TUTTOSCIENZE 2 novembre 94


La balena volante
Autore: BOFFETTA GIAN CARLO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, TRASPORTI, AEREI, PROGRAMMA
ORGANIZZAZIONI: AIRBUS A 300-600
LUOGHI: ITALIA
NOTE: Programma Vlct (Very large commercial transport)

CHI scende in questi giorni all'aeroporto di Tolosa, in Francia, guardando fuori dal finestrino penserà di soffrire di allucinazioni vedendo due esemplari di un aereo incredibile: una immensa balena volante che sta effettuando i primi voli di collaudo in vista dell'omologazione prevista per il settembre '95. Il suo vero nome è Airbus A 300-600 St ed è attualmente il più grande aereo civile del mondo. E' derivato da un A 300, di cui conserva la metà inferiore, mentre la parte superiore, fino ai piani di coda è completamente nuova e, con 1400 metri cubi di volume utile, può trasportare carichi enormi: ad esempio la fusoliera completa di un A 320 o di un A 340. Finora ne sono stati ordinati quattro esemplari destinati appunto al trasporto dei diversi elementi degli Airbus tra le fabbriche dei quattro Paesi del Consorzio (Francia, Germania, Uk e Spagna) ma è molto probabile la vendita di altri in vari Paesi, inclusi gli Stati Uniti dove la produzione dei velivoli diviene sempre più una cooperazione tra ditte situate lontano tra loro, ciò che impone il trasporto di parti molto voluminose. I prossimi anni sembrano dover esser quelli dei nuovi aerei giganteschi. E' certo ormai che il programma americano Vlct (Very large commercial transport) proseguirà fino all'entrata in servizio tra il 2002 ed il 2003, ora che la Boeing ha ottenuto un ulteriore finanziamento dalla Nasa. Ma anche gli europei raggruppati nell'Airbus Industrie hanno deciso di proseguire gli studi dell'A3XX del quale è già stata definita la configurazione di base, molto simile al Vlct: un quadrimotore a due ponti più lungo di 6 metri del Jumbo 747, 3 metri più alto e 10 metri più largo, con un peso massimo al decollo di 520 tonnellate contro le 385 del 747, e in grado di trasportare - a seconda della distribuzione interna dei sedili nelle varie classi - da 800 a circa 1000 passeggeri. Naturalmente il problema non consiste tanto nella capacità tecnica di progettare o produrre un simile aereo perché sia in grado di volare in tutta sicurezza ma negli obiettivi economici: 28 per cento di consumo in meno rispetto al 747 a un costo per passeggero trasportato inferiore del 15 per cento. Ciò implica lo sviluppo e l'impiego di nuovi materiali e di nuove tecniche per ridurre tutta la resistenza all'avanzamento ed il miglioramento delle prestazioni dei motori che saranno gli attuali General Electric CF6-80 o i Pratt e Whitney 4168. Molto difficile è stata la scelta del tipo di fusoliera che è ora definita ellittica (8,53 per 6,77 metri) con i due piani dove verranno sistemati i passeggeri, le scale anteriore e posteriore ed una zona dove ci si potrà muovere un po': un bar e forse un cinema a grande schermo. Alla Boeing si era pensato di eliminare tutti i finestrini: ciò faciliterebbe molto la costruzione della fusoliera rendendola più leggera e meno costosa. Questa è una vecchia idea che di tanto in tanto ritorna a tentare i costruttori di aerei civili e che finora non è mai stata attuata per il timore di un «rifiuto psicologico» da parte dei passeggeri, rifiuto che potrebbe indurre le compagnie aeree a non acquistare un aereo dove si viaggerebbe sempre con luce artificiale. E' bensì vero che ormai pochi passeggeri si affacciano ai finestrini durante i lunghi voli che questo apparecchio dovrà affrontare, ma è molto difficile prevedere se la gente accetterebbe di entrare in un tubo sigillato per rivedere l'esterno solo dopo che l'aereo si è arrestato di fronte alla porta di imbarco. Ora una ditta americana ha messo a punto un sistema basato su di una speciale telecamera che può trasmettere agli schermi che simulano i finestrini esattamente ciò che si vedrebbe da ciascuno di essi e può diffondere una luce analoga a quella che si avrebbe dal vetro. E' molto probabile che in futuro, sempre più abituati a vivere in un mondo «televisivo» e sempre meno naturale, accetteremo di ammirare su un piccolo schermo il cielo e le nuvole che ci circondano o il meraviglioso spettacolo dell'alba e del tramonto visti da 40 mila piedi d'altezza. Sarebbe anche facile «trasformare» il mondo esterno, per esempio trasmettendo un cielo sereno e un ambiente rassicurante quando si va all'atterraggio attraversando un cumulo nembo poco simpatico, attorniato dai fulmini. Per ora il problema più scottante per i dirigenti di Airbus Industrie è quello di una scelta strategica: o proseguire decisamente da soli per aver pronto l'A3XX nel 2003 o associarsi alla Boeing in un progetto comune. Non è facile immaginare una simile cooperazione, data la feroce concorrenza oggi esistente tra le due ditte ma l'enorme investimento finanziario che ciascuno dei due programmi fa prevedere (circa 10 miliardi di dollari) consiglia un'intesa ragionevole, anche perché le più ottimistiche previsioni di mercato non lasciano speranze per più di 500 velivoli di questo tipo, più di metà dei quali da vendersi nel Sud-Est asiatico. Gian Carlo Boffetta


OLTRE L'URANIO La chimica dei pesi massimi
Autore: BIANUCCI PIERO

ARGOMENTI: CHIMICA, RICERCA SCIENTIFICA
NOMI: LAZAREV YURI, LOUGHEED RON, MENDELEEV DIMITRIJ
LUOGHI: ITALIA
NOTE: Tavola periodica degli elementi

C'E' una nuova chimica ancora tutta da scoprire oltre il confine degli elementi più pesanti dell'uranio creati artificialmente dall'uomo? Un articolo uscito su Physi cal Review Letters e ripreso dal mensile Sapere fa supporre che la risposta sia sì. Secondo alcuni indizi recentemente acquisiti da Yuri Lazarev dell'Istituto per la ricerca nucleare di Dubna (Russia) e da Ron Lougheed del Lawrence Livermore Laboratory (California, Usa) gli elementi - ancora sconosciuti - con numero atomico tra 112 e 118 potrebbero essere stabili e avere una vita abbastanza lunga da consentire ricerche accurate per stabilirne le caratteristiche chimiche, e forse anche applicazioni pratiche. La Tavola periodica degli elementi compilata da Mendeleev ci riserva ancora qualche sorpresa. La natura si è fermata all'elemento 92, l'uranio. Ma l'uomo ha già creato altri 17 elementi. Non però duraturi come quelli naturali. Vediamo perché. Il nucleo degli atomi è costituito da protoni e neutroni. I protoni hanno carica elettrica positiva, i neutroni, come dice il loro nome, non hanno carica. Cariche dello stesso segno si respingono. I protoni dovrebbero dunque tendere ad allontanarsi distruggendo qualsiasi nucleo atomico. Ma entro un raggio molto breve, oltre all'interazione elettromagnetica, agisce un'altra forza fondamentale: l'interazione forte. Che è assai più intensa di quella elettromagnetica. Si spiega così perché possano esistere atomi stabili, dal più leggero, l'idrogeno (un solo protone, numero atomico 1), all'uranio (92 protoni, numero atomico 92). Benché senza carica, anche i neutroni hanno un loro ruolo nella stabilità dei nuclei. La loro disposizione può rendere gli elementi chimici più o meno stabili. Il ferro è l'elemento più stabile in natura. Oltre un certo numero di protoni e di neutroni, però, i nuclei diventano così grandi che l'interazione forte, con il suo corto raggio d'intervento, non riesce più a tenerli insieme se non per tempi brevi. Negli ultimi cinquant'anni sono stati creati artificialmente molti elementi transuranici, ma via via più instabili. L'elemento 97 berkelio, per esempio, ha una vita media di 1400 anni, il 98 californio di 890, il 99 einsteinio di 275 giorni e così via, fino al 109 meitnerio, che ha una vita media di appena tre millesimi di secondo. Sembrava che si fosse arrivati al limite oltre il quale non può più esserci chimica perché gli elementi diventano troppo effimeri. Creare elementi così volatili diventava un puro gioco di abilità fine a se stesso, una gratuita sfida alla natura. Ma ora la prospettiva sta cambiando. Lazarev ha prodotto un isotopo pesante dell'elemento 106, il seaborgio, che lascia intravedere una nuova inesplorata regione di stabilità dei nuclei atomici, appunto tra i 112 e i 118 protoni. Il seaborgio con peso atomico 263 (106 protoni e 157 neutroni) ha una vita media di appena 9 decimi di secondo. Ma il suo isotopo con peso atomico 266 vive da 10 a 30 secondi. Per via teorica si può supporre che ancora più stabile sarebbe un nucleo che avesse 114 protoni e 184 neutroni disposti in strati successivi e completi. Lazarev e i fisici russi hanno prodotto seaborgio 266 bombardando nuclei di californio 248, fornito dagli americani, con nuclei di neon 22. E' difficile, però, ottenerne una quantità apprezzabile: se ne fabbrica soltanto un atomo al giorno! Gli esperimenti vanno avanti. Gli alchimisti degli elementi ultrapesanti cercheranno ora di fondere insieme un atomo massiccio e uno leggero in modo che la loro somma dia un nucleo di 114 protoni e 184 neutroni. Se questo esotico elemento risultasse stabile, la nuova chimica diventerebbe realtà. Che l'uomo abbia più fantasia della natura? Piero Bianucci


INVASIONE NEL MAR NERO La veste è da medusa, ma la fame da lupo Mnemiopis leidyi, un Attila che sta scardinando un intero ecosistema
Autore: ANGELA ALBERTO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ECOLOGIA, MARE
LUOGHI: ITALIA

L'invasione è cominciata casualmente una decina di anni fa grazie a qualche cargo o petroliera in arrivo dalle coste americane. Mescolate all'acqua di zavorra, la nave trasportava anche le larve di un piccolo mostro marino, una specie di medusa tropicale estremamente vorace che ha trovato nel Mar Nero un ambiente ideale, senza competitori, nel quale diffondersi. Silenziosamente, questo minuscolo «alieno» (Mnemiopis leidyi), si è riprodotto a una velocità sbalorditiva fino a scardinare nel giro di pochi anni l'intera catena alimentare di ampie aree del Mar Nero, con danni incalcolabili sia per l'ecosistema marino sia per l'economia dei paesi costieri. E la sua marcia trionfale continua senza sosta. Eppure a prima vista questo «Attila» marino non ha nulla di pauroso, anzi è forse uno degli animali più eleganti del mare. Il suo corpo è trasparente, delicatissimo, quasi impalpabile, ed è percorso da affascinanti bagliori iridescenti. Ha la forma e le dimensioni di un fiore chiuso, ed è fatto quasi tutto d'acqua. Evolutivamente, è un animale lontanissimo, simile a quelli che avremmo incontrato nei mari oltre mezzo miliardo di anni fa. E' uno Ctenoforo, cioè un lontano parente delle meduse e dei coralli. Non ha un cervello o dei gangli nervosi definiti, e i bagliori iridescenti che emette sono provocati da un insolito sistema di nuoto. Il corpo è percorso nel senso della lunghezza da otto bande che sembrano in effetti emettere luce colorata intermittente, come tante file di lampadine accese su di un albero di Natale. In realtà si tratta di gruppi di ciglia messe in fila che si muovono come le zampe di un millepiedi e permettono all'animale di nuotare. La luce ambientale che colpisce questo movimento sincrono crea un particolare effetto, dando l'impressione di un'onda luminosa. Purtroppo questo piccolo gioiello dei mari è conosciuto anche per la sua fame insaziabile: divora tutto quello che trova. Nel suo stomaco finiscono enormi quantità di zooplancton, piccoli crostacei, e persino le uova e le forme giovanili dei pesci. I suoi effetti sulle popolazioni dei pesci quindi sono duplici: quando non li uccide da piccoli, toglie loro il cibo. Il risultato è che negli ultimi sei anni la pescosità della zona è crollata verticalmente, sintomo di un enorme danno ecologico. Nel solo Mare di Azov (una «rientranza» del Mar Nero, creata dalla penisola della Crimea) la pesca è diminuita di ben duecentomila tonnellate. In quest'area già esistevano problemi per i pescatori (e per l'ambiente) in gran parte causati da un pesante inquinamento delle coste. Ma da quando ha fatto la sua comparsa la Mnemiopis, la situazione è bruscamente peggiorata. I danni sono stati così devastanti da provocare la chiusura di quasi tutte le attività legate alla pesca nel Mare di Azov, mentre nel vicino Mar Nero le perdite per l'industria della pesca sono state valutate nell'ordine di centinaia di miliardi di lire. Persino l'Onu è scesa in campo, tramite il suo programma ambientale, istituendo una Task Force di esperti per cercare di arginare il propagandarsi di questa piccola medusa. Non è facile però individuare l'arma giusta per combattere la Mnemiopis. L'uso di prodotti chimici, com'è intuibile, colpirebbe indiscriminatamente anche le altre specie marine. Così si battono altre strade, come quella di immettere nelle acque dei parassiti specifici della medusa oppure di provocarle malattie particolari. Purtroppo introdurre nuove specie in queste acque potrebbe peggiorare la situazione ecologica; inoltre, si conosce troppo poco la biologia di questo animale, per sconfiggerlo con l'aiuto di malattie. Infine c'è un ultimo problema: sono ben sei i Paesi che si affacciano sulle acque infestate dallo Ctenoforo (Ucraina, Georgia, Russia, Romania, Bulgaria e Turchia) e la principale difficoltà non riguarda tanto il tipo di strategia da utilizzare quanto il metter tutti d'accordo sul fatto che esista davvero il problema. Secondo la rivista Science ad esempio, nella sola Russia vi sono opinioni molto discordi sulle cause del crollo del pescato e dei danni ambientali: i responsabili dell'industria della pesca pensano che sia la medusa il vero colpevole, mentre gli esperti dell'Accademia delle Scienze russa accusano l'inquinamento. Dietro questa lotta all'invasione della medusa tropicale, prende forma uno scenario che probabilmente si incontrerà sempre più spesso in futuro: la ricerca di un accordo tra nazioni assai diverse per risolvere un problema ecologico comune. Alberto Angela


ARRIVA IL VIDEOTEX Il chiosco telematico Film, giochi e acquisti restando a casa
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: COMUNICAZIONI, ELETTRONICA, INFORMATICA
ORGANIZZAZIONI: VIDEOTEX, VIDEOTEL, TELECOM ITALIA, ANFOV
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. Architettura del Sistema «Chiosco»

UN kit telematico di basso costo da applicare a un comune personal computer e sarà possibile, da casa o dall'ufficio, collegarsi con la propria banca, fare acquisti senza andare in negozio, ricevere programmi di intrattenimento, divertirsi con videogiochi interattivi. Il tutto, e qui troviamo la novità principale, semplicemente componendo un numero di telefono. Non è un'ipotesi futuribile, ma una prospettiva molto concreta che in Italia, per diventare realtà, attende solo pochi, essenziali adempimenti burocratici. La tecnologia è quella del Videotex, che può essere definito un sistema telefonico interattivo che consente la visualizzazione grafica delle informazioni richieste dall'utente. Per la verità su uno schema analogo si basa già l'attuale servizio Videotel; nato in Italia nell'86, la sua diffusione è stata però limitata dalla necessità di disporre di terminali appositi (noleggiati dalla Sip) e di una chiave di accesso, una «password». Per questo motivo alla fine del '93 gli abbonati erano appena 184 mila e i due milioni ipotizzati per la fine del '95 appaiono largamente irrealistici. Le tecnologie più recenti, sottolinea l'Anfov, l'associazione che raggruppa i maggiori fornitori italiani di videoaudioinformazione, consentono oggi un autentico decollo di un gran numero di servizi innovativi. In effetti potrebbe ripetersi con il Videotel il boom dell'Audiotel, più noto con il suo numero di accesso, il 144. Per molti questo servizio viene identificato semplicisticamente nelle «chat lines», nelle telefonate erotiche che hanno dato luogo a pesanti riserve di ordine etico, provocato polemiche e critiche e generato numerose, contestatissime bollette milionarie. In realtà l'Audiotel ha molti servizi utili, professionali o di intrattenimento, forniti da operatori seri come grandi editori e operatori telematici grandi e piccoli; alla fine di giugno i numeri utilizzati erano già 1485, corrispondenti ad altrettanti servizi, dall'inizio dell'anno le chiamate erano state 18 milioni e mezzo, quest'anno il fatturato si avvicinerà ai 200 miliardi e nel '96 dovrebbe arrivare a 450. Per la nuova fase del Videotel, Telecom Italia, la società che ha incorporato la Sip, ha un piano globale in più punti; quelli principali sono la creazione del «chiosco telematico» già sperimentato in Francia, l'introduzione della nuova rete basata su standard Teletel, la diffusione di schede e kit in grado di consentire il collegamento ai 4 milioni e oltre di possessori di un personal, e infine la possibilità di utilizzare in futuro servizi più rapidi e con una migliore resa grafica. E' il chiosco telematico che cambierà radicalmente l'approccio al Videotel: gli utenti potranno accedervi in forma anonima, senza password, solo facendo il numero telefonico corrispondente al servizio scelto; il costo sarà caricato automaticamente sulla bolletta del telefono o sulla carta di credito. La rete a chiosco è già pronta ma resta inutilizzata perché manca la legislazione di base sulla gestione di tutti i servizi a valore aggiunto liberalizzati dalla Cee quattro anni fa, e perché la regolamentazione di dettaglio, comprese le norme deontologiche, è ancora oggetto di valutazione tra il ministero delle Poste e le associazioni dei produttori di videoinformazione e dei consumatori. Secondo l'Anfov si deve essere molto attenti a non ripetere l'esperienza negativa dell'Audiotel, distinguendo chiaramente i diversi tipi di servizi con specifici numeri di accesso e dando agli utenti la possibilità di disattivare gratuitamente quelli sgraditi, come le chat-lines a rischio di bolletta milionaria. In ogni caso dovrebbero essere banditi i servizi erotico-pornografici. Il Videotel, sintesi di telecomunicazioni, informatica, editoria, televisione e industria dello spettacolo, fornirà servizi multimediali comprendenti immagini, audio e dati ad alta velocità e, grazie alle caratteristiche del telefono, sarà interattivo consentendo all'utente di interagire con la controparte, per esempio nell'home banking, nel telelavoro, nella teleducazione. Una nuova tecnologia messa a punto negli Usa, l'Adls (Asymmetric digital subscriber loop), consentirà di trasmettere in forma digitale sulle linee telefoniche attuali immagini in movimento, come film e programmi tv a richiesta. (E mentre si riceve la trasmissione si può continuare a usare il telefono). Per questa tecnologia Telecom Italia ha in programma di investire 3200 miliardi. Intanto i produttori dei servizi si organizzano. Nei primi mesi del '95 la società Stream, una joint venture tra la Stet e l'americana Bell Atlantic, ha in progetto di lanciare un servizio sperimentale di tv interattiva su un campione di duemila famiglie a Roma e a Milano con la possibilità di scegliere in un catalogo con 500 film e spettacoli televisivi; altre società simili stanno per nascere avendo come partner da un lato Stet e Telecom Italia e dall'altro editori, enti televisivi, case cinematografiche, fornitori di servizi telematici di vario tipo. E proprio per rimanere al passo di queste innovazioni l'Anfov ha organizzato per novembre un seminario sul tema «L'opportunità del mercato multimediale e ruolo dell'Anfov nella nascente industria dei servizi multimediali». Vittorio Ravizza


FONTI ALTERNATIVE Il sorgo accende la luce Elettricità ricavata dalle piante
Autore: PAVAN DAVIDE

ARGOMENTI: ENERGIA, BOTANICA
ORGANIZZAZIONI: ENI, UE UNIONE EUROPEA
LUOGHI: ITALIA

FORSE chi ha visto il film «Sorgo rosso», Orso d'Oro al Festival di Berlino del 1988, si ricorderà di questa pianta, il sorgo appunto, poco nota nel nostro Paese. Il titolo del film fa riferimento ai campi cinesi di questa graminacea (usata per la produzione di grappa) insanguinati da massacri e devastazioni dopo l'invasione giapponese del 1930. Oggi il sorgo torna alla ribalta per motivi meno cruenti: una società del gruppo Eni, l'Ecofuel, ne sta studiando l'impiego per la produzione di energia elettrica. L'idea alla base del progetto nasce con la riforma della politica agricola Cee varata nel maggiò 92 per ottenere una riduzione della produzione alimentare comunitaria, oggi superiore del 30 per cento alle necessità del mercato, con la conseguenza che le eccedenze si accumulano nei magazzini in attesa di essere distrutte o vendute all'estero sotto costo. Questa abnorme produzione era finora agevolata da sovvenzioni che garantivano a ogni agricoltore Cee 28 milioni netti di lire all'anno, ma costavano ai contribuenti europei 50 mila miliardi di lire ogni anno, la metà del budget comunitario. Uno spreco insostenibile, per ovviare al quale la Cee ha deciso di non sovvenzionare più nuove colture, ma anzi di garantire un reddito certo (in media 700 mila lire per ettaro) alle aziende agricole che metteranno a riposo una parte dei propri terreni produttivi, attualmente fissata al 15 per cento. Naturalmente questi terreni non dovranno essere necessariamente abbandonati, ma potranno essere convertiti a prodotti non destinati al consumo alimentare ma mirati all'energia e all'ambiente: tra di essi appaiono particolarmente interessanti la forestazione, la cellulosa e le biomasse energetiche. Ma mentre il primo impiego richiede tempo e ha un modesto ritorno economico e il secondo subisce la concorrenza dall'estero, il terzo appare complessivamente il più appetibile, per le sue ricadute sia in campo economico ed ambientale, sia in campo occupazionale. Il progetto consiste nel coltivare nei terreni a riposo piante a rapida crescita e con forte produttività annuale come il kenaf, la robinia, il cynara e per l'appunto il sorgo, che garantisce fino a 50 tonnellate/anno di biomassa secca per ettaro. Questa pianta, originaria dell'Africa tropicale, ha un aspetto e una tecnica colturale simile a quella del mais. Ha fusto eretto, sottile, con fogliame concentrato nella parte superiore ed un'altezza variabile da 1 a 6 metri. E' molto diffusa negli Stati Uniti, in Cina e in India ma cresce molto bene anche nei nostri climi: alcune specie (come la saggina) sono già coltivate in Italia per fare scope o per estrarne zucchero. La produzione di bioelettricità si svolge in diverse fasi. Dopo la raccolta, che può avvenire già dopo il primo anno, la massa di sorgo viene triturata ed essiccata. Successivamente la biomassa ottenuta viene preriscaldata e inserita in un gassificatore (la tecnologia è quella già nota per la gassificazione del carbone). Qui avviene una combustione parziale. Il gas prodotto fa girare la turbina collegata al turbo generatore, allacciato alla rete elettrica. Per fornire elettricità ad una cittadina di 10 mila abitanti, ad esempio, basterebbe una piccola unità di potenza da 10 megawatt che potrebbe essere alimentata da biomasse prodotte da un terreno di 2-3000 ettari. Tutto ciò richiederebbe la manodopera di circa 100 persone distribuite nei settori agricolo, dei trasporti, logistico e tecnico-specialistico. Se si pensa che i terreni a riposo in Italia supereranno i 750 mila ettari, si può comprendere quale sia l'entità del progetto, che permetterebbe non solo di assorbire una buona quantità di lavoratori (specie nel Sud), ma anche di coprire in parte il fabbisogno italiano di energia elettrica, che incide non poco sulle nostre importazioni. Dal punto di vista ambientale, queste centrali elettriche sono tra le meno inquinanti: non emettono zolfo e consentono la chiusura del ciclo della CO2 in quanto l'anidride carbonica immessa nell'atmosfera viene poi riassorbita dalle coltivazioni durante la crescita. Inoltre il territorio risente in maniera positiva della vegetazione poiché questa (non lasciando incolti i terreni a riposo) svolge un'azione antismottamento e influenza il microclima attraverso le piogge. Anche l'impegno economico non dovrebbe risultare gravoso, in quanto la Cee darà, per le coltivazioni di sorgo, un contributo di circa 1250 Ecu per ettaro per un periodo di due anni: l'investimento iniziale previsto dovrebbe quindi aggirarsi intorno ai 10-20 miliardi di lire per impianto. Davide Pavan


ECOLOGIA Acqua sporca? Diluiscila! In Italia più alibi che leggi
Autore: ODDO NICOLA

ARGOMENTI: ECOLOGIA, ACQUA, INQUINAMENTO
LUOGHI: ITALIA

IN Italia, come in tutti i Paesi industrializzati, è facile trovare alte concentrazioni di sostanze tossiche nelle acque di fiumi e laghi (Sarno, Seveso, Olona, Oglio, Lago di Orta; discariche clandestine in Puglia, Liguria, Campania, Lombardia). Gli altri paesi ad alto sviluppo industriale si sono dotati di norme aggiornate per il controllo della tossicità ambientale, mentre in Italia non se ne tiene praticamente alcun conto nè per la definizione di limiti di accettabilità, nè per l'inserimento di questo parametro nella formula di calcolo del canone sulle acque di scarico. Il risultato finale di tutto ciò è un quadro di controllo confuso e carente sia nella normativa sia nella pratica quotidiana. Nel nostro Paese i responsabili della contaminazione ambientale non pagano neppure una parte dei costi che la comunità deve affrontare per contenere l'inquinamento da sostanze tossiche, in quanto queste non vengono rilevate con specifica relazione alla tossicità, nè è previsto alcun onere, in relazione alla tossicità, nelle varie formule di calcolo dei canoni per le acque di scarico. Chiunque operi nel settore sa che gli impianti di trattamento industriali riescono a rientrare nei limiti previsti dalla legge 319 solo diluendo i propri scarichi ricorrendo a varie giustificazioni di assai dubbia liceità. Queste diluizioni sono fatte con grandi volumi di un'acqua che è sempre di qualità superiore a vantaggio di un'acqua di qualità inferiore (lo scarico) per portare quest'ultima entro i limiti di legge. Così vengono dissipate risorse idriche pur di non sostenere i costi di una depurazione più efficace o, in qualche caso, pur di non depurare affatto. La situazione degli impianti che ricevono scarichi urbani è forse ancora peggiore, in quanto i laboratori artigiani (che sono troppo piccoli per dotarsi di una depurazione propria) possono produrre scarichi fortemente inquinanti che spesso non vengono raccolti e trattati separatamente. Anche in questo caso vige la deplorevole abitudine della diluizione degli scarichi (si veda per esempio ciò che succede a Milano). Per non parlare delle attività agricole che rilasciano nell'ambiente le note quantità di pesticidi e diserbanti senza alcuna possibilità di depurazione, o degli allevamenti animali che attendono i periodi di piena dei corsi d'acqua vicini per scaricare in essi liquami concentrati e immagazzinati che non vengono smaltiti altrimenti. Non dimentichiamo infine le piogge, che dilavano, per esempio, inquinanti derivanti dal traffico stradale o da discariche. Se si esamina la situazione normativa esistente in altri Paesi industrializzati innanzi tutto la scelta dei metodi di analisi spesso non viene specificata in leggi, ma viene demandata ad appositi organi tecnici, cui la legge si limita a delegare la responsabilità della scelta medesima. In Italia invece si assiste alla situazione grottesca di leggi che pretendono di definire in ogni dettaglio operativo i metodi di analisi, giungendo al punto di riportare nel testo della legge i disegni della vetreria da laboratorio da impiegare. Così, invece di lasciare alla competenza dell'organo tecnico la responsabilità di un aggiornamento continuo dei metodi di analisi, il legislatore pretende, senza poi riuscirvi mai per gli inevitabili ritardi, che ogni minima modifica delle procedure analitiche venga approvata dal Parlamento o dal governo, i quali notoriamente non hanno le cognizioni specialistiche necessarie. Il risultato di questa impostazione è di fornire il più comodo degli alibi («non vi è obbligo di legge») a chi, perfettamente consapevole dell'aggiornamento tecnico, si fa scudo delle carenze legislative pur di non eseguire controlli o di sfuggirvi impiegando sistemi d'analisi superati. Sarebbe invece opportuno designare l'organo cui demandare l'aggiornamento tecnico nei vari settori specialistici, evitando le duplicazioni e sovrapposizioni di competenze di cui vediamo tanto numerosi esempi (Enea, Cnr, Iss). Negli Stati Uniti l'Environmental Protection Agency ha definito normative per eseguire test ecotossicologici e le autorità locali regolamentano le soglie di accettabilità per la tossicità globale di uno scarico. In Gran Bretagna, la National Rivers Authority ha applicato tariffe che tengono accurato conto anche del carico di tossicità in vari tipi di effluenti, ha definito test di analisi ecotossicologiche e ha in corso progetti di ricerca in merito a questo problema. Non resta che augurarci iniziative analoghe anche in Italia. Nicola Oddo


NEGLI STATI UNITI Una colla per curare le ferite Bomboletta spray può sostituire i punti del chirurgo
Autore: FURESI MARIO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: CRYOLIFE
LUOGHI: ESTERO, USA

LA Cryolife, con sede a Marietta, Usa, ha inventato una colla-spray che sostituisce l'ago e il filo del chirurgo. Nella sua essenza è costituita da un miscuglio delle proteine che, contenute nel sangue, lo fanno coagulare. Sono già disponibili bombolette di questa materia organica che, essiccata a bassa temperatura, verrà impiegata non appena risolto il problema della possibile presenza di virus nei campioni di sangue da cui viene prelevata la basilare sostanza proteica su accennata. Nel presentarla, Renato Saltz, del Medical College della Georgia, afferma: «Avere una bomboletta di colla-spray in sala chirurgica consentirà notevole risparmio di tempo e di denaro, garantendo al paziente un ottimo risultato, una più rapida guarigione e una migliore cicatrizzazione». Questa colla presenta anche la particolarità di biodegradarsi non appena la superficie cutanea si è reintegrata. Essa possiede inoltre compattezza e resistenza sufficienti a trattenere in sede eventuali innesti come pure a bloccare il sanguinamento e impedire l'ingresso ai batteri. Una volta applicata rimane pastosa e per indurirla viene esposta ai raggi ultravioletti. Ciò consente di avere a disposizione tutto il tempo necessario al completo riassestamento dei tessuti. Il Dipartimento della Sanità degli Stati Uniti ha assegnato alla Cryolife di Marietta 500 mila dollari per portare a termine la commercializzazione del prodotto. Un analogo preparato di materia organica è stato messo a punto da un'industria farmaceutica del Massachusetts, la Creative Biomolecules di Hop kinton (Boston), con la creazione di un mastice organico per le ossa. Questo preparato ha inoltre la capacità di stimolare la crescita del tessuto osseo. L'osteomastice è stato ottenuto con tecniche d'ingegneria genetica, mediante la clonazione della proteina OP.1 diffusa in molte parti del corpo umano. Mischiata con particelle di tessuto connettivo, detta proteina forma una pasta che viene spalmata sui monconi dell'osso fratturato e che agisce sulle cellule parenchimali, distribuite nel sangue e nel tessuto connettivo presente sotto la cute, tra i muscoli e nei tendini. La proteina OP. 1, presente nel mastice, ha la proprietà di trasformare le cellule parenchimali in quelle specifiche del tessuto osseo, ottenendo così la perfetta saldatura delle ossa fratturate. Ricerche in corso fanno ritenere che la stessa proteina, diversamente combinata, possa far crescere i denti spezzati e quelli danneggiati dalla carie. Mario Furesi


RAGNO-GRANCHIO Sono Dracula e ti spappolo Strage di api per succhiarne il sangue
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ANIMALI, ETOLOGIA
NOMI: POLLARD SIMON
LUOGHI: ITALIA

DRACULA, l'immaginario personaggio dei film e dei fumetti, esiste realmente in natura sotto diverse sembianze. Ad esempio, sotto quelle del pipistrello succhiatore di sangue che risponde al nome di vampiro (Desmodus rotundus) o sotto quelle del ragno-granchio (appartenente alla famiglia Tomisidae) il quale, dopo aver succhiato il contenuto della vittima, ne abbandona la spoglia vuota. L'aracnologo neozelandese Simon D. Pollard dell'Università di Alberta ha focalizzato la sua attenzione sul Misumenoides formosipes, uno dei ragni- granchio più comuni nel Nordamerica. Come accade nelle zanzare, anche in questa specie di ragni i veri Dracula sono le femmine. Sono loro che fanno strage di api e di altri insetti impollinatori. Che cosa fa l'astuta ragnessa? Si apposta su un fiore, cambiando colore per adeguarsi perfettamente a quello dei petali e rendersi così invisibile non solo ai predatori ma anche alle prede. E aspetta immobile che un impollinatore venga a posarsi alla portata dei suoi cheliceri velenosi. Va precisato che i ragni in generale possono ingerire soltanto cibi liquidi. Le particelle solide vengono trattenute ed espulse dalle ciglia che tappezzano l'entrata della bocca. Di conseguenza, quando un ragno vuol mangiare un insetto, deve prima liquefarlo. Cosa che fa bagnando i tessuti della preda con i propri enzimi digestivi, i quali incominciano a digerirla in loco fluidificandola. Una volta liquefatto il cibo, il ragno mette in azione il suo stomaco che funziona come una potente pompa aspirante e trascina il liquido nutritivo attraverso il sottile esofago fino allo stomaco, dove la digestione viene completata. Varia però nelle diverse specie il modo in cui i ragni raggiungono i tessuti delle vittime. La maggior parte stritola e frantuma lo scheletro esterno, vale a dire la corazza chitinosa dell'insetto. Poi, quando ha messo a nudo i tessuti interni, li bagna con gli enzimi digestivi. In questo modo la preda viene ridotta letteralmente in pezzi. Alcune specie invece, come la vedova nera, si mostrano più raffinate. Lasciano intatta la corazza chitinosa dell'insetto. Si limitano a perforarla con dei buchi attraverso i quali iniettano i fermenti digestivi e aspirano i tessuti liquefatti. Di conseguenza, dopo il pasto, si trovano le vittime dall'aspetto esteriore apparentemente immutato. Osservandole però da vicino, si scopre che hanno il tegumento tutto bucherellato. I ragni-granchio sono dei perfezionisti in materia. Non hanno bisogno di praticare una serie di fori. Ne fanno soltanto due, uno in corrispondenza del capo, l'altro in un punto qualsiasi del corpo. Ed è appunto questa tecnica singolare che ha mosso la curiosità di Pollard. Come può riuscire il ragno ad aspirare tutto il contenuto dell'insetto attraverso due soli forellini? Lo studioso ha voluto vederci chiaro e ha svolto un'accurata ricerca, parte sul campo, parte in laboratorio. Ed ecco quel che ha scoperto. Non appena un'ape o un altro insetto impollinatore si posa sul fiore e la sua proboscide raggiunge il nettare in fondo alla corolla, il ragno-granchio che stava appostato in agguato lo avvolge in un ferreo abbraccio con le zampe anteriori, poi con mossa repentina affonda i cheliceri velenosi nella testa dell'insetto, iniettando il veleno direttamente nel cervello. L'ape si dibatte, ma dopo qualche istante cessa l'inutile resistenza. A questo punto il ragno incomincia tranquillamente a iniettare i succhi digestivi e ad aspirare i tessuti liquefatti attraverso un forellino praticato nella testa o eventualmente anche attraverso un secondo forellino praticato in altra parte del corpo. Per osservare meglio come avviene il processo, Simon Pollard ha portato ragno e preda in laboratorio e li ha esaminati sotto il microscopio. Il ragno incomincia ad aspirare i liquidi della preda attraverso i due forellini che ha praticato nell'involucro esterno. Dopo alcuni minuti la forte aspirazione crea un vuoto. A quel punto il ragno allenta i muscoli dello stomaco e buona parte del liquido aspirato defluisce nuovamente nell'involucro, riempiendo il vuoto che vi si è formato. Ma il liquido che defluisce è mescolato con i succhi gastrici del ragno che «digeriscono» anche i tessuti lontani dai forellini, ad esempio quelli delle zampe. In questo modo il corpo dell'ape non è più soltanto una fonte di cibo. Diventa una propaggine, sia pure temporanea, dell'apparato digerente del ragno. In contrasto con le loro consorti-vampiro, i maschi dei ragni-granchio sono individui idilliaci, vegetariani puri. Mentre le femmine cariche di uova possono pesare quasi trecento milligrammi, i maschietti pesano soltanto cinque milligrammi. Sono piccolissimi e hanno vita breve. Diventano sessualmente maturi alcune settimane prima delle femmine. Ciascuno di loro adocchia una femmina immatura e non la perde di vista. Non appena lei raggiunge la maturità sessuale, lui la feconda. Poi va in cerca di altre vergini da fecondare. Si può dire che i maschi passino tutta la loro vita adulta non facendo altro che corteggiare le femmine e accoppiarsi con loro. Proprio a causa della loro piccolezza, i maschi perdono acqua per evaporazione a un ritmo doppio di quello delle femmine e, se non trovano una fonte d'acqua cui attingere, rischiano grosso. La disidratazione può condurli anzitempo alla morte. Questa indispensabile fonte i maschi del ragno-granchio l'hanno trovata nel nettare dei fiori. Una fonte eccellente, che fornisce loro non solo l'acqua, ma anche un cibo altamente energetico che prolunga la loro breve vita di alcuni giorni, come Pollard ha potuto constatare in laboratorio. E, passando di fiore in fiore, i ragni-granchio sporchi di polline fanno anche da pronubi, favorendo la fecondazione delle piante, un compito che nessun altro ragno ha mai espletato. Prolungare la vita grazie al nettare significa per il maschietto avere più occasioni di incontri matrimoniali e quindi maggior successo riproduttivo. E anche se si tratta di prolungare la vita soltanto di pochi giorni e di ottenere qualche accoppiamento in più, tutto è relativo a questo mondo. Il ragno-granchio maschio si accontenta. Isabella Lattes Coifmann


IN BREVE Eclisse di Sole domani in Perù
ARGOMENTI: ASTRONOMIA
LUOGHI: ESTERO, PERU'

La Luna nasconderà completamente il Sole domani 3 novembre in una lunga fascia che si estende dall'Oceano Pacifico all'America del Sud (toccando Cile, Perù, Argentina, Brasile) all'Oceano Atlantico. Oggi le eclissi totali di Sole hanno perso in parte il loro interesse scientifico ma mantengono intatto il fascino di un grandioso spettacolo della natura. A seguire il fenomeno lungo la fascia della totalità ci saranno astrofili di tutto il mondo, inclusi alcuni gruppi italiani. Quando il disco della Luna nuova copre del tutto il Sole diventano visibili le protuberanze (getti di idrogeno incandescente) e la corona. Per poter assistere a un'eclisse totale di Sole da una regione vicina all'Italia bisognerà attendere il 1999, quando il fenomeno si verificherà in Austria, poco al di là del confine con il Veneto.


IN BREVE Astronomia corsi a Torino
ARGOMENTI: ASTRONOMIA, LEZIONI
LUOGHI: ITALIA, TORINO (TO)

Per il secondo anno si tiene a Torino un corso di astronomia rivolto in particolare agli insegnanti ma aperto a tutti (36 ore complessive da metà novembre ai primi di febbraio), organizzato dall'Osservatorio in collaborazione con l'Università. Iscrizioni dal 7 all'11 novembre. Informazioni, tel. 011-461.90.25.


IN BREVE Biotecnologie a Trieste
ARGOMENTI: BIOLOGIA, TECNOLOGIA
NOMI: FALASCHI ARTURO
LUOGHI: ITALIA, TRIESTE (TS)

Un nuovo laboratorio è stato inaugurato a Trieste al Centro internazionale di biotecnologia, che vede cooperare 36 Paesi. Altri 16 tra cui la Slovenia, - ha ricordato il direttore Arturo Falaschi - hanno già presentato la domanda di ammissione.


IN BREVE Istituto Telethon a Milano
ARGOMENTI: GENETICA
ORGANIZZAZIONI: TELETHON
LUOGHI: ITALIA, MILANO (MI)

E' imminente l'inaugurazione a Milano del Telethon Institute of Genetics and Medicine presso il parco scientifico del San Raffaele. Per l'occasione, dall'11 al 13 novembre si terrà un convegno su «Geni e malattia».


NEL PARCO DEL MONTE FENERA Ora lo dico: c'era una cicogna nera E' partita per svernare con i suoi quattro piccoli
Autore: QUAGLIA GIANFRANCO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ANIMALI
NOMI: CARTURAN GIULIANO
ORGANIZZAZIONI: PARCO NATURALE DEL MONTE FENERA
LUOGHI: ITALIA, NOVARA (NO), VERCELLI (VC)

IL guardaparco lo sperava, tutti gli indizi deponevano a suo favore: quel nido nella boscaglia era proprio di una cicogna, ma nera. Il primo scoperto in Italia. Per Lucio Bordignon l'emozione è stata enorme: la cicogna nera, esemplare rarissimo, aveva scelto per la nidificazione e la cova il Parco naturale del Monte Fenera, che si estende per 3342 ettari e comprende parte delle province di Novara e Vercelli. Gli avvistamenti della cicogna nera erano già avvenuti nell'estate del '93, ma erano stati sporadici, il volatile se n'era subito andato. Quest'anno invece si è fermato e ha scelto come riferimento lo stesso punto-tappa, prima di riprendere il volo verso l'Africa. Non solo: questa volta ha nidificato. Un evento che gli studiosi giudicano eccezionale per il nostro Paese e che il guardaparco ha tenuto al riparo da intrusioni curiose che avrebbero sicuramente allontanato il migratore e interrotto la nidificazione. Tutto si è svolto durante l'estate, con la nascita di quattro cicognini. L'evento, documentato, ora è al centro di conferenze e pubblicazioni. La madre e i quattro piccoli sono volati via prima dell'autunno. Il guardaparco ha forti ragioni per credere che l'anno prossimo potrebbero ritornare. Una motivazione nasce dalla presenza massiccia di vegetazione (il Fenera è costituito al 95 per cento da boschi). E la Ciconia nigra, a differenza della Ciconia ciconia (quella bianca, che predilige i campanili e le torri per nidificare), ama nascondersi nel folto della boscaglia. Negli ultimi secoli (dal '700 sino a metà del '900) la specie era quasi scomparsa: colpa dei disboscamenti, che avevano cancellato l'habitat naturale di questo uccello. Ma dagli Anni Settanta la sua ricomparsa è stata sempre più insistente: dapprima con una nidificazione in Germania, poi in Francia, Belgio e ora in Italia. Il ritorno sta a significare un'inversione di tendenza anche per i nostri territori: una ripresa del patrimonio boschivo, se non nella pianura almeno in montagna. Per il direttore del parco, Giuliano Carturan, la presenza della cicogna nera è un avvenimento storico. Nidificazioni erano già state registrate in Francia ma le cicogne, disturbate, si erano date alla fuga. Poi erano morti i piccoli. La prudenza e la riservatezza usate dai guardaparco del Fenera hanno, invece, favorito la nascita e lo svezzamento delle piccole cicogne, che alla nascita si presentano con un piumaggio ancora bianco. Soltanto crescendo i colori mutano: le piume diventano nere, con riflessi verdi; le zampe e il becco rossi. La Ciconia nigra si ciba soprattutto di pesce, ma non disdegna anfibi, rettili e insetti. La specie è distribuita nei Paesi del Nord Europa, con un areale che si spinge, attraverso la Russia, sino all'Asia e all'Oceano Pacifico. Ci sono presenze anche nella penisola iberica. La rotta di migrazione attraversa proprio il Piemonte, sorvola le Alpi Marittime, raggiunge la Costa Azzurra, la Spagna e infine i quartieri invernali dell'Africa. Medesimo percorso per il ritorno. Se gli agglomerati e i cascinali sparsi nella risaia novarese e vercellese sono diventati punti di riferimento per la cicogna bianca, è molto probabile che i boschi del Fenera siano adesso il posto-tappa della «nigra». Per questo il direttore del parco e i suoi collaboratori si stanno preparando alla seconda visita, che potrebbe verificarsi nella prossima primavera. In collaborazione con i ricercatori dell'Università di Pavia si sta pensando di circoscrivere la zona scelta, magari vietando l'accesso agli escursionisti. Gianfranco Quaglia


IL GENE DEL TUMORE ALLA MAMMELLA Saperlo o non saperlo? I dilemmi di una possibile diagnosi di rischio
Autore: MARCHISIO PIER CARLO

ARGOMENTI: GENETICA, MEDICINA E FISIOLOGIA
NOMI: KING MARY CLAIRE, COLLINS FRANCIS
LUOGHI: ITALIA

NELLA guerra contro il cancro si è ottenuta una nuova importante vittoria sul tumore della mammella, il più diffuso in assoluto. Recentemente un gruppo di ricerca americano ha vinto una lunga gara, in competizione con altri gruppi, per identificare il gene responsabile delle forme ereditarie di tumore della mammella. Il gene, situato sul cromosoma 17, è stato chiamato Brca1 (dalle iniziale delle parole inglesi breast cancer) ed è stato quasi interamente caratterizzato. Un'interessante proprietà di Brca1 è quella di somigliare ad altri geni che codificano per proteine che si legano al Dna: rappresenta quindi molto probabilmente un fattore di controllo dello sviluppo della mammella ed entra in gioco quando questa ghiandola è sottoposta a tempeste ormonali, come nella pubertà, nella gravidanza, nell'allattamento. Nelle forme familiari di cancro della mammella, cioè quelle che colpiscono molti soggetti femminili in generazioni successive e spesso nell'ambito della stessa generazione, si verifica una massiccia mutazione: cambia la cosiddetta «cornice di lettura» del gene, che per questo perde la sua capacità di guidare la sintesi della molecola indispensabile al controllo dello sviluppo mammario. Il risultato è un'alterata crescita cellulare e probabilmente un segnale di via libera per altri fattori che spingono le cellule della mammella a proliferare in maniera incontrollata. Una mutazione che sposta la cornice di lettura del gene implica che i codoni, le parole a tre lettere del Dna che specificano gli aminoacidi nella proteina, producano segnali sbagliati e verosimilmente una proteina senza senso. Che cosa capita nei tumori della mammella che spontaneamente colpiscono donne senza un'ovvia ereditarietà? Il difetto sta sempre nello stesso gene Brca1, ma più sottilmente si manifesta sotto forma di errori più piccoli che implicano la produzione di una proteina di controllo comunque sbagliata. La scoperta di Brca1, seguita a breve scadenza da un gene Brca2, ha alcune implicazioni molto interessanti. Scartata subito la possibilità di riparare il gene difettoso con un approccio di terapia genica, restano le possibilità diagnostiche. Usando le tecniche di analisi del Dna, sarà possibile mettere a punto un sistema di diagnosi precoce per scoprire il gene difettoso almeno nelle donne con rischio familiare. Ma poi? Molti si chiedono se sia giusto far sapere a una donna di trent'anni che ha la quasi certezza di sviluppare un tumore mammario nei trent'anni successivi, facendola vivere in un intollerabile stato di ansia senza offrirle contemporaneamente la certezza della guarigione. Alcuni si chiedono se sia giusto che a questa donna possa venir negata un'assicurazione sulla vita o una polizza malattia proprio sulla base di questo difetto genetico. Altri, più ottimisti, pensano che vagliare in massa la popolazione femminile con un metodo semplice e relativamente poco costoso possa aumentare la possibilità di diagnosi precoce e, quindi, diminuire il rischio di morte. Pier Carlo Marchisio Università di Torino


AMINE AROMATICHE La fortuna di essere insensibili La carne alla griglia è cancerogena, ma non per tutti
Autore: VINEIS PAOLO

ARGOMENTI: GENETICA, MEDICINA E FISIOLOGIA, ALIMENTAZIONE
LUOGHI: ITALIA

UOMINI e animali sono variamente sensibili all'azione di sostanze cancerogene. In particolare, l'attivazione/inattivazione di cancerogeni o la capacità di riparazione del Dna differiscono di almeno 200 volte da un individuo all'altro. Come abbiamo mostrato in una ricerca pubblicata su Nature (12 maggio '94), la diversa sensibilità all'azione dei cancerogeni contenuti nel fumo di sigaretta, come il 4-aminobifenile, è in parte determinata geneticamente. Grande interesse sta ora suscitando lo studio delle amine aromatiche eterocicliche, un gruppo di cancerogeni che si trovano, abitualmente a basse dosi, nella carne affumicata o cotta alla griglia. Si tratta di prodotti di decomposizione (pirolisi) degli aminoacidi contenuti nella carne, che vanno incontro a percorsi metabolici che includono diversi enzimi appartenenti al gruppo Cyp450. Le amine aromatiche eterocicliche sono altamente mutagene e inducono tumori in diverse specie animali e in diverse sedi anatomiche. Il colon è una delle sedi più spesso coinvolte. Studi epidemiologici hanno suggerito che il consumo frequente di carne alla griglia o affumicata è associato con un rischio più elevato di tumori del colon nell'uomo. Poiché le amine aromatiche eterocicliche vanno incontro a trasformazioni metaboliche che sono simili a quelle che interessano potenti cancerogeni umani come il 4-aminobifenile o la 2-naftilamina, interessa ora capire se anche per l'azione dei cancerogeni alimentari vi sia nella popolazione la stessa differenza di suscettibilità su base genetica che è stata osservata per il 4-aminobifenile. In effetti, sono stati pubblicati almeno quattro studi che suggeriscono che i «veloci acetilatori» hanno un rischio in eccesso di tumori del colon. Rientra tra gli scopi della vasta ricerca multicentrica Epic su alimentazione e cancro chiarire che relazione sussista tra suscettibilità genetica ed esposizione a cancerogeni alimentari. Si tratta di una sfida di grande importanza, se pensiamo che le cause dei tumori del tratto digerente sono ancora largamente ignote. E' probabile che risiedano, almeno in parte, in sostanze introdotte con l'alimentazione ed è verosimile che la predisposizione genetica giochi un ruolo. Epic recluterà 400 mila volontari in Europa e 50 mila in Italia (a Torino, Firenze, Varese e Ragusa), e sarà dunque una delle maggiori ricerche su cancro e alimentazione condotte finora. Paolo Vineis Servizio di Epidemiologia dei Tumori, Università di Torino


MESSAGGI ELETTRICI I padri del telegrafo Henry fu il primo, ma non a brevettarlo
AUTORE: BO GIAN CARLO
ARGOMENTI: STORIA DELLA SCIENZA, COMUNICAZIONI, ELETTRONICA
PERSONE: HENRY JOSEPH
NOMI: HENRY JOSEPH
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. Dispositivo per comandi a distanza «relè» di Henry

TROPPO signorile per preoccuparsi di brevettare le scoperte che andava facendo, Joseph Henry, americano, non vide regolarmente riconosciuti i suoi meriti. Per l'importanza delle sue scoperte non fu neppure una rivalutazione sufficiente l'aver dato il suo nome all'unità di misura dell'induttanza. Henry seppe dai giornali che un certo Faraday, britannico, aveva scoperto quello che lui sapeva già da un bel po'. Un conduttore percorso da corrente elettrica si circonda di un campo elettrico nello spazio circostante, lo aveva notato Oersted rilevando lo spostamento dell'ago della bussola. Maggiore è la corrente che passa, più intenso è il campo magnetico: però influiscono subdole circostanze, tra le quali la forma che si dà all'avvolgimento del filo. Col filo avvolto su un rocchetto ci sarà un certo valore di campo, ma se infiliamo nel rocchetto una sbarretta di ferro il valore del campo magnetico aumenterà tantissimo. Questo comportamento un po' stregonesco, di qualcosa che non è la corrente ma che le permette di interferire nella fabbricazione del campo magnetico è l'induttanza, la cui misurazione si fa in «henry». I primi lavori di Henry riguardarono gli elettromagneti. Il fenomeno era già conosciuto, molti scienziati se ne occupavano: un filo elettrico percorso da una corrente continua, avvolto su una sbarra di ferro, costituiva un'elettrocalamita. Oersted se n'era accorto con la bussola; il fisico William Sturgeon aveva già anche dato una forma all'elettrocalamita, sicuramente ispirato dal cosiddetto amore equino dei britannici: a ferro di cavallo. Erano magneti costruiti con filo nudo avvolto su un ferro di cavallo, isolato: Henry isolò il filo e lo avvolse sul ferro nudo. Non fu cosa da poco. Potendo tenere le spire vicine tra loro il magnete risultò assai più potente: ne costruì subito uno che sollevava una tonnellata. Fu il babbo del relè che vide la luce poco dopo. Era il 1831. Una corrente elettrica che viaggi a tensione costante, dopo un certo tratto mostra segni di stanchezza e diminuisce di intensità. Con un colpo di genio Henry aveva risolto il problema di comandare un apparecchio dall'altra parte del filo, quando fosse stato inventato e di trasportare l'impulso di comando, ovviando alle perdite. Il relè conteneva tutti gli elementi occorrenti per il telegrafo, che difatti Henry costruì e installò nell'Università di Princeton, dove insegnava. Approfittando della convinzione di Henry, che la conoscenza appartiene al mondo intero, un certo Samuel Finley Breese Morse, avute oltretutto da lui adeguate ripetizioni private, gli scopiazzò il famoso progetto di quello che diventò nel 1844, fra Baltimora e Washington, il primo vero telegrafo. Disinteressato delle glorie terrene e noncurante degli affari, Henry lasciò un'altra grandissima innovazione, si tratta delle prime vere grandi applicazioni pratiche della corrente elettrica: il motore elettrico. Henry mostrò all'umanità il potere dell'elettricità di trasmettere lavoro e informazione. Ma Morse, in agguato, aveva raggiunto per primo, forse, proprio grazie al telegrafo, l'ufficio brevetti. Gian Carlo Bo


ASTRONOMIA In attesa del buio Come varia la durata del crepuscolo
Autore: FERRERI WALTER

ARGOMENTI: ASTRONOMIA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: G. Durata dei crepuscoli astronomico e civile

UN lettore ci chiede di chiarire perché, via via che si va verso Nord, il crepuscolo dura di più che a latitudini inferiori. In effetti quando il Sole si trova a Nord dell'equatore celeste (fatto che si verifica fra il 21 marzo e il 23 settembre), sorge e tramonta non proprio a Est e a Ovest, ma a Nord-Est e a Nord-Ovest. Questo percorso più lungo nell'arco diurno per l'emisfero boreale comporta un maggior numero di ore di luce rispetto a quelle di buio. Il massimo vantaggio per l'emisfero boreale si verifica al solstizio estivo, quando il Sole raggiunge la maggiore declinazione Nord (il polo Nord della Terra è più inclinato verso il Sole). Il vantaggio giunge al massimo oltre il 66 parallelo, dove quel giorno il Sole non tramonta. Il numero dei giorni per i quali il Sole non tramonta aumenta con l'aumentare della latitudine. Nel caso limite del polo, il giorno dura ininterrottamente 6 mesi, ai quali seguono 6 mesi di notte continua. In realtà il fenomeno della rifrazione atmosferica «alza» l'immagine del Sole all'orizzonte, rendendo più lungo il periodo di luce. L'allungamento per le latitudini italiane varia da 4 a 7 minuti, sia all'alba sia al tramonto. Il maggior numero di minuti si registra al solstizio d'estate e per l'Italia settentrionale, circostanze per le quali il Sole rasenta l'orizzonte con un angolo più piccolo. Periodo ulteriormente allungato dai crepuscoli, ovvero dal fatto che la nostra atmosfera, diffondendo la luce solare, rischiara l'ambiente anche quando il Sole è sotto l'orizzonte. Si distinguono tre tipi di crepuscoli; civile, nautico e astronomico. Il primo si ha dal tramonto del Sole fino a quando esso raggiunge i 6 gradi sotto l'orizzonte. In condizioni normali corrisponde al periodo di tempo finché all'esterno vi è luce sufficiente per la lettura di un quotidiano e a quando si cominciano a vedere le stelle di 1^ grandezza. Il secondo dura fino a quando il Sole raggiunge i 12 gradi sotto l'orizzonte, all'incirca fino a quando è possibile distinguere la linea dell'orizzonte marino e quando si distinguono agevolmente stelle dello splendore della Polare, cioè quando si delineano le costellazioni più cospicue. Il crepuscolo astronomico termina quando il Sole raggiunge i 18 gradi sotto l'orizzonte. Questa posizione corrisponde al periodo in cui la notte ha raggiunto la massima oscurità. Ogni ulteriore abbassamento del Sole non produce una oscurità maggiore. Ora è piena notte e tutte le stelle sono visibili. La durata dei crepuscoli (sia prima che il Sole sorga che dopo il suo tramonto) varia nel corso dell'anno, come indicano i grafici. Ogni spostamento ad Ovest produce ritardo del passaggio del Sole in meridiano (direzione Nord-Sud) di 4 minuti per ogni grado in longitudine. A parità di latitudine il ritardo vale anche per il sorgere e il tramontare. Per una località a Est si ha invece un anticipo, sempre al tasso di 4 minuti ogni grado di longitudine. L'anticipo e il ritardo variano invece in forma più complessa e non lineare con la differente latitudine; si tratta di variazioni che vengono esattamente determinate con funzioni trigonometriche. Nei diagrammi sono riportate le durate dei crepuscoli astronomici e civili in funzione della data per le latitudini comprese tra i più36 e i più46 gradi (quelle che interessano il territorio italiano) e il numero di ore in cui il Sole è sopra l'orizzonte per diversi paralleli al solstizio d'estate. A causa della forma dell'orbita terrestre, che è un'ellisse e non una circonferenza, il Sole appare ritardare o anticipare nel corso dell'anno. Queste variazioni, dovute anche al fatto che il Sole appare muoversi su un percorso inclinato rispetto all'equatore celeste (eclittica), arrivano a circa un quarto d'ora nei mesi di febbraio e novembre. Per evitare problemi pratici si considera l'ora facendo riferimento a un Sole medio, che non crea problemi nè di anticipi nè di ritardi con i nostri orologi. Da notare ancora che Torino si trova a circa 7,5 gradi a Ovest del meridiano di riferimento della nostra ora (il meridiano che passa per Termoli e per l'Etna). Ciò si traduce in un ritardo di circa mezz'ora. Cioè, quando i nostri orologi indicano mezzogiorno, in realtà a Torino sono le 11 e 30 e, con la variazione ricordata sopra, il divario può raggiungere i 45 minuti, ora legale a parte! Come si vede, per le nostre esigenze civili, l'ora indicata dagli orologi può scostarsi sensibilmente da quella solare vera. Walter Ferreri Osservatorio di Torino


STRIZZACERVELLO Il peso delle gomme
LUOGHI: ITALIA

Il peso delle gomme Pesando una partita di dodici pneumatici apparentemente uguali, il tecnico ha una sorpresa: i conti non quadrano, ce n'è uno che non pesa come gli altri. Disponendo di una bilancia a due piatti, quante pesate occorrono per trovare la gomma diversa e stabilire se pesa più o meno delle altre? La soluzione domani, accanto alle previsioni del tempo.


LA PAROLA AI LETTORI Se sei leggero, in bici scendi più in fretta
LUOGHI: ITALIA

UN lettore-ingegnere avanza critiche alle risposte che abbiamo pubblicato sulla velocità dei ciclisti in discesa e ci scrive: Nella prima risposta esiste un'evidente contraddizione: se è vero che la velocità di caduta dei gravi è identica, è del tutto assurdo concludere che chi incontra una maggiore resistenza dell'aria (e quindi viene frenato maggiormente) acquista maggiore velocità perché «ha una spinta doppia» (ciò contrasta con l'ipotesi iniziale). Nella seconda risposta si afferma che la resistenza dell'aria è «uguale» alla forza peso (in tal caso il ciclista, in assenza di pedalata, starebbe fermo) e, sulla base di tale presupposto assurdo, si conclude che, poiché tanto maggiore è il peso tanto maggiore sarà la resistenza dell'aria, scenderà a velocità maggiore chi incontrerà più resistenza, cioè chi sarà più pesante. In entrambe le risposte si è fatta un po' di confusione. Se si considera il moto di un ciclista in discesa «spontanea», cioè senza l'azione della pedalata per valutarne il comportamento indipendentemente dall'energia trasmessa dai pedali, la sua accelerazione dipende dal rapporto tra la forza che lo spinge e la massa complessiva, cioè quella del ciclista più quella della bicicletta. Il rapporto fra massa complessiva, accelerazione di gravità e inclinazione della discesa è tale per cui l'accelerazione risulta indipendente dalla massa e pure dal peso del ciclista (e ha quindi ragione Galileo, poiché entrambi raggiungono la stessa velocità). Volendo poi considerare l'effetto dell'attrito e la resistenza dell'aria, un ciclista più pesante subisce una maggior resistenza al moto, dovuto sia all'effetto frenante determinato dall'attrito volvente (più elevato per il peso maggiore), sia alla maggiore resistenza dell'aria (a fronte di una maggior superficie resistente al moto), risultando semmai penalizzato rispetto al più leggero. Luigi Omodei Zorini, Vercelli Perché alcune lettere dell'al fabeto maiuscole (O,C,P,M) sono l'ingrandimento delle minuscole e altre (A,B,R) so no diverse? Negli antichi codici le prime lettere dei capoversi erano poste in cornici arricchite da decorazioni. Poiché alcune lettere mal si prestavano a essere ornate, sono state cambiate. Sandro Campra, Torino La scrittura maiuscola e minuscola è il frutto di un'evoluzione durata 27 secoli, a partire dall'adattamento dell'afalbeto etrusco alla lingua latina, avvenuto intorno al VII secolo a.C. La prima scrittura in età romana è a lettere capitali ed è usata soprattutto per iscrizioni su pietra. La resistenza di questo materiale e gli strumenti d'incisione impongono figure geometriche, con angoli retti e archi di cerchio. Quando si passa alle tavolette cerate, al pennello e al calamo, la scorrevolezza delle superfici e la rapidità dell'esecuzione riducono a curve gli angoli retti. Inoltre si tende a non «staccare» la penna dal «foglio» . Così, per fare un esempio, dal modello capitale della E, il cui tracciato è in tre tratti, si passa al modello semionciale, poi umanistico, infine ripreso dalla stampa della «e», costituita da un solo tratto. L'occhiello superiore della «e» altro non è se non l'unione delle due aste orizzontali superiori della E, mentre nel tratto inferiore si riconosce facilmente l'arrotondamento di quello orizzontale inferiore della maiuscola. L'evoluzione della lettera capitale in corsiva segue quindi il principio della rapidità e facilità di esecuzione. Le lettere maiuscole che non presentano difficoltà nella trasposizione dalla pietra ai nuovi materiali scrittori, come la O, non hanno subito modificazioni. Andrea Nicoletti, Cesena (FO) E' possibile eliminare in modo semplice ed efficace l'umidità dall'aria? Il metodo migliore consiste nel far attraversare dall'aria una sostanza assorbente che trattenga l'umidità, come il carbonato di calcio, l'acido solforico o il gel di silice. Marco Giacobbe, Albisola (SV) L'umidità eccessiva si riduce con il deumidificatore per ambienti a base di sali clorurati. Valeria Cafà, Torino


CHI SA RISPONDERE?
LUOGHI: ITALIA

Q. Perché gli uomini, a parità di altezza, hanno i piedi più lunghi delle donne? Q. Perché, se il nostro calendario trae origine dalla nascita di Gesù, l'anno non inizia il 25 dicembre? Q. Le farfalle esotiche conservate sotto vetro possono sbiadire, se esposte alla luce intensa o ai raggi del sole? Occorrono particolari precauzioni per conservarle inalterate nel tempo? _______ Risposte a «La Stampa-Tuttoscienze», via Marenco 32, 10126 Torino. Oppure al fax numero 011-65.68.688




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