TUTTOSCIENZE 21 dicembre 94


PROGETTO MONDIALE Un robot-spia per gli abissi
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: TECNOLOGIA, RICERCA SCIENTIFICA, MARE, BIOLOGIA
NOMI: ROSS JOHN, ALBERTO GRIMALDI DI MONACO, CARLOS DE BRAGANZA, PICCARD AUGUSTE, PICCARD JACQUES, WALSH DON
LUOGHI: ITALIA

ALL'inizio di gennaio un centinaio di scienziati europei, americani e giapponesi si incontreranno a Marsiglia per discutere di un'impresa oceanografica di nuovo tipo: installare sul fondo del mare a grande profondità una stazione di ricerca robotizzata, un «osservatorio multidisciplinare» in grado trasmettere in superficie in tempo reale immagini degli abissi, dei loro fenomeni, degli esseri viventi che li abitano. Lo scopo: far avanzare un poco le nostre conoscenze su un aspetto della Terra che, secondo una battuta molto efficace, conosciamo meno della Luna, un universo esteso per 307 milioni di chilometri quadrati: due terzi della superficie del pianeta. Ancora all'inizio del secolo scorso gli scienziati erano convinti che sugli alti fondali non esistesse vita. E non servì a molto che nel 1818 John Ross, il grande esploratore dell'Antartide, riuscisse a strappare dal fondo del mare polare fango contenente alcuni vermi. «E' la prova che inn fondo al mare la vita è possibile» affermò. Ma non convinse quasi nessuno. Solo nel 1860 arrivò la prova inconfutabile: riportato a galla un cavo telegrafico che da molti anni giaceva a 2180 metri di profondi tra la Sardegna e l'Algeria si sconstatò che era incrostato di coralli, i quali evidentemente vi si erano attaccati in fase giovanile e lì avevano trascorso tutta la loro esistenza. La difficoltà obiettiva di avvicinare l'oggetto delle loro ricerche ha sempre ritardato il cammino degli oceanografi rispetto alla rapidità delle conquiste di altri rami delle scienze. I pionieri di questi studi furono talvolta personaggi singolari, giudicati nel migliore dei casi degli originali, come il principe Alberto Grimaldi di Monaco e come dom Carlos de Braganza, penultimo re del Portogallo, che trasformarono i loro yacht in laboratori galleggianti. La prima vera nave oceanografica fu la «Challenger», inglese, che nel 1872 compì un viaggio intorno al mondo improntato a precisi criteri scientifici e finalmente portò all'attenzione degli scienziati un mondo insospettato. Negli ultimi trent'anni la tecnologia ha fatto fare alle esplorazioni sottomarine passi da gigante: nel '53 Aguste Piccard e suo figlio Jacques con il batiscafo «Trieste» scesero a 3170 metri, e appena sette anni dopo Jacques Piccard e l'americano Don Walsh, insieme, con una versione più avanzata del batiscafo toccarono i 10.916 metri nella fossa delle Marianne. Dagli Anni 70 sono nati battelli abitati di concezione prettamente scientifica, capaci di muoversi senza collegamenti con la nave appoggio, dotati di mezzi per scrutare e fotografare l'ambiente e per prelevare campioni: come i francesi «Cyana» (capace di scendere fino a 3000 metri) e «Nautile» (6000 metri), lo «Alvin» americano, il Shinkai 2000 e il Shinkai 6500, giapponesi; quest'ultimo sfiora i 7 mila metri di profondità e può restare sul fondo per tre giorni. Sono questi battelli che hanno consentito agli occhi umani di vedere un altro mondo. La scoperta più importante è stata quella della dorsale medio-oceanica, una ininterrotta frattura della crosta terrestre che corre tutto intorno al pianeta «come la cucitura di una palla da baseball» come dice un titolo di «Scientific american», estesa per 75 mila chilometri dal Mar Glaciale Artico all'Atlantico, intorno all'Africa, all'Asia e all'Australia, sotto il Pacifico e lungo la costa occidentale del continente americano. La dorsale è il principale luogo di lettura dei movimenti della crosta terrestre, sede di un'imponente attività vulcanica, origine dei grandi terremoti. Nelle sorgenti calde che scaturiscono dalle fenditure del fondo del mare sono stati scoperti batteri in grado di vivere a 400 gradi e ad alcune centinaia di atmosfere di pressione sui quali scienziati e industrie stanno lavorando in vista di un'utilizzazione che appare molto promettente. Vittorio Ravizza


Mekong segreto Trovate le sorgenti
Autore: V_R

ARGOMENTI: GEOGRAFIA E GEOFISICA
NOMI: PEISSEL MICHEL, GUINNES SEBASTIAN, FALCK JACQUES
LUOGHI: ITALIA

SEMBRA impossibile che sulla nostra piccola Terra, percorsa in ogni senso, intensamente coltivata, spesso violentata, fotografata dai satelliti esistano ancora degli enigmi geografici, punti neri nei quali si possa scrivere «hic sunt leones». Eppure uno di essi è stato appena svelato. Si tratta delle sorgenti del Mekong, il dodicesimo fiume del pianeta con i suoi 4180 chilometri, che nasce in Tibet, percorre un lungo tratto in Cina, attraversa il Laos e la Cambogia e infine sbocca nel Mar Cinese Meridionale a Città Ho Chi Min, la ex Saigon. Il Mekong, ha accertato una spedizione francese guidata da Michel Peissel, nasce a 4975 metri di quota, 33 16' 543 di latitudine Nord e 93 53'di longitudine Est sul fianco del colle della Rupsa tra i monti Dug-ri e Sag-ri. Per arrivarci Peissel, l'inglese Sebastian Guinnes e il cineoperatore Jacques Falck, hanno persorso 1600 chilometri in fuoristrada, a cavallo e a piedi. Una volta giunti sull'altipiano tibetano nel territorio cinese di Nang chen, la spedizione ha passato in rassegna i numerosi torrenti che scendono dai monti del Tibet confrontandoli con le carte costruite sulle fotografie dei satelliti; ma sono stati alla fine i nomadi khambas, che seguono le loro greggi in quelle regioni inospitali, a indicare quella che Peissel ritiene la vera sorgente principale: un fiumicello largo una decina di metri che si riduce a un rivoletto ai piedi di una sella a quasi 5000 metri di quota. (v. r.)


SCORIE NUCLEARI Plutonio, istruzioni per l'uso Quanto è pericoloso e come l'umanità può disfarsene Ma intanto in Ucraina si pensa di riaprire Cernobil
Autore: REGGE TULLIO

ARGOMENTI: ECOLOGIA, ENERGIA, INCIDENTI, NUCLEARI
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. Anatomia del disastro di Cernobil

A quanto pare le autorità ucraine vogliono rimettere in funzione la centrale elettronucleare di Cernobil, di infausta memoria, e la notizia riporta nell'attualità una polemica ormai vecchia ma non esaurita sui pericoli del nucleare. Come ex europarlamentare, ricevo «Les defis du Cea», il mensile del Commissariato francese per l'energia atomica. Il numero di novembre contiene una scheda informativa sul plutonio che riassumo per sommi capi. La sola menzione del plutonio induce timore nell'uomo della strada. Prodotto artificialmente nel 1940 per la prima volta da Glenn Seaborg, fu usato nella bomba che distrusse Nagasaki il 9 agosto 1945. Ne sono stati sintetizzati 16 isotopi, tutti con un nucleo contenente 94 protoni ma con un numero variabile di neutroni. L'uranio naturale è costituito in maggior parte da uranio 238 contenente 92 protoni e 146 neutroni (il numero 238 indica appunto la somma 92più146). Nei reattori l'uranio 238 può assorbire un neutrone diventando uranio 239, che è instabile e decade in 24 minuti nel nettunio 239; a sua volta questo nucleo decade in 2 giorni circa nel plutonio 239 che ha una vita media molto lunga, circa 24.110 anni. In questo caso per decadimento si intende la conversione di un neutrone in un protone con emissione di un neutrino e di un elettrone. Il plutonio finale contiene quindi 94 protoni e 145 neutroni e può essere usato al posto dell'uranio 235 per mantenere una reazione a catena. Altri isotopi possono formarsi dal plutonio 239 per assorbimento di altri neutroni ma sono poco adatti alla fissione controllata. Il plutonio per uso militare deve contenere almeno il 90 per cento dell'isotopo 239, quello per uso civile per la produzione di energia non più del 75 per cento. Il metallo ha aspetto argenteo e brucia facilmente. La formazione di plutonio è inevitabile in un reattore nucleare. Se tuttavia si vuole del plutonio per uso militare occorre evitare che l'isotopo 239 venga contaminato da altri isotopi per cui esso deve essere estratto dopo brevissimi periodi di funzionamento del reattore, pochi giorni al massimo, una pratica che è incompatibile con la produzione di energia e che è facile scoprire sottoponendo il reattore a semplici controlli. Non esiste praticamente plutonio naturale. L'isotopo a vita più lunga (37.900 anni) è il plutonio 242: nulla rispetto alle ere geologiche. La radiazione cosmica induce la produzione di quantità minime di plutonio nella crosta terrestre. Secondo un'immagine di Jacques Pradel, un vaso di fiori contiene pochi milligrammi di uranio naturale ma al più una dozzina di milioni di atomi di plutonio, la cui massa totale è insignificante. La quasi totalità di plutonio presente sulla Terra è artificiale ed è tenuta sotto controllo strettissimo nei paesi industrializzati ma non altrettanto in quelli della ex Unione Sovietica. Circa 4 tonnellate sono state disperse nell'ambiente come ricaduta delle esplosioni nucleari eseguite dalle grandi potenze, in particolare dagli americani e dai sovietici. Dopo il 1973, anno in cui firmato l'accordo internazionale che proibisce gli esperimenti nell'atmosfera, questa forma di inquinamento è praticamente cessata. Quantità molto minori (10-12 chilogrammi) sono state disperse nell'incidente di Cernobil. Il plutonio disperso nell'atmosfera è ricaduto poi a terra trascinato dalle piogge ed è finito in parte negli oceani. A detta degli esperti questo inquinamento non è grave. Il plutonio non entra nel ciclo biologico e le piante assorbono a malapena la millesima parte di quello che trovano nel suolo. Chi mangia queste piante, sia un uomo o una mucca, ne assorbe pure la millesima parte. Dal punto di vista chimico e biologico il metallo è estremamente tossico ma lo è ancora di più per la sua radioattività. Se inalato può produrre tumori nelle vie respiratorie, se ingerito può finire nelle ossa e produrre leucemie. Il plutonio può anche entrare nell'organismo attraverso la pelle e le ferite. In questo non differisce molto da altri elementi radioattivi. I maggiori pericoli sono rappresentati dalla inalazione di polveri con particelle del diametro compreso tra 0,1 e 10 micron (1 micron = 1 millesimo di millimetro). Particelle più grandi sono inalate con difficoltà, quelle più piccole si sciolgono e passano nel sangue da dove vengono poi in parte eliminate. Ciò che rimane può fissarsi alle ossa e provocare tumori. Non esiste evidenza epidemiologica che leghi il plutonio disperso nell'ambiente a casi specifici di tumori; tutto ciò che sappiamo proviene da sperimentazioni su animali e da incidenti nucleari. Per il plutonio come per altri inquinanti occorre evitare allarmismi inutili. Circa gli effetti ambientali non penso che il plutonio sia il peggio; per me il peggio rimane di gran lunga il fumo. Il pericolo maggiore, su cui converrà insistere, è sempre rappresentato dall'uso militare e dalla proliferazione nucleare selvaggia. L'unico modo esistente e morale per eliminare il plutonio è la combustione nei reattori con estrazione di energia. Purtroppo ciò implica l'uso dei reattori per molte decine di anni. In mancanza di meglio, cercate almeno di smettere di fumare. Tullio Regge Politecnico di Torino


IL CHIP SOTTO PROCESSO Se undici cifre decimali vi sembran poche... Quando l'errore del Pentium diventa davvero eccessivo
Autore: SCAPOLLA TERENZIO

ARGOMENTI: ELETTRONICA, INFORMATICA, MATEMATICA
NOMI: NICELY THOMA, GROVE ANDY, KAHAN WILLIAM, COE TIM, MUSIL ROBERT
ORGANIZZAZIONI: INTEL, JET PROPULSION LABORATORY, VITESSE SEMICONDUCTOR COMPANY, SUN MICROSYSTEMS
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: T., G. IL MERCATO DEI MICROPROCESSORI NEL '93 (in %) ===================================================== INTEL 83 ----- MOTOROLA 6 ----- AMD 5 ----- ALTRI 4 ----- CIRIX 1 ----- TEXAS INSTRUMENTS 1 =====================================================
NOTE: Processore Pentium

THOMA Nicely è un professore di matematica al Lynchburg College, Virginia. Si occupa di teoria dei numeri e fa largo uso di strumenti di calcolo. Quando, a fine ottobre, ha digitato un particolare numero primo, 824633702441, sul suo calcolatore dell'ultimissima generazione, basato sul processore Pentium, ne ha calcolato il reciproco e ha poi moltiplicato il risultato per il numero assegnato, si attendeva, come ovvio, la risposta 1 o al più del tipo 0,999... con un numero di nove pari alla precisione della macchina calcolatrice. Grande è stata la sua sorpresa nel rilevare come il risultato ottenuto, che doveva possedere ben 19 cifre decimali esatte, ne conteneva in realtà solo 8: 11 di meno. La sua calcolatrice tascabile gli forniva invece il risultato esatto. Altre prove lo hanno convinto che qualcosa non funzionava a dovere nel cuore del suo computer. E ha visto giusto: dopo qualche esitazione la ditta costruttrice, la Intel, prima produttrice mondiale di processori, ha ammesso che un «difetto elusivo» è stato trovato nel processore Pentium distribuito a partire da marzo '93 sino ad oggi. Si stima in sei milioni il numero di Pentium venduti nel 1994. Andy Grove, presidente della Intel, in un comunicato emesso a fine novembre, ha ammesso che già a giugno '94, durante le operazioni di prova del processore si era rilevata un'operazione di divisione, ma non si era ritenuto necessario intervenire in quanto la probabilità del manifestarsi dell'errore era dell'ordine di uno su nove miliardi. Ma al Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, California, l'uso di alcune macchine di tipo Pentium è stato sospeso: la precisione dei calcoli, necessaria in generale, diviene cruciale per le missioni spaziali. Affermare, per giustificare prima la mancata correzione e dopo il mancato richiamo e la sostituzione del processore, che un utente medio di calcolatore incrocia l'errore ogni 27.000 anni di uso, non sembra la risposta migliore a chi nel mondo scientifico chiede sicurezza e affidabilità delle prestazioni. Secondo William Kahan, uno dei massimi esperti di matematica del computer, l'errore nel processore riguarderà molto più di una piccola percentuale di utenti. Chi troverà un errore nel suo lavoro al calcolatore avrà difficoltà a comprenderne le ragioni e individuare la causa: è il processore (hardware) o è il programma (software)? Tim Coe, della Vitesse Semiconductor Company, ha lavorato per anni alla progettazione di tecniche per la divisione nei sistemi hardware. Insoddisfatto delle repliche della Intel al tipo di errore che si era manifestato, Coe ha ricostruito l'accaduto. Nella tradizionale divisione a mano disponiamo di 10 cifre e non c'è possibilità di errore. Nel Pentium la divisione è condotta con un processo iterativo che calcola 2 cifre (bit, in rappresentazione binaria) del quoziente ad ogni ciclo. Il resto della divisione è conservato in un formato particolare (come somma di due numeri) per limitare nel ciclo successivo la propagazione di errore. L'analisi dei risultati ottenuti con i numeri «a rischio» rivela che un bit è sottratto dal resto nella sua posizione più significativa (o vicino ad essa). I numeri che danno risultati sbagliati hanno una forma particolare: sono tutti del tipo «intero più» o meno delta dove delta è un numero molto piccolo. Coe ha messo a disposizione sulla rete Internet un programma che spiega tutti gli errori sinora emersi e predice gli altri «bad numbers». La generazione attuale di microprocessori è divenuta così complessa da rendere quasi fisiologica la presenza di difetti. Anomalie furono trovate, e poi corrette, nei processori Intel 386 e 486 e Workstation della Sun Microsystems. Proprio per queste ragioni, per diminuire le possibilità di errore nel calcolo scientifico relativo a problemi per i quali è essenziale la precisione dei risultati, le operazioni andrebbero condotte più volte, in ambienti informatici indipendenti, preferibilmente dotati di differenti Cpu e sistemi operativi, e impiegando algoritmi numerici diversi. Sono più d'una le possibili sorgenti di errore nel corso del calcolo, dagli errori di arrotondamento agli errori dovuti all'algoritmo. Se a questi aggiungiamo anche errori sistematici dovuti al processore, il quadro complessivo si fa più incerto. Il problema dell'errore nella divisione è stato ben individuato e poi corretto con l'aggiunta nel «chip» di qualche centinaio di transistor. Thomas Nicely, oltre ad aver finalmente trovato i riscontri numerici che attendeva, è divenuto consulente per la Intel. Ma il tutto è un indice rivelatore di una questione più ampia che investe la complessità crescente delle componenti hardware e software: più complesso è il disegno, il progetto, e più è alta la possibilità di introdurre difetti che sfuggono all'analisi di controllo e si rivelano solo a prodotto finito o già in uso da tempo. Se a questo aggiungiamo la velocità con la quale i prodotti sono immessi nel mercato e la relativa vita media possiamo comprendere le ragioni delle difficoltà che ogni tanto si manifestano. Robert Musil ha scritto che «la matematica è entrata come un demone in tutte le applicazioni della vita»: ora il processore, riveduto e corretto, sembra dividere «bene» ma per qualche tempo è parso che Musil avesse davvero ragione. Terenzio Scapolla Università di Torino


UNGUENTI SOSPETTI IN UNA TOMBA DI TEBE Virtuosi Egizi, ignari dell'oppio. O no? Nuove analisi escludono la presenza di morfina
Autore: GIACOBINI EZIO

ARGOMENTI: ARCHEOLOGIA, CHIMICA, RICERCA SCIENTIFICA
NOMI: SCHIAPPARELLI ERNESTO, MUZIO IRENE, CURTO SILVIO, BISSE N. G.
ORGANIZZAZIONI: KAROLINSKA INSTITUTET, JOURNAL OF ETHNOPHARMACOLOGY
LUOGHI: ITALIA

I faraoni della XVIII dinastia che avevano la capitale a Tebe, sulla riva orientale del Nilo, avevano costruito le loro tombe sulla sponda occidentale, in quella zona che corrisponde all'attuale città di Deir El-Medina. Nel 1903 il famoso egittologo italiano Ernesto Schiapparelli, esplorando la necropoli situata vicino alla città, scoprì la tomba dell'architetto reale Kha e di sua moglie Meryt, morti intorno all'anno 1400 a.C. La tomba si rivelò completamente intatta, per cui costituisce ancora oggi una rara testimonianza della vita di ogni giorno e della cultura della classe alta egiziana del XIV secolo prima di Cristo. Secondo il rapporto steso dallo Schiapparelli nel 1927, nella tomba furono trovati, insiemead altro materiale, sette vasi contenenti «un miscuglio di vari olii vegetali medicati con ferro ed oppio». Ci si riferisce qui in particolare al contenuto di uno dei sette vasi di alabastro, che venne esaminato dalla dottoressa Irene Muzio dell'Istituto di Farmacologia di Genova nel 1925. Il fatto che si trattasse di grasso vegetale contenente ferro e oppio lasciò gli egittologi del tempo piuttosto scettici. Infatti, secondo tavolette rinvenute in altre tombe in Egitto, gli olii e gli unguenti che erano tradizionalmente posti in sette boccette venivano usati per «risvegliare e rivitalizzare il defunto», come si legge anche nel «Libro per aprire la bocca (della mummia)», che descrive i riti funerari del Nuovo Regno. Altra ragione di dubbio era la mancanza di informazioni circa la presenza di oppio e papaveri da oppio nell'Egitto di quel periodo. Per eliminare questi dubbi, gli artefatti della tomba egizia ospitati nel Museo di Torino sono stati riesaminati recentemente usando le tecniche più avanzate di chimica analitica quali la spettrometria di massa e l'esame radioimmunologico. La spettrometria di massa è tra le tecniche più sensibili nel rivelare quantità minime (meno di un millesimo di milligrammo) di sostanze, descrivendone la formula chimica di struttura. Lo studio è stato fatto con il centro specializzato del Dipartimento di tossicologia del Karolinska Institutet di Stoccolma, in collaborazione con l'etnofarmacologo svedese Bo Holmstedt. I risultati degli esami sono stati ora pubblicati nel Journal of Ethnopharmacology da N. G. Bisse in collaborazione con Silvio Curto del Dipartimento di Scienze antropologiche dell'Università di Torino. I nuovi dati pongono in serio dubbio i risultati dello studio precedente dello Schiapparelli, in quanto l'analisi non rivela tracce neppure minime di morfina, codeina, tebaina nè di altri derivati dell'oppio o di oppio stesso. Al tempo stesso non esistono dati di origine botanica, chimica, antropologica o linguistica che testimonino la presenza o l'uso del papavero da oppio (Papaver somniferum) in quell'area del Mediterraneo nel periodo della XVIII dinastia. Un altro tipo di papavero, il «Papaverum rhoeas», era invece ben conosciuto e usato correntemente dagli egiziani di quel tempo come medicamento. Non si può escludere però che l'oppio o i suoi derivati potessero essere importati in Egitto da altri Paesi dell'area mediorientale mediterranea durante il medesimo periodo. L'affermazione riportata fino al 1947 in una pubblicazione del Benedicenti che «nel vaso d'alabastro nel quale era contenuto un unguento esistevano piccole quantità di una sostanza ottenuta allo stato cristallizzato, la quale dopo 4000 anni dava tutte le reazioni della morfina», non è più vera. Persiste comunque il mistero della provenienza in Egitto e altrove dell'oppio, elemento essenziale di certi riti e culti religiosi praticati a Creta e Cipro durante l'ultima parte dell'età del bronzo, come dimostrano i recipienti rinvenuti in loco con la caratteristica forma di un fiore di papavero con lo stelo. Ezio Giacobini Università del Sud Illinois


EDUCAZIONE ALLA SICUREZZA Noi, il salvavita e l'elettricità
Autore: BO GIAN CARLO

ARGOMENTI: ENERGIA, TECNOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D.

QUANDO Oersted, Faraday o Henry trafficavano con l'elettricità non potevano pensare ai pericoli che avrebbe potuto creare. Nè immaginavano che le loro scoperte sul magnetismo sarebbero state alla base di un congegno così importante per la sicurezza che un esagerato l'ha battezzato «Salvavita». «Salvaquasilavita» sarebbe sufficiente. Faraday pensò che tutte le volte che un conduttore si muove in modo da tagliare linee di forza magnetiche, nel conduttore si «induce» una corrente elettrica se il circuito è chiuso, cioè una differenza di potenziale se è aperto. Lo stesso avviene se il conduttore è fermo e il campo si muove. Il cuore dell'apparecchio è il dispositivo differenziale: due bobine amperometriche avvolte su un nucleo ferromagnetico toroidale. Se il funzionamento della linea è regolare (se non c'è, per esempio, qualche filo isolato male) la somma algebrica delle correnti che transitano attraverso i fili di linea è zero, in accordo con la legge di Kirchhoff: cioè poiché la corrente «I fase» che entra nel circuito è uguale alla corrente «I neutro» che esce, i flussi magnetici generati si annullano. Se invece c'è un difetto di isolamento nell'impianto interno, una parte della corrente va dispersa verso terra, così la corrente uscente non è più uguale alla corrente entrante. Allora i flussi prodotti nell'avvolgimento toroidale non sono più uguali e la loro risultante non è nulla: questo flusso provoca nella bobina E una corrente indotta che viene usata per far scattare l'interruttore. Bastava pensarci. Si può venire a contatto con parti in tensione in modo diretto, per esempio toccando un filo non ben isolato; o in modo indiretto a causa di un guasto su un elettrodomestico o per un suo difetto di isolamento, che metta appunto la carcassa della macchina in tensione. In caso di contatto con parti in tensione, con una corrente inferiore a 10 mA si ha sensazione di formicolio; a 20 mA si ha una sensazione dolorosa ed è impossibile staccarsi. Il problema è evitare che il malcapitato venga attraversato da una corrente superiore a 25-30 mA perché il corpo umano non può sopportarne di più, e per breve tempo, senza gravi inconvenienti, morte inclusa. L'interruttore differenziale è difatti regolato sui valori «fisiologici» di 25-30 mA, che sono la massima dose tollerabile. Contro i contatti diretti, con parti normalmente in tensione, ci si protegge con misure passive (buona esecuzione, pulizia e manutenzione dell'impianto) e il differenziale ad alta sensibilità in grado di scattare in un tempo massimo di 30 millesimi di secondo. Contro i contatti indiretti ci si difende con un impianto di terra, cioè collegando tutte le carcasse metalliche al morsetto di terra dell'edificio. Bisogna precisare che la protezione completa non esiste e che il differenziale non è in grado di «salvare la vita» da solo: per offrire una buona protezione deve essere accoppiato a un buon impianto di terra la cui resistenza, secondo le norme, non deve essere superiore a 20 ohm. Con un differenziale regolato per scattare a un valore «fisiologico» max di 30 mA, e con un soggetto che «tocchi» 220V, occorre che la resistenza totale (res. uomo più res. terra) non superi i 7330 ohm. Se è inferiore a questo valore, la corrente che attraversa il corpo è inferiore a 30 mA e il differenziale non scatta: lo sventurato si prende una scossa senza inconvenienti e un bello spavento ma si può «staccare» per continuare ad apprezzare le comodità elettriche quotidiane. Se la resistenza totale, perché la terra non è buona e/o perché c'è un difetto di isolamento, risulta inferiore a 7330 ohm, la corrente che infilza il corpo è maggiore di 30 mA: è mortale ma il differenziale scatta giusto in tempo. La corrente è un nemico sub dolo: può sembrare che il massimo della protezione sia ormai raggiunto, con una buona terra associata a un interruttore in grado di intervenire sia in presenza di cortocircuiti sia in presenza di difetti di isolamento nell'impianto. Invece ci sono due casi in cui il differenziale ad alta sensibilità si arrende, perché qualunque marchingegno, per intelligente che sia, ha dei limiti. Se c'è un guasto a terra di un altro impianto interno, nello stesso stabile, che non sia protetto da analogo differenziale, l'impianto di terra può andare in tensione e si possono avvertire scosse sulle carcasse degli elettrodomestici, il differenziale ingannato non può intervenire. E soprattutto non fa una piega nei tentativi di suicidio, come quando si toccano contemporaneamente due fili di linea, anche essendo isolati da terra. Gian Carlo Bo


TRE ANNI DI MISURE Addio ai ghiacciai alpini Nuovi dati: la superficie continua a ridursi
Autore: BIANCOTTI AUGUSTO

ARGOMENTI: GEOGRAFIA E GEOFISICA, MONTAGNA, SONDAGGIO, STATISTICHE
NOMI: DESIO ARDITO
ORGANIZZAZIONI: MINISTERO DELL'AMBIENTE, COMITATO GLACIOLOGICO ITALIANO, CAI
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. IL GHIACCIAIO ============================================== COME SI MUOVE Il ghiacciaio si muove sotto la spinta del suo peso per scorrimento sul fondovalle e per deformazione interna. La sua velocità è maggiore in superficie che verso il fondo. ---------------------------------------------- I CREPACCI I rilievi del letto del ghiacciaio producono deformazioni verticali radiali che generano profonde crepe in superficie. ---------------------------------------------- IL LETTO DEL GHIACCIAIO Grazie alla presenza di acqua che agisce come lubrificante, la massa del ghiacciaio scivola sul letto roccioso erodendolo. ============================================== G.T. Differenze delle superfici dei corpi glaciali tra il 1989 e il 1958. G.T. Distribuzione percentuale delle supefici dei corpi glaciali. ==============================================

E' appena terminato il nuovo catasto dei ghiacciai italiani. La ricerca, commissionata dal ministero dell'Ambiente al Comitato glaciologico italiano è durata tre anni, è stata effettuata mediante il rilevamento in foto aerea, controlli a terra e coadiuvata da tutto un complesso di studi collaterali. I nostri ghiacciai attualmente sono 706 rispetto ai 745 censiti da Ardito Desio nell'ormai lontano 1958: la riduzione risulta del 5 per cento. La superficie glacializzata complessiva è di 48.184 ettari, della quale il 42 per cento nel settore alpino occidentale, il 34 per cento in quello centrale e il 24 per cento nell'orientale. Nel 1958 risultava di 52.502 ettari (45 per cento nel settore occidentale, 31 per cento nel centrale e 24 per cento nell'orientale). La contrazione complessiva della superficie è pari all'8,2 per cento. La diminuzione è concentrata nel settore occidentale, che perde 3600 ettari, il 15 per cento del totale e nell'orientale, con 900 ettari in meno, il 7 per cento. Sulle Alpi lombarde, al centro della catena, si è invece verificata una modesta espansione, 430 ettari, cioè l'1,4 per cento in più. Il catasto è l'aspetto più appariscente di una lunga stagione di rinnovato interesse per i ghiacciai, che culminerà nell'autunno prossimo, quando a Torino sarà celebrato il primo secolo della nascita della commissione glaciologica del Cai, la madre del Comitato Glaciologico, con il convegno: «Cent'anni di ricerche glaciologiche in Italia». I ghiacciai delle Alpi italiane appaiono in parziale scioglimento. Il dato trova conferma dalle altre ricerche in corso, in particolare dai bilanci di massa e dalle campagne glaciologiche. Il ghiaccio di massa consiste nel calcolare la differenza fra gli apporti e le perdite del ghiacciaio. I primi sono costituiti dalle precipitazioni nevose e dalle valanghe, le seconde dal volume annuale di ghiaccio fuso. A cominciare dal settore orientale, dove tali studi hanno una tradizione particolarmente salda, nel ghiacciaio del Carser nel Gruppo dell'Ortles-Cevedale i bilanci degli ultimi anni sono fortemente deficitari. Ad esempio quello del 1991-92 ha rivelato una perdita di una «lama» d'acqua equivalente a ben 1200 millimetri: come dire che è fusa una lastra di ghiaccio vasta come il ghiacciaio e spessa all'incirca un metro e mezzo, pari ad un volume di oltre quattro milioni e mezzo di metri, pari ad un volume di oltre quattro milioni e mezzo di metri cubi d'acqua. Nel settore lombardo nel ghiacciaio della Sforzellina nel 1992 si sono definitivamente perduti 322.000 metri cubi, di acqua-equivalente, e 120.000 nel 1993. La riduzione volumetrica dei grandi apparati è stata accompagnata dall'estinzione di molti ghiacciai minori. Nella sola Conca del dragone in Valtournenche (Valle d'Aosta) sono scomparsi ben tre dei quattro corpi glaciali esistenti. Neanche i risultati delle campagne glaciologiche lasciano molti dubbi. E' dal 1987 che la percentuale dei ghiacciai in regresso, la cui lingua terminale ogni anno si ritira verso monte rispetto al punto dell'anno prima, supera puntualmente i 3/4 del totale, quando non il 90 per cento. I primi risultati della campagna di quest'anno confermano purtroppo il dato pregresso. Quali indicazioni possono essere tratte da questi indizi così convergenti? Tutti i ricercatori del settore concordano nel ritenere che alla fase di regresso degli ultimi anni hanno concorso sia la riduzione delle precipitazioni sia l'aumento della temperatura. Se si considerano le lunghe serie termopluviometriche dell'Italia settentrionale si constata che l'andamento delle precipitazioni è ciclico, con alti e bassi che si ripetono all'incirca ogni vent'anni, mentre le temperature sono in costante ascesa. Il lungo periodo secco che ha interessato tutti gli Anni 80 e i primi Anni 90 pare terminato: le grandi piogge dell'anno passato e quelle dello scorso novembre ne sono la vistosa dimostrazione. La tendenza in crescita del caldo non accenna invece a diminuire. Il quadro che ne emerge è pertanto critico, anche se un po' mitigato rispetto a quello del periodo immediatamente precedente. Se la caduta di neve dovesse aumentare, anche in presenza di temperature relativamente alte, il ritiro dovrebbe decelerare. Decelerare, si badi bene, non invertire di tendenza. Ne consegue che anche nell'immediato futuro il consiglio è di trattare le nostre masse glacializzate con la massima precauzione, a cominciare dagli interventi di rimaneggiamento che l'uomo compie sui ghiaccia «attrezzati» per lo sci estivo. Lo sbancamento del ghiaccio per allestire le piste di discesa accelera la fusione. Il rischio è di trovarsi in breve senza... materia prima, come si è visto da quando è capitato in Valtournenche. Ma i problemi possono farsi più gravi, dal rifornimento estivo dei laghi artificiali d'alta montagna, alle disponibilità d'acqua per l'irrigazione in pianura, e anche a quella per usi domestici e alimentari. La fusione, che imperversa sui corpi di piccole dimensioni, è meno vistosa sui ghiacciai alpini più grandi, e per ora pare risparmiare del tutto le grandi masse continentali, della Groenlandia e dell'Antartide. E' quanto emerge dal quadro complessivo delle conoscenze prodotte dai ricercatori glaciologici che operano sul continente australe nella base italiana di Terra Nova. Là quest'anno vanno ad iniziare le perforazioni profonde della grande calotta, che dovrebbero spingersi per chilometri nelle viscere del ghiaccio fossile, vecchio di decine di migliaia di anni. Dall'analisi dei campioni prelevati si potrà meglio comprendere l'andamento del clima del passato, un passo indispensabile per far progredire anche la possibilità di previsione sule variazioni termopluviometriche che ci attendono in futuro. Augusto Biancotti Università di Torino


Troppa pioggia, poca neve E anche questa è una calamità
Autore: P_B

ARGOMENTI: METEOROLOGIA, GEOGRAFIA E GEOFISICA
NOMI: MERCALLI LUCA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: Ripercussioni sui ghiacciai

PRIMA l'alluvione del 3-6 novembre che ha devastato mezzo Piemonte: in tre giorni una quantità di pioggia pari a quella che cade mediamente in un anno. Poi, dal 9 novembre, un bel tempo stabile, sostenuto dall'anticiclone atlantico tipico dell'estate. E' vero che l'altro ieri una leggera perturbazione ha portato qualche nevicata, ma in complesso il risultato non cambia: le Alpi sono quasi a nudo, perché la poca neve che era venuta ha avuto tutto il tempo di squagliarsi. Anche se non sembra, pure questa è una calamità naturale. A breve termine per il turismo montano che vive di sciatori: si contano a centinaia di miliardi i danni per l'industria alberghiera e per i gestori degli impianti di risalita. A lungo termine per l'intero ecosistema, perché gli accumuli delle precipitazioni nevose contribuiscono a riempire gli invasi per la produzione di energia elettrica e perché i ghiacciai, di cui in questa pagina si registra l'arretramento pressoché generale, non essendo alimentati, perderanno altro terreno, contribuendo probabilmente a ulteriori squilibri climatici. Neve e ghiaccio, infatti, riflettono la radiazione solare, raffreddando l'ambiente, mentre il terreno nudo la assorbe. L'anticiclone - spiega il meteorologo Luca Mercalli - nell'inverno padano non è una situazione rara. Ma di solito quello che va ad estendersi fino alle Alpi è un anticiclone siberiano. Quindi un anticiclone freddo. L'anticiclone delle isole Azzorre che è durato più di un mese, dal 7 novembre al 18 dicembre, è invece un anticiclone caldo. Con il Sole basso sull'orizzonte che si ha in questa stagione, i versanti delle montagne ricevono i raggi quasi perpendicolarmente; a ciò si sono aggiunte frequenti inversioni termiche, con freddo al suolo e caldo in quota, sicché in alcuni giorni si sono raggiunte temperature di ben 15-20 gradi a duemila metri di altezza. L'eccesso di pioggia dell'inizio di novembre e la successiva assenza di neve sono del resto soltanto due delle quattro principali anomalie con cui i meteorologi archivieranno il 1994. Le altre sono che il mese di marzo di quest'anno è stato il più caldo negli ultimi duecento anni e che l'estate occupa il terzo posto tra le estati più calde dell'ultimo secolo. (p. b.)


SCAFFALE Taber: «Dizionario enciclope dico di scienze mediche»
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, SANITA', LIBRI
LUOGHI: ITALIA

IL linguaggio medico ha due caratteristiche essenziali: si evolve rapidamente in parallelo con i progressi scientifico-tecnologici ed è in genere piuttosto oscuro, anche perché talvolta è utilizzato dal medico come un (discutibile) diaframma da interporre tra sè e il paziente. D'altra parte una porzione sempre più ampia di pubblico sente il bisogno di orientarsi nella giungla del linguaggio medico. Lo strumento più compatto ed efficace per soddisfare questa esigenza sia dei medici sia dei loro pazienti viene ora offerto dall'edizione italiana del «Dizionario enciclopedico di scienze mediche» del Taber, giunto alla diciassettesima edizione. L'opera è in due volumi: il dizionario vero e proprio e il dizionario inglese-italiano, che contiene anche una utilissima appendice che riassume le informazioni di base su temi ampi come, ad esempio, l'anatomia, il valore nutritivo degli alimenti, i veleni, le vitamine, i valori normali dei parametri di laboratorio. Le voci elencate sono ben 48 mila, più del doppio delle voci mediche normalmente disponibili nei dizionari italiani e inglesi.


SCAFFALE Spallanzani Lazzaro: «Viaggio all'Etna», Cuen
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: GEOGRAFIA E GEOFISICA, VULCANO, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

Più che un singolo volume, è il caso di segnalare la nuova collana che li raccoglie. Si chiama «Tessere» ed è articolata in 4 filoni: classici della scienza come «Viaggio all'Etna» di Lazzaro Spallanzani, libri divulgativi, quaderni che riuniscono brevi saggi nati per i corsi di comunicazione scientifica della Sissa di Trieste e racconti di viaggio. L'editore ha come riferimento la Fondazione Idis di Napoli.


SCAFFALE Barrow John D.: «La Luna nel pozzo», Adelphi; Ricker Rudy: «La quarta di mensione», Adelphi
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: MATEMATICA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA

Due saggi ci propongono un suggestivo viaggio nel mondo della matematica. Il primo è un libro in cui l'astronomo inglese John D. Barrow (Università del Sussex), molto noto per essere un teorico del «principio antropico» e largamente tradotto nel nostro Paese, analizza il ruolo della matematica nelle scienze. Fu Galileo il primo a «stupirsi» del fatto che i fenomeni naturali si lascino chiudere nella rete delle formule matematiche. Da allora il processo di astrazione del reale in modelli matematici ha fatto passi giganteschi, fino a creare quasi una natura parallela costituita da numeri e relazioni tra numeri. Barrow ci fa scoprire la connessione tra realtà e matematica con una esposizione avvincente e chiara. Complementare può essere la lettura del saggio di Rudy Rucker (pronipote di Hegel, insegna matematica alla San Josè State Univesity) che si sforza di introdurci intellettualmente nella quarta dimensione: una impresa che può riuscire soltanto attraverso analogie intuitive, un po' come Abbot nel suo classico racconto «Flatlandia» ci fece capire, nel secolo scorso, che significherebbe vivere in due dimensioni soltanto. E infatti Rucker parte proprio dai geometrici «personaggi» di Flatlandia per giungere allo spazio a 4 dimensioni e, addirittura, al paradosso dei viaggi nel tempo.


SCAFFALE Highfield Roger e Carter Paul: «Le vite segrete di Albert Einstein», Muzzio
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: STORIA DELLA SCIENZA, FISICA, LIBRI
NOMI: EINSTEIN ALBERT
LUOGHI: ITALIA

Albert Einstein è un mito solidissimo nella storia della scienza. Un po' meno nella vita, nonostante l'immagine di pacifista e di filantropo che siamo abituati ad attribuirgli. In effetti, visto nel privato, Einstein ha le sue ombre, e questo libro ce le mostra tutte, impietosamente: la figlia illegittima a lungo tenuta nascosta, la relazione con una cugina, gli incidenti sentimentali che portarono alla fine del suo secondo matrimonio. Ovviamente c'è un po' di rotocalco in alcune ricostruzioni, ma i lettori curiosi (o pettegoli) troveranno in questo libro un complemento alla bellissima biografia scientifica di Einstein scitta da Pais e pubblicata da Bollati Boringhieri alcuni anni fa.


TECNICHE DA MIGLIORARE Sì alla carta riciclata ma con prudenza Contro i rischi di eventuali composti tossici, attenzione agli usi
Autore: STURARO ALBERTO

ARGOMENTI: ECOLOGIA, TECNOLOGIA, CHIMICA, RICICLAGGIO, RIFIUTI
NOMI: PARVOLI GIORGIO, RELLA ROCCO, DORETTI LUCIO
ORGANIZZAZIONI: UFFICIO SICUREZZA E PREVENZIONE CNR
LUOGHI: ITALIA, PADOVA (PD)
NOTE: Riferimento ad un articolo di Tuttoscienze del 5/10/94

L'industria cartaria italiana ha trasformato nel 1993 oltre 3 milioni di tonnellate di carta da macero in carta e cartoni corrispondenti al 75 per cento del fabbisogno complessivo nazionale di carta varia. Il potenziamento del sistema di raccolta - in termini di diffusione sul territorio ma anche di sensibilizzazione degli utenti - permetterebbe di raggiungere con buone probabilità l'autosufficienza in questo settore. La raccolta e il riciclaggio della carta straccia, nonostante possa comportare rischi, rimane tutt'oggi una strada ecologicamente ed economicamente conveniente. In un articolo su Tuttoscien ze uscito il 5 ottobre (e ripreso da numerosi altri organi d'informazione con interpretazioni non sempre corrette) abbiamo presentato i risultati di una ricerca che ci ha portati ad identificare i diisopropilnaftaleni, provenienti da carta copiativa chimica, come contaminanti di alcuni alimenti. Questi composti, tuttavia, non sono gli unici solventi utilizzati nella produzione di questa carta. Infatti, in numerosi campioni da noi analizzati sono stati identificati, in quantità più modeste, anche una serie di composti con caratteristiche chimico-fisiche simili a quelle dei diisopropilnaftaleni. La loro presenza in alcuni alimenti e nei loro contenitori evidenzia la continua evoluzione nella formulazione delle carte autocopianti. Il progressivo miglioramento delle prestazioni di questa carta risulta evidente anche dal numero e dal tipo di formatori di colore i quali, insieme con i loro solventi, influiscono negativamente sulla qualità del cartoncino prodotto. La loro presenza nel prodotto finito può portare, in tempi relativamente brevi, alla comparsa di macchie sulla superficie stampabile con conseguente impossibilità di utilizzo. Le quantità trovate di composti chimici estranei sembrano avere scarsa rilevanza tossicologica, tuttavia sono indice di un nuovo e diffuso inquinamento ambientale che è doveroso tenere sotto controllo. Affinché il consumo di cartone da carta riciclata conservi il suo consolidato interesse è importante che i processi di produzione finora utilizzati si adeguino alle nuove esigenze. Di fondamentale importanza è la messa a punto di semplici metodiche analitiche per la quantificazione di carta chimica presente nei maceri. La rapida conoscenza di questo dato permetterà di scegliere la strategia più opportuna per la riduzione dei composti estranei entro valori accettabili. Inoltre è necessario un accurato controllo finale di alcuni composti bersaglio sul cartoncino, prima della sua commercializzazione, per indirizzare verso una corretta utilizzazione nel settore più opportuno (imballaggi e/o alimentare). Attualmente nei laboratori dell'Ufficio Sicurezza e Prevenzione del Cnr di Padova, un gruppo di ricercatori, costituito da Giorgio Parvoli, Rocco Rella, Lucio Doretti e da chi scrive, ha in corso studi per dare un concreto contributo alle nuove problematiche del settore cartario. Importanti risultati preliminari sono già stati raggiunti in campo analitico e nell'individuazione di trattamenti integrativi e specifici per l'abbattimento dei composti chimici derivanti da carte autocopianti nei maceri. Alberto Sturaro Cnr, Padova


SEDUZIONI TRA CAVALLUCCI MARINI M'illumino di arancio vuoi farti rosa per me?
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ETOLOGIA, ZOOLOGIA, ANIMALI
NOMI: VINCENT AMANDA
ORGANIZZAZIONI: CAMBRIDGE UNIVERSITY
LUOGHI: ITALIA
NOTE: Ippocampo

NOI siamo portati a generalizzare. E siccome nei mammiferi la gestazione, l'allevamento e la cura dei figli spettano al sesso femminile, riteniamo che ciò avvenga in tutto il mondo animale. Ma non è affatto così. Negli uccelli di solito la cova delle uova e l'allevamento dei piccoli sono compito di ambedue i sessi. Nei pesci poi si va oltre. In più di metà delle specie è il padre che si occupa della prole, mentre in un altro quarto se ne occupano congiuntamente padre e madre. Ma indubbiamente la specie che batte tutti i record in fatto di cure paterne è l'ippocampo, il popolarissimo cavalluccio di mare. Chi non conosce la sua sagoma inconfondibile, così poco ortodossa per un pesce? Al posto delle scaglie tradizionali, ha tante placchette ossee che tutto lo rivestono a mò di corazza e gli conferiscono una singolare rigidità stilizzata. La testina tubolare è ripiegata ad angolo retto rispetto al corpo e, quando il pesciolino nuota stando in posizione verticale, la pinna dorsale vibra a velocità tale che risulta praticamente invisibile. Spesso e volentieri l'ippocampo dalla testa equina, che lo fa rassomigliare a un cavallo da scacchi, si ancora alle alghe sommerse, avvinghiandovi attorno la codina prensile. Lo fa soprattutto quando è a caccia di prede. Non ha bisogno d'inseguirle. Se ne sta immobile all'agguato. La sua boccuccia minuscola priva di denti funziona come un aspiratore potentissimo e non appena una vittima arriva alla sua portata, la «risucchia» letteralmente con rapidità fulminea. Esistono 35 specie di cavallucci di mare, dal minuscolo ippocampo della Nuova Caledonia lungo poco più di un centimetro a quello del Pacifico orientale che ne misura 35. Per il suo dottorato alla Cambridge University, Amanda Vincent, affascinata dall'originale sistema riproduttivo di questo pesce, ha svolto una ricerca su nove specie di ippocampi. Innanzitutto la studiosa ha constatato che il corteggiamento si svolge in modo sostanzialmente simile in tutte le specie. Maschio e femmina si danno appuntamento ai primi chiarori dell'alba e fanno capire di essere pronti al rito nuziale accendendosi di vivi colori. Ad esempio, il maschio si fa arancione e la femmina rosa confetto. Il maschio piega energicamente il corpo per comprimere la sacca addominale che gli fa da marsupio, immette ed emette alternativamente acqua nella tasca, quasi per mostrare alla futura consorte con quanta abilità sarà in grado di allevare i piccoli. Poi entrambi si agganciano con il codino allo stesso sostegno e vi ruotano attorno. Dopo un po' i due nuotano appaiati fino a trovare un altro sostegno a cui avvinghiarsi. Questa singolare forma di corteggiamento dura tre giorni. Al mattino del terzo giorno la femmina, rigonfia di uova mature, incomincia a estroflettere l'ovopositore, il maschio la fronteggia e i due salgono lentamente faccia a faccia verso la superficie. Ed è proprio durante l'ascesa che la femmina inserisce il suo ovopositore nella tasca marsupiale del maschio e vi fa scivolare dentro una lunga striscia vischiosa contenente da dieci a molte centinaia di uova secondo la specie. Tutta l'operazione si svolge in sei secondi circa. A questo punto i due si separano e il maschio, dopo aver irrorato le uova di sperma, si dà una scrollata per sistemare meglio il carico nella tasca, che viene poi ermeticamente sigillata. Quel che segue può realmente paragonarsi alla gravidanza dei mammiferi. Visto dall'esterno il maschio, che continua a ingrossare, sembra proprio una femmina incinta. Al suo interno, l'epitelio del marsupio, riccamente irrorato da vasi sanguigni, prolifera e diventa spugnoso, entrando in intimo contatto con le uova, che vengono così nutrite per osmosi. Il nutrimento passa dal sangue del padre a quello degli embrioni come attraverso una placenta. La «gestazione» dura da un minimo di otto giorni a un massimo di cinquanta, a seconda della specie e della temperatura dell'acqua. Non appena gli embrioni hanno terminato il loro sviluppo, il padre li «partorisce». E sembra davvero in preda alle doglie del parto quando per parecchi giorni di fila si contorce, si piega, si divincola, spingendo in fuori i piccoli a frotte di dieci, quindici per volta. Il record conosciuto è quello di un ippocampo padre che ha partorito 1572 piccoli. Talmente minuscoli che stavano tutti in mezzo cucchiaio. Più o meno si conosceva già da tempo il rito di corteggiamento e l'insolita tecnica di gestazione paterna degli ippocampi, ma dalla ricerca della Vincent sono emersi fatti nuovi. Per esempio, che il legame di coppia si forma e si rinforza tra i cavallucci grazie a una cerimonia di saluto quotidiana. Ogni mattina, maschio e femmina si ritrovano nello stesso luogo, cambiano colore ed eseguono per alcuni minuti i primi movimenti del corteggiamento, l'aggancio dei codini allo stesso sostegno e quella specie di danza rotatoria. Ma il fatto ancora più interessante scoperto dalla studiosa è che la femmina non matura nuove uova e non si risposa fino a che il maschio non porta a termine la gravidanza. E se un maschio e una femmina stanno assieme per lungo tempo (sette giorni per lo meno), il maschio diventa più prolifico, probabilmente perché la presenza femminile fa da stimolo alla produzione di prolattina, l'ormone fondamentale per l'incubazione delle uova (lo stesso ormone che stimola la secrezione lattea nelle femmine dei mammiferi). Subito dopo aver così faticosamente «partorito», il maschio è pronto a risposarsi. E lo stesso vale per la femmina. Non appena ha constatato che la sua covata è andata a buon fine, è pronta a risposarsi, questa volta senza nemmeno la cerimonia dei tre giorni di corteggiamento. Il rito è abbreviato. Isabella Lattes Coifmann


IN BREVE Amica virtuale su floppy-disk
ARGOMENTI: INFORMATICA, ELETTRONICA
NOMI: LENTINI FRANCESCO
ORGANIZZAZIONI: ELOISA
LUOGHI: ITALIA

Sette milioni di bytes ultracompressi su un dischetto standard Ms-Dos da 700 mila bytes: è Eloisa, versione su floppy del personaggio vituale creato da Francesco Lentini e sviluppatosi grazie a Tuttoscienze (ne abbiamo parlato sui n. 500, 521 e 547). Il risultato è la possibilità di un dialogo uomo-computer praticamente illimitato, in linguaggio naturale. Con Eloisa si può parlare di qualsiasi cosa, di filosofia come di Sgarbi o di Berlusconi. Chi desidera il programma può chiederlo, pagando solo le spese di spedizione, a Francesco Lentini, tel. 0965- 43.336; e-mail: f.lentini/agora.stm.it (la barra sta per la a chiusa nel cerchio).


IN BREVE I nuovi servizi multimediali
ARGOMENTI: COMUNICAZIONI, ELETTRONICA
ORGANIZZAZIONI: ANFOV, CSELT, TELECOM ITALIA, TEKNIBANK, CERVED
LUOGHI: ITALIA

Le prospettive del mercato multimediale (offerta di servizi e informazioni mediante tecnologie informatiche e delle telecomunicazioni) sono state esaminate in un seminario organizzato dall'Anfov. Cselt, Telecom Italia, Cerved, Teknibank, Syntax Processing Media e Zucchetti hanno valutato opportunità e tempi di lancio dei nuovi servizi. L'incontro si è svolto in teleconferenza tra Torino, Roma e Milano.


IN BREVE Assistente meccanico per il dentista
ARGOMENTI: TECNOLOGIA, MEDICINA E FISIOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: AXIDRIVE
LUOGHI: ITALIA

Si chiama Axidrive ed è una macchina che semplifica la preparazione di protesi garantendo la precisione entro 3 gradi della conicità dei denti da impiantare, difficile a ottenersi manualmente. Per informazioni, tel. 011-3299.341.


IN BREVE Gpl: dove l'energia stenta ad arrivare
ARGOMENTI: ENERGIA
ORGANIZZAZIONI: ULTRAGAS
LUOGHI: ITALIA

Il Gpl, gas propano liquido, è una soluzione pratica ed ecologica per chi ha bisogno di energia in località isolate. La Ultragas (sorta a Forlì nel '54) pubblica ora un bel volume che illustra il ruolo del Gpl in Italia.


IN BREVE L'alluminio riciclato nel '94
ARGOMENTI: ECOLOGIA, RICICLAGGIO, RIFIUTI
ORGANIZZAZIONI: CO.ALA
LUOGHI: ITALIA

Seimila tonnellate di lattine di alluminio recuperate nel '94 con un risparmio energetico di 25 miliardi di lire: è il positivo bilancio del Co.ALA, il consorzio per il riciclaggio fondato tre anni fa.


INCENSO E MIRRA Non c'era lode senza profumo
AUTORE: ACCATI ELENA
ARGOMENTI: BOTANICA
LUOGHI: ITALIA

I Magi, giunti a Betlemme per adorare il Figlio di Dio - si legge nel Vangelo di Matteo - aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono, oltre all'oro, anche incenso e mirra, due preziosissimi prodotti vegetali, sicuramente una semplificazione delle cose più pregevoli che l'uomo di duemila anni fa possedesse. I profumi in Oriente facevano parte della vita quotidiana ed erano necessari all'esistenza quanto il bere e il mangiare; avevano un duplice significato: nella vita sociale indicavano la gioia, mentre nella liturgia simboleggiavano l'offerta e la lode. Le piante che forniscono l'incenso appartengono al genere Boswellia, mentre la mirra si ricava dal genere Commiphora, ambedue appartenenti alla famiglia delle Burseracee. Si tratta di una famiglia le cui piante sono caratterizzate dal fatto di essere provviste di canali secretori resiniferi nei quali si raccolgono sostanze oleose che si solidificano all'aria. Dalle screpolature che si formano nelle sottili cortecce dei loro fusti o dalle incisioni che, espressamente, gli uomini apportano ai loro esili tronchi escono le sostanze ricercate. La mirra ha l'aspetto di un piccolo albero o arbusto privo di spine, con foglie sparse o riunite a due o a tre su rami molto corti, composte e imparipennate; i fiori hanno un lungo calice, con una corolla con quattro petali. La mirra è presente nelle foreste di acacia e di euforbia della Somalia e dell'Eritrea e si estende oltre il Mar Rosso alla penisola arabica e ad altre regioni afro-asiatiche. Il genere Commiphora comprende circa novanta specie, di cui alcune, come la C. opobalsamum, producono le mirre usate per profumare il corpo e i vestiti dalle donne, ma anche dagli uomini, avendo cura di scegliere quella di qualità finissima. La sposa del Cantico dei Cantici, un sublime poema d'amore, paragona il suo diletto a un sacchetto di mirra, mentre lo sposo la chiama mia mirra, mio balsamo. Da altre specie di Commiphora si ricavano gommoresine conosciute come Bdellio, un profumo pregiato, e frutti ricercati dai cammelli. Il Bdellio avrebbe anche proprietà curative (pare efficace contro i reumatismi), antisettiche, toniche. La mirra è usata in dentifrici e collutori come aromatizzante. La sua azione è dovuta agli olii eterei presenti in quantità dal 2,5 al 10 per cento, alle gomme la cui presenza va dal 40 al 60 per cento, alle resine che rappresentano dal 25 al 50 per cento. La composizione degli olii eterei e delle resine è assai complessa, quella delle gomme è rappresentata da pentosani e da galattano. La mirra ha un odore caratteristico e gradevole, mentre il sapore è amaro; si presenta in grani o in pezzi irregolari, è sempre fragile e semitrasparente. Si deve al botanico inglese Roxburgh, vissuto tra la seconda metà del secolo XVIII e il principio del successivo, l'avere denominato Boswellia la pianta, dotata di scarso valore ornamentale, ma importante fornitrice di resine aromatiche, note come incenso. Esso è stato popolarissimo nel passato al pari della mirra: il suo profumo che saliva in volute di fumo - citato largamente nell'Antico Testamento - indicava la lode rivolta alla divinità; mentre far bruciare dell'incenso equivaleva a placare Dio. Gli incensieri, i vasetti, e gli altari per l'incenso facevano parte della vita famigliare in quanto un sacrificio di profumi veniva compiuto mattina e sera. Le piante di Boswellia, di aspetto arboreo, con foglie persistenti o caduche a seconda delle specie, sono presenti nell'Africa orientale, specialmente lungo le coste del Mar Rosso e della Somalia, nell'Eritrea, sulle coste meridionali dell'Arabia e nell'India. Localmente i vari tipi di incenso hanno una denominazione differente che fa riferimento anche alla qualità dell'incenso. In passato l'incenso ha avuto utilizzazione in medicina. Attualmente quello di qualità migliore, detto di Maidi, incolore o appena colorato di verde, viene masticato, da alcuni, essendo aromatico e amarognolo. Elena Accati Università di Torino


PERISCOPIO L'occhio che vede tutto Un sistema di prismi e lenti che copre 360
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D.T. Come funziona il periscopio (scatola ottica e sistema di visione)

Iperiscopi, strumenti di bordo dei sottomarini usati come rivelatori di navi e aerei, utilizzano prismi e lenti per trasmettere alla sala di controllo immagini chiare degli oggetti che si trovano in superficie. Quando non viene usato, resta sul fondo dello scafo. Al momento dell'uso, viene sollevato di alcuni metri (fino a 12, secondo le dimensioni del sottomarino) grazie a una pompa idraulica. La testa a croce ospita una sorta di motore elettrico, simile al volante di un'automobile, che aiuta l'operatore a far ruotare il periscopio. Il meccanismo è costituito da un sistema di tubi telescopici nel quale la parte inferiore, che contiene l'oculare, è sistemata nella camera di manovra oppure entro la torretta, mentre la parte superiore, con la lente obiettivo, emerge dall'acqua. Un sistema di prismi disposti all'interno del periscopio trasmette i raggi dall'obiettivo all'oculare. Il periscopio può ruotare per 360 attorno al proprio asse per consentire l'osservazione di tutto l'orizzonte. L'obiettivo può ruotare anche verso l'alto per consentire l'osservazione del cielo. All'interno della scatola ottica c'è poi un set di lenti che servono per determinare la posizione di un oggetto rispetto al sottomarino.


STRIZZACERVELLO Fiammiferi in fila
LUOGHI: ITALIA

Collochiamo su un tavolo tre file di fiammiferi: la prima fila composta da 11 fiammiferi, la seconda da 7 e la terza da 6. Il gioco consiste nel cercare di ottenere tre file identiche di 8 fiammiferi, spostandoli da una fila all'altra con una regola molto precisa: a ogni fila si possono aggiungere soltanto un numero di fiammiferi uguale a quelli già contenuti nella fila stessa e tutti i fiammiferi devono essere tolti da un'unica fila. Ad esempio, se una fila contiene 5 fiammiferi, se ne potranno aggiungere soltanto altri 5, non uno in più o in meno. Il numero minimo di mosse necessarie è tre. La soluzione domani, accanto alle previsioni del tempo.


LA PAROLA AI LETTORI La discesa è dei grassi, la salita dei magri?
LUOGHI: ITALIA

La replica alle risposte sull'effetto Doppler nelle autoradio è stata considerata inesatta da uno studente di ingegneria, che così ci scrive: L'effetto Doppler, sia acustico sia elettromagnetico, è linearmente dipendente da due sole grandezze: la velocità relativa dell'osservatore mobile rispetto all'osservatore fisso e la velocità di propagazione dell'onda. Ma, mentre la velocità tra i due osservatori è ovviamente variabile in modo arbitrario, la velocità di propagazione dell'onda è fissa e dipende solo dalle caratteristiche del mezzo, e non dalla frequenza della portante. Conclusione: la distorsione Doppler è uguale per tutte le frequenze di un'onda della stessa natura. Quanto ai telefonini, non vedo come l'elevata frequenza di lavoro possa esaltare l'effetto Doppler. Imputerei piuttosto la causa di questi disturbi telefonici al fatto che un'alta velocità relativa comporta una maggiore variazione nell'alternanza delle configurazioni geografiche e atmosferiche dello spazio che circonda il ricevitore, determinando frequenti deallineamenti tra questo e la sorgente. Massimiliano Margarone Spotorno (SV) Anche i prezzi delle diverse acque minerali hanno, secondo un lettore, una causa diversa da quella che abbiamo pubblicato. Eccola: Il costo della materia prima acqua, rispetto al prezzo della bottiglia di minerale, è assolutamente trascurabile. Ritenere che il risparmio di acqua - se c'è - giustifichi la differenza di prezzo tra gasata e naturale mi sembra francamente azzardato. Sempre che il costo dell'anidride carbonica addizionata sia inferiore, cosa improbabile. Credo invece si tratti di pura speculazione commerciale sulle motivazioni psicologiche degli acquirenti. Costoro, me compreso, potrebbero quasi sempre bere acqua molto più economica attingendola dal rubinetto, e di solito lo sanno. Dunque, se la comprano, hanno motivazioni all'acquisto più forti di chi desidera acqua frizzante, e non ha altra scelta. Il prodotto frizzante quindi è più rigidamente soggetto al prezzo imposto dalla sua collocazione sul mercato, mentre quello «naturale» può sfruttare l'effetto salutista o ecologista. Enrico Contessa, Rivoli (TO) Infine, ancora una puntata della saga dei ciclisti in discesa! L'attrito dei pneumatici sull'asfalto, considerato dall'ultimo lettore un elemento importante da mettere in conto, è cosa minima, se paragonato all'assai maggior attrito dell'aria sul corpo del ciclista. Il ciclista più pesante, aerodinamicità a parte, sarà meno soggetto alla spinta dell'aria, in quanto mette una massa maggiore a contrastare questa spinta. In salita, avverrà il contrario: il più leggero sarà avvantaggiato per il minor attrito sull'asfalto e il minor peso da «portarsi dietro». Ho sperimentato io stesso tutto ciò, perché pratico da molti anni l'attività agonistica. Alessandro Sardo, Genova Per quale motivo l'effetto impres so calciando un pallone leggero (di gomma sottile) segue la legge det ta «effetto Magnus» (si sposta cioè dalla parte in cui la pressione è mi nore) mentre un normale pallone da calcio (più pesante) segue una legge esattamente opposta? Calciando due palloni di uguale superficie ma di massa diversa e imprimendo a entrambi la stessa velocità di traslazioni e rotazione, si mettono in moto due forze che devieranno la normale traiettoria: «effetto Magnus» e precessione. Nel caso del pallone di gomma più sottile, quindi più leggero, prevarrà la forza aerodinamica generata dalla differenza di pressione indotta dalla diversa velocità relativa all'aria dei punti opposti della palla e normali al moto detta «effetto Magnus». Tale forza sarà uguale in entrambi i casi, perché esclusivamente legata a velocità, superficie, coefficiente di attrito e densità dell'aria che supponiamo costanti. Diverso sarà l'effetto della precessione generata dalle forze applicate alla palla, ossia un corpo avente moto giroscopico soggetto a forza d'inerzia (accelerazione-rallentamento), forza di gravità ed effetto Magnus. Tale effetto genera una deviazione op- posta a quella generata dalla forza aerodinamica (effetto Magnus), specie quando la palla raggiunge la forza discendente della parabola ed è tanto maggiore quanto maggiore è la sua massa. Se ne deduce quindi che, nel caso del pallone più pesante, l'effetto di precessione prevale sull'effetto Magnus. Silvano Pauluzzo, Giaveno (TO)


CHI SA RISPONDERE?
LUOGHI: ITALIA

Q In quale gioco di palla, questa raggiunge la maggior velocità? Q Esiste un punto della Terra dove un ipotetico viaggiatore che si sposti di 50 km a Est, 50 a Nord, 50 a Sud e 50 a Ovest, si ritrova esattamente al punto di partenza? Q Perché, ascoltando qualunque brano musicale, percepiamo in modo più distinto il tema della voce più acuta? Q Qual è la natura chimica dell'urticante contenuto nella medusa? ______ Risposte a «La Stampa-Tuttoscienze», via Marenco 32, 10126 Torino. Oppure al fax 011-65.68.688




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