar European Demonstration Lander), prevede nel 2001 l'allunaggio di un veicolo automatico nella regione del Polo Sud per esplorare l'interno dei crateri dove probabilmente è presente del ghiaccio. Mario Di Martino Osservatorio Astronomico di Torino


Commercio di plutonio
Autore: VOLPE PAOLO

ARGOMENTI: CHIMICA, FISICA, ARMI
LUOGHI: ITALIA

LA vicenda, tuttora oscura, delle cassette contenenti plutonio che sarebbero state gettate nell'Adige da un trafficante con pochi scrupoli ha fatto parlare molto, nei giorni scorsi, di commercio clandestino di materiale radioattivo all'interno e all'esterno dell'ex Unione Sovietica. Come in nessun altro Paese, l'industria bellica nell'ex Urss era legata al nucleare civile: i famosi Rbmk, reattori nucleari tipo Cernobil, erano (e in parte sono ancora) così pericolosi anche perché destinati ad uso misto, cioè produrre energia e produrre plutonio per uso militare. Nell'ex Unione Sovietica, poi, era molto progredita e diffusa la chimica delle radiazioni, che usa sorgenti radioattive per il trattamento dei materiali, inducendo anche un forte sviluppo della medicina nucleare, che usa un gran numero di radioisotopi. A tutto ciò si aggiunga che, essendo tutte queste attività «di Stato», lo Stato non ha interesse a controllare se stesso, e si ha il quadro della gran quantità di materiale radioattivo potenzialmente circolante con disinvoltura. Dopo la disgregazione dell'impero sovietico, il disordine che ha coinvolto sia l'industria sia l'esercito ha spinto un gran numero di ex dipendenti, precari o dipendenti mal pagati, a ricorrere al commercio di tutto ciò che poteva essere appetibile a trafficanti occidentali ricchi e senza scrupoli, attratti dalla fama della tecnologia nucleare sovietica. Gran parte del traffico, potenziale o in atto, è legato alla convinzione che tutto ciò che è «nucleare» è prezioso; e che è radioattivo tutto ciò che è «nucleare». In realtà di strettamente nucleare c'è ben poco: l'uranio altamente arricchito con l'isotopo 235 e il plutonio 239; solo per questi è giustificabile un allarme e per di più solo nel caso di traffico di quantità considerevoli. Ci vogliono diversi chilogrammi sia dell'uno sia dell'altro per avere un pericolo nucleare, e fortunatamente il loro costo è così alto (miliardi per chilogrammo), e la loro manipolazione così delicata, che è praticamente impossibile trattarne quantità significative in modo clandestino. I traffici di cui si ha notizia certa concernono sempre piccole quantità, sporche, dell'uno o dell'altro, e dai racconti dei protagonisti o dei testimoni si ha l'impressione che sia in atto una commedia per spillare valuta occidentale all'aspirante speculatore incauto. L'incompetenza di improvvisati trafficanti è tanto grande che si sente parlare di acquisti di uranio-238, materiale inutile, debolmente radioattivo, poco costoso e reperibile legalmente in piccole quantità (fino a 300 grammi), e con semplice richiesta di permesso fino a tre chili. E' così poco pericoloso e poco costoso che uno dei suoi impieghi più comuni è quello di zavorra nelle chiglie dei velieri e di contrappeso negli aerei. Una notizia del 29 dicembre riportava la disponibilità in Lituania di 100 chili di uranio 238 e 235, cioè uranio naturale (o debolmente arricchito) al prezzo di 2000 dollari al chilo. In questi cento chili c'erano 720 grammi (o al massimo due chili) dell'isotopo 235, prezioso esclusivamente se estratto puro dai rimanenti 99,28 (o 98) chilogrammi dell'isotopo 238; e il processo di estrazione è proibitivo per qualunque privato, per quanto competente. Legate al concetto di «nucleare» sono anche altre sostanze radioattive usate nella chimica delle radiazioni o nella medicina nucleare, ambedue molto sviluppate nell'ex Unione Sovietica. Sostanza radioattiva comune a queste due discipline e quindi reperibile in modo relativamente facile è il Cesio- 137; esso non ha nulla a che fare con «il nucleare» se non per il fatto che ne è un prodotto di scarto. Non è utile se non in quantità molto grandi, tali che ne diventa impossibile il trasporto clandestino. Eppure proprio il Cesio-137 è stato l'elemento protagonista di un caso tragico, emblematico di quanto l'avidità degli incompetenti possa provocare danno senza neppure il riscontro di un guadagno. E' accaduto nell'estate scorsa che un giovane polacco sia stato irrimediabilmente ustionato da Cesio-137 che gli era stato affidato come campione da mostrare ad eventuali acquirenti in Europa Occidentale. Tragedie come questa si spera siano rare, anche perché dovrebbe divenire col tempo evidente l'inutilità, e quindi la non convenienza, di questo commercio. C'è chi sostiene che materiale radioattivo scientificamente e industrialmente inutile potrebbe servire comunque a organizzazioni terroristiche per scopi di ricatto; questo è vero: ad esempio, qualche grammo di plutonio, inutile a costruire bombe ma molto velenoso anche se debolmente radioattivo, potrebbe servire ad avvelenare un acquedotto provocando un gran numero di vittime. Ma perché far tanta fatica ad usare il plutonio quando lo stesso risultato è raggiungibile con la stricnina o il cianuro, molto più facilmente reperibili? Paolo Volpe Università di Torino


AERONAUTICA Jumbo, volare è facile il difficile è frenare
Autore: PAPULI GINO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, TRASPORTI, TECNOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

GLI ingegneri aeronautici usano dire che, nella realizzazione di un grosso aereo di linea, è più facile risolvere i problemi «in aria» che non quelli «a terra». Questi si riferiscono in particolare alle esigenze di frenatura che, nel caso di velivoli di massa elevata - come i moderni «wide-body», Jumbo e affini - presentano difficoltà ardue e molteplici. Ogni aereo che atterra deve smaltire la propria velocità entro i limiti della pista, e ciò si ottiene agendo sulle ruote (freni ad attrito), sulle superfici (aerofreni) e sui motori (inversione del getto o del passo dell'elica). Ma, a parte questa fase normale, si possono verificare atterraggi «lunghi» (quando l'aereo tocca terra molto oltre la soglia della pista) oppure decolli «abortiti» (ossia interrotti per cause impreviste dopo che l'aeromobile ha già assunto una notevole velocità al suolo). In queste evenienze gli spazi disponibili per fermarsi sono scarsi, e il compito di arrestare la macchina senza che esca di pista è affidato per la massima parte al sistema di frenatura meccanica. Per capire la difficoltà, basti pensare che, in un decollo «abortito», un «Jumbo» B-747/200 - la cui massa a pieno carico sta intorno alle 370 tonnellate - deve poter smaltire una energia cinetica superiore a un miliardo e mezzo di Joule: più o meno quella posseduta da un treno che corra a 100 km/h trasportando 1500 autovetture di classe media. Tale energia - che, lo ricordiamo, è proporzionale alla massa e al quadrato della velocità - deve essere dissipata, trasformandola in calore, dal sistema di frenatura posto sulle ruote dei carrelli principali: ciò si ottiene mediante un sofisticato complesso a dischi multipli costituiti da anelli di carbonio di circa 50 centimetri di diametro esterno, supportati da elementi di acciaio «refrattario» ad alto tenore di nichel e cromo. La scelta dei materiali è determinata dall'esigenza di evitare la fusione per effetto del calore sviluppato. In una frenata di emergenza, il carbonio (che ha un punto di fusione di oltre 3000 C) può raggiungere temperature di 1650 C e diviene, quindi, incandescente, così come le parti metalliche adiacenti, le quali devono poter resistere a temperature di oltre 1000 C senza venir meno alla loro funzione strutturale. A complicare questi problemi di tipo termodinamico, vi è l'esigenza tipicamente aeronautica di contenere al minimo i pesi e gli ingombri dei carrelli e dei relativi organi di frenaggio, oltre alla necessità di non far raggiungere temperature troppo elevate ai pneumatici. Vi sono, infine, altre complicazioni costruttive dovute al sistema antibloccaggio (il cosiddetto «Abs» delle nostre auto, che è nato in aviazione), al fluido idraulico e a vari dispositivi di sicurezza, tra cui i sensori di temperatura e di pressione. I fattori in gioco sono, come si arguisce, molteplici e spesso contrastanti: l'ottimizzazione delle soluzioni si raggiunge con il prezioso ausilio del computer. Gino Papuli


IN BREVE La geometria a portata di mano
ARGOMENTI: MATEMATICA
ORGANIZZAZIONI: SCUOLA NORMALE DI PISA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: «Oltre il compasso - La geometria delle curve»

Comprendere la geometria e amarla: la Scuola Normale di Pisa ha realizzato l'esposizione interattiva «Oltre il compasso - La geometria delle curve», aperta al pubblico fino al 31 maggio presso il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnica di Milano. L'iniziativa cerca di collegare l'astrattezza del pensiero matematico con la corporeità degli oggetti e dei meccanismi. Il visitatore viene condotto lungo un cammino al termine del quale arriverà a delineare le corrispondenze che esistono tra i concetti della geometria, i meccanismi della tecnica, le costruzioni della scienza e le architetture della fantasia. Si impara a disegnare una ellisse, a costruire una parabola o un'iperbole, a creare «miraggi» con gli specchi parabolici, a simulare al computer forme e meccanismi.


IN BREVE Fossili preistorici al Museo Pigorini
ARGOMENTI: PALEONTOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: MUSEO PIGORINI
LUOGHI: ITALIA, ROMA
NOTE: «L'uomo preistorico sudafricano e il suo ambiente»

Tre sezioni con ventiquattro pannelli di fossili e arte preistorica: è la mostra itinerante «L'uomo preistorico sudafricano e il suo ambiente», attualmente (e fino all'8 aprile) al Museo Pigorini di Roma. Tra i reperti più interessanti, il Karoo sudafricano, che risale a 250 milioni di anni fa e rappresenta stadi evolutivi tra i rettili e i mammiferi.


IN BREVE Astronauta tedesco per Euromir 95
ARGOMENTI: ASTRONAUTICA
NOMI: REITER THOMAS
ORGANIZZAZIONI: AGENZIA SPAZIALE EUROPEA
LUOGHI: ITALIA

Il tedesco Thomas Reiter è stato selezionato dall'Esa per la missione Euromir 95, che per la seconda volta porterà un astronauta dell'Agenzia Spaziale Europea a bordo della stazione sovietiva Mir. La missione durerà 135 giorni e rientra nel programma di preparazione della Stazione spaziale internazionale Columbus.


IN BREVE Tutela del territorio un seminario
ARGOMENTI: ECOLOGIA, AMBIENTE
ORGANIZZAZIONI: ASSOCIAZIONE POLIGEOTECNICI RIUNITI
LUOGHI: ITALIA

L'Associazione «Poligeotecnici riuniti» organizza un corso di aggiornamento sulla salvaguardia e la gestione del territorio, che si terrà ad Alessandria il 24 e 25 marzo. Il corso approfondirà i problemi che si sono manifestati drammaticamente lo scorso autunno con l'esondazione del Tanaro ad Alessandria. Per informazioni, tel. 011.56.11.811.


IN BREVE L'impatto dell'uomo sulle grotte carsiche
ARGOMENTI: GEOGRAFIA E GEOFISICA
LUOGHI: ITALIA, FRABOSA SOPRANA (CN)

A Frabosa Soprana (Cn), Simposio internazionale dal 24 al 26 marzo sull'impatto dell'uomo nell'ambiente sotterraneo e il monitoraggio delle caratteristiche idrogeologiche, atmosferiche, climatologiche e biologiche delle grotte. Per informazioni, tel. 0171.38.34.44.


NEI CARAIBI Vieni a mangiare dalle mie mani I sub addomesticano i dasiatidi, specie velenosa
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ETOLOGIA, ZOOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA

PUO' succedere che il diavolo si faccia frate? Che cioè un animale aggressivo e pericoloso per l'uomo si trasformi in un pacifico e innocuo amico? Si direbbe di sì, a giudicare da quel che sta avvenendo nelle acque del Gran Cayman, nel Mar dei Caraibi, dove in un tunnel naturale che corre parallelo alla barriera corallina nuotano «core a core» subacquei e pesci velenosi. Gli uomini offrono ai pesci ghiotti bocconcini, come seppie o altri molluschi, i pesci li accettano di buon grado, anzi se li vanno a prendere direttamente dalla mano dell'offerente, come se fossero animali addomesticati. Si lasciano toccare e accarezzare. Non reagiscono nemmeno quando il sub li acchiappa e li porta in superficie per mostrarli a qualche amico incredulo. Incredulo a ragione perché si tratta di pesci assai temuti per la loro arma micidiale: l'aculeo caudale dai margini seghettati che porta alla base ghiandole secernenti sostanze altamente tossiche. L'aculeo, penetrando nella carne, non solo produce una profonda ferita ma, spezzandosi, vi rimane conficcato. La ferita provoca nell'uomo violenti dolori e sintomi di avvelenamento, che danno luogo a una malattia destinata a protrarsi per mesi. Si tratta dei dasiatidi, pesci poco ortodossi, almeno nella forma esteriore. Niente sagoma affusolata, niente pinne dorsali. Enormi pinne pettorali, invece, che sembrano ali e insieme con il corpo estremamente appiattito formano un disco subromboidale che può raggiungere la larghezza di due metri e mezzo nella pastinaca comune (Dasyatis pastinaca), diffusa in vaste zone dell'Atlantico, e la larghezza di tre metri nella pastinaca spinosa (Dasyatis centroura) abbastanza comune anche nei mari italiani. La coda, che si va progressivamente assottigliando dalla base all'estremità, è simile a una frusta assai flessibile e consente al pesce di volgere in ogni direzione il rigido aculeo velenifero. Si conoscono venticinque specie di dasiatidi. Le più grosse possono conficcare il loro aculeo attraverso le pareti di legno di una barca o trapassare da parte a parte un braccio o una gamba umana. Le pastinache sono attive soprattutto durante la notte e cacciano all'agguato. Se ne stanno nascoste nella sabbia del fondo, nelle acque basse, lasciando sporgere soltanto gli occhi e gli spiracoli. E catturano così i pesci che ignari si avvicinano. Sono ghiotte anche di crostacei e di molluschi, che riescono a snidare smuovendo la sabbia con le grandi pinne pettorali. Poco importa se i bivalvi sono racchiusi entro una solida conchiglia: hanno una serie di piccoli denti piatti simili ai nostri molari, con i quali riescono facilmente a frantumarla. La specie che si trova nelle acque del Gran Cayman è la Dasyatis americana, di cui si trovano individui isolati in una vasta zona marina che va dalla Carolina del Nord al Brasile settentrionale. Ma, mentre altrove il subacqueo percorre grandi spazi senza incontrarne nemmeno un esemplare, in questo canale naturale, che la barriera corallina protegge dai venti e dalle onde del mare aperto, nuotano decine e decine di pastinache di tutte le età e di tutte le taglie, da quelle più piccole e più giovani larghe solo una ventina di centimetri, a quelle più grandi che raggiungono il metro e mezzo di apertura alare. La cosa più sorprendente è il cambiamento di abitudini che queste pastinache hanno subito rispetto alle altre della stessa specie che vivono nel resto del loro habitat. Non sono più notturne. Sono attive durante il giorno, quando arrivano nel canale gli uomini che portano il cibo. E sono mutati anche i loro gusti. Hanno imparato a mangiare cibi assolutamente nuovi, come pesci o molluschi congelati, che hanno indubbiamente un sapore diverso da quelli freschi ai quali il loro palato è abituato. Inoltre sono diventate sociali. Mentre erano avvezze a vivere isolate, qui formano gruppi di dodici- quindici individui. Non si sa ancora se si tratta di gruppi familiari, ma è molto probabile che lo siano. Quel che sorprende maggiormente però è la rapidità con la quale le pastinache hanno imparato ad associare il rumore delle barche a motore con il cibo. Appena sentono il rombo di un motore, vanno incontro alla barca e si affollano intorno al subacqueo che porge il cibo. E, cosa davvero straordinaria, in questo pacifico assalto all'uomo che li nutre c'è una particolare attenzione a non ferirlo con il loro micidiale aculeo. Negli ultimi anni si è verificato un solo caso in cui una Dasyatis ha colpito un sommozzatore con il suo aculeo, con tutta probabilità inavvertitamente. Ogni sera, all'imbrunire, le pastinache scompaiono improvvisamente dal canale. Si ignora dove vadano, ma si pensa che si rifugino in acque profonde, al di là della scogliera. Ci si chiede a che cosa sia dovuto il fenomeno straordinario di questo insolito assembramento di pesci che appartengono a una specie notoriamente solitaria. Molto probabilmente è dovuto all'intervento dell'uomo. Nel 1987 c'erano in tutto il canale da sei a dodici Dasyatis americane che i subacquei avevano incominciato a foraggiare. Nel giro di questi ultimi anni il loro numero si è moltiplicato a dismisura. E' lo stesso fenomeno che si riscontra negli aggregati urbani, dove assistiamo all'impressionante aumento demografico di animali, come i piccioni, che vengono superalimentati dai loro fans, o come i topi che, sia pure al di fuori della volontà umana, hanno trovato nel sottosuolo cittadino, colmo di rifiuti, il paese di Bengodi. Si aggiunga il fatto che nel Gran Cayman la continua presenza delle imbarcazioni costituisce un'azione di disturbo per gli squali che infestano la zona. E gli squali sono gli abituali predatori delle pastinache. Sono quindi due i fattori che hanno favorito l'abnorme proliferazione delle pastinache nel Gran Cayman: l'assenza di predatori e l'abbondanza di cibo. Isabella Lattes Coifmann


ORGANI TRAPIANTATI Ma con il tuo rene, sono ancora io? Il difficile processo di «incorporazione»
Autore: ANGELINI GIUSEPPE, BERGANTIN PATRIZIA

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, PSICOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

CHE cosa si prova quando dentro di noi viene trapiantato un organo di un'altra persona? Se si pensa al fastidio che può dare una protesi odontoiatrica o un'eruzione cutanea, è naturale chiedersi quali sensazioni insorgano quando una parte «viva», e fino a poco prima appartenuta a un altro, entri a far parte della persona e debba integrarsi nella sua unità somatopsichica. Incorporazione è il termine tecnico che designa il processo, di durata variabile, in cui si assiste alla trasformazione di un organo donato da corpo estraneo a parte di sè. Ciascuno di noi è dotato di una immagine di sè costituita, oltre che dalla percezione dei propri caratteri psicologici e somatici, anche da rappresentazioni più o meno consapevoli di tutte le parti del corpo e delle sue funzioni, compresi gli organi di cui abitualmente non avvertiamo il funzionamento. Tutte le modificazioni di questa immagine innescano una serie di meccanismi volti a ristabilire l'omeostasi e l'equilibrio precedenti. Anche dal punto di vista biologico, oggi sappiamo che ogni nostra cellula è «riconosciuta» dal resto dell'organismo attraverso una sorta di «passaporto» immunitario, e che l'organismo reagisce con forza ai tentativi di invasione estranea, grazie a meccanismi umorali e cellulari. Nel caso dei trapianti d'organo, vengono utilizzati farmaci immunosoppressori come la ciclosporina, che inibiscono la risposta immunitaria favorendo l'assimilazione somatica contro il fenomeno del rigetto. Gli studi più avanzati dimostrano che una buona accettazione psichica dell'organo predispone a una più rapida integrazione somatica, e anzi rappresenta uno dei fattori principali che contrastano il rigetto. L'incorporazione avviene attraverso fasi successive, e inizia con l'asportazione dell'organo malato, che corrisponde a una situazione di lutto, e richiede una complessa elaborazione prima di venire accettata. Finché questa accettazione non avviene, il nuovo organo verrà percepito come estraneo, fragile e fonte potenziale di sensi di colpa, qualora venga vissuto come qualcosa che è stato sottratto a un altro. In seguito si assiste alla fase di introiezione, nella quale avviene un'assimilazione d'organo parziale, per lo più a livello mentale. Il paziente comincia ad abituarsi alla nuova condizione e riprende progressivamente le precedenti attività ma, a ogni minimo deficit, è ancora portato ad attribuirne la causa al trapianto. L'incorporazione vera e propria avviene solo quando il paziente diventa in grado di scindere l'immagine dell'organo da quella del donatore e di identificarsi con esso. Ciò comporta l'assunzione nel Sè di qualità vere o presunte di un'altra persona, ed è per questo che la maggioranza dei riceventi preferisce avere un trapianto proveniente dal cadavere di uno sconosciuto. In questo modo risulta più facile il percorso di identificazione del paziente con quelle qualità positive che immagina essere appartenute al donatore e di cui si sente carente. Un paziente, ad esempio, ebbe una forte ripresa dell'attività sessuale dopo l'intervento, convinto che il cuore che gli era stato appena trapiantato fosse appartenuto a un focoso amatore. Per lo stesso motivo, i trapianti tra viventi hanno maggior successo quando tra familiare ricevente o donatore vi è una intesa autentica, mentre sono riportati anche casi mortali di rigetto in presenza di una situazione conflittuale. Il processo di identificazione può avvenire in maniera incompleta e generare conflitti di identità psicosessuale se l'organo proviene da un donatore di sesso opposto, o portare alla luce una patologia delirante in senso persecutorio quando si pensa che la persona a cui l'organo è stato prelevato potrebbe volersi vendicare. I meccanismi di identificazione più efficaci sono quelli che si avvalgono di espedienti come l'antropomorfizzazione, cioè il considerare il nuovo organo come un figlio o una persona cara, e una certa svalutazione bonaria delle caratteristiche dell'organo stesso, in modo da non avvertire troppo la dipendenza da esso. I problemi legati al processo di incorporazione si sono dimostrati più difficili in caso di trapianto di cuore (per le profonde valenze simboliche di questo organo) e di polmone, seguiti da quelli suscitati dalla donazione di rene da parte di un familiare vivente, dai trapianti di rene da cadavere, e in misura minore da quelli di altri organi. Lo psichiatra, che ultimamente è stato inserito nelle equipe dei trapianti, si occupa tra le altre cose di seguire questo processo affinché avvenga nella maniera più armonica e rapida possibile. Giuseppe Angelini Patrizia Bergantin Università di Torino


IPERTENSIONE Farmaci per i renitenti alla dieta Pochi pazienti modificano stabilmente lo stile di vita
Autore: PELLATI RENZO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, ALIMENTAZIONE
NOMI: KAPLAN NORMAN
LUOGHI: ITALIA

UNO dei problemi più assillanti della medicina è oggi quello del rapporto tra vita quotidiana e salute cardiovascolare. Le statistiche ci ricordano che le malattie cardiovascolari rappresentano la metà delle cause di morte dell'uomo che vive e lavora nel mondo industrializzato. La presenza di uno stato ipertensivo inoltre gioca un ruolo favorente di notevole importanza. Specie se, accanto agli elevati valori di pressione arteriosa, troviamo: obesità, sedentarietà, fumo, stress, diabete, ipercolesterolemia, fattori genetici (difetti nell'escrezione renale di sodio, iper reattività simpatica). Le ricerche effettuate a Dallas dall'equipe guidata da Norman Kaplan (presentate a Cannes, al 3 Congresso Mediterraneo dell'ipertensione arteriosa) hanno confermato che, per ridurre globalmente il rischio cardiovascolare, il corretto atteggiamento terapeutico è quello «multifattoriale». Con questo termine si indicano diverse misure terapeutiche e preventive che vanno raccomandate come approccio iniziale in ogni paziente iperteso e mantenute il più a lungo possibile. Il sovrappeso va ridotto, tenendo presente la stretta relazione tra obesità e ipertensione. Sarà utile praticare una dieta ipocalorica equilibrata, per far sì che il peso corporeo non superi il 10-15 per cento del peso ideale, riducendo il tessuto adiposo a livello addominale. E' importante stimolare la spesa energetica con un adeguato programma di attività muscolare centrato sostanzialmente su passeggiate a piedi, in bicicletta, ginnastica e possibilmente qualche ora di nuoto nel corso della settimana (esercizio fisico isotonico e non isometrico, come ad esempio il sollevamento pesi). Dovrà essere evitata un'eccessiva introduzione di cloruro di sodio (non oltre i 4-6 grammi al giorno) e favorito l'apporto di potassio (frutta e verdura). Il consumo di alcol andrà mantenuto al di sotto dei 30 grammi, frazionati lungo il giorno, mentre il fumo va abolito (la nicotina aumenta la frequenza dei battiti cardiaci e la pressione arteriosa). Purtroppo è difficile che l'iperteso riesca a praticare per lungo tempo queste modifiche allo stile di vita. Dopo l'entusiasmo iniziale, sovente viene a mancare la cosiddetta «compliance» ai principi sopra esposti. Fortunatamente i farmaci oggi a disposizione sono numerosi e attivi: diuretici, betabloccanti, vasodilatatori, simpaticolitici, calcioantagonisti, Ace-inibitori. Fino a poco tempo fa la Ish (International Society of Hipertension) raccomandava una scaletta di priorità per i farmaci ipertensivi. Al primo gradino i diuretici, successivamente i betabloccanti, poi le altre molecole combinate in base alle esigenze del paziente. Secondo Holzegreve, Bakris, Zanchetti (Università di Monaco, Chicago, Milano) l'associazione più razionale oggi esistente è data dai calcioantagonisti (bloccano l'ingresso del calcio nelle cellule della muscolatura liscia vasale, riducendone la contrattilità) somministrati con gli Ace-inibitori (impediscono la conversione dell'angiotensina I in angiotensina II, un potente vasocostrittore). La scelta è motivata dal fatto che sono molecole inerti dal punto di vista metabolico: possono essere date ai diabietici, ipercolesterolemici, anziani, sofferenti di broncopneumopatie croniche, tutte patologie che sovente si accompagnano all'ipertensione. Attualmente sono allo studio associazioni dei principi suddetti in un'unica somministrazione giornaliera (verapamil e trandolapril), con minori effetti collaterali e notevoli vantaggi pratici per il paziente in attività lavorativa. Renzo Pellati


STORIA DELLA SCIENZA Un Majorana contro Einstein
Autore: DIDIMO

ARGOMENTI: STORIA DELLA SCIENZA
PERSONE: MAJORANA ETTORE
NOMI: MAJORANA QUIRINO, PERUCCA ELIGIO, MAJORANA ETTORE
LUOGHI: ITALIA

PIU' volte Fermi ebbe a dire, del fisico Ettore Majorana, che era un genio, e di quelli rari. Majorana, giovane professore all'Università di Napoli, scomparve misteriosamente nel 1938. Non si sa a tutt'oggi se sia morto suicida, come volle far credere, o se sia vissuto nascosto in Argentina o in un convento di Toscana. La sua genialità si rivelò ai pochi che potevano capire i suoi lavori di fisica; ma forse si manifestò anche - come suppose Fermi - nel programmar bene quel suo misterioso eclissarsi, esito possibile di una crisi esistenziale. Alcune lettere, che di Majorana pubblicò Recami (Il Caso Ma jorana, Mondadori, 1987), comprovano che, pur distaccato dalla politica (la quale allora in realtà poco interessava gli scienziati italiani, intenti a guardar dentro l'atomo senza trascurare la carriera), il fisico catanese, mentre dimorava a Lipsia (1933) con una borsa di studio, e per qualche anno di poi, guardò con simpatia a quel che avveniva in Germania. «La persecuzione ebraica - scriveva alla madre - riempie di allegrezza la maggioranza ariana. Il numero di coloro che troveranno posto nell'amministrazione pubblica e in molte private è rilevantissimo... ». Tutto esatto; ma, sbagliando, scriveva al padre (giugno '33): «Non credo che la Germania possa costituire in avvenire un pericolo per la pace». Cinque anni dopo, da Napoli, dove era stato nominato ordinario di Fisica teorica, scriveva alla madre: «Sono all'Albergo Bologna, via Depretis, che è abbastanza buono... Ho una stanza discreta; oggi me ne daranno una migliore, da cui potrò vedere, fra tre mesi, il passaggio di Hitler». Un mese dopo (25 marzo) scriveva alla famiglia, annunziando quella sua scomparsa, che per l'appunto resta un mistero. Un altro Majorana, Quirino, fisico egli pure e congiunto dell'oramai più noto Ettore, chi scrive questa nota incontrò una prima volta, nel 1921, al Politecnico di Torino, dove sedeva ad ascoltare la sua prima lezione di fisica, che fu per il docente l'ultima a Torino. Era stato infatti chiamato a insegnare a Bologna, dalla prestigiosa cattedra già tenuta da Augusto Righi, maestro e consigliere di Marconi. Quirino Majorana era uno sperimentatore ammirato; già direttore dell'Istituto superiore delle Poste e Telefoni; autore di ricerche sulla telefonia senza fili e su altri modi di comunicazione. Al suo nome (Effetto Ma jorana) è legato il fenomeno della birifrangenza provocata da un campo magnetico su soluzioni colloidali. A Torino insegnava dal 1914; ma, durante la summenzionata lezione, non si fece parola di fisica, per il molto baccano degli studenti. Manifestavano essi, perché non volevano che lui se n'andasse; l'applaudivano perché rimanesse. Egli rispondeva con brevi inchini e sorrisetti. Ragione di tanto affetto era ch'egli non bocciava mai nessuno, mentre il successore designato, Eligio Perucca, veniva dai licei con una fama di temibile severità. Passarono anni e passò la guerra. Nel 1949, il Majorana, ormai uscito dall'insegnamento, ma ancora operoso nel laboratorio dell'Università di Bologna, avendo letto sul Corriere d'In formazione la recensione di un libro di Franck su Einstein, ne scrisse al giornalista, ch'era il sottoscritto. Diceva tra l'altro: «Io sono, se non il solo che non accetti la teoria di Einstein, l'unico che francamente osa dire il suo pensiero. Mi accade che, in conseguenza del quasi generale consenso che essa ha ora (una volta c'erano molti oppositori; scomparsi questi, non ne sono venuti altri)..., quanto penso non riscuote credito fra i miei colleghi. Eppure io sono sicurissimo del mio pensiero. Lavoro sperimentalmente per cercare una prova del mio punto di vista. Ma, non essendo più direttore dell'Istituto (sono a riposo da 7 anni), ho grande penuria di mezzi». In sostanza, con questa lettera (e con altre che seguirono) egli intendeva far conoscere meglio, tramite la stampa, il suo pensiero. Io cercai di accontentarlo, come potei, senza entrare nel merito di contrastanti opinioni, con uno o più scritti (del '49), che non ho più ritrovato. Quanto agli esperimenti cui egli accenna (e che non poté condurre al termine voluto), ho ragione di ritenere che fossero una ripetizione (per correggerne l'esito) di quelli di Michelson e Morley, che portarono a negare l'influenza della velocità di traslazione della Terra, nei fenomeni ottici, riferiti alla Terra. Negli Anni Venti, la polemica tra gli entusiasti della relatività e i contrari aveva trovato posto anche nelle pagine dei quotidiani. La memoria mi ha conservato uno scambio di scritti, su La Stampa, tra l'allora direttore dell'Osservatorio di Pino Torinese e il matematico Guido Fubini. Questi (pro Einstein) sosteneva che, con la nuova teoria, si poteva dare ragione di certe anomalie dell'orbita di Mercurio, intorno al Sole; l'astronomo (contro Einstein) ribatteva che quelle anomalie erano, per lui e per i suoi colleghi, «le dernier des soucis». Didimo


STRIZZACERVELLO
ARGOMENTI: GIOCHI
LUOGHI: ITALIA

Numeri di quattro cifre Un numero di quattro cifre è un quadrato perfetto. Le prime due cifre di questo numero sono uguali e anche le ultime due sono uguali fra loro. Qual è questo numero? In un altro quadrato perfetto, le prime due cifre e le ultime due formano a loro volta ancora due numeri quadrati. Qual è questo numero? Le soluzioni domani, accanto alle previsioni del tempo.


LA PAROLA AI LETTORI Ancora un po' di chimica, ma zuccherata
LUOGHI: ITALIA

I L meccanismo di scioglimen to dello zucchero non avviene per mezzo di un processo di idratazione, come ha scritto un lettore. Lo zucchero (saccarosio) in acqua si idrolizza secondo lo schema saccarosio più acqua = glucosio più fruttosio. Ne segue che lo zucchero si scioglie in acqua con la creazione di molecole indissociate e non con la creazione di ioni. La conferma è data dal fatto che l'acqua zuccherata non è un buon conduttore di corrente. Davide Fattori Ivrea (To) Le affermazioni «lo zucchero è una molecola ionica» e «le sue molecole si raggruppano intorno ai singoli ioni dello zucchero» sono due enormità, che rivelano scarsa dimestichezza con la chimica. Quando in laboratorio si sperimenta, in modo qualitativo, la conducibilità delle soluzioni, di norma viene presa una soluzione zuccherina quale esempio di soluzione in cui sono assenti gli ioni!!! Lo zucchero, e nella fattispecie il saccarosio, è un solido molecolare molto solubile in acqua, ma assolutamente non dissociabile in ioni. Provare per credere! Gianfranco Moretti, Arezzo Perché l'acqua scorre? L'acqua, come ogni altro elemento sulla Terra, è soggetta all'azione della forza di gravità, che la attira verso il centro del pianeta. Essa è formata da particelle libere non legate fra di loro, che nella loro discesa verso il basso scivolano o «scorrono» fra di loro: ecco perché si dice che l'acqua «scorre». Simone Csavecchia Bra (Cn) L'acqua scorre perché presenta una viscosità (cioè una resistenza allo scorrimento) molto bassa. Simone Lerma Ovada (Al) La misura di lunghezza del «piede» corrisponde alla lun ghezza del piede di qualche sovrano? Nei tempi antichi, le nascenti società civili attribuirono alle misure lineari unità antropomorfe, cioè a somiglianza del corpo umano. Il piede, misura tuttora in vigore nei Paesi anglosassoni, era già in uso presso gli antichi Greci e Romani. Il cronista Giovanni Villani nelle sue «Istorie fiorentine» scriveva: «Eliprando (Liutprando), re dei Longobardi, fu grande come un gigante e per la grandezza del suo piede si prese la misura per le terre». Ma questa è pura leggenda (non pensiamo che Liutprando avesse un piede smisurato di circa 52 centimetri). La verità è ben altra: da un decreto emanato a Pavia il 10 maggio 730 risulta che furono riformate alcune antiche misure romane, fra le quali anche il piede, che da allora prese il nome del suo riformatore, Piede Liutprando. Con tale nome sopravvisse anche in Piemonte sino all'introduzione del sistema metrico decimale, avvenuta nel non lontano 1850. Guido Ferrero, Torino Si sente spesso l'espressione «Ha navigato i sette mari». Quali sono questi sette mari? L'espressione si riferisce ai mari noti ai maomettani prima del XV secolo: Mediterraneo, Mar Rosso, Mare africano orientale, Mare africano occidentale, Mar della Cina, Golfo Persico, Oceano Indiano. Irene Sterpi Casale Monferrato (Al) I sette mari sono: Atlantico settentrionale e meridionale, Pacifico settentrionale e meridionale, Mar Glaciale Artico, Oceano Antartico, Oceano indiano. Guido Chierici, Torino Dall'Europa e dall'Australia si vedono le stesse fasi lunari? Certamente! Il detto «Gobba a Levante, luna calante; gobba a Ponente, luna crescente» è valido dappertutto. I punti cardinali Est e Ovest sono ovviamente gli stessi sia per gli osservatori dell'emisfero settentrionale sia per quelli dell'emisfero meridionale. Quindi si hanno gli stessi riferimenti per determinare se la Luna è calante o crescente. L'unica differenza è che gli australiani vedranno il nostro satellite (e quindi anche le fasi lunari) «rovesciato» rispetto a come lo vediamo noi. Succede la stessa cosa per le costellazioni prossime all'equatore celeste. Paolo Barrella Chiusi Scalo (Si)


CHI SA RISPONDERE?
LUOGHI: ITALIA

Q - Perché i primi fiori della primavera sono gialli? Q - Quante probabilità di vincere si hanno giocando un ambo, un terno o una quaterna? Q - Come fa il pulcino a uscire dall'uovo? Q - Perché la pista del circo è sempre rotonda, e non rettangolare come un palco di teatro? _______ Risposte a «La Stampa-Tuttoscienze», via Marenco 32, 10126 Torino. Oppure al fax 011-65.68.688


Sei santuari per gli uccelli
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: T.TAB.D. LE «ZONE A PROTEZIONE SPECIALE» PER GLI UCCELLI (tabella nel testo)

Nel giugno '93 la Cee aveva «sgridato» l'Italia per non essersi adeguata alla direttiva europea sulla conservazione degli uccelli selvatici; ora il ministro dell'Ambiente Paolo Baratta, ha rimediato: con una lettera inviata alla Commissione di Bruxelles ha annunciato di avere dichiarato sei «zone a protezione speciale» in attuazione della leggeitaliana numero 157 del '92 che aveva «recepito» formalmente tale direttiva, ma finora non l'aveva concretamente attuata. Si tratta di sei zone di protezione situate lungo la rotta di migrazione degli uccelli che nidificano o sostano lungo la Penisola, luoghi di appuntamento in cui gli animali possono riposare, trovare nutrimento e riprodursi in un ambiente in cui la caccia è vietata e in cui non si svolgono attività che li possano disturbare; in compenso questi «santuari» sono aperti alle visite di studiosi e appassionati, sorvegliati da personale specializzato, attrezzati per il bird watching. Tutte le sei «zone a protezione speciale» coincidono o con parchi o con «zone umide» già protette e per questo rimaste al riparo dalla speculazione edilizia, dall'industrializzazione selvaggia e dal turismo di massa. T.TAB.D. LE «ZONE A PROTEZIONE SPECIALE» PER GLI UCCELLI =========================================================== LAGO E PALUDE DI MASSACIUCCOLI (Provincie di Lucca e Pisa) ----------------------------------------------------------- Duemila ettari inseriti nel parco naturale di Migliarino - San Rossore, ambiente ideale per la riproduzione di tarabuso, tarabusino, sgarza ciuffetto, airone rosso, cavaliere d'Italia, falco di palude, forapaglie castagnolo. Durante la migrazione, vi fanno sosta fraticelli, mignatini mignattini piombati e combattenti. ----------------------------------------------------------- VALLE AVERTO (Provincia di Venezia) ----------------------------------------------------------- E' una zona umida di circa 500 ettari che nella Laguna veneziana rappresenta il punto di passaggio tra la palude di acqua dolce e stagnante e le acque salmastre; è caratterizzata da una vegetazione piuttosto varia e integra grazie al fatto che la «valle» è stata dichiarata zona umida nell'89. L'elenco delle specie che vi si possono incontrare è davvero lungo: garzetta, spatola, fenicottero oca selvaggia, canapiglia, codone, fischione, alzavola, marzaiola, mestolone, moretta, moriglione, nibbio bruno, falco pescatore, albanella reale, albanella minore, avocetta, cavaliere d'Italia. Le specie che vi si riproducono sono tarabusiono, airone rosso, mestolone, moriglione, cavaliere d'Italia e martin pescatore. La Valle Averto è l'unica area concretamente protetta della Laguna di Venezia. I terreni su cui si estende sono stati acquistati dal Wwf con l'aiuto della Cee. ----------------------------------------------------------- PALUDE DIACCIA-BOTRONA (Provincia di Grosseto) ----------------------------------------------------------- La palude (1200 ettari) è ciò che resta di una vasta laguna ed è caratterizzata dal fatto di essere in comunicazione indiretta con il mare attraverso una serie di canali. Vi si riproducono falco di palude, tarabuso, airone rosso, ghiandaia marina. Si contano inoltre airone bianco maggiore, fischione, alzavola, marzaiola, mestolone, beccaccino, pittima reale, martin pescatore. ----------------------------------------------------------- ISOLA DI CAPRAIA (Provincia di Livorno) ----------------------------------------------------------- La Capraia fa parte del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano. Sono 500 ettari di un territorio coperto dalla macchia mediterranea, rimasto in gran parte integro, dalle coste dirupate e frastagliate, rifugio e luogo di nidificazione per uccelli marini: berta maggiore, berta minore, marangone dal ciuffo e gabbiano reale. ----------------------------------------------------------- GOLE DEL FIUME CALORE (Provincia di Salerno) ----------------------------------------------------------- Si tratta delle profonde gole scavate nei millenni dal fiume nel terreno calcareo e delle zone immediatamente adiacenti; complessivamente 1600 ettari, che già fanno parte del parco Nazionale del Cilento e del vallo di Diano. Sul fondo e sulle pareti a strapiombo prospera una folta vegetazione mediterranea, nelle zone pianeggianti si estendono pascoli e anche terreni coltivati mentre i rilievi sono coperti di boschi. In un ambiente così vario fanno il loro nido il nibbio reale, il lanario, il falco pellegrino, il gufo reale, il succiacapre e il martin pescatore. Nelle Gole del Calore il Wwf ha scoperto una delle ultime popolazioni di lontre esistenti in Italia. ----------------------------------------------------------- CAPO FETO (Provincia di Trapani) ----------------------------------------------------------- La zona del capo, circa 500 ettari, è già oasi di protezione faunistica regionale; vi si incontrano le spatole e i fenicotteri. ===========================================================




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