TUTTOSCIENZE 29 dicembre 93


CAPODANNO INCERTO Forse siamo già nel 2000 Un errore nell'identificazione dell'anno zero
Autore: CENTINI MASSIMO

ARGOMENTI: METROLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 101

STA per incominciare il 1994 ma forse stiamo già vivendo nell'anno Duemila. Vediamo perché. Alla base di tutto sta il fatto che la data di nascita di Gesù, base del nostro calendario, è ancora tema di dispute. Fino a quando Dionigi il Piccolo (IV secolo) cercò di definire con precisione l'anno in cui nacque Gesù, gli eventi presi come riferimento per la datazione erano molteplici: l'inizio delle olimpiadi, la fondazione di Roma, dati su sovrani egizi e babilonesi. Dionigi si riferì a un versetto di Luca in cui si dice che Giovanni Battista iniziò la sua predicazione nel sedicesimo anno di Tiberio («l'anno decimoquinto di Tiberio Cesare», cioè l'872 di Roma) e ai circa 30 anni di Gesù «quando si fece battezzare»; poi Dionigi sottrasse i 30 anni compiuti dal Messia da 872, ottenendo come data di nascita il 754, che corrisponde all'anno 1 dell'era cristiana. In realtà, questa datazione non tiene conto di una serie di elementi che rimettono in discussione il lavoro di Dionigi, e di conseguenza il nostro calendario. Esaminiamoli. Matteo ci avverte che Gesù nacque al tempo di Erode (2,1); Luca che in «quei giorni uscì un editto di Cesare Augusto che ordinava il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirino era governatore della Siria» (2,1-2). Luca ci fornisce un dato storico importante, poiché, riferendosi all'impero di Augusto, ci permette di definire nitidamente i parametri tra i quali collocare la vicenda: 27 a.C.-14 d.C. Questi i punti fissi: Augusto, Erode, censimento, Quirino. Gesù nacque quando regnava ancora Erode il Grande, che morì quattro anni prima dell'era cristiana, corrispondente all'anno 750 di Roma. Nominato re di Giudea dal Senato romano nel 40 a.C., ma salito al trono il 37 a.C. («regnò 34 anni dacché, ucciso Antigone, aveva assunto il potere, e per trentasette dacché era stato nominato re dai romani», G. Flavio. La Guerra Giudaica, (I,33,8), Erode morì nel 4 a.C., forse nel mese di Nisan (marzo- aprile). A questo punto si comprende che il calcolo di Dionigi non è credibile, poiché Gesù non poteva nascere tre anni dopo la morte di Erode. Questa data deve quindi essere considerata un termine ante quem per la nascita di Cristo. Quando si tenne il censimento citato da Luca? Noi sappiamo che il censimento fu ordinato quando Publio Sulpicio Quirino era governatore di Siria (nominato legatus Caesaris Syriae nel 5-6 d.C. cioè nel 759 anno di Roma); ivi è pertanto una forte incongruenza cronologica che in realtà sposterebbe troppo avanti la datazione, rendendo difficile ogni tentativo di collegamento con quanto riportato da Luca. In effetti bisogna comunque ricordare che Quirino tra il 10 e il 7 a.C. ebbe l'incarico di organizzare la repressione romana contro la tribù degli omanadensi della Cilicia e in quel periodo, benché il campo d'azione fosse sulle montagne dell'Asia Minore, il suo quartier generale era in Siria. Un contributo forse non sufficiente, ma che in realtà è stato considerato come un valido punto di appoggio per la definizione del problema relativo alla datazione della nascita di Cristo. Dunque possiamo ipotizzare che Quirino rivestì in due periodi diversi l'incarico di legato imperiale in Siria: 1) prima della morte di Erode (4 a.C.); 2) intorno al 6 a.C., come afferma anche Flavio Giuseppe (che lo definisce «censitore e giudice della nazione»). Il punto 1 accorda Matteo e Luca, ponendolo in un solo contesto cronologico; mentre il punto 2 dà una fisionomia più definita all'esperienza amministrativa di Quirino nella provincia medio-orientale. A sostegno della doppia presenza di Publio Sulpicio Quirino in Siria, molti studiosi hanno portato il «Lapis Tiburtinus»: un'iscrizione acefala in cui si celebrano una vittoriosa campagna militare, il proconsolato d'Asia e la legatio pro praetore della provincia di Syria et Phoenicia. Il soggetto della dedica è anonimo, ma da molti è ritenuto Quirino, che nell'iscrizione viene ricordato come legatus presente «più volte» (iterum) nella provincia... Va ancora aggiunto che non ci sono altre fonti in cui si faccia espressamente riferimento ad un censimento svoltosi negli anni della venuta di Cristo. Il censimento potrebbe essere stato confuso con un giuramento di fedeltà voluto da Roma, per garantirsi la sottomissione dei sudditi di Erode, dopo che questi aveva condotto un'azione militare contro i Nabatei. Intorno al 7 a.C. fu richiesto ai sudditi di Erode di giurare fedeltà all'impero romano: un fatto che potrebbe essere l'aphographè ricordato da Luca. Inoltre, proprio in quel periodo (6-7 a.C.), si ipotizza la seconda presenza di Publio Sulpicio Quirino in Siria, in veste di sostituto di Senzio Saturnino, allora legato di Siria, ma impegnato in Armenia per placare le interne lotte di successione al trono. Non va dimenticato che la prospettiva storica dei Vangeli è subordinata a quella teologica: anche tutto il problema relativo al censimento andrebbe interpretato in quest'ottica. Un censimento che coinvolse «tutta la terra» (gli storici normalmente tendono a interpretare aikoumene come «tutto l'impero romano») pone, nelle intenzioni di Luca, la nascita di Cristo come orizzonte cosmico, non solo diretto a misurare le aspettative della tradizione giudaica, ma ad andare incontro a tutti gli esseri viventi. Un'indicazione di universalismo che sarà il motivo dominante dell'annuncio evangelico. In sostanza, la nascita di Gesù sembrerebbe da porre sei o sette anni prima dell'anno zero preso a riferimento secondo la valutazione di Dionigi: di conseguenza, oggi dovremmo essere nel 1999, se non addirittura nel 2000. Massimo Centini


CIN-CIN & TIC-TAC Sincronizzate gli orologi]
Autore: CORDARA FRANCO

ARGOMENTI: METROLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 101. Capodanno

POCHI, festeggiando l'anno nuovo a mezzanotte del 31 dicembre, sono consapevoli di quanta storia, quanto lavoro e quanta «politica» sta dietro la misura del tempo. Una legge che ha appena compiuto un secolo di vita, per esattezza il Regio Decreto 490 emanato da re Umberto I, recitava così: «Art. 1 - Il servizio delle strade ferrate in tutto il Regno d'Italia verrà regolato secondo il tempo solare del meridiano situato a 15 gradi all'Est di Greenwich, che si denominerà tempo dell'Europa Centrale; (...); art. 3 - Le disposizioni precedenti entreranno in vigore nell'istante in cui, secondo il tempo specificato all'art. 1, incomincerà il 1 novembre 1893». Questo testo sostituì un precedente decreto, il n. 3224 del 1866, reso necessario dall'espandersi della rete ferroviaria e marittima che imponeva la necessità di uniformare l'ora nell'ambito di uno Stato, che aveva stabilito che l'ora ufficiale della penisola fosse regolata sul tempo medio di Roma e per le isole su quelli di Palermo e di Cagliari. Le definizioni legali dell'ora adottate nei vari Paesi, risalgono generalmente alla fine del secolo scorso e furono una logica conseguenza dell'adozione del sistema internazionale dei fusi orari (1884), che fissò l'origine del conteggio delle ore dal meridiano di Greenwich. L'unità di misura dell'intervallo di tempo allora in vigore era il secondo di giorno solare medio, la cui durata era determinata con osservazioni astronomiche e che rimase in vigore fino al 1960. La definizione di quest'unità, adottata per legge in Italia nel 1928, era: «L'unità legale per le misure di tempo è il secondo di tempo solare medio, cioè la frazione 1/86400 di giorno solare medio...». Questa definizione dovette cedere il passo a quella del «secondo atomico», adottato dalla tredicesima Conferenza dei Pesi e delle Misure: «Il secondo è la durata di 9.192.631.770 periodi della radiazione corrispondente alla transizione tra due livelli iperfini dello stato fondamentale dell'atomo di cesio 133». La disponibilità nei laboratori metrologici di vari Paesi di orologi in grado di realizzare l'unità atomica del secondo, permise al Comitato consultivo per la definizione del secondo, che è un organo tecnico del Comitato internazionale dei Pesi e delle Misure, di formulare questa «Raccomandazione», fatta propria nel 1971 dalla 14 Conferenza dei Pesi e delle Misure: «Il Tempo Atomico Internazionale (Tai) è la coordinata di riferimento temporale, stabilita dal Bureau International de l'Heure, su indicazioni degli orologi atomici che funzionano nei diversi Istituti e seguono la definizione del secondo, unità di tempo del Sistema Internazionale (SI) delle Unità». L'origine di tale scala di tempo fu fissata alle ore 0 di Tempo Universale del 1 gennaio 1958. La nuova unità di misura offriva una precisione almeno mille volte superiore rispetto alle precedenti di derivazione astronomica - che si basavano sul moto di rotazione e su quello di rivoluzione della Terra - e aveva inoltre il grosso vantaggio di essere facilmente riproducibile in laboratorio. Queste proprietà fecero sì che nel 1970 il Comitato Consultivo Internazionale per le Radiocomunicazioni, d'intesa con il Bureau International de l'Heure e l'Unione Astronomica Internazionale, stabilissero che dal 1 gennaio 1972 la nuova unità del secondo venisse adottata anche nelle trasmissioni di segnali di tempo campione che in molti Paesi hanno la funzione di disseminare il tempo legale. Da tale data, l'unità atomica di tempo - il secondo Si - entrò quindi anche negli usi civili. La nuova unità era mediamente più breve di 30 nanosecondi (miliardesimi di secondo) rispetto al valore adottato precedentemente che risentiva, tra l'altro, dell'effetto del rallentamento della velocità di rotazione della Terra. Questa differenza era tale da causare un errore di circa un secondo all'anno tra la scala di tempo atomica e quella basata sulla rotazione terrestre, errore che sarebbe aumentato col passare del tempo e che non poteva essere accettato da quegli utenti, come i naviganti, che hanno bisogno di conoscere la posizione angolare della Terra con una precisione migliore di un secondo. La soluzione trovata dalle organizzazioni scientifiche permise di conciliare le diverse esigenze: si decise che, sempre dal 1972, i segnali di tempo campione radiotrasmessi riproducessero una scala di tempo chiamata Tempo Universale Coordinato (Utc) che aveva come unità di scala il secondo atomico, ma doveva riprodurre il tempo rotazionale con una tolleranza massima di più/- 0,9 secondi. Per ottenere questo, la scala Utc poteva essere corretta a salti interi di un secondo due volte l'anno, se necessario, all'ultimo minuto del 30 giugno o del 31 dicembre. Finora - dicembre 1993 - sono 28 i secondi di ritardo accumulati dalla scala Utc rispetto alla scala di tempo atomica. Più di 40 laboratori di metrologia del tempo nei vari continenti realizzano con i loro campioni atomici una propria scala di tempo che riproduce la scala Utc entro qualche milionesimo di secondo. La scala Utc viene «costruita» dal Bureau International des Poids et Mesures di Parigi, utilizzando i dati di circa 170 orologi atomici dei laboratori metrologici, con una incertezza tale da determinare la durata di un giorno con un errore di qualche miliardesimo di secondo. Alcuni Paesi europei adeguarono negli anni successivi al 1975 le loro leggi riguardanti l'ora legale (da non confondersi con l'ora estiva): la Germania Federale nel 1978, l'Austria nel 1977, la Francia e la Svezia nel 1979 e infine l'Irlanda nel 1992. L'Italia, che ha provveduto ad adottare l'unità atomica di intervallo di tempo nel 1982 e ha attribuito il compito di realizzare il campione nazionale di tempo all'Istituto Elettrotecnico Nazionale Galileo Ferraris (Ien) con la legge n. 273 dell'agosto '91, è ancora una volta in ritardo nell'adeguare una legge che regola un aspetto così importante della vita civile anche se i segnali orari generati, che seguono la scala di tempo Utc e le correzioni ad essa apportate, costituiscono di fatto la base di tempo legale del Paese. L'adeguamento sarebbe un atto dovuto nell'ambito della Convenzione del Metro che l'Italia ha sottoscritto. L'Ien aveva già promosso nel 1989 una campagna di sensibilizzazione in merito, scrivendo al presidente del Consiglio Andreotti per sollecitare un adeguamento del testo di legge agli sviluppi che la misura del tempo aveva avuto negli ultimi vent'anni. Problemi certo più importanti non hanno ancora permesso di accantonare la nostra vecchia legge e di allinearci all'Europa. Franco Cordara Istituto Galileo Ferraris


VARIAZIONI DI TEMPERATURA Il mezzo inverno della città Le attività umane creano un'isola di calore
Autore: MINETTI GIORGIO

ARGOMENTI: ECOLOGIA, METEOROLOGIA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: G. Variazione delle temperatura minima a novembre a Torino e Caselle
NOTE: 102

LE città sono grandiosi serbatoi di calore che, come isole termiche, emergono dal suolo fino a 100 metri d'altezza. Formano queste isole il calore liberato dai motori delle auto, il riscaldamento delle abitazioni e molte delle attività industriali. Da queste fonti artificiali di calore deriva una notevole differenza di temperatura tra la città e la campagna, differenza che oscilla normalmente tra i 3 e i 7 C, con divari massimi di 10 gradi centigradi durante la notte. Soltanto una ventilazione con velocità superiore a sette metri al secondo attenua questo effetto di riscaldamento locale. In città vari termometri digitali posti sui tetti a scopo pubblicitario da banche e altre imprese informano il cittadino circa le temperature del momento. Ma quanto possiamo fidarcene? Basta il fiato di chi rileva i dati per far variare la lettura di un grado. Il termometro deve dunque essere collocato all'ombra, non esposto direttamente ai raggi del sole e il più lontano possibile dai fabbricati per non assorbire il loro irraggiamento. Di norma i meteorologi collocano il termometro a un metro e mezzo dal suolo in una capannina di legno le cui pareti sono formate da persiane di color bianco per riflettere in gran parte la radiazione solare e quella degli oggetti circostanti. Inoltre il suolo, dov'è appoggiata l'incastellatura, deve essere possibilmente curato a prato, in modo che sia meno riflettente della terra, della ghiaia, della pietra e del cemento. Ora, confrontando le temperature rilevate in luoghi diversi, si è giunti alla constatazione che quando l'«uomo della strada» parla di temperatura di una città, può essere facilmente tratto in inganno dai dati forniti dai vari termometri installati sui fabbricati cittadini o presso negozi. Qui pubblichiamo i dati forniti da tre apparecchiature collocate in zone differenti: la prima è quella del Servizio Meteorologico dell'Aeronautica Militare presso l'aeroporto di Caselle (Torino) a quota 275 metri; la seconda è la capannina meteo della ditta torinese Allamano Instrument, fornitrice dei dati quotidiani al nostro giornale, collocata nell'area militare di piazza d'Armi (Torino) a quota 230 metri; la terza rappresenta la media dei termometri installati sui palazzi di Torino. Si può facilmente constatare che i valori rilevati sui palazzi di Torino si discostano notevolmente da quelli rilevati a Caselle e in piazza d'Armi poiché i sensori di quelle apparecchiature sono troppo vicini a sorgenti di calore. Caselle e piazza d'Armi rispondono invece pienamente alle norme meteorologiche. Si noti che la capannina di piazza d'Armi, pur trovandosi nell'area cittadina, è circondata da un'area verde di 2500 metri quadrati senza fabbricati e abitazioni adiacenti. A questo punto il cittadino potrà chiedersi quale sia l'esatto valore della temperatura della sua città, tenuto conto delle svariate sorgenti termiche dirette o indirette che ne alterano l'effettivo valore. Indubbiamente i dati che compaiono in cifre luminose sulla cima dei palazzi sono molto appariscenti ma sviano facilmente chi li osserva. Le centraline o capannine come quella di piazza d'Armi o come le centinaia sparse sul territorio nazionale e gestite dall'Aeronautica Militare, dalle Regioni, dall'Enel, dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), dall'Università e da tutti gli enti pubblici e privati che si occupano del problema danno maggiore garanzia perché riflettono effettivamente la situazione termica dell'agglomerato urbano. Ma qualche grado in più o in meno è poi così importante? Rispondiamo con una ironica affermazione di Goethe nel suo trattato di meteorologia: «Si sono inventati alcuni strumenti che rendono visibili, sotto forma di gradi, questi fenomeni che si toccano quotidianamente. Chi soffre per il freddo o per il caldo sembra quasi tranquillizzato dal fatto di riuscire a esprimere le proprie sofferenze in gradi Celsius o Fahrenheit». Giorgio Minetti


PIETRE PREZIOSE Quei trucchi in gioielleria
Autore: DE CRESCENZO CARAFOLI F.

ARGOMENTI: CHIMICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 102

SE volete comprare un gioiello pensateci bene. Può capitare che facciate un buon affare, che compriate al giusto prezzo o che siate vittime di un bidone. Queste sono le tre possibilità nell'attuale situazione del mercato. Di recente a Milano si è tenuto il convegno «Gemmologia e normativa». Ne son venuti fuori problemi grandi e piccoli, ma sempre irrisolti, che interessano l'uomo della strada (un po' di più della donna) quando si ferma a guardare le vetrine dei gioiellieri. In Italia, oltre al politichese, esiste anche il gemmologese, per cui chi intenda spendere pochi o tanti quattrini in un monile abbellito da pietre preziose entra in un universo in cui la terminologia è a sè stante, suggestiva e fantasiosa. Chi compra una gemma spesso per sua tranquillità ha bisogno del parere dell'esperto, ma i pareri di due esperti diversi raramente combaciano. Ci sono poi modi di dire fuorvianti: quale acquirente sa per esempio che la designazione «rubino di Burma» o «rubino del Siam» è erronea e fa riferimento più alla qualità del colore che al luogo del ritrovamento? Qui il problema non è più l'onestà o la capacità degli esperti: nella certificazione delle pietre preziose non esistono norme di base valide per tutti ma tante costumanze di tradizione variabile. Con il risultato facilmente intuibile che con un'opportuna nebulosità si può praticamente smerciare quasi tutto a qualunque prezzo: vedi certe vendite televisive in cui sono partite fantastiche patacche a prezzi incredibilmente scontati, gridati come si faceva nelle fiere di paese. Molto sta anche facendo la tecnica per contribuire a confondere le idee, truccando artificialmente le gemme con irradiazioni, riscaldamenti in forni speciali che modificano e falsano il colore. Dove il colore ottenuto, spesso più brillante di quello naturale, in genere svanisce con il tempo. Con speciali resine è possibile anche far sparire le fratture: comune è il caso dello smeraldo e ultimamente quello del diamante. Benvenuto allora il convegno milanese, che ha presentato regole curate dall'Uni, organismo preposto allo studio e alla pubblicazione di norme tecniche valide per tutti. Al convegno si è sentita la necessità di chiarezza in tutte le categorie presenti; e insieme il timore che come, tanti altri buoni propositi all'italiana, manchi poi una vera volontà politica all'attuazione definitiva. Se le associazioni di categoria saranno, com'è sembrato, a sufficienza convinte, si arriverà a una normalizzazione, ufficializzata in qualche modo per legge. Se prevarrà la furbizia, in definitiva sempre controproducente, non se ne farà niente. Se le norme Uni passeranno, stabilita una volta per tutte la gradazione del colore per mezzo delle pietre di paragone, dal gioielliere succederanno scenette più o meno così: «Cara signora posso darle questo splendido esemplare di diamante, taglio rettangolare riportato nella tabella Uni 10173, pagina 14, capoverso 1 eccetera...». Ma attenzione] Veronique De Mol della scuola di scienze criminologiche dell'Università di Bruxelles (Ulb) ha fatto una tesi, depositata recentemente all'Hrd, l'alto consiglio dei diamanti di Anversa con il titolo: «Il certificato del diamante, mezzo di prevenzione o fattore criminogeno?» lasciando aperto qualche dubbio sui rischi possibili di tutta la questione. F. de Crescenzo Carafoli Università di Genova


NUOVE NORME Di notte non spegnete la caldaia Tenendo gli impianti di riscaldamento sempre accesi e a temperatura costante si inquina di meno e si risparmia combustibile: anche la legge se n'è accorta
Autore: LIBERO LEONARDO

ARGOMENTI: ECOLOGIA, ENERGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 102

IL testo della Legge n. 10/1991 sull'uso razionale dell'energia inizia così: «Al fine di... ridurre i consumi... e di migliorare le condizioni di compatibilità ambientale... a parità di servizio reso e di qualità della vita...». Quindi dei risparmi e dei miglioramenti non dovrebbe soffrire l'utenza. Bene, il nuovo Regolamento sugli impianti termici («Gazzetta Ufficiale» del 14 ottobre '93), attuativo di quella Legge, conferma la norma che essi vengano spenti lo stesso giorno, il 15 aprile, a Roma e a Torino. Nonostante sia ovvio che l'inverno a Torino è molto più freddo e più lungo che a Roma; e nonostante che per questo in passato il sindaco di Torino, ogni anno, abbia dovuto far prorogare i riscaldamenti oltre quella data e anche fino a maggio inoltrato. Una norma, quindi, che razionale non è, perché questo Regolamento - astruso per gli specialisti, figurarsi per i comuni cittadini - è l'ennesimo frutto del vizio italico di legiferare in base a pii desideri anziché ai fatti, e aggravato da una minuziosità maniacale. Una metà delle sue 116 (]) pagine è occupata dall'elenco dei comuni italiani, ciascuno col numero dei suoi «gradi giorno»; che è la somma delle differenze fra una serie di temperature esterne rilevate sul luogo e i 20 C, assunti a priori come ottimali; somma poi ancora corretta in funzione dell'altezza sul mare del comune. Da quel numero dipendono calendario e orario di funzionamento degli impianti. Se poi accade che ne escano delle assurdità - come pretesa uguaglianza del clima di aprile a Roma e a Torino - è perché il tutto si basa su un dato arbitrario. Non è infatti di 20 C la «temperatura di comfort» in abitazione, bensì di 22-24 C. Lo ha sperimentalmente stabilito un luminare mondiale della materia, il professor Fanger dell'Università di Copenaghen. Senza dire che la necessità di scaldarsi, come quelle di mangiare e di bere, è fisiologica; che il porvi limiti arbitrari spinge le persone ad aggirarli, in genere con stufe elettriche; e che quella sì è un'eresia energetica, specie in Italia dove l'elettricità è per lo più prodotta bruciando petrolio. L'altra metà del Regolamento contiene definizioni, prescrizioni, formule, eccezioni; tante e così intrecciate, che per progettare un impianto o verificarne la conformità anche i più esperti dovranno usare uno speciale programma da computer. E gran parte di tali astrusità è in omaggio a un mito che trova credito solo in Italia: quello che per limitare consumi e inquinamento sia utile, anzi indispensabile, spegnere i riscaldamenti ogni giorno per un certo numero di ore. Un mito che, al contrario, fa aumentare i consumi, perché è più dispendioso riportare uno stabile in temperatura che mantenercelo; cosa più volte spiegata su «La Stampa», anche da un fisico illustre come Tullio Regge. Un mito che fa aumentare l'inquinamento, massimo nella prima ora di accensione degli impianti; i quali andrebbero quindi accesi una volta all'anno, non una volta al giorno. Un mito che per di più abbrevia molto la vita delle caldaie. Per fortuna, a merito del fin qui criticato Regolamento, va detto che esso dà una prima picconata proprio a quel mito irrazionale e antieconomico. Per la prima volta esso permette infatti il funzionamento continuo, sia pure entro limiti di temperatura, per alcune categorie di impianto dotate di termoregolatore e programmatore automatici. E poiché vi dovrebbero essere compresi anche quelli di grandi condominii, potrebbe essere una novità rilevante; a beneficio di tasche e polmoni dei cittadini. E' prudente usare il condizionale poiché, per la complessità delle nuove norme tecniche, forse di nessuno stabile si può affermare a priori che sia già di regola. Sarà compito degli amministratori fare le necessarie verifiche e informare gli utenti sui vantaggi di comfort e di spesa che verrebbero dal funzionamento continuo degli impianti. Leonardo Libero


ARMI IN CIELO La sentinella antimissile Un aereo senza pilota, a energia solare, sempre in volo e dotato di missili potrà scongiurare ogni eventuale attacco atomico contro gli Stati Uniti
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: ARMI, TECNOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: RAPTOR TALON
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 102

SI chiamano «Raptor» (Rapace) e «Talon» (Artiglio). Il primo è un aereo molto speciale, a energia solare e senza pilota. L'altro un piccolo missile-killer. Insieme costituiranno una delle prime realizzazioni operative di quel progetto di «guerre stellari» ideato da Reagan, messo in sordina dalla fine della guerra fredda, ma mai abbandonato. Al di là della chiara simbologia connessa con queste denominazioni va detto che «Raptor» è l'acronimo di «Responsive aircraft programme for theatre operations» mentre «Talon» significa «Theatre application-launch on notice». Compito di questa accoppiata sarà quello di sorvolare in continuazione a una quota tra i 20 e i 30 mila metri le regioni in cui sono installati missili balistici «di teatro», cioè missili tattici, e di distruggerli in volo. Il progetto ha ricevuto una spinta decisiva dalla guerra del Golfo, quando gli Scud di Saddam Hussein, nonostante la loro scarsa efficacia, misero in evidenza la mancanza di un ombrello efficace contro questo tipo di minaccia, che nella circostanza dovette essere fronteggiata, non sempre con successo, tramite i missili antiaerei «Patriot». Da quel momento l'attenzione dello Stategic defense initiative office (Sdi) fu spostata dai grandi missili balistici intercontinentali a quelli tattici. Il modello del «Raptor», chiamato Pathfinder dal suo costruttore, è stato provato per la prima volta alla fine di ottobre nella grande base aerea dell'Usaf di Edwards, in California, dove ha volato per una quarantina di minuti. E' un velivolo «tutt'ala» di 30 metri di apertura, appena 200 chilogrammi di peso, otto motori elettrici alimentati da 60 metri quadrati di celle solari; è stato progettato dallo scienziato Paul MacCready sulla base dell'esperienza accumulata con una serie di velivoli solari sperimentati negli anni scorsi, l'ultimo dei quali, il «Solar Challenger», divenne celebre per aver attraversato la Manica. Con MacCready e con la società AeroVironnement da lui fondata nel '71 in California, hanno collaborato ricercatori dello Sdi, del celebre Lawrence Livermore National Laboratory e, pare, israeliani. Pathfinder è il predecessore di un velivolo ancora più rivoluzionario che viene indicato come Perpetual, e che sarà il vero Raptor operativo; sarà in grado di volare per un tempo indefinito grazie a un sistema di batterie che durante il giorno immagazzineranno l'energia necessaria per far funzionare i motori durante la notte e per fornire l'elettricità alle apparecchiature di bordo; avrà un'apertura alare doppia rispetto al predecessore, 60 metri, e ben 16 motori. Il grosso problema ancora da risolvere è proprio quello delle batterie rigenerabili, il cui peso sarà la metà del peso dell'intero velivolo. Si tratterà di celle a combustibile che per la messa a punto richiederanno ancora da 18 a 30 mesi. Ogni velivolo, pilotato via radio da terra, sarà dotato di quattro «Talon», il cui sviluppo procede di pari passo. Si tratta di un missile a energia cinetica, cioè in grado di distruggere il missile avversario senza carica esplosiva ma solo con l'impatto violentissino dovuto all'energia accumulata grazie alla elevatissima velocità: lungo un metro e 70 centimetri, pesante appena una ventina di chilogrammi, con una gittata prevista tra i 50 e i 220 chilometri, si dirigerà sul bersaglio a quasi 12 mila chilometri l'ora. Il sistema Raptor-Talon opererà in modo autonomo, senza intervento umano, grazie a un potente e velocissimo computer che terrà sotto controllo tutta la rapidissima sequenza; una volta che i sensori all'infrarosso del velivolo avranno individuato la traccia del missile in partenza dalla sua rampa daranno automaticamente il via a una serie di operazioni che entro 20 secondi (il tempo in cui il missile bersaglio percorrerà i primi due chilometri e mezzo) accenderanno il motore di uno dei quattro Talon; questo si alzerà dal velivolo dapprima verticalmente poi si disporrà in orizzontale, guidato per un tratto dall'aereo e successivamente dai propri sensori, fino all'appuntamento con il bersaglio, che avverrà a circa 45 mila metri di quota e solamente ottanta secondi dopo l'istante del decollo. Vittorio Ravizza


CORTEGGIAMENTI FRA API Spicciati a decidere Un minuto e vado
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ETOLOGIA, ZOOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

BISOGNA dire che gli scienziati sono dei tipi originali. Per studiare il comportamento di un'ape, la Antho phora plumipes, lo zoologo inglese Graham N. Stone piazza una sedia a sdraio nel bel mezzo del posteggio auto dell'Università di Oxford e se ne sta lì seduto tutto intabarrato fino a 15 ore al giorno, con il solo conforto di qualche tazza di caffè. In quella postazione rimane per tre primavere consecutive, le fredde primavere britanniche, per osservare da vicino l'andirivieni di migliaia di api che nidificano in quella stagione in un muro che separa due college dell'università. La Anthophora plumipes è un'ape solitaria, ricoperta da un fitto manto di lunghi peli, grossa il doppio della comune ape da miele. Maschi e femmine si riconoscono facilmente dal colore. I primi sono bruno- rossicci, le seconde sono nere. Questa specie di api trascorre l'inverno allo stadio di pupa, l'ultimo della metamorfosi, dal quale sfarfalla poi l'insetto adulto. I maschi sfarfallano prima delle femmine, addirittura alla fine di febbraio, se l'inverno non è troppo rigido. Appena viene alla luce, ciascuno si dà immediatamente alla conquista di un territorio nei campi e nei giardini fioriti. Le femmine emergono dallo stadio larvale verso la metà di marzo e subito si mettono a scavare alacremente un nido- tunnel individuale nel muro. Una volta scavato il nido, l'ape lo tappezza di fango, che comprime con una placca liscia posta all'estremità dell'addome. Poi consolida il fango con una speciale secrezione ghiandolare. Così la celletta è pronta. L'ape potrà riempirla di nettare e polline e vi depositerà sopra un uovo. La larva che ne sguscerà troverà a portata di mano tutto il cibo di cui ha bisogno per crescere. La mattina presto, verso le cinque e mezzo, le api femmine escono dai nidi dove hanno passato la notte e partono in volo alla ricerca di nettare e polline. E' ancora buio. La temperatura è di circa 5C. Sono bottinatrici formidabili. Svolazzano per i campi in fiore fino alle nove di sera e non le arresta nè il freddo nè la pioggia. La maggior parte degli altri insetti è incapace di volare quando la temperatura esterna è troppo rigida. Debbono prima riscaldarsi esponendosi ai raggi del sole. Le Anthophora, come i calabroni, hanno la capacità fisiologica di produrre calore loro stesse. Per poter volare, la temperatura del corpo non deve essere inferiore ai 25C e per raggiungerla fanno vibrare energicamente le ali. Come lo studioso ha potuto constatare in laboratorio, in questa manovra, che equivale in un certo senso al nostro tremar di freddo, solo il l5 o 20 per cento dell'energia chimica che si produce si converte in movimento delle ali. Il resto si trasforma in calore e fa aumentare la temperatura corporea. Occorre naturalmente un certo tempo perché l'ape si riscaldi al punto giusto. Se per esempio fuori ci sono otto gradi, ci vogliono dieci minuti prima che l'insetto raggiunga la temperatura atta al volo. Volare velocemente è per l'ape questione di vita o di morte. Perché, appostati nei dintorni, sono in agguato vari uccelli, come cince azzurre e cinciallegre, pronti a catturarle appena escono dai nidi. Nel volo di andata le femmine, rapide come saette, riescono a sfuggire alla cattura e i maschi, superbi acrobati aerei, non sono da meno. Un maschio è capace di compiere in volo un giro di 90 gradi nel tempo record di un venticinquesimo di secondo. Più vulnerabili sono le femmine quando ritornano dai voli di approvvigionamento, appesantite come sono dal carico di polline. I maschi abbandonano i nidi poco dopo le femmine, nelle giornate calde. Ma quando fa freddo indugiano anche un paio d'ore prima di uscire all'aperto. Qui controllano i loro territori e soprattutto cercano moglie. Nell'affannosa ricerca dell'anima gemella, danno prova di essere realmente a sangue caldo anche in senso metaforico. Se un maschio estraneo gli invade il territorio, il legittimo proprietario ingaggia un combattimento furioso con il rivale e lo costringe con le buone o con le cattive a volarsene via. Però basta che compaia all'orizzonte una femmina, perché la disputa territoriale si interrompa bruscamente e abbia inizio il corteggiamento. Le femmine, dal canto loro, devono tenere a bada la focosità dei pretendenti e difendersi dalle loro attenzioni troppo aggressive. Per circa un minuto di orologio il maschio pedina la femmina intenta a bottinare nettare e polline da un fiore all'altro. Si forma spesso un codazzo di sei o sette pretendenti che le svolazzano dietro, mantenendosi a una decina di centimetri di distanza. Poi con mossa fulminea quello che le sta più vicino l'afferra alla vita con le zampe. La coppia cade a terra e qui lei, se non ne vuol sapere del pretendente, lotta strenuamente con zampe e mandibole per svincolarsi dalla stretta. Ma se invece è recettiva, consente al maschio di agitarle davanti il suo marchingegno spruzzaprofumi, il ciuffo di peli con cui termina il secondo paio di zampe, imbevuto di feromoni sessuali. Così, inondata di afrodisiaci, la femmina si lascia docilmente fecondare. Gli altri corteggiatori non rinunciano però ai loro piani. Uno di loro immediatamente si avvicina alla coppia e tenta di spodestare il maschio per prendere il suo posto. Non è detto però che la femmina accetti passivamente la sostituzione. Se il nuovo venuto non le garba, lo rifiuta sdegnosamente e se ne vola via, lasciandolo a bocca asciutta. E' sempre lei, insomma, che ha l'ultima parola. Comunque le chances degli altri pretendenti non sono tramontate, perché la femmina, se è di genio, si mostra molto disponibile. Si lascia allora tranquillamente fecondare da un maschio dopo l'altro, ogni due o tre secondi. Isabella Lattes Coifmann


IN BREVE Università spaziale come iscriversi
ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, UNIVERSITA'
ORGANIZZAZIONI: ISU
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

L'International Space University (Isu) è un'organizzazione internazionale per la formazione in campo spaziale. La prima sessione estiva dell'Isu, a cui parteciparono 104 studenti di 21 Paesi, fu ospitata dal Massachusetts Institute of Technology di Boston nel 1988. Oggi, più di 725 studenti provenienti da 50 nazioni hanno seguito con successo il programma dell'Isu, che offre la possibilità di frequentare una serie propedeutica di corsi di base in nove discipline: architettura dei sistemi spaziali, ingegneria spaziale, gestione delle attività spaziali, scienze biomediche, legislazione delle attività spaziali, sfruttamento delle risorse, astrofisica, telecomunicazioni e scienze umanistiche applicate allo spazio. Nel prossimo corso estivo, che si terrà all'Università di Barcellona, in Spagna, dal 25 giugno al 2 settembre, gli studenti si confronteranno con due progetti di grande attualità: un sistema globale di tele-educazione e tele-medicina, e un programma per l'esplorazione del sistema solare attraverso una serie di missioni automatiche a basso costo. Gli interessati possono inviare il loro nome, indirizzo e numero di telefono al seguente recapito: Maria Antonietta Perino c/o Alenia Spazio - Corso Marche 41 - 10146 Torino, facendo richiesta della domanda di ammissione che va presentata entro il 15 gennaio 1994. Requisiti fondamentali richiesti sono un diploma universitario e l'ottima conoscenza della lingua inglese.


IN BREVE Nel miele d'arancio c'è anche la caffeina
ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

La credevano una frode, invece le analisi di laboratorio hanno provato che la caffeina è una componente naturale dei fiori d'arancio, e quindi del miele che se ne ricava. La prima segnalazione in letteratura arriva dai Servizi Veterinari di Alessandria, che avevano analizzato alcuni campioni alla ricerca di residui tossici.


IN BREVE Aviano, festa dei malati guariti dal cancro
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

In occasione del suo decimo compleanno il Centro di riferimento oncologico nazionale di Aviano (Pordenone) ha organizzato una giornata dedicata ai suoi pazienti guariti dal cancro, invitandoli a testimoniare la loro vittoria sulla malattia. Ne sono arrivati circa 800: è stato il primo congresso sui tumori che abbia dato voce agli ammalati e non soltanto ai medici. Tutti erano ad almeno 5 anni dalla prima diagnosi. Le statistiche danno buone percentuali di guarigione soprattutto per i carcinomi dell'utero (70 per cento), della mammella (65 per cento), della laringe (55 per cento) e del colon (50 per cento), oltre che per i melanomi (60 per cento). I farmaci che hanno dato i migliori risultati sono la fludarabina per alcuni tipi di linfomi, l'interleukina-2 per il carcinoma renale e la pentostatina contro la leucemia.


IN BREVE Una famiglia di orsi dalla Bosnia al Friuli
ARGOMENTI: ZOOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

Spaventato dai bombardamenti, un branco di orsi ha lasciato il suo habitat nella Bosnia settentrionale, ha attraversato Croazia e Slovenia e si è insediato in alta Val Isonzo. A tutela degli allevatori, preoccupati per il loro bestiame, la Regione ha predisposto un fondo di indennizzo e l'allestimento di un frutteto perché in mancanza del loro cibo naturale gli orsi attaccavano le pecore.


IN BREVE Su «Pegaso» di scena le pulsar
ARGOMENTI: ASTRONOMIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

Un ampio articolo sulle pulsar di Piero Tempesti compare su «Pegaso», rivista dell'Associazione Astronomica Umbra (viale Indipendenza 10, Perugia). Nel '93 «Pegaso» ha pubblicato complessivamente quasi 200 pagine di divulgazione sui fenomeni del cielo. L'abbonamento annuo costa 12 mila lire.


IN BREVE Contro l'emicrania mangiate lattuga
ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

Un neurologo cubano ha sperimentato con successo un nuovo medicinale a base di lattuga: funziona contro il mal di testa ed è utile anche come lieve tranquillante. Delle mille persone sottoposte all'esperimento, l'85 per cento si è liberato dell'emicrania. Non è chiaro se il farmaco arriverà in Europa.


L'ORECCHIO Eppur si sente... E' ancora un mistero il meccanismo fisio-psichico per cui un impulso nervoso si traduce nel tono e nel timbro dei suoni che sentiamo in un'orchestra
Autore: DI AICHELBURG ULRICO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

L E onde sonore sono vibrazioni che si propagano nell'aria alla velocità di 340 metri al secondo (velocità superata dagli aerei supersonici, che oltrepassano la barriera del suono). Lo stimolo acustico è dunque una vibrazione molecolare la cui energia è captata dall'orecchio. L'orecchio trasforma tale informazione e la trasmette a particolari zone della corteccia cerebrale, i centri uditivi, dove diventa un suono. Affinché sia udibile, lo stimolo deve avere certe caratteristiche fisiche, variabili da una specie animale all'altra. La frequenza dello stimolo vibratorio è la chiave del messaggio sonoro. Nell'uomo la frequenza deve essere compresa fra 20 e 20 mila Hz al secondo. Al di sotto di 20 non udiamo nulla, ma non udiamo nulla neppure quando le vibrazioni sono al di sopra di 20 mila. Gli «ultrasuoni», che hanno oggi molte applicazioni in medicina, non ci danno sensazioni di rombi o di scrosci come si potrebbe supporre, ma sono del tutto silenziosi. Li odono invece alcuni animali, ad esempio i pipistrelli. In concomitanza con le vibrazioni dell'aria, vibra al fondo del condotto uditivo la membrana del timpano, e al di là del timpano oscilla la catena degli ossicini nell'orecchio medio, una cameretta di un centimetro cubo scavata nell'osso temporale del cranio, una specie di cassaforte contenente le più piccole ossa del nostro corpo, chiamate martello, incudine e staffa perché ricordano in maniera singolare questi oggetti. Gli ossicini costituiscono una catena, un insieme meccanico complesso che riceve gli stimoli acustici, ma non solo passivamente poiché è regolato da muscoli. Gli stimoli pervengono così all'orecchio interno, la stazione d'arrivo, la parte veramente specifica dell'apparato uditivo: una serie di cavità ossee fra loro comunicanti, situate nello spessore dell'osso. Qui si trova l'apparato di trasduzione dell'energia meccanica in energia nervosa, ossia l'organo sensoriale propriamente detto, scoperto verso il 1850 dal ventottenne italiano Alfonso Corti nel laboratorio d'un famoso anatomico svizzero, Rudolf von Kolliker. Caso più unico che raro, dopo questo folgorante debutto scientifico Corti tornò alla sua tenuta di Casteggio, che aveva bisogno di lui dopo la morte del marchese padre, e dello scienziato Corti non si sentì più parlare. Nell'organo di Corti vi sono le cellule acustiche, oltre 20 mila, dotate di ciglia. Le onde acustiche, giunte qui alla fine del loro viaggio, si trasmettono a un liquido incolore e trasparente, l'edolinfa, e ne deriva, a seconda della conseguente iperpressione o depressione, un'inclinazione delle ciglia in un senso o nell'altro. I movimenti ciliari sono l'ultimo fenomeno propriamente meccanico dell'udito. E' verosimile che i movimenti delle ciglia si traducano in variazioni della permeabilità delle cellule del Corti ai vari ioni lì presenti, e che i flussi ionici risultati provochino la liberazione d'un neurotrasmettitore, forse un aminoacido, che va ad agire sui terminali delle fibre del nervo acustico collegate con le cellule. Il neurotrasmettitore dà origine a un potenziale d'azione che si propaga lungo le fibre nervose. L'energia meccanica diventa energia bioelettrica. Stanno per nascere i suoni. I suoni nascono in una zona della corteccia cerebrale principalmente localizzata sulla superficie superiore del lobo temporale, forse anche in due zone ai lati della precedente, e ancora in area situata posteriormente. Le esperienze sugli animali non aiutano molto poiché fra tutti i mammiferi l'uomo fa il massimo uso dei suoni a fini di comunicazione, per cui è possibile che certe strutture e certi meccanismi nervosi presenti nel cervello umano siano assenti in quello di mammiferi subumani. Della corteccia cerebrale uditiva dell'uomo, finora si sa poco. Comunque la conoscenza della fisiologia dell'udito è per molti aspetti soddisfacente. Quanto alla fisiologia propriamente nervosa dell'udito, assistiamo attualmente al suo slancio poiché la tecnologia elettronica permette la registrazione a distanza dei potenziali nervosi e delle loro variazioni. Rimane però un mistero il meccanismo fisio-psichico con il quale un impulso nervoso si traduce nel tono e nel timbro dei suoni che un'orchestra ci fa sentire. Ulrico di Aichelburg


L'EQUILIBRIO La linfa che ci tiene saldi sulle gambe
Autore: U_D_A

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

L'ORECCHIO interno è il punto focale non solo del senso dell'udito ma anche dell'equilibrio statico e dinamico del corpo. Contiene infatti l'apparato vestibolare, registratore della posizione e dei movimenti del corpo nello spazio e del capo rispetto al corpo, punto di partenza di riflessi che regolano l'atteggiamento del corpo e degli arti in funzione dei movimenti del capo. L'apparato vestibolare è un insieme di cavità ossee intercomunicanti, nelle quali vi sono vescicole e canali pure intercomunicanti. Caratteristici sono i canali semicircolari, sottilissimi, incurvati ad arco di cerchio, lunghi un paio di centimetri, disposti su tre piani perpendicolari, orientati secondo le tre dimensioni dello spazio, uno orizzontale e due verticali, in rapporto con un liquido incolore e trasparente, l'endolinfa. Essa, per la legge d'inerzia, compie spostamenti ogniqualvolta il capo fa un movimento, anche di minima ampiezza. Pertanto ogni spostamento, in qualunque piano e con qualunque velocità, determina in ognuno dei canali semicircolari, e talvolta in tutti e tre contemporaneamente, correnti endolinfatiche più o meno marcate. Particolari cellule munite di ciglia vengono stimolate o inibite dagli spostamenti dell'endolinfa. Le ciglia si flettono generando un impulso delle fibre del nervo vestibolare, le quali vanno a terminare nel cervello. In sostanza, l'apparato vestibolare fornisce la sensibilità spaziale e, mediante l'attività riflessa sui muscoli del tronco e degli arti, impedisce che il baricentro del corpo esca dalla base di sostegno (la superficie plantare) e provochi la caduta, il che è condizione necessaria per la stazione eretta e in situazioni di moto complesse quali la marcia, o la corsa. A ciò concorrono anche sensazioni di altra origine, muscolari, tendinee, articolari, visive. (u. d. a.)


ROENTGEN CARD In tasca le radiografie di tutta la vita E con un lettore ottico si sceglie quella da stampare
Autore: PREDAZZI FRANCESCA

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, TECNOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

UNA piccola rivoluzione si prepara negli studi medici tedeschi: inizia l'era della carta radiologica personalizzata, la Roentgen- Card. All'apparenza è una comunissima carta di credito, ma la scritta «Visit» e l'emblema del serpente di Esculapio lasciano sospettare la sua vera funzione. Infatti nella parte inferiore della carta (che ha lo stesso colore di un negativo fotografico) si possono memorizzare 70 radiografie che il paziente può comodamente portarsi in giro nel portafogli. Con un lettore che costa 3 milioni e mezzo di lire il medico curante potrà poi estrarre l'immagine che gli interessa, ingrandirla a piacere o stamparla. Tibia rotta, mandibole o casse toraciche diventano così un documento di proprietà del paziente, al quale attingere senza bisogno di fare ogni volta una nuova lastra. In Germania la Roentgen-Card è già in circolazione nel Baden-Wuerttemberg, gli altri Laender seguiranno l'esempio nel corso del '94. Anche alcune ditte americane, giapponesi ed europee hanno mostrato il loro interesse. Un sistema del genere segna infatti la fine dell'epoca delle ingombranti lastre, da rifare ogni volta che si cambia medico o città, sottoponendo il corpo del paziente a nuove e inutili radiazioni. Già più volte in Germania è stato lanciato l'allarme contro i pericoli noti e ignoti dei raggi X. Di recente il settimanale Der Spiegel ha addirittura dedicato una copertina ai «raggi pericolosi», calcolando che a causa delle radiografie un tedesco in media incassa annualmente una dose tra i 120 e i 200 millirem, dalla più tenera infanzia fino alla vecchiaia. Una comune mammografia comporta infatti una dose di radiazioni di 4000 millirem, mentre 30 millirem sono il limite massimo annuale fissato dalla legge per i dipendenti delle centrali nucleari. La piccola carta plastificata prende il nome dal fisico tedesco, Wilhelm Roentgen, che nel 1895 scoprì i raggi X (e sei anni più tardi ricevette per questo il Premio Nobel) e coprirà abbondantemente il fabbisogno medio di radiografie. Nell'arco di una vita, hanno calcolato gli esperti, in Germania ogni cittadino lascia scattare circa 40 fotografie delle sue parti più interne. C'è chi già adesso considera la Roentgen-Card il primo passo verso il «paziente digitalizzato». In un futuro non lontano, ogni individuo potrebbe portarsi appresso una completa cartella clinica, memorizzata sulla sua tessera personale. Un'idea certamente pratica, che però incontra le resistenze di chi teme le schedature. Anche per questo gli ideatori della carta radiologica, il radiologo dell'Università di Friburgo Matthias Langer e Walter Zahn, titolare di «Visit» (una piccola impresa di software della stessa città) hanno già pensato ai possibili malintenzionati. Per evitare che lo stato di salute del possessore della carta diventi di dominio pubblico, sulla medesima è memorizzata anche un'impronta digitale del paziente. Inizialmente la Roentgen- Card si potrà ottenere a pagamento (per un prezzo di circa cinquantamila lire all'anno), ma non è affatto escluso che le assicurazioni malattia non decidano di assumersi la spesa, che molto probabilmente verrà abbondantemente compensata dalle radiografie risparmiate e dai vantaggi per la salute degli assistiti. Indice del grande interesse è stato il tentativo fallito di comprare il brevetto da parte del colosso farmaceutico Bayer. Nel gioco potrebbe entrare addirittura l'America Express, che non esclude una fusione con la carta radiologica. Tecnicamente è già fattibile e forse tra poco verrà realizzata, così sullo stesso rettangolino di plastica ci porteremo dietro simbolicamente lo stato delle nostre finanze insieme a quello delle nostre ossa. Francesca Predazzi


L'UOMO DI ALTAMURA Prigioniero dei cristalli Lunga e difficile l'opera di recupero
Autore: CARTELLI FEDERICO

ARGOMENTI: ANTROPOLOGIA E ETNOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 104

NON avverrà tanto presto il recupero dei due scheletri del Pleistocene, trovati mesi fa in una grotta delle Murge e denominati dagli studiosi «Altamura uno» e «Altamura due». Lo scheletro di «Altamura uno», appartenuto a un uomo fra i trenta e i trentacinque anni, la cui altezza non oltrepassava il metro e sessantacinque, è racchiuso in un blocco stalagmitico di calcite cristallina che lo ha preservato nei millenni intatto e completo. Lo stesso blocco offre oggi la possibilità per una datazione del reperto pressoché assoluta. Ma la stalagmite che ha «sigillato» tutte le ossa con uno strato ermetico rappresenta anche un formidabile baluardo che soltanto un intervento di recupero supertecnologico è in grado di superare. Preliminare al recupero vero e proprio, è la valutazione della dinamica geocarsica della cavità. Quanto all'estrazione, si stanno effettuando prove di laboratorio che serviranno a perfezionare la tecnica di taglio con l'apporto del laser, perforando le stalagmiti che avvolgono in una morsa cranio e scheletro di «Altamura uno». E' del tutto improponibile, in questa fase di intervento, il tradizionale taglio meccanico delle stalagmiti, che comporta il rischio di danni irreparabili sia al reperto sia allo stesso ambiente ipogeo. Di «Altamura due» non si conosce il grado di conservazione nè se sia coevo al primo; si tende comunque a ritenere che i due scheletri siano del medesimo periodo. Potrebbero essere un uomo e una donna, che vivevano insieme nella grotta, dove potrebbero essere stati bloccati da una frana improvvisa che non ha lasciato loro via di scampo. Ancora oggi, d'altronde, le cavità carsiche intorno al centro urbano di Altamura sono caratterizzate da frane che rendono rischiose anche le esplorazioni degli speleologi. La grotta sotterranea in cui è avvenuta l'importante scoperta si sviluppa in profondità per circa trenta metri. In essa, oltre agli scheletri umani, sono stati trovati resti ossei di animali arcaici. Con questi, la Sopraintendenza archeologica della Puglia ha intenzione di realizzare una mostra documentaria presso il Museo archeologico di Altamura. Federico Cartelli


Scaffale Andreoli Anna e Tarozzi Leone: «L'attività subacquea, fisiologia, tecniche e materiali», Zanichelli
Autore: CABIATI IRENE

ARGOMENTI: DIDATTICA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 104

GLI italiani hanno imparato a non aver paura del mare, a conoscerlo e forse anche ad amarlo. Sono in aumento quelli che, anche attirati dalla moda, si immergono, prendono il brevetto da sub e vanno a esplorare paradisi sommersi. Chi fa sul serio sa che la prudenza è la prima regola da osservare. Il passo successivo, strettamente collegato al primo, è l'approfondimento della disciplina. Le scuole specializzate abbinano alle immersioni la teoria, che spesso si risolve in poche lezioni. Anna Andreoli e Leone Tarozzi hanno redatto un manuale rigoroso che approfondisce gli aspetti scientifici dell'attività subacquea: la fisica (pressione, caratteristiche dei gas, fluidi, acustica); il corpo umano e l'uso corretto delle attrezzature per non danneggiare l'apparato circolatorio, respiratorio e acustico. Si passa poi alla tecnica di immersione dopo aver trattato anche la meteorologia, l'orientamento e l'ambiente. Il volume è corredato di tabelle per la decompressione.


Scaffale Whidden Tom e Levitt Michael: «L'arte e la scienza delle vele, guida alla fabbricazione, alla manutenzione, ai nuovi materiali e alla teoria aerodi namica delle vele», Mursia
Autore: CABIATI IRENE

ARGOMENTI: TECNOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 104

Le telecamere installate sulle barche di Coppa America hanno divulgato molti aspetti della vela. Abbiamo visto vele di carbonio e vele ai cristalli liquidi. In futuro probabilmente questi materiali faranno parte anche dell'equipaggiamento del velista della domenica. Sono molti i fattori che rendono una barca più competitiva: la forma dello scafo, l'equipaggio, l'attrezzatura e, naturalmente, anche la forma delle vele e i materiali con cui sono fatte. Tom Whidden (presidente di una nota fabbrica di vele) e Michel Levitt, giornalista, hanno messo insieme le proprie esperienze e propongono un libro di buon livello tecnico. Si entra con loro in veleria e si impara come si taglia una vela con l'uso del computer; i materiali utilizzati e i tentativi di rendere il tessuto compatibile con la pressione del vento e l'azione della luce e della salsedine. Ma una buona vela per essere efficace deve anche essere usata correttamente rispetto al resto dell'attrezzatura. C'è quindi un bel capitolo dedicato ai suggerimenti a cui si aggiunge qualche consiglio per la manutenzione, utile per preservare il patrimonio che la vela rappresenta.


Scaffale Meggiorin Gianfranco: «Capire il tempo e conoscere il mare», Mursia. Giuliacci Mario: «Il vento e il tempo, previsione meteorolo gica nella pratica sportiva», Mursia
Autore: CABIATI IRENE

ARGOMENTI: METEOROLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 104

Il corredo elettronico che aiuta il marinaio del 2000 nelle comunicazioni e nell'orientamento non ha nulla da invidiare a quello delle navette spaziali. Ma non tutti gli armatori lo impiegano. Anzi, spesso i display hanno una funzione puramente decorativa. I veri marinai usano pochi strumenti e sanno che è fondamentale saper leggere il tempo. Con il fax a bordo si possono ricevere le carte meteo, ma non è facile interpretarle. Le previsioni date alla radio si riferiscono ad aree molto vaste. I vecchi marinai riuscivano a capire le variazioni da sintomi impercettibili. Chi ha questa dote è fortunato. Chi non ce l'ha può provare a coltivarla con i due manuali proposti dalla Mursia. Gianfranco Meggiorin è un navigatore che ha lavorato al centro Meteo Mursia di Portofino e ha scritto un libro dedicato in particolare a chi va per mare. Alla descrizione dei fenomeni abbina volentieri suggerimenti pratici. Mario Giuliacci, responsabile del Servizio Previsioni dell'Osservatorio Meteo di Brera, allarga il suo intervento ad altri settori sportivi come il volo a vela. La sua esposizione comprende quindi anche lo scenario montano ed è talora più approfondita perché riferita essenzialmente al tempo e alle sue manifestazioni.


ARCHEOLOGIA MARINA Sorpresa: navigava il popolo dei nuraghi
Autore: CAPODARTE LEONARDO

ARGOMENTI: ARCHEOLOGIA
NOMI: D'ORIANO RUBENS
LUOGHI: ITALIA, PORTO ROTONDO
NOTE: 104

NON avrei mai immaginato che in un tratto di mare così delimitato potessimo scoprire tante preziose testimonianze del passato». Sono parole dell'archeologo Rubens D'Oriano della Soprintendenza di Sassari e Nuoro, che ha condotto tre brevi campagne di censimento di giacimenti subacquei, fra Porto Rotondo e San Teodoro, in Sardegna. «Abbiamo individuato settanta giacimenti archeologici», ha detto D'Oriano durante l'ottava edizione della Rassegna di archeologia subacquea, a Giardini Naxos (Messina), dove ha illustrato gli straordinari risultati delle prospezioni sottomarine. «In una prossima campagna, forse in primavera, contiamo di censire almeno altri venti siti sommersi con le stesse caratteristiche», ci ha rivelato l'archeologo sardo, che vive ad Olbia. Il «mare d'oro», come viene definito il Mediterraneo per l'abbondanza di tesori storico- archeologici ricoperti dalle acque, non si smentisce mai. Ma nel caso di Porto Rotondo è andato oltre, con una sorpresa che sembra indurre gli studiosi a rivedere molte loro convinzioni sulla misteriosa civiltà dei nuraghi. D'Oriano e i suoi collaboratori hanno riportato alla luce un'ancora in pietra, trovata ad appena due metri di profondità, che risale proprio al periodo nuragico. Ma non s'era sempre pensato che gli uomini dei nuraghi fossero profondamente legati alla terra e alle loro inquietanti costruzioni in pietra e che si fossero ben guardati dal navigare? Il ritrovamento di quest'ancora rimette tutto in discussione e fa pensare come anche i nuragici, vissuti nell'età del bronzo che per la Sardegna corrisponde al periodo dal 1500 al 1000 a.C., abbiano solcato i mari diffondendo la loro civiltà nel Mediterraneo. Assumono un'altra luce non soltanto le «navicelle» votive trovate in discreto numero all'interno dei nuraghi e che starebbero a testimoniare una vocazione marinara di quel popolo, ma anche alcune tracce del loro passato sotto forma di vasi nuragici trovati sia a Creta che nelle isole Lipari. Ma cosa fa ritenere che quest'ancora litica di 75 chilogrammi di peso a forma di trapezio, decorata e con un foro per il cavo di ormeggio sia davvero nuragica? Secondo D'Oriano ci sono diversi elementi a favore: la vicinanza del luogo di ritrovamento a uno dei nuraghi più costieri della Sardegna, il tipo di granito da cui è stata ricavata e che è quello di Porto Rotondo, la decorazione con nove righe parallele di punti incisi che ricorda il sistema decorativo della ceramica indigena a «pettine» tra Bronzo Medio e Recente. Inoltre è la prima ancora decorata trovata in Occidente, le altre sono state rinvenute soltanto in Oriente. Fra il 1500 e il 1000 a.C. un certo traffico marittimo era presente in Mediterraneo, specialmente per il commercio dei metalli. Fra i più attivi si segnalavano i micenei, ossia i greci dell'età del bronzo, quelli della guerra di Troia combattuta nel 1180 a.C. Ma di tutto quel traffico i fondali hanno finora restituito ben poco: appena due relitti, entrambi in Turchia, quello di Capo Gelidonia e l'altro di Yassi Ada. E poi, un numero cospicuo di ancore in pietra sia nel Mediterraneo Orientale (Creta, Cipro, Libano e via dicendo), che in quello occidentale dove il livello organizzativo della società era appena allo stadio di villaggio. I micenei si sono sicuramente spinti in Mar Tirreno, come comprovano oggetti rinvenuti durante scavi effettuati a Lipari. Del resto, ora sappiamo che a Lipari ci sono arrivati anche i nuragici. Sulla base di queste scoperte ci si può aspettare, da un momento all'altro, che il mare restituisca qualche prova che il «popolo che non voleva navigare» in realtà navigò. E che si spinse nel lontano Oriente. «Sono convinta che quest'ancora sia dell'età del bronzo», ci ha detto l'archeologa subacquea inglese Honor Frost. «Ha la stessa forma di ancore di pietra trovate a Cipro; le due isole avevano miniere di rame e sicuramente intrattenevano scambi commerciali». Parole che riaccendono la favola mediterranea degli uomini dei misteriosi nuraghi. Leonardo Capodarte


MARCHIO DI QUALITA' ECOLOGICA Consuma pure, è naturale Arriva anche in Italia l'etichetta ambientalista per i prodotti industriali Tra le procedure per ottenerla, l'ecobilancio di materiali ed energia
Autore: PAVAN DAVIDE

ARGOMENTI: ECOLOGIA, INDUSTRIA, RIFIUTI, RICICLAGGIO
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 104

CARTA igienica fatta «senza abbattere neanche un albero», detersivi che oltre a lavare più bianco mantengono azzurre le acque dei fiumi, cosmetici a base di prodotti naturali: forse tutto questo sarà realtà con la recente approvazione, da parte del Parlamento italiano, della legge di finanziamento dell'Ecolabel, il marchio di qualità ecologica per i prodotti industriali. Il provvedimento, in ottemperanza al regolamento Cee, consentirà alle aziende che lo vorranno e lo meriteranno di «ecoetichettare» i loro prodotti sfruttando un marchio comunitario. L'organo competente per l'assegnazione del marchio sarà costituito dai rappresentanti dei ministeri interessati, degli imprenditori, dei consumatori e delle associazioni ambientaliste. Restano esclusi dal regolamento i prodotti alimentari, le bevande e i prodotti farmaceutici, per i quali sono previste specifiche direttive. L'ecoetichetta è uno strumento già utilizzato in molti Paesi: in Germania esiste dal 1977 (l'Angelo Blu), ma anche in Francia, Gran Bretagna, Danimarca e Stati Uniti esistono iniziative analoghe. I marchi nazionali non scompariranno con l'avvento del marchio comunitario e ogni azienda potrà scegliere l'etichetta Cee o quella nazionale. Questa legge è soltanto un primo passo. Il ministero dell'Ambiente ha annunciato che entro il 1994 sarà introdotto in Italia un altro importante regolamento comunitario destinato a influenzare in senso ecologico il modo di produrre: l'Ecoaudit, una procedura volontaria per il controllo e la gestione delle «performance ambientali» dell'impresa, indirizzata a valutare i rischi ambientali connessi alla sua attività e a individuare sistemi di prevenzione e contenimento dei danni. A differenza della più nota «Valutazione di impatto ambientale» (Via), l'Ecoaudit si applica ad attività in corso e non in progetto: l'adesione delle imprese comporterà l'obbligo della valutazione sistematica da parte di «certificatori autorizzati» (auditors professionisti) che dovranno essere indipendenti dalle attività che sono chiamati a valutare ed essere in grado di ispezionare i processi produttivi e le attrezzature, intervistare il personale, esaminare la documentazione scritta e gli archivi informatici. L'elemento chiave del sistema sarà l'informazione pubblica, che dovrà avvenire attraverso una divulgazione periodica, da parte dell'impresa, di veri e propri «rapporti ambientali» con una descrizione dei risultati ottenuti e dei programmi che intende attuare. Questi documenti saranno soggetti alla convalida formale da parte di un organismo di controllo indipendente e autorizzato. Nel 1989 l'International Chamber of Commerce ha specificato i requisiti essenziali dell'Audit, suddividendolo in pre- audit, audit vero e proprio e post-audit. Tra le attività pre- audit, vi sono la definizione delle priorità che si vogliono controllare (sicurezza degli impianti, gestione dei rifiuti ecc.) e la formazione di un audit team. L'Audit in sè viene effettuato dal team con un'indagine presso lo stabilimento da certificare: esso prevede la compilazione di protocolli per ciascuna delle materie segnalate. Tra le attività post-Audit, la più importante è la messa a punto di un piano d'azione con gli obiettivi da raggiungere entro un certo periodo di tempo, di solito non superiore ai tre anni. Le procedure potranno comprendere anche degli «ecobilanci», ovvero dei bilanci input-output di materia ed energia. Quante e quali sono le risorse naturali utilizzate? Quanti e quali sono i rifiuti prodotti, le emissioni in atmosfera, gli scarichi idrici e le fonti di rumore? Qual è il conto delle spese sostenute dall'impresa per la protezione dell'ambiente, fra spese preventive, di riparazione, obbligatorie e discrezionali? La redazione di un ecobilancio non è semplice, perché da un lato deve basarsi su un metodo applicabile alle differenti realtà d'impresa e dall'altro si imbatte ogni volta in problemi contingenti non risolvibili «a priori». Audit ed ecobilanci sono stati originariamente sperimentati in Svizzera e applicati ad attività manufatturiere del settore alimentare nel 1973. Negli anni successivi sono stati fatti studi anche in altri Stati europei e negli Stati Uniti, dove le aziende di maggiori dimensioni (specialmente nel settore chimico) effettuano periodicamente Audit dei propri impianti. In Italia qualcosa si sta muovendo, specialmente nelle grosse imprese, anche se la spesa per l'ambiente in rapporto al fatturato è dell'1,4 per cento, contro il 2,3 dell'Europa e il 2,4 a livello mondiale. Davide Pavan


CAPODANNO INCERTO Forse siamo già nel 2000 Un errore nell'identificazione dell'anno zero
Autore: CENTINI MASSIMO

ARGOMENTI: METROLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 101

STA per incominciare il 1994 ma forse stiamo già vivendo nell'anno Duemila. Vediamo perché. Alla base di tutto sta il fatto che la data di nascita di Gesù, base del nostro calendario, è ancora tema di dispute. Fino a quando Dionigi il Piccolo (IV secolo) cercò di definire con precisione l'anno in cui nacque Gesù, gli eventi presi come riferimento per la datazione erano molteplici: l'inizio delle olimpiadi, la fondazione di Roma, dati su sovrani egizi e babilonesi. Dionigi si riferì a un versetto di Luca in cui si dice che Giovanni Battista iniziò la sua predicazione nel sedicesimo anno di Tiberio («l'anno decimoquinto di Tiberio Cesare», cioè l'872 di Roma) e ai circa 30 anni di Gesù «quando si fece battezzare»; poi Dionigi sottrasse i 30 anni compiuti dal Messia da 872, ottenendo come data di nascita il 754, che corrisponde all'anno 1 dell'era cristiana. In realtà, questa datazione non tiene conto di una serie di elementi che rimettono in discussione il lavoro di Dionigi, e di conseguenza il nostro calendario. Esaminiamoli. Matteo ci avverte che Gesù nacque al tempo di Erode (2,1); Luca che in «quei giorni uscì un editto di Cesare Augusto che ordinava il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirino era governatore della Siria» (2,1-2). Luca ci fornisce un dato storico importante, poiché, riferendosi all'impero di Augusto, ci permette di definire nitidamente i parametri tra i quali collocare la vicenda: 27 a.C.-14 d.C. Questi i punti fissi: Augusto, Erode, censimento, Quirino. Gesù nacque quando regnava ancora Erode il Grande, che morì quattro anni prima dell'era cristiana, corrispondente all'anno 750 di Roma. Nominato re di Giudea dal Senato romano nel 40 a.C., ma salito al trono il 37 a.C. («regnò 34 anni dacché, ucciso Antigone, aveva assunto il potere, e per trentasette dacché era stato nominato re dai romani», G. Flavio. La Guerra Giudaica, (I,33,8), Erode morì nel 4 a.C., forse nel mese di Nisan (marzo- aprile). A questo punto si comprende che il calcolo di Dionigi non è credibile, poiché Gesù non poteva nascere tre anni dopo la morte di Erode. Questa data deve quindi essere considerata un termine ante quem per la nascita di Cristo. Quando si tenne il censimento citato da Luca? Noi sappiamo che il censimento fu ordinato quando Publio Sulpicio Quirino era governatore di Siria (nominato legatus Caesaris Syriae nel 5-6 d.C. cioè nel 759 anno di Roma); ivi è pertanto una forte incongruenza cronologica che in realtà sposterebbe troppo avanti la datazione, rendendo difficile ogni tentativo di collegamento con quanto riportato da Luca. In effetti bisogna comunque ricordare che Quirino tra il 10 e il 7 a.C. ebbe l'incarico di organizzare la repressione romana contro la tribù degli omanadensi della Cilicia e in quel periodo, benché il campo d'azione fosse sulle montagne dell'Asia Minore, il suo quartier generale era in Siria. Un contributo forse non sufficiente, ma che in realtà è stato considerato come un valido punto di appoggio per la definizione del problema relativo alla datazione della nascita di Cristo. Dunque possiamo ipotizzare che Quirino rivestì in due periodi diversi l'incarico di legato imperiale in Siria: 1) prima della morte di Erode (4 a.C.); 2) intorno al 6 a.C., come afferma anche Flavio Giuseppe (che lo definisce «censitore e giudice della nazione»). Il punto 1 accorda Matteo e Luca, ponendolo in un solo contesto cronologico; mentre il punto 2 dà una fisionomia più definita all'esperienza amministrativa di Quirino nella provincia medio-orientale. A sostegno della doppia presenza di Publio Sulpicio Quirino in Siria, molti studiosi hanno portato il «Lapis Tiburtinus»: un'iscrizione acefala in cui si celebrano una vittoriosa campagna militare, il proconsolato d'Asia e la legatio pro praetore della provincia di Syria et Phoenicia. Il soggetto della dedica è anonimo, ma da molti è ritenuto Quirino, che nell'iscrizione viene ricordato come legatus presente «più volte» (iterum) nella provincia... Va ancora aggiunto che non ci sono altre fonti in cui si faccia espressamente riferimento ad un censimento svoltosi negli anni della venuta di Cristo. Il censimento potrebbe essere stato confuso con un giuramento di fedeltà voluto da Roma, per garantirsi la sottomissione dei sudditi di Erode, dopo che questi aveva condotto un'azione militare contro i Nabatei. Intorno al 7 a.C. fu richiesto ai sudditi di Erode di giurare fedeltà all'impero romano: un fatto che potrebbe essere l'aphographè ricordato da Luca. Inoltre, proprio in quel periodo (6-7 a.C.), si ipotizza la seconda presenza di Publio Sulpicio Quirino in Siria, in veste di sostituto di Senzio Saturnino, allora legato di Siria, ma impegnato in Armenia per placare le interne lotte di successione al trono. Non va dimenticato che la prospettiva storica dei Vangeli è subordinata a quella teologica: anche tutto il problema relativo al censimento andrebbe interpretato in quest'ottica. Un censimento che coinvolse «tutta la terra» (gli storici normalmente tendono a interpretare aikoumene come «tutto l'impero romano») pone, nelle intenzioni di Luca, la nascita di Cristo come orizzonte cosmico, non solo diretto a misurare le aspettative della tradizione giudaica, ma ad andare incontro a tutti gli esseri viventi. Un'indicazione di universalismo che sarà il motivo dominante dell'annuncio evangelico. In sostanza, la nascita di Gesù sembrerebbe da porre sei o sette anni prima dell'anno zero preso a riferimento secondo la valutazione di Dionigi: di conseguenza, oggi dovremmo essere nel 1999, se non addirittura nel 2000. Massimo Centini


CIN-CIN & TIC-TAC Sincronizzate gli orologi]
Autore: CORDARA FRANCO

ARGOMENTI: METROLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 101. Capodanno

POCHI, festeggiando l'anno nuovo a mezzanotte del 31 dicembre, sono consapevoli di quanta storia, quanto lavoro e quanta «politica» sta dietro la misura del tempo. Una legge che ha appena compiuto un secolo di vita, per esattezza il Regio Decreto 490 emanato da re Umberto I, recitava così: «Art. 1 - Il servizio delle strade ferrate in tutto il Regno d'Italia verrà regolato secondo il tempo solare del meridiano situato a 15 gradi all'Est di Greenwich, che si denominerà tempo dell'Europa Centrale; (...); art. 3 - Le disposizioni precedenti entreranno in vigore nell'istante in cui, secondo il tempo specificato all'art. 1, incomincerà il 1 novembre 1893». Questo testo sostituì un precedente decreto, il n. 3224 del 1866, reso necessario dall'espandersi della rete ferroviaria e marittima che imponeva la necessità di uniformare l'ora nell'ambito di uno Stato, che aveva stabilito che l'ora ufficiale della penisola fosse regolata sul tempo medio di Roma e per le isole su quelli di Palermo e di Cagliari. Le definizioni legali dell'ora adottate nei vari Paesi, risalgono generalmente alla fine del secolo scorso e furono una logica conseguenza dell'adozione del sistema internazionale dei fusi orari (1884), che fissò l'origine del conteggio delle ore dal meridiano di Greenwich. L'unità di misura dell'intervallo di tempo allora in vigore era il secondo di giorno solare medio, la cui durata era determinata con osservazioni astronomiche e che rimase in vigore fino al 1960. La definizione di quest'unità, adottata per legge in Italia nel 1928, era: «L'unità legale per le misure di tempo è il secondo di tempo solare medio, cioè la frazione 1/86400 di giorno solare medio...». Questa definizione dovette cedere il passo a quella del «secondo atomico», adottato dalla tredicesima Conferenza dei Pesi e delle Misure: «Il secondo è la durata di 9.192.631.770 periodi della radiazione corrispondente alla transizione tra due livelli iperfini dello stato fondamentale dell'atomo di cesio 133». La disponibilità nei laboratori metrologici di vari Paesi di orologi in grado di realizzare l'unità atomica del secondo, permise al Comitato consultivo per la definizione del secondo, che è un organo tecnico del Comitato internazionale dei Pesi e delle Misure, di formulare questa «Raccomandazione», fatta propria nel 1971 dalla 14 Conferenza dei Pesi e delle Misure: «Il Tempo Atomico Internazionale (Tai) è la coordinata di riferimento temporale, stabilita dal Bureau International de l'Heure, su indicazioni degli orologi atomici che funzionano nei diversi Istituti e seguono la definizione del secondo, unità di tempo del Sistema Internazionale (SI) delle Unità». L'origine di tale scala di tempo fu fissata alle ore 0 di Tempo Universale del 1 gennaio 1958. La nuova unità di misura offriva una precisione almeno mille volte superiore rispetto alle precedenti di derivazione astronomica - che si basavano sul moto di rotazione e su quello di rivoluzione della Terra - e aveva inoltre il grosso vantaggio di essere facilmente riproducibile in laboratorio. Queste proprietà fecero sì che nel 1970 il Comitato Consultivo Internazionale per le Radiocomunicazioni, d'intesa con il Bureau International de l'Heure e l'Unione Astronomica Internazionale, stabilissero che dal 1 gennaio 1972 la nuova unità del secondo venisse adottata anche nelle trasmissioni di segnali di tempo campione che in molti Paesi hanno la funzione di disseminare il tempo legale. Da tale data, l'unità atomica di tempo - il secondo Si - entrò quindi anche negli usi civili. La nuova unità era mediamente più breve di 30 nanosecondi (miliardesimi di secondo) rispetto al valore adottato precedentemente che risentiva, tra l'altro, dell'effetto del rallentamento della velocità di rotazione della Terra. Questa differenza era tale da causare un errore di circa un secondo all'anno tra la scala di tempo atomica e quella basata sulla rotazione terrestre, errore che sarebbe aumentato col passare del tempo e che non poteva essere accettato da quegli utenti, come i naviganti, che hanno bisogno di conoscere la posizione angolare della Terra con una precisione migliore di un secondo. La soluzione trovata dalle organizzazioni scientifiche permise di conciliare le diverse esigenze: si decise che, sempre dal 1972, i segnali di tempo campione radiotrasmessi riproducessero una scala di tempo chiamata Tempo Universale Coordinato (Utc) che aveva come unità di scala il secondo atomico, ma doveva riprodurre il tempo rotazionale con una tolleranza massima di più/- 0,9 secondi. Per ottenere questo, la scala Utc poteva essere corretta a salti interi di un secondo due volte l'anno, se necessario, all'ultimo minuto del 30 giugno o del 31 dicembre. Finora - dicembre 1993 - sono 28 i secondi di ritardo accumulati dalla scala Utc rispetto alla scala di tempo atomica. Più di 40 laboratori di metrologia del tempo nei vari continenti realizzano con i loro campioni atomici una propria scala di tempo che riproduce la scala Utc entro qualche milionesimo di secondo. La scala Utc viene «costruita» dal Bureau International des Poids et Mesures di Parigi, utilizzando i dati di circa 170 orologi atomici dei laboratori metrologici, con una incertezza tale da determinare la durata di un giorno con un errore di qualche miliardesimo di secondo. Alcuni Paesi europei adeguarono negli anni successivi al 1975 le loro leggi riguardanti l'ora legale (da non confondersi con l'ora estiva): la Germania Federale nel 1978, l'Austria nel 1977, la Francia e la Svezia nel 1979 e infine l'Irlanda nel 1992. L'Italia, che ha provveduto ad adottare l'unità atomica di intervallo di tempo nel 1982 e ha attribuito il compito di realizzare il campione nazionale di tempo all'Istituto Elettrotecnico Nazionale Galileo Ferraris (Ien) con la legge n. 273 dell'agosto '91, è ancora una volta in ritardo nell'adeguare una legge che regola un aspetto così importante della vita civile anche se i segnali orari generati, che seguono la scala di tempo Utc e le correzioni ad essa apportate, costituiscono di fatto la base di tempo legale del Paese. L'adeguamento sarebbe un atto dovuto nell'ambito della Convenzione del Metro che l'Italia ha sottoscritto. L'Ien aveva già promosso nel 1989 una campagna di sensibilizzazione in merito, scrivendo al presidente del Consiglio Andreotti per sollecitare un adeguamento del testo di legge agli sviluppi che la misura del tempo aveva avuto negli ultimi vent'anni. Problemi certo più importanti non hanno ancora permesso di accantonare la nostra vecchia legge e di allinearci all'Europa. Franco Cordara Istituto Galileo Ferraris


VARIAZIONI DI TEMPERATURA Il mezzo inverno della città Le attività umane creano un'isola di calore
Autore: MINETTI GIORGIO

ARGOMENTI: ECOLOGIA, METEOROLOGIA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: G. Variazione delle temperatura minima a novembre a Torino e Caselle
NOTE: 102

LE città sono grandiosi serbatoi di calore che, come isole termiche, emergono dal suolo fino a 100 metri d'altezza. Formano queste isole il calore liberato dai motori delle auto, il riscaldamento delle abitazioni e molte delle attività industriali. Da queste fonti artificiali di calore deriva una notevole differenza di temperatura tra la città e la campagna, differenza che oscilla normalmente tra i 3 e i 7 C, con divari massimi di 10 gradi centigradi durante la notte. Soltanto una ventilazione con velocità superiore a sette metri al secondo attenua questo effetto di riscaldamento locale. In città vari termometri digitali posti sui tetti a scopo pubblicitario da banche e altre imprese informano il cittadino circa le temperature del momento. Ma quanto possiamo fidarcene? Basta il fiato di chi rileva i dati per far variare la lettura di un grado. Il termometro deve dunque essere collocato all'ombra, non esposto direttamente ai raggi del sole e il più lontano possibile dai fabbricati per non assorbire il loro irraggiamento. Di norma i meteorologi collocano il termometro a un metro e mezzo dal suolo in una capannina di legno le cui pareti sono formate da persiane di color bianco per riflettere in gran parte la radiazione solare e quella degli oggetti circostanti. Inoltre il suolo, dov'è appoggiata l'incastellatura, deve essere possibilmente curato a prato, in modo che sia meno riflettente della terra, della ghiaia, della pietra e del cemento. Ora, confrontando le temperature rilevate in luoghi diversi, si è giunti alla constatazione che quando l'«uomo della strada» parla di temperatura di una città, può essere facilmente tratto in inganno dai dati forniti dai vari termometri installati sui fabbricati cittadini o presso negozi. Qui pubblichiamo i dati forniti da tre apparecchiature collocate in zone differenti: la prima è quella del Servizio Meteorologico dell'Aeronautica Militare presso l'aeroporto di Caselle (Torino) a quota 275 metri; la seconda è la capannina meteo della ditta torinese Allamano Instrument, fornitrice dei dati quotidiani al nostro giornale, collocata nell'area militare di piazza d'Armi (Torino) a quota 230 metri; la terza rappresenta la media dei termometri installati sui palazzi di Torino. Si può facilmente constatare che i valori rilevati sui palazzi di Torino si discostano notevolmente da quelli rilevati a Caselle e in piazza d'Armi poiché i sensori di quelle apparecchiature sono troppo vicini a sorgenti di calore. Caselle e piazza d'Armi rispondono invece pienamente alle norme meteorologiche. Si noti che la capannina di piazza d'Armi, pur trovandosi nell'area cittadina, è circondata da un'area verde di 2500 metri quadrati senza fabbricati e abitazioni adiacenti. A questo punto il cittadino potrà chiedersi quale sia l'esatto valore della temperatura della sua città, tenuto conto delle svariate sorgenti termiche dirette o indirette che ne alterano l'effettivo valore. Indubbiamente i dati che compaiono in cifre luminose sulla cima dei palazzi sono molto appariscenti ma sviano facilmente chi li osserva. Le centraline o capannine come quella di piazza d'Armi o come le centinaia sparse sul territorio nazionale e gestite dall'Aeronautica Militare, dalle Regioni, dall'Enel, dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), dall'Università e da tutti gli enti pubblici e privati che si occupano del problema danno maggiore garanzia perché riflettono effettivamente la situazione termica dell'agglomerato urbano. Ma qualche grado in più o in meno è poi così importante? Rispondiamo con una ironica affermazione di Goethe nel suo trattato di meteorologia: «Si sono inventati alcuni strumenti che rendono visibili, sotto forma di gradi, questi fenomeni che si toccano quotidianamente. Chi soffre per il freddo o per il caldo sembra quasi tranquillizzato dal fatto di riuscire a esprimere le proprie sofferenze in gradi Celsius o Fahrenheit». Giorgio Minetti


PIETRE PREZIOSE Quei trucchi in gioielleria
Autore: DE CRESCENZO CARAFOLI F.

ARGOMENTI: CHIMICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 102

SE volete comprare un gioiello pensateci bene. Può capitare che facciate un buon affare, che compriate al giusto prezzo o che siate vittime di un bidone. Queste sono le tre possibilità nell'attuale situazione del mercato. Di recente a Milano si è tenuto il convegno «Gemmologia e normativa». Ne son venuti fuori problemi grandi e piccoli, ma sempre irrisolti, che interessano l'uomo della strada (un po' di più della donna) quando si ferma a guardare le vetrine dei gioiellieri. In Italia, oltre al politichese, esiste anche il gemmologese, per cui chi intenda spendere pochi o tanti quattrini in un monile abbellito da pietre preziose entra in un universo in cui la terminologia è a sè stante, suggestiva e fantasiosa. Chi compra una gemma spesso per sua tranquillità ha bisogno del parere dell'esperto, ma i pareri di due esperti diversi raramente combaciano. Ci sono poi modi di dire fuorvianti: quale acquirente sa per esempio che la designazione «rubino di Burma» o «rubino del Siam» è erronea e fa riferimento più alla qualità del colore che al luogo del ritrovamento? Qui il problema non è più l'onestà o la capacità degli esperti: nella certificazione delle pietre preziose non esistono norme di base valide per tutti ma tante costumanze di tradizione variabile. Con il risultato facilmente intuibile che con un'opportuna nebulosità si può praticamente smerciare quasi tutto a qualunque prezzo: vedi certe vendite televisive in cui sono partite fantastiche patacche a prezzi incredibilmente scontati, gridati come si faceva nelle fiere di paese. Molto sta anche facendo la tecnica per contribuire a confondere le idee, truccando artificialmente le gemme con irradiazioni, riscaldamenti in forni speciali che modificano e falsano il colore. Dove il colore ottenuto, spesso più brillante di quello naturale, in genere svanisce con il tempo. Con speciali resine è possibile anche far sparire le fratture: comune è il caso dello smeraldo e ultimamente quello del diamante. Benvenuto allora il convegno milanese, che ha presentato regole curate dall'Uni, organismo preposto allo studio e alla pubblicazione di norme tecniche valide per tutti. Al convegno si è sentita la necessità di chiarezza in tutte le categorie presenti; e insieme il timore che come, tanti altri buoni propositi all'italiana, manchi poi una vera volontà politica all'attuazione definitiva. Se le associazioni di categoria saranno, com'è sembrato, a sufficienza convinte, si arriverà a una normalizzazione, ufficializzata in qualche modo per legge. Se prevarrà la furbizia, in definitiva sempre controproducente, non se ne farà niente. Se le norme Uni passeranno, stabilita una volta per tutte la gradazione del colore per mezzo delle pietre di paragone, dal gioielliere succederanno scenette più o meno così: «Cara signora posso darle questo splendido esemplare di diamante, taglio rettangolare riportato nella tabella Uni 10173, pagina 14, capoverso 1 eccetera...». Ma attenzione] Veronique De Mol della scuola di scienze criminologiche dell'Università di Bruxelles (Ulb) ha fatto una tesi, depositata recentemente all'Hrd, l'alto consiglio dei diamanti di Anversa con il titolo: «Il certificato del diamante, mezzo di prevenzione o fattore criminogeno?» lasciando aperto qualche dubbio sui rischi possibili di tutta la questione. F. de Crescenzo Carafoli Università di Genova


NUOVE NORME Di notte non spegnete la caldaia Tenendo gli impianti di riscaldamento sempre accesi e a temperatura costante si inquina di meno e si risparmia combustibile: anche la legge se n'è accorta
Autore: LIBERO LEONARDO

ARGOMENTI: ECOLOGIA, ENERGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 102

IL testo della Legge n. 10/1991 sull'uso razionale dell'energia inizia così: «Al fine di... ridurre i consumi... e di migliorare le condizioni di compatibilità ambientale... a parità di servizio reso e di qualità della vita...». Quindi dei risparmi e dei miglioramenti non dovrebbe soffrire l'utenza. Bene, il nuovo Regolamento sugli impianti termici («Gazzetta Ufficiale» del 14 ottobre '93), attuativo di quella Legge, conferma la norma che essi vengano spenti lo stesso giorno, il 15 aprile, a Roma e a Torino. Nonostante sia ovvio che l'inverno a Torino è molto più freddo e più lungo che a Roma; e nonostante che per questo in passato il sindaco di Torino, ogni anno, abbia dovuto far prorogare i riscaldamenti oltre quella data e anche fino a maggio inoltrato. Una norma, quindi, che razionale non è, perché questo Regolamento - astruso per gli specialisti, figurarsi per i comuni cittadini - è l'ennesimo frutto del vizio italico di legiferare in base a pii desideri anziché ai fatti, e aggravato da una minuziosità maniacale. Una metà delle sue 116 (]) pagine è occupata dall'elenco dei comuni italiani, ciascuno col numero dei suoi «gradi giorno»; che è la somma delle differenze fra una serie di temperature esterne rilevate sul luogo e i 20 C, assunti a priori come ottimali; somma poi ancora corretta in funzione dell'altezza sul mare del comune. Da quel numero dipendono calendario e orario di funzionamento degli impianti. Se poi accade che ne escano delle assurdità - come pretesa uguaglianza del clima di aprile a Roma e a Torino - è perché il tutto si basa su un dato arbitrario. Non è infatti di 20 C la «temperatura di comfort» in abitazione, bensì di 22-24 C. Lo ha sperimentalmente stabilito un luminare mondiale della materia, il professor Fanger dell'Università di Copenaghen. Senza dire che la necessità di scaldarsi, come quelle di mangiare e di bere, è fisiologica; che il porvi limiti arbitrari spinge le persone ad aggirarli, in genere con stufe elettriche; e che quella sì è un'eresia energetica, specie in Italia dove l'elettricità è per lo più prodotta bruciando petrolio. L'altra metà del Regolamento contiene definizioni, prescrizioni, formule, eccezioni; tante e così intrecciate, che per progettare un impianto o verificarne la conformità anche i più esperti dovranno usare uno speciale programma da computer. E gran parte di tali astrusità è in omaggio a un mito che trova credito solo in Italia: quello che per limitare consumi e inquinamento sia utile, anzi indispensabile, spegnere i riscaldamenti ogni giorno per un certo numero di ore. Un mito che, al contrario, fa aumentare i consumi, perché è più dispendioso riportare uno stabile in temperatura che mantenercelo; cosa più volte spiegata su «La Stampa», anche da un fisico illustre come Tullio Regge. Un mito che fa aumentare l'inquinamento, massimo nella prima ora di accensione degli impianti; i quali andrebbero quindi accesi una volta all'anno, non una volta al giorno. Un mito che per di più abbrevia molto la vita delle caldaie. Per fortuna, a merito del fin qui criticato Regolamento, va detto che esso dà una prima picconata proprio a quel mito irrazionale e antieconomico. Per la prima volta esso permette infatti il funzionamento continuo, sia pure entro limiti di temperatura, per alcune categorie di impianto dotate di termoregolatore e programmatore automatici. E poiché vi dovrebbero essere compresi anche quelli di grandi condominii, potrebbe essere una novità rilevante; a beneficio di tasche e polmoni dei cittadini. E' prudente usare il condizionale poiché, per la complessità delle nuove norme tecniche, forse di nessuno stabile si può affermare a priori che sia già di regola. Sarà compito degli amministratori fare le necessarie verifiche e informare gli utenti sui vantaggi di comfort e di spesa che verrebbero dal funzionamento continuo degli impianti. Leonardo Libero


ARMI IN CIELO La sentinella antimissile Un aereo senza pilota, a energia solare, sempre in volo e dotato di missili potrà scongiurare ogni eventuale attacco atomico contro gli Stati Uniti
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: ARMI, TECNOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: RAPTOR TALON
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 102

SI chiamano «Raptor» (Rapace) e «Talon» (Artiglio). Il primo è un aereo molto speciale, a energia solare e senza pilota. L'altro un piccolo missile-killer. Insieme costituiranno una delle prime realizzazioni operative di quel progetto di «guerre stellari» ideato da Reagan, messo in sordina dalla fine della guerra fredda, ma mai abbandonato. Al di là della chiara simbologia connessa con queste denominazioni va detto che «Raptor» è l'acronimo di «Responsive aircraft programme for theatre operations» mentre «Talon» significa «Theatre application-launch on notice». Compito di questa accoppiata sarà quello di sorvolare in continuazione a una quota tra i 20 e i 30 mila metri le regioni in cui sono installati missili balistici «di teatro», cioè missili tattici, e di distruggerli in volo. Il progetto ha ricevuto una spinta decisiva dalla guerra del Golfo, quando gli Scud di Saddam Hussein, nonostante la loro scarsa efficacia, misero in evidenza la mancanza di un ombrello efficace contro questo tipo di minaccia, che nella circostanza dovette essere fronteggiata, non sempre con successo, tramite i missili antiaerei «Patriot». Da quel momento l'attenzione dello Stategic defense initiative office (Sdi) fu spostata dai grandi missili balistici intercontinentali a quelli tattici. Il modello del «Raptor», chiamato Pathfinder dal suo costruttore, è stato provato per la prima volta alla fine di ottobre nella grande base aerea dell'Usaf di Edwards, in California, dove ha volato per una quarantina di minuti. E' un velivolo «tutt'ala» di 30 metri di apertura, appena 200 chilogrammi di peso, otto motori elettrici alimentati da 60 metri quadrati di celle solari; è stato progettato dallo scienziato Paul MacCready sulla base dell'esperienza accumulata con una serie di velivoli solari sperimentati negli anni scorsi, l'ultimo dei quali, il «Solar Challenger», divenne celebre per aver attraversato la Manica. Con MacCready e con la società AeroVironnement da lui fondata nel '71 in California, hanno collaborato ricercatori dello Sdi, del celebre Lawrence Livermore National Laboratory e, pare, israeliani. Pathfinder è il predecessore di un velivolo ancora più rivoluzionario che viene indicato come Perpetual, e che sarà il vero Raptor operativo; sarà in grado di volare per un tempo indefinito grazie a un sistema di batterie che durante il giorno immagazzineranno l'energia necessaria per far funzionare i motori durante la notte e per fornire l'elettricità alle apparecchiature di bordo; avrà un'apertura alare doppia rispetto al predecessore, 60 metri, e ben 16 motori. Il grosso problema ancora da risolvere è proprio quello delle batterie rigenerabili, il cui peso sarà la metà del peso dell'intero velivolo. Si tratterà di celle a combustibile che per la messa a punto richiederanno ancora da 18 a 30 mesi. Ogni velivolo, pilotato via radio da terra, sarà dotato di quattro «Talon», il cui sviluppo procede di pari passo. Si tratta di un missile a energia cinetica, cioè in grado di distruggere il missile avversario senza carica esplosiva ma solo con l'impatto violentissino dovuto all'energia accumulata grazie alla elevatissima velocità: lungo un metro e 70 centimetri, pesante appena una ventina di chilogrammi, con una gittata prevista tra i 50 e i 220 chilometri, si dirigerà sul bersaglio a quasi 12 mila chilometri l'ora. Il sistema Raptor-Talon opererà in modo autonomo, senza intervento umano, grazie a un potente e velocissimo computer che terrà sotto controllo tutta la rapidissima sequenza; una volta che i sensori all'infrarosso del velivolo avranno individuato la traccia del missile in partenza dalla sua rampa daranno automaticamente il via a una serie di operazioni che entro 20 secondi (il tempo in cui il missile bersaglio percorrerà i primi due chilometri e mezzo) accenderanno il motore di uno dei quattro Talon; questo si alzerà dal velivolo dapprima verticalmente poi si disporrà in orizzontale, guidato per un tratto dall'aereo e successivamente dai propri sensori, fino all'appuntamento con il bersaglio, che avverrà a circa 45 mila metri di quota e solamente ottanta secondi dopo l'istante del decollo. Vittorio Ravizza


CORTEGGIAMENTI FRA API Spicciati a decidere Un minuto e vado
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ETOLOGIA, ZOOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

BISOGNA dire che gli scienziati sono dei tipi originali. Per studiare il comportamento di un'ape, la Antho phora plumipes, lo zoologo inglese Graham N. Stone piazza una sedia a sdraio nel bel mezzo del posteggio auto dell'Università di Oxford e se ne sta lì seduto tutto intabarrato fino a 15 ore al giorno, con il solo conforto di qualche tazza di caffè. In quella postazione rimane per tre primavere consecutive, le fredde primavere britanniche, per osservare da vicino l'andirivieni di migliaia di api che nidificano in quella stagione in un muro che separa due college dell'università. La Anthophora plumipes è un'ape solitaria, ricoperta da un fitto manto di lunghi peli, grossa il doppio della comune ape da miele. Maschi e femmine si riconoscono facilmente dal colore. I primi sono bruno- rossicci, le seconde sono nere. Questa specie di api trascorre l'inverno allo stadio di pupa, l'ultimo della metamorfosi, dal quale sfarfalla poi l'insetto adulto. I maschi sfarfallano prima delle femmine, addirittura alla fine di febbraio, se l'inverno non è troppo rigido. Appena viene alla luce, ciascuno si dà immediatamente alla conquista di un territorio nei campi e nei giardini fioriti. Le femmine emergono dallo stadio larvale verso la metà di marzo e subito si mettono a scavare alacremente un nido- tunnel individuale nel muro. Una volta scavato il nido, l'ape lo tappezza di fango, che comprime con una placca liscia posta all'estremità dell'addome. Poi consolida il fango con una speciale secrezione ghiandolare. Così la celletta è pronta. L'ape potrà riempirla di nettare e polline e vi depositerà sopra un uovo. La larva che ne sguscerà troverà a portata di mano tutto il cibo di cui ha bisogno per crescere. La mattina presto, verso le cinque e mezzo, le api femmine escono dai nidi dove hanno passato la notte e partono in volo alla ricerca di nettare e polline. E' ancora buio. La temperatura è di circa 5C. Sono bottinatrici formidabili. Svolazzano per i campi in fiore fino alle nove di sera e non le arresta nè il freddo nè la pioggia. La maggior parte degli altri insetti è incapace di volare quando la temperatura esterna è troppo rigida. Debbono prima riscaldarsi esponendosi ai raggi del sole. Le Anthophora, come i calabroni, hanno la capacità fisiologica di produrre calore loro stesse. Per poter volare, la temperatura del corpo non deve essere inferiore ai 25C e per raggiungerla fanno vibrare energicamente le ali. Come lo studioso ha potuto constatare in laboratorio, in questa manovra, che equivale in un certo senso al nostro tremar di freddo, solo il l5 o 20 per cento dell'energia chimica che si produce si converte in movimento delle ali. Il resto si trasforma in calore e fa aumentare la temperatura corporea. Occorre naturalmente un certo tempo perché l'ape si riscaldi al punto giusto. Se per esempio fuori ci sono otto gradi, ci vogliono dieci minuti prima che l'insetto raggiunga la temperatura atta al volo. Volare velocemente è per l'ape questione di vita o di morte. Perché, appostati nei dintorni, sono in agguato vari uccelli, come cince azzurre e cinciallegre, pronti a catturarle appena escono dai nidi. Nel volo di andata le femmine, rapide come saette, riescono a sfuggire alla cattura e i maschi, superbi acrobati aerei, non sono da meno. Un maschio è capace di compiere in volo un giro di 90 gradi nel tempo record di un venticinquesimo di secondo. Più vulnerabili sono le femmine quando ritornano dai voli di approvvigionamento, appesantite come sono dal carico di polline. I maschi abbandonano i nidi poco dopo le femmine, nelle giornate calde. Ma quando fa freddo indugiano anche un paio d'ore prima di uscire all'aperto. Qui controllano i loro territori e soprattutto cercano moglie. Nell'affannosa ricerca dell'anima gemella, danno prova di essere realmente a sangue caldo anche in senso metaforico. Se un maschio estraneo gli invade il territorio, il legittimo proprietario ingaggia un combattimento furioso con il rivale e lo costringe con le buone o con le cattive a volarsene via. Però basta che compaia all'orizzonte una femmina, perché la disputa territoriale si interrompa bruscamente e abbia inizio il corteggiamento. Le femmine, dal canto loro, devono tenere a bada la focosità dei pretendenti e difendersi dalle loro attenzioni troppo aggressive. Per circa un minuto di orologio il maschio pedina la femmina intenta a bottinare nettare e polline da un fiore all'altro. Si forma spesso un codazzo di sei o sette pretendenti che le svolazzano dietro, mantenendosi a una decina di centimetri di distanza. Poi con mossa fulminea quello che le sta più vicino l'afferra alla vita con le zampe. La coppia cade a terra e qui lei, se non ne vuol sapere del pretendente, lotta strenuamente con zampe e mandibole per svincolarsi dalla stretta. Ma se invece è recettiva, consente al maschio di agitarle davanti il suo marchingegno spruzzaprofumi, il ciuffo di peli con cui termina il secondo paio di zampe, imbevuto di feromoni sessuali. Così, inondata di afrodisiaci, la femmina si lascia docilmente fecondare. Gli altri corteggiatori non rinunciano però ai loro piani. Uno di loro immediatamente si avvicina alla coppia e tenta di spodestare il maschio per prendere il suo posto. Non è detto però che la femmina accetti passivamente la sostituzione. Se il nuovo venuto non le garba, lo rifiuta sdegnosamente e se ne vola via, lasciandolo a bocca asciutta. E' sempre lei, insomma, che ha l'ultima parola. Comunque le chances degli altri pretendenti non sono tramontate, perché la femmina, se è di genio, si mostra molto disponibile. Si lascia allora tranquillamente fecondare da un maschio dopo l'altro, ogni due o tre secondi. Isabella Lattes Coifmann


IN BREVE Università spaziale come iscriversi
ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, UNIVERSITA'
ORGANIZZAZIONI: ISU
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

L'International Space University (Isu) è un'organizzazione internazionale per la formazione in campo spaziale. La prima sessione estiva dell'Isu, a cui parteciparono 104 studenti di 21 Paesi, fu ospitata dal Massachusetts Institute of Technology di Boston nel 1988. Oggi, più di 725 studenti provenienti da 50 nazioni hanno seguito con successo il programma dell'Isu, che offre la possibilità di frequentare una serie propedeutica di corsi di base in nove discipline: architettura dei sistemi spaziali, ingegneria spaziale, gestione delle attività spaziali, scienze biomediche, legislazione delle attività spaziali, sfruttamento delle risorse, astrofisica, telecomunicazioni e scienze umanistiche applicate allo spazio. Nel prossimo corso estivo, che si terrà all'Università di Barcellona, in Spagna, dal 25 giugno al 2 settembre, gli studenti si confronteranno con due progetti di grande attualità: un sistema globale di tele-educazione e tele-medicina, e un programma per l'esplorazione del sistema solare attraverso una serie di missioni automatiche a basso costo. Gli interessati possono inviare il loro nome, indirizzo e numero di telefono al seguente recapito: Maria Antonietta Perino c/o Alenia Spazio - Corso Marche 41 - 10146 Torino, facendo richiesta della domanda di ammissione che va presentata entro il 15 gennaio 1994. Requisiti fondamentali richiesti sono un diploma universitario e l'ottima conoscenza della lingua inglese.


IN BREVE Nel miele d'arancio c'è anche la caffeina
ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

La credevano una frode, invece le analisi di laboratorio hanno provato che la caffeina è una componente naturale dei fiori d'arancio, e quindi del miele che se ne ricava. La prima segnalazione in letteratura arriva dai Servizi Veterinari di Alessandria, che avevano analizzato alcuni campioni alla ricerca di residui tossici.


IN BREVE Aviano, festa dei malati guariti dal cancro
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

In occasione del suo decimo compleanno il Centro di riferimento oncologico nazionale di Aviano (Pordenone) ha organizzato una giornata dedicata ai suoi pazienti guariti dal cancro, invitandoli a testimoniare la loro vittoria sulla malattia. Ne sono arrivati circa 800: è stato il primo congresso sui tumori che abbia dato voce agli ammalati e non soltanto ai medici. Tutti erano ad almeno 5 anni dalla prima diagnosi. Le statistiche danno buone percentuali di guarigione soprattutto per i carcinomi dell'utero (70 per cento), della mammella (65 per cento), della laringe (55 per cento) e del colon (50 per cento), oltre che per i melanomi (60 per cento). I farmaci che hanno dato i migliori risultati sono la fludarabina per alcuni tipi di linfomi, l'interleukina-2 per il carcinoma renale e la pentostatina contro la leucemia.


IN BREVE Una famiglia di orsi dalla Bosnia al Friuli
ARGOMENTI: ZOOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

Spaventato dai bombardamenti, un branco di orsi ha lasciato il suo habitat nella Bosnia settentrionale, ha attraversato Croazia e Slovenia e si è insediato in alta Val Isonzo. A tutela degli allevatori, preoccupati per il loro bestiame, la Regione ha predisposto un fondo di indennizzo e l'allestimento di un frutteto perché in mancanza del loro cibo naturale gli orsi attaccavano le pecore.


IN BREVE Su «Pegaso» di scena le pulsar
ARGOMENTI: ASTRONOMIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

Un ampio articolo sulle pulsar di Piero Tempesti compare su «Pegaso», rivista dell'Associazione Astronomica Umbra (viale Indipendenza 10, Perugia). Nel '93 «Pegaso» ha pubblicato complessivamente quasi 200 pagine di divulgazione sui fenomeni del cielo. L'abbonamento annuo costa 12 mila lire.


IN BREVE Contro l'emicrania mangiate lattuga
ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

Un neurologo cubano ha sperimentato con successo un nuovo medicinale a base di lattuga: funziona contro il mal di testa ed è utile anche come lieve tranquillante. Delle mille persone sottoposte all'esperimento, l'85 per cento si è liberato dell'emicrania. Non è chiaro se il farmaco arriverà in Europa.


L'ORECCHIO Eppur si sente... E' ancora un mistero il meccanismo fisio-psichico per cui un impulso nervoso si traduce nel tono e nel timbro dei suoni che sentiamo in un'orchestra
Autore: DI AICHELBURG ULRICO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

L E onde sonore sono vibrazioni che si propagano nell'aria alla velocità di 340 metri al secondo (velocità superata dagli aerei supersonici, che oltrepassano la barriera del suono). Lo stimolo acustico è dunque una vibrazione molecolare la cui energia è captata dall'orecchio. L'orecchio trasforma tale informazione e la trasmette a particolari zone della corteccia cerebrale, i centri uditivi, dove diventa un suono. Affinché sia udibile, lo stimolo deve avere certe caratteristiche fisiche, variabili da una specie animale all'altra. La frequenza dello stimolo vibratorio è la chiave del messaggio sonoro. Nell'uomo la frequenza deve essere compresa fra 20 e 20 mila Hz al secondo. Al di sotto di 20 non udiamo nulla, ma non udiamo nulla neppure quando le vibrazioni sono al di sopra di 20 mila. Gli «ultrasuoni», che hanno oggi molte applicazioni in medicina, non ci danno sensazioni di rombi o di scrosci come si potrebbe supporre, ma sono del tutto silenziosi. Li odono invece alcuni animali, ad esempio i pipistrelli. In concomitanza con le vibrazioni dell'aria, vibra al fondo del condotto uditivo la membrana del timpano, e al di là del timpano oscilla la catena degli ossicini nell'orecchio medio, una cameretta di un centimetro cubo scavata nell'osso temporale del cranio, una specie di cassaforte contenente le più piccole ossa del nostro corpo, chiamate martello, incudine e staffa perché ricordano in maniera singolare questi oggetti. Gli ossicini costituiscono una catena, un insieme meccanico complesso che riceve gli stimoli acustici, ma non solo passivamente poiché è regolato da muscoli. Gli stimoli pervengono così all'orecchio interno, la stazione d'arrivo, la parte veramente specifica dell'apparato uditivo: una serie di cavità ossee fra loro comunicanti, situate nello spessore dell'osso. Qui si trova l'apparato di trasduzione dell'energia meccanica in energia nervosa, ossia l'organo sensoriale propriamente detto, scoperto verso il 1850 dal ventottenne italiano Alfonso Corti nel laboratorio d'un famoso anatomico svizzero, Rudolf von Kolliker. Caso più unico che raro, dopo questo folgorante debutto scientifico Corti tornò alla sua tenuta di Casteggio, che aveva bisogno di lui dopo la morte del marchese padre, e dello scienziato Corti non si sentì più parlare. Nell'organo di Corti vi sono le cellule acustiche, oltre 20 mila, dotate di ciglia. Le onde acustiche, giunte qui alla fine del loro viaggio, si trasmettono a un liquido incolore e trasparente, l'edolinfa, e ne deriva, a seconda della conseguente iperpressione o depressione, un'inclinazione delle ciglia in un senso o nell'altro. I movimenti ciliari sono l'ultimo fenomeno propriamente meccanico dell'udito. E' verosimile che i movimenti delle ciglia si traducano in variazioni della permeabilità delle cellule del Corti ai vari ioni lì presenti, e che i flussi ionici risultati provochino la liberazione d'un neurotrasmettitore, forse un aminoacido, che va ad agire sui terminali delle fibre del nervo acustico collegate con le cellule. Il neurotrasmettitore dà origine a un potenziale d'azione che si propaga lungo le fibre nervose. L'energia meccanica diventa energia bioelettrica. Stanno per nascere i suoni. I suoni nascono in una zona della corteccia cerebrale principalmente localizzata sulla superficie superiore del lobo temporale, forse anche in due zone ai lati della precedente, e ancora in area situata posteriormente. Le esperienze sugli animali non aiutano molto poiché fra tutti i mammiferi l'uomo fa il massimo uso dei suoni a fini di comunicazione, per cui è possibile che certe strutture e certi meccanismi nervosi presenti nel cervello umano siano assenti in quello di mammiferi subumani. Della corteccia cerebrale uditiva dell'uomo, finora si sa poco. Comunque la conoscenza della fisiologia dell'udito è per molti aspetti soddisfacente. Quanto alla fisiologia propriamente nervosa dell'udito, assistiamo attualmente al suo slancio poiché la tecnologia elettronica permette la registrazione a distanza dei potenziali nervosi e delle loro variazioni. Rimane però un mistero il meccanismo fisio-psichico con il quale un impulso nervoso si traduce nel tono e nel timbro dei suoni che un'orchestra ci fa sentire. Ulrico di Aichelburg


L'EQUILIBRIO La linfa che ci tiene saldi sulle gambe
Autore: U_D_A

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

L'ORECCHIO interno è il punto focale non solo del senso dell'udito ma anche dell'equilibrio statico e dinamico del corpo. Contiene infatti l'apparato vestibolare, registratore della posizione e dei movimenti del corpo nello spazio e del capo rispetto al corpo, punto di partenza di riflessi che regolano l'atteggiamento del corpo e degli arti in funzione dei movimenti del capo. L'apparato vestibolare è un insieme di cavità ossee intercomunicanti, nelle quali vi sono vescicole e canali pure intercomunicanti. Caratteristici sono i canali semicircolari, sottilissimi, incurvati ad arco di cerchio, lunghi un paio di centimetri, disposti su tre piani perpendicolari, orientati secondo le tre dimensioni dello spazio, uno orizzontale e due verticali, in rapporto con un liquido incolore e trasparente, l'endolinfa. Essa, per la legge d'inerzia, compie spostamenti ogniqualvolta il capo fa un movimento, anche di minima ampiezza. Pertanto ogni spostamento, in qualunque piano e con qualunque velocità, determina in ognuno dei canali semicircolari, e talvolta in tutti e tre contemporaneamente, correnti endolinfatiche più o meno marcate. Particolari cellule munite di ciglia vengono stimolate o inibite dagli spostamenti dell'endolinfa. Le ciglia si flettono generando un impulso delle fibre del nervo vestibolare, le quali vanno a terminare nel cervello. In sostanza, l'apparato vestibolare fornisce la sensibilità spaziale e, mediante l'attività riflessa sui muscoli del tronco e degli arti, impedisce che il baricentro del corpo esca dalla base di sostegno (la superficie plantare) e provochi la caduta, il che è condizione necessaria per la stazione eretta e in situazioni di moto complesse quali la marcia, o la corsa. A ciò concorrono anche sensazioni di altra origine, muscolari, tendinee, articolari, visive. (u. d. a.)


ROENTGEN CARD In tasca le radiografie di tutta la vita E con un lettore ottico si sceglie quella da stampare
Autore: PREDAZZI FRANCESCA

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, TECNOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

UNA piccola rivoluzione si prepara negli studi medici tedeschi: inizia l'era della carta radiologica personalizzata, la Roentgen- Card. All'apparenza è una comunissima carta di credito, ma la scritta «Visit» e l'emblema del serpente di Esculapio lasciano sospettare la sua vera funzione. Infatti nella parte inferiore della carta (che ha lo stesso colore di un negativo fotografico) si possono memorizzare 70 radiografie che il paziente può comodamente portarsi in giro nel portafogli. Con un lettore che costa 3 milioni e mezzo di lire il medico curante potrà poi estrarre l'immagine che gli interessa, ingrandirla a piacere o stamparla. Tibia rotta, mandibole o casse toraciche diventano così un documento di proprietà del paziente, al quale attingere senza bisogno di fare ogni volta una nuova lastra. In Germania la Roentgen-Card è già in circolazione nel Baden-Wuerttemberg, gli altri Laender seguiranno l'esempio nel corso del '94. Anche alcune ditte americane, giapponesi ed europee hanno mostrato il loro interesse. Un sistema del genere segna infatti la fine dell'epoca delle ingombranti lastre, da rifare ogni volta che si cambia medico o città, sottoponendo il corpo del paziente a nuove e inutili radiazioni. Già più volte in Germania è stato lanciato l'allarme contro i pericoli noti e ignoti dei raggi X. Di recente il settimanale Der Spiegel ha addirittura dedicato una copertina ai «raggi pericolosi», calcolando che a causa delle radiografie un tedesco in media incassa annualmente una dose tra i 120 e i 200 millirem, dalla più tenera infanzia fino alla vecchiaia. Una comune mammografia comporta infatti una dose di radiazioni di 4000 millirem, mentre 30 millirem sono il limite massimo annuale fissato dalla legge per i dipendenti delle centrali nucleari. La piccola carta plastificata prende il nome dal fisico tedesco, Wilhelm Roentgen, che nel 1895 scoprì i raggi X (e sei anni più tardi ricevette per questo il Premio Nobel) e coprirà abbondantemente il fabbisogno medio di radiografie. Nell'arco di una vita, hanno calcolato gli esperti, in Germania ogni cittadino lascia scattare circa 40 fotografie delle sue parti più interne. C'è chi già adesso considera la Roentgen-Card il primo passo verso il «paziente digitalizzato». In un futuro non lontano, ogni individuo potrebbe portarsi appresso una completa cartella clinica, memorizzata sulla sua tessera personale. Un'idea certamente pratica, che però incontra le resistenze di chi teme le schedature. Anche per questo gli ideatori della carta radiologica, il radiologo dell'Università di Friburgo Matthias Langer e Walter Zahn, titolare di «Visit» (una piccola impresa di software della stessa città) hanno già pensato ai possibili malintenzionati. Per evitare che lo stato di salute del possessore della carta diventi di dominio pubblico, sulla medesima è memorizzata anche un'impronta digitale del paziente. Inizialmente la Roentgen- Card si potrà ottenere a pagamento (per un prezzo di circa cinquantamila lire all'anno), ma non è affatto escluso che le assicurazioni malattia non decidano di assumersi la spesa, che molto probabilmente verrà abbondantemente compensata dalle radiografie risparmiate e dai vantaggi per la salute degli assistiti. Indice del grande interesse è stato il tentativo fallito di comprare il brevetto da parte del colosso farmaceutico Bayer. Nel gioco potrebbe entrare addirittura l'America Express, che non esclude una fusione con la carta radiologica. Tecnicamente è già fattibile e forse tra poco verrà realizzata, così sullo stesso rettangolino di plastica ci porteremo dietro simbolicamente lo stato delle nostre finanze insieme a quello delle nostre ossa. Francesca Predazzi


L'UOMO DI ALTAMURA Prigioniero dei cristalli Lunga e difficile l'opera di recupero
Autore: CARTELLI FEDERICO

ARGOMENTI: ANTROPOLOGIA E ETNOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 104

NON avverrà tanto presto il recupero dei due scheletri del Pleistocene, trovati mesi fa in una grotta delle Murge e denominati dagli studiosi «Altamura uno» e «Altamura due». Lo scheletro di «Altamura uno», appartenuto a un uomo fra i trenta e i trentacinque anni, la cui altezza non oltrepassava il metro e sessantacinque, è racchiuso in un blocco stalagmitico di calcite cristallina che lo ha preservato nei millenni intatto e completo. Lo stesso blocco offre oggi la possibilità per una datazione del reperto pressoché assoluta. Ma la stalagmite che ha «sigillato» tutte le ossa con uno strato ermetico rappresenta anche un formidabile baluardo che soltanto un intervento di recupero supertecnologico è in grado di superare. Preliminare al recupero vero e proprio, è la valutazione della dinamica geocarsica della cavità. Quanto all'estrazione, si stanno effettuando prove di laboratorio che serviranno a perfezionare la tecnica di taglio con l'apporto del laser, perforando le stalagmiti che avvolgono in una morsa cranio e scheletro di «Altamura uno». E' del tutto improponibile, in questa fase di intervento, il tradizionale taglio meccanico delle stalagmiti, che comporta il rischio di danni irreparabili sia al reperto sia allo stesso ambiente ipogeo. Di «Altamura due» non si conosce il grado di conservazione nè se sia coevo al primo; si tende comunque a ritenere che i due scheletri siano del medesimo periodo. Potrebbero essere un uomo e una donna, che vivevano insieme nella grotta, dove potrebbero essere stati bloccati da una frana improvvisa che non ha lasciato loro via di scampo. Ancora oggi, d'altronde, le cavità carsiche intorno al centro urbano di Altamura sono caratterizzate da frane che rendono rischiose anche le esplorazioni degli speleologi. La grotta sotterranea in cui è avvenuta l'importante scoperta si sviluppa in profondità per circa trenta metri. In essa, oltre agli scheletri umani, sono stati trovati resti ossei di animali arcaici. Con questi, la Sopraintendenza archeologica della Puglia ha intenzione di realizzare una mostra documentaria presso il Museo archeologico di Altamura. Federico Cartelli


Scaffale Andreoli Anna e Tarozzi Leone: «L'attività subacquea, fisiologia, tecniche e materiali», Zanichelli
Autore: CABIATI IRENE

ARGOMENTI: DIDATTICA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 104

GLI italiani hanno imparato a non aver paura del mare, a conoscerlo e forse anche ad amarlo. Sono in aumento quelli che, anche attirati dalla moda, si immergono, prendono il brevetto da sub e vanno a esplorare paradisi sommersi. Chi fa sul serio sa che la prudenza è la prima regola da osservare. Il passo successivo, strettamente collegato al primo, è l'approfondimento della disciplina. Le scuole specializzate abbinano alle immersioni la teoria, che spesso si risolve in poche lezioni. Anna Andreoli e Leone Tarozzi hanno redatto un manuale rigoroso che approfondisce gli aspetti scientifici dell'attività subacquea: la fisica (pressione, caratteristiche dei gas, fluidi, acustica); il corpo umano e l'uso corretto delle attrezzature per non danneggiare l'apparato circolatorio, respiratorio e acustico. Si passa poi alla tecnica di immersione dopo aver trattato anche la meteorologia, l'orientamento e l'ambiente. Il volume è corredato di tabelle per la decompressione.


Scaffale Whidden Tom e Levitt Michael: «L'arte e la scienza delle vele, guida alla fabbricazione, alla manutenzione, ai nuovi materiali e alla teoria aerodi namica delle vele», Mursia
Autore: CABIATI IRENE

ARGOMENTI: TECNOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 104

Le telecamere installate sulle barche di Coppa America hanno divulgato molti aspetti della vela. Abbiamo visto vele di carbonio e vele ai cristalli liquidi. In futuro probabilmente questi materiali faranno parte anche dell'equipaggiamento del velista della domenica. Sono molti i fattori che rendono una barca più competitiva: la forma dello scafo, l'equipaggio, l'attrezzatura e, naturalmente, anche la forma delle vele e i materiali con cui sono fatte. Tom Whidden (presidente di una nota fabbrica di vele) e Michel Levitt, giornalista, hanno messo insieme le proprie esperienze e propongono un libro di buon livello tecnico. Si entra con loro in veleria e si impara come si taglia una vela con l'uso del computer; i materiali utilizzati e i tentativi di rendere il tessuto compatibile con la pressione del vento e l'azione della luce e della salsedine. Ma una buona vela per essere efficace deve anche essere usata correttamente rispetto al resto dell'attrezzatura. C'è quindi un bel capitolo dedicato ai suggerimenti a cui si aggiunge qualche consiglio per la manutenzione, utile per preservare il patrimonio che la vela rappresenta.


Scaffale Meggiorin Gianfranco: «Capire il tempo e conoscere il mare», Mursia. Giuliacci Mario: «Il vento e il tempo, previsione meteorolo gica nella pratica sportiva», Mursia
Autore: CABIATI IRENE

ARGOMENTI: METEOROLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 104

Il corredo elettronico che aiuta il marinaio del 2000 nelle comunicazioni e nell'orientamento non ha nulla da invidiare a quello delle navette spaziali. Ma non tutti gli armatori lo impiegano. Anzi, spesso i display hanno una funzione puramente decorativa. I veri marinai usano pochi strumenti e sanno che è fondamentale saper leggere il tempo. Con il fax a bordo si possono ricevere le carte meteo, ma non è facile interpretarle. Le previsioni date alla radio si riferiscono ad aree molto vaste. I vecchi marinai riuscivano a capire le variazioni da sintomi impercettibili. Chi ha questa dote è fortunato. Chi non ce l'ha può provare a coltivarla con i due manuali proposti dalla Mursia. Gianfranco Meggiorin è un navigatore che ha lavorato al centro Meteo Mursia di Portofino e ha scritto un libro dedicato in particolare a chi va per mare. Alla descrizione dei fenomeni abbina volentieri suggerimenti pratici. Mario Giuliacci, responsabile del Servizio Previsioni dell'Osservatorio Meteo di Brera, allarga il suo intervento ad altri settori sportivi come il volo a vela. La sua esposizione comprende quindi anche lo scenario montano ed è talora più approfondita perché riferita essenzialmente al tempo e alle sue manifestazioni.


ARCHEOLOGIA MARINA Sorpresa: navigava il popolo dei nuraghi
Autore: CAPODARTE LEONARDO

ARGOMENTI: ARCHEOLOGIA
NOMI: D'ORIANO RUBENS
LUOGHI: ITALIA, PORTO ROTONDO
NOTE: 104

NON avrei mai immaginato che in un tratto di mare così delimitato potessimo scoprire tante preziose testimonianze del passato». Sono parole dell'archeologo Rubens D'Oriano della Soprintendenza di Sassari e Nuoro, che ha condotto tre brevi campagne di censimento di giacimenti subacquei, fra Porto Rotondo e San Teodoro, in Sardegna. «Abbiamo individuato settanta giacimenti archeologici», ha detto D'Oriano durante l'ottava edizione della Rassegna di archeologia subacquea, a Giardini Naxos (Messina), dove ha illustrato gli straordinari risultati delle prospezioni sottomarine. «In una prossima campagna, forse in primavera, contiamo di censire almeno altri venti siti sommersi con le stesse caratteristiche», ci ha rivelato l'archeologo sardo, che vive ad Olbia. Il «mare d'oro», come viene definito il Mediterraneo per l'abbondanza di tesori storico- archeologici ricoperti dalle acque, non si smentisce mai. Ma nel caso di Porto Rotondo è andato oltre, con una sorpresa che sembra indurre gli studiosi a rivedere molte loro convinzioni sulla misteriosa civiltà dei nuraghi. D'Oriano e i suoi collaboratori hanno riportato alla luce un'ancora in pietra, trovata ad appena due metri di profondità, che risale proprio al periodo nuragico. Ma non s'era sempre pensato che gli uomini dei nuraghi fossero profondamente legati alla terra e alle loro inquietanti costruzioni in pietra e che si fossero ben guardati dal navigare? Il ritrovamento di quest'ancora rimette tutto in discussione e fa pensare come anche i nuragici, vissuti nell'età del bronzo che per la Sardegna corrisponde al periodo dal 1500 al 1000 a.C., abbiano solcato i mari diffondendo la loro civiltà nel Mediterraneo. Assumono un'altra luce non soltanto le «navicelle» votive trovate in discreto numero all'interno dei nuraghi e che starebbero a testimoniare una vocazione marinara di quel popolo, ma anche alcune tracce del loro passato sotto forma di vasi nuragici trovati sia a Creta che nelle isole Lipari. Ma cosa fa ritenere che quest'ancora litica di 75 chilogrammi di peso a forma di trapezio, decorata e con un foro per il cavo di ormeggio sia davvero nuragica? Secondo D'Oriano ci sono diversi elementi a favore: la vicinanza del luogo di ritrovamento a uno dei nuraghi più costieri della Sardegna, il tipo di granito da cui è stata ricavata e che è quello di Porto Rotondo, la decorazione con nove righe parallele di punti incisi che ricorda il sistema decorativo della ceramica indigena a «pettine» tra Bronzo Medio e Recente. Inoltre è la prima ancora decorata trovata in Occidente, le altre sono state rinvenute soltanto in Oriente. Fra il 1500 e il 1000 a.C. un certo traffico marittimo era presente in Mediterraneo, specialmente per il commercio dei metalli. Fra i più attivi si segnalavano i micenei, ossia i greci dell'età del bronzo, quelli della guerra di Troia combattuta nel 1180 a.C. Ma di tutto quel traffico i fondali hanno finora restituito ben poco: appena due relitti, entrambi in Turchia, quello di Capo Gelidonia e l'altro di Yassi Ada. E poi, un numero cospicuo di ancore in pietra sia nel Mediterraneo Orientale (Creta, Cipro, Libano e via dicendo), che in quello occidentale dove il livello organizzativo della società era appena allo stadio di villaggio. I micenei si sono sicuramente spinti in Mar Tirreno, come comprovano oggetti rinvenuti durante scavi effettuati a Lipari. Del resto, ora sappiamo che a Lipari ci sono arrivati anche i nuragici. Sulla base di queste scoperte ci si può aspettare, da un momento all'altro, che il mare restituisca qualche prova che il «popolo che non voleva navigare» in realtà navigò. E che si spinse nel lontano Oriente. «Sono convinta che quest'ancora sia dell'età del bronzo», ci ha detto l'archeologa subacquea inglese Honor Frost. «Ha la stessa forma di ancore di pietra trovate a Cipro; le due isole avevano miniere di rame e sicuramente intrattenevano scambi commerciali». Parole che riaccendono la favola mediterranea degli uomini dei misteriosi nuraghi. Leonardo Capodarte


MARCHIO DI QUALITA' ECOLOGICA Consuma pure, è naturale Arriva anche in Italia l'etichetta ambientalista per i prodotti industriali Tra le procedure per ottenerla, l'ecobilancio di materiali ed energia
Autore: PAVAN DAVIDE

ARGOMENTI: ECOLOGIA, INDUSTRIA, RIFIUTI, RICICLAGGIO
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 104

CARTA igienica fatta «senza abbattere neanche un albero», detersivi che oltre a lavare più bianco mantengono azzurre le acque dei fiumi, cosmetici a base di prodotti naturali: forse tutto questo sarà realtà con la recente approvazione, da parte del Parlamento italiano, della legge di finanziamento dell'Ecolabel, il marchio di qualità ecologica per i prodotti industriali. Il provvedimento, in ottemperanza al regolamento Cee, consentirà alle aziende che lo vorranno e lo meriteranno di «ecoetichettare» i loro prodotti sfruttando un marchio comunitario. L'organo competente per l'assegnazione del marchio sarà costituito dai rappresentanti dei ministeri interessati, degli imprenditori, dei consumatori e delle associazioni ambientaliste. Restano esclusi dal regolamento i prodotti alimentari, le bevande e i prodotti farmaceutici, per i quali sono previste specifiche direttive. L'ecoetichetta è uno strumento già utilizzato in molti Paesi: in Germania esiste dal 1977 (l'Angelo Blu), ma anche in Francia, Gran Bretagna, Danimarca e Stati Uniti esistono iniziative analoghe. I marchi nazionali non scompariranno con l'avvento del marchio comunitario e ogni azienda potrà scegliere l'etichetta Cee o quella nazionale. Questa legge è soltanto un primo passo. Il ministero dell'Ambiente ha annunciato che entro il 1994 sarà introdotto in Italia un altro importante regolamento comunitario destinato a influenzare in senso ecologico il modo di produrre: l'Ecoaudit, una procedura volontaria per il controllo e la gestione delle «performance ambientali» dell'impresa, indirizzata a valutare i rischi ambientali connessi alla sua attività e a individuare sistemi di prevenzione e contenimento dei danni. A differenza della più nota «Valutazione di impatto ambientale» (Via), l'Ecoaudit si applica ad attività in corso e non in progetto: l'adesione delle imprese comporterà l'obbligo della valutazione sistematica da parte di «certificatori autorizzati» (auditors professionisti) che dovranno essere indipendenti dalle attività che sono chiamati a valutare ed essere in grado di ispezionare i processi produttivi e le attrezzature, intervistare il personale, esaminare la documentazione scritta e gli archivi informatici. L'elemento chiave del sistema sarà l'informazione pubblica, che dovrà avvenire attraverso una divulgazione periodica, da parte dell'impresa, di veri e propri «rapporti ambientali» con una descrizione dei risultati ottenuti e dei programmi che intende attuare. Questi documenti saranno soggetti alla convalida formale da parte di un organismo di controllo indipendente e autorizzato. Nel 1989 l'International Chamber of Commerce ha specificato i requisiti essenziali dell'Audit, suddividendolo in pre- audit, audit vero e proprio e post-audit. Tra le attività pre- audit, vi sono la definizione delle priorità che si vogliono controllare (sicurezza degli impianti, gestione dei rifiuti ecc.) e la formazione di un audit team. L'Audit in sè viene effettuato dal team con un'indagine presso lo stabilimento da certificare: esso prevede la compilazione di protocolli per ciascuna delle materie segnalate. Tra le attività post-Audit, la più importante è la messa a punto di un piano d'azione con gli obiettivi da raggiungere entro un certo periodo di tempo, di solito non superiore ai tre anni. Le procedure potranno comprendere anche degli «ecobilanci», ovvero dei bilanci input-output di materia ed energia. Quante e quali sono le risorse naturali utilizzate? Quanti e quali sono i rifiuti prodotti, le emissioni in atmosfera, gli scarichi idrici e le fonti di rumore? Qual è il conto delle spese sostenute dall'impresa per la protezione dell'ambiente, fra spese preventive, di riparazione, obbligatorie e discrezionali? La redazione di un ecobilancio non è semplice, perché da un lato deve basarsi su un metodo applicabile alle differenti realtà d'impresa e dall'altro si imbatte ogni volta in problemi contingenti non risolvibili «a priori». Audit ed ecobilanci sono stati originariamente sperimentati in Svizzera e applicati ad attività manufatturiere del settore alimentare nel 1973. Negli anni successivi sono stati fatti studi anche in altri Stati europei e negli Stati Uniti, dove le aziende di maggiori dimensioni (specialmente nel settore chimico) effettuano periodicamente Audit dei propri impianti. In Italia qualcosa si sta muovendo, specialmente nelle grosse imprese, anche se la spesa per l'ambiente in rapporto al fatturato è dell'1,4 per cento, contro il 2,3 dell'Europa e il 2,4 a livello mondiale. Davide Pavan


CAPODANNO INCERTO Forse siamo già nel 2000 Un errore nell'identificazione dell'anno zero
Autore: CENTINI MASSIMO

ARGOMENTI: METROLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 101

STA per incominciare il 1994 ma forse stiamo già vivendo nell'anno Duemila. Vediamo perché. Alla base di tutto sta il fatto che la data di nascita di Gesù, base del nostro calendario, è ancora tema di dispute. Fino a quando Dionigi il Piccolo (IV secolo) cercò di definire con precisione l'anno in cui nacque Gesù, gli eventi presi come riferimento per la datazione erano molteplici: l'inizio delle olimpiadi, la fondazione di Roma, dati su sovrani egizi e babilonesi. Dionigi si riferì a un versetto di Luca in cui si dice che Giovanni Battista iniziò la sua predicazione nel sedicesimo anno di Tiberio («l'anno decimoquinto di Tiberio Cesare», cioè l'872 di Roma) e ai circa 30 anni di Gesù «quando si fece battezzare»; poi Dionigi sottrasse i 30 anni compiuti dal Messia da 872, ottenendo come data di nascita il 754, che corrisponde all'anno 1 dell'era cristiana. In realtà, questa datazione non tiene conto di una serie di elementi che rimettono in discussione il lavoro di Dionigi, e di conseguenza il nostro calendario. Esaminiamoli. Matteo ci avverte che Gesù nacque al tempo di Erode (2,1); Luca che in «quei giorni uscì un editto di Cesare Augusto che ordinava il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirino era governatore della Siria» (2,1-2). Luca ci fornisce un dato storico importante, poiché, riferendosi all'impero di Augusto, ci permette di definire nitidamente i parametri tra i quali collocare la vicenda: 27 a.C.-14 d.C. Questi i punti fissi: Augusto, Erode, censimento, Quirino. Gesù nacque quando regnava ancora Erode il Grande, che morì quattro anni prima dell'era cristiana, corrispondente all'anno 750 di Roma. Nominato re di Giudea dal Senato romano nel 40 a.C., ma salito al trono il 37 a.C. («regnò 34 anni dacché, ucciso Antigone, aveva assunto il potere, e per trentasette dacché era stato nominato re dai romani», G. Flavio. La Guerra Giudaica, (I,33,8), Erode morì nel 4 a.C., forse nel mese di Nisan (marzo- aprile). A questo punto si comprende che il calcolo di Dionigi non è credibile, poiché Gesù non poteva nascere tre anni dopo la morte di Erode. Questa data deve quindi essere considerata un termine ante quem per la nascita di Cristo. Quando si tenne il censimento citato da Luca? Noi sappiamo che il censimento fu ordinato quando Publio Sulpicio Quirino era governatore di Siria (nominato legatus Caesaris Syriae nel 5-6 d.C. cioè nel 759 anno di Roma); ivi è pertanto una forte incongruenza cronologica che in realtà sposterebbe troppo avanti la datazione, rendendo difficile ogni tentativo di collegamento con quanto riportato da Luca. In effetti bisogna comunque ricordare che Quirino tra il 10 e il 7 a.C. ebbe l'incarico di organizzare la repressione romana contro la tribù degli omanadensi della Cilicia e in quel periodo, benché il campo d'azione fosse sulle montagne dell'Asia Minore, il suo quartier generale era in Siria. Un contributo forse non sufficiente, ma che in realtà è stato considerato come un valido punto di appoggio per la definizione del problema relativo alla datazione della nascita di Cristo. Dunque possiamo ipotizzare che Quirino rivestì in due periodi diversi l'incarico di legato imperiale in Siria: 1) prima della morte di Erode (4 a.C.); 2) intorno al 6 a.C., come afferma anche Flavio Giuseppe (che lo definisce «censitore e giudice della nazione»). Il punto 1 accorda Matteo e Luca, ponendolo in un solo contesto cronologico; mentre il punto 2 dà una fisionomia più definita all'esperienza amministrativa di Quirino nella provincia medio-orientale. A sostegno della doppia presenza di Publio Sulpicio Quirino in Siria, molti studiosi hanno portato il «Lapis Tiburtinus»: un'iscrizione acefala in cui si celebrano una vittoriosa campagna militare, il proconsolato d'Asia e la legatio pro praetore della provincia di Syria et Phoenicia. Il soggetto della dedica è anonimo, ma da molti è ritenuto Quirino, che nell'iscrizione viene ricordato come legatus presente «più volte» (iterum) nella provincia... Va ancora aggiunto che non ci sono altre fonti in cui si faccia espressamente riferimento ad un censimento svoltosi negli anni della venuta di Cristo. Il censimento potrebbe essere stato confuso con un giuramento di fedeltà voluto da Roma, per garantirsi la sottomissione dei sudditi di Erode, dopo che questi aveva condotto un'azione militare contro i Nabatei. Intorno al 7 a.C. fu richiesto ai sudditi di Erode di giurare fedeltà all'impero romano: un fatto che potrebbe essere l'aphographè ricordato da Luca. Inoltre, proprio in quel periodo (6-7 a.C.), si ipotizza la seconda presenza di Publio Sulpicio Quirino in Siria, in veste di sostituto di Senzio Saturnino, allora legato di Siria, ma impegnato in Armenia per placare le interne lotte di successione al trono. Non va dimenticato che la prospettiva storica dei Vangeli è subordinata a quella teologica: anche tutto il problema relativo al censimento andrebbe interpretato in quest'ottica. Un censimento che coinvolse «tutta la terra» (gli storici normalmente tendono a interpretare aikoumene come «tutto l'impero romano») pone, nelle intenzioni di Luca, la nascita di Cristo come orizzonte cosmico, non solo diretto a misurare le aspettative della tradizione giudaica, ma ad andare incontro a tutti gli esseri viventi. Un'indicazione di universalismo che sarà il motivo dominante dell'annuncio evangelico. In sostanza, la nascita di Gesù sembrerebbe da porre sei o sette anni prima dell'anno zero preso a riferimento secondo la valutazione di Dionigi: di conseguenza, oggi dovremmo essere nel 1999, se non addirittura nel 2000. Massimo Centini


CIN-CIN & TIC-TAC Sincronizzate gli orologi]
Autore: CORDARA FRANCO

ARGOMENTI: METROLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 101. Capodanno

POCHI, festeggiando l'anno nuovo a mezzanotte del 31 dicembre, sono consapevoli di quanta storia, quanto lavoro e quanta «politica» sta dietro la misura del tempo. Una legge che ha appena compiuto un secolo di vita, per esattezza il Regio Decreto 490 emanato da re Umberto I, recitava così: «Art. 1 - Il servizio delle strade ferrate in tutto il Regno d'Italia verrà regolato secondo il tempo solare del meridiano situato a 15 gradi all'Est di Greenwich, che si denominerà tempo dell'Europa Centrale; (...); art. 3 - Le disposizioni precedenti entreranno in vigore nell'istante in cui, secondo il tempo specificato all'art. 1, incomincerà il 1 novembre 1893». Questo testo sostituì un precedente decreto, il n. 3224 del 1866, reso necessario dall'espandersi della rete ferroviaria e marittima che imponeva la necessità di uniformare l'ora nell'ambito di uno Stato, che aveva stabilito che l'ora ufficiale della penisola fosse regolata sul tempo medio di Roma e per le isole su quelli di Palermo e di Cagliari. Le definizioni legali dell'ora adottate nei vari Paesi, risalgono generalmente alla fine del secolo scorso e furono una logica conseguenza dell'adozione del sistema internazionale dei fusi orari (1884), che fissò l'origine del conteggio delle ore dal meridiano di Greenwich. L'unità di misura dell'intervallo di tempo allora in vigore era il secondo di giorno solare medio, la cui durata era determinata con osservazioni astronomiche e che rimase in vigore fino al 1960. La definizione di quest'unità, adottata per legge in Italia nel 1928, era: «L'unità legale per le misure di tempo è il secondo di tempo solare medio, cioè la frazione 1/86400 di giorno solare medio...». Questa definizione dovette cedere il passo a quella del «secondo atomico», adottato dalla tredicesima Conferenza dei Pesi e delle Misure: «Il secondo è la durata di 9.192.631.770 periodi della radiazione corrispondente alla transizione tra due livelli iperfini dello stato fondamentale dell'atomo di cesio 133». La disponibilità nei laboratori metrologici di vari Paesi di orologi in grado di realizzare l'unità atomica del secondo, permise al Comitato consultivo per la definizione del secondo, che è un organo tecnico del Comitato internazionale dei Pesi e delle Misure, di formulare questa «Raccomandazione», fatta propria nel 1971 dalla 14 Conferenza dei Pesi e delle Misure: «Il Tempo Atomico Internazionale (Tai) è la coordinata di riferimento temporale, stabilita dal Bureau International de l'Heure, su indicazioni degli orologi atomici che funzionano nei diversi Istituti e seguono la definizione del secondo, unità di tempo del Sistema Internazionale (SI) delle Unità». L'origine di tale scala di tempo fu fissata alle ore 0 di Tempo Universale del 1 gennaio 1958. La nuova unità di misura offriva una precisione almeno mille volte superiore rispetto alle precedenti di derivazione astronomica - che si basavano sul moto di rotazione e su quello di rivoluzione della Terra - e aveva inoltre il grosso vantaggio di essere facilmente riproducibile in laboratorio. Queste proprietà fecero sì che nel 1970 il Comitato Consultivo Internazionale per le Radiocomunicazioni, d'intesa con il Bureau International de l'Heure e l'Unione Astronomica Internazionale, stabilissero che dal 1 gennaio 1972 la nuova unità del secondo venisse adottata anche nelle trasmissioni di segnali di tempo campione che in molti Paesi hanno la funzione di disseminare il tempo legale. Da tale data, l'unità atomica di tempo - il secondo Si - entrò quindi anche negli usi civili. La nuova unità era mediamente più breve di 30 nanosecondi (miliardesimi di secondo) rispetto al valore adottato precedentemente che risentiva, tra l'altro, dell'effetto del rallentamento della velocità di rotazione della Terra. Questa differenza era tale da causare un errore di circa un secondo all'anno tra la scala di tempo atomica e quella basata sulla rotazione terrestre, errore che sarebbe aumentato col passare del tempo e che non poteva essere accettato da quegli utenti, come i naviganti, che hanno bisogno di conoscere la posizione angolare della Terra con una precisione migliore di un secondo. La soluzione trovata dalle organizzazioni scientifiche permise di conciliare le diverse esigenze: si decise che, sempre dal 1972, i segnali di tempo campione radiotrasmessi riproducessero una scala di tempo chiamata Tempo Universale Coordinato (Utc) che aveva come unità di scala il secondo atomico, ma doveva riprodurre il tempo rotazionale con una tolleranza massima di più/- 0,9 secondi. Per ottenere questo, la scala Utc poteva essere corretta a salti interi di un secondo due volte l'anno, se necessario, all'ultimo minuto del 30 giugno o del 31 dicembre. Finora - dicembre 1993 - sono 28 i secondi di ritardo accumulati dalla scala Utc rispetto alla scala di tempo atomica. Più di 40 laboratori di metrologia del tempo nei vari continenti realizzano con i loro campioni atomici una propria scala di tempo che riproduce la scala Utc entro qualche milionesimo di secondo. La scala Utc viene «costruita» dal Bureau International des Poids et Mesures di Parigi, utilizzando i dati di circa 170 orologi atomici dei laboratori metrologici, con una incertezza tale da determinare la durata di un giorno con un errore di qualche miliardesimo di secondo. Alcuni Paesi europei adeguarono negli anni successivi al 1975 le loro leggi riguardanti l'ora legale (da non confondersi con l'ora estiva): la Germania Federale nel 1978, l'Austria nel 1977, la Francia e la Svezia nel 1979 e infine l'Irlanda nel 1992. L'Italia, che ha provveduto ad adottare l'unità atomica di intervallo di tempo nel 1982 e ha attribuito il compito di realizzare il campione nazionale di tempo all'Istituto Elettrotecnico Nazionale Galileo Ferraris (Ien) con la legge n. 273 dell'agosto '91, è ancora una volta in ritardo nell'adeguare una legge che regola un aspetto così importante della vita civile anche se i segnali orari generati, che seguono la scala di tempo Utc e le correzioni ad essa apportate, costituiscono di fatto la base di tempo legale del Paese. L'adeguamento sarebbe un atto dovuto nell'ambito della Convenzione del Metro che l'Italia ha sottoscritto. L'Ien aveva già promosso nel 1989 una campagna di sensibilizzazione in merito, scrivendo al presidente del Consiglio Andreotti per sollecitare un adeguamento del testo di legge agli sviluppi che la misura del tempo aveva avuto negli ultimi vent'anni. Problemi certo più importanti non hanno ancora permesso di accantonare la nostra vecchia legge e di allinearci all'Europa. Franco Cordara Istituto Galileo Ferraris


VARIAZIONI DI TEMPERATURA Il mezzo inverno della città Le attività umane creano un'isola di calore
Autore: MINETTI GIORGIO

ARGOMENTI: ECOLOGIA, METEOROLOGIA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: G. Variazione delle temperatura minima a novembre a Torino e Caselle
NOTE: 102

LE città sono grandiosi serbatoi di calore che, come isole termiche, emergono dal suolo fino a 100 metri d'altezza. Formano queste isole il calore liberato dai motori delle auto, il riscaldamento delle abitazioni e molte delle attività industriali. Da queste fonti artificiali di calore deriva una notevole differenza di temperatura tra la città e la campagna, differenza che oscilla normalmente tra i 3 e i 7 C, con divari massimi di 10 gradi centigradi durante la notte. Soltanto una ventilazione con velocità superiore a sette metri al secondo attenua questo effetto di riscaldamento locale. In città vari termometri digitali posti sui tetti a scopo pubblicitario da banche e altre imprese informano il cittadino circa le temperature del momento. Ma quanto possiamo fidarcene? Basta il fiato di chi rileva i dati per far variare la lettura di un grado. Il termometro deve dunque essere collocato all'ombra, non esposto direttamente ai raggi del sole e il più lontano possibile dai fabbricati per non assorbire il loro irraggiamento. Di norma i meteorologi collocano il termometro a un metro e mezzo dal suolo in una capannina di legno le cui pareti sono formate da persiane di color bianco per riflettere in gran parte la radiazione solare e quella degli oggetti circostanti. Inoltre il suolo, dov'è appoggiata l'incastellatura, deve essere possibilmente curato a prato, in modo che sia meno riflettente della terra, della ghiaia, della pietra e del cemento. Ora, confrontando le temperature rilevate in luoghi diversi, si è giunti alla constatazione che quando l'«uomo della strada» parla di temperatura di una città, può essere facilmente tratto in inganno dai dati forniti dai vari termometri installati sui fabbricati cittadini o presso negozi. Qui pubblichiamo i dati forniti da tre apparecchiature collocate in zone differenti: la prima è quella del Servizio Meteorologico dell'Aeronautica Militare presso l'aeroporto di Caselle (Torino) a quota 275 metri; la seconda è la capannina meteo della ditta torinese Allamano Instrument, fornitrice dei dati quotidiani al nostro giornale, collocata nell'area militare di piazza d'Armi (Torino) a quota 230 metri; la terza rappresenta la media dei termometri installati sui palazzi di Torino. Si può facilmente constatare che i valori rilevati sui palazzi di Torino si discostano notevolmente da quelli rilevati a Caselle e in piazza d'Armi poiché i sensori di quelle apparecchiature sono troppo vicini a sorgenti di calore. Caselle e piazza d'Armi rispondono invece pienamente alle norme meteorologiche. Si noti che la capannina di piazza d'Armi, pur trovandosi nell'area cittadina, è circondata da un'area verde di 2500 metri quadrati senza fabbricati e abitazioni adiacenti. A questo punto il cittadino potrà chiedersi quale sia l'esatto valore della temperatura della sua città, tenuto conto delle svariate sorgenti termiche dirette o indirette che ne alterano l'effettivo valore. Indubbiamente i dati che compaiono in cifre luminose sulla cima dei palazzi sono molto appariscenti ma sviano facilmente chi li osserva. Le centraline o capannine come quella di piazza d'Armi o come le centinaia sparse sul territorio nazionale e gestite dall'Aeronautica Militare, dalle Regioni, dall'Enel, dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), dall'Università e da tutti gli enti pubblici e privati che si occupano del problema danno maggiore garanzia perché riflettono effettivamente la situazione termica dell'agglomerato urbano. Ma qualche grado in più o in meno è poi così importante? Rispondiamo con una ironica affermazione di Goethe nel suo trattato di meteorologia: «Si sono inventati alcuni strumenti che rendono visibili, sotto forma di gradi, questi fenomeni che si toccano quotidianamente. Chi soffre per il freddo o per il caldo sembra quasi tranquillizzato dal fatto di riuscire a esprimere le proprie sofferenze in gradi Celsius o Fahrenheit». Giorgio Minetti


PIETRE PREZIOSE Quei trucchi in gioielleria
Autore: DE CRESCENZO CARAFOLI F.

ARGOMENTI: CHIMICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 102

SE volete comprare un gioiello pensateci bene. Può capitare che facciate un buon affare, che compriate al giusto prezzo o che siate vittime di un bidone. Queste sono le tre possibilità nell'attuale situazione del mercato. Di recente a Milano si è tenuto il convegno «Gemmologia e normativa». Ne son venuti fuori problemi grandi e piccoli, ma sempre irrisolti, che interessano l'uomo della strada (un po' di più della donna) quando si ferma a guardare le vetrine dei gioiellieri. In Italia, oltre al politichese, esiste anche il gemmologese, per cui chi intenda spendere pochi o tanti quattrini in un monile abbellito da pietre preziose entra in un universo in cui la terminologia è a sè stante, suggestiva e fantasiosa. Chi compra una gemma spesso per sua tranquillità ha bisogno del parere dell'esperto, ma i pareri di due esperti diversi raramente combaciano. Ci sono poi modi di dire fuorvianti: quale acquirente sa per esempio che la designazione «rubino di Burma» o «rubino del Siam» è erronea e fa riferimento più alla qualità del colore che al luogo del ritrovamento? Qui il problema non è più l'onestà o la capacità degli esperti: nella certificazione delle pietre preziose non esistono norme di base valide per tutti ma tante costumanze di tradizione variabile. Con il risultato facilmente intuibile che con un'opportuna nebulosità si può praticamente smerciare quasi tutto a qualunque prezzo: vedi certe vendite televisive in cui sono partite fantastiche patacche a prezzi incredibilmente scontati, gridati come si faceva nelle fiere di paese. Molto sta anche facendo la tecnica per contribuire a confondere le idee, truccando artificialmente le gemme con irradiazioni, riscaldamenti in forni speciali che modificano e falsano il colore. Dove il colore ottenuto, spesso più brillante di quello naturale, in genere svanisce con il tempo. Con speciali resine è possibile anche far sparire le fratture: comune è il caso dello smeraldo e ultimamente quello del diamante. Benvenuto allora il convegno milanese, che ha presentato regole curate dall'Uni, organismo preposto allo studio e alla pubblicazione di norme tecniche valide per tutti. Al convegno si è sentita la necessità di chiarezza in tutte le categorie presenti; e insieme il timore che come, tanti altri buoni propositi all'italiana, manchi poi una vera volontà politica all'attuazione definitiva. Se le associazioni di categoria saranno, com'è sembrato, a sufficienza convinte, si arriverà a una normalizzazione, ufficializzata in qualche modo per legge. Se prevarrà la furbizia, in definitiva sempre controproducente, non se ne farà niente. Se le norme Uni passeranno, stabilita una volta per tutte la gradazione del colore per mezzo delle pietre di paragone, dal gioielliere succederanno scenette più o meno così: «Cara signora posso darle questo splendido esemplare di diamante, taglio rettangolare riportato nella tabella Uni 10173, pagina 14, capoverso 1 eccetera...». Ma attenzione] Veronique De Mol della scuola di scienze criminologiche dell'Università di Bruxelles (Ulb) ha fatto una tesi, depositata recentemente all'Hrd, l'alto consiglio dei diamanti di Anversa con il titolo: «Il certificato del diamante, mezzo di prevenzione o fattore criminogeno?» lasciando aperto qualche dubbio sui rischi possibili di tutta la questione. F. de Crescenzo Carafoli Università di Genova


NUOVE NORME Di notte non spegnete la caldaia Tenendo gli impianti di riscaldamento sempre accesi e a temperatura costante si inquina di meno e si risparmia combustibile: anche la legge se n'è accorta
Autore: LIBERO LEONARDO

ARGOMENTI: ECOLOGIA, ENERGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 102

IL testo della Legge n. 10/1991 sull'uso razionale dell'energia inizia così: «Al fine di... ridurre i consumi... e di migliorare le condizioni di compatibilità ambientale... a parità di servizio reso e di qualità della vita...». Quindi dei risparmi e dei miglioramenti non dovrebbe soffrire l'utenza. Bene, il nuovo Regolamento sugli impianti termici («Gazzetta Ufficiale» del 14 ottobre '93), attuativo di quella Legge, conferma la norma che essi vengano spenti lo stesso giorno, il 15 aprile, a Roma e a Torino. Nonostante sia ovvio che l'inverno a Torino è molto più freddo e più lungo che a Roma; e nonostante che per questo in passato il sindaco di Torino, ogni anno, abbia dovuto far prorogare i riscaldamenti oltre quella data e anche fino a maggio inoltrato. Una norma, quindi, che razionale non è, perché questo Regolamento - astruso per gli specialisti, figurarsi per i comuni cittadini - è l'ennesimo frutto del vizio italico di legiferare in base a pii desideri anziché ai fatti, e aggravato da una minuziosità maniacale. Una metà delle sue 116 (]) pagine è occupata dall'elenco dei comuni italiani, ciascuno col numero dei suoi «gradi giorno»; che è la somma delle differenze fra una serie di temperature esterne rilevate sul luogo e i 20 C, assunti a priori come ottimali; somma poi ancora corretta in funzione dell'altezza sul mare del comune. Da quel numero dipendono calendario e orario di funzionamento degli impianti. Se poi accade che ne escano delle assurdità - come pretesa uguaglianza del clima di aprile a Roma e a Torino - è perché il tutto si basa su un dato arbitrario. Non è infatti di 20 C la «temperatura di comfort» in abitazione, bensì di 22-24 C. Lo ha sperimentalmente stabilito un luminare mondiale della materia, il professor Fanger dell'Università di Copenaghen. Senza dire che la necessità di scaldarsi, come quelle di mangiare e di bere, è fisiologica; che il porvi limiti arbitrari spinge le persone ad aggirarli, in genere con stufe elettriche; e che quella sì è un'eresia energetica, specie in Italia dove l'elettricità è per lo più prodotta bruciando petrolio. L'altra metà del Regolamento contiene definizioni, prescrizioni, formule, eccezioni; tante e così intrecciate, che per progettare un impianto o verificarne la conformità anche i più esperti dovranno usare uno speciale programma da computer. E gran parte di tali astrusità è in omaggio a un mito che trova credito solo in Italia: quello che per limitare consumi e inquinamento sia utile, anzi indispensabile, spegnere i riscaldamenti ogni giorno per un certo numero di ore. Un mito che, al contrario, fa aumentare i consumi, perché è più dispendioso riportare uno stabile in temperatura che mantenercelo; cosa più volte spiegata su «La Stampa», anche da un fisico illustre come Tullio Regge. Un mito che fa aumentare l'inquinamento, massimo nella prima ora di accensione degli impianti; i quali andrebbero quindi accesi una volta all'anno, non una volta al giorno. Un mito che per di più abbrevia molto la vita delle caldaie. Per fortuna, a merito del fin qui criticato Regolamento, va detto che esso dà una prima picconata proprio a quel mito irrazionale e antieconomico. Per la prima volta esso permette infatti il funzionamento continuo, sia pure entro limiti di temperatura, per alcune categorie di impianto dotate di termoregolatore e programmatore automatici. E poiché vi dovrebbero essere compresi anche quelli di grandi condominii, potrebbe essere una novità rilevante; a beneficio di tasche e polmoni dei cittadini. E' prudente usare il condizionale poiché, per la complessità delle nuove norme tecniche, forse di nessuno stabile si può affermare a priori che sia già di regola. Sarà compito degli amministratori fare le necessarie verifiche e informare gli utenti sui vantaggi di comfort e di spesa che verrebbero dal funzionamento continuo degli impianti. Leonardo Libero


ARMI IN CIELO La sentinella antimissile Un aereo senza pilota, a energia solare, sempre in volo e dotato di missili potrà scongiurare ogni eventuale attacco atomico contro gli Stati Uniti
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: ARMI, TECNOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: RAPTOR TALON
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 102

SI chiamano «Raptor» (Rapace) e «Talon» (Artiglio). Il primo è un aereo molto speciale, a energia solare e senza pilota. L'altro un piccolo missile-killer. Insieme costituiranno una delle prime realizzazioni operative di quel progetto di «guerre stellari» ideato da Reagan, messo in sordina dalla fine della guerra fredda, ma mai abbandonato. Al di là della chiara simbologia connessa con queste denominazioni va detto che «Raptor» è l'acronimo di «Responsive aircraft programme for theatre operations» mentre «Talon» significa «Theatre application-launch on notice». Compito di questa accoppiata sarà quello di sorvolare in continuazione a una quota tra i 20 e i 30 mila metri le regioni in cui sono installati missili balistici «di teatro», cioè missili tattici, e di distruggerli in volo. Il progetto ha ricevuto una spinta decisiva dalla guerra del Golfo, quando gli Scud di Saddam Hussein, nonostante la loro scarsa efficacia, misero in evidenza la mancanza di un ombrello efficace contro questo tipo di minaccia, che nella circostanza dovette essere fronteggiata, non sempre con successo, tramite i missili antiaerei «Patriot». Da quel momento l'attenzione dello Stategic defense initiative office (Sdi) fu spostata dai grandi missili balistici intercontinentali a quelli tattici. Il modello del «Raptor», chiamato Pathfinder dal suo costruttore, è stato provato per la prima volta alla fine di ottobre nella grande base aerea dell'Usaf di Edwards, in California, dove ha volato per una quarantina di minuti. E' un velivolo «tutt'ala» di 30 metri di apertura, appena 200 chilogrammi di peso, otto motori elettrici alimentati da 60 metri quadrati di celle solari; è stato progettato dallo scienziato Paul MacCready sulla base dell'esperienza accumulata con una serie di velivoli solari sperimentati negli anni scorsi, l'ultimo dei quali, il «Solar Challenger», divenne celebre per aver attraversato la Manica. Con MacCready e con la società AeroVironnement da lui fondata nel '71 in California, hanno collaborato ricercatori dello Sdi, del celebre Lawrence Livermore National Laboratory e, pare, israeliani. Pathfinder è il predecessore di un velivolo ancora più rivoluzionario che viene indicato come Perpetual, e che sarà il vero Raptor operativo; sarà in grado di volare per un tempo indefinito grazie a un sistema di batterie che durante il giorno immagazzineranno l'energia necessaria per far funzionare i motori durante la notte e per fornire l'elettricità alle apparecchiature di bordo; avrà un'apertura alare doppia rispetto al predecessore, 60 metri, e ben 16 motori. Il grosso problema ancora da risolvere è proprio quello delle batterie rigenerabili, il cui peso sarà la metà del peso dell'intero velivolo. Si tratterà di celle a combustibile che per la messa a punto richiederanno ancora da 18 a 30 mesi. Ogni velivolo, pilotato via radio da terra, sarà dotato di quattro «Talon», il cui sviluppo procede di pari passo. Si tratta di un missile a energia cinetica, cioè in grado di distruggere il missile avversario senza carica esplosiva ma solo con l'impatto violentissino dovuto all'energia accumulata grazie alla elevatissima velocità: lungo un metro e 70 centimetri, pesante appena una ventina di chilogrammi, con una gittata prevista tra i 50 e i 220 chilometri, si dirigerà sul bersaglio a quasi 12 mila chilometri l'ora. Il sistema Raptor-Talon opererà in modo autonomo, senza intervento umano, grazie a un potente e velocissimo computer che terrà sotto controllo tutta la rapidissima sequenza; una volta che i sensori all'infrarosso del velivolo avranno individuato la traccia del missile in partenza dalla sua rampa daranno automaticamente il via a una serie di operazioni che entro 20 secondi (il tempo in cui il missile bersaglio percorrerà i primi due chilometri e mezzo) accenderanno il motore di uno dei quattro Talon; questo si alzerà dal velivolo dapprima verticalmente poi si disporrà in orizzontale, guidato per un tratto dall'aereo e successivamente dai propri sensori, fino all'appuntamento con il bersaglio, che avverrà a circa 45 mila metri di quota e solamente ottanta secondi dopo l'istante del decollo. Vittorio Ravizza


CORTEGGIAMENTI FRA API Spicciati a decidere Un minuto e vado
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ETOLOGIA, ZOOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

BISOGNA dire che gli scienziati sono dei tipi originali. Per studiare il comportamento di un'ape, la Antho phora plumipes, lo zoologo inglese Graham N. Stone piazza una sedia a sdraio nel bel mezzo del posteggio auto dell'Università di Oxford e se ne sta lì seduto tutto intabarrato fino a 15 ore al giorno, con il solo conforto di qualche tazza di caffè. In quella postazione rimane per tre primavere consecutive, le fredde primavere britanniche, per osservare da vicino l'andirivieni di migliaia di api che nidificano in quella stagione in un muro che separa due college dell'università. La Anthophora plumipes è un'ape solitaria, ricoperta da un fitto manto di lunghi peli, grossa il doppio della comune ape da miele. Maschi e femmine si riconoscono facilmente dal colore. I primi sono bruno- rossicci, le seconde sono nere. Questa specie di api trascorre l'inverno allo stadio di pupa, l'ultimo della metamorfosi, dal quale sfarfalla poi l'insetto adulto. I maschi sfarfallano prima delle femmine, addirittura alla fine di febbraio, se l'inverno non è troppo rigido. Appena viene alla luce, ciascuno si dà immediatamente alla conquista di un territorio nei campi e nei giardini fioriti. Le femmine emergono dallo stadio larvale verso la metà di marzo e subito si mettono a scavare alacremente un nido- tunnel individuale nel muro. Una volta scavato il nido, l'ape lo tappezza di fango, che comprime con una placca liscia posta all'estremità dell'addome. Poi consolida il fango con una speciale secrezione ghiandolare. Così la celletta è pronta. L'ape potrà riempirla di nettare e polline e vi depositerà sopra un uovo. La larva che ne sguscerà troverà a portata di mano tutto il cibo di cui ha bisogno per crescere. La mattina presto, verso le cinque e mezzo, le api femmine escono dai nidi dove hanno passato la notte e partono in volo alla ricerca di nettare e polline. E' ancora buio. La temperatura è di circa 5C. Sono bottinatrici formidabili. Svolazzano per i campi in fiore fino alle nove di sera e non le arresta nè il freddo nè la pioggia. La maggior parte degli altri insetti è incapace di volare quando la temperatura esterna è troppo rigida. Debbono prima riscaldarsi esponendosi ai raggi del sole. Le Anthophora, come i calabroni, hanno la capacità fisiologica di produrre calore loro stesse. Per poter volare, la temperatura del corpo non deve essere inferiore ai 25C e per raggiungerla fanno vibrare energicamente le ali. Come lo studioso ha potuto constatare in laboratorio, in questa manovra, che equivale in un certo senso al nostro tremar di freddo, solo il l5 o 20 per cento dell'energia chimica che si produce si converte in movimento delle ali. Il resto si trasforma in calore e fa aumentare la temperatura corporea. Occorre naturalmente un certo tempo perché l'ape si riscaldi al punto giusto. Se per esempio fuori ci sono otto gradi, ci vogliono dieci minuti prima che l'insetto raggiunga la temperatura atta al volo. Volare velocemente è per l'ape questione di vita o di morte. Perché, appostati nei dintorni, sono in agguato vari uccelli, come cince azzurre e cinciallegre, pronti a catturarle appena escono dai nidi. Nel volo di andata le femmine, rapide come saette, riescono a sfuggire alla cattura e i maschi, superbi acrobati aerei, non sono da meno. Un maschio è capace di compiere in volo un giro di 90 gradi nel tempo record di un venticinquesimo di secondo. Più vulnerabili sono le femmine quando ritornano dai voli di approvvigionamento, appesantite come sono dal carico di polline. I maschi abbandonano i nidi poco dopo le femmine, nelle giornate calde. Ma quando fa freddo indugiano anche un paio d'ore prima di uscire all'aperto. Qui controllano i loro territori e soprattutto cercano moglie. Nell'affannosa ricerca dell'anima gemella, danno prova di essere realmente a sangue caldo anche in senso metaforico. Se un maschio estraneo gli invade il territorio, il legittimo proprietario ingaggia un combattimento furioso con il rivale e lo costringe con le buone o con le cattive a volarsene via. Però basta che compaia all'orizzonte una femmina, perché la disputa territoriale si interrompa bruscamente e abbia inizio il corteggiamento. Le femmine, dal canto loro, devono tenere a bada la focosità dei pretendenti e difendersi dalle loro attenzioni troppo aggressive. Per circa un minuto di orologio il maschio pedina la femmina intenta a bottinare nettare e polline da un fiore all'altro. Si forma spesso un codazzo di sei o sette pretendenti che le svolazzano dietro, mantenendosi a una decina di centimetri di distanza. Poi con mossa fulminea quello che le sta più vicino l'afferra alla vita con le zampe. La coppia cade a terra e qui lei, se non ne vuol sapere del pretendente, lotta strenuamente con zampe e mandibole per svincolarsi dalla stretta. Ma se invece è recettiva, consente al maschio di agitarle davanti il suo marchingegno spruzzaprofumi, il ciuffo di peli con cui termina il secondo paio di zampe, imbevuto di feromoni sessuali. Così, inondata di afrodisiaci, la femmina si lascia docilmente fecondare. Gli altri corteggiatori non rinunciano però ai loro piani. Uno di loro immediatamente si avvicina alla coppia e tenta di spodestare il maschio per prendere il suo posto. Non è detto però che la femmina accetti passivamente la sostituzione. Se il nuovo venuto non le garba, lo rifiuta sdegnosamente e se ne vola via, lasciandolo a bocca asciutta. E' sempre lei, insomma, che ha l'ultima parola. Comunque le chances degli altri pretendenti non sono tramontate, perché la femmina, se è di genio, si mostra molto disponibile. Si lascia allora tranquillamente fecondare da un maschio dopo l'altro, ogni due o tre secondi. Isabella Lattes Coifmann


IN BREVE Università spaziale come iscriversi
ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, UNIVERSITA'
ORGANIZZAZIONI: ISU
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

L'International Space University (Isu) è un'organizzazione internazionale per la formazione in campo spaziale. La prima sessione estiva dell'Isu, a cui parteciparono 104 studenti di 21 Paesi, fu ospitata dal Massachusetts Institute of Technology di Boston nel 1988. Oggi, più di 725 studenti provenienti da 50 nazioni hanno seguito con successo il programma dell'Isu, che offre la possibilità di frequentare una serie propedeutica di corsi di base in nove discipline: architettura dei sistemi spaziali, ingegneria spaziale, gestione delle attività spaziali, scienze biomediche, legislazione delle attività spaziali, sfruttamento delle risorse, astrofisica, telecomunicazioni e scienze umanistiche applicate allo spazio. Nel prossimo corso estivo, che si terrà all'Università di Barcellona, in Spagna, dal 25 giugno al 2 settembre, gli studenti si confronteranno con due progetti di grande attualità: un sistema globale di tele-educazione e tele-medicina, e un programma per l'esplorazione del sistema solare attraverso una serie di missioni automatiche a basso costo. Gli interessati possono inviare il loro nome, indirizzo e numero di telefono al seguente recapito: Maria Antonietta Perino c/o Alenia Spazio - Corso Marche 41 - 10146 Torino, facendo richiesta della domanda di ammissione che va presentata entro il 15 gennaio 1994. Requisiti fondamentali richiesti sono un diploma universitario e l'ottima conoscenza della lingua inglese.


IN BREVE Nel miele d'arancio c'è anche la caffeina
ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

La credevano una frode, invece le analisi di laboratorio hanno provato che la caffeina è una componente naturale dei fiori d'arancio, e quindi del miele che se ne ricava. La prima segnalazione in letteratura arriva dai Servizi Veterinari di Alessandria, che avevano analizzato alcuni campioni alla ricerca di residui tossici.


IN BREVE Aviano, festa dei malati guariti dal cancro
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

In occasione del suo decimo compleanno il Centro di riferimento oncologico nazionale di Aviano (Pordenone) ha organizzato una giornata dedicata ai suoi pazienti guariti dal cancro, invitandoli a testimoniare la loro vittoria sulla malattia. Ne sono arrivati circa 800: è stato il primo congresso sui tumori che abbia dato voce agli ammalati e non soltanto ai medici. Tutti erano ad almeno 5 anni dalla prima diagnosi. Le statistiche danno buone percentuali di guarigione soprattutto per i carcinomi dell'utero (70 per cento), della mammella (65 per cento), della laringe (55 per cento) e del colon (50 per cento), oltre che per i melanomi (60 per cento). I farmaci che hanno dato i migliori risultati sono la fludarabina per alcuni tipi di linfomi, l'interleukina-2 per il carcinoma renale e la pentostatina contro la leucemia.


IN BREVE Una famiglia di orsi dalla Bosnia al Friuli
ARGOMENTI: ZOOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

Spaventato dai bombardamenti, un branco di orsi ha lasciato il suo habitat nella Bosnia settentrionale, ha attraversato Croazia e Slovenia e si è insediato in alta Val Isonzo. A tutela degli allevatori, preoccupati per il loro bestiame, la Regione ha predisposto un fondo di indennizzo e l'allestimento di un frutteto perché in mancanza del loro cibo naturale gli orsi attaccavano le pecore.


IN BREVE Su «Pegaso» di scena le pulsar
ARGOMENTI: ASTRONOMIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

Un ampio articolo sulle pulsar di Piero Tempesti compare su «Pegaso», rivista dell'Associazione Astronomica Umbra (viale Indipendenza 10, Perugia). Nel '93 «Pegaso» ha pubblicato complessivamente quasi 200 pagine di divulgazione sui fenomeni del cielo. L'abbonamento annuo costa 12 mila lire.


IN BREVE Contro l'emicrania mangiate lattuga
ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

Un neurologo cubano ha sperimentato con successo un nuovo medicinale a base di lattuga: funziona contro il mal di testa ed è utile anche come lieve tranquillante. Delle mille persone sottoposte all'esperimento, l'85 per cento si è liberato dell'emicrania. Non è chiaro se il farmaco arriverà in Europa.


L'ORECCHIO Eppur si sente... E' ancora un mistero il meccanismo fisio-psichico per cui un impulso nervoso si traduce nel tono e nel timbro dei suoni che sentiamo in un'orchestra
Autore: DI AICHELBURG ULRICO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

L E onde sonore sono vibrazioni che si propagano nell'aria alla velocità di 340 metri al secondo (velocità superata dagli aerei supersonici, che oltrepassano la barriera del suono). Lo stimolo acustico è dunque una vibrazione molecolare la cui energia è captata dall'orecchio. L'orecchio trasforma tale informazione e la trasmette a particolari zone della corteccia cerebrale, i centri uditivi, dove diventa un suono. Affinché sia udibile, lo stimolo deve avere certe caratteristiche fisiche, variabili da una specie animale all'altra. La frequenza dello stimolo vibratorio è la chiave del messaggio sonoro. Nell'uomo la frequenza deve essere compresa fra 20 e 20 mila Hz al secondo. Al di sotto di 20 non udiamo nulla, ma non udiamo nulla neppure quando le vibrazioni sono al di sopra di 20 mila. Gli «ultrasuoni», che hanno oggi molte applicazioni in medicina, non ci danno sensazioni di rombi o di scrosci come si potrebbe supporre, ma sono del tutto silenziosi. Li odono invece alcuni animali, ad esempio i pipistrelli. In concomitanza con le vibrazioni dell'aria, vibra al fondo del condotto uditivo la membrana del timpano, e al di là del timpano oscilla la catena degli ossicini nell'orecchio medio, una cameretta di un centimetro cubo scavata nell'osso temporale del cranio, una specie di cassaforte contenente le più piccole ossa del nostro corpo, chiamate martello, incudine e staffa perché ricordano in maniera singolare questi oggetti. Gli ossicini costituiscono una catena, un insieme meccanico complesso che riceve gli stimoli acustici, ma non solo passivamente poiché è regolato da muscoli. Gli stimoli pervengono così all'orecchio interno, la stazione d'arrivo, la parte veramente specifica dell'apparato uditivo: una serie di cavità ossee fra loro comunicanti, situate nello spessore dell'osso. Qui si trova l'apparato di trasduzione dell'energia meccanica in energia nervosa, ossia l'organo sensoriale propriamente detto, scoperto verso il 1850 dal ventottenne italiano Alfonso Corti nel laboratorio d'un famoso anatomico svizzero, Rudolf von Kolliker. Caso più unico che raro, dopo questo folgorante debutto scientifico Corti tornò alla sua tenuta di Casteggio, che aveva bisogno di lui dopo la morte del marchese padre, e dello scienziato Corti non si sentì più parlare. Nell'organo di Corti vi sono le cellule acustiche, oltre 20 mila, dotate di ciglia. Le onde acustiche, giunte qui alla fine del loro viaggio, si trasmettono a un liquido incolore e trasparente, l'edolinfa, e ne deriva, a seconda della conseguente iperpressione o depressione, un'inclinazione delle ciglia in un senso o nell'altro. I movimenti ciliari sono l'ultimo fenomeno propriamente meccanico dell'udito. E' verosimile che i movimenti delle ciglia si traducano in variazioni della permeabilità delle cellule del Corti ai vari ioni lì presenti, e che i flussi ionici risultati provochino la liberazione d'un neurotrasmettitore, forse un aminoacido, che va ad agire sui terminali delle fibre del nervo acustico collegate con le cellule. Il neurotrasmettitore dà origine a un potenziale d'azione che si propaga lungo le fibre nervose. L'energia meccanica diventa energia bioelettrica. Stanno per nascere i suoni. I suoni nascono in una zona della corteccia cerebrale principalmente localizzata sulla superficie superiore del lobo temporale, forse anche in due zone ai lati della precedente, e ancora in area situata posteriormente. Le esperienze sugli animali non aiutano molto poiché fra tutti i mammiferi l'uomo fa il massimo uso dei suoni a fini di comunicazione, per cui è possibile che certe strutture e certi meccanismi nervosi presenti nel cervello umano siano assenti in quello di mammiferi subumani. Della corteccia cerebrale uditiva dell'uomo, finora si sa poco. Comunque la conoscenza della fisiologia dell'udito è per molti aspetti soddisfacente. Quanto alla fisiologia propriamente nervosa dell'udito, assistiamo attualmente al suo slancio poiché la tecnologia elettronica permette la registrazione a distanza dei potenziali nervosi e delle loro variazioni. Rimane però un mistero il meccanismo fisio-psichico con il quale un impulso nervoso si traduce nel tono e nel timbro dei suoni che un'orchestra ci fa sentire. Ulrico di Aichelburg


L'EQUILIBRIO La linfa che ci tiene saldi sulle gambe
Autore: U_D_A

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

L'ORECCHIO interno è il punto focale non solo del senso dell'udito ma anche dell'equilibrio statico e dinamico del corpo. Contiene infatti l'apparato vestibolare, registratore della posizione e dei movimenti del corpo nello spazio e del capo rispetto al corpo, punto di partenza di riflessi che regolano l'atteggiamento del corpo e degli arti in funzione dei movimenti del capo. L'apparato vestibolare è un insieme di cavità ossee intercomunicanti, nelle quali vi sono vescicole e canali pure intercomunicanti. Caratteristici sono i canali semicircolari, sottilissimi, incurvati ad arco di cerchio, lunghi un paio di centimetri, disposti su tre piani perpendicolari, orientati secondo le tre dimensioni dello spazio, uno orizzontale e due verticali, in rapporto con un liquido incolore e trasparente, l'endolinfa. Essa, per la legge d'inerzia, compie spostamenti ogniqualvolta il capo fa un movimento, anche di minima ampiezza. Pertanto ogni spostamento, in qualunque piano e con qualunque velocità, determina in ognuno dei canali semicircolari, e talvolta in tutti e tre contemporaneamente, correnti endolinfatiche più o meno marcate. Particolari cellule munite di ciglia vengono stimolate o inibite dagli spostamenti dell'endolinfa. Le ciglia si flettono generando un impulso delle fibre del nervo vestibolare, le quali vanno a terminare nel cervello. In sostanza, l'apparato vestibolare fornisce la sensibilità spaziale e, mediante l'attività riflessa sui muscoli del tronco e degli arti, impedisce che il baricentro del corpo esca dalla base di sostegno (la superficie plantare) e provochi la caduta, il che è condizione necessaria per la stazione eretta e in situazioni di moto complesse quali la marcia, o la corsa. A ciò concorrono anche sensazioni di altra origine, muscolari, tendinee, articolari, visive. (u. d. a.)


ROENTGEN CARD In tasca le radiografie di tutta la vita E con un lettore ottico si sceglie quella da stampare
Autore: PREDAZZI FRANCESCA

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, TECNOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

UNA piccola rivoluzione si prepara negli studi medici tedeschi: inizia l'era della carta radiologica personalizzata, la Roentgen- Card. All'apparenza è una comunissima carta di credito, ma la scritta «Visit» e l'emblema del serpente di Esculapio lasciano sospettare la sua vera funzione. Infatti nella parte inferiore della carta (che ha lo stesso colore di un negativo fotografico) si possono memorizzare 70 radiografie che il paziente può comodamente portarsi in giro nel portafogli. Con un lettore che costa 3 milioni e mezzo di lire il medico curante potrà poi estrarre l'immagine che gli interessa, ingrandirla a piacere o stamparla. Tibia rotta, mandibole o casse toraciche diventano così un documento di proprietà del paziente, al quale attingere senza bisogno di fare ogni volta una nuova lastra. In Germania la Roentgen-Card è già in circolazione nel Baden-Wuerttemberg, gli altri Laender seguiranno l'esempio nel corso del '94. Anche alcune ditte americane, giapponesi ed europee hanno mostrato il loro interesse. Un sistema del genere segna infatti la fine dell'epoca delle ingombranti lastre, da rifare ogni volta che si cambia medico o città, sottoponendo il corpo del paziente a nuove e inutili radiazioni. Già più volte in Germania è stato lanciato l'allarme contro i pericoli noti e ignoti dei raggi X. Di recente il settimanale Der Spiegel ha addirittura dedicato una copertina ai «raggi pericolosi», calcolando che a causa delle radiografie un tedesco in media incassa annualmente una dose tra i 120 e i 200 millirem, dalla più tenera infanzia fino alla vecchiaia. Una comune mammografia comporta infatti una dose di radiazioni di 4000 millirem, mentre 30 millirem sono il limite massimo annuale fissato dalla legge per i dipendenti delle centrali nucleari. La piccola carta plastificata prende il nome dal fisico tedesco, Wilhelm Roentgen, che nel 1895 scoprì i raggi X (e sei anni più tardi ricevette per questo il Premio Nobel) e coprirà abbondantemente il fabbisogno medio di radiografie. Nell'arco di una vita, hanno calcolato gli esperti, in Germania ogni cittadino lascia scattare circa 40 fotografie delle sue parti più interne. C'è chi già adesso considera la Roentgen-Card il primo passo verso il «paziente digitalizzato». In un futuro non lontano, ogni individuo potrebbe portarsi appresso una completa cartella clinica, memorizzata sulla sua tessera personale. Un'idea certamente pratica, che però incontra le resistenze di chi teme le schedature. Anche per questo gli ideatori della carta radiologica, il radiologo dell'Università di Friburgo Matthias Langer e Walter Zahn, titolare di «Visit» (una piccola impresa di software della stessa città) hanno già pensato ai possibili malintenzionati. Per evitare che lo stato di salute del possessore della carta diventi di dominio pubblico, sulla medesima è memorizzata anche un'impronta digitale del paziente. Inizialmente la Roentgen- Card si potrà ottenere a pagamento (per un prezzo di circa cinquantamila lire all'anno), ma non è affatto escluso che le assicurazioni malattia non decidano di assumersi la spesa, che molto probabilmente verrà abbondantemente compensata dalle radiografie risparmiate e dai vantaggi per la salute degli assistiti. Indice del grande interesse è stato il tentativo fallito di comprare il brevetto da parte del colosso farmaceutico Bayer. Nel gioco potrebbe entrare addirittura l'America Express, che non esclude una fusione con la carta radiologica. Tecnicamente è già fattibile e forse tra poco verrà realizzata, così sullo stesso rettangolino di plastica ci porteremo dietro simbolicamente lo stato delle nostre finanze insieme a quello delle nostre ossa. Francesca Predazzi


L'UOMO DI ALTAMURA Prigioniero dei cristalli Lunga e difficile l'opera di recupero
Autore: CARTELLI FEDERICO

ARGOMENTI: ANTROPOLOGIA E ETNOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 104

NON avverrà tanto presto il recupero dei due scheletri del Pleistocene, trovati mesi fa in una grotta delle Murge e denominati dagli studiosi «Altamura uno» e «Altamura due». Lo scheletro di «Altamura uno», appartenuto a un uomo fra i trenta e i trentacinque anni, la cui altezza non oltrepassava il metro e sessantacinque, è racchiuso in un blocco stalagmitico di calcite cristallina che lo ha preservato nei millenni intatto e completo. Lo stesso blocco offre oggi la possibilità per una datazione del reperto pressoché assoluta. Ma la stalagmite che ha «sigillato» tutte le ossa con uno strato ermetico rappresenta anche un formidabile baluardo che soltanto un intervento di recupero supertecnologico è in grado di superare. Preliminare al recupero vero e proprio, è la valutazione della dinamica geocarsica della cavità. Quanto all'estrazione, si stanno effettuando prove di laboratorio che serviranno a perfezionare la tecnica di taglio con l'apporto del laser, perforando le stalagmiti che avvolgono in una morsa cranio e scheletro di «Altamura uno». E' del tutto improponibile, in questa fase di intervento, il tradizionale taglio meccanico delle stalagmiti, che comporta il rischio di danni irreparabili sia al reperto sia allo stesso ambiente ipogeo. Di «Altamura due» non si conosce il grado di conservazione nè se sia coevo al primo; si tende comunque a ritenere che i due scheletri siano del medesimo periodo. Potrebbero essere un uomo e una donna, che vivevano insieme nella grotta, dove potrebbero essere stati bloccati da una frana improvvisa che non ha lasciato loro via di scampo. Ancora oggi, d'altronde, le cavità carsiche intorno al centro urbano di Altamura sono caratterizzate da frane che rendono rischiose anche le esplorazioni degli speleologi. La grotta sotterranea in cui è avvenuta l'importante scoperta si sviluppa in profondità per circa trenta metri. In essa, oltre agli scheletri umani, sono stati trovati resti ossei di animali arcaici. Con questi, la Sopraintendenza archeologica della Puglia ha intenzione di realizzare una mostra documentaria presso il Museo archeologico di Altamura. Federico Cartelli


Scaffale Andreoli Anna e Tarozzi Leone: «L'attività subacquea, fisiologia, tecniche e materiali», Zanichelli
Autore: CABIATI IRENE

ARGOMENTI: DIDATTICA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 104

GLI italiani hanno imparato a non aver paura del mare, a conoscerlo e forse anche ad amarlo. Sono in aumento quelli che, anche attirati dalla moda, si immergono, prendono il brevetto da sub e vanno a esplorare paradisi sommersi. Chi fa sul serio sa che la prudenza è la prima regola da osservare. Il passo successivo, strettamente collegato al primo, è l'approfondimento della disciplina. Le scuole specializzate abbinano alle immersioni la teoria, che spesso si risolve in poche lezioni. Anna Andreoli e Leone Tarozzi hanno redatto un manuale rigoroso che approfondisce gli aspetti scientifici dell'attività subacquea: la fisica (pressione, caratteristiche dei gas, fluidi, acustica); il corpo umano e l'uso corretto delle attrezzature per non danneggiare l'apparato circolatorio, respiratorio e acustico. Si passa poi alla tecnica di immersione dopo aver trattato anche la meteorologia, l'orientamento e l'ambiente. Il volume è corredato di tabelle per la decompressione.


Scaffale Whidden Tom e Levitt Michael: «L'arte e la scienza delle vele, guida alla fabbricazione, alla manutenzione, ai nuovi materiali e alla teoria aerodi namica delle vele», Mursia
Autore: CABIATI IRENE

ARGOMENTI: TECNOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 104

Le telecamere installate sulle barche di Coppa America hanno divulgato molti aspetti della vela. Abbiamo visto vele di carbonio e vele ai cristalli liquidi. In futuro probabilmente questi materiali faranno parte anche dell'equipaggiamento del velista della domenica. Sono molti i fattori che rendono una barca più competitiva: la forma dello scafo, l'equipaggio, l'attrezzatura e, naturalmente, anche la forma delle vele e i materiali con cui sono fatte. Tom Whidden (presidente di una nota fabbrica di vele) e Michel Levitt, giornalista, hanno messo insieme le proprie esperienze e propongono un libro di buon livello tecnico. Si entra con loro in veleria e si impara come si taglia una vela con l'uso del computer; i materiali utilizzati e i tentativi di rendere il tessuto compatibile con la pressione del vento e l'azione della luce e della salsedine. Ma una buona vela per essere efficace deve anche essere usata correttamente rispetto al resto dell'attrezzatura. C'è quindi un bel capitolo dedicato ai suggerimenti a cui si aggiunge qualche consiglio per la manutenzione, utile per preservare il patrimonio che la vela rappresenta.


Scaffale Meggiorin Gianfranco: «Capire il tempo e conoscere il mare», Mursia. Giuliacci Mario: «Il vento e il tempo, previsione meteorolo gica nella pratica sportiva», Mursia
Autore: CABIATI IRENE

ARGOMENTI: METEOROLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 104

Il corredo elettronico che aiuta il marinaio del 2000 nelle comunicazioni e nell'orientamento non ha nulla da invidiare a quello delle navette spaziali. Ma non tutti gli armatori lo impiegano. Anzi, spesso i display hanno una funzione puramente decorativa. I veri marinai usano pochi strumenti e sanno che è fondamentale saper leggere il tempo. Con il fax a bordo si possono ricevere le carte meteo, ma non è facile interpretarle. Le previsioni date alla radio si riferiscono ad aree molto vaste. I vecchi marinai riuscivano a capire le variazioni da sintomi impercettibili. Chi ha questa dote è fortunato. Chi non ce l'ha può provare a coltivarla con i due manuali proposti dalla Mursia. Gianfranco Meggiorin è un navigatore che ha lavorato al centro Meteo Mursia di Portofino e ha scritto un libro dedicato in particolare a chi va per mare. Alla descrizione dei fenomeni abbina volentieri suggerimenti pratici. Mario Giuliacci, responsabile del Servizio Previsioni dell'Osservatorio Meteo di Brera, allarga il suo intervento ad altri settori sportivi come il volo a vela. La sua esposizione comprende quindi anche lo scenario montano ed è talora più approfondita perché riferita essenzialmente al tempo e alle sue manifestazioni.


ARCHEOLOGIA MARINA Sorpresa: navigava il popolo dei nuraghi
Autore: CAPODARTE LEONARDO

ARGOMENTI: ARCHEOLOGIA
NOMI: D'ORIANO RUBENS
LUOGHI: ITALIA, PORTO ROTONDO
NOTE: 104

NON avrei mai immaginato che in un tratto di mare così delimitato potessimo scoprire tante preziose testimonianze del passato». Sono parole dell'archeologo Rubens D'Oriano della Soprintendenza di Sassari e Nuoro, che ha condotto tre brevi campagne di censimento di giacimenti subacquei, fra Porto Rotondo e San Teodoro, in Sardegna. «Abbiamo individuato settanta giacimenti archeologici», ha detto D'Oriano durante l'ottava edizione della Rassegna di archeologia subacquea, a Giardini Naxos (Messina), dove ha illustrato gli straordinari risultati delle prospezioni sottomarine. «In una prossima campagna, forse in primavera, contiamo di censire almeno altri venti siti sommersi con le stesse caratteristiche», ci ha rivelato l'archeologo sardo, che vive ad Olbia. Il «mare d'oro», come viene definito il Mediterraneo per l'abbondanza di tesori storico- archeologici ricoperti dalle acque, non si smentisce mai. Ma nel caso di Porto Rotondo è andato oltre, con una sorpresa che sembra indurre gli studiosi a rivedere molte loro convinzioni sulla misteriosa civiltà dei nuraghi. D'Oriano e i suoi collaboratori hanno riportato alla luce un'ancora in pietra, trovata ad appena due metri di profondità, che risale proprio al periodo nuragico. Ma non s'era sempre pensato che gli uomini dei nuraghi fossero profondamente legati alla terra e alle loro inquietanti costruzioni in pietra e che si fossero ben guardati dal navigare? Il ritrovamento di quest'ancora rimette tutto in discussione e fa pensare come anche i nuragici, vissuti nell'età del bronzo che per la Sardegna corrisponde al periodo dal 1500 al 1000 a.C., abbiano solcato i mari diffondendo la loro civiltà nel Mediterraneo. Assumono un'altra luce non soltanto le «navicelle» votive trovate in discreto numero all'interno dei nuraghi e che starebbero a testimoniare una vocazione marinara di quel popolo, ma anche alcune tracce del loro passato sotto forma di vasi nuragici trovati sia a Creta che nelle isole Lipari. Ma cosa fa ritenere che quest'ancora litica di 75 chilogrammi di peso a forma di trapezio, decorata e con un foro per il cavo di ormeggio sia davvero nuragica? Secondo D'Oriano ci sono diversi elementi a favore: la vicinanza del luogo di ritrovamento a uno dei nuraghi più costieri della Sardegna, il tipo di granito da cui è stata ricavata e che è quello di Porto Rotondo, la decorazione con nove righe parallele di punti incisi che ricorda il sistema decorativo della ceramica indigena a «pettine» tra Bronzo Medio e Recente. Inoltre è la prima ancora decorata trovata in Occidente, le altre sono state rinvenute soltanto in Oriente. Fra il 1500 e il 1000 a.C. un certo traffico marittimo era presente in Mediterraneo, specialmente per il commercio dei metalli. Fra i più attivi si segnalavano i micenei, ossia i greci dell'età del bronzo, quelli della guerra di Troia combattuta nel 1180 a.C. Ma di tutto quel traffico i fondali hanno finora restituito ben poco: appena due relitti, entrambi in Turchia, quello di Capo Gelidonia e l'altro di Yassi Ada. E poi, un numero cospicuo di ancore in pietra sia nel Mediterraneo Orientale (Creta, Cipro, Libano e via dicendo), che in quello occidentale dove il livello organizzativo della società era appena allo stadio di villaggio. I micenei si sono sicuramente spinti in Mar Tirreno, come comprovano oggetti rinvenuti durante scavi effettuati a Lipari. Del resto, ora sappiamo che a Lipari ci sono arrivati anche i nuragici. Sulla base di queste scoperte ci si può aspettare, da un momento all'altro, che il mare restituisca qualche prova che il «popolo che non voleva navigare» in realtà navigò. E che si spinse nel lontano Oriente. «Sono convinta che quest'ancora sia dell'età del bronzo», ci ha detto l'archeologa subacquea inglese Honor Frost. «Ha la stessa forma di ancore di pietra trovate a Cipro; le due isole avevano miniere di rame e sicuramente intrattenevano scambi commerciali». Parole che riaccendono la favola mediterranea degli uomini dei misteriosi nuraghi. Leonardo Capodarte


MARCHIO DI QUALITA' ECOLOGICA Consuma pure, è naturale Arriva anche in Italia l'etichetta ambientalista per i prodotti industriali Tra le procedure per ottenerla, l'ecobilancio di materiali ed energia
Autore: PAVAN DAVIDE

ARGOMENTI: ECOLOGIA, INDUSTRIA, RIFIUTI, RICICLAGGIO
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 104

CARTA igienica fatta «senza abbattere neanche un albero», detersivi che oltre a lavare più bianco mantengono azzurre le acque dei fiumi, cosmetici a base di prodotti naturali: forse tutto questo sarà realtà con la recente approvazione, da parte del Parlamento italiano, della legge di finanziamento dell'Ecolabel, il marchio di qualità ecologica per i prodotti industriali. Il provvedimento, in ottemperanza al regolamento Cee, consentirà alle aziende che lo vorranno e lo meriteranno di «ecoetichettare» i loro prodotti sfruttando un marchio comunitario. L'organo competente per l'assegnazione del marchio sarà costituito dai rappresentanti dei ministeri interessati, degli imprenditori, dei consumatori e delle associazioni ambientaliste. Restano esclusi dal regolamento i prodotti alimentari, le bevande e i prodotti farmaceutici, per i quali sono previste specifiche direttive. L'ecoetichetta è uno strumento già utilizzato in molti Paesi: in Germania esiste dal 1977 (l'Angelo Blu), ma anche in Francia, Gran Bretagna, Danimarca e Stati Uniti esistono iniziative analoghe. I marchi nazionali non scompariranno con l'avvento del marchio comunitario e ogni azienda potrà scegliere l'etichetta Cee o quella nazionale. Questa legge è soltanto un primo passo. Il ministero dell'Ambiente ha annunciato che entro il 1994 sarà introdotto in Italia un altro importante regolamento comunitario destinato a influenzare in senso ecologico il modo di produrre: l'Ecoaudit, una procedura volontaria per il controllo e la gestione delle «performance ambientali» dell'impresa, indirizzata a valutare i rischi ambientali connessi alla sua attività e a individuare sistemi di prevenzione e contenimento dei danni. A differenza della più nota «Valutazione di impatto ambientale» (Via), l'Ecoaudit si applica ad attività in corso e non in progetto: l'adesione delle imprese comporterà l'obbligo della valutazione sistematica da parte di «certificatori autorizzati» (auditors professionisti) che dovranno essere indipendenti dalle attività che sono chiamati a valutare ed essere in grado di ispezionare i processi produttivi e le attrezzature, intervistare il personale, esaminare la documentazione scritta e gli archivi informatici. L'elemento chiave del sistema sarà l'informazione pubblica, che dovrà avvenire attraverso una divulgazione periodica, da parte dell'impresa, di veri e propri «rapporti ambientali» con una descrizione dei risultati ottenuti e dei programmi che intende attuare. Questi documenti saranno soggetti alla convalida formale da parte di un organismo di controllo indipendente e autorizzato. Nel 1989 l'International Chamber of Commerce ha specificato i requisiti essenziali dell'Audit, suddividendolo in pre- audit, audit vero e proprio e post-audit. Tra le attività pre- audit, vi sono la definizione delle priorità che si vogliono controllare (sicurezza degli impianti, gestione dei rifiuti ecc.) e la formazione di un audit team. L'Audit in sè viene effettuato dal team con un'indagine presso lo stabilimento da certificare: esso prevede la compilazione di protocolli per ciascuna delle materie segnalate. Tra le attività post-Audit, la più importante è la messa a punto di un piano d'azione con gli obiettivi da raggiungere entro un certo periodo di tempo, di solito non superiore ai tre anni. Le procedure potranno comprendere anche degli «ecobilanci», ovvero dei bilanci input-output di materia ed energia. Quante e quali sono le risorse naturali utilizzate? Quanti e quali sono i rifiuti prodotti, le emissioni in atmosfera, gli scarichi idrici e le fonti di rumore? Qual è il conto delle spese sostenute dall'impresa per la protezione dell'ambiente, fra spese preventive, di riparazione, obbligatorie e discrezionali? La redazione di un ecobilancio non è semplice, perché da un lato deve basarsi su un metodo applicabile alle differenti realtà d'impresa e dall'altro si imbatte ogni volta in problemi contingenti non risolvibili «a priori». Audit ed ecobilanci sono stati originariamente sperimentati in Svizzera e applicati ad attività manufatturiere del settore alimentare nel 1973. Negli anni successivi sono stati fatti studi anche in altri Stati europei e negli Stati Uniti, dove le aziende di maggiori dimensioni (specialmente nel settore chimico) effettuano periodicamente Audit dei propri impianti. In Italia qualcosa si sta muovendo, specialmente nelle grosse imprese, anche se la spesa per l'ambiente in rapporto al fatturato è dell'1,4 per cento, contro il 2,3 dell'Europa e il 2,4 a livello mondiale. Davide Pavan


CAPODANNO INCERTO Forse siamo già nel 2000 Un errore nell'identificazione dell'anno zero
Autore: CENTINI MASSIMO

ARGOMENTI: METROLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 101

STA per incominciare il 1994 ma forse stiamo già vivendo nell'anno Duemila. Vediamo perché. Alla base di tutto sta il fatto che la data di nascita di Gesù, base del nostro calendario, è ancora tema di dispute. Fino a quando Dionigi il Piccolo (IV secolo) cercò di definire con precisione l'anno in cui nacque Gesù, gli eventi presi come riferimento per la datazione erano molteplici: l'inizio delle olimpiadi, la fondazione di Roma, dati su sovrani egizi e babilonesi. Dionigi si riferì a un versetto di Luca in cui si dice che Giovanni Battista iniziò la sua predicazione nel sedicesimo anno di Tiberio («l'anno decimoquinto di Tiberio Cesare», cioè l'872 di Roma) e ai circa 30 anni di Gesù «quando si fece battezzare»; poi Dionigi sottrasse i 30 anni compiuti dal Messia da 872, ottenendo come data di nascita il 754, che corrisponde all'anno 1 dell'era cristiana. In realtà, questa datazione non tiene conto di una serie di elementi che rimettono in discussione il lavoro di Dionigi, e di conseguenza il nostro calendario. Esaminiamoli. Matteo ci avverte che Gesù nacque al tempo di Erode (2,1); Luca che in «quei giorni uscì un editto di Cesare Augusto che ordinava il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirino era governatore della Siria» (2,1-2). Luca ci fornisce un dato storico importante, poiché, riferendosi all'impero di Augusto, ci permette di definire nitidamente i parametri tra i quali collocare la vicenda: 27 a.C.-14 d.C. Questi i punti fissi: Augusto, Erode, censimento, Quirino. Gesù nacque quando regnava ancora Erode il Grande, che morì quattro anni prima dell'era cristiana, corrispondente all'anno 750 di Roma. Nominato re di Giudea dal Senato romano nel 40 a.C., ma salito al trono il 37 a.C. («regnò 34 anni dacché, ucciso Antigone, aveva assunto il potere, e per trentasette dacché era stato nominato re dai romani», G. Flavio. La Guerra Giudaica, (I,33,8), Erode morì nel 4 a.C., forse nel mese di Nisan (marzo- aprile). A questo punto si comprende che il calcolo di Dionigi non è credibile, poiché Gesù non poteva nascere tre anni dopo la morte di Erode. Questa data deve quindi essere considerata un termine ante quem per la nascita di Cristo. Quando si tenne il censimento citato da Luca? Noi sappiamo che il censimento fu ordinato quando Publio Sulpicio Quirino era governatore di Siria (nominato legatus Caesaris Syriae nel 5-6 d.C. cioè nel 759 anno di Roma); ivi è pertanto una forte incongruenza cronologica che in realtà sposterebbe troppo avanti la datazione, rendendo difficile ogni tentativo di collegamento con quanto riportato da Luca. In effetti bisogna comunque ricordare che Quirino tra il 10 e il 7 a.C. ebbe l'incarico di organizzare la repressione romana contro la tribù degli omanadensi della Cilicia e in quel periodo, benché il campo d'azione fosse sulle montagne dell'Asia Minore, il suo quartier generale era in Siria. Un contributo forse non sufficiente, ma che in realtà è stato considerato come un valido punto di appoggio per la definizione del problema relativo alla datazione della nascita di Cristo. Dunque possiamo ipotizzare che Quirino rivestì in due periodi diversi l'incarico di legato imperiale in Siria: 1) prima della morte di Erode (4 a.C.); 2) intorno al 6 a.C., come afferma anche Flavio Giuseppe (che lo definisce «censitore e giudice della nazione»). Il punto 1 accorda Matteo e Luca, ponendolo in un solo contesto cronologico; mentre il punto 2 dà una fisionomia più definita all'esperienza amministrativa di Quirino nella provincia medio-orientale. A sostegno della doppia presenza di Publio Sulpicio Quirino in Siria, molti studiosi hanno portato il «Lapis Tiburtinus»: un'iscrizione acefala in cui si celebrano una vittoriosa campagna militare, il proconsolato d'Asia e la legatio pro praetore della provincia di Syria et Phoenicia. Il soggetto della dedica è anonimo, ma da molti è ritenuto Quirino, che nell'iscrizione viene ricordato come legatus presente «più volte» (iterum) nella provincia... Va ancora aggiunto che non ci sono altre fonti in cui si faccia espressamente riferimento ad un censimento svoltosi negli anni della venuta di Cristo. Il censimento potrebbe essere stato confuso con un giuramento di fedeltà voluto da Roma, per garantirsi la sottomissione dei sudditi di Erode, dopo che questi aveva condotto un'azione militare contro i Nabatei. Intorno al 7 a.C. fu richiesto ai sudditi di Erode di giurare fedeltà all'impero romano: un fatto che potrebbe essere l'aphographè ricordato da Luca. Inoltre, proprio in quel periodo (6-7 a.C.), si ipotizza la seconda presenza di Publio Sulpicio Quirino in Siria, in veste di sostituto di Senzio Saturnino, allora legato di Siria, ma impegnato in Armenia per placare le interne lotte di successione al trono. Non va dimenticato che la prospettiva storica dei Vangeli è subordinata a quella teologica: anche tutto il problema relativo al censimento andrebbe interpretato in quest'ottica. Un censimento che coinvolse «tutta la terra» (gli storici normalmente tendono a interpretare aikoumene come «tutto l'impero romano») pone, nelle intenzioni di Luca, la nascita di Cristo come orizzonte cosmico, non solo diretto a misurare le aspettative della tradizione giudaica, ma ad andare incontro a tutti gli esseri viventi. Un'indicazione di universalismo che sarà il motivo dominante dell'annuncio evangelico. In sostanza, la nascita di Gesù sembrerebbe da porre sei o sette anni prima dell'anno zero preso a riferimento secondo la valutazione di Dionigi: di conseguenza, oggi dovremmo essere nel 1999, se non addirittura nel 2000. Massimo Centini


CIN-CIN & TIC-TAC Sincronizzate gli orologi]
Autore: CORDARA FRANCO

ARGOMENTI: METROLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 101. Capodanno

POCHI, festeggiando l'anno nuovo a mezzanotte del 31 dicembre, sono consapevoli di quanta storia, quanto lavoro e quanta «politica» sta dietro la misura del tempo. Una legge che ha appena compiuto un secolo di vita, per esattezza il Regio Decreto 490 emanato da re Umberto I, recitava così: «Art. 1 - Il servizio delle strade ferrate in tutto il Regno d'Italia verrà regolato secondo il tempo solare del meridiano situato a 15 gradi all'Est di Greenwich, che si denominerà tempo dell'Europa Centrale; (...); art. 3 - Le disposizioni precedenti entreranno in vigore nell'istante in cui, secondo il tempo specificato all'art. 1, incomincerà il 1 novembre 1893». Questo testo sostituì un precedente decreto, il n. 3224 del 1866, reso necessario dall'espandersi della rete ferroviaria e marittima che imponeva la necessità di uniformare l'ora nell'ambito di uno Stato, che aveva stabilito che l'ora ufficiale della penisola fosse regolata sul tempo medio di Roma e per le isole su quelli di Palermo e di Cagliari. Le definizioni legali dell'ora adottate nei vari Paesi, risalgono generalmente alla fine del secolo scorso e furono una logica conseguenza dell'adozione del sistema internazionale dei fusi orari (1884), che fissò l'origine del conteggio delle ore dal meridiano di Greenwich. L'unità di misura dell'intervallo di tempo allora in vigore era il secondo di giorno solare medio, la cui durata era determinata con osservazioni astronomiche e che rimase in vigore fino al 1960. La definizione di quest'unità, adottata per legge in Italia nel 1928, era: «L'unità legale per le misure di tempo è il secondo di tempo solare medio, cioè la frazione 1/86400 di giorno solare medio...». Questa definizione dovette cedere il passo a quella del «secondo atomico», adottato dalla tredicesima Conferenza dei Pesi e delle Misure: «Il secondo è la durata di 9.192.631.770 periodi della radiazione corrispondente alla transizione tra due livelli iperfini dello stato fondamentale dell'atomo di cesio 133». La disponibilità nei laboratori metrologici di vari Paesi di orologi in grado di realizzare l'unità atomica del secondo, permise al Comitato consultivo per la definizione del secondo, che è un organo tecnico del Comitato internazionale dei Pesi e delle Misure, di formulare questa «Raccomandazione», fatta propria nel 1971 dalla 14 Conferenza dei Pesi e delle Misure: «Il Tempo Atomico Internazionale (Tai) è la coordinata di riferimento temporale, stabilita dal Bureau International de l'Heure, su indicazioni degli orologi atomici che funzionano nei diversi Istituti e seguono la definizione del secondo, unità di tempo del Sistema Internazionale (SI) delle Unità». L'origine di tale scala di tempo fu fissata alle ore 0 di Tempo Universale del 1 gennaio 1958. La nuova unità di misura offriva una precisione almeno mille volte superiore rispetto alle precedenti di derivazione astronomica - che si basavano sul moto di rotazione e su quello di rivoluzione della Terra - e aveva inoltre il grosso vantaggio di essere facilmente riproducibile in laboratorio. Queste proprietà fecero sì che nel 1970 il Comitato Consultivo Internazionale per le Radiocomunicazioni, d'intesa con il Bureau International de l'Heure e l'Unione Astronomica Internazionale, stabilissero che dal 1 gennaio 1972 la nuova unità del secondo venisse adottata anche nelle trasmissioni di segnali di tempo campione che in molti Paesi hanno la funzione di disseminare il tempo legale. Da tale data, l'unità atomica di tempo - il secondo Si - entrò quindi anche negli usi civili. La nuova unità era mediamente più breve di 30 nanosecondi (miliardesimi di secondo) rispetto al valore adottato precedentemente che risentiva, tra l'altro, dell'effetto del rallentamento della velocità di rotazione della Terra. Questa differenza era tale da causare un errore di circa un secondo all'anno tra la scala di tempo atomica e quella basata sulla rotazione terrestre, errore che sarebbe aumentato col passare del tempo e che non poteva essere accettato da quegli utenti, come i naviganti, che hanno bisogno di conoscere la posizione angolare della Terra con una precisione migliore di un secondo. La soluzione trovata dalle organizzazioni scientifiche permise di conciliare le diverse esigenze: si decise che, sempre dal 1972, i segnali di tempo campione radiotrasmessi riproducessero una scala di tempo chiamata Tempo Universale Coordinato (Utc) che aveva come unità di scala il secondo atomico, ma doveva riprodurre il tempo rotazionale con una tolleranza massima di più/- 0,9 secondi. Per ottenere questo, la scala Utc poteva essere corretta a salti interi di un secondo due volte l'anno, se necessario, all'ultimo minuto del 30 giugno o del 31 dicembre. Finora - dicembre 1993 - sono 28 i secondi di ritardo accumulati dalla scala Utc rispetto alla scala di tempo atomica. Più di 40 laboratori di metrologia del tempo nei vari continenti realizzano con i loro campioni atomici una propria scala di tempo che riproduce la scala Utc entro qualche milionesimo di secondo. La scala Utc viene «costruita» dal Bureau International des Poids et Mesures di Parigi, utilizzando i dati di circa 170 orologi atomici dei laboratori metrologici, con una incertezza tale da determinare la durata di un giorno con un errore di qualche miliardesimo di secondo. Alcuni Paesi europei adeguarono negli anni successivi al 1975 le loro leggi riguardanti l'ora legale (da non confondersi con l'ora estiva): la Germania Federale nel 1978, l'Austria nel 1977, la Francia e la Svezia nel 1979 e infine l'Irlanda nel 1992. L'Italia, che ha provveduto ad adottare l'unità atomica di intervallo di tempo nel 1982 e ha attribuito il compito di realizzare il campione nazionale di tempo all'Istituto Elettrotecnico Nazionale Galileo Ferraris (Ien) con la legge n. 273 dell'agosto '91, è ancora una volta in ritardo nell'adeguare una legge che regola un aspetto così importante della vita civile anche se i segnali orari generati, che seguono la scala di tempo Utc e le correzioni ad essa apportate, costituiscono di fatto la base di tempo legale del Paese. L'adeguamento sarebbe un atto dovuto nell'ambito della Convenzione del Metro che l'Italia ha sottoscritto. L'Ien aveva già promosso nel 1989 una campagna di sensibilizzazione in merito, scrivendo al presidente del Consiglio Andreotti per sollecitare un adeguamento del testo di legge agli sviluppi che la misura del tempo aveva avuto negli ultimi vent'anni. Problemi certo più importanti non hanno ancora permesso di accantonare la nostra vecchia legge e di allinearci all'Europa. Franco Cordara Istituto Galileo Ferraris


VARIAZIONI DI TEMPERATURA Il mezzo inverno della città Le attività umane creano un'isola di calore
Autore: MINETTI GIORGIO

ARGOMENTI: ECOLOGIA, METEOROLOGIA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: G. Variazione delle temperatura minima a novembre a Torino e Caselle
NOTE: 102

LE città sono grandiosi serbatoi di calore che, come isole termiche, emergono dal suolo fino a 100 metri d'altezza. Formano queste isole il calore liberato dai motori delle auto, il riscaldamento delle abitazioni e molte delle attività industriali. Da queste fonti artificiali di calore deriva una notevole differenza di temperatura tra la città e la campagna, differenza che oscilla normalmente tra i 3 e i 7 C, con divari massimi di 10 gradi centigradi durante la notte. Soltanto una ventilazione con velocità superiore a sette metri al secondo attenua questo effetto di riscaldamento locale. In città vari termometri digitali posti sui tetti a scopo pubblicitario da banche e altre imprese informano il cittadino circa le temperature del momento. Ma quanto possiamo fidarcene? Basta il fiato di chi rileva i dati per far variare la lettura di un grado. Il termometro deve dunque essere collocato all'ombra, non esposto direttamente ai raggi del sole e il più lontano possibile dai fabbricati per non assorbire il loro irraggiamento. Di norma i meteorologi collocano il termometro a un metro e mezzo dal suolo in una capannina di legno le cui pareti sono formate da persiane di color bianco per riflettere in gran parte la radiazione solare e quella degli oggetti circostanti. Inoltre il suolo, dov'è appoggiata l'incastellatura, deve essere possibilmente curato a prato, in modo che sia meno riflettente della terra, della ghiaia, della pietra e del cemento. Ora, confrontando le temperature rilevate in luoghi diversi, si è giunti alla constatazione che quando l'«uomo della strada» parla di temperatura di una città, può essere facilmente tratto in inganno dai dati forniti dai vari termometri installati sui fabbricati cittadini o presso negozi. Qui pubblichiamo i dati forniti da tre apparecchiature collocate in zone differenti: la prima è quella del Servizio Meteorologico dell'Aeronautica Militare presso l'aeroporto di Caselle (Torino) a quota 275 metri; la seconda è la capannina meteo della ditta torinese Allamano Instrument, fornitrice dei dati quotidiani al nostro giornale, collocata nell'area militare di piazza d'Armi (Torino) a quota 230 metri; la terza rappresenta la media dei termometri installati sui palazzi di Torino. Si può facilmente constatare che i valori rilevati sui palazzi di Torino si discostano notevolmente da quelli rilevati a Caselle e in piazza d'Armi poiché i sensori di quelle apparecchiature sono troppo vicini a sorgenti di calore. Caselle e piazza d'Armi rispondono invece pienamente alle norme meteorologiche. Si noti che la capannina di piazza d'Armi, pur trovandosi nell'area cittadina, è circondata da un'area verde di 2500 metri quadrati senza fabbricati e abitazioni adiacenti. A questo punto il cittadino potrà chiedersi quale sia l'esatto valore della temperatura della sua città, tenuto conto delle svariate sorgenti termiche dirette o indirette che ne alterano l'effettivo valore. Indubbiamente i dati che compaiono in cifre luminose sulla cima dei palazzi sono molto appariscenti ma sviano facilmente chi li osserva. Le centraline o capannine come quella di piazza d'Armi o come le centinaia sparse sul territorio nazionale e gestite dall'Aeronautica Militare, dalle Regioni, dall'Enel, dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), dall'Università e da tutti gli enti pubblici e privati che si occupano del problema danno maggiore garanzia perché riflettono effettivamente la situazione termica dell'agglomerato urbano. Ma qualche grado in più o in meno è poi così importante? Rispondiamo con una ironica affermazione di Goethe nel suo trattato di meteorologia: «Si sono inventati alcuni strumenti che rendono visibili, sotto forma di gradi, questi fenomeni che si toccano quotidianamente. Chi soffre per il freddo o per il caldo sembra quasi tranquillizzato dal fatto di riuscire a esprimere le proprie sofferenze in gradi Celsius o Fahrenheit». Giorgio Minetti


PIETRE PREZIOSE Quei trucchi in gioielleria
Autore: DE CRESCENZO CARAFOLI F.

ARGOMENTI: CHIMICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 102

SE volete comprare un gioiello pensateci bene. Può capitare che facciate un buon affare, che compriate al giusto prezzo o che siate vittime di un bidone. Queste sono le tre possibilità nell'attuale situazione del mercato. Di recente a Milano si è tenuto il convegno «Gemmologia e normativa». Ne son venuti fuori problemi grandi e piccoli, ma sempre irrisolti, che interessano l'uomo della strada (un po' di più della donna) quando si ferma a guardare le vetrine dei gioiellieri. In Italia, oltre al politichese, esiste anche il gemmologese, per cui chi intenda spendere pochi o tanti quattrini in un monile abbellito da pietre preziose entra in un universo in cui la terminologia è a sè stante, suggestiva e fantasiosa. Chi compra una gemma spesso per sua tranquillità ha bisogno del parere dell'esperto, ma i pareri di due esperti diversi raramente combaciano. Ci sono poi modi di dire fuorvianti: quale acquirente sa per esempio che la designazione «rubino di Burma» o «rubino del Siam» è erronea e fa riferimento più alla qualità del colore che al luogo del ritrovamento? Qui il problema non è più l'onestà o la capacità degli esperti: nella certificazione delle pietre preziose non esistono norme di base valide per tutti ma tante costumanze di tradizione variabile. Con il risultato facilmente intuibile che con un'opportuna nebulosità si può praticamente smerciare quasi tutto a qualunque prezzo: vedi certe vendite televisive in cui sono partite fantastiche patacche a prezzi incredibilmente scontati, gridati come si faceva nelle fiere di paese. Molto sta anche facendo la tecnica per contribuire a confondere le idee, truccando artificialmente le gemme con irradiazioni, riscaldamenti in forni speciali che modificano e falsano il colore. Dove il colore ottenuto, spesso più brillante di quello naturale, in genere svanisce con il tempo. Con speciali resine è possibile anche far sparire le fratture: comune è il caso dello smeraldo e ultimamente quello del diamante. Benvenuto allora il convegno milanese, che ha presentato regole curate dall'Uni, organismo preposto allo studio e alla pubblicazione di norme tecniche valide per tutti. Al convegno si è sentita la necessità di chiarezza in tutte le categorie presenti; e insieme il timore che come, tanti altri buoni propositi all'italiana, manchi poi una vera volontà politica all'attuazione definitiva. Se le associazioni di categoria saranno, com'è sembrato, a sufficienza convinte, si arriverà a una normalizzazione, ufficializzata in qualche modo per legge. Se prevarrà la furbizia, in definitiva sempre controproducente, non se ne farà niente. Se le norme Uni passeranno, stabilita una volta per tutte la gradazione del colore per mezzo delle pietre di paragone, dal gioielliere succederanno scenette più o meno così: «Cara signora posso darle questo splendido esemplare di diamante, taglio rettangolare riportato nella tabella Uni 10173, pagina 14, capoverso 1 eccetera...». Ma attenzione] Veronique De Mol della scuola di scienze criminologiche dell'Università di Bruxelles (Ulb) ha fatto una tesi, depositata recentemente all'Hrd, l'alto consiglio dei diamanti di Anversa con il titolo: «Il certificato del diamante, mezzo di prevenzione o fattore criminogeno?» lasciando aperto qualche dubbio sui rischi possibili di tutta la questione. F. de Crescenzo Carafoli Università di Genova


NUOVE NORME Di notte non spegnete la caldaia Tenendo gli impianti di riscaldamento sempre accesi e a temperatura costante si inquina di meno e si risparmia combustibile: anche la legge se n'è accorta
Autore: LIBERO LEONARDO

ARGOMENTI: ECOLOGIA, ENERGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 102

IL testo della Legge n. 10/1991 sull'uso razionale dell'energia inizia così: «Al fine di... ridurre i consumi... e di migliorare le condizioni di compatibilità ambientale... a parità di servizio reso e di qualità della vita...». Quindi dei risparmi e dei miglioramenti non dovrebbe soffrire l'utenza. Bene, il nuovo Regolamento sugli impianti termici («Gazzetta Ufficiale» del 14 ottobre '93), attuativo di quella Legge, conferma la norma che essi vengano spenti lo stesso giorno, il 15 aprile, a Roma e a Torino. Nonostante sia ovvio che l'inverno a Torino è molto più freddo e più lungo che a Roma; e nonostante che per questo in passato il sindaco di Torino, ogni anno, abbia dovuto far prorogare i riscaldamenti oltre quella data e anche fino a maggio inoltrato. Una norma, quindi, che razionale non è, perché questo Regolamento - astruso per gli specialisti, figurarsi per i comuni cittadini - è l'ennesimo frutto del vizio italico di legiferare in base a pii desideri anziché ai fatti, e aggravato da una minuziosità maniacale. Una metà delle sue 116 (]) pagine è occupata dall'elenco dei comuni italiani, ciascuno col numero dei suoi «gradi giorno»; che è la somma delle differenze fra una serie di temperature esterne rilevate sul luogo e i 20 C, assunti a priori come ottimali; somma poi ancora corretta in funzione dell'altezza sul mare del comune. Da quel numero dipendono calendario e orario di funzionamento degli impianti. Se poi accade che ne escano delle assurdità - come pretesa uguaglianza del clima di aprile a Roma e a Torino - è perché il tutto si basa su un dato arbitrario. Non è infatti di 20 C la «temperatura di comfort» in abitazione, bensì di 22-24 C. Lo ha sperimentalmente stabilito un luminare mondiale della materia, il professor Fanger dell'Università di Copenaghen. Senza dire che la necessità di scaldarsi, come quelle di mangiare e di bere, è fisiologica; che il porvi limiti arbitrari spinge le persone ad aggirarli, in genere con stufe elettriche; e che quella sì è un'eresia energetica, specie in Italia dove l'elettricità è per lo più prodotta bruciando petrolio. L'altra metà del Regolamento contiene definizioni, prescrizioni, formule, eccezioni; tante e così intrecciate, che per progettare un impianto o verificarne la conformità anche i più esperti dovranno usare uno speciale programma da computer. E gran parte di tali astrusità è in omaggio a un mito che trova credito solo in Italia: quello che per limitare consumi e inquinamento sia utile, anzi indispensabile, spegnere i riscaldamenti ogni giorno per un certo numero di ore. Un mito che, al contrario, fa aumentare i consumi, perché è più dispendioso riportare uno stabile in temperatura che mantenercelo; cosa più volte spiegata su «La Stampa», anche da un fisico illustre come Tullio Regge. Un mito che fa aumentare l'inquinamento, massimo nella prima ora di accensione degli impianti; i quali andrebbero quindi accesi una volta all'anno, non una volta al giorno. Un mito che per di più abbrevia molto la vita delle caldaie. Per fortuna, a merito del fin qui criticato Regolamento, va detto che esso dà una prima picconata proprio a quel mito irrazionale e antieconomico. Per la prima volta esso permette infatti il funzionamento continuo, sia pure entro limiti di temperatura, per alcune categorie di impianto dotate di termoregolatore e programmatore automatici. E poiché vi dovrebbero essere compresi anche quelli di grandi condominii, potrebbe essere una novità rilevante; a beneficio di tasche e polmoni dei cittadini. E' prudente usare il condizionale poiché, per la complessità delle nuove norme tecniche, forse di nessuno stabile si può affermare a priori che sia già di regola. Sarà compito degli amministratori fare le necessarie verifiche e informare gli utenti sui vantaggi di comfort e di spesa che verrebbero dal funzionamento continuo degli impianti. Leonardo Libero


ARMI IN CIELO La sentinella antimissile Un aereo senza pilota, a energia solare, sempre in volo e dotato di missili potrà scongiurare ogni eventuale attacco atomico contro gli Stati Uniti
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: ARMI, TECNOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: RAPTOR TALON
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 102

SI chiamano «Raptor» (Rapace) e «Talon» (Artiglio). Il primo è un aereo molto speciale, a energia solare e senza pilota. L'altro un piccolo missile-killer. Insieme costituiranno una delle prime realizzazioni operative di quel progetto di «guerre stellari» ideato da Reagan, messo in sordina dalla fine della guerra fredda, ma mai abbandonato. Al di là della chiara simbologia connessa con queste denominazioni va detto che «Raptor» è l'acronimo di «Responsive aircraft programme for theatre operations» mentre «Talon» significa «Theatre application-launch on notice». Compito di questa accoppiata sarà quello di sorvolare in continuazione a una quota tra i 20 e i 30 mila metri le regioni in cui sono installati missili balistici «di teatro», cioè missili tattici, e di distruggerli in volo. Il progetto ha ricevuto una spinta decisiva dalla guerra del Golfo, quando gli Scud di Saddam Hussein, nonostante la loro scarsa efficacia, misero in evidenza la mancanza di un ombrello efficace contro questo tipo di minaccia, che nella circostanza dovette essere fronteggiata, non sempre con successo, tramite i missili antiaerei «Patriot». Da quel momento l'attenzione dello Stategic defense initiative office (Sdi) fu spostata dai grandi missili balistici intercontinentali a quelli tattici. Il modello del «Raptor», chiamato Pathfinder dal suo costruttore, è stato provato per la prima volta alla fine di ottobre nella grande base aerea dell'Usaf di Edwards, in California, dove ha volato per una quarantina di minuti. E' un velivolo «tutt'ala» di 30 metri di apertura, appena 200 chilogrammi di peso, otto motori elettrici alimentati da 60 metri quadrati di celle solari; è stato progettato dallo scienziato Paul MacCready sulla base dell'esperienza accumulata con una serie di velivoli solari sperimentati negli anni scorsi, l'ultimo dei quali, il «Solar Challenger», divenne celebre per aver attraversato la Manica. Con MacCready e con la società AeroVironnement da lui fondata nel '71 in California, hanno collaborato ricercatori dello Sdi, del celebre Lawrence Livermore National Laboratory e, pare, israeliani. Pathfinder è il predecessore di un velivolo ancora più rivoluzionario che viene indicato come Perpetual, e che sarà il vero Raptor operativo; sarà in grado di volare per un tempo indefinito grazie a un sistema di batterie che durante il giorno immagazzineranno l'energia necessaria per far funzionare i motori durante la notte e per fornire l'elettricità alle apparecchiature di bordo; avrà un'apertura alare doppia rispetto al predecessore, 60 metri, e ben 16 motori. Il grosso problema ancora da risolvere è proprio quello delle batterie rigenerabili, il cui peso sarà la metà del peso dell'intero velivolo. Si tratterà di celle a combustibile che per la messa a punto richiederanno ancora da 18 a 30 mesi. Ogni velivolo, pilotato via radio da terra, sarà dotato di quattro «Talon», il cui sviluppo procede di pari passo. Si tratta di un missile a energia cinetica, cioè in grado di distruggere il missile avversario senza carica esplosiva ma solo con l'impatto violentissino dovuto all'energia accumulata grazie alla elevatissima velocità: lungo un metro e 70 centimetri, pesante appena una ventina di chilogrammi, con una gittata prevista tra i 50 e i 220 chilometri, si dirigerà sul bersaglio a quasi 12 mila chilometri l'ora. Il sistema Raptor-Talon opererà in modo autonomo, senza intervento umano, grazie a un potente e velocissimo computer che terrà sotto controllo tutta la rapidissima sequenza; una volta che i sensori all'infrarosso del velivolo avranno individuato la traccia del missile in partenza dalla sua rampa daranno automaticamente il via a una serie di operazioni che entro 20 secondi (il tempo in cui il missile bersaglio percorrerà i primi due chilometri e mezzo) accenderanno il motore di uno dei quattro Talon; questo si alzerà dal velivolo dapprima verticalmente poi si disporrà in orizzontale, guidato per un tratto dall'aereo e successivamente dai propri sensori, fino all'appuntamento con il bersaglio, che avverrà a circa 45 mila metri di quota e solamente ottanta secondi dopo l'istante del decollo. Vittorio Ravizza


CORTEGGIAMENTI FRA API Spicciati a decidere Un minuto e vado
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ETOLOGIA, ZOOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

BISOGNA dire che gli scienziati sono dei tipi originali. Per studiare il comportamento di un'ape, la Antho phora plumipes, lo zoologo inglese Graham N. Stone piazza una sedia a sdraio nel bel mezzo del posteggio auto dell'Università di Oxford e se ne sta lì seduto tutto intabarrato fino a 15 ore al giorno, con il solo conforto di qualche tazza di caffè. In quella postazione rimane per tre primavere consecutive, le fredde primavere britanniche, per osservare da vicino l'andirivieni di migliaia di api che nidificano in quella stagione in un muro che separa due college dell'università. La Anthophora plumipes è un'ape solitaria, ricoperta da un fitto manto di lunghi peli, grossa il doppio della comune ape da miele. Maschi e femmine si riconoscono facilmente dal colore. I primi sono bruno- rossicci, le seconde sono nere. Questa specie di api trascorre l'inverno allo stadio di pupa, l'ultimo della metamorfosi, dal quale sfarfalla poi l'insetto adulto. I maschi sfarfallano prima delle femmine, addirittura alla fine di febbraio, se l'inverno non è troppo rigido. Appena viene alla luce, ciascuno si dà immediatamente alla conquista di un territorio nei campi e nei giardini fioriti. Le femmine emergono dallo stadio larvale verso la metà di marzo e subito si mettono a scavare alacremente un nido- tunnel individuale nel muro. Una volta scavato il nido, l'ape lo tappezza di fango, che comprime con una placca liscia posta all'estremità dell'addome. Poi consolida il fango con una speciale secrezione ghiandolare. Così la celletta è pronta. L'ape potrà riempirla di nettare e polline e vi depositerà sopra un uovo. La larva che ne sguscerà troverà a portata di mano tutto il cibo di cui ha bisogno per crescere. La mattina presto, verso le cinque e mezzo, le api femmine escono dai nidi dove hanno passato la notte e partono in volo alla ricerca di nettare e polline. E' ancora buio. La temperatura è di circa 5C. Sono bottinatrici formidabili. Svolazzano per i campi in fiore fino alle nove di sera e non le arresta nè il freddo nè la pioggia. La maggior parte degli altri insetti è incapace di volare quando la temperatura esterna è troppo rigida. Debbono prima riscaldarsi esponendosi ai raggi del sole. Le Anthophora, come i calabroni, hanno la capacità fisiologica di produrre calore loro stesse. Per poter volare, la temperatura del corpo non deve essere inferiore ai 25C e per raggiungerla fanno vibrare energicamente le ali. Come lo studioso ha potuto constatare in laboratorio, in questa manovra, che equivale in un certo senso al nostro tremar di freddo, solo il l5 o 20 per cento dell'energia chimica che si produce si converte in movimento delle ali. Il resto si trasforma in calore e fa aumentare la temperatura corporea. Occorre naturalmente un certo tempo perché l'ape si riscaldi al punto giusto. Se per esempio fuori ci sono otto gradi, ci vogliono dieci minuti prima che l'insetto raggiunga la temperatura atta al volo. Volare velocemente è per l'ape questione di vita o di morte. Perché, appostati nei dintorni, sono in agguato vari uccelli, come cince azzurre e cinciallegre, pronti a catturarle appena escono dai nidi. Nel volo di andata le femmine, rapide come saette, riescono a sfuggire alla cattura e i maschi, superbi acrobati aerei, non sono da meno. Un maschio è capace di compiere in volo un giro di 90 gradi nel tempo record di un venticinquesimo di secondo. Più vulnerabili sono le femmine quando ritornano dai voli di approvvigionamento, appesantite come sono dal carico di polline. I maschi abbandonano i nidi poco dopo le femmine, nelle giornate calde. Ma quando fa freddo indugiano anche un paio d'ore prima di uscire all'aperto. Qui controllano i loro territori e soprattutto cercano moglie. Nell'affannosa ricerca dell'anima gemella, danno prova di essere realmente a sangue caldo anche in senso metaforico. Se un maschio estraneo gli invade il territorio, il legittimo proprietario ingaggia un combattimento furioso con il rivale e lo costringe con le buone o con le cattive a volarsene via. Però basta che compaia all'orizzonte una femmina, perché la disputa territoriale si interrompa bruscamente e abbia inizio il corteggiamento. Le femmine, dal canto loro, devono tenere a bada la focosità dei pretendenti e difendersi dalle loro attenzioni troppo aggressive. Per circa un minuto di orologio il maschio pedina la femmina intenta a bottinare nettare e polline da un fiore all'altro. Si forma spesso un codazzo di sei o sette pretendenti che le svolazzano dietro, mantenendosi a una decina di centimetri di distanza. Poi con mossa fulminea quello che le sta più vicino l'afferra alla vita con le zampe. La coppia cade a terra e qui lei, se non ne vuol sapere del pretendente, lotta strenuamente con zampe e mandibole per svincolarsi dalla stretta. Ma se invece è recettiva, consente al maschio di agitarle davanti il suo marchingegno spruzzaprofumi, il ciuffo di peli con cui termina il secondo paio di zampe, imbevuto di feromoni sessuali. Così, inondata di afrodisiaci, la femmina si lascia docilmente fecondare. Gli altri corteggiatori non rinunciano però ai loro piani. Uno di loro immediatamente si avvicina alla coppia e tenta di spodestare il maschio per prendere il suo posto. Non è detto però che la femmina accetti passivamente la sostituzione. Se il nuovo venuto non le garba, lo rifiuta sdegnosamente e se ne vola via, lasciandolo a bocca asciutta. E' sempre lei, insomma, che ha l'ultima parola. Comunque le chances degli altri pretendenti non sono tramontate, perché la femmina, se è di genio, si mostra molto disponibile. Si lascia allora tranquillamente fecondare da un maschio dopo l'altro, ogni due o tre secondi. Isabella Lattes Coifmann


IN BREVE Università spaziale come iscriversi
ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, UNIVERSITA'
ORGANIZZAZIONI: ISU
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

L'International Space University (Isu) è un'organizzazione internazionale per la formazione in campo spaziale. La prima sessione estiva dell'Isu, a cui parteciparono 104 studenti di 21 Paesi, fu ospitata dal Massachusetts Institute of Technology di Boston nel 1988. Oggi, più di 725 studenti provenienti da 50 nazioni hanno seguito con successo il programma dell'Isu, che offre la possibilità di frequentare una serie propedeutica di corsi di base in nove discipline: architettura dei sistemi spaziali, ingegneria spaziale, gestione delle attività spaziali, scienze biomediche, legislazione delle attività spaziali, sfruttamento delle risorse, astrofisica, telecomunicazioni e scienze umanistiche applicate allo spazio. Nel prossimo corso estivo, che si terrà all'Università di Barcellona, in Spagna, dal 25 giugno al 2 settembre, gli studenti si confronteranno con due progetti di grande attualità: un sistema globale di tele-educazione e tele-medicina, e un programma per l'esplorazione del sistema solare attraverso una serie di missioni automatiche a basso costo. Gli interessati possono inviare il loro nome, indirizzo e numero di telefono al seguente recapito: Maria Antonietta Perino c/o Alenia Spazio - Corso Marche 41 - 10146 Torino, facendo richiesta della domanda di ammissione che va presentata entro il 15 gennaio 1994. Requisiti fondamentali richiesti sono un diploma universitario e l'ottima conoscenza della lingua inglese.


IN BREVE Nel miele d'arancio c'è anche la caffeina
ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

La credevano una frode, invece le analisi di laboratorio hanno provato che la caffeina è una componente naturale dei fiori d'arancio, e quindi del miele che se ne ricava. La prima segnalazione in letteratura arriva dai Servizi Veterinari di Alessandria, che avevano analizzato alcuni campioni alla ricerca di residui tossici.


IN BREVE Aviano, festa dei malati guariti dal cancro
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

In occasione del suo decimo compleanno il Centro di riferimento oncologico nazionale di Aviano (Pordenone) ha organizzato una giornata dedicata ai suoi pazienti guariti dal cancro, invitandoli a testimoniare la loro vittoria sulla malattia. Ne sono arrivati circa 800: è stato il primo congresso sui tumori che abbia dato voce agli ammalati e non soltanto ai medici. Tutti erano ad almeno 5 anni dalla prima diagnosi. Le statistiche danno buone percentuali di guarigione soprattutto per i carcinomi dell'utero (70 per cento), della mammella (65 per cento), della laringe (55 per cento) e del colon (50 per cento), oltre che per i melanomi (60 per cento). I farmaci che hanno dato i migliori risultati sono la fludarabina per alcuni tipi di linfomi, l'interleukina-2 per il carcinoma renale e la pentostatina contro la leucemia.


IN BREVE Una famiglia di orsi dalla Bosnia al Friuli
ARGOMENTI: ZOOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

Spaventato dai bombardamenti, un branco di orsi ha lasciato il suo habitat nella Bosnia settentrionale, ha attraversato Croazia e Slovenia e si è insediato in alta Val Isonzo. A tutela degli allevatori, preoccupati per il loro bestiame, la Regione ha predisposto un fondo di indennizzo e l'allestimento di un frutteto perché in mancanza del loro cibo naturale gli orsi attaccavano le pecore.


IN BREVE Su «Pegaso» di scena le pulsar
ARGOMENTI: ASTRONOMIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

Un ampio articolo sulle pulsar di Piero Tempesti compare su «Pegaso», rivista dell'Associazione Astronomica Umbra (viale Indipendenza 10, Perugia). Nel '93 «Pegaso» ha pubblicato complessivamente quasi 200 pagine di divulgazione sui fenomeni del cielo. L'abbonamento annuo costa 12 mila lire.


IN BREVE Contro l'emicrania mangiate lattuga
ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

Un neurologo cubano ha sperimentato con successo un nuovo medicinale a base di lattuga: funziona contro il mal di testa ed è utile anche come lieve tranquillante. Delle mille persone sottoposte all'esperimento, l'85 per cento si è liberato dell'emicrania. Non è chiaro se il farmaco arriverà in Europa.


L'ORECCHIO Eppur si sente... E' ancora un mistero il meccanismo fisio-psichico per cui un impulso nervoso si traduce nel tono e nel timbro dei suoni che sentiamo in un'orchestra
Autore: DI AICHELBURG ULRICO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

L E onde sonore sono vibrazioni che si propagano nell'aria alla velocità di 340 metri al secondo (velocità superata dagli aerei supersonici, che oltrepassano la barriera del suono). Lo stimolo acustico è dunque una vibrazione molecolare la cui energia è captata dall'orecchio. L'orecchio trasforma tale informazione e la trasmette a particolari zone della corteccia cerebrale, i centri uditivi, dove diventa un suono. Affinché sia udibile, lo stimolo deve avere certe caratteristiche fisiche, variabili da una specie animale all'altra. La frequenza dello stimolo vibratorio è la chiave del messaggio sonoro. Nell'uomo la frequenza deve essere compresa fra 20 e 20 mila Hz al secondo. Al di sotto di 20 non udiamo nulla, ma non udiamo nulla neppure quando le vibrazioni sono al di sopra di 20 mila. Gli «ultrasuoni», che hanno oggi molte applicazioni in medicina, non ci danno sensazioni di rombi o di scrosci come si potrebbe supporre, ma sono del tutto silenziosi. Li odono invece alcuni animali, ad esempio i pipistrelli. In concomitanza con le vibrazioni dell'aria, vibra al fondo del condotto uditivo la membrana del timpano, e al di là del timpano oscilla la catena degli ossicini nell'orecchio medio, una cameretta di un centimetro cubo scavata nell'osso temporale del cranio, una specie di cassaforte contenente le più piccole ossa del nostro corpo, chiamate martello, incudine e staffa perché ricordano in maniera singolare questi oggetti. Gli ossicini costituiscono una catena, un insieme meccanico complesso che riceve gli stimoli acustici, ma non solo passivamente poiché è regolato da muscoli. Gli stimoli pervengono così all'orecchio interno, la stazione d'arrivo, la parte veramente specifica dell'apparato uditivo: una serie di cavità ossee fra loro comunicanti, situate nello spessore dell'osso. Qui si trova l'apparato di trasduzione dell'energia meccanica in energia nervosa, ossia l'organo sensoriale propriamente detto, scoperto verso il 1850 dal ventottenne italiano Alfonso Corti nel laboratorio d'un famoso anatomico svizzero, Rudolf von Kolliker. Caso più unico che raro, dopo questo folgorante debutto scientifico Corti tornò alla sua tenuta di Casteggio, che aveva bisogno di lui dopo la morte del marchese padre, e dello scienziato Corti non si sentì più parlare. Nell'organo di Corti vi sono le cellule acustiche, oltre 20 mila, dotate di ciglia. Le onde acustiche, giunte qui alla fine del loro viaggio, si trasmettono a un liquido incolore e trasparente, l'edolinfa, e ne deriva, a seconda della conseguente iperpressione o depressione, un'inclinazione delle ciglia in un senso o nell'altro. I movimenti ciliari sono l'ultimo fenomeno propriamente meccanico dell'udito. E' verosimile che i movimenti delle ciglia si traducano in variazioni della permeabilità delle cellule del Corti ai vari ioni lì presenti, e che i flussi ionici risultati provochino la liberazione d'un neurotrasmettitore, forse un aminoacido, che va ad agire sui terminali delle fibre del nervo acustico collegate con le cellule. Il neurotrasmettitore dà origine a un potenziale d'azione che si propaga lungo le fibre nervose. L'energia meccanica diventa energia bioelettrica. Stanno per nascere i suoni. I suoni nascono in una zona della corteccia cerebrale principalmente localizzata sulla superficie superiore del lobo temporale, forse anche in due zone ai lati della precedente, e ancora in area situata posteriormente. Le esperienze sugli animali non aiutano molto poiché fra tutti i mammiferi l'uomo fa il massimo uso dei suoni a fini di comunicazione, per cui è possibile che certe strutture e certi meccanismi nervosi presenti nel cervello umano siano assenti in quello di mammiferi subumani. Della corteccia cerebrale uditiva dell'uomo, finora si sa poco. Comunque la conoscenza della fisiologia dell'udito è per molti aspetti soddisfacente. Quanto alla fisiologia propriamente nervosa dell'udito, assistiamo attualmente al suo slancio poiché la tecnologia elettronica permette la registrazione a distanza dei potenziali nervosi e delle loro variazioni. Rimane però un mistero il meccanismo fisio-psichico con il quale un impulso nervoso si traduce nel tono e nel timbro dei suoni che un'orchestra ci fa sentire. Ulrico di Aichelburg


L'EQUILIBRIO La linfa che ci tiene saldi sulle gambe
Autore: U_D_A

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

L'ORECCHIO interno è il punto focale non solo del senso dell'udito ma anche dell'equilibrio statico e dinamico del corpo. Contiene infatti l'apparato vestibolare, registratore della posizione e dei movimenti del corpo nello spazio e del capo rispetto al corpo, punto di partenza di riflessi che regolano l'atteggiamento del corpo e degli arti in funzione dei movimenti del capo. L'apparato vestibolare è un insieme di cavità ossee intercomunicanti, nelle quali vi sono vescicole e canali pure intercomunicanti. Caratteristici sono i canali semicircolari, sottilissimi, incurvati ad arco di cerchio, lunghi un paio di centimetri, disposti su tre piani perpendicolari, orientati secondo le tre dimensioni dello spazio, uno orizzontale e due verticali, in rapporto con un liquido incolore e trasparente, l'endolinfa. Essa, per la legge d'inerzia, compie spostamenti ogniqualvolta il capo fa un movimento, anche di minima ampiezza. Pertanto ogni spostamento, in qualunque piano e con qualunque velocità, determina in ognuno dei canali semicircolari, e talvolta in tutti e tre contemporaneamente, correnti endolinfatiche più o meno marcate. Particolari cellule munite di ciglia vengono stimolate o inibite dagli spostamenti dell'endolinfa. Le ciglia si flettono generando un impulso delle fibre del nervo vestibolare, le quali vanno a terminare nel cervello. In sostanza, l'apparato vestibolare fornisce la sensibilità spaziale e, mediante l'attività riflessa sui muscoli del tronco e degli arti, impedisce che il baricentro del corpo esca dalla base di sostegno (la superficie plantare) e provochi la caduta, il che è condizione necessaria per la stazione eretta e in situazioni di moto complesse quali la marcia, o la corsa. A ciò concorrono anche sensazioni di altra origine, muscolari, tendinee, articolari, visive. (u. d. a.)


ROENTGEN CARD In tasca le radiografie di tutta la vita E con un lettore ottico si sceglie quella da stampare
Autore: PREDAZZI FRANCESCA

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, TECNOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 103

UNA piccola rivoluzione si prepara negli studi medici tedeschi: inizia l'era della carta radiologica personalizzata, la Roentgen- Card. All'apparenza è una comunissima carta di credito, ma la scritta «Visit» e l'emblema del serpente di Esculapio lasciano sospettare la sua vera funzione. Infatti nella parte inferiore della carta (che ha lo stesso colore di un negativo fotografico) si possono memorizzare 70 radiografie che il paziente può comodamente portarsi in giro nel portafogli. Con un lettore che costa 3 milioni e mezzo di lire il medico curante potrà poi estrarre l'immagine che gli interessa, ingrandirla a piacere o stamparla. Tibia rotta, mandibole o casse toraciche diventano così un documento di proprietà del paziente, al quale attingere senza bisogno di fare ogni volta una nuova lastra. In Germania la Roentgen-Card è già in circolazione nel Baden-Wuerttemberg, gli altri Laender seguiranno l'esempio nel corso del '94. Anche alcune ditte americane, giapponesi ed europee hanno mostrato il loro interesse. Un sistema del genere segna infatti la fine dell'epoca delle ingombranti lastre, da rifare ogni volta che si cambia medico o città, sottoponendo il corpo del paziente a nuove e inutili radiazioni. Già più volte in Germania è stato lanciato l'allarme contro i pericoli noti e ignoti dei raggi X. Di recente il settimanale Der Spiegel ha addirittura dedicato una copertina ai «raggi pericolosi», calcolando che a causa delle radiografie un tedesco in media incassa annualmente una dose tra i 120 e i 200 millirem, dalla più tenera infanzia fino alla vecchiaia. Una comune mammografia comporta infatti una dose di radiazioni di 4000 millirem, mentre 30 millirem sono il limite massimo annuale fissato dalla legge per i dipendenti delle centrali nucleari. La piccola carta plastificata prende il nome dal fisico tedesco, Wilhelm Roentgen, che nel 1895 scoprì i raggi X (e sei anni più tardi ricevette per questo il Premio Nobel) e coprirà abbondantemente il fabbisogno medio di radiografie. Nell'arco di una vita, hanno calcolato gli esperti, in Germania ogni cittadino lascia scattare circa 40 fotografie delle sue parti più interne. C'è chi già adesso considera la Roentgen-Card il primo passo verso il «paziente digitalizzato». In un futuro non lontano, ogni individuo potrebbe portarsi appresso una completa cartella clinica, memorizzata sulla sua tessera personale. Un'idea certamente pratica, che però incontra le resistenze di chi teme le schedature. Anche per questo gli ideatori della carta radiologica, il radiologo dell'Università di Friburgo Matthias Langer e Walter Zahn, titolare di «Visit» (una piccola impresa di software della stessa città) hanno già pensato ai possibili malintenzionati. Per evitare che lo stato di salute del possessore della carta diventi di dominio pubblico, sulla medesima è memorizzata anche un'impronta digitale del paziente. Inizialmente la Roentgen- Card si potrà ottenere a pagamento (per un prezzo di circa cinquantamila lire all'anno), ma non è affatto escluso che le assicurazioni malattia non decidano di assumersi la spesa, che molto probabilmente verrà abbondantemente compensata dalle radiografie risparmiate e dai vantaggi per la salute degli assistiti. Indice del grande interesse è stato il tentativo fallito di comprare il brevetto da parte del colosso farmaceutico Bayer. Nel gioco potrebbe entrare addirittura l'America Express, che non esclude una fusione con la carta radiologica. Tecnicamente è già fattibile e forse tra poco verrà realizzata, così sullo stesso rettangolino di plastica ci porteremo dietro simbolicamente lo stato delle nostre finanze insieme a quello delle nostre ossa. Francesca Predazzi


L'UOMO DI ALTAMURA Prigioniero dei cristalli Lunga e difficile l'opera di recupero
Autore: CARTELLI FEDERICO

ARGOMENTI: ANTROPOLOGIA E ETNOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 104

NON avverrà tanto presto il recupero dei due scheletri del Pleistocene, trovati mesi fa in una grotta delle Murge e denominati dagli studiosi «Altamura uno» e «Altamura due». Lo scheletro di «Altamura uno», appartenuto a un uomo fra i trenta e i trentacinque anni, la cui altezza non oltrepassava il metro e sessantacinque, è racchiuso in un blocco stalagmitico di calcite cristallina che lo ha preservato nei millenni intatto e completo. Lo stesso blocco offre oggi la possibilità per una datazione del reperto pressoché assoluta. Ma la stalagmite che ha «sigillato» tutte le ossa con uno strato ermetico rappresenta anche un formidabile baluardo che soltanto un intervento di recupero supertecnologico è in grado di superare. Preliminare al recupero vero e proprio, è la valutazione della dinamica geocarsica della cavità. Quanto all'estrazione, si stanno effettuando prove di laboratorio che serviranno a perfezionare la tecnica di taglio con l'apporto del laser, perforando le stalagmiti che avvolgono in una morsa cranio e scheletro di «Altamura uno». E' del tutto improponibile, in questa fase di intervento, il tradizionale taglio meccanico delle stalagmiti, che comporta il rischio di danni irreparabili sia al reperto sia allo stesso ambiente ipogeo. Di «Altamura due» non si conosce il grado di conservazione nè se sia coevo al primo; si tende comunque a ritenere che i due scheletri siano del medesimo periodo. Potrebbero essere un uomo e una donna, che vivevano insieme nella grotta, dove potrebbero essere stati bloccati da una frana improvvisa che non ha lasciato loro via di scampo. Ancora oggi, d'altronde, le cavità carsiche intorno al centro urbano di Altamura sono caratterizzate da frane che rendono rischiose anche le esplorazioni degli speleologi. La grotta sotterranea in cui è avvenuta l'importante scoperta si sviluppa in profondità per circa trenta metri. In essa, oltre agli scheletri umani, sono stati trovati resti ossei di animali arcaici. Con questi, la Sopraintendenza archeologica della Puglia ha intenzione di realizzare una mostra documentaria presso il Museo archeologico di Altamura. Federico Cartelli


Scaffale Andreoli Anna e Tarozzi Leone: «L'attività subacquea, fisiologia, tecniche e materiali», Zanichelli
Autore: CABIATI IRENE

ARGOMENTI: DIDATTICA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 104

GLI italiani hanno imparato a non aver paura del mare, a conoscerlo e forse anche ad amarlo. Sono in aumento quelli che, anche attirati dalla moda, si immergono, prendono il brevetto da sub e vanno a esplorare paradisi sommersi. Chi fa sul serio sa che la prudenza è la prima regola da osservare. Il passo successivo, strettamente collegato al primo, è l'approfondimento della disciplina. Le scuole specializzate abbinano alle immersioni la teoria, che spesso si risolve in poche lezioni. Anna Andreoli e Leone Tarozzi hanno redatto un manuale rigoroso che approfondisce gli aspetti scientifici dell'attività subacquea: la fisica (pressione, caratteristiche dei gas, fluidi, acustica); il corpo umano e l'uso corretto delle attrezzature per non danneggiare l'apparato circolatorio, respiratorio e acustico. Si passa poi alla tecnica di immersione dopo aver trattato anche la meteorologia, l'orientamento e l'ambiente. Il volume è corredato di tabelle per la decompressione.


Scaffale Whidden Tom e Levitt Michael: «L'arte e la scienza delle vele, guida alla fabbricazione, alla manutenzione, ai nuovi materiali e alla teoria aerodi namica delle vele», Mursia
Autore: CABIATI IRENE

ARGOMENTI: TECNOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 104

Le telecamere installate sulle barche di Coppa America hanno divulgato molti aspetti della vela. Abbiamo visto vele di carbonio e vele ai cristalli liquidi. In futuro probabilmente questi materiali faranno parte anche dell'equipaggiamento del velista della domenica. Sono molti i fattori che rendono una barca più competitiva: la forma dello scafo, l'equipaggio, l'attrezzatura e, naturalmente, anche la forma delle vele e i materiali con cui sono fatte. Tom Whidden (presidente di una nota fabbrica di vele) e Michel Levitt, giornalista, hanno messo insieme le proprie esperienze e propongono un libro di buon livello tecnico. Si entra con loro in veleria e si impara come si taglia una vela con l'uso del computer; i materiali utilizzati e i tentativi di rendere il tessuto compatibile con la pressione del vento e l'azione della luce e della salsedine. Ma una buona vela per essere efficace deve anche essere usata correttamente rispetto al resto dell'attrezzatura. C'è quindi un bel capitolo dedicato ai suggerimenti a cui si aggiunge qualche consiglio per la manutenzione, utile per preservare il patrimonio che la vela rappresenta.


Scaffale Meggiorin Gianfranco: «Capire il tempo e conoscere il mare», Mursia. Giuliacci Mario: «Il vento e il tempo, previsione meteorolo gica nella pratica sportiva», Mursia
Autore: CABIATI IRENE

ARGOMENTI: METEOROLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 104

Il corredo elettronico che aiuta il marinaio del 2000 nelle comunicazioni e nell'orientamento non ha nulla da invidiare a quello delle navette spaziali. Ma non tutti gli armatori lo impiegano. Anzi, spesso i display hanno una funzione puramente decorativa. I veri marinai usano pochi strumenti e sanno che è fondamentale saper leggere il tempo. Con il fax a bordo si possono ricevere le carte meteo, ma non è facile interpretarle. Le previsioni date alla radio si riferiscono ad aree molto vaste. I vecchi marinai riuscivano a capire le variazioni da sintomi impercettibili. Chi ha questa dote è fortunato. Chi non ce l'ha può provare a coltivarla con i due manuali proposti dalla Mursia. Gianfranco Meggiorin è un navigatore che ha lavorato al centro Meteo Mursia di Portofino e ha scritto un libro dedicato in particolare a chi va per mare. Alla descrizione dei fenomeni abbina volentieri suggerimenti pratici. Mario Giuliacci, responsabile del Servizio Previsioni dell'Osservatorio Meteo di Brera, allarga il suo intervento ad altri settori sportivi come il volo a vela. La sua esposizione comprende quindi anche lo scenario montano ed è talora più approfondita perché riferita essenzialmente al tempo e alle sue manifestazioni.


ARCHEOLOGIA MARINA Sorpresa: navigava il popolo dei nuraghi
Autore: CAPODARTE LEONARDO

ARGOMENTI: ARCHEOLOGIA
NOMI: D'ORIANO RUBENS
LUOGHI: ITALIA, PORTO ROTONDO
NOTE: 104

NON avrei mai immaginato che in un tratto di mare così delimitato potessimo scoprire tante preziose testimonianze del passato». Sono parole dell'archeologo Rubens D'Oriano della Soprintendenza di Sassari e Nuoro, che ha condotto tre brevi campagne di censimento di giacimenti subacquei, fra Porto Rotondo e San Teodoro, in Sardegna. «Abbiamo individuato settanta giacimenti archeologici», ha detto D'Oriano durante l'ottava edizione della Rassegna di archeologia subacquea, a Giardini Naxos (Messina), dove ha illustrato gli straordinari risultati delle prospezioni sottomarine. «In una prossima campagna, forse in primavera, contiamo di censire almeno altri venti siti sommersi con le stesse caratteristiche», ci ha rivelato l'archeologo sardo, che vive ad Olbia. Il «mare d'oro», come viene definito il Mediterraneo per l'abbondanza di tesori storico- archeologici ricoperti dalle acque, non si smentisce mai. Ma nel caso di Porto Rotondo è andato oltre, con una sorpresa che sembra indurre gli studiosi a rivedere molte loro convinzioni sulla misteriosa civiltà dei nuraghi. D'Oriano e i suoi collaboratori hanno riportato alla luce un'ancora in pietra, trovata ad appena due metri di profondità, che risale proprio al periodo nuragico. Ma non s'era sempre pensato che gli uomini dei nuraghi fossero profondamente legati alla terra e alle loro inquietanti costruzioni in pietra e che si fossero ben guardati dal navigare? Il ritrovamento di quest'ancora rimette tutto in discussione e fa pensare come anche i nuragici, vissuti nell'età del bronzo che per la Sardegna corrisponde al periodo dal 1500 al 1000 a.C., abbiano solcato i mari diffondendo la loro civiltà nel Mediterraneo. Assumono un'altra luce non soltanto le «navicelle» votive trovate in discreto numero all'interno dei nuraghi e che starebbero a testimoniare una vocazione marinara di quel popolo, ma anche alcune tracce del loro passato sotto forma di vasi nuragici trovati sia a Creta che nelle isole Lipari. Ma cosa fa ritenere che quest'ancora litica di 75 chilogrammi di peso a forma di trapezio, decorata e con un foro per il cavo di ormeggio sia davvero nuragica? Secondo D'Oriano ci sono diversi elementi a favore: la vicinanza del luogo di ritrovamento a uno dei nuraghi più costieri della Sardegna, il tipo di granito da cui è stata ricavata e che è quello di Porto Rotondo, la decorazione con nove righe parallele di punti incisi che ricorda il sistema decorativo della ceramica indigena a «pettine» tra Bronzo Medio e Recente. Inoltre è la prima ancora decorata trovata in Occidente, le altre sono state rinvenute soltanto in Oriente. Fra il 1500 e il 1000 a.C. un certo traffico marittimo era presente in Mediterraneo, specialmente per il commercio dei metalli. Fra i più attivi si segnalavano i micenei, ossia i greci dell'età del bronzo, quelli della guerra di Troia combattuta nel 1180 a.C. Ma di tutto quel traffico i fondali hanno finora restituito ben poco: appena due relitti, entrambi in Turchia, quello di Capo Gelidonia e l'altro di Yassi Ada. E poi, un numero cospicuo di ancore in pietra sia nel Mediterraneo Orientale (Creta, Cipro, Libano e via dicendo), che in quello occidentale dove il livello organizzativo della società era appena allo stadio di villaggio. I micenei si sono sicuramente spinti in Mar Tirreno, come comprovano oggetti rinvenuti durante scavi effettuati a Lipari. Del resto, ora sappiamo che a Lipari ci sono arrivati anche i nuragici. Sulla base di queste scoperte ci si può aspettare, da un momento all'altro, che il mare restituisca qualche prova che il «popolo che non voleva navigare» in realtà navigò. E che si spinse nel lontano Oriente. «Sono convinta che quest'ancora sia dell'età del bronzo», ci ha detto l'archeologa subacquea inglese Honor Frost. «Ha la stessa forma di ancore di pietra trovate a Cipro; le due isole avevano miniere di rame e sicuramente intrattenevano scambi commerciali». Parole che riaccendono la favola mediterranea degli uomini dei misteriosi nuraghi. Leonardo Capodarte


MARCHIO DI QUALITA' ECOLOGICA Consuma pure, è naturale Arriva anche in Italia l'etichetta ambientalista per i prodotti industriali Tra le procedure per ottenerla, l'ecobilancio di materiali ed energia
Autore: PAVAN DAVIDE

ARGOMENTI: ECOLOGIA, INDUSTRIA, RIFIUTI, RICICLAGGIO
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 104

CARTA igienica fatta «senza abbattere neanche un albero», detersivi che oltre a lavare più bianco mantengono azzurre le acque dei fiumi, cosmetici a base di prodotti naturali: forse tutto questo sarà realtà con la recente approvazione, da parte del Parlamento italiano, della legge di finanziamento dell'Ecolabel, il marchio di qualità ecologica per i prodotti industriali. Il provvedimento, in ottemperanza al regolamento Cee, consentirà alle aziende che lo vorranno e lo meriteranno di «ecoetichettare» i loro prodotti sfruttando un marchio comunitario. L'organo competente per l'assegnazione del marchio sarà costituito dai rappresentanti dei ministeri interessati, degli imprenditori, dei consumatori e delle associazioni ambientaliste. Restano esclusi dal regolamento i prodotti alimentari, le bevande e i prodotti farmaceutici, per i quali sono previste specifiche direttive. L'ecoetichetta è uno strumento già utilizzato in molti Paesi: in Germania esiste dal 1977 (l'Angelo Blu), ma anche in Francia, Gran Bretagna, Danimarca e Stati Uniti esistono iniziative analoghe. I marchi nazionali non scompariranno con l'avvento del marchio comunitario e ogni azienda potrà scegliere l'etichetta Cee o quella nazionale. Questa legge è soltanto un primo passo. Il ministero dell'Ambiente ha annunciato che entro il 1994 sarà introdotto in Italia un altro importante regolamento comunitario destinato a influenzare in senso ecologico il modo di produrre: l'Ecoaudit, una procedura volontaria per il controllo e la gestione delle «performance ambientali» dell'impresa, indirizzata a valutare i rischi ambientali connessi alla sua attività e a individuare sistemi di prevenzione e contenimento dei danni. A differenza della più nota «Valutazione di impatto ambientale» (Via), l'Ecoaudit si applica ad attività in corso e non in progetto: l'adesione delle imprese comporterà l'obbligo della valutazione sistematica da parte di «certificatori autorizzati» (auditors professionisti) che dovranno essere indipendenti dalle attività che sono chiamati a valutare ed essere in grado di ispezionare i processi produttivi e le attrezzature, intervistare il personale, esaminare la documentazione scritta e gli archivi informatici. L'elemento chiave del sistema sarà l'informazione pubblica, che dovrà avvenire attraverso una divulgazione periodica, da parte dell'impresa, di veri e propri «rapporti ambientali» con una descrizione dei risultati ottenuti e dei programmi che intende attuare. Questi documenti saranno soggetti alla convalida formale da parte di un organismo di controllo indipendente e autorizzato. Nel 1989 l'International Chamber of Commerce ha specificato i requisiti essenziali dell'Audit, suddividendolo in pre- audit, audit vero e proprio e post-audit. Tra le attività pre- audit, vi sono la definizione delle priorità che si vogliono controllare (sicurezza degli impianti, gestione dei rifiuti ecc.) e la formazione di un audit team. L'Audit in sè viene effettuato dal team con un'indagine presso lo stabilimento da certificare: esso prevede la compilazione di protocolli per ciascuna delle materie segnalate. Tra le attività post-Audit, la più importante è la messa a punto di un piano d'azione con gli obiettivi da raggiungere entro un certo periodo di tempo, di solito non superiore ai tre anni. Le procedure potranno comprendere anche degli «ecobilanci», ovvero dei bilanci input-output di materia ed energia. Quante e quali sono le risorse naturali utilizzate? Quanti e quali sono i rifiuti prodotti, le emissioni in atmosfera, gli scarichi idrici e le fonti di rumore? Qual è il conto delle spese sostenute dall'impresa per la protezione dell'ambiente, fra spese preventive, di riparazione, obbligatorie e discrezionali? La redazione di un ecobilancio non è semplice, perché da un lato deve basarsi su un metodo applicabile alle differenti realtà d'impresa e dall'altro si imbatte ogni volta in problemi contingenti non risolvibili «a priori». Audit ed ecobilanci sono stati originariamente sperimentati in Svizzera e applicati ad attività manufatturiere del settore alimentare nel 1973. Negli anni successivi sono stati fatti studi anche in altri Stati europei e negli Stati Uniti, dove le aziende di maggiori dimensioni (specialmente nel settore chimico) effettuano periodicamente Audit dei propri impianti. In Italia qualcosa si sta muovendo, specialmente nelle grosse imprese, anche se la spesa per l'ambiente in rapporto al fatturato è dell'1,4 per cento, contro il 2,3 dell'Europa e il 2,4 a livello mondiale. Davide Pavan




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