TUTTOSCIENZE 15 marzo 95


ETOLOGIA Il macaco diventa vip Storia di una «scalata sociale»
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ETOLOGIA, ZOOLOGIA, ANIMALI
NOMI: SMALL MEREDITH
ORGANIZZAZIONI: CORNELL UNIVERSITY
LUOGHI: ITALIA

FORSE possiamo in qualche modo consolarci: la categoria degli arrampicatori sociali non esiste soltanto tra gli uomini. Esiste anche fra i macachi. E' quanto emerge dalla ricerca di una antropologa della Cornell University, Meredith F. Small, interessata a studiare il ruolo che hanno i comportamenti sociali nell'evoluzione dell'intelligenza dei primati. La ricercatrice americana ha avuto l'occasione di studiare la colonia di macachi trapiantati dal Marocco nella cosiddetta «Foresta delle Scimmie» che si trova a Est di Bordeaux, in Francia. La colonia comprende poco meno di duecento individui (174, per l'esattezza) d'ambo i sessi e liberi di girovagare in un vasto territorio ricco di prati e di alberi, dove le scimmie svolgono le loro normali attività, senza preoccuparsi minimamente della presenza degli uomini, alla quale sono per altro abituate. In questa situazione privilegiata, la Small ha potuto seguire passo dopo passo l'incredibile avanzata sociale di una femmina di basso rango che riesce con abili manovre a farsi accettare dal gruppo degli individui dominanti, situati al vertice della scala gerarchica. Appartenere al rango elevato dà molti vantaggi anche nel mondo delle scimmie. Oltre a conquistarsi la deferenza e il rispetto delle altre femmine, si ha diritto ad avere una maggiore razione di cibo e un trattamento privilegiato da parte maschile. Inoltre le femmine d'alto rango tendono ad avere più figli e questi sono soggetti a una minore mortalità infantile. Riescono infatti a raggiungere quasi tutti l'età adulta. Becky - questo è il nome dato dalla studiosa al soggetto in esame - è da principio, quando la ricercatrice la individua per la prima volta, una umile scimmiottina che si scosta prontamente se, mentre sta brucando l'erba di un campo, vede avvicinarsi una femmina di rango superiore che le lancia un'occhiata. Un'occhiata eloquente che significa: «Fatti più in là». E lei ubbidisce. Non solo. Ogniqualvolta incontra una femmina altolocata, Becky si affretta a fare dietrofront e a presentarle il fondoschiena, come gesto di sottomissione. Ciò per prevenire un attacco da parte della dominante. La studiosa americana riesce a stabilire che nella scala sociale del gruppo, Becky occupa una delle ultime posizioni, per l'esattezza il terzultimo posto. Posizione avvalorata dal fatto che anche sua madre è di rango inferiore. E, tra i macachi, così come tra i babbuini e fra altre scimmie, il rango materno è determinante per quello della figlia. Infatti lei, poverina, sembra che non abbia grilli per la testa e cerca di starsene sempre con i suoi parigrado. Ma poi improvvisamente ecco che le cose cambiano. Scatta in Becky la molla dell'arrampicatrice sociale. E nel giro di sei mesi avviene il fatto incredibile: la scimmietta, prima timorosa e prudente, diventa via via sempre più sfrontata e intraprendente. In gennaio è ancora la mammoletta timida che abbiamo descritta. La metamorfosi incomincia in febbraio, quando un bel giorno la Small scopre Becky intenta a fare il «grooming» (cioè l'operazione di pulitura della pelliccia detta impropriamente «spulciatura») a una compagna. Ma non si tratta di una compagna pari grado. Si tratta nientemeno che della potente matriarca dominante situata al vertice della scala sociale. Una bella improntitudine! Ed è solo il primo passo. Da quel momento la sua ascesa sociale diventa inarrestabile. In febbraio e marzo Becky continua a corteggiare le femmine di alto rango offrendo loro i suoi servigi. Da principio è un po' esitante. Se la femmina dominante la guarda di brutto o si allontana seccata, lei si rannicchia o fa marcia indietro. Poco alla volta però diventa più sicura di sè e riesce a farsi accettare. In marzo Becky si avvicina ad una femmina di medio rango che sta pascolando, la guarda con una certa arroganza, e quella con qualche esitazione si allontana, cedendole il posto. Qualche giorno dopo la scena si ripete con un'altra femmina. Ma, non contenta di costringerla a spostarsi, Becky la attacca e la ferisce. In questo modo consacra la sua superiorità gerarchica. Ma non basta ancora. In aprile vengono al mondo i piccoli dalla pelliccetta nera e dalle faccine rosee, che diventano vere e proprie calamite sociali. Tutti gli adulti, maschi compresi, si contendono il piacere di tenerli in braccio e di coccolarli per un po'. In quest'occasione, il comportamento di Becky è singolare. Lei si guarda bene dal dedicarsi al suo fratellino appena nato o alle altre scimmiette figlie di genitori di basso rango. Tutte le sue cure sono rivolte a cinque piccoli, figli di madri socialmente importanti. E' il mezzo per legare con queste ultime, un'altra tattica per farsi strada verso il clan dominante. Sempre in aprile, Becky diventa bellicosa. Non c'è conflitto a cui lei non partecipi. Affronta anche le femmine di rango superiore e in qualche caso riceve l'approvazione e la solidarietà delle altre femmine altolocate che assistono al duello. Qualcuna infatti le si avvicina e l'abbraccia per esprimerle la sua simpatia. Ormai ce l'ha fatta. Il suo rango è cambiato. Nel mese di giugno, Becky, insieme con il suo ultimo rampollo nato in primavera, se la fa ormai alla pari con il gruppo centrale, quello dei vip. Analizzando il comportamento dei macachi femmina della «Foresta delle Scimmie» durante seicento ore di osservazione, Meredith Small ha potuto constatare che nessuna di esse ha cambiato sostanzialmente il suo posto nella scala gerarchica del gruppo. Nessuna tranne Becky. Perché solo lei e non le altre? A questo interrogativo non c'è per ora risposta. Tuttavia, un comportamento come il suo dimostra non solo che la scimmietta sa individuare perfettamente i compagni di branco e il loro rango sociale, ma che vi è in lei la decisione consapevole di migliorare il proprio status. Lo sviluppo di una simile capacità potrebbe avere svolto un ruolo importante nell'evoluzione dell'intelligenza dei primati. Dopo tutto, Becky adotta una tattica quanto mai astuta, quella di farsi amici in alto loco. Non è esattamente ciò che fanno nella nostra società le donne e gli uomini opportunisti che vogliono far carriera a tutti i costi? Isabella Lattes Coifmann


FISICA Oltre il Top alla ricerca di un perché
Autore: PREDAZZI ENRICO

ARGOMENTI: FISICA
ORGANIZZAZIONI: CERN, FERMILAB
LUOGHI: ITALIA
NOTE: Quark Top

AMPIO rilievo ha avuto la conferma della scoperta del quark Top, considerato l'ultimo elemento mancante all'appello per poter dire di conoscere tutti i costituenti della materia previsti dalla teoria standard delle particelle elementari. Il primo annuncio del Top è di un anno fa. E' molto importante che ora anche un'altra equipe del Fermilab confermi la scoperta, anche se resta un disaccordo sulla massa che i due gruppi attribuiscono al Top. Per ora si può solo dire che questa deve essere tra 175 e 200 volte la massa del protone: poco meno di un nucleo di piombo! E' importante ribadire che siamo ancora lontani dalla conclusione di questa ricerca. La nostra situazione si può paragonare a quella di chi stesse studiando una costruzione scoprendo, identificando e classificando tutti i tipi di mattone dai più piccoli ai più grandi che sono stati impiegati, sapesse magari anche qual è la malta (i gluoni) che li tiene insieme, ma non sapesse qual è il segreto per cui l'intera costruzione è possibile (o, almeno, non fosse sicuro di averlo capito bene). Un po' come se, per capirci, l'arco che sorregge la spinta di una costruzione romana non fosse visibile e identificabile. Oggi conosciamo (teoricamente) un meccanismo che potrebbe essere, e magari è, responsabile del fatto che l'intera costruzione che chiamiamo «modello standard» si regga in piedi ma non abbiamo ancora individuato sperimentalmente l'elemento che dovrebbe esistere se la nostra comprensione teorica fosse giusta. Quello che ci manca è la scoperta di una particella chiamata «bosone di Higgs» dal nome del fisico teorico che per primo ha proposto questo possibile meccanismo. Fino a quando non avremo questa conferma sperimentale, il modello standard resta incompleto, e anzi sono molto fondati i sospetti che la sua validità sia limitata, e che debba esistere una teoria più ampia di cui esso sarebbe solo una approssimazione. Ciò che aumenta la difficoltà nella ricerca sperimentale del bosone di Higgs è che non solo non abbiamo a priori quasi nessuna informazione sulla sua massa, ma anche il suo manifestarsi è tremendamente complicato. L'unica reale speranza di trovare il bosone di Higgs (sempre che esista) è nella nuova macchina Lhc (Large Hadron Collider) che finalmente è stata approvata dai governi europei e che sarà costruita al Cern di Ginevra. Come è ovvio, questa non è la sola ragione per costruire Lhc (anzi, Lhc è una macchina molto versatile, che probabilmente porterà a scoperte inattese) ma certo è quella che avrà la massima priorità. Se le nostre speranze non sono infondate, ciò significa conservare la lunga supremazia europea in questa ricerca di punta. Enrico Predazzi Università di Torino


FISIOLOGIA L'angolo musicale del cervello Scoperto il segreto dell'«orecchio assoluto»
Autore: GIACOBINI EZIO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, ACUSTICA, RICERCA SCIENTIFICA, MUSICA
ORGANIZZAZIONI: SCIENCE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: «PET» (tomografia a emissione di positroni)

COME sanno tutti gli appassionati di musica, Mozart era capace di distinguere qualsiasi nota musicale suonata su qualunque strumento senza fare alcun riferimento ad un'altra nota. Naturalmente in questa abilità Mozart non è unico, tuttavia è eccezionale che un musicista possa distinguere una nota qualsiasi senza paragonarla a una di riferimento, contenendo gli errori entro il cinque per cento. Chi ci riesce viene classificato come una persona dotata di «orecchio assoluto» e rientra spesso in quella categoria di individui che, pur non conoscendo la musica, possono riprodurre su uno strumento un intero pezzo musicale dopo averlo ascoltato solo un paio di volte. Quali sono le capacità mentali che permettono una tale abilità musicale? Molti studi hanno dimostrato che l'emisfero cerebrale di sinistra è dominante sul destro per quanto riguarda la riproduzione e la comprensione del linguaggio nella maggioranza degli individui. Ricerche analoghe dirette a stabilire la presenza di un «centro della musicalità» a livello della corteccia cerebrale sono quasi completamente fallite perché lo studio degli individui che, colpiti da lesioni cerebrali, sviluppano un difetto detto «amusia» (mancanza di musicalità), non ha rivelato localizzazioni specifiche come invece avviene, per esempio, nel caso dell'organizzazione del linguaggio. Questa situazione è cambiata drasticamente con l'introduzione della PET (tomografia a emissione di positroni), una tecnologia che permette di analizzare una determinata funzione cerebrale (parola, vista, udito, movimento) nell'individuo vivente. La PET consente anche di correlare direttamente l'effetto di stimoli verbali o non-verbali a una variazione di flusso cerebrale sanguigno, metabolismo cerebrale (il consumo di glucosio, per esempio) in una determinata regione del cervello di pochi millimetri di diametro. Fin dal 1992 è noto che esiste una prevalenza dell'emisfero cerebrale destro per le funzioni musicali (intonazione, percezione melodica) nelle persone che non conoscono la musica. Altri studi hanno dimostrato che questa prevalenza può cambiare secondo le strategie musicali individuali e secondo l'esperienza acquisita. Un primo sospetto di cambiamenti di lateralità e di localizzazione era già sorto studiando semplicemente le differenze anatomiche, anche grossolane, del cervello di famosi musicisti e paragonandoli a individui non-musicisti. Questi studi, sebbene molto imprecisi, suggerivano differenze di simmetria emisferica particolarmente a carico del lobo temporale. In un lavoro recente pubblicato sulla autorevole rivista americana «Science», un gruppo di neurologi e psicologi dell'Università di Dusseldorf comunica che il cosiddetto «planum temporale», una regione della corteccia cerebrale nota per l'analisi dei segnali acustici, è molto più estesa nei musicisti di professione, e in particolare tra quei pochi che sono dotati di un orecchio assoluto per le note. Questa scoperta conferma ancora una volta il concetto che funzioni altamente specializzate sono localizzate prevalentemente in un lato del cervello. D'altra parte contraddice parzialmente le nozioni precedenti che indicavano che musica e talento musicale erano un privilegio del cervello di destra. Nello studio riportato da «Science» i ricercatori hanno usato la risonanza magnetica (MRI), che permette di misurare con maggiore precisione rispetto alla PET il volume di determinate strutture cerebrali. Gli autori hanno messo a confronto le immagini ottenute con la MRI dal cervello di trenta musicisti di professione, non mancini, undici dei quali selezionati per il loro orecchio assoluto, con trenta individui della stessa età non musicisti e non mancini. I musicisti dalla nota perfetta differivano maggiormente nella asimmetria (prevalenza a sinistra) cerebrale degli altri due gruppi (musicisti normali e non musicisti). Non si sa se questa differenza sia una qualità innata del cervello o venga acquisita con l'esperienza musicale. D'altra parte è stato dimostrato che praticamente tutti gli individui dotati di talento musicale eccezionale iniziano a suonare uno strumento prima dei sette anni. Che si tratti di un carattere innato (ereditario?) è suggerito anche dal fatto che nel lavoro pubblicato da «Science» i musicisti che avevano iniziato a suonare a un'età più avanzata e non dimostravano doti eccezionali non erano meno «asimmetrici» dei non musicisti. La polemica non si conclude qui. Un altro gruppo di ricercatori guidato dal canadese Zatorre ha pubblicato un anno fa uno studio che dimostra che quando ascoltiamo una melodia nuova non è il cervello di sinistra bensì quello di destra che entra in maggiore attività. Come conciliare questi dati con quelli ora ottenuti, che sottolineano una musicalità «di sinistra»? Secondo alcuni studiosi l'analisi perfetta della qualità del suono (orecchio assoluto) richiede qualcosa di più del semplice ascolto di una melodia e coinvolge funzioni sia verbali sia musicali. Di fatto il «planum temporale» include anche il centro del linguaggio, la cosiddetta area di Wernicke delegata alla comprensione della parola. Il fatto che l'orecchio assoluto possa identificare un suono (tono) non è sufficiente. Esso deve essere in grado di dire ad esempio «si tratta di un do diesis». La contraddizione non verrà probabilmente risolta prima di nuovi studi e di dati più precisi. Per il momento dobbiamo semplicemente concludere che possedere un orecchio musicale perfetto è non solo un talento ma anche un vero dono del nostro cervello. Ezio Giacobini Università del Sud Illinois


STORICO ESPERIMENTO Costante, e come! Così la gravità deluse Dirac
AUTORE: CANUTO VITTORIO
ARGOMENTI: STORIA DELLA SCIENZA, FISICA, ASTRONOMIA
NOMI: DIRAC PAUL, DAVIES PAUL, EINSTEIN ALBERT, NEWTON ISAAC
LUOGHI: ITALIA

NEL 1937, il grande fisico teorico inglese Paul Dirac (che un decennio prima aveva proposto l'esistenza dell'antimateria puntualmente scoperta pochi anni dopo), si chiese perché l'attrazione gravitazionale fra l'elettrone e il protone in un atomo di idrogeno sia 10 alla 40 volte (uno seguito da quaranta zeri) più debole dell'attrazione elettrica. Da dove scaturisce un numero così astronomico? E' scritto nelle leggi della fisica o è un accidente? Con il genio per le soluzioni più inaspettate, Dirac vide in questa domanda solo apparentemente innocua uno spiraglio verso orizzonti ben più estesi. Infatti, se misuriamo l'età dell'universo non in anni (unità astronomica), ma in unità di tempo atomiche (per esempio, il tempo impiegato dalla luce per attraversare un elettrone), troveremo che tale età è di dieci alla quaranta. Riappare lo stesso numero in modo del tutto inaspettato. Su questa base, Dirac fece la sua famosa proposta: la gravità è oggi così debole non perché sia scritto nelle leggi della fisica ma perché la misuriamo oggi, quando l'universo è vecchio, un accidente quindi, non una sostanza, come avrebbe detto Aristotele. Avessimo fatto la stessa misura due miliardi di anni fa, la disparità fra forze elettriche e gravitazionali sarebbe risultata assai minore. Cioè, la costante gravitazionale di Newton «G» decrescerebbe via via che l'universo invecchia. Teller, noto per aver ideato la Bomba H, prese sul serio l'idea di Dirac e portò il ragionamento un passo più avanti. Se G era più grande nel passato, una stella come il Sole, onde compensare per la maggior tendenza ad implodere, avrebbe dovuto contrapporre una maggior pressione dall'interno, il che significa una maggior temperatura al suo centro. Ma poiché il ritmo delle reazioni nucleari nelle stelle dipende in modo estremamente sensibile dalla temperatura, l'idrogeno solare si sarebbe consumato molto più in fretta. Oggi il Sole dovrebbe essere una gigante rossa, ma non lo è. Ergo, Dirac ha torto. Nel 1974, invitai Dirac a New York e lì cominciò una collaborazione che durò fino alla sua morte, il 20 ottobre 1984. Prima di tutto, si studiò a fondo il lavoro di Teller e si scoprì che mentre il ragionamento era qualitativamente corretto, non lo era quantitativamente. Il Sole non deve affatto essere una gigante rossa. Dimostrammo altresì che l'idea di Dirac (una nuova cosmologia, se volete) non contraddiceva alcun dato astrofisico, geologico o cosmologico. Dimostrammo, cioè, che l'idea di Dirac era perfettamente compatibile con quanto conosciamo. Tutto ciò non implicava però che l'idea fosse necessaria. Per questo, occorreva un ulteriore test, quello definitivo. Nel 1976, la sonda americana Viking arrivò su Marte permettendo quindi tutta una serie di precisissime misure sul tempo impiegato da un'onda radio per percorrere la distanza Terra-Marte. Se la gravità cambiasse nel tempo, anche il tempo impiegato dai fotoni per andare e tornare dovrebbe cambiare. In collaborazione con amici del Jet Propulsion Laboratory di Pasadena analizzammo 7 anni di dati. Il risultato? G non mostrò alcuna variazione nel tempo. Grande delusione mia e di Dirac, il quale, pur accettando il verdetto, rimase fermamente convinto della bellezza, semplicità e quindi, diceva lui, correttezza dell'idea originale. Questa vicenda è ora raccontata nell'ultimo libro dell'astrofisico Paul Davies, «About Time», appena uscito negli Stati Uniti (per inciso, a Davis è stato assegnato qualche giorno fa un premio di un milione di dollari come riconoscimento della sua carriera scientifica). Ma cosa vuol dire una variazione nel tempo di G? Alcuni hanno sostenuto che tale variazione contraddice le equazioni di Einstein. Falso. Infatti, in natura esistono due tipi di orologi: quelli gravitazionali, come il moto della Terra attorno al Sole, della Luna attorno alla Terra e così via, orologi che furono usati dall'umanità dagli albori fino alla metà di questo secolo. Orologi che non hanno nulla a che vedere con la fisica atomica. Infatti, la loro «molla» è appunto G e i moti gravitazionali sono governati dalle equazioni di Einstein con G costante. C'è però un secondo tipo di orologi, quelli basati su fenomeni atomici: in questo caso la molla è costituita da e, m, h: carica e massa dell'elettrone, costante di Planck e così via. In questo sistema atomico, le equazioni di Maxwell, Dirac, Schroedinger rimangono intatte. L'idea di Dirac era molto semplice: non esiste alcuna legge o esperimento della fisica che dimostri che questi due tipi di orologi debbano essere sincronizzati durante l'espansione dell'universo. Quello che Dirac proponeva era una nuova relatività dei tempi, non più basata sul moto relativo dei due osservatori, come in relatività speciale, ma dovuta al fatto che l'universo che ci circonda ha un effetto sui fenomeni locali, il Principio di Mach, appunto. E' chiaro che, come gli orologi gravitazionali possono variare rispetto ad orologi atomici, gli orologi atomici possono variare rispetto ad orologi gravitazionali. Ma poiché usiamo quasi esclusivamente orologi atomici, parliamo quasi sempre di variazioni di G. Il nostro esperimento dimostrò che questa variazione non esiste. «Ma perché?», si chiese Dirac? Mi viene in mente un detto, forse apocrifo, attribuito a Eddington: «If an experiment does not fit a theory, do it over». Ma qui non credo si applichi. Orologi gravitazionali e orologi atomici, chi vi ha sincronizzati? Vittorio M. Canuto Nasa, Goddard Institute for Space Studies New York, N. Y.


SCAFFALE Autori vari: «Conoscere i fossili», De Agostini
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: PALEONTOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

UN bel volume sui fossili (dagli unicellulari ai vegetali, dagli invertebrati agli animali superiori), specialmente dedicato a chi i fossili li colleziona. Ha infatti un taglio pratico, e con le sue 500 illustrazioni è l'ideale per il paleontologo dilettante.


SCAFFALE Ridpath Ian: «Mitologia delle costellazioni», Muzzio; Melegari Vezio: «La Luna e noi», Sperling & Kupfer
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: ASTRONOMIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

Una cosa è certa: nel disegnare in cielo le costellazioni gli antichi hanno avuto molta più fantasia dei moderni. Lo prova il fatto che il cielo boreale fa vivere tuttora felicemente i miti della cultura greco-latina e dintorni, tanto che quasi tutti sanno del cacciatore Orione e dei suoi Cani, delle Orse e del Toro, della Chioma di Berenice e di Ercole, del cavallo alato Pegaso, di Cassiopea e di Andromeda. Bastano i nomi a evocare una storia, un riferimento letterario, un gruppo di stelle. Nessuno o quasi, invece, riesce ad associare qualcosa a costellazioni australi battezzate tra Seicento e Settecento come il Microscopio, il Bulino, il Fornello chimico o il Compasso. In ogni caso le 88 costellazioni ufficiali della sfera celeste nascondono vicende curiose e ora un bel libro di Ian Ridpath ce le racconta. Gli aspetti mitologici della Luna, ma anche legati al costume, alle leggende, alle credenze religiose e astrologiche sono invece l'argomento di un altro libro curioso, «La Luna e noi», di Vezio Melegari: qui le notizie degne dei vecchi cari almanacchi si sprecano. Dal passato remoto ai progetti di nuove missioni scientifiche verso il nostro satellite. Da segnalare, infine, la videcassetta «Alla scoperta di Saturno», edita da Hochfeiler.


SCAFFALE Levine Arnold: «Virus», Zanichelli
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

Almeno 10 volte più piccoli dei più piccoli batteri, i virus stanno al confine tra il mondo dei viventi e la materia inanimata. Eppure possono decidere il destino dell'umanità: basti pensare all'Aids e a certi tipi di tumore. Questo libro scritto da uno dei più autorevoli studiosi di virus oncogeni, professore alla Princeton University, si distingue per semplicità e completezza. E in più ci dimostra come lo studio dei virus non sia soltanto (ed è già molto) un atto di legittima difesa, ma anche una via che ci conduce alla comprensione dei più fondamentali fenomeni della biologia. Sicché, ai virus, dobbiamo anche, per certi versi, essere grati.


SCAFFALE Sagdeev Roald: «The making of a soviet scientist», Wiley and Sons; Swimme e Berry: «The universe story», Penguin; Flavin e Lenssen: «Power surge», Norton
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: STORIA DELLA SCIENZA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

Piccola rassegna di buona divulgazione straniera. Roald Sagdeev, uno dei più noti scienziati ex sovietici, racconta la sua avventura da Stalin a Gorbaciov in «The making of a soviet scientist» edito da John Wiley and Sons. Dello stesso editore, «Six roads from Newton», di Edward Speyer, dedicato alle maggiori scoperte della fisica moderna. Editi da Penguin, «The universe story», dal Big Bang alla civiltà umana; di Buchanan, «The power of the machine», sulle tecnologie dal '700 ad oggi; «Creation revisited» di Peter Atkins. Infine, edito da Norton, «Power surge», sulle fonti di energia del futuro.


SCAFFALE Gervaso Roberto: «Sotto a chi tocca», Bompiani
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

C'è anche un po' di scienza tra le 43 leggibilissime interviste che Roberto Gervaso ha raccolto con il titolo «Sotto a chi tocca». Troviamo l'oncologo Umberto Veronesi, il farmacologo Silvio Garattini, l'astrofisica Margherita Hack, lo psichiatra Giovanni Cassano, il sessuologo Willy Pasini e il nostro maggior divulgatore, Piero Angela. E' poco 6 su 43? Forse. Ma in proporzione è sempre molto di più di quanto l'Italia investe in ricerca scientifica (1,4 per cento).


GRANDE RITORNO I dirigibili del 2000 Saranno presentati oggi a Trento
Autore: FILTRI TULLIO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, TRASPORTI, TECNOLOGIA, PRESENTAZIONE
NOMI: FODARO DOMENICO, FIOR ALBERT, CAPRILE CARLO, DAL FABBRO LAURA
ORGANIZZAZIONI: AIRSHIP INDUSTRIES, AIRSHIP 500, MUSEO AERONAUTICO CAPRONI
LUOGHI: ITALIA, ROMA, TRENTO (TN)

DATO per morto dopo la seconda guerra mondiale, il dirigibile riappare oggi, rinnovato in ogni sua parte, quasi a rivendicare un suo posto al sole, modesto ma conveniente. Perché tanto interessamento per il lento, ingombrante dirigibile, di fronte alla straripante invadenza dell'aeroplano? Il fatto è che qualcosa di buono ce l'ha. Non consuma carburante per sostenersi in aria; ci pensa il gas. In quanto all'energia, ne ha bisogno solo per spostarsi, ma in misura di gran lunga inferiore all'aeroplano. A conti fatti, è un mezzo di trasporto conveniente. Lo ha confermato nientemeno che la Banca Mondiale. Questa ha condotto un accurato studio, tecnico, costruttivo, economico e commerciale, sull'impiego del dirigibile in Africa e nell'America Latina. In un suo voluminoso rapporto ha concluso che il dirigibile, in quelle zone, è economicamente con veniente. Il dirigibile è stato per lungo tempo un nostalgico ricordo del passato, sino all'avvento di un fatto nuovo: l'apparizione al Salone Aerospaziale di Parigi del 1983 di un dirigibile innovativo, l'Airship 500, della inglese Airship Industries, di 5131 metri cubi. Era «tutto plastica», dall'involucro alla cabina; questa la grande novità. Di metallico vi era solo il motore. Destò subito l'attenzione delle autorità militari. Perché mai? La plastica non dovrebbe riflettere le onde radar; quindi il dirigibile non può essere visto dal nemico, mentre esso può vederlo. E la Marina degli Stati Uniti ordinò alla Airship Industries il Sentinel 5000, da 50.000 metri cubi, un mese di autonomia, da osservazione e sorveglianza marittima. In Italia era già sorta nel 1978 la «Commissione del Dirigibile», con sede al Museo Aeronautico Caproni di Roma. Ente senza fini di lucro per lo studio del dirigibile in tutti i suoi aspetti, tecnici, economici, costruttivi, di impiego. Dopo anni di lavoro la commissione elaborò le specifiche per il dirigibile moderno. Ne elenchiamo alcune: idoneità al volo in alta quota, per superare catene montane; sostenta zione aerodinamica in aggiunta a quella statica del gas; attacco diretto della navicella all'involucro, senza l'ausilio della catenaria interna di funi del dirigibile classico; adozione del siste ma Forlanini per la manovrabilità totale e autonoma, anche a terra, senza l'ausilio di uomini e macchine. La Commissione ottenne dall'Alenia una borsa di studio per una tesi di laurea sul dirigibile. Questa fu discussa nel Dipartimento di Ingegneria Aerospaziale dell'Università «La Sapienza» di Roma nell'anno 1993 da Domenico Fodaro. Le specifiche della Commissione vennero da lui recepite, e genialmente sviluppate in un dirigibile da alta quota, sino a 10.000 metri, con eccezionali caratteristiche. Anche il Politecnico di Milano ha pensato al dirigibile con una tesi di laurea che sarà discussa nella prossima estate, dal laureando Albert Fior, relatore Carlo Caprile. Il giovane usufruisce di una borsa di studio concessa da una appassionata cultrice del dirigibile, Laura Dal Fabbro, il cui padre aveva collaborato con Forlanini nella ideazione dei dirigibili. La Germania ha presentato un dirigibile innovativo, da 7000 metri cubi, di tipo semirigido, ossia di scuola italiana, in deroga alla tradizione del tipo rigido, del quale la Germania è caposcuola. L'Inghilterra ha costruito due piccoli dirigibili sperimentali. In Italia, l'Università «La Sapienza» di Roma, l'Università di Trento e il Museo Aeronautico Caproni hanno organizzato in questi giorni (14, 15 e 16 marzo) a Trento un Congresso internazionale sul dirigibile moderno. Tema: «Technologies and capabilities of new dirigibles». Saranno presentati il nuovo dirigibile tedesco Zeppelin NT e due dirigibili inglesi, uno gonfiato con aria calda, e uno mosso da energia solare. Nuovi materiali e nuove tecnologie danno al dirigibile moderno rendimenti del 20 per cento superiori a quelli del passato. Tullio Filtri


IL 18-19 MARZO La Luna ci nasconderà Spica La stella al centro di un raro fenomeno astronomico
Autore: BARONI SANDRO

ARGOMENTI: ASTRONOMIA
LUOGHI: ITALIA

NELLA notte tra il 18 e il 19 marzo la Luna nasconderà (nel linguaggio astronomico: occulterà) la stella più luminosa della costellazione della Vergine, che si chiama Spica e, più scientificamente, Alpha Virginis. Il fenomeno sarà visibile da quasi tutta la penisola italiana con l'esclusione della estrema parte Ovest della Liguria, di quasi tutta la Calabria, della Sicilia e della Sardegna. Al confine tra la zona di visibilità e la zona di non visibilità dell'occultazione c'è una regione detta «di radenza» , cioè una zona dove si scorgerà la stella passare tangente al bordo della Luna. Da questi luoghi la stella Spica si vedrà sparire e riapparire tra i monti lunari che appaiono di profilo dal nostro punto di osservazione. L'occultazione di Spica avviene nella notte tra il 18 e il 19 marzo 1995, tra sabato e domenica. Per Torino la sparizione avviene alle 0,22 minuti e 11 secondi del 19 marzo. Per Roma alle ore 0,33 minuti e 37 secondi. I tempi indicati sono in Tempo Medio Europa Centrale, in breve quello del nostro orologio. E questi sono i tempi di riapparizione rispettivamente per Torino e per Roma: 0 ore, 42 minuti e 2 secondi e 0 ore, 45 minuti e 17 secondi. Il fenomeno è visibile a occhio nudo, ma ovviamente è molto più spettacolare e di facile osservazione con l'ausilio di un piccolo binocolo o di un telescopio. La Luna, infatti, sarà calante da soli due giorni e quindi apparirà molto luminosa (Luna piena il 17 marzo). Il fenomeno si ripete per l'Italia, ma riguarda solo la parte nordorientale della Penisola, il 15 maggio 1995. Poi bisognerà aspettare il secolo XXI per osservare ancora dall'Italia la Luna che occulta Alpha Virginis. I disegni si riferiscono alla sparizione e alla riapparizione di Spica, che è una stella di prima magnitudine. Ma attenzione, la grafica non rappresenta Spica in modo realistico: in realtà essa è puntiforme, mentre nel disegno è rappresentata in proporzione alla luminosità, in modo che la si possa paragonare alle altre deboli stelle di quella zona del cielo. Chi osserverà questo interessante fenomeno si renderà conto dell'assenza dell'atmosfera sulla Luna in quanto la sparizione e la riapparizione della stella si verificheranno istantaneamente; se fossimo in presenza di una atmosfera il fenomeno sarebbe graduale. Nel disegno si può anche notare lo spostamento della Luna fra le stelle durante il tempo che intercorre tra la sparizione e la riapparizione di Spica. Sandro Baroni


LA POMONA ITALIANA Nella dispensa, pere Luisa Ritorna un testo classico della botanica
Autore: ACCATI ELENA

ARGOMENTI: BOTANICA, LIBRI
NOMI: GALLESIO GIORGIO
ORGANIZZAZIONI: ACCADEMIA DEI GEORGOFILI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: «La Pomona italiana»

L'ACCADEMIA dei Georgofili di Firenze, pur duramente provata dall'attentato terroristico del '93, è più viva che mai grazie all'attività del suo infaticabile presidente, Franco Scaramuzzi. Ne è testimonianza la recentissima presentazione di uno studio dedicato all'illustre georgofilo Giorgio Gallesio e a un'opera monumentale di straordinaria importanza dal punto di vista scientifico e artistico, «La Pomona italiana», ritenuta una delle più ragguardevoli opere botaniche europee del primo Ottocento. La stampa originale è avvenuta tra il 1817 e il 1839, presso la tipografia Caputto di Pisa, in fascicoli accompagnati da uno splendido corredo iconografico. Il conte Gallesio di Finale Ligure, giudice di Savona, e in seguito sottoprefetto di quella città, trascinato dal suo fervore di studioso, seppe crearsi una nutrita schiera di pittori e incisori, come Serantoni, Del Pino, Isabella e Carolina Bozzolini e tanti altri che dovevano guardare la natura con gli occhi dello scienziato, anche perché giustamente Gallesio si era sempre battuto affinché il contenuto scientifico e figurativo fossero elementi indivisibili. Il compito non semplice di avere studiato tramite documenti inediti e di difficile reperibilità l'opera di Gallesio spetta a Baldini, professore ordinario di Arboricoltura generale presso l'Università di Bologna. Nella «Pomona» di Gallesio sono descritte undici specie e 134 cultivar a cui si aggiungono il carrubo, il castagno, il melograno, la palma da datteri, il pistacchio e l'olivo. Per ogni cultivar furono dipinti a grandezza naturale un ramo con foglie, uno o più frutti (interi o spaccati a metà), i noccioli o i semi e talvolta anche i fiori. Ogni tavola è accompagnata da un testo che inizia con una breve descrizione in latino del soggetto trattato con richiami bibliografici e iconografici, prosegue descrivendo l'albero, i rami, le gemme, le foglie, i fiori e i frutti, e termina con omonimie e sinonimie. Anche perché Gallesio aveva maturato una eccezionale esperienza tassonomica andando per i mercati e per le campagne di tutta Italia e soprattutto attingendo al suo podere sperimentale situato presso la sua abitazione di Finale Ligure. Baldini, che nel suo studio publicato dal Consiglio nazionale delle ricerche è stato coadiuvato da Alessandro Tosi, dall'Istituto e museo di Storia della scienza, fa notare come per esempio Gallesio abbia scoperto che molti vitigni distinti come nomi siano in realtà identici, contribuendo al riassetto del nostro patrimonio viticolo. Inoltre Gallesio già all'inizio del 1800 giunse alla distinzione delle pesche noci dalle pesche normali in assenza del frutto, basandosi sulla forma delle foglie. L'opera permette di rendersi conto dell'evoluzione genetica delle varie specie e di constatare che, mentre il germoplasma del fico e della vite sono alquanto stabili, quello di altre specie come il pero, il melo e soprattutto il pesco hanno subito in poco più di un secolo «una vera e propria trasfigurazione varietale». Inoltre alcune osservazioni quali «le pere campane sono frutti da serbo; durano molto nel magazzino e reggono ai trasporti», «la pera Luisa ha il vantaggio di perfezionarsi nella dispensa senza scarto e non è soggetta nè ad avvizzire, nè ad ammezzire prima di maturare», e ancora «le mele Carpendole durano tutto l'inverno» sono preziose perché in grado di indirizzare i genetisti nel loro lavoro di miglioramento genetico e soprattutto perché suggeriscono di riconsiderare vecchie cultivar ormai neglette e di essere attenti nel cercare di effettuare programmi di salvaguardia genetica. Elena Accati Università di Torino


ECOLOGIA Auto a metano e guidi pulito
Autore: PAVAN DAVIDE

ARGOMENTI: ECOLOGIA, TRASPORTI, TECNOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

IN molte città europee l'inquinamento atmosferico dovuto al traffico ha toccato la soglia dell'emergenza. Varie soluzioni si possono adottare per migliorare la qualità dell'aria: si può chiudere alle auto le zone ad alto traffico; si possono scegliere soluzioni tampone come i divieti temporanei e le targhe alterne; si possono regalare biciclette. Oppure si può cercare la soluzione in nuove tecnologie. Ogni automobilista italiano produce in media ogni anno 700 chilogrammi di scorie tossiche, tra ossido di carbonio, idrocarburi incombusti, ossidi di azoto, particolato e altro. Se questi 700 chilogrammi vengono moltiplicati per i 28 milioni di vetture circolanti in Italia, si ottiene la cifra di 19 miliardi di chilogrammi di sostanze dannose. La Comunità Europea ha cominciato a muoversi finanziando vari progetti: Thermie, Polis, Drive. La ricerca e la sperimentazione di nuove tecnologie per abbattere l'inquinamento che hanno accomunato tali progetti hanno messo in evidenza le grandi potenzialità offerte dal metano come carburante. In primo luogo il metano è pulito: non contiene all'origine zolfo, piombo, idrocarburi aromatici, non produce particolato, e riduce sensibilmente la produzione di anidride carbonica e ossidi di azoto. I veicoli dotati di motorizzazioni progettate per il funzionamento a metano possono collocarsi nella fascia degli Ultra Low Emission Vehicles (veicoli con emissioni ultrabasse, cioè molto al di sotto delle norme richieste), subito dopo l'auto elettrica che, per le sue caratteristiche, è chiamata «a zero emissioni». I motori a metano consentono anche una riduzione dell'inquinamento acustico: uno studio della Usl 10/A di Firenze ha dimostrato che la sostituzione di un autobus diesel con un autobus a metano equivale alla soppressione dalla circolazione stradale di dieci autovetture per tutto il giorno. Per quanto riguarda le qualità motoristiche, il gas naturale non è da meno rispetto agli altri carburanti: grazie all'elevato numero di ottani (oltre 120) è possibile realizzare motori a scoppio a elevato rapporto di compressione, senza aggiungere additivi nel carburante e con rendimenti superiori ad analoghi motori a benzina (un prototipo di Croma a metano è stato presentato recentemente a Milano dalla Fiat per il congresso Mondiale del Gas). Un altro aspetto vantaggioso è quello economico: in Italia, grazie alla capillare diffusione dei metanodotti, il metano è l'unico carburante che può essere reso disponibile con continuità direttamente alle stazioni di servizio, senza ricorso ad impianti di raffinazione e al trasporto stradale. Tutto questo si riflette sui costi: oggi il «pieno» di gas per una vettura di media cilindrata a doppia alimentazione (gas metano e benzina) si effettua in meno di tre minuti e consente di percorrere fino a 300 chilometri con meno di dodicimila lire. Purtroppo, nonostante nel nostro Paese circolino 250 mila vetture alimentate da questo carburante, i distributori sono insufficienti: appena 250 (nessuno in autostrada) e quasi tutti concentrati in Emilia-Romagna, Veneto e Marche. Su questo fronte è in atto un'azione di ammodernamento e ampliamento a opera di Snam e Agip Petroli, per favorire l'insediamento di punti vendita metano all'interno dei distributori già esistenti. In attesa di un'adeguata rete di distribuzione, il privato dovrà ancora puntare sulla doppia alimentazione, mentre lo sviluppo di auto interamente dedicate a metano può essere subito attuato per flotte che seguono determinati percorsi urbani e che possono usufruire di stazioni di rifornimento predisposte: taxi, autobus, raccoglitori rifiuti, flotte di aziende municipalizzate. Nel nostro Paese questa linea è stata seguita dall'Azienda Servizi Municipalizzati di Brescia, che già dispone di duecento veicoli metanizzati, e dalle Aziende Trasporti Municipali di Ravenna, Firenze e Udine, per il proprio parco di autobus urbani. Nel caso di Ravenna, città- pilota per l'autotrasporto pubblico a metano, l'inserimento nel parco autobus di cinquanta vetture a metano consentirà all'Atm un risparmio di quasi il 50 per cento della spesa carburante e, quel che più conta, regalerà alla città un'aria un po' più pulita. Davide Pavan


TERAPIA DEL DOLORE Libera la tua morfina Tens, un apparecchio fai-da-te
Autore: BENEDETTI FABRIZIO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, TECNOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: Tens (Transcutaneous Electrical Nerve Stimulation)

IL 4 marzo si è diffusa la notizia che in Israele è stata inventata una macchina chiamata Tens che, fra l'altro, dovrebbe permettere di partorire senza dolore. Evidentemente l'informazione è giunta in maniera distorta, poiché questo apparecchio risale agli Anni 60 ed è usato quotidianamente come antidolorifico in molti ospedali, centri di cura e ambulatori. Anche l'applicazione della Tens alle partorienti non è nuova. E' ben noto che il 60 per cento delle donne risponde in maniera eccellente nel primo stadio del travaglio. Nessuna invenzione, quindi. Basti dire che gli apparecchi Tens vengono persino venduti al pubblico in forma semplificata dai negozi di articoli sanitari. Ma vediamo di capire meglio in che cosa consiste questa tecnica. Tens deriva dall'inglese Transcutaneous Electrical Nerve Stimulation (stimolazione elettrica nervosa transcutanea), e consiste nello stimolare le fibre nervose in diverse parti del corpo. Il metodo è del tutto indolore e prevede l'applicazione di elettrodi sulla superficie cutanea in corrispndenza dei nervi da stimolare. Gli elettrodi sono collegati a uno stimolatore elettrico che il paziente può tenere comodamente in una tasca. Si produce così una liberazione di sostanze analgesiche, le endorfine, a livello del midollo spinale e del cervello. Il termine endorfina significa morfina endogena, cioè prodotta dall'organismo, e indica quelle sostanze che hanno la stessa natura e la stessa funzione della morfina. In altre parole, il nostro stesso organismo produce sostanze simili alla morfina. In un certo senso, perciò, quando si applica la Tens è come se si somministrasse della morfina, sebbene quest'ultima sia certamente più potente. Gli effetti antidolorifici della Tens sono stati studiati in tutti i tipi di dolore, con risultati più o meno soddisfacenti, perché ci sono dolori che rispondono meglio di altri. In generale possiamo dire che questa tecnica è efficace soprattutto in quei tipi di dolore dovuti a lesione di un nervo periferico, nel dolore post-operatorio, nel dolore muscolare e scheletrico, nel dolore di origine vascolare, nel dolore cardiaco, nel dolore psicogeno. In particolare, nel dolore dal parto, la Tens è usata in alcuni centri con buoni risultati da più di dieci anni, anche su malati di cancro terminali. Ora si cerca di potenziare gli effetti delle endorfine prodotte dalla stimolazione nervosa. Molti laboratori e centri di ricerca in tutto il mondo hanno concentrato negli ultimi anni la loro attenzione su una sostanza chimica che si trova nel nostro organismo e che si chiama Cck (colecistochinina). In alcune condizioni, la Cck ha un'azione antagonista nei confronti delle endorfine, il che significa che la Cck inibisce gli effetti antidolorifici della morfina e delle endorfine. Infatti, bloccando l'azione della Cck con un farmaco, la proglumide, si ottiene un potenziamento dell'analgesia in seguito a somministrazione di morfina. Questo vuol dire che somministrando al paziente morfine e proglumide, il dolore diminuisce maggiormente e per un tempo più lungo. Sulla base di queste interazioni fra morfina, endorfine e Cck, negli ultimi anni io e i miei collaboratori abbiamo sviluppato una tecnica che permette di potenziare gli effetti analgesici della Tens. Infatti, applicando la Tens e bloccando la Cck con la proglumide, siamo riusciti a controllare dolori di diversa orgine. In altre parole, il metodo si basa sulla liberazione di endorfine tramite stimolazione con la Tens e sul potenziamento dell'azione endorfinica mediante blocco della Cck. Attualmente, insieme con l'equipe di chirurgia toraco- polmonare del professor Maggi, applichiamo questa nuova tecnica metodica nei pazienti che devono subire un intervento chirurgico ai polmoni. Talvolta l'effetto antidolorifico è talmente efficace che non è necessario l'uso di farmaci stupefacenti per alleviare il dolore post-operatorio. Vengono così evitati gli effetti collaterali dovuti agli stupefacenti, come per esempio la morfina. A differenza di quest'ultima, sia la Tens sia la proglumide non presentano alcun effetto collaterale. Fabrizio Benedetti Università di Torino


INFEZIONI Anche l'aterosclerosi forse ha il suo virus
Autore: DI AICHELBURG ULRICO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, BIOLOGIA, RICERCA SCIENTIFICA
LUOGHI: ITALIA

CHE ogni tanto compaiano infezioni nuove è cosa risaputa, basta pensare all'Aids. Negli ultimi tempi sono esplosi molti nuovi quadri morbosi di probabile natura infettiva. Nuovi microrganismi sono stati scoperti grazie alle tecniche di biologia molecolare, che permettono di mettere in evidenza batteri e virus non sviluppabili nei tradizionali terreni di coltura. E' stata una vera rivoluzione. La PCR (polymerase chain rea ction), amplificando gli acidi nucleici (geni o frammenti di geni), permette di ottenere quantità quasi illimitate di acidi nucleici, e di ricercare così nei tessuti prelevati con la biopsia microrganismi sconosciuti. Ogni batterio possiede nel suo genoma sequenze tipiche della specie alla quale appartiene. Sono stati identificati in questo modo batteri quali Rochali maea henselae (così battezzato in onore del microbiologo Rocha Lima), causa di setticemie, meningiti, endocarditi, e Tro heryma Whipplelii, causa del morbo di Whipple con sintomi a carico di vari organi. Un batterio responsabile di un'epidemia di polmonite in una stazione balneare è stato classificato come affine ai batteri spirali delle acque e battezzato Bal neatrix alpica. Il procedimento potrà essere applicato in avvenire a malattie la cui origine infettiva è supposta o probabile, ma riguarda soltanto i batteri. Per i virus G. Kuo, Q. Choo e collaboratori hanno ideato una strategia originale a base di sonde molecolari che riconoscono frammenti dai quali si può risalire alla sequenza completa del genoma di un virus, e in tal modo vennero identificati i virus dell'epatite C e dell'epatite E. Strana è la storia del batterio Helicobacter pylori, responsabile di una malattia, l'ulcera gastro-duodenale, considerata da sempre psicosomatica. Esso è il principale agente causale di gastriti diffuse croniche ed è significativamente associato, dopo molti anni di evoluzione, alle gastriti atrofiche e al carcinoma dello stomaco. Tuttavia i nuovi batteri e virus scoperti negli ultimi tempi sono pochi. E' il panorama infettivo che si è modificato e tende a modificarsi sempre più. Consideriamo la patologia delle arterie. Orbene, a parte quattro malattie non frequenti, indicate con i nomi di Takayasu, Burger, Horton e Kawasaki, per le quali da tempo si sospetta, con maggiore o minore validità, l'origine virale, si pensa a qualcosa di simile addirittura per l'aterosclerosi, considerata tradizionalmente una degenerazione delle arterie legata a vari fattori di rischio (età, sesso, colesterolo, diabete, ipertensione, alimentazione). Il primo sospetto nacque vedendo che un herpes-virus provocava nel pollo lesioni simili all'aterosclerosi umana. Da allora, andando contro le idee dominanti, una piccola ma regolare corrente di ricerche, vertenti soprattutto sugli herpes-virus, ha esaminato l'argomento. Nulla di accertato, ma l'ipotesi virale rimane plausibile, in armonia con le attuali teorie patogenetiche che considerano l'aterosclerosi una malattia infiammatoria, piuttosto che degenerativa, della parete arteriosa. Gli herpes-virus si presentano come buoni candidati per accendere e ravvivare periodicamente l'infiammazione arteriosa aterosclerotica. Ricerche anatomo-patologiche hanno svelato la frequente presenza di herpes-virus nelle placche aterosclerotiche umane, ma naturalmente non si può escludere che si tratti di una coincidenza fortuita. Anche per alcune delle malattie denominate sistemiche perché il processo morboso è generalizzato ai vari organi e apparati, quali l'artrite reumatoide e il lupus eritematoso, l'origine infettiva soprattutto da virus è possibile per non dire probabile: cytomegalovirus e altri per l'artrite, parvovirus B 19 per il lupus. Nulla ancora di provato, ma nuovi meccanismi fisiopatologici e conseguenti terapie sono già presi in considerazione. Ulrico di Aichelburg


NUOVE PETROLIERE Impatto ecologico zero I grandi disastri hanno cambiato la sensibilità ambientale
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D., T. La cisterna che non inquina. Sistemi di sicurezza attivi. Costi

TORREY Canyon, Amoco Cadiz, Castillo de Bellver, Exxon Valdez e infine Haven: nomi di petroliere naufragate, ricordi di coste e mari imbrattati dal greggio. Il trasporto del petrolio via mare è cominciato un secolo fa e fino agli Anni 60 non ha creato grandi problemi; le petroliere erano di dimensioni modeste, la coscienza ecologica piuttosto elastica; addirittura era accettato lo scarico in mare dei residui oleosi del lavaggio delle cisterne, che non appariva così pericoloso. L'allarme è cominciato negli Anni 70 (il naufragio della Torrey Canyon è appunto del 1967). I primi provvedimenti sono del 1978 (Marpol Convention, che imponeva misure per rendere più sicure le cisterne tradizionali), ma il passo decisivo fu l'Oil Pollution Act americano del '90 (Opa 90) con cui gli Usa imposero che le petroliere operanti nelle loro acque e in quelle canadesi avessero lo scafo doppio. Questa disposizione è poi stata adottata dall'Imo, l'Organizzazione marittima internazionale. La nuova normativa ha dato il via alla costruzione di un gran numero di nuove petroliere di questo tipo; in Italia la Fincantieri ne sta costruendo ben 16, da 12 a 150 mila tonnellate. La stessa Fincantieri lavora, con altre quattro grandi industrie europee, al progetto «E 3 tanker», che si propone di costruire la «superpetroliera del 21 secolo» a impatto ecologico zero.


DIDATTICA Piccoli scienziati a Milano
Autore: P_B

ARGOMENTI: DIDATTICA, LIBRI
NOMI: DIEHN GWEN, KRAUTWURST TERRY, FALASCHI ARTURO, GAMOW GEORGE
ORGANIZZAZIONI: MUSEO DELLA SCIENZA E DELLA TECNICA «LEONARDO DA VINCI», EDITORIALE SCIENZA, EDIZIONI DEDALO
LUOGHI: ITALIA
NOTE: «L'officina della scienza», «Dna, storia di una scoperta», «Le avventure di Mr Tompkins»

IMPARARE la scienza giocando. Grandi e piccoli, insieme. E' una iniziativa del Museo della Scienza e della Tecnica «Leonardo da Vinci» di Milano, dove da qualche settimana sono entrati in funzione otto nuovi laboratori didattici. I temi? Eccoli. Nel primo laboratorio si gioca con le bolle di sapone: obiettivo, lo studio dell'acqua. Nel secondo si va alla scoperta dei sensi della vista, del tatto e del gusto. Nel terzo laboratorio continua l'esplorazione sensoriale: ancora esperimenti sul gusto, e poi quelli sull'olfatto e sull'udito. Il quarto laboratorio affronta quella parte della fisica che si chiama dinamica con giochi basati sulle forze e sul movimento. Ci sono poi due laboratori che riguardano la luce e la percezione visiva, con speciale attenzione per le illusioni ottiche. Infine, un laboratorio di chimica e uno dedicato ai fenomeni elettrici. Gli esperimenti sono il più possibile interattivi, convolgono ragazzi e adulti per farli divenire protagonisti del processo conoscitivo: si parte dalla curiosità, dalla voglia di provare e di manipolare; che sono poi gli stimoli dai quali è nata la scienza. I laboratori del museo milanese sono aperti da lunedì al venerdì alle scuole, su prenotazione (ufficio didattico: 02- 48. 01.0040). Per le scuole l'attività di laboratorio dura un'ora e successivamente gli studenti visitano il museo accompagnati da una guida. Il sabato, dalle 14 alle 18, e la domenica, dalle 10 alle 18, i laboratori sono aperti al pubblico. Bambino e adulto pagano un unico biglietto d'ingresso (10 mila lire) che dà diritto all'uso dei laboratori sotto la guida di un animatore e alla visita del museo. A chi non può andare a Milano consigliamo un libro che in qualche modo surroga i laboratori. Si intitola «L'officina del la scienza». Scritto da Gwen Diehn e Terry Krautwurst, lo pubblica la Editoriale Scienza di Trieste (tel. 040-637.683), ha 140 pagine e costa 32 mila lire. Questo libro insegna a realizzare una cinquantina di facili progetti utilizzando gli elementi che i filosofi greci ritenevano essenza dell'universo: terra, aria, acqua e fuoco. Ogni progetto ha una utilizzazione scientifica o contiene in sè qualche principio scientifico. Per esempio si può giocare con l'aria costruendo uno xilofono, con l'acqua costruendo un mulino, con il fuoco costruendo un forno solare. Sempre della Editoriale Scienza, sono da segnalare altri due libri per ragazzi di alto valore didattico: «Dna, storia di una scoperta» di Arturo Falaschi, direttore del Centro di biotecnologia di Trieste, e «Astronomia oggi» di Asimov. Le Edizioni Dedalo, infine, annunciano l'uscita di un classico della divulgazione: «Le avventure di Mr Tompkins» del grande fisico di origine russa George Gamow. In 200 pagine, per 22 mila lire, un viaggio «scientificamente fantastico» nel mondo della fisica. (p. b.)


Equilibri sottosopra Processo alla Haven: quanto ha inquinato il mare?
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: TRASPORTI, ECOLOGIA, INQUINAMENTO, MARE
NOMI: DREI PAOLO
ORGANIZZAZIONI: WWF, LEGAMBIENTE
LUOGHI: ITALIA

FATICOSAMENTE, lentamente il processo per l'affondamento della superpetroliera cipriota Haven va avanti; oggi è in calendario una nuova udienza (appena la quarta, benché il dibattimento sia cominciato ai primi di dicembre) nel corso della quale dovrebbe essere nominato un collegio di tre periti che dovranno collaborare a stabilire la causa dell'affondamento. Evidentemente gli enormi interessi connessi alla vicenda costituiscono una zavorra che frena il dibattimento; il processo deve innanzitutto stabilire che cosa ha causato lo scoppio a bordo che è stato all'origine del disastro ecologico. Gli imputati sono gli armatori Ioannu, padre e figlio, secondo i quali tutto è dipeso da una negligenza di qualche membro dell'equipaggio mentre negano che si sia trattato di cattiva manutenzione della nave. A parte i cinque morti a bordo al momento dell'esplosione, l'11 aprile del '91, i giudici devono decidere sul risarcimento del danno, economico ed ecologico, che è difficilmente valutabile. La Haven aveva a bordo 144 mila tonnellate di «Iranian Heavy», un greggio tra i più pesanti e viscosi, e 3500 tonnellate di combustibile per i motori. Dopo l'esplosione, avvenuta a poche miglia dal terminale petroli di Genova, una parte del greggio bruciò durante i tre giorni in cui durò l'agonia della nave, ma una grossa parte si riversò sulle spiagge del Ponente ligure, da Arenzano a Diano Marina. «Almeno 40-60 mila tonnellate sono rimaste in acqua - sostiene Paolo Drei, biologo, già consulente della Regione Liguria e oggi perito del Wwf -. L'incendio bruciò integralmente solo alcune porzioni fra le più leggere del petrolio. La colonna nera che si alzava dalla nave era, per gran parte, composta da coke e idrocarburi in fase gassosa ma non combusti o parzialmente combusti, quindi da un punto di vista biologico anche più pericolosi poiché in alcuni casi più reattivi; una parte è poi ricaduta in terra o in mare». A quattro anni di distanza, secondo gli ambientalisti, i residui si sono depositati sul fondo e continuano a scivolare lungo i pendii concentrandosi negli avvallamenti e nelle fosse. Quali possono essere stati e quali potranno ancora essere gli effetti di tutto questo sull'ambiente marino? «Gli idrocarburi - dice Drei - oscurano i siti recettori delle molecole biologiche informazionali, come enzimi e ormoni, cioè interrompono o distorcono la comunicazione fra gli organismi unicellulari e fra questi e l'ambiente». Questo ha varie conseguenze, per esempio sulla riproduzione di tali organismi; le mute di alcuni crostacei in età giovanile sono completamente sconvolte; si è notata anche la estroflessione dei polipi dei coralli. Effetti dannosi si hanno anche sulle prateria di alghe, che si riprendono molto lentamente. «Fra le specie intaccate in modo definitivo ci sono i crostacei che, pur essendo solo il 23 per cento del pescato, corrispondono al 72 per cento del suo valore» afferma un ambientalista, il quale sostiene che ormai i pescatori evitano certe zone. Come si vede, non sono effetti vistosi; in compenso sono di lungo periodo e per alcuni aspetti ancora poco noti. E' anche per questo che sulla questione del risarcimento le valutazioni sono molto contrastanti. Per il naufragio della Exxon sulle coste dell'Alasca, la Esso fu condannata a pagare quattro miliardi di dollari, oltre ai due già versati. «I 750 milioni di lire valutati per la Haven sembrano pochi - sostiene Drei -. Personalmente, avendo lavorato sulla Haven ed elaborato un modello teorico (calibrato poi sui dati raccolti durante un anno di lavoro), sono giunto alla valutazione di un danno ecologico minimale intorno ai 1700 miliardi». Al processo gli ambientalisti (Wwf Italia e Legambiente) avevano chiesto di costituirsi parte civile sollecitando l'affermazione del principio che «chi inquina paga» e volendo assumere un ruolo di garanzia nei confronti della collettività; il tribunale ha deciso di considerarli solo «intervenienti», autorizzati cioè a indicare periti e a presentare documenti, ma non a chiedere risarcimenti. Parti civili sono invece l'Avvocatura dello Stato e la Regione Liguria. Gli ambientalisti, che nell'ultima udienza hanno presentato un proprio studio, ritengono che il risarcimento debba essere destinato a una seria opera di disinquinamento e non nascondono il loro malcontento per il modo in cui va avanti il processo. Vittorio Ravizza


STRIZZACERVELLO Giochi di numeri
ARGOMENTI: GIOCHI
LUOGHI: ITALIA

Provate a trovare i tre numeri la cui somma è uguale al loro prodotto. Altra sfida: trovate i numeri che sono uguali alla somma delle cifre dei loro rispettivi cubi. Ad esempio, 17: 173 = 4913 e 4più9più1più3 = 17. A parte il numero 1 esistono altre quattro soluzioni. Le risposte domani, accanto alle previsioni del tempo.


LA PAROLA AI LETTORI E d'estate nell'alveare si pigiano in centomila
LUOGHI: ITALIA

Quante api vivono in un alvea re? Durante il periodo estivo, un alveare è formato da 80-100 mila api, di cui il 90 per cento è costituito da api operaie, che sono femmine sterili, e il restante 10 per cento è formato da un migliaio di fuchi (maschi privi di pungiglione, interamente destinati alla fecondazione), qualche migliaio di uova fecondate e pronte a diventare larve in 10- 15 giorni e una sola ape regina per ogni alveare. Questa, essendo l'unica femmina feconda, ha la funzione di deporre le uova ed è riconoscibile dalle dimensioni poco più grandi delle altre api comuni. Albano e Denis Mosconi Alfero (FO) Le nuvole sono liquide o gasso se? La domanda è mal posta. In realtà le nuvole non sono un «materiale» omogeneo costituito da un'unica fase, non sono cioè nè liquide nè solide. Esse sono un «materiale» polifasico costituito da una dispersione liquida in un gas, detto aerosol. Le particelle d'acqua liquida in dispersione hanno dimensioni dell'ordine del millesimo di millimetro, così come le particelle solide o liquide in dispersione gassosa che costituiscono il fumo (che non è certo liquido o solido) o le particelle solide in dispersione nell'acqua torbida (neanche l'acqua torbida è un solido!). Occorre quindi non semplificare e distinguere tra la scala microscopica (osservabile con opportuni strumenti), nella quale è chiaramente identificabile la fase liquida, e la fase macroscopica (quella cioè osservabile a occhio nudo) delle nuvole. Le caratteristiche macroscopiche sono decisamente vicine a quelle dell'aria limpida: le nuvole e la nebbia possono essere respirate, attraversate, possono sostenere un aeroplano e galleggiare nell'aria. Nessun materiale inteso come liquido ha queste caratteristiche. Filippo Zunini, Genova Perché e quando gli uomini hanno iniziato a tagliarsi la barba? Gli uomini primitivi portarono barba e baffi finché non conobbero l'uso del rasoio, documentato dai ritrovamenti dell'Età del Bronzo. La barba assunse allora le fogge più diverse e all'uso di raderla o no vennero attribuiti particolari significati. La barba fu simbolo di virilità, di dominio, di saggezza e come tale considerata sacra: dagli ebrei, che consideravano radersi un atto sacrilego, dai maomettani che ancora oggi giurano sulla barba del Profeta. Anticamente la barba fu anche segno di libertà: agli schiavi era proibito portarla e ai vinti veniva tagliata. Michela Vignuta Viverone (Biella) Per quale meccanismo, nei quadri tridimensionali, un'im magine ne cela una seconda? E come si fa a scorgere quest'ul tima? Nei quadri tridimensionali si utilizza la tecnica degli stereogrammi, ossia dei disegni ottenuti rappresentando una funzione matematica, grazie al computer. Per scorgere l'immagine nascosta, si deve avvicinare lo stereogramma al naso, concentrare la vista su un punto centrale dell'immagine (che non deve essere a fuoco), dopodiché allontanare lo stereogramma dagli occhi, sempre mantenendo il disegno non a fuoco. A questo punto dovrebbe apparire l'immagine tridimensionale. Se ciò non avvenisse, ripetere con calma tutte le operazioni. Massimiliano Sonato Vercelli Esiste una regola che consen ta di contare progressivamen te - di mettere cioè in relazio ne univoca con i numeri natu rali - tutti i numeri decimali? Ogni numero decimale può essere scritto nella forma m/n (m, n interi), cioè come numero razionale. In altre parole, un numero decimale non è altro che una rappresentazione arbitraria di una frazione intera. L'insieme dei numeri razionali è numerabile, il che significa che si può costruire una corrispondenza biunivoca fra l'insieme dei numeri razionali e dei numeri naturali. N=(0,1,2,3. ..), quindi è possibile contare progressivamente tutti i numeri decimali. Massimo Beltramo Chivasso (TO)


CHI SA RISPONDERE?
LUOGHI: ITALIA

Q Perché l'acqua scorre? Q Perché la neve si presenta sempre in cristalli di forma esagonale? Q La misura di lunghezza del «piede» corrisponde alla lunghezza del piede di qualche sovrano? Q Si sente spesso l'espressione «Ha navigato i sette mari». Quali sono i sette mari? ______ Risposte a «La Stampa-Tuttoscienze», via Marenco 32, 10126 Torino. Oppure al fax numero 011-65.68.688




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