TUTTOSCIENZE 15 dicembre 93


HUBBLE finalmente ci vede bene Facciamo il punto sull'eccezionale impresa (costata mille miliardi) per rimettere a nuovo il telescopio spaziale
Autore: BIANUCCI PIERO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
ORGANIZZAZIONI: NASA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 093

CI vorranno ancora sei settimane per mettere bene a fuoco il telescopio spaziale «Hubble» con telecomandi da Terra ma già adesso alla Nasa c'è l'euforia della vittoria. O almeno del riscatto. La più difficile impresa dell'astronautica dopo lo sbarco sulla Luna è pienamente riuscita. Lo «Space Telescope» ha i suoi «occhiali» per correggere il difetto ottico dovuto a una imprecisione nella forma dello specchio principale, ha i nuovi pannelli solari e monta una nuova telecamera a largo campo; tre giroscopi che servono per il puntamento sono stati sostituiti. Dopo gli incidenti che hanno colpito le navicelle «Galileo» (antenna principale guasta) e «Mars Observer» (perduta proprio mentre arrivava al traguardo), la Nasa segna un punto a suo favore. A caro prezzo: riparazione e manutenzione di «Hubble» sono costate 692 milioni di dollari, circa mille miliardi di lire. Da aggiungere ai 2500 miliardi che è il costo del telescopio al cambio attuale. Quella raccolta da «Hubble» è la luce più cara che si possa immaginare. Ogni fotone catturato costa mille volte di più di un fotone messo a fuoco dal più sofisticato telescopio al suolo. Bisogna però riconoscere che si tratta di fotoni speciali: non disturbati dall'atmosfera terrestre, in quanto «Hubble» è in orbita a 580 chilometri di altezza. E in parte sono fotoni infrarossi e ultravioletti che l'aria assorbe prima che raggiungano il suolo. Fotoni costosi, dunque, ma particolarmente pregiati. Il grosso della spesa è da imputare alla acrobatica missione dello shuttle «Endeavour»: 429 milioni di dollari. Gli «occhiali», cioè i 10 piccoli specchi dell'apparato «Costar» per correggere il difetto ottico, a paragone sono una spesa modesta: 50 milioni di dollari, 80 miliardi di lire. I nuovi pannelli solari, che a differenza dei precedenti non dovrebbero causare noiose vibrazioni al telescopio, valgono pochi spiccioli: 12 milioni di dollari, a carico dell'Esa, l'Agenzia spaziale europea. Il telescopio spaziale pesa 11 tonnellate, è lungo 14 metri e il suo tubo è largo 4. Lo specchio principale (2,4 metri di diametro, difettoso perché ai bordi risulta di 2 millesimi di millimetro più piatto di quanto doveva essere: 1/50 dello spessore di un capello), può esplorare un volume di spazio 100 volte maggiore di quello alla portata dei telescopi al suolo, benché questi spesso siano più grandi (5 metri quello di Monte Palomar, 6 il telescopio ex sovietico sul Caucaso, 10 il telescopio a tasselli da poco inaugurato sul vulcano Mauna Kea alle isole Hawaii). «Hubble», ora che dovrebbe essere otticamente perfetto, distingue due punti separati da un decimo di secondo d'arco: un pacchetto di sigarette a 100 chilometri di distanza. Ancora più sorprendente è la precisione con cui può misurare la posizione di un astro: due millesimi di secondo, un uomo sulla Luna visto dalla Terra. La telecamera planetaria a largo campo abbraccia al massimo uno spazio di cielo di 2,7 per 2,7 minuti d'arco (meno di un decimo del diametro apparente della Luna) e forma la sua immagine su un sensore elettronico (Ccd) di 800 per 800 pixel di 1,5 millesimi di millimetro di lato. Risultato: si può osservare un pianeta, per esempio Giove, quasi come da una sonda spaziale che gli passi accanto. La telecamera per osservare oggetti deboli, costruita dall'Esa, ha un campo incredibilmente piccolo (da 22 secondi d'arco a un minimo di 4) ma in compenso, ora che la messa a fuoco dovrebbe essere precisa, consente di osservare galassie sette volte più lontane di quelle visibili da Terra. I test delle prossime settimane ci diranno se tutto è davvero in ordine. In questo caso, i segreti dell'universo, a cominciare dalle sue dimensioni e dalla data della sua origine, sono a portata di mano. Edwin Hubble, donde il nome del telescopio spaziale, prima di fare l'astronomo e di scoprire l'espansione dell'universo (1929) ha fatto anche l'avvocato e il pugile. Il suo omonimo in orbita è in linea. Il difetto ottico, infatti, è stato al centro di una dura contesa legale tra la Nasa e la ditta che ha lavorato lo specchio. Ma «Hubble» si è anche dimostrato un grande lottatore: ha lavorato bene nonostante il colpo basso incassato e ora si prepara a vincere il suo match con le stelle. Piero Bianucci


ASTRONAUTI ACROBATI Quei meccanici a gravità zero
Autore: LO CAMPO ANTONIO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
ORGANIZZAZIONI: NASA HUBBLE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 093

IL più ambizioso, difficile e spettacolare volo finora effettuato da una navetta spaziale - il recupero e la riparazione in orbita del grande telescopio «Hubble» - si è concluso felicemente lunedì sulla pista di Cape Canaveral dopo 11 giorni in orbita, 5 uscite all'esterno e 35 ore di lavoro nello spazio. Per una missione così complessa era essenziale un equipaggio di grandi professionisti dello spazio, e già prima del lancio in orbita di «Hubble» nel 1990, ben 28 astronauti avevano simulato passeggiate extraveicolari immergendosi con gli ingombranti scafandri nelle piscine appositamente attrezzate dei centri della Nasa e dell'Esa, per un totale di 738 ore. La squadra di cinque astronauti-meccanici (includendo la riserva Gregory Harbaugh) si è allenata per quasi due anni, seguita da un gruppetto di esperti supervisori come non accadeva dai tempi dei voli lunari Apollo: dal direttore della missione Randy Brinkley, ad ex astronauti quali Jerry Ross, Joe Allen e persino John Young, che volò con le Gemini e Apollo. Chi sono i protagonisti di questa impresa eccezionale nella storia dei voli spaziali? Il comandante Richard Covey e il copilota Ken Bowersox pur con 10 anni di differenza (rispettivamente 47 e 37) hanno entrambi alle spalle più di 2000 ore di volo su aerei. Covey era alla sua quarta impresa spaziale, Bowersox alla seconda. Franklyn Story Musgrave, comandante della squadra di meccanici dello spazio, 58 anni, calvo come Kojak, era al suo quinto volo spaziale, raggiungendo così al secondo posto (dopo John Young a quota 6), il russo Vladimir Djanibekov nel Guinness dei voli spaziali. E' l'unico rimasto in attività tra gli astronauti dell'«epoca d'oro» della Nasa; fu scelto nel 1967, e lavorò a studio e progettazione dello Skylab lanciato nel '73. Grande specialista di «passeggiate spaziali» ha lavorato allo sviluppo delle tute e degli zaini a razzo per il programma Shuttle. Jeffrey A. Hoffmann: è nato a Brooklyn nel 1944, ed è laureato in astrofisica e scienza dei materiali. Ha prestato servizio al celebre Mit di Boston nel campo dell'astronomia a raggi X per il satellite Heao-1. Diventato astronauta nel 1978, ha lavorato allo sviluppo di nuove tute spaziali ad alta pressione. Aveva già partecipato alle missioni numero 16, 35 e 46 del programma Shuttle. Kathryn C. Thornton: nata nel 1952 in Alabama, è dottoressa in fisica e filosofia. Astronauta dall'84, era alla sua terza missione. Nel maggio '92, con Toma Akers, affrontò un'attività extraveicolare di 7 ore e 45 minuti per collaudare metodi e strumenti in vista della costruzione della Stazione spaziale. Thomas D. Akers: anch'egli alla sua terza impresa spaziale, anche lui esperto di «passeggiate nello spazio», nel maggio 1992 durante il volo Sts-49, oltre all'attività extraveicolare con Kathy Thornton, fu protagonista del complicato recupero in orbita del satellite Intelsat 6 nel corso un'ulteriore «passeggiata». Ha 42 anni, è laureato in matematica applicata, e ha prestato servizio come pilota alla base Edwards, in California. Alla Nasa dall'87, fu anche protagonista del volo Sts- 41, che portò in orbita la sonda interplanetaria «Ulisse». Claude Nicollier: astronauta dell'Esa (Agenzia Spaziale Europea), nato 49 anni fa a Vevey, in Svizzera. E' stato pilota civile e militare con alle spalle 4700 ore di volo, e ha il grado di capitano. Nel corso di questa missione, Nicollier non compie attività extraveicolari, avendo il delicato compito di manovrare il braccio-robot della navetta «Endeavour» al quale viene agganciato il telescopio spaziale. Ha preso parte alla missione Sts-46, dove tra i membri dell'equipaggio figurava anche l'italiano Malerba. Laureato in astrofisica e fisica, fu scelto nel '77 come astronauta europeo destinato ai voli Spacelab. Dall'80 si è stabilito a Houston. Antonio Lo Campo


Ora scruterà i confini dell'universo Tutte le riparazioni, pezzo per pezzo
Autore: BIANCHI LUCIANA

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
ORGANIZZAZIONI: NASA HUBBLE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 093

IL telescopio «Hubble» ha prodotto, da quando è stato lanciato nel 1990, importantissimi risultati scientifici. Tuttavia un errore di curvatura nello specchio (troppo «piatto» di circa 2 micron al bordo) ha impedito di eseguire certi tipi di osservazione. Per correggere il difetto ottico gli astronauti hanno installato un sistema di specchi correttori. Così ora Hubble porta gli occhiali. Ma non c'era posto per sistemare questa nuova apparecchiatura e lasciare tutti gli strumenti esistenti, e così si è tolto uno degli strumenti, quello meno usato: il fotometro rapido, che avrebbe dovuto rivelare e misurare le rapidissime variazioni di luce delle pulsar (la parte centrale che rimane di una stella esplosa come supernova). Del resto l'aberrazione sferica che disperde la debole luce delle pulsar lontane, e il tremolio causato dai pannelli solari, hanno limitato severamente i risultati che si sperava di ottenere con il fotometro. Lo strumento, riportato a Terra, servirà per studiare gli effetti dell'esposizione alle radiazioni cosmiche sui materiali. Al suo posto l'equipaggio di «Endeavour» ha montato «Costar» (Correttive optics space telescope axial replacement). E' un insieme di 10 specchietti montati su una specie di banco ottico articolato, che serve a disporli con estrema precisione davanti a tre strumenti (Faint object camera, Faint object spectrograph e High Resolution spectrograph) per correggere quasi completamente l'aberrazione sferica dello specchio primario. «Costar» è un capolavoro di miniatura e precisione: nello spazio di una scatola da scarpe ci sono 12 motori, 10 specchi, 4 bracci articolati e una miriade di cavi e sensori. L'intero meccanismo pesa quasi 3 quintali] Per il quarto strumento, Wide field and planetary camera, l'aberrazione sferica non viene corretta da Costar perché l'intero strumento è stato rimpiazzato da uno nuovo che contiene già le ottiche correttive. Ognuno di questi strumenti ha le dimensioni di una cabina telefonica, e - anche se disegnati per essere sostituiti nel tempo - è stato molto difficile per gli astronauti rimuovere il vecchio strumento, infilare il nuovo al suo posto e fissarlo al telescopio. Di qui la necessità di avere a disposizione un equipaggio di espertissimi veterani dello spazio. Per Story Musgrave questo era il quinto volo: un record. Story confessava durante le preparazione: «Francamente, tutta la faccenda è un incubo. Sono spaventato. Da quando mi hanno assegnato questa missione sono spaventato». In parte scaramanzia, in parte realismo. Usando il braccio-robot per afferrare Hubble dalla sua orbita, gli astronauti hanno dovuto evitare che il satellite, grande e pesante come un piccolo autobus, sbattesse contro lo Shuttle danneggiandolo. Inoltre hanno dovuto evitare anche i minimi urti al telescopio. Un piccolo contatto avrebbe staccato della «ruggine spaziale», metallo corroso, diventato simile a un impasto sabbioso per l'esposizione alle radiazioni fuori dell'atmosfera. Qualche granello di quella polvere può rovinare senza rimedio lo specchio perfettamente pulito del telescopio. Perfino le chiusure di velcro che gli astronauti usano per tenere attaccati alla tuta gli attrezzi erano un pericolo per Hubble. Microscopici fiocchi di plastica volano via quando il velcro viene aperto, e questi sono sufficienti a inceppare il delicato meccanismo che orienta gli specchi correttori di Costar. Sono stati anche felicemente sostituiti i pannelli solari, due magnetometri (strumenti che indicano la direzione, come una bussola), e i giroscopi (necessari per puntare il telescopio). Oltre 800 persone (impiegati della Nasa, contrattisti, ingegneri, scienziati) sono state direttamente coinvolte in questa missione. I sogni e la carriera di molti dipendevano interamente dal risultato. Non si trattava solo di una costosissima e rischiosa riparazione in un ambiente esotico. Si trattava di provare la validità del concetto di manutenzione in orbita, di recuperare la credibilità dopo la delusione causata dal difetto di curvatura dello specchio. Si trattava di mettere a punto uno strumento unico per rispondere a interrogativi sull'universo, a domande che appassionano gli astrofisici di tutto il mondo. Molti scienziati, compresa chi scrive, hanno già programmi di osservazione approvati e preparati nei minimi particolari, da eseguire non appena Costar entrerà normalmente in funzione. Dice ancora Musgrave: «Hubble è molto, molto di più che una grande realizzazione della tecnologia. Ho sempre pensato a quello strumento come a qualcosa che contribuisce alla mia idea personale su quale sia il mio posto nell'universo, su cosa significhi essere uomini». Luciana Bianchi Space telescope Institute, Usa


RIAPERTO A FERMO Il museo che viene dal freddo Documenti sulla conquista dei Poli Nord e Sud E' la terza raccolta al mondo per importanza
Autore: SCAGLIOLA RENATO

ARGOMENTI: STORIA DELLA SCIENZA, GEOGRAFIA E GEOFISICA
NOMI: CASARINI MARIA PIA
ORGANIZZAZIONI: MUSEO POLARE
LUOGHI: ITALIA, FERMO
NOTE: 094

L'UNICO Museo Polare italiano, (terzo per importanza nel mondo dopo Cambridge e San Pietroburgo), è a Fermo nelle Marche, trasferito da Civitanova dove era rimasto chiuso per anni. Fondato da un singolare personaggio, Silvio Zavatti (morto nell'85), il più autorevole studioso italiano delle terre fredde, è tornato a nuova vita alla fine di ottobre con una affollata inaugurazione, cui hanno partecipato studiosi e scienziati, tra cui Maria Pia Casarini, storica polare ed esploratrice, docente al Polar Institute di Cambridge, e moglie di Peter Wadhams pure docente nella stessa università e illustre scienziato dei Poli a sua volta. Tra l'altro la Casarini (milanese trapiantata nel Regno Unito da 17 anni), ha collaborato all'edizione italiana di un bellissimo volumetto «Artide e Antartide la grande sfida dei Poli», appena uscito nella collana Universale Electa/Gallimard (200 pagine, 20 mila lire). Alla cerimonia d'inaugurazione sono intervenuti relatori delle Università di Genova, Parigi, Ottawa. La serata si è conclusa con la proiezione di diapositive «Oltre il sole di mezzanotte», a cura di Walter Forno e Franco Giardini dell'Associazione Grande Nord di Torino. Una festa per un museo (direttore il biologo Giuliano Liberini) piccolo e misconosciuto ma pieno di meraviglie. Nella settecentesca Villa Vitali di viale Trento a Fermo (provincia di Ascoli Piceno, telefono 0734/226.166), c'è una biblioteca specializzata con circa 15 mila volumi in diverse lingue, con testi rari (alcuni unici), che risalgono anche al '700, a disposizione di studiosi e studenti. Nel 1984 una commissione di studio americana valutò il corpus in tre miliardi di lire. Il museo però (il Comune non ha fondi) non ha neanche un dipendente. L'orario di visita comunque è: 9-13 lunedì, martedì, mercoledì e venerdì. Il giovedì è aperto anche al pomeriggio (15- 19). Per eventuali visite il sabato e la domenica si può telefonare in sede, o direttamente a casa del direttore (0734/22.50.91) che, insegnante di scienze e matematica alle medie, dedica all'Istituto tutto il suo tempo libero. Nelle sale troviamo cimeli di Umberto Nobile, come un sacco a pelo (di pelle), dei superstiti della Tenda Rossa, la tenda della spedizione del Duca degli Abruzzi (1899), alla Terra di Francesco Giuseppe, statuine e manufatti in osso, pietra basaltica e ollare, scolpiti dagli esquimesi, (il popolo Inuit), preziosi reperti ricavati da zanne fossili di mammut. Altre sale ospitano animali artici e antartici imbalsamati (foche, pinguini, orsi, foche, volpi), ma anche il rostro a spirale di un narvalo, il cranio di un bue muschiato, la pelle di un tamburo sciamanico, fiocine e numerosi utensili. In un angolo della sala centrale del museo il busto di Zavatti, che ebbe una vita avventurosa, segnata da una inesauribile passione per i Poli. Ai suoi tempi per allenarsi alle basse temperature, si alzava alle tre del mattino, d'inverno, e si metteva a scrivere e studiare a torso nudo, o in canottiera, davanti alla finestra aperta. Nato a Forlì nel 1917, frequenta l'Istituto Nautico di Ancona, emigra giovanissimo in Inghilterra, e gira tutto il mondo come capitano di lungo corso su navigli della marina mercantile britannica. «Ero a Bergen in Norvegia nel '37 - raccontò in un'intervista - quando il nostro console mi convinse a rimpatriare per fare il militare. Appena arrivato a Forlì mi arrestarono, forse perché avevo la divisa, anche se civile, della marina inglese. Per farla breve ho fatto sette anni e mezzo di naja, compreso un anno nella resistenza in Romagna. Ho preso poi la maturità classica per conto mio, e mi sono laureato in lettere. Le prime spedizioni le ho fatte a mie spese, pagando i debiti al ritorno. Nel '58 decisi di andare in Antartide, sull'isola di Bouvet, un cono ghiacciato di difficilissimo approdo con l'oceano sempre in tempesta. Sempre con pochi soldi in tasca trovai un passaggio su una bananiera fino in Somalia, poi con una carretta che faceva sei miglia all'ora arrivammo a Città del Capo. Di lì fortunosamente c'imbarcammo su una baleniera diretta al Sud. L'esperienza sull'isola di Bouvet fu terrificante, con una nebbia così fitta, a terra, che per procedere una volta abbiamo dovuto sdraiarci tastando il terreno davanti con le mani». Scrittore prolifico, Zavatti ha firmato libri di storia, geografia, e antropologia artica e antartica, considerati fondamentali per gli specialisti dal settore; dal «Dizionario degli esploratori» all'«Atlante geografico polare», dal «Misterioso popolo dei ghiacci», a «L'Italia e le regioni polari» . Non solo ma ha fondato e diretto per quarant'anni la rivista trimestrale «Il Polo», che ora viene mandata avanti dal figlio Renato, (che è direttore responsabile, con Liberini) e che viene inviata agli 800 abbonati sparsi ai quattro angoli del mondo. Renato Scagliola


IN BREVE In premio una notte con le stelle all'Eso
AUTORE: G_V
ARGOMENTI: ASTRONOMIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 094

In occasione della prima Settimana europea della cultura scientifica (22-27 novembre) l'European Southern Observa tory (Eso) ha organizzato un concorso chiamato «Astronomi europei del futuro», riservato agli alunni delle ultime due classi delle scuole superiori di 17 Paesi europei. Il concorso invitava i candidati a immaginare di avere la possibilità di usare, per una notte, il favoloso telescopio da 16 metri di diametro, il Very Large Telescope, a ottiche adattive, che sorgerà nel prossimo futuro sul Cerro Paranal, in Cile, e di svolgere con esso un programma di ricerca astronomica di punta. Il primo premio consiste in un soggiorno all'Eso di due settimane: i primi quattro giorni al quartier generale di Gar ching, presso Monaco, per preparare, con astronomi professionisti, le osservazioni da compiere nei successivi 10 giorni a La Silla, in Cile, il più importante sito astronomico del mondo assieme al Mauna Kea alle Hawaii, dove i 17 vincitori avranno la possibilità di utilizzare il telescopio olandese di 90 centimetri di diametro e addirittura, per una notte, il fantastico New Technology Te lescope da 3,5 metri, il telescopio attualmente più sofisticato del mondo. Nel nostro Paese il concorso ha avuto una buona risonanza: i partecipanti sono stati 125. Il primo premio è stato vinto da Carlo Ferrigno, dell'Associazione astronomica feltrina Rheticus, che ha proposto un'indagine sulla formazione dei «venti stellari» in stelle neonate. Il secondo e il terzo premio sono andati a Emiliano Gregori, di Terni, e a Silvia Merialdo, di Genova, che hanno proposto studi sull'asteroide Adonis e sui buchi neri extragalattici. (g. v.)


IN BREVE Banca dei materiali accordo Fiat-Csi
ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 094

Tra il Centro Ricerche Fiat e il Centro Supercalcolo della Regione Piemonte è stato firmato un accordo che mette a disposizione degli utenti interessati i dati del Centro Ricerche su materiali plastici e metallici utilizzati nell'industria: migliaia di schede che riguardano anche i trattamenti termici, le caratteristiche meccaniche, chimiche, fisiche, elettriche. I materiali plastici schedati sono circa cinquemila. Questo strumento di consultazione interessa almeno diecimila piccole e medie aziende ed è accessibile tramite modem e le normali reti per la trasmissione dati.


NUOVE RETI I bit corrono su autostrade a fibra ottica
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: COMUNICAZIONI, TECNOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 094

SINGAPORE ha un piano per collegare entro due anni con una rete di telecomunicazioni a fibra ottica a grande capacità tutti gli edifici del centro commerciale e entro il 2005 gli edifici di tutto il territorio. La piccola isola-Stato, diventata negli ultimi anni un formidabile centro finanziario e manifatturiero, punta in questo modo ad attirare nuove imprese alla ricerca di efficienza (oltre che di bassi costi). In Giappone si prevede di investire 50 miliardi di yen, oltre 750 miliardi di lire, per costruire in tre anni una rete a fibra ottica ultraveloce e ad alta capacità con la quale collegare una cinquantina di supercomputer e di banche dati situati prevalentemente nella città della scienza di Tsukuba presso Tokyo e in quella di Kamsai vicino a Osaka. Queste reti, destinate a trasferire dati ad altissima velocità, hanno già ricevuto un nome significativo: sono le «super higways, le «autostrade tecnologiche». Nella stessa direzione si muovono gli Stati Uniti dove una «task force» per le infrastrutture informatiche creata dall'amministrazione Clinton ha definito lo scorso settembre la strategia per arrivare a mettere in piedi, con il coordinamento del governo e la partecipazione dei privati, una rete nazionale a fibra ottica che inizialmente dovrebbe servire soprattutto alla ricerca scientifica ma in un secondo tempo dovrebbe coinvolgere le imprese private. Il National Research and Education Network ha già ora una capacità di 45 megabit al secondo (un megabit è uguale a un milione di bit) e sta per essere portato a 155. Anche il network della National Science Foundation è già una «super highway» che collega i supercomputer di molti centri di ricerca universitari con una capacità di trasmissione, in alcuni elementi sperimentali, calcolabile in gigabit (cioè in miliardi di informazioni il secondo). L'Europa, da parte sua, deve vedersela con la sua frammentazione politica e con la molteplicità delle società di telecomunicazione; attraverso il programma Race punta a creare un sistema europeo entro il 1995. Il problema tecnico-politico è quello di integrare ciò che si fa nei vari Stati. Le sperimentazioni in corso in Italia sono state al centro di un convegno organizzato a Torino durante il salone delle Nuove Tecnologie. Da noi il punto di partenza per la rete ad alta velocità è rappresentato dalle Man, ossia «Metropolitan area network»; la prima a essere realizzata dalla Sip (e anche una delle prime in Europa) è stata quella di Torino, in funzione da due anni, e costituita da un anello principale a 34 megabit il secondo dal quale si diramano sottoreti sempre a 34 megabit. Tra gli utenti vi sono il Politecnico, il Csi, l'Istituto di fisica dell'università; la velocità di trasmissione sarà portata a 140 megabit per secondo. Le «autostrade» a fibra ottica per trasmissione ad alta velocità sono ritenute indispensabili per la nuova fase di espansione delle telecomunicazioni degli Anni 90. Essendo in grado di trasportare contemporaneamente dati, voci, immagini immobili o in movimento, esse costituiscono la base dei nuovi prodotti. Gli Anni 80, caratterizzati dalla comparsa delle fibre ottiche, si sono chiusi con l'introduzione del telefono mobile, che ha avuto un successo enorme; i tecnici ritengono che negli anni '90 le telecomunicazioni, grazie alle reti «intelligenti» e alla crescente integrazione con l'informatica, diventeranno sempre più personalizzate, cioè sempre più adattatte alle esigenze delle imprese e dei singoli. Crescerà la domanda di servizi mobili; anzi, come ha sottolineato al convegno torinese Aldo Roveri, direttore del progetto finalizzato telecomunicazioni del Cnr, l'esigenza di essere trovati in qualsiasi momento, in qualunque luogo, a casa, in ufficio, in viaggio, porterà prima o poi all'istituzione del numero personale al posto di quello dell'apparecchio, fisso o mobile. «Si può immaginare - dice Roveri - uno scenario in cui tutti i terminali per voce, immagini, dati, applicazioni multimediali siano mobili, cioè senza fili, ma siano collegati via radio a un'antenna vicina, unita alle centrali con fibra ottica». Vittorio Ravizza


ORIGINE DELLA VITA Quelle molecole mancine In certe meteoriti si trovano sostanze dalla struttura insolita sulla Terra A formarle potrebbe essere stato il campo magnetico di una stella di neutroni
Autore: BATALLI COSMOVICI CRISTIANO

ARGOMENTI: CHIMICA, BIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 094

UNO dei tanti misteri della biochimica terrestre riguarda la chiralità degli aminoacidi e degli zuccheri presenti nel Dna (acido desossiribonucleico) e nel Rna (acido ribonucleico). Nel linguaggio chimico per chiralità (dal greco kiros, mano) si intende una importante proprietà del carbonio che permette la formazione di due strutture di composizione chimica identica: una struttura è l'immagine speculare dell'altra, così come la mano sinistra lo è della mano destra. La figura mostra come esempio le due forme dell'aminoacido più semplice, l'alanina, la L (levogira) e la D (destrogira). Ora, mentre gli zuccheri presenti nel Dna e Rna sono di tipo D, gli aminoacidi che formano le proteine sono di tipo L. L'enigma sta nel fatto che sia gli zuccheri sia gli aminoacidi sono molecole chirali, cioè molecole che possono esistere nelle due forme speculari. Ma sul nostro pianeta ciò non avviene e nessun biochimico è in grado di spiegare la ragione in maniera soddisfacente. Nelle meteoriti di Murchinson e di Allende sono stati scoperti una sessantina di aminoacidi extraterrestri di tipo sia D sia L. Anche nelle stratificazioni geologiche risalenti alla transizione Cretaceo/Terziario sono stati scoperti aminoacidi extraterrestri importati probabilmente da comete o meteoriti che hanno provocato l'estinzione di massa sulla Terra. Il chimico californiano William Bonner, uno dei maggiori esperti di chiralità, ha recentemente cercato di spiegare la omochiralità terrestre con una suggestiva ipotesi astrofisica. Sempre di più si fa strada l'ipotesi che miliardi di tonnellate di aminoacidi siano stati depositati sul nostro pianeta nel periodo che va da 4,5 a 4 miliardi di anni fa da sciami di comete provenienti dal sistema solare esterno. Poiché le comete si sono formate nella nebulosa che ha dato origine al nostro sistema solare, esse contengono lo stesso materiale organico presente nelle nubi interstellari. I radioastronomi hanno infatti trovato negli ultimi 20 anni circa 100 molecole interstellari di cui 80 organiche complesse. Gli aminoacidi non sono stati ancora trovati, ma si pensa di essere vicini alla loro scoperta grazie ai progressi della tecnica di analisi. Queste molecole si formano sulla superficie di granelli di polvere che fungono da catalizzatori. Lo scenario di Bonner è quello di una stella a neutroni, una pulsar, relitto di una esplosione di supernova, in grado di interagire con una vicina nube interstellare. L'intenso campo magnetico della stella rotante accelera gli elettroni generando una radiazione di sincrotrone circolarmente polarizzata. Questo vuol dire che il piano delle onde elettromagnetiche ruota in modo continuo, in una direzione per la luce proveniente dall'emisfero Nord della stella e nell'altra per la luce proveniente da quello Sud. Se i granelli composti da materiale organico fossero investiti da questo tipo di radiazione, la luce circolarmente polarizzata verrebbe a distruggere in modo selettivo molecole di tipo L, risparmiando quelle di tipo D (o viceversa). Questo potrebbe spiegare l'anomala chiralità terrestre: sembra che nel meteorite di Murchinson vi sia un eccesso significativo di aminoacidi di tipo L, forse dovuto a un lontano incontro con una stella a neutroni. Poiché finora nessuno ha potuto osservare luce ultravioletta circolarmente polarizzata proveniente da una pulsar, questa teoria è difficile da verificare. Nei laboratori possiamo però verificare se realmente la luce ultravioletta circolarmente polarizzata produce l'effetto descritto sulla superficie di granelli contenenti molecole organiche. I problemi non si esauriscono con l'ipotesi dell'importazione degli aminoacidi di tipo L da parte delle comete in quanto bisogna ora capire come queste molecole complesse possano raggiungere la superficie terrestre senza essere distrutte dall'enorme calore generato nell'impatto. In base alle simulazioni al computer eseguite da Christopher Chyba, solo una piccola percentuale del materiale cometario potrebbe raggiungere intatto il suolo terrestre preservando le molecole organiche. Mayo Greenberg, dell'Università di Leiden, in seguito ai suoi esperimenti sui granelli interstellari, crede di aver trovato una soluzione al problema studiando la formazione dei ghiacci d'acqua sui granelli. Se una miscela di gas - vapore acqueo, metano, ossido di carbonio e altri composti che osserviamo nelle chiome cometarie - vengono condensati sulla superficie dei granelli a temperature inferiori a 10 gradi assoluti, i ghiacci assumono una struttura amorfa, hanno cioè una struttura molecolare disordinata contrariamente a quanto si osserva nella normale struttura cristallina. Il ghiaccio amorfo conduce il calore molto più lentamente del ghiaccio cristallino e inoltre se esso si forma molto lentamente, come avviene nel mezzo interstellare, la conducibilità termica si può ridurre anche di 100.000 volte. Questo effetto potrebbe isolare il materiale organico contenuto nei nuclei cometari proteggendolo durante l'impatto della cometa con l'atmosfera o con il suolo terrestre. Tutte ipotesi da verificare. L'unica reale possibilità per la nostra generazione rimane la missione spaziale europea «Rosetta», che prevede, entro il 2010, l'analisi chimica automatica della superficie di una cometa. Cristiano B. Cosmovici Istituto di fisica dello Spazio, Cnr, Roma


TORNANO SULLE ALPI Hai visto un gipeto? Dillo agli ornitologi
Autore: FRAMARIN FRANCESCO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 095

DUE notizie naturalistiche dalle Alpi: una cattiva, l'altra buona. Entrambe riguardano il ritorno di due nativi, sterminati all'inizio del secolo, i quali per recenti iniziative di alcuni naturalisti cercano, non senza difficoltà, di rioccupare il loro posto nella loro vecchia terra: il gipeto e la lince. All'inizio di agosto un gipeto è stato abbattuto da una fucilata nelle Alpi francesi del Delfinato, appena all'interno del parco nazionale degli Ecrins, e lì abbandonato. Le radiografie hanno rivelato, nel suo corpo, la presenza anche di pallettoni di una vecchia fucilata. Non è il primo gipeto trovato morto, della cinquantina rilasciati dal 1987 a oggi, ma è il primo sicuramente ucciso da un cacciatore. I gipeti rilasciati sulle Alpi e ancor oggi vivi dovrebbero essere almeno una trentina. Sono tutti preziosi, ma questo lo era più degli altri. Si trattava infatti di un bellissimo esemplare di femmina in livrea di adulto, di peso superiore ai sei chili, con un'apertura alare di 2, 85 metri. Era uno dei tre uccelli rilasciati per primi sei anni fa negli Alti Tauri (Austria), ed era stato chiamato Nina. Aveva appena raggiunto la maturità riproduttiva e poteva essere la protagonista del primo lieto evento dopo quasi un secolo. Curiosamente, qualche anno dopo il rilascio, aveva percorso buona parte della catena alpina e si era stabilita nel parco nazionale degli Ecrins. Ancor più curiosamente, lo scorso inverno aveva frequentato un nido d'aquila in costruzione, apparentemente tentando con una coppia d'aquile quel ruolo di «zia» che in natura alcuni gipeti svolgono con coppie della loro specie. La notizia sulla lince riguarda la prima accertata presenza di questo felino nel parco nazionale del Gran Paradiso, a quasi vent'anni dall'unico rilascio sperimentale fatto sinora in Italia. Il fatto non è sorprendente, perché si sapeva da parecchi anni che la reintroduzione della lince nelle Alpi svizzere occidentali e nel Giura, fatta nei primi Anni Settanta, aveva avuto successo, tanto che la presenza della specie si era manifestata anche in Savoia. Lo spazio per la lince, nelle Alpi occidentali italiane, è meno esteso e meno adatto rispetto alle montagne francesi e svizzere, ma la crescita della selvaggina verso livelli più naturali e la diminuita (anche se non scomparsa) diffidenza del pubblico, in particolare dei cacciatori, rendono oggi probabile un suo ritorno in Piemonte e Liguria, a quanto pare piuttosto lento e comunque con pochi individui. Le Alpi orientali italiane offrono alla lince un ambiente buono e vasto. La specie vi può arrivare - ed è già arrivata più volte - dalla Slovenia, dove fu reintrodotta nel 1973 con notevole successo, forse dall'Austria, che liberò nove animali verso la fine degli Anni Settanta e dall'Engadina. Nel Trentino (gruppo del Lagorai) si è persino formata una piccola popolazione di incerta provenienza; la sua stabilità pare sicura, ma almeno un esemplare ha già incontrato la stessa sorte del gipeto Nina e di quei pacifici orsi d'Abruzzo, che in piccolo numero ma regolarmente pagano il loro tributo all'irresponsabilità di sedicenti «sportivi». La lince è animale più elusivo del gipeto e i segni di una sua presenza possono passare facilmente inosservati. I gipeti, che nel vasto paesaggio alpino si confondono con le aquile, sono pochi, e rari i loro avvistamenti. Chiunque frequenti la natura alpina con spirito amico e occhio attento, non trascuri di segnalare ogni prova o fondata notizia della loro presenza alle associazioni che li seguono, come il Wwf. Questa collaborazione è essenziale per conoscere distribuzione e status delle due specie e per aiutarne, ove possibile, il non facile ritorno. Francesco Framarin


ADROTERAPIA Fasci di protoni contro il cancro
Autore: QUAGLIA GIANFRANCO

ARGOMENTI: FISICA, MEDICINA E FISIOLOGIA
NOMI: AMALDI UGO
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 095

SI scrive «Tera», ma non è un errore. E' la denominazione del primo centro italiano per adroterapia oncologica. Sarà realizzato entro il 2000 a Novara, dove è stato presentato il progetto. Un'idea nata nell'ambito dell'Istituto nazionale di fisica nucleare dalla collaborazione tra Ugo Amaldi e Giampiero Tosi, sulla scorta di esperienze maturate all'Università di Milano, al Cern di Ginevra e all'ospedale Niguarda. Scopo dell'iniziativa: portare in Italia le tecniche di cura dei tumori basati sull'uso di fasci di protoni, ioni leggeri e neutroni. Una tecnica già collaudata con successo a Mosca, Harvard e Loma Linda (San Diego). Finora in tutto il mondo sono stati trattati 15 mila pazienti, che presentavano tumori alla prostata, al cervello, all'ipofisi e all'occhio. Gli adroni sono particelle nucleari fatte di quark che consentono di colpire con estrema precisione i tumori profondi, anche se vicini a organi critici, risparmiando i tessuti sani circostanti, come il cervello, l'occhio, le gonadi. In Italia l'adroterapia finora è soltanto una parola e un campo di ricerca: eppure si calcola che ogni anno almeno tremila pazienti avrebbero vantaggio da un trattamento con fasci di protoni. Obiettivo di «Tera» è portare in Italia questa terapia realizzando apposite macchine nei maggiori ospedali italiani. La prima scelta è caduta su Novara per la presenza della facoltà di medicina e di un ospedale considerato fra i migliori, nonché la posizione baricentrica rispetto a Milano e Torino. Il centro si svilupperà su tre piani: nel bunker sotterraneo ci sarà un acceleratore circolare - il sincrotrone - di 18 metri di diametro per la produzione di fasci esterni di protoni, estratti e convogliati in cinque sale di trattamento con una capacità di irraggiare mille pazienti l'anno, ciascuno trattato in una ventina di sedute. Secondo una ricerca di esperti della Fondazione Tera, il trattamento sarebbe decisivo per almeno il trenta per cento delle tremila persone che ogni anno in Italia dovrebbero sottoporsi all'adroterapia. La macchina che lancia i raggi potrebbe essere utilizzata per i melanomi dell'occhio, il condrosarcoma della base cranica, i tumori spinali e paraspinali, alcuni meningiomi, il glioma del nervo ottico, malformazioni artrovenose endocraniche e adenomi ipofisari. Secondo il progetto, l'acceleratore compatto genererà campi magnetici elevati e sarà dotato di una testata magnetica isocentrica rotante, i cui magneti sono anche impulsati. La costruzione del prototipo dei magneti avverrà in collaborazione con l'Istituto di fisica nucleare di Novisivirsk (Russia), i cui scienziati hanno disegnato per primi questa macchina. Tempi di realizzazione: entro il 2000 tutto completato. Costi: circa 80 miliardi, finanziati dal Ministero della Sanità, privati, banche ed enti vari. Gianfranco Quaglia


LABORATORIO Argomenti da salotto Fisica sì, biologia no
Autore: MARCHISIO PIER CARLO

ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA, BIOLOGIA, FISICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 095

TROPPO poca biologia su Tuttoscienze? Forse sì, se si considera come e quanto la ricerca biologica e biomedica stia cambiando la vita dell'uomo. Non dobbiamo farci distrarre dalle squallide manovre che hanno interessato, in Italia, il mondo dei farmaci ma pensare agli sforzi che legioni di ricercatori, in tutto il mondo, stanno dedicando allo sviluppo di nuovi potenti strumenti biologici capaci di agire sui mali più gravi che affliggono l'uomo. Cancro in testa. Lasciatemi dire la mia opinione sul perché ritengo che esista troppo poca cultura biologica in Italia. Semplicemente perché non esiste il concetto che la biologia sia cultura e di ciò è responsabile in primo luogo la scuola, che non prevede un adeguato insegnamento della biologia. Inoltre, i mezzi di comunicazione, anch'essi prodotto di una cultura essenzialmente non scientifica, non sentono il problema come un fatto culturale e ai problemi biologici dedicano pochissimo spazio. Facciamo l'esempio dei premi Nobel per la Medicina. Per ragioni che erano ben chiare ai membri del comitato Nobel, i premi, negli ultimi tre anni, sono andati a biologi le cui scoperte hanno procurato grande progresso alla medicina. Ma la gente quasi non se ne è accorta e le notizie sono state liquidate con comunicati brevi e commenti scarni. Eppure gli americani Roberts e Sharp, a cui avrebbe dovuto aggiungersi il francese Chambon inesplicabilmente ignorato, hanno aperto una strada nuova alla comprensione del funzionamento dei geni. Strada rivoluzionaria, per molti aspetti. Come i lettori di Tutto scienze possono ignorare il concetto che i geni sono discontinui e composti di zone attive e inattive che si alternano e che questa alternanza può generare proteine diverse da un unico gene? Una scoperta di questo genere, tralasciando per il momento la straordinaria importanza che ha per il problema cancro o per la distrofia muscolare, è un fatto culturale rilevante che ci ha permesso di guardare alla regolazione della vita con occhi diversi. A riprova del fatto che la biologia è fatto culturalmente importante è venuto quest'anno anche il premio Nobel per la chimica a premiare una scoperta di grande rilevanza biologica. Ma se non ci fosse stato Michael Crichton, l'autore di Jurassic Park e lui stesso, in passato, ottimo biologo molecolare, a rendere popolare la scoperta della Pcr (polymerase chain rea ction), le applicazioni del metodo per amplificare i geni in laboratorio sarebbero state ignorate. Non capita così per la fisica. Per ragioni che mi sfuggono, la scoperta di una nuova particella subatomica o un nuovo nome per il Big Bang fa notizia. E' chiaro che i fisici hanno sempre avuto addetti alle pubbliche relazioni migliori dei biologi e ora fisica e filosofia possono ben fondersi in mode culturali che trovano posto anche in salotto, invece, parlar di biologia in salotto solleva un muro e spesso persone che disquisiscono su fini argomenti letterari o giuridici si bloccano davanti al concetto di gene o al problema dell'evolversi della vita. Non mi si dica, come capita spesso, che la cultura biologica è difficile, che usa un lessico astruso. Non è vero. Qualunque concetto biologico, compresa la Pcr o lo spli cing genico dei premi Nobel '93, può essere reso semplice come un fumetto solo che questo venga accettato come cultura. Noi biologi vogliamo uscire dal nostro ghetto e rendere semplice e conosciuto il nostro mestiere. Anche noi abbiamo il nostro Big Bang. Pier Carlo Marchisio Università di Torino


EMERGENZA SANITARIA Sto male, chiamate il 118 Un'indagine Gallup: i giovani e gli anziani le fasce più a rischio Il nuovo sistema assicura un coordinamento integrato dei soccorsi
Autore: PIGNATTA PINO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, COMUNICAZIONI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 095

IL 30 per cento delle morti per incidenti o per infarto si potrebbe evitare con una adeguata organizzazione dei soccorsi di emergenza. Il dato viene da un'indagine fatta dalla Gallup su 2500 cittadini europei e presentata l'otto dicembre a Bruxelles. La stessa ricerca indica che nella Cee, sul totale delle vittime di incidenti stradali, oltre il quaranta per cento è rappresentato da ragazzi e il trenta per cento da ragazze in età tra i quindici i ventiquattro anni. Per gli infarti, la popolazione a rischio è oggi circa il 18 per cento di quella europea e toccherà il 24 per cento nel 2010, a causa dell'aumento della vita media. I più giovani e i più anziani sono dunque le fasce che più spesso hanno bisogno di un soccorso d'emergenza. Come mettere in moto in Italia la macchina del pronto soccorso? Il modo più corretto e rapido per farlo è comporre il «118». La chiamata è gratuita, dall'apparecchio di casa come dal «cellulare». Se ci serviamo di un telefono pubblico non occorre il gettone: basta alzare la cornetta e avvisare la centrale operativa. Il «118» è il numero che l'Italia ha scelto per l'emergenza sanitaria. Le regioni che l'hanno già reso operativo, su tutto o parte del territorio, sono molte (Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Veneto, Lombardia, Toscana). Il servizio si estenderà presto anche al resto del Paese, perché è l'unico sistema (regolato da precise norme) che assicuri un coordinamento integrato dei soccorsi. Dietro il «118» c'è un sistema complesso in cui lavorano decine di persone (operatori specializzati, infermieri professionali e medici) che dispongono di tecnologie d'avanguardia. In Piemonte, per il solo soccorso alpino, ci sono 52 stazioni d'emergenza in montagna, con oltre 1200 volontari. L'assistenza medica è assicurata da infermieri professionali (con esperienza di pronto soccorso) e da medici specializzati. Tra questi ultimi, chi se ne occupa in modo qualificato e a tempo pieno è l'anestesista-rianimatore, che ha la preparazione e l'«allenamento» quotidiano per intervenire nelle situazioni limite: per esempio, in caso di arresto cardiaco o respiratorio. L'anestesista, abituato in sala operatoria a pazienti in «coma artificiale», è anche un «rianimatore», si occupa cioè dei casi in cui gravi alterazioni delle funzioni vitali (cardiocircolatorie, respiratorie, neurologiche, metaboliche) possono mettere in pericolo la vita. E' quindi un medico che sa affrontare in ogni momento le situazioni critiche. Il «Sistema 118» fa scattare una vera e propria rete di soccorsi, grazie a una centrale operativa collegata con le strutture destinate all'emergenza: ospedali, volontari del soccorso, prefetture, forze di polizia, vigili del fuoco, esperti della protezione civile, tecnici del soccorso alpino. Il cittadino fa il numero e trova un infermiere professionale che lo aiuta a esporre con calma il problema. E questo 24 ore su 24. Il vantaggio è avere un punto di riferimento unico per ogni emergenza. Esempio: se un bambino ingerisce un farmaco nocivo, la madre non deve perdere tempo a cercare il numero del Centro antiveleni, ma telefona alla centrale operativa del «118», dove gli esperti valutano la gravità dell'incidente e danno la risposta più adeguata. In questo modo sul territorio c'è sempre un impiego razionale dei soccorsi: non si manda l'elicottero quando basta l'ambulanza, nè quest'ultima quando è sufficiente una visita della guardia medica. La centrale operativa, ovviamente, è a disposizione anche delle strutture sanitarie. Può esserci, per esempio, un improvviso bisogno di sangue o di un farmaco raro. Il «118» raccoglie la richiesta e verifica la disponibilità dei vari ospedali. In caso di risposta positiva, utilizza tutti i mezzi propri (elicotteri, ambulanze, eccessiva), o quelli delle forze dell'ordine. E questo grazie a un sistema che ha la capacità e le tecnologie per gestire al meglio le risorse disponibili, senza sprechi o perdite di tempo. La centrale operativa di Torino è la prima in Piemonte (altre tre sono previste ad Alessandria, Cuneo e Novara). Dall'inizio di quest'anno ha coordinato e portato a termine con successo circa seimila interventi al mese. Le chiamate, ovviamente, sono state molte di più. Giulio Radeschi, 42 anni, anestesista rianimatore e responsabile medico organizzativo della centrale, spiega: «Occorre ricordare che dietro il Si stema 118 ci sono non solo il volontario del soccorso, l'infermiere, il medico o la guida alpina pronti a partire con l'ambulanza o con gli elicotteri, ma un'equipe di professionisti che valuta caso per caso la gravità della chiamata e mobilita con tempestività la struttura competente per quell'emergenza, predisponendo il ricovero presso l'ospedale più adeguato». Pino Pignatta


HUBBLE finalmente ci vede bene Facciamo il punto sull'eccezionale impresa (costata mille miliardi) per rimettere a nuovo il telescopio spaziale
Autore: BIANUCCI PIERO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
ORGANIZZAZIONI: NASA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 093

CI vorranno ancora sei settimane per mettere bene a fuoco il telescopio spaziale «Hubble» con telecomandi da Terra ma già adesso alla Nasa c'è l'euforia della vittoria. O almeno del riscatto. La più difficile impresa dell'astronautica dopo lo sbarco sulla Luna è pienamente riuscita. Lo «Space Telescope» ha i suoi «occhiali» per correggere il difetto ottico dovuto a una imprecisione nella forma dello specchio principale, ha i nuovi pannelli solari e monta una nuova telecamera a largo campo; tre giroscopi che servono per il puntamento sono stati sostituiti. Dopo gli incidenti che hanno colpito le navicelle «Galileo» (antenna principale guasta) e «Mars Observer» (perduta proprio mentre arrivava al traguardo), la Nasa segna un punto a suo favore. A caro prezzo: riparazione e manutenzione di «Hubble» sono costate 692 milioni di dollari, circa mille miliardi di lire. Da aggiungere ai 2500 miliardi che è il costo del telescopio al cambio attuale. Quella raccolta da «Hubble» è la luce più cara che si possa immaginare. Ogni fotone catturato costa mille volte di più di un fotone messo a fuoco dal più sofisticato telescopio al suolo. Bisogna però riconoscere che si tratta di fotoni speciali: non disturbati dall'atmosfera terrestre, in quanto «Hubble» è in orbita a 580 chilometri di altezza. E in parte sono fotoni infrarossi e ultravioletti che l'aria assorbe prima che raggiungano il suolo. Fotoni costosi, dunque, ma particolarmente pregiati. Il grosso della spesa è da imputare alla acrobatica missione dello shuttle «Endeavour»: 429 milioni di dollari. Gli «occhiali», cioè i 10 piccoli specchi dell'apparato «Costar» per correggere il difetto ottico, a paragone sono una spesa modesta: 50 milioni di dollari, 80 miliardi di lire. I nuovi pannelli solari, che a differenza dei precedenti non dovrebbero causare noiose vibrazioni al telescopio, valgono pochi spiccioli: 12 milioni di dollari, a carico dell'Esa, l'Agenzia spaziale europea. Il telescopio spaziale pesa 11 tonnellate, è lungo 14 metri e il suo tubo è largo 4. Lo specchio principale (2,4 metri di diametro, difettoso perché ai bordi risulta di 2 millesimi di millimetro più piatto di quanto doveva essere: 1/50 dello spessore di un capello), può esplorare un volume di spazio 100 volte maggiore di quello alla portata dei telescopi al suolo, benché questi spesso siano più grandi (5 metri quello di Monte Palomar, 6 il telescopio ex sovietico sul Caucaso, 10 il telescopio a tasselli da poco inaugurato sul vulcano Mauna Kea alle isole Hawaii). «Hubble», ora che dovrebbe essere otticamente perfetto, distingue due punti separati da un decimo di secondo d'arco: un pacchetto di sigarette a 100 chilometri di distanza. Ancora più sorprendente è la precisione con cui può misurare la posizione di un astro: due millesimi di secondo, un uomo sulla Luna visto dalla Terra. La telecamera planetaria a largo campo abbraccia al massimo uno spazio di cielo di 2,7 per 2,7 minuti d'arco (meno di un decimo del diametro apparente della Luna) e forma la sua immagine su un sensore elettronico (Ccd) di 800 per 800 pixel di 1,5 millesimi di millimetro di lato. Risultato: si può osservare un pianeta, per esempio Giove, quasi come da una sonda spaziale che gli passi accanto. La telecamera per osservare oggetti deboli, costruita dall'Esa, ha un campo incredibilmente piccolo (da 22 secondi d'arco a un minimo di 4) ma in compenso, ora che la messa a fuoco dovrebbe essere precisa, consente di osservare galassie sette volte più lontane di quelle visibili da Terra. I test delle prossime settimane ci diranno se tutto è davvero in ordine. In questo caso, i segreti dell'universo, a cominciare dalle sue dimensioni e dalla data della sua origine, sono a portata di mano. Edwin Hubble, donde il nome del telescopio spaziale, prima di fare l'astronomo e di scoprire l'espansione dell'universo (1929) ha fatto anche l'avvocato e il pugile. Il suo omonimo in orbita è in linea. Il difetto ottico, infatti, è stato al centro di una dura contesa legale tra la Nasa e la ditta che ha lavorato lo specchio. Ma «Hubble» si è anche dimostrato un grande lottatore: ha lavorato bene nonostante il colpo basso incassato e ora si prepara a vincere il suo match con le stelle. Piero Bianucci


ASTRONAUTI ACROBATI Quei meccanici a gravità zero
Autore: LO CAMPO ANTONIO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
ORGANIZZAZIONI: NASA HUBBLE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 093

IL più ambizioso, difficile e spettacolare volo finora effettuato da una navetta spaziale - il recupero e la riparazione in orbita del grande telescopio «Hubble» - si è concluso felicemente lunedì sulla pista di Cape Canaveral dopo 11 giorni in orbita, 5 uscite all'esterno e 35 ore di lavoro nello spazio. Per una missione così complessa era essenziale un equipaggio di grandi professionisti dello spazio, e già prima del lancio in orbita di «Hubble» nel 1990, ben 28 astronauti avevano simulato passeggiate extraveicolari immergendosi con gli ingombranti scafandri nelle piscine appositamente attrezzate dei centri della Nasa e dell'Esa, per un totale di 738 ore. La squadra di cinque astronauti-meccanici (includendo la riserva Gregory Harbaugh) si è allenata per quasi due anni, seguita da un gruppetto di esperti supervisori come non accadeva dai tempi dei voli lunari Apollo: dal direttore della missione Randy Brinkley, ad ex astronauti quali Jerry Ross, Joe Allen e persino John Young, che volò con le Gemini e Apollo. Chi sono i protagonisti di questa impresa eccezionale nella storia dei voli spaziali? Il comandante Richard Covey e il copilota Ken Bowersox pur con 10 anni di differenza (rispettivamente 47 e 37) hanno entrambi alle spalle più di 2000 ore di volo su aerei. Covey era alla sua quarta impresa spaziale, Bowersox alla seconda. Franklyn Story Musgrave, comandante della squadra di meccanici dello spazio, 58 anni, calvo come Kojak, era al suo quinto volo spaziale, raggiungendo così al secondo posto (dopo John Young a quota 6), il russo Vladimir Djanibekov nel Guinness dei voli spaziali. E' l'unico rimasto in attività tra gli astronauti dell'«epoca d'oro» della Nasa; fu scelto nel 1967, e lavorò a studio e progettazione dello Skylab lanciato nel '73. Grande specialista di «passeggiate spaziali» ha lavorato allo sviluppo delle tute e degli zaini a razzo per il programma Shuttle. Jeffrey A. Hoffmann: è nato a Brooklyn nel 1944, ed è laureato in astrofisica e scienza dei materiali. Ha prestato servizio al celebre Mit di Boston nel campo dell'astronomia a raggi X per il satellite Heao-1. Diventato astronauta nel 1978, ha lavorato allo sviluppo di nuove tute spaziali ad alta pressione. Aveva già partecipato alle missioni numero 16, 35 e 46 del programma Shuttle. Kathryn C. Thornton: nata nel 1952 in Alabama, è dottoressa in fisica e filosofia. Astronauta dall'84, era alla sua terza missione. Nel maggio '92, con Toma Akers, affrontò un'attività extraveicolare di 7 ore e 45 minuti per collaudare metodi e strumenti in vista della costruzione della Stazione spaziale. Thomas D. Akers: anch'egli alla sua terza impresa spaziale, anche lui esperto di «passeggiate nello spazio», nel maggio 1992 durante il volo Sts-49, oltre all'attività extraveicolare con Kathy Thornton, fu protagonista del complicato recupero in orbita del satellite Intelsat 6 nel corso un'ulteriore «passeggiata». Ha 42 anni, è laureato in matematica applicata, e ha prestato servizio come pilota alla base Edwards, in California. Alla Nasa dall'87, fu anche protagonista del volo Sts- 41, che portò in orbita la sonda interplanetaria «Ulisse». Claude Nicollier: astronauta dell'Esa (Agenzia Spaziale Europea), nato 49 anni fa a Vevey, in Svizzera. E' stato pilota civile e militare con alle spalle 4700 ore di volo, e ha il grado di capitano. Nel corso di questa missione, Nicollier non compie attività extraveicolari, avendo il delicato compito di manovrare il braccio-robot della navetta «Endeavour» al quale viene agganciato il telescopio spaziale. Ha preso parte alla missione Sts-46, dove tra i membri dell'equipaggio figurava anche l'italiano Malerba. Laureato in astrofisica e fisica, fu scelto nel '77 come astronauta europeo destinato ai voli Spacelab. Dall'80 si è stabilito a Houston. Antonio Lo Campo


Ora scruterà i confini dell'universo Tutte le riparazioni, pezzo per pezzo
Autore: BIANCHI LUCIANA

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
ORGANIZZAZIONI: NASA HUBBLE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 093

IL telescopio «Hubble» ha prodotto, da quando è stato lanciato nel 1990, importantissimi risultati scientifici. Tuttavia un errore di curvatura nello specchio (troppo «piatto» di circa 2 micron al bordo) ha impedito di eseguire certi tipi di osservazione. Per correggere il difetto ottico gli astronauti hanno installato un sistema di specchi correttori. Così ora Hubble porta gli occhiali. Ma non c'era posto per sistemare questa nuova apparecchiatura e lasciare tutti gli strumenti esistenti, e così si è tolto uno degli strumenti, quello meno usato: il fotometro rapido, che avrebbe dovuto rivelare e misurare le rapidissime variazioni di luce delle pulsar (la parte centrale che rimane di una stella esplosa come supernova). Del resto l'aberrazione sferica che disperde la debole luce delle pulsar lontane, e il tremolio causato dai pannelli solari, hanno limitato severamente i risultati che si sperava di ottenere con il fotometro. Lo strumento, riportato a Terra, servirà per studiare gli effetti dell'esposizione alle radiazioni cosmiche sui materiali. Al suo posto l'equipaggio di «Endeavour» ha montato «Costar» (Correttive optics space telescope axial replacement). E' un insieme di 10 specchietti montati su una specie di banco ottico articolato, che serve a disporli con estrema precisione davanti a tre strumenti (Faint object camera, Faint object spectrograph e High Resolution spectrograph) per correggere quasi completamente l'aberrazione sferica dello specchio primario. «Costar» è un capolavoro di miniatura e precisione: nello spazio di una scatola da scarpe ci sono 12 motori, 10 specchi, 4 bracci articolati e una miriade di cavi e sensori. L'intero meccanismo pesa quasi 3 quintali] Per il quarto strumento, Wide field and planetary camera, l'aberrazione sferica non viene corretta da Costar perché l'intero strumento è stato rimpiazzato da uno nuovo che contiene già le ottiche correttive. Ognuno di questi strumenti ha le dimensioni di una cabina telefonica, e - anche se disegnati per essere sostituiti nel tempo - è stato molto difficile per gli astronauti rimuovere il vecchio strumento, infilare il nuovo al suo posto e fissarlo al telescopio. Di qui la necessità di avere a disposizione un equipaggio di espertissimi veterani dello spazio. Per Story Musgrave questo era il quinto volo: un record. Story confessava durante le preparazione: «Francamente, tutta la faccenda è un incubo. Sono spaventato. Da quando mi hanno assegnato questa missione sono spaventato». In parte scaramanzia, in parte realismo. Usando il braccio-robot per afferrare Hubble dalla sua orbita, gli astronauti hanno dovuto evitare che il satellite, grande e pesante come un piccolo autobus, sbattesse contro lo Shuttle danneggiandolo. Inoltre hanno dovuto evitare anche i minimi urti al telescopio. Un piccolo contatto avrebbe staccato della «ruggine spaziale», metallo corroso, diventato simile a un impasto sabbioso per l'esposizione alle radiazioni fuori dell'atmosfera. Qualche granello di quella polvere può rovinare senza rimedio lo specchio perfettamente pulito del telescopio. Perfino le chiusure di velcro che gli astronauti usano per tenere attaccati alla tuta gli attrezzi erano un pericolo per Hubble. Microscopici fiocchi di plastica volano via quando il velcro viene aperto, e questi sono sufficienti a inceppare il delicato meccanismo che orienta gli specchi correttori di Costar. Sono stati anche felicemente sostituiti i pannelli solari, due magnetometri (strumenti che indicano la direzione, come una bussola), e i giroscopi (necessari per puntare il telescopio). Oltre 800 persone (impiegati della Nasa, contrattisti, ingegneri, scienziati) sono state direttamente coinvolte in questa missione. I sogni e la carriera di molti dipendevano interamente dal risultato. Non si trattava solo di una costosissima e rischiosa riparazione in un ambiente esotico. Si trattava di provare la validità del concetto di manutenzione in orbita, di recuperare la credibilità dopo la delusione causata dal difetto di curvatura dello specchio. Si trattava di mettere a punto uno strumento unico per rispondere a interrogativi sull'universo, a domande che appassionano gli astrofisici di tutto il mondo. Molti scienziati, compresa chi scrive, hanno già programmi di osservazione approvati e preparati nei minimi particolari, da eseguire non appena Costar entrerà normalmente in funzione. Dice ancora Musgrave: «Hubble è molto, molto di più che una grande realizzazione della tecnologia. Ho sempre pensato a quello strumento come a qualcosa che contribuisce alla mia idea personale su quale sia il mio posto nell'universo, su cosa significhi essere uomini». Luciana Bianchi Space telescope Institute, Usa


RIAPERTO A FERMO Il museo che viene dal freddo Documenti sulla conquista dei Poli Nord e Sud E' la terza raccolta al mondo per importanza
Autore: SCAGLIOLA RENATO

ARGOMENTI: STORIA DELLA SCIENZA, GEOGRAFIA E GEOFISICA
NOMI: CASARINI MARIA PIA
ORGANIZZAZIONI: MUSEO POLARE
LUOGHI: ITALIA, FERMO
NOTE: 094

L'UNICO Museo Polare italiano, (terzo per importanza nel mondo dopo Cambridge e San Pietroburgo), è a Fermo nelle Marche, trasferito da Civitanova dove era rimasto chiuso per anni. Fondato da un singolare personaggio, Silvio Zavatti (morto nell'85), il più autorevole studioso italiano delle terre fredde, è tornato a nuova vita alla fine di ottobre con una affollata inaugurazione, cui hanno partecipato studiosi e scienziati, tra cui Maria Pia Casarini, storica polare ed esploratrice, docente al Polar Institute di Cambridge, e moglie di Peter Wadhams pure docente nella stessa università e illustre scienziato dei Poli a sua volta. Tra l'altro la Casarini (milanese trapiantata nel Regno Unito da 17 anni), ha collaborato all'edizione italiana di un bellissimo volumetto «Artide e Antartide la grande sfida dei Poli», appena uscito nella collana Universale Electa/Gallimard (200 pagine, 20 mila lire). Alla cerimonia d'inaugurazione sono intervenuti relatori delle Università di Genova, Parigi, Ottawa. La serata si è conclusa con la proiezione di diapositive «Oltre il sole di mezzanotte», a cura di Walter Forno e Franco Giardini dell'Associazione Grande Nord di Torino. Una festa per un museo (direttore il biologo Giuliano Liberini) piccolo e misconosciuto ma pieno di meraviglie. Nella settecentesca Villa Vitali di viale Trento a Fermo (provincia di Ascoli Piceno, telefono 0734/226.166), c'è una biblioteca specializzata con circa 15 mila volumi in diverse lingue, con testi rari (alcuni unici), che risalgono anche al '700, a disposizione di studiosi e studenti. Nel 1984 una commissione di studio americana valutò il corpus in tre miliardi di lire. Il museo però (il Comune non ha fondi) non ha neanche un dipendente. L'orario di visita comunque è: 9-13 lunedì, martedì, mercoledì e venerdì. Il giovedì è aperto anche al pomeriggio (15- 19). Per eventuali visite il sabato e la domenica si può telefonare in sede, o direttamente a casa del direttore (0734/22.50.91) che, insegnante di scienze e matematica alle medie, dedica all'Istituto tutto il suo tempo libero. Nelle sale troviamo cimeli di Umberto Nobile, come un sacco a pelo (di pelle), dei superstiti della Tenda Rossa, la tenda della spedizione del Duca degli Abruzzi (1899), alla Terra di Francesco Giuseppe, statuine e manufatti in osso, pietra basaltica e ollare, scolpiti dagli esquimesi, (il popolo Inuit), preziosi reperti ricavati da zanne fossili di mammut. Altre sale ospitano animali artici e antartici imbalsamati (foche, pinguini, orsi, foche, volpi), ma anche il rostro a spirale di un narvalo, il cranio di un bue muschiato, la pelle di un tamburo sciamanico, fiocine e numerosi utensili. In un angolo della sala centrale del museo il busto di Zavatti, che ebbe una vita avventurosa, segnata da una inesauribile passione per i Poli. Ai suoi tempi per allenarsi alle basse temperature, si alzava alle tre del mattino, d'inverno, e si metteva a scrivere e studiare a torso nudo, o in canottiera, davanti alla finestra aperta. Nato a Forlì nel 1917, frequenta l'Istituto Nautico di Ancona, emigra giovanissimo in Inghilterra, e gira tutto il mondo come capitano di lungo corso su navigli della marina mercantile britannica. «Ero a Bergen in Norvegia nel '37 - raccontò in un'intervista - quando il nostro console mi convinse a rimpatriare per fare il militare. Appena arrivato a Forlì mi arrestarono, forse perché avevo la divisa, anche se civile, della marina inglese. Per farla breve ho fatto sette anni e mezzo di naja, compreso un anno nella resistenza in Romagna. Ho preso poi la maturità classica per conto mio, e mi sono laureato in lettere. Le prime spedizioni le ho fatte a mie spese, pagando i debiti al ritorno. Nel '58 decisi di andare in Antartide, sull'isola di Bouvet, un cono ghiacciato di difficilissimo approdo con l'oceano sempre in tempesta. Sempre con pochi soldi in tasca trovai un passaggio su una bananiera fino in Somalia, poi con una carretta che faceva sei miglia all'ora arrivammo a Città del Capo. Di lì fortunosamente c'imbarcammo su una baleniera diretta al Sud. L'esperienza sull'isola di Bouvet fu terrificante, con una nebbia così fitta, a terra, che per procedere una volta abbiamo dovuto sdraiarci tastando il terreno davanti con le mani». Scrittore prolifico, Zavatti ha firmato libri di storia, geografia, e antropologia artica e antartica, considerati fondamentali per gli specialisti dal settore; dal «Dizionario degli esploratori» all'«Atlante geografico polare», dal «Misterioso popolo dei ghiacci», a «L'Italia e le regioni polari» . Non solo ma ha fondato e diretto per quarant'anni la rivista trimestrale «Il Polo», che ora viene mandata avanti dal figlio Renato, (che è direttore responsabile, con Liberini) e che viene inviata agli 800 abbonati sparsi ai quattro angoli del mondo. Renato Scagliola


IN BREVE In premio una notte con le stelle all'Eso
AUTORE: G_V
ARGOMENTI: ASTRONOMIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 094

In occasione della prima Settimana europea della cultura scientifica (22-27 novembre) l'European Southern Observa tory (Eso) ha organizzato un concorso chiamato «Astronomi europei del futuro», riservato agli alunni delle ultime due classi delle scuole superiori di 17 Paesi europei. Il concorso invitava i candidati a immaginare di avere la possibilità di usare, per una notte, il favoloso telescopio da 16 metri di diametro, il Very Large Telescope, a ottiche adattive, che sorgerà nel prossimo futuro sul Cerro Paranal, in Cile, e di svolgere con esso un programma di ricerca astronomica di punta. Il primo premio consiste in un soggiorno all'Eso di due settimane: i primi quattro giorni al quartier generale di Gar ching, presso Monaco, per preparare, con astronomi professionisti, le osservazioni da compiere nei successivi 10 giorni a La Silla, in Cile, il più importante sito astronomico del mondo assieme al Mauna Kea alle Hawaii, dove i 17 vincitori avranno la possibilità di utilizzare il telescopio olandese di 90 centimetri di diametro e addirittura, per una notte, il fantastico New Technology Te lescope da 3,5 metri, il telescopio attualmente più sofisticato del mondo. Nel nostro Paese il concorso ha avuto una buona risonanza: i partecipanti sono stati 125. Il primo premio è stato vinto da Carlo Ferrigno, dell'Associazione astronomica feltrina Rheticus, che ha proposto un'indagine sulla formazione dei «venti stellari» in stelle neonate. Il secondo e il terzo premio sono andati a Emiliano Gregori, di Terni, e a Silvia Merialdo, di Genova, che hanno proposto studi sull'asteroide Adonis e sui buchi neri extragalattici. (g. v.)


IN BREVE Banca dei materiali accordo Fiat-Csi
ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 094

Tra il Centro Ricerche Fiat e il Centro Supercalcolo della Regione Piemonte è stato firmato un accordo che mette a disposizione degli utenti interessati i dati del Centro Ricerche su materiali plastici e metallici utilizzati nell'industria: migliaia di schede che riguardano anche i trattamenti termici, le caratteristiche meccaniche, chimiche, fisiche, elettriche. I materiali plastici schedati sono circa cinquemila. Questo strumento di consultazione interessa almeno diecimila piccole e medie aziende ed è accessibile tramite modem e le normali reti per la trasmissione dati.


NUOVE RETI I bit corrono su autostrade a fibra ottica
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: COMUNICAZIONI, TECNOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 094

SINGAPORE ha un piano per collegare entro due anni con una rete di telecomunicazioni a fibra ottica a grande capacità tutti gli edifici del centro commerciale e entro il 2005 gli edifici di tutto il territorio. La piccola isola-Stato, diventata negli ultimi anni un formidabile centro finanziario e manifatturiero, punta in questo modo ad attirare nuove imprese alla ricerca di efficienza (oltre che di bassi costi). In Giappone si prevede di investire 50 miliardi di yen, oltre 750 miliardi di lire, per costruire in tre anni una rete a fibra ottica ultraveloce e ad alta capacità con la quale collegare una cinquantina di supercomputer e di banche dati situati prevalentemente nella città della scienza di Tsukuba presso Tokyo e in quella di Kamsai vicino a Osaka. Queste reti, destinate a trasferire dati ad altissima velocità, hanno già ricevuto un nome significativo: sono le «super higways, le «autostrade tecnologiche». Nella stessa direzione si muovono gli Stati Uniti dove una «task force» per le infrastrutture informatiche creata dall'amministrazione Clinton ha definito lo scorso settembre la strategia per arrivare a mettere in piedi, con il coordinamento del governo e la partecipazione dei privati, una rete nazionale a fibra ottica che inizialmente dovrebbe servire soprattutto alla ricerca scientifica ma in un secondo tempo dovrebbe coinvolgere le imprese private. Il National Research and Education Network ha già ora una capacità di 45 megabit al secondo (un megabit è uguale a un milione di bit) e sta per essere portato a 155. Anche il network della National Science Foundation è già una «super highway» che collega i supercomputer di molti centri di ricerca universitari con una capacità di trasmissione, in alcuni elementi sperimentali, calcolabile in gigabit (cioè in miliardi di informazioni il secondo). L'Europa, da parte sua, deve vedersela con la sua frammentazione politica e con la molteplicità delle società di telecomunicazione; attraverso il programma Race punta a creare un sistema europeo entro il 1995. Il problema tecnico-politico è quello di integrare ciò che si fa nei vari Stati. Le sperimentazioni in corso in Italia sono state al centro di un convegno organizzato a Torino durante il salone delle Nuove Tecnologie. Da noi il punto di partenza per la rete ad alta velocità è rappresentato dalle Man, ossia «Metropolitan area network»; la prima a essere realizzata dalla Sip (e anche una delle prime in Europa) è stata quella di Torino, in funzione da due anni, e costituita da un anello principale a 34 megabit il secondo dal quale si diramano sottoreti sempre a 34 megabit. Tra gli utenti vi sono il Politecnico, il Csi, l'Istituto di fisica dell'università; la velocità di trasmissione sarà portata a 140 megabit per secondo. Le «autostrade» a fibra ottica per trasmissione ad alta velocità sono ritenute indispensabili per la nuova fase di espansione delle telecomunicazioni degli Anni 90. Essendo in grado di trasportare contemporaneamente dati, voci, immagini immobili o in movimento, esse costituiscono la base dei nuovi prodotti. Gli Anni 80, caratterizzati dalla comparsa delle fibre ottiche, si sono chiusi con l'introduzione del telefono mobile, che ha avuto un successo enorme; i tecnici ritengono che negli anni '90 le telecomunicazioni, grazie alle reti «intelligenti» e alla crescente integrazione con l'informatica, diventeranno sempre più personalizzate, cioè sempre più adattatte alle esigenze delle imprese e dei singoli. Crescerà la domanda di servizi mobili; anzi, come ha sottolineato al convegno torinese Aldo Roveri, direttore del progetto finalizzato telecomunicazioni del Cnr, l'esigenza di essere trovati in qualsiasi momento, in qualunque luogo, a casa, in ufficio, in viaggio, porterà prima o poi all'istituzione del numero personale al posto di quello dell'apparecchio, fisso o mobile. «Si può immaginare - dice Roveri - uno scenario in cui tutti i terminali per voce, immagini, dati, applicazioni multimediali siano mobili, cioè senza fili, ma siano collegati via radio a un'antenna vicina, unita alle centrali con fibra ottica». Vittorio Ravizza


ORIGINE DELLA VITA Quelle molecole mancine In certe meteoriti si trovano sostanze dalla struttura insolita sulla Terra A formarle potrebbe essere stato il campo magnetico di una stella di neutroni
Autore: BATALLI COSMOVICI CRISTIANO

ARGOMENTI: CHIMICA, BIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 094

UNO dei tanti misteri della biochimica terrestre riguarda la chiralità degli aminoacidi e degli zuccheri presenti nel Dna (acido desossiribonucleico) e nel Rna (acido ribonucleico). Nel linguaggio chimico per chiralità (dal greco kiros, mano) si intende una importante proprietà del carbonio che permette la formazione di due strutture di composizione chimica identica: una struttura è l'immagine speculare dell'altra, così come la mano sinistra lo è della mano destra. La figura mostra come esempio le due forme dell'aminoacido più semplice, l'alanina, la L (levogira) e la D (destrogira). Ora, mentre gli zuccheri presenti nel Dna e Rna sono di tipo D, gli aminoacidi che formano le proteine sono di tipo L. L'enigma sta nel fatto che sia gli zuccheri sia gli aminoacidi sono molecole chirali, cioè molecole che possono esistere nelle due forme speculari. Ma sul nostro pianeta ciò non avviene e nessun biochimico è in grado di spiegare la ragione in maniera soddisfacente. Nelle meteoriti di Murchinson e di Allende sono stati scoperti una sessantina di aminoacidi extraterrestri di tipo sia D sia L. Anche nelle stratificazioni geologiche risalenti alla transizione Cretaceo/Terziario sono stati scoperti aminoacidi extraterrestri importati probabilmente da comete o meteoriti che hanno provocato l'estinzione di massa sulla Terra. Il chimico californiano William Bonner, uno dei maggiori esperti di chiralità, ha recentemente cercato di spiegare la omochiralità terrestre con una suggestiva ipotesi astrofisica. Sempre di più si fa strada l'ipotesi che miliardi di tonnellate di aminoacidi siano stati depositati sul nostro pianeta nel periodo che va da 4,5 a 4 miliardi di anni fa da sciami di comete provenienti dal sistema solare esterno. Poiché le comete si sono formate nella nebulosa che ha dato origine al nostro sistema solare, esse contengono lo stesso materiale organico presente nelle nubi interstellari. I radioastronomi hanno infatti trovato negli ultimi 20 anni circa 100 molecole interstellari di cui 80 organiche complesse. Gli aminoacidi non sono stati ancora trovati, ma si pensa di essere vicini alla loro scoperta grazie ai progressi della tecnica di analisi. Queste molecole si formano sulla superficie di granelli di polvere che fungono da catalizzatori. Lo scenario di Bonner è quello di una stella a neutroni, una pulsar, relitto di una esplosione di supernova, in grado di interagire con una vicina nube interstellare. L'intenso campo magnetico della stella rotante accelera gli elettroni generando una radiazione di sincrotrone circolarmente polarizzata. Questo vuol dire che il piano delle onde elettromagnetiche ruota in modo continuo, in una direzione per la luce proveniente dall'emisfero Nord della stella e nell'altra per la luce proveniente da quello Sud. Se i granelli composti da materiale organico fossero investiti da questo tipo di radiazione, la luce circolarmente polarizzata verrebbe a distruggere in modo selettivo molecole di tipo L, risparmiando quelle di tipo D (o viceversa). Questo potrebbe spiegare l'anomala chiralità terrestre: sembra che nel meteorite di Murchinson vi sia un eccesso significativo di aminoacidi di tipo L, forse dovuto a un lontano incontro con una stella a neutroni. Poiché finora nessuno ha potuto osservare luce ultravioletta circolarmente polarizzata proveniente da una pulsar, questa teoria è difficile da verificare. Nei laboratori possiamo però verificare se realmente la luce ultravioletta circolarmente polarizzata produce l'effetto descritto sulla superficie di granelli contenenti molecole organiche. I problemi non si esauriscono con l'ipotesi dell'importazione degli aminoacidi di tipo L da parte delle comete in quanto bisogna ora capire come queste molecole complesse possano raggiungere la superficie terrestre senza essere distrutte dall'enorme calore generato nell'impatto. In base alle simulazioni al computer eseguite da Christopher Chyba, solo una piccola percentuale del materiale cometario potrebbe raggiungere intatto il suolo terrestre preservando le molecole organiche. Mayo Greenberg, dell'Università di Leiden, in seguito ai suoi esperimenti sui granelli interstellari, crede di aver trovato una soluzione al problema studiando la formazione dei ghiacci d'acqua sui granelli. Se una miscela di gas - vapore acqueo, metano, ossido di carbonio e altri composti che osserviamo nelle chiome cometarie - vengono condensati sulla superficie dei granelli a temperature inferiori a 10 gradi assoluti, i ghiacci assumono una struttura amorfa, hanno cioè una struttura molecolare disordinata contrariamente a quanto si osserva nella normale struttura cristallina. Il ghiaccio amorfo conduce il calore molto più lentamente del ghiaccio cristallino e inoltre se esso si forma molto lentamente, come avviene nel mezzo interstellare, la conducibilità termica si può ridurre anche di 100.000 volte. Questo effetto potrebbe isolare il materiale organico contenuto nei nuclei cometari proteggendolo durante l'impatto della cometa con l'atmosfera o con il suolo terrestre. Tutte ipotesi da verificare. L'unica reale possibilità per la nostra generazione rimane la missione spaziale europea «Rosetta», che prevede, entro il 2010, l'analisi chimica automatica della superficie di una cometa. Cristiano B. Cosmovici Istituto di fisica dello Spazio, Cnr, Roma


TORNANO SULLE ALPI Hai visto un gipeto? Dillo agli ornitologi
Autore: FRAMARIN FRANCESCO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 095

DUE notizie naturalistiche dalle Alpi: una cattiva, l'altra buona. Entrambe riguardano il ritorno di due nativi, sterminati all'inizio del secolo, i quali per recenti iniziative di alcuni naturalisti cercano, non senza difficoltà, di rioccupare il loro posto nella loro vecchia terra: il gipeto e la lince. All'inizio di agosto un gipeto è stato abbattuto da una fucilata nelle Alpi francesi del Delfinato, appena all'interno del parco nazionale degli Ecrins, e lì abbandonato. Le radiografie hanno rivelato, nel suo corpo, la presenza anche di pallettoni di una vecchia fucilata. Non è il primo gipeto trovato morto, della cinquantina rilasciati dal 1987 a oggi, ma è il primo sicuramente ucciso da un cacciatore. I gipeti rilasciati sulle Alpi e ancor oggi vivi dovrebbero essere almeno una trentina. Sono tutti preziosi, ma questo lo era più degli altri. Si trattava infatti di un bellissimo esemplare di femmina in livrea di adulto, di peso superiore ai sei chili, con un'apertura alare di 2, 85 metri. Era uno dei tre uccelli rilasciati per primi sei anni fa negli Alti Tauri (Austria), ed era stato chiamato Nina. Aveva appena raggiunto la maturità riproduttiva e poteva essere la protagonista del primo lieto evento dopo quasi un secolo. Curiosamente, qualche anno dopo il rilascio, aveva percorso buona parte della catena alpina e si era stabilita nel parco nazionale degli Ecrins. Ancor più curiosamente, lo scorso inverno aveva frequentato un nido d'aquila in costruzione, apparentemente tentando con una coppia d'aquile quel ruolo di «zia» che in natura alcuni gipeti svolgono con coppie della loro specie. La notizia sulla lince riguarda la prima accertata presenza di questo felino nel parco nazionale del Gran Paradiso, a quasi vent'anni dall'unico rilascio sperimentale fatto sinora in Italia. Il fatto non è sorprendente, perché si sapeva da parecchi anni che la reintroduzione della lince nelle Alpi svizzere occidentali e nel Giura, fatta nei primi Anni Settanta, aveva avuto successo, tanto che la presenza della specie si era manifestata anche in Savoia. Lo spazio per la lince, nelle Alpi occidentali italiane, è meno esteso e meno adatto rispetto alle montagne francesi e svizzere, ma la crescita della selvaggina verso livelli più naturali e la diminuita (anche se non scomparsa) diffidenza del pubblico, in particolare dei cacciatori, rendono oggi probabile un suo ritorno in Piemonte e Liguria, a quanto pare piuttosto lento e comunque con pochi individui. Le Alpi orientali italiane offrono alla lince un ambiente buono e vasto. La specie vi può arrivare - ed è già arrivata più volte - dalla Slovenia, dove fu reintrodotta nel 1973 con notevole successo, forse dall'Austria, che liberò nove animali verso la fine degli Anni Settanta e dall'Engadina. Nel Trentino (gruppo del Lagorai) si è persino formata una piccola popolazione di incerta provenienza; la sua stabilità pare sicura, ma almeno un esemplare ha già incontrato la stessa sorte del gipeto Nina e di quei pacifici orsi d'Abruzzo, che in piccolo numero ma regolarmente pagano il loro tributo all'irresponsabilità di sedicenti «sportivi». La lince è animale più elusivo del gipeto e i segni di una sua presenza possono passare facilmente inosservati. I gipeti, che nel vasto paesaggio alpino si confondono con le aquile, sono pochi, e rari i loro avvistamenti. Chiunque frequenti la natura alpina con spirito amico e occhio attento, non trascuri di segnalare ogni prova o fondata notizia della loro presenza alle associazioni che li seguono, come il Wwf. Questa collaborazione è essenziale per conoscere distribuzione e status delle due specie e per aiutarne, ove possibile, il non facile ritorno. Francesco Framarin


ADROTERAPIA Fasci di protoni contro il cancro
Autore: QUAGLIA GIANFRANCO

ARGOMENTI: FISICA, MEDICINA E FISIOLOGIA
NOMI: AMALDI UGO
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 095

SI scrive «Tera», ma non è un errore. E' la denominazione del primo centro italiano per adroterapia oncologica. Sarà realizzato entro il 2000 a Novara, dove è stato presentato il progetto. Un'idea nata nell'ambito dell'Istituto nazionale di fisica nucleare dalla collaborazione tra Ugo Amaldi e Giampiero Tosi, sulla scorta di esperienze maturate all'Università di Milano, al Cern di Ginevra e all'ospedale Niguarda. Scopo dell'iniziativa: portare in Italia le tecniche di cura dei tumori basati sull'uso di fasci di protoni, ioni leggeri e neutroni. Una tecnica già collaudata con successo a Mosca, Harvard e Loma Linda (San Diego). Finora in tutto il mondo sono stati trattati 15 mila pazienti, che presentavano tumori alla prostata, al cervello, all'ipofisi e all'occhio. Gli adroni sono particelle nucleari fatte di quark che consentono di colpire con estrema precisione i tumori profondi, anche se vicini a organi critici, risparmiando i tessuti sani circostanti, come il cervello, l'occhio, le gonadi. In Italia l'adroterapia finora è soltanto una parola e un campo di ricerca: eppure si calcola che ogni anno almeno tremila pazienti avrebbero vantaggio da un trattamento con fasci di protoni. Obiettivo di «Tera» è portare in Italia questa terapia realizzando apposite macchine nei maggiori ospedali italiani. La prima scelta è caduta su Novara per la presenza della facoltà di medicina e di un ospedale considerato fra i migliori, nonché la posizione baricentrica rispetto a Milano e Torino. Il centro si svilupperà su tre piani: nel bunker sotterraneo ci sarà un acceleratore circolare - il sincrotrone - di 18 metri di diametro per la produzione di fasci esterni di protoni, estratti e convogliati in cinque sale di trattamento con una capacità di irraggiare mille pazienti l'anno, ciascuno trattato in una ventina di sedute. Secondo una ricerca di esperti della Fondazione Tera, il trattamento sarebbe decisivo per almeno il trenta per cento delle tremila persone che ogni anno in Italia dovrebbero sottoporsi all'adroterapia. La macchina che lancia i raggi potrebbe essere utilizzata per i melanomi dell'occhio, il condrosarcoma della base cranica, i tumori spinali e paraspinali, alcuni meningiomi, il glioma del nervo ottico, malformazioni artrovenose endocraniche e adenomi ipofisari. Secondo il progetto, l'acceleratore compatto genererà campi magnetici elevati e sarà dotato di una testata magnetica isocentrica rotante, i cui magneti sono anche impulsati. La costruzione del prototipo dei magneti avverrà in collaborazione con l'Istituto di fisica nucleare di Novisivirsk (Russia), i cui scienziati hanno disegnato per primi questa macchina. Tempi di realizzazione: entro il 2000 tutto completato. Costi: circa 80 miliardi, finanziati dal Ministero della Sanità, privati, banche ed enti vari. Gianfranco Quaglia


LABORATORIO Argomenti da salotto Fisica sì, biologia no
Autore: MARCHISIO PIER CARLO

ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA, BIOLOGIA, FISICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 095

TROPPO poca biologia su Tuttoscienze? Forse sì, se si considera come e quanto la ricerca biologica e biomedica stia cambiando la vita dell'uomo. Non dobbiamo farci distrarre dalle squallide manovre che hanno interessato, in Italia, il mondo dei farmaci ma pensare agli sforzi che legioni di ricercatori, in tutto il mondo, stanno dedicando allo sviluppo di nuovi potenti strumenti biologici capaci di agire sui mali più gravi che affliggono l'uomo. Cancro in testa. Lasciatemi dire la mia opinione sul perché ritengo che esista troppo poca cultura biologica in Italia. Semplicemente perché non esiste il concetto che la biologia sia cultura e di ciò è responsabile in primo luogo la scuola, che non prevede un adeguato insegnamento della biologia. Inoltre, i mezzi di comunicazione, anch'essi prodotto di una cultura essenzialmente non scientifica, non sentono il problema come un fatto culturale e ai problemi biologici dedicano pochissimo spazio. Facciamo l'esempio dei premi Nobel per la Medicina. Per ragioni che erano ben chiare ai membri del comitato Nobel, i premi, negli ultimi tre anni, sono andati a biologi le cui scoperte hanno procurato grande progresso alla medicina. Ma la gente quasi non se ne è accorta e le notizie sono state liquidate con comunicati brevi e commenti scarni. Eppure gli americani Roberts e Sharp, a cui avrebbe dovuto aggiungersi il francese Chambon inesplicabilmente ignorato, hanno aperto una strada nuova alla comprensione del funzionamento dei geni. Strada rivoluzionaria, per molti aspetti. Come i lettori di Tutto scienze possono ignorare il concetto che i geni sono discontinui e composti di zone attive e inattive che si alternano e che questa alternanza può generare proteine diverse da un unico gene? Una scoperta di questo genere, tralasciando per il momento la straordinaria importanza che ha per il problema cancro o per la distrofia muscolare, è un fatto culturale rilevante che ci ha permesso di guardare alla regolazione della vita con occhi diversi. A riprova del fatto che la biologia è fatto culturalmente importante è venuto quest'anno anche il premio Nobel per la chimica a premiare una scoperta di grande rilevanza biologica. Ma se non ci fosse stato Michael Crichton, l'autore di Jurassic Park e lui stesso, in passato, ottimo biologo molecolare, a rendere popolare la scoperta della Pcr (polymerase chain rea ction), le applicazioni del metodo per amplificare i geni in laboratorio sarebbero state ignorate. Non capita così per la fisica. Per ragioni che mi sfuggono, la scoperta di una nuova particella subatomica o un nuovo nome per il Big Bang fa notizia. E' chiaro che i fisici hanno sempre avuto addetti alle pubbliche relazioni migliori dei biologi e ora fisica e filosofia possono ben fondersi in mode culturali che trovano posto anche in salotto, invece, parlar di biologia in salotto solleva un muro e spesso persone che disquisiscono su fini argomenti letterari o giuridici si bloccano davanti al concetto di gene o al problema dell'evolversi della vita. Non mi si dica, come capita spesso, che la cultura biologica è difficile, che usa un lessico astruso. Non è vero. Qualunque concetto biologico, compresa la Pcr o lo spli cing genico dei premi Nobel '93, può essere reso semplice come un fumetto solo che questo venga accettato come cultura. Noi biologi vogliamo uscire dal nostro ghetto e rendere semplice e conosciuto il nostro mestiere. Anche noi abbiamo il nostro Big Bang. Pier Carlo Marchisio Università di Torino


EMERGENZA SANITARIA Sto male, chiamate il 118 Un'indagine Gallup: i giovani e gli anziani le fasce più a rischio Il nuovo sistema assicura un coordinamento integrato dei soccorsi
Autore: PIGNATTA PINO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, COMUNICAZIONI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 095

IL 30 per cento delle morti per incidenti o per infarto si potrebbe evitare con una adeguata organizzazione dei soccorsi di emergenza. Il dato viene da un'indagine fatta dalla Gallup su 2500 cittadini europei e presentata l'otto dicembre a Bruxelles. La stessa ricerca indica che nella Cee, sul totale delle vittime di incidenti stradali, oltre il quaranta per cento è rappresentato da ragazzi e il trenta per cento da ragazze in età tra i quindici i ventiquattro anni. Per gli infarti, la popolazione a rischio è oggi circa il 18 per cento di quella europea e toccherà il 24 per cento nel 2010, a causa dell'aumento della vita media. I più giovani e i più anziani sono dunque le fasce che più spesso hanno bisogno di un soccorso d'emergenza. Come mettere in moto in Italia la macchina del pronto soccorso? Il modo più corretto e rapido per farlo è comporre il «118». La chiamata è gratuita, dall'apparecchio di casa come dal «cellulare». Se ci serviamo di un telefono pubblico non occorre il gettone: basta alzare la cornetta e avvisare la centrale operativa. Il «118» è il numero che l'Italia ha scelto per l'emergenza sanitaria. Le regioni che l'hanno già reso operativo, su tutto o parte del territorio, sono molte (Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Veneto, Lombardia, Toscana). Il servizio si estenderà presto anche al resto del Paese, perché è l'unico sistema (regolato da precise norme) che assicuri un coordinamento integrato dei soccorsi. Dietro il «118» c'è un sistema complesso in cui lavorano decine di persone (operatori specializzati, infermieri professionali e medici) che dispongono di tecnologie d'avanguardia. In Piemonte, per il solo soccorso alpino, ci sono 52 stazioni d'emergenza in montagna, con oltre 1200 volontari. L'assistenza medica è assicurata da infermieri professionali (con esperienza di pronto soccorso) e da medici specializzati. Tra questi ultimi, chi se ne occupa in modo qualificato e a tempo pieno è l'anestesista-rianimatore, che ha la preparazione e l'«allenamento» quotidiano per intervenire nelle situazioni limite: per esempio, in caso di arresto cardiaco o respiratorio. L'anestesista, abituato in sala operatoria a pazienti in «coma artificiale», è anche un «rianimatore», si occupa cioè dei casi in cui gravi alterazioni delle funzioni vitali (cardiocircolatorie, respiratorie, neurologiche, metaboliche) possono mettere in pericolo la vita. E' quindi un medico che sa affrontare in ogni momento le situazioni critiche. Il «Sistema 118» fa scattare una vera e propria rete di soccorsi, grazie a una centrale operativa collegata con le strutture destinate all'emergenza: ospedali, volontari del soccorso, prefetture, forze di polizia, vigili del fuoco, esperti della protezione civile, tecnici del soccorso alpino. Il cittadino fa il numero e trova un infermiere professionale che lo aiuta a esporre con calma il problema. E questo 24 ore su 24. Il vantaggio è avere un punto di riferimento unico per ogni emergenza. Esempio: se un bambino ingerisce un farmaco nocivo, la madre non deve perdere tempo a cercare il numero del Centro antiveleni, ma telefona alla centrale operativa del «118», dove gli esperti valutano la gravità dell'incidente e danno la risposta più adeguata. In questo modo sul territorio c'è sempre un impiego razionale dei soccorsi: non si manda l'elicottero quando basta l'ambulanza, nè quest'ultima quando è sufficiente una visita della guardia medica. La centrale operativa, ovviamente, è a disposizione anche delle strutture sanitarie. Può esserci, per esempio, un improvviso bisogno di sangue o di un farmaco raro. Il «118» raccoglie la richiesta e verifica la disponibilità dei vari ospedali. In caso di risposta positiva, utilizza tutti i mezzi propri (elicotteri, ambulanze, eccessiva), o quelli delle forze dell'ordine. E questo grazie a un sistema che ha la capacità e le tecnologie per gestire al meglio le risorse disponibili, senza sprechi o perdite di tempo. La centrale operativa di Torino è la prima in Piemonte (altre tre sono previste ad Alessandria, Cuneo e Novara). Dall'inizio di quest'anno ha coordinato e portato a termine con successo circa seimila interventi al mese. Le chiamate, ovviamente, sono state molte di più. Giulio Radeschi, 42 anni, anestesista rianimatore e responsabile medico organizzativo della centrale, spiega: «Occorre ricordare che dietro il Si stema 118 ci sono non solo il volontario del soccorso, l'infermiere, il medico o la guida alpina pronti a partire con l'ambulanza o con gli elicotteri, ma un'equipe di professionisti che valuta caso per caso la gravità della chiamata e mobilita con tempestività la struttura competente per quell'emergenza, predisponendo il ricovero presso l'ospedale più adeguato». Pino Pignatta


HUBBLE finalmente ci vede bene Facciamo il punto sull'eccezionale impresa (costata mille miliardi) per rimettere a nuovo il telescopio spaziale
Autore: BIANUCCI PIERO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
ORGANIZZAZIONI: NASA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 093

CI vorranno ancora sei settimane per mettere bene a fuoco il telescopio spaziale «Hubble» con telecomandi da Terra ma già adesso alla Nasa c'è l'euforia della vittoria. O almeno del riscatto. La più difficile impresa dell'astronautica dopo lo sbarco sulla Luna è pienamente riuscita. Lo «Space Telescope» ha i suoi «occhiali» per correggere il difetto ottico dovuto a una imprecisione nella forma dello specchio principale, ha i nuovi pannelli solari e monta una nuova telecamera a largo campo; tre giroscopi che servono per il puntamento sono stati sostituiti. Dopo gli incidenti che hanno colpito le navicelle «Galileo» (antenna principale guasta) e «Mars Observer» (perduta proprio mentre arrivava al traguardo), la Nasa segna un punto a suo favore. A caro prezzo: riparazione e manutenzione di «Hubble» sono costate 692 milioni di dollari, circa mille miliardi di lire. Da aggiungere ai 2500 miliardi che è il costo del telescopio al cambio attuale. Quella raccolta da «Hubble» è la luce più cara che si possa immaginare. Ogni fotone catturato costa mille volte di più di un fotone messo a fuoco dal più sofisticato telescopio al suolo. Bisogna però riconoscere che si tratta di fotoni speciali: non disturbati dall'atmosfera terrestre, in quanto «Hubble» è in orbita a 580 chilometri di altezza. E in parte sono fotoni infrarossi e ultravioletti che l'aria assorbe prima che raggiungano il suolo. Fotoni costosi, dunque, ma particolarmente pregiati. Il grosso della spesa è da imputare alla acrobatica missione dello shuttle «Endeavour»: 429 milioni di dollari. Gli «occhiali», cioè i 10 piccoli specchi dell'apparato «Costar» per correggere il difetto ottico, a paragone sono una spesa modesta: 50 milioni di dollari, 80 miliardi di lire. I nuovi pannelli solari, che a differenza dei precedenti non dovrebbero causare noiose vibrazioni al telescopio, valgono pochi spiccioli: 12 milioni di dollari, a carico dell'Esa, l'Agenzia spaziale europea. Il telescopio spaziale pesa 11 tonnellate, è lungo 14 metri e il suo tubo è largo 4. Lo specchio principale (2,4 metri di diametro, difettoso perché ai bordi risulta di 2 millesimi di millimetro più piatto di quanto doveva essere: 1/50 dello spessore di un capello), può esplorare un volume di spazio 100 volte maggiore di quello alla portata dei telescopi al suolo, benché questi spesso siano più grandi (5 metri quello di Monte Palomar, 6 il telescopio ex sovietico sul Caucaso, 10 il telescopio a tasselli da poco inaugurato sul vulcano Mauna Kea alle isole Hawaii). «Hubble», ora che dovrebbe essere otticamente perfetto, distingue due punti separati da un decimo di secondo d'arco: un pacchetto di sigarette a 100 chilometri di distanza. Ancora più sorprendente è la precisione con cui può misurare la posizione di un astro: due millesimi di secondo, un uomo sulla Luna visto dalla Terra. La telecamera planetaria a largo campo abbraccia al massimo uno spazio di cielo di 2,7 per 2,7 minuti d'arco (meno di un decimo del diametro apparente della Luna) e forma la sua immagine su un sensore elettronico (Ccd) di 800 per 800 pixel di 1,5 millesimi di millimetro di lato. Risultato: si può osservare un pianeta, per esempio Giove, quasi come da una sonda spaziale che gli passi accanto. La telecamera per osservare oggetti deboli, costruita dall'Esa, ha un campo incredibilmente piccolo (da 22 secondi d'arco a un minimo di 4) ma in compenso, ora che la messa a fuoco dovrebbe essere precisa, consente di osservare galassie sette volte più lontane di quelle visibili da Terra. I test delle prossime settimane ci diranno se tutto è davvero in ordine. In questo caso, i segreti dell'universo, a cominciare dalle sue dimensioni e dalla data della sua origine, sono a portata di mano. Edwin Hubble, donde il nome del telescopio spaziale, prima di fare l'astronomo e di scoprire l'espansione dell'universo (1929) ha fatto anche l'avvocato e il pugile. Il suo omonimo in orbita è in linea. Il difetto ottico, infatti, è stato al centro di una dura contesa legale tra la Nasa e la ditta che ha lavorato lo specchio. Ma «Hubble» si è anche dimostrato un grande lottatore: ha lavorato bene nonostante il colpo basso incassato e ora si prepara a vincere il suo match con le stelle. Piero Bianucci


ASTRONAUTI ACROBATI Quei meccanici a gravità zero
Autore: LO CAMPO ANTONIO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
ORGANIZZAZIONI: NASA HUBBLE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 093

IL più ambizioso, difficile e spettacolare volo finora effettuato da una navetta spaziale - il recupero e la riparazione in orbita del grande telescopio «Hubble» - si è concluso felicemente lunedì sulla pista di Cape Canaveral dopo 11 giorni in orbita, 5 uscite all'esterno e 35 ore di lavoro nello spazio. Per una missione così complessa era essenziale un equipaggio di grandi professionisti dello spazio, e già prima del lancio in orbita di «Hubble» nel 1990, ben 28 astronauti avevano simulato passeggiate extraveicolari immergendosi con gli ingombranti scafandri nelle piscine appositamente attrezzate dei centri della Nasa e dell'Esa, per un totale di 738 ore. La squadra di cinque astronauti-meccanici (includendo la riserva Gregory Harbaugh) si è allenata per quasi due anni, seguita da un gruppetto di esperti supervisori come non accadeva dai tempi dei voli lunari Apollo: dal direttore della missione Randy Brinkley, ad ex astronauti quali Jerry Ross, Joe Allen e persino John Young, che volò con le Gemini e Apollo. Chi sono i protagonisti di questa impresa eccezionale nella storia dei voli spaziali? Il comandante Richard Covey e il copilota Ken Bowersox pur con 10 anni di differenza (rispettivamente 47 e 37) hanno entrambi alle spalle più di 2000 ore di volo su aerei. Covey era alla sua quarta impresa spaziale, Bowersox alla seconda. Franklyn Story Musgrave, comandante della squadra di meccanici dello spazio, 58 anni, calvo come Kojak, era al suo quinto volo spaziale, raggiungendo così al secondo posto (dopo John Young a quota 6), il russo Vladimir Djanibekov nel Guinness dei voli spaziali. E' l'unico rimasto in attività tra gli astronauti dell'«epoca d'oro» della Nasa; fu scelto nel 1967, e lavorò a studio e progettazione dello Skylab lanciato nel '73. Grande specialista di «passeggiate spaziali» ha lavorato allo sviluppo delle tute e degli zaini a razzo per il programma Shuttle. Jeffrey A. Hoffmann: è nato a Brooklyn nel 1944, ed è laureato in astrofisica e scienza dei materiali. Ha prestato servizio al celebre Mit di Boston nel campo dell'astronomia a raggi X per il satellite Heao-1. Diventato astronauta nel 1978, ha lavorato allo sviluppo di nuove tute spaziali ad alta pressione. Aveva già partecipato alle missioni numero 16, 35 e 46 del programma Shuttle. Kathryn C. Thornton: nata nel 1952 in Alabama, è dottoressa in fisica e filosofia. Astronauta dall'84, era alla sua terza missione. Nel maggio '92, con Toma Akers, affrontò un'attività extraveicolare di 7 ore e 45 minuti per collaudare metodi e strumenti in vista della costruzione della Stazione spaziale. Thomas D. Akers: anch'egli alla sua terza impresa spaziale, anche lui esperto di «passeggiate nello spazio», nel maggio 1992 durante il volo Sts-49, oltre all'attività extraveicolare con Kathy Thornton, fu protagonista del complicato recupero in orbita del satellite Intelsat 6 nel corso un'ulteriore «passeggiata». Ha 42 anni, è laureato in matematica applicata, e ha prestato servizio come pilota alla base Edwards, in California. Alla Nasa dall'87, fu anche protagonista del volo Sts- 41, che portò in orbita la sonda interplanetaria «Ulisse». Claude Nicollier: astronauta dell'Esa (Agenzia Spaziale Europea), nato 49 anni fa a Vevey, in Svizzera. E' stato pilota civile e militare con alle spalle 4700 ore di volo, e ha il grado di capitano. Nel corso di questa missione, Nicollier non compie attività extraveicolari, avendo il delicato compito di manovrare il braccio-robot della navetta «Endeavour» al quale viene agganciato il telescopio spaziale. Ha preso parte alla missione Sts-46, dove tra i membri dell'equipaggio figurava anche l'italiano Malerba. Laureato in astrofisica e fisica, fu scelto nel '77 come astronauta europeo destinato ai voli Spacelab. Dall'80 si è stabilito a Houston. Antonio Lo Campo


Ora scruterà i confini dell'universo Tutte le riparazioni, pezzo per pezzo
Autore: BIANCHI LUCIANA

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
ORGANIZZAZIONI: NASA HUBBLE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 093

IL telescopio «Hubble» ha prodotto, da quando è stato lanciato nel 1990, importantissimi risultati scientifici. Tuttavia un errore di curvatura nello specchio (troppo «piatto» di circa 2 micron al bordo) ha impedito di eseguire certi tipi di osservazione. Per correggere il difetto ottico gli astronauti hanno installato un sistema di specchi correttori. Così ora Hubble porta gli occhiali. Ma non c'era posto per sistemare questa nuova apparecchiatura e lasciare tutti gli strumenti esistenti, e così si è tolto uno degli strumenti, quello meno usato: il fotometro rapido, che avrebbe dovuto rivelare e misurare le rapidissime variazioni di luce delle pulsar (la parte centrale che rimane di una stella esplosa come supernova). Del resto l'aberrazione sferica che disperde la debole luce delle pulsar lontane, e il tremolio causato dai pannelli solari, hanno limitato severamente i risultati che si sperava di ottenere con il fotometro. Lo strumento, riportato a Terra, servirà per studiare gli effetti dell'esposizione alle radiazioni cosmiche sui materiali. Al suo posto l'equipaggio di «Endeavour» ha montato «Costar» (Correttive optics space telescope axial replacement). E' un insieme di 10 specchietti montati su una specie di banco ottico articolato, che serve a disporli con estrema precisione davanti a tre strumenti (Faint object camera, Faint object spectrograph e High Resolution spectrograph) per correggere quasi completamente l'aberrazione sferica dello specchio primario. «Costar» è un capolavoro di miniatura e precisione: nello spazio di una scatola da scarpe ci sono 12 motori, 10 specchi, 4 bracci articolati e una miriade di cavi e sensori. L'intero meccanismo pesa quasi 3 quintali] Per il quarto strumento, Wide field and planetary camera, l'aberrazione sferica non viene corretta da Costar perché l'intero strumento è stato rimpiazzato da uno nuovo che contiene già le ottiche correttive. Ognuno di questi strumenti ha le dimensioni di una cabina telefonica, e - anche se disegnati per essere sostituiti nel tempo - è stato molto difficile per gli astronauti rimuovere il vecchio strumento, infilare il nuovo al suo posto e fissarlo al telescopio. Di qui la necessità di avere a disposizione un equipaggio di espertissimi veterani dello spazio. Per Story Musgrave questo era il quinto volo: un record. Story confessava durante le preparazione: «Francamente, tutta la faccenda è un incubo. Sono spaventato. Da quando mi hanno assegnato questa missione sono spaventato». In parte scaramanzia, in parte realismo. Usando il braccio-robot per afferrare Hubble dalla sua orbita, gli astronauti hanno dovuto evitare che il satellite, grande e pesante come un piccolo autobus, sbattesse contro lo Shuttle danneggiandolo. Inoltre hanno dovuto evitare anche i minimi urti al telescopio. Un piccolo contatto avrebbe staccato della «ruggine spaziale», metallo corroso, diventato simile a un impasto sabbioso per l'esposizione alle radiazioni fuori dell'atmosfera. Qualche granello di quella polvere può rovinare senza rimedio lo specchio perfettamente pulito del telescopio. Perfino le chiusure di velcro che gli astronauti usano per tenere attaccati alla tuta gli attrezzi erano un pericolo per Hubble. Microscopici fiocchi di plastica volano via quando il velcro viene aperto, e questi sono sufficienti a inceppare il delicato meccanismo che orienta gli specchi correttori di Costar. Sono stati anche felicemente sostituiti i pannelli solari, due magnetometri (strumenti che indicano la direzione, come una bussola), e i giroscopi (necessari per puntare il telescopio). Oltre 800 persone (impiegati della Nasa, contrattisti, ingegneri, scienziati) sono state direttamente coinvolte in questa missione. I sogni e la carriera di molti dipendevano interamente dal risultato. Non si trattava solo di una costosissima e rischiosa riparazione in un ambiente esotico. Si trattava di provare la validità del concetto di manutenzione in orbita, di recuperare la credibilità dopo la delusione causata dal difetto di curvatura dello specchio. Si trattava di mettere a punto uno strumento unico per rispondere a interrogativi sull'universo, a domande che appassionano gli astrofisici di tutto il mondo. Molti scienziati, compresa chi scrive, hanno già programmi di osservazione approvati e preparati nei minimi particolari, da eseguire non appena Costar entrerà normalmente in funzione. Dice ancora Musgrave: «Hubble è molto, molto di più che una grande realizzazione della tecnologia. Ho sempre pensato a quello strumento come a qualcosa che contribuisce alla mia idea personale su quale sia il mio posto nell'universo, su cosa significhi essere uomini». Luciana Bianchi Space telescope Institute, Usa


RIAPERTO A FERMO Il museo che viene dal freddo Documenti sulla conquista dei Poli Nord e Sud E' la terza raccolta al mondo per importanza
Autore: SCAGLIOLA RENATO

ARGOMENTI: STORIA DELLA SCIENZA, GEOGRAFIA E GEOFISICA
NOMI: CASARINI MARIA PIA
ORGANIZZAZIONI: MUSEO POLARE
LUOGHI: ITALIA, FERMO
NOTE: 094

L'UNICO Museo Polare italiano, (terzo per importanza nel mondo dopo Cambridge e San Pietroburgo), è a Fermo nelle Marche, trasferito da Civitanova dove era rimasto chiuso per anni. Fondato da un singolare personaggio, Silvio Zavatti (morto nell'85), il più autorevole studioso italiano delle terre fredde, è tornato a nuova vita alla fine di ottobre con una affollata inaugurazione, cui hanno partecipato studiosi e scienziati, tra cui Maria Pia Casarini, storica polare ed esploratrice, docente al Polar Institute di Cambridge, e moglie di Peter Wadhams pure docente nella stessa università e illustre scienziato dei Poli a sua volta. Tra l'altro la Casarini (milanese trapiantata nel Regno Unito da 17 anni), ha collaborato all'edizione italiana di un bellissimo volumetto «Artide e Antartide la grande sfida dei Poli», appena uscito nella collana Universale Electa/Gallimard (200 pagine, 20 mila lire). Alla cerimonia d'inaugurazione sono intervenuti relatori delle Università di Genova, Parigi, Ottawa. La serata si è conclusa con la proiezione di diapositive «Oltre il sole di mezzanotte», a cura di Walter Forno e Franco Giardini dell'Associazione Grande Nord di Torino. Una festa per un museo (direttore il biologo Giuliano Liberini) piccolo e misconosciuto ma pieno di meraviglie. Nella settecentesca Villa Vitali di viale Trento a Fermo (provincia di Ascoli Piceno, telefono 0734/226.166), c'è una biblioteca specializzata con circa 15 mila volumi in diverse lingue, con testi rari (alcuni unici), che risalgono anche al '700, a disposizione di studiosi e studenti. Nel 1984 una commissione di studio americana valutò il corpus in tre miliardi di lire. Il museo però (il Comune non ha fondi) non ha neanche un dipendente. L'orario di visita comunque è: 9-13 lunedì, martedì, mercoledì e venerdì. Il giovedì è aperto anche al pomeriggio (15- 19). Per eventuali visite il sabato e la domenica si può telefonare in sede, o direttamente a casa del direttore (0734/22.50.91) che, insegnante di scienze e matematica alle medie, dedica all'Istituto tutto il suo tempo libero. Nelle sale troviamo cimeli di Umberto Nobile, come un sacco a pelo (di pelle), dei superstiti della Tenda Rossa, la tenda della spedizione del Duca degli Abruzzi (1899), alla Terra di Francesco Giuseppe, statuine e manufatti in osso, pietra basaltica e ollare, scolpiti dagli esquimesi, (il popolo Inuit), preziosi reperti ricavati da zanne fossili di mammut. Altre sale ospitano animali artici e antartici imbalsamati (foche, pinguini, orsi, foche, volpi), ma anche il rostro a spirale di un narvalo, il cranio di un bue muschiato, la pelle di un tamburo sciamanico, fiocine e numerosi utensili. In un angolo della sala centrale del museo il busto di Zavatti, che ebbe una vita avventurosa, segnata da una inesauribile passione per i Poli. Ai suoi tempi per allenarsi alle basse temperature, si alzava alle tre del mattino, d'inverno, e si metteva a scrivere e studiare a torso nudo, o in canottiera, davanti alla finestra aperta. Nato a Forlì nel 1917, frequenta l'Istituto Nautico di Ancona, emigra giovanissimo in Inghilterra, e gira tutto il mondo come capitano di lungo corso su navigli della marina mercantile britannica. «Ero a Bergen in Norvegia nel '37 - raccontò in un'intervista - quando il nostro console mi convinse a rimpatriare per fare il militare. Appena arrivato a Forlì mi arrestarono, forse perché avevo la divisa, anche se civile, della marina inglese. Per farla breve ho fatto sette anni e mezzo di naja, compreso un anno nella resistenza in Romagna. Ho preso poi la maturità classica per conto mio, e mi sono laureato in lettere. Le prime spedizioni le ho fatte a mie spese, pagando i debiti al ritorno. Nel '58 decisi di andare in Antartide, sull'isola di Bouvet, un cono ghiacciato di difficilissimo approdo con l'oceano sempre in tempesta. Sempre con pochi soldi in tasca trovai un passaggio su una bananiera fino in Somalia, poi con una carretta che faceva sei miglia all'ora arrivammo a Città del Capo. Di lì fortunosamente c'imbarcammo su una baleniera diretta al Sud. L'esperienza sull'isola di Bouvet fu terrificante, con una nebbia così fitta, a terra, che per procedere una volta abbiamo dovuto sdraiarci tastando il terreno davanti con le mani». Scrittore prolifico, Zavatti ha firmato libri di storia, geografia, e antropologia artica e antartica, considerati fondamentali per gli specialisti dal settore; dal «Dizionario degli esploratori» all'«Atlante geografico polare», dal «Misterioso popolo dei ghiacci», a «L'Italia e le regioni polari» . Non solo ma ha fondato e diretto per quarant'anni la rivista trimestrale «Il Polo», che ora viene mandata avanti dal figlio Renato, (che è direttore responsabile, con Liberini) e che viene inviata agli 800 abbonati sparsi ai quattro angoli del mondo. Renato Scagliola


IN BREVE In premio una notte con le stelle all'Eso
AUTORE: G_V
ARGOMENTI: ASTRONOMIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 094

In occasione della prima Settimana europea della cultura scientifica (22-27 novembre) l'European Southern Observa tory (Eso) ha organizzato un concorso chiamato «Astronomi europei del futuro», riservato agli alunni delle ultime due classi delle scuole superiori di 17 Paesi europei. Il concorso invitava i candidati a immaginare di avere la possibilità di usare, per una notte, il favoloso telescopio da 16 metri di diametro, il Very Large Telescope, a ottiche adattive, che sorgerà nel prossimo futuro sul Cerro Paranal, in Cile, e di svolgere con esso un programma di ricerca astronomica di punta. Il primo premio consiste in un soggiorno all'Eso di due settimane: i primi quattro giorni al quartier generale di Gar ching, presso Monaco, per preparare, con astronomi professionisti, le osservazioni da compiere nei successivi 10 giorni a La Silla, in Cile, il più importante sito astronomico del mondo assieme al Mauna Kea alle Hawaii, dove i 17 vincitori avranno la possibilità di utilizzare il telescopio olandese di 90 centimetri di diametro e addirittura, per una notte, il fantastico New Technology Te lescope da 3,5 metri, il telescopio attualmente più sofisticato del mondo. Nel nostro Paese il concorso ha avuto una buona risonanza: i partecipanti sono stati 125. Il primo premio è stato vinto da Carlo Ferrigno, dell'Associazione astronomica feltrina Rheticus, che ha proposto un'indagine sulla formazione dei «venti stellari» in stelle neonate. Il secondo e il terzo premio sono andati a Emiliano Gregori, di Terni, e a Silvia Merialdo, di Genova, che hanno proposto studi sull'asteroide Adonis e sui buchi neri extragalattici. (g. v.)


IN BREVE Banca dei materiali accordo Fiat-Csi
ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 094

Tra il Centro Ricerche Fiat e il Centro Supercalcolo della Regione Piemonte è stato firmato un accordo che mette a disposizione degli utenti interessati i dati del Centro Ricerche su materiali plastici e metallici utilizzati nell'industria: migliaia di schede che riguardano anche i trattamenti termici, le caratteristiche meccaniche, chimiche, fisiche, elettriche. I materiali plastici schedati sono circa cinquemila. Questo strumento di consultazione interessa almeno diecimila piccole e medie aziende ed è accessibile tramite modem e le normali reti per la trasmissione dati.


NUOVE RETI I bit corrono su autostrade a fibra ottica
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: COMUNICAZIONI, TECNOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 094

SINGAPORE ha un piano per collegare entro due anni con una rete di telecomunicazioni a fibra ottica a grande capacità tutti gli edifici del centro commerciale e entro il 2005 gli edifici di tutto il territorio. La piccola isola-Stato, diventata negli ultimi anni un formidabile centro finanziario e manifatturiero, punta in questo modo ad attirare nuove imprese alla ricerca di efficienza (oltre che di bassi costi). In Giappone si prevede di investire 50 miliardi di yen, oltre 750 miliardi di lire, per costruire in tre anni una rete a fibra ottica ultraveloce e ad alta capacità con la quale collegare una cinquantina di supercomputer e di banche dati situati prevalentemente nella città della scienza di Tsukuba presso Tokyo e in quella di Kamsai vicino a Osaka. Queste reti, destinate a trasferire dati ad altissima velocità, hanno già ricevuto un nome significativo: sono le «super higways, le «autostrade tecnologiche». Nella stessa direzione si muovono gli Stati Uniti dove una «task force» per le infrastrutture informatiche creata dall'amministrazione Clinton ha definito lo scorso settembre la strategia per arrivare a mettere in piedi, con il coordinamento del governo e la partecipazione dei privati, una rete nazionale a fibra ottica che inizialmente dovrebbe servire soprattutto alla ricerca scientifica ma in un secondo tempo dovrebbe coinvolgere le imprese private. Il National Research and Education Network ha già ora una capacità di 45 megabit al secondo (un megabit è uguale a un milione di bit) e sta per essere portato a 155. Anche il network della National Science Foundation è già una «super highway» che collega i supercomputer di molti centri di ricerca universitari con una capacità di trasmissione, in alcuni elementi sperimentali, calcolabile in gigabit (cioè in miliardi di informazioni il secondo). L'Europa, da parte sua, deve vedersela con la sua frammentazione politica e con la molteplicità delle società di telecomunicazione; attraverso il programma Race punta a creare un sistema europeo entro il 1995. Il problema tecnico-politico è quello di integrare ciò che si fa nei vari Stati. Le sperimentazioni in corso in Italia sono state al centro di un convegno organizzato a Torino durante il salone delle Nuove Tecnologie. Da noi il punto di partenza per la rete ad alta velocità è rappresentato dalle Man, ossia «Metropolitan area network»; la prima a essere realizzata dalla Sip (e anche una delle prime in Europa) è stata quella di Torino, in funzione da due anni, e costituita da un anello principale a 34 megabit il secondo dal quale si diramano sottoreti sempre a 34 megabit. Tra gli utenti vi sono il Politecnico, il Csi, l'Istituto di fisica dell'università; la velocità di trasmissione sarà portata a 140 megabit per secondo. Le «autostrade» a fibra ottica per trasmissione ad alta velocità sono ritenute indispensabili per la nuova fase di espansione delle telecomunicazioni degli Anni 90. Essendo in grado di trasportare contemporaneamente dati, voci, immagini immobili o in movimento, esse costituiscono la base dei nuovi prodotti. Gli Anni 80, caratterizzati dalla comparsa delle fibre ottiche, si sono chiusi con l'introduzione del telefono mobile, che ha avuto un successo enorme; i tecnici ritengono che negli anni '90 le telecomunicazioni, grazie alle reti «intelligenti» e alla crescente integrazione con l'informatica, diventeranno sempre più personalizzate, cioè sempre più adattatte alle esigenze delle imprese e dei singoli. Crescerà la domanda di servizi mobili; anzi, come ha sottolineato al convegno torinese Aldo Roveri, direttore del progetto finalizzato telecomunicazioni del Cnr, l'esigenza di essere trovati in qualsiasi momento, in qualunque luogo, a casa, in ufficio, in viaggio, porterà prima o poi all'istituzione del numero personale al posto di quello dell'apparecchio, fisso o mobile. «Si può immaginare - dice Roveri - uno scenario in cui tutti i terminali per voce, immagini, dati, applicazioni multimediali siano mobili, cioè senza fili, ma siano collegati via radio a un'antenna vicina, unita alle centrali con fibra ottica». Vittorio Ravizza


ORIGINE DELLA VITA Quelle molecole mancine In certe meteoriti si trovano sostanze dalla struttura insolita sulla Terra A formarle potrebbe essere stato il campo magnetico di una stella di neutroni
Autore: BATALLI COSMOVICI CRISTIANO

ARGOMENTI: CHIMICA, BIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 094

UNO dei tanti misteri della biochimica terrestre riguarda la chiralità degli aminoacidi e degli zuccheri presenti nel Dna (acido desossiribonucleico) e nel Rna (acido ribonucleico). Nel linguaggio chimico per chiralità (dal greco kiros, mano) si intende una importante proprietà del carbonio che permette la formazione di due strutture di composizione chimica identica: una struttura è l'immagine speculare dell'altra, così come la mano sinistra lo è della mano destra. La figura mostra come esempio le due forme dell'aminoacido più semplice, l'alanina, la L (levogira) e la D (destrogira). Ora, mentre gli zuccheri presenti nel Dna e Rna sono di tipo D, gli aminoacidi che formano le proteine sono di tipo L. L'enigma sta nel fatto che sia gli zuccheri sia gli aminoacidi sono molecole chirali, cioè molecole che possono esistere nelle due forme speculari. Ma sul nostro pianeta ciò non avviene e nessun biochimico è in grado di spiegare la ragione in maniera soddisfacente. Nelle meteoriti di Murchinson e di Allende sono stati scoperti una sessantina di aminoacidi extraterrestri di tipo sia D sia L. Anche nelle stratificazioni geologiche risalenti alla transizione Cretaceo/Terziario sono stati scoperti aminoacidi extraterrestri importati probabilmente da comete o meteoriti che hanno provocato l'estinzione di massa sulla Terra. Il chimico californiano William Bonner, uno dei maggiori esperti di chiralità, ha recentemente cercato di spiegare la omochiralità terrestre con una suggestiva ipotesi astrofisica. Sempre di più si fa strada l'ipotesi che miliardi di tonnellate di aminoacidi siano stati depositati sul nostro pianeta nel periodo che va da 4,5 a 4 miliardi di anni fa da sciami di comete provenienti dal sistema solare esterno. Poiché le comete si sono formate nella nebulosa che ha dato origine al nostro sistema solare, esse contengono lo stesso materiale organico presente nelle nubi interstellari. I radioastronomi hanno infatti trovato negli ultimi 20 anni circa 100 molecole interstellari di cui 80 organiche complesse. Gli aminoacidi non sono stati ancora trovati, ma si pensa di essere vicini alla loro scoperta grazie ai progressi della tecnica di analisi. Queste molecole si formano sulla superficie di granelli di polvere che fungono da catalizzatori. Lo scenario di Bonner è quello di una stella a neutroni, una pulsar, relitto di una esplosione di supernova, in grado di interagire con una vicina nube interstellare. L'intenso campo magnetico della stella rotante accelera gli elettroni generando una radiazione di sincrotrone circolarmente polarizzata. Questo vuol dire che il piano delle onde elettromagnetiche ruota in modo continuo, in una direzione per la luce proveniente dall'emisfero Nord della stella e nell'altra per la luce proveniente da quello Sud. Se i granelli composti da materiale organico fossero investiti da questo tipo di radiazione, la luce circolarmente polarizzata verrebbe a distruggere in modo selettivo molecole di tipo L, risparmiando quelle di tipo D (o viceversa). Questo potrebbe spiegare l'anomala chiralità terrestre: sembra che nel meteorite di Murchinson vi sia un eccesso significativo di aminoacidi di tipo L, forse dovuto a un lontano incontro con una stella a neutroni. Poiché finora nessuno ha potuto osservare luce ultravioletta circolarmente polarizzata proveniente da una pulsar, questa teoria è difficile da verificare. Nei laboratori possiamo però verificare se realmente la luce ultravioletta circolarmente polarizzata produce l'effetto descritto sulla superficie di granelli contenenti molecole organiche. I problemi non si esauriscono con l'ipotesi dell'importazione degli aminoacidi di tipo L da parte delle comete in quanto bisogna ora capire come queste molecole complesse possano raggiungere la superficie terrestre senza essere distrutte dall'enorme calore generato nell'impatto. In base alle simulazioni al computer eseguite da Christopher Chyba, solo una piccola percentuale del materiale cometario potrebbe raggiungere intatto il suolo terrestre preservando le molecole organiche. Mayo Greenberg, dell'Università di Leiden, in seguito ai suoi esperimenti sui granelli interstellari, crede di aver trovato una soluzione al problema studiando la formazione dei ghiacci d'acqua sui granelli. Se una miscela di gas - vapore acqueo, metano, ossido di carbonio e altri composti che osserviamo nelle chiome cometarie - vengono condensati sulla superficie dei granelli a temperature inferiori a 10 gradi assoluti, i ghiacci assumono una struttura amorfa, hanno cioè una struttura molecolare disordinata contrariamente a quanto si osserva nella normale struttura cristallina. Il ghiaccio amorfo conduce il calore molto più lentamente del ghiaccio cristallino e inoltre se esso si forma molto lentamente, come avviene nel mezzo interstellare, la conducibilità termica si può ridurre anche di 100.000 volte. Questo effetto potrebbe isolare il materiale organico contenuto nei nuclei cometari proteggendolo durante l'impatto della cometa con l'atmosfera o con il suolo terrestre. Tutte ipotesi da verificare. L'unica reale possibilità per la nostra generazione rimane la missione spaziale europea «Rosetta», che prevede, entro il 2010, l'analisi chimica automatica della superficie di una cometa. Cristiano B. Cosmovici Istituto di fisica dello Spazio, Cnr, Roma


TORNANO SULLE ALPI Hai visto un gipeto? Dillo agli ornitologi
Autore: FRAMARIN FRANCESCO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 095

DUE notizie naturalistiche dalle Alpi: una cattiva, l'altra buona. Entrambe riguardano il ritorno di due nativi, sterminati all'inizio del secolo, i quali per recenti iniziative di alcuni naturalisti cercano, non senza difficoltà, di rioccupare il loro posto nella loro vecchia terra: il gipeto e la lince. All'inizio di agosto un gipeto è stato abbattuto da una fucilata nelle Alpi francesi del Delfinato, appena all'interno del parco nazionale degli Ecrins, e lì abbandonato. Le radiografie hanno rivelato, nel suo corpo, la presenza anche di pallettoni di una vecchia fucilata. Non è il primo gipeto trovato morto, della cinquantina rilasciati dal 1987 a oggi, ma è il primo sicuramente ucciso da un cacciatore. I gipeti rilasciati sulle Alpi e ancor oggi vivi dovrebbero essere almeno una trentina. Sono tutti preziosi, ma questo lo era più degli altri. Si trattava infatti di un bellissimo esemplare di femmina in livrea di adulto, di peso superiore ai sei chili, con un'apertura alare di 2, 85 metri. Era uno dei tre uccelli rilasciati per primi sei anni fa negli Alti Tauri (Austria), ed era stato chiamato Nina. Aveva appena raggiunto la maturità riproduttiva e poteva essere la protagonista del primo lieto evento dopo quasi un secolo. Curiosamente, qualche anno dopo il rilascio, aveva percorso buona parte della catena alpina e si era stabilita nel parco nazionale degli Ecrins. Ancor più curiosamente, lo scorso inverno aveva frequentato un nido d'aquila in costruzione, apparentemente tentando con una coppia d'aquile quel ruolo di «zia» che in natura alcuni gipeti svolgono con coppie della loro specie. La notizia sulla lince riguarda la prima accertata presenza di questo felino nel parco nazionale del Gran Paradiso, a quasi vent'anni dall'unico rilascio sperimentale fatto sinora in Italia. Il fatto non è sorprendente, perché si sapeva da parecchi anni che la reintroduzione della lince nelle Alpi svizzere occidentali e nel Giura, fatta nei primi Anni Settanta, aveva avuto successo, tanto che la presenza della specie si era manifestata anche in Savoia. Lo spazio per la lince, nelle Alpi occidentali italiane, è meno esteso e meno adatto rispetto alle montagne francesi e svizzere, ma la crescita della selvaggina verso livelli più naturali e la diminuita (anche se non scomparsa) diffidenza del pubblico, in particolare dei cacciatori, rendono oggi probabile un suo ritorno in Piemonte e Liguria, a quanto pare piuttosto lento e comunque con pochi individui. Le Alpi orientali italiane offrono alla lince un ambiente buono e vasto. La specie vi può arrivare - ed è già arrivata più volte - dalla Slovenia, dove fu reintrodotta nel 1973 con notevole successo, forse dall'Austria, che liberò nove animali verso la fine degli Anni Settanta e dall'Engadina. Nel Trentino (gruppo del Lagorai) si è persino formata una piccola popolazione di incerta provenienza; la sua stabilità pare sicura, ma almeno un esemplare ha già incontrato la stessa sorte del gipeto Nina e di quei pacifici orsi d'Abruzzo, che in piccolo numero ma regolarmente pagano il loro tributo all'irresponsabilità di sedicenti «sportivi». La lince è animale più elusivo del gipeto e i segni di una sua presenza possono passare facilmente inosservati. I gipeti, che nel vasto paesaggio alpino si confondono con le aquile, sono pochi, e rari i loro avvistamenti. Chiunque frequenti la natura alpina con spirito amico e occhio attento, non trascuri di segnalare ogni prova o fondata notizia della loro presenza alle associazioni che li seguono, come il Wwf. Questa collaborazione è essenziale per conoscere distribuzione e status delle due specie e per aiutarne, ove possibile, il non facile ritorno. Francesco Framarin


ADROTERAPIA Fasci di protoni contro il cancro
Autore: QUAGLIA GIANFRANCO

ARGOMENTI: FISICA, MEDICINA E FISIOLOGIA
NOMI: AMALDI UGO
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 095

SI scrive «Tera», ma non è un errore. E' la denominazione del primo centro italiano per adroterapia oncologica. Sarà realizzato entro il 2000 a Novara, dove è stato presentato il progetto. Un'idea nata nell'ambito dell'Istituto nazionale di fisica nucleare dalla collaborazione tra Ugo Amaldi e Giampiero Tosi, sulla scorta di esperienze maturate all'Università di Milano, al Cern di Ginevra e all'ospedale Niguarda. Scopo dell'iniziativa: portare in Italia le tecniche di cura dei tumori basati sull'uso di fasci di protoni, ioni leggeri e neutroni. Una tecnica già collaudata con successo a Mosca, Harvard e Loma Linda (San Diego). Finora in tutto il mondo sono stati trattati 15 mila pazienti, che presentavano tumori alla prostata, al cervello, all'ipofisi e all'occhio. Gli adroni sono particelle nucleari fatte di quark che consentono di colpire con estrema precisione i tumori profondi, anche se vicini a organi critici, risparmiando i tessuti sani circostanti, come il cervello, l'occhio, le gonadi. In Italia l'adroterapia finora è soltanto una parola e un campo di ricerca: eppure si calcola che ogni anno almeno tremila pazienti avrebbero vantaggio da un trattamento con fasci di protoni. Obiettivo di «Tera» è portare in Italia questa terapia realizzando apposite macchine nei maggiori ospedali italiani. La prima scelta è caduta su Novara per la presenza della facoltà di medicina e di un ospedale considerato fra i migliori, nonché la posizione baricentrica rispetto a Milano e Torino. Il centro si svilupperà su tre piani: nel bunker sotterraneo ci sarà un acceleratore circolare - il sincrotrone - di 18 metri di diametro per la produzione di fasci esterni di protoni, estratti e convogliati in cinque sale di trattamento con una capacità di irraggiare mille pazienti l'anno, ciascuno trattato in una ventina di sedute. Secondo una ricerca di esperti della Fondazione Tera, il trattamento sarebbe decisivo per almeno il trenta per cento delle tremila persone che ogni anno in Italia dovrebbero sottoporsi all'adroterapia. La macchina che lancia i raggi potrebbe essere utilizzata per i melanomi dell'occhio, il condrosarcoma della base cranica, i tumori spinali e paraspinali, alcuni meningiomi, il glioma del nervo ottico, malformazioni artrovenose endocraniche e adenomi ipofisari. Secondo il progetto, l'acceleratore compatto genererà campi magnetici elevati e sarà dotato di una testata magnetica isocentrica rotante, i cui magneti sono anche impulsati. La costruzione del prototipo dei magneti avverrà in collaborazione con l'Istituto di fisica nucleare di Novisivirsk (Russia), i cui scienziati hanno disegnato per primi questa macchina. Tempi di realizzazione: entro il 2000 tutto completato. Costi: circa 80 miliardi, finanziati dal Ministero della Sanità, privati, banche ed enti vari. Gianfranco Quaglia


LABORATORIO Argomenti da salotto Fisica sì, biologia no
Autore: MARCHISIO PIER CARLO

ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA, BIOLOGIA, FISICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 095

TROPPO poca biologia su Tuttoscienze? Forse sì, se si considera come e quanto la ricerca biologica e biomedica stia cambiando la vita dell'uomo. Non dobbiamo farci distrarre dalle squallide manovre che hanno interessato, in Italia, il mondo dei farmaci ma pensare agli sforzi che legioni di ricercatori, in tutto il mondo, stanno dedicando allo sviluppo di nuovi potenti strumenti biologici capaci di agire sui mali più gravi che affliggono l'uomo. Cancro in testa. Lasciatemi dire la mia opinione sul perché ritengo che esista troppo poca cultura biologica in Italia. Semplicemente perché non esiste il concetto che la biologia sia cultura e di ciò è responsabile in primo luogo la scuola, che non prevede un adeguato insegnamento della biologia. Inoltre, i mezzi di comunicazione, anch'essi prodotto di una cultura essenzialmente non scientifica, non sentono il problema come un fatto culturale e ai problemi biologici dedicano pochissimo spazio. Facciamo l'esempio dei premi Nobel per la Medicina. Per ragioni che erano ben chiare ai membri del comitato Nobel, i premi, negli ultimi tre anni, sono andati a biologi le cui scoperte hanno procurato grande progresso alla medicina. Ma la gente quasi non se ne è accorta e le notizie sono state liquidate con comunicati brevi e commenti scarni. Eppure gli americani Roberts e Sharp, a cui avrebbe dovuto aggiungersi il francese Chambon inesplicabilmente ignorato, hanno aperto una strada nuova alla comprensione del funzionamento dei geni. Strada rivoluzionaria, per molti aspetti. Come i lettori di Tutto scienze possono ignorare il concetto che i geni sono discontinui e composti di zone attive e inattive che si alternano e che questa alternanza può generare proteine diverse da un unico gene? Una scoperta di questo genere, tralasciando per il momento la straordinaria importanza che ha per il problema cancro o per la distrofia muscolare, è un fatto culturale rilevante che ci ha permesso di guardare alla regolazione della vita con occhi diversi. A riprova del fatto che la biologia è fatto culturalmente importante è venuto quest'anno anche il premio Nobel per la chimica a premiare una scoperta di grande rilevanza biologica. Ma se non ci fosse stato Michael Crichton, l'autore di Jurassic Park e lui stesso, in passato, ottimo biologo molecolare, a rendere popolare la scoperta della Pcr (polymerase chain rea ction), le applicazioni del metodo per amplificare i geni in laboratorio sarebbero state ignorate. Non capita così per la fisica. Per ragioni che mi sfuggono, la scoperta di una nuova particella subatomica o un nuovo nome per il Big Bang fa notizia. E' chiaro che i fisici hanno sempre avuto addetti alle pubbliche relazioni migliori dei biologi e ora fisica e filosofia possono ben fondersi in mode culturali che trovano posto anche in salotto, invece, parlar di biologia in salotto solleva un muro e spesso persone che disquisiscono su fini argomenti letterari o giuridici si bloccano davanti al concetto di gene o al problema dell'evolversi della vita. Non mi si dica, come capita spesso, che la cultura biologica è difficile, che usa un lessico astruso. Non è vero. Qualunque concetto biologico, compresa la Pcr o lo spli cing genico dei premi Nobel '93, può essere reso semplice come un fumetto solo che questo venga accettato come cultura. Noi biologi vogliamo uscire dal nostro ghetto e rendere semplice e conosciuto il nostro mestiere. Anche noi abbiamo il nostro Big Bang. Pier Carlo Marchisio Università di Torino


EMERGENZA SANITARIA Sto male, chiamate il 118 Un'indagine Gallup: i giovani e gli anziani le fasce più a rischio Il nuovo sistema assicura un coordinamento integrato dei soccorsi
Autore: PIGNATTA PINO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, COMUNICAZIONI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 095

IL 30 per cento delle morti per incidenti o per infarto si potrebbe evitare con una adeguata organizzazione dei soccorsi di emergenza. Il dato viene da un'indagine fatta dalla Gallup su 2500 cittadini europei e presentata l'otto dicembre a Bruxelles. La stessa ricerca indica che nella Cee, sul totale delle vittime di incidenti stradali, oltre il quaranta per cento è rappresentato da ragazzi e il trenta per cento da ragazze in età tra i quindici i ventiquattro anni. Per gli infarti, la popolazione a rischio è oggi circa il 18 per cento di quella europea e toccherà il 24 per cento nel 2010, a causa dell'aumento della vita media. I più giovani e i più anziani sono dunque le fasce che più spesso hanno bisogno di un soccorso d'emergenza. Come mettere in moto in Italia la macchina del pronto soccorso? Il modo più corretto e rapido per farlo è comporre il «118». La chiamata è gratuita, dall'apparecchio di casa come dal «cellulare». Se ci serviamo di un telefono pubblico non occorre il gettone: basta alzare la cornetta e avvisare la centrale operativa. Il «118» è il numero che l'Italia ha scelto per l'emergenza sanitaria. Le regioni che l'hanno già reso operativo, su tutto o parte del territorio, sono molte (Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Veneto, Lombardia, Toscana). Il servizio si estenderà presto anche al resto del Paese, perché è l'unico sistema (regolato da precise norme) che assicuri un coordinamento integrato dei soccorsi. Dietro il «118» c'è un sistema complesso in cui lavorano decine di persone (operatori specializzati, infermieri professionali e medici) che dispongono di tecnologie d'avanguardia. In Piemonte, per il solo soccorso alpino, ci sono 52 stazioni d'emergenza in montagna, con oltre 1200 volontari. L'assistenza medica è assicurata da infermieri professionali (con esperienza di pronto soccorso) e da medici specializzati. Tra questi ultimi, chi se ne occupa in modo qualificato e a tempo pieno è l'anestesista-rianimatore, che ha la preparazione e l'«allenamento» quotidiano per intervenire nelle situazioni limite: per esempio, in caso di arresto cardiaco o respiratorio. L'anestesista, abituato in sala operatoria a pazienti in «coma artificiale», è anche un «rianimatore», si occupa cioè dei casi in cui gravi alterazioni delle funzioni vitali (cardiocircolatorie, respiratorie, neurologiche, metaboliche) possono mettere in pericolo la vita. E' quindi un medico che sa affrontare in ogni momento le situazioni critiche. Il «Sistema 118» fa scattare una vera e propria rete di soccorsi, grazie a una centrale operativa collegata con le strutture destinate all'emergenza: ospedali, volontari del soccorso, prefetture, forze di polizia, vigili del fuoco, esperti della protezione civile, tecnici del soccorso alpino. Il cittadino fa il numero e trova un infermiere professionale che lo aiuta a esporre con calma il problema. E questo 24 ore su 24. Il vantaggio è avere un punto di riferimento unico per ogni emergenza. Esempio: se un bambino ingerisce un farmaco nocivo, la madre non deve perdere tempo a cercare il numero del Centro antiveleni, ma telefona alla centrale operativa del «118», dove gli esperti valutano la gravità dell'incidente e danno la risposta più adeguata. In questo modo sul territorio c'è sempre un impiego razionale dei soccorsi: non si manda l'elicottero quando basta l'ambulanza, nè quest'ultima quando è sufficiente una visita della guardia medica. La centrale operativa, ovviamente, è a disposizione anche delle strutture sanitarie. Può esserci, per esempio, un improvviso bisogno di sangue o di un farmaco raro. Il «118» raccoglie la richiesta e verifica la disponibilità dei vari ospedali. In caso di risposta positiva, utilizza tutti i mezzi propri (elicotteri, ambulanze, eccessiva), o quelli delle forze dell'ordine. E questo grazie a un sistema che ha la capacità e le tecnologie per gestire al meglio le risorse disponibili, senza sprechi o perdite di tempo. La centrale operativa di Torino è la prima in Piemonte (altre tre sono previste ad Alessandria, Cuneo e Novara). Dall'inizio di quest'anno ha coordinato e portato a termine con successo circa seimila interventi al mese. Le chiamate, ovviamente, sono state molte di più. Giulio Radeschi, 42 anni, anestesista rianimatore e responsabile medico organizzativo della centrale, spiega: «Occorre ricordare che dietro il Si stema 118 ci sono non solo il volontario del soccorso, l'infermiere, il medico o la guida alpina pronti a partire con l'ambulanza o con gli elicotteri, ma un'equipe di professionisti che valuta caso per caso la gravità della chiamata e mobilita con tempestività la struttura competente per quell'emergenza, predisponendo il ricovero presso l'ospedale più adeguato». Pino Pignatta


HUBBLE finalmente ci vede bene Facciamo il punto sull'eccezionale impresa (costata mille miliardi) per rimettere a nuovo il telescopio spaziale
Autore: BIANUCCI PIERO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
ORGANIZZAZIONI: NASA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 093

CI vorranno ancora sei settimane per mettere bene a fuoco il telescopio spaziale «Hubble» con telecomandi da Terra ma già adesso alla Nasa c'è l'euforia della vittoria. O almeno del riscatto. La più difficile impresa dell'astronautica dopo lo sbarco sulla Luna è pienamente riuscita. Lo «Space Telescope» ha i suoi «occhiali» per correggere il difetto ottico dovuto a una imprecisione nella forma dello specchio principale, ha i nuovi pannelli solari e monta una nuova telecamera a largo campo; tre giroscopi che servono per il puntamento sono stati sostituiti. Dopo gli incidenti che hanno colpito le navicelle «Galileo» (antenna principale guasta) e «Mars Observer» (perduta proprio mentre arrivava al traguardo), la Nasa segna un punto a suo favore. A caro prezzo: riparazione e manutenzione di «Hubble» sono costate 692 milioni di dollari, circa mille miliardi di lire. Da aggiungere ai 2500 miliardi che è il costo del telescopio al cambio attuale. Quella raccolta da «Hubble» è la luce più cara che si possa immaginare. Ogni fotone catturato costa mille volte di più di un fotone messo a fuoco dal più sofisticato telescopio al suolo. Bisogna però riconoscere che si tratta di fotoni speciali: non disturbati dall'atmosfera terrestre, in quanto «Hubble» è in orbita a 580 chilometri di altezza. E in parte sono fotoni infrarossi e ultravioletti che l'aria assorbe prima che raggiungano il suolo. Fotoni costosi, dunque, ma particolarmente pregiati. Il grosso della spesa è da imputare alla acrobatica missione dello shuttle «Endeavour»: 429 milioni di dollari. Gli «occhiali», cioè i 10 piccoli specchi dell'apparato «Costar» per correggere il difetto ottico, a paragone sono una spesa modesta: 50 milioni di dollari, 80 miliardi di lire. I nuovi pannelli solari, che a differenza dei precedenti non dovrebbero causare noiose vibrazioni al telescopio, valgono pochi spiccioli: 12 milioni di dollari, a carico dell'Esa, l'Agenzia spaziale europea. Il telescopio spaziale pesa 11 tonnellate, è lungo 14 metri e il suo tubo è largo 4. Lo specchio principale (2,4 metri di diametro, difettoso perché ai bordi risulta di 2 millesimi di millimetro più piatto di quanto doveva essere: 1/50 dello spessore di un capello), può esplorare un volume di spazio 100 volte maggiore di quello alla portata dei telescopi al suolo, benché questi spesso siano più grandi (5 metri quello di Monte Palomar, 6 il telescopio ex sovietico sul Caucaso, 10 il telescopio a tasselli da poco inaugurato sul vulcano Mauna Kea alle isole Hawaii). «Hubble», ora che dovrebbe essere otticamente perfetto, distingue due punti separati da un decimo di secondo d'arco: un pacchetto di sigarette a 100 chilometri di distanza. Ancora più sorprendente è la precisione con cui può misurare la posizione di un astro: due millesimi di secondo, un uomo sulla Luna visto dalla Terra. La telecamera planetaria a largo campo abbraccia al massimo uno spazio di cielo di 2,7 per 2,7 minuti d'arco (meno di un decimo del diametro apparente della Luna) e forma la sua immagine su un sensore elettronico (Ccd) di 800 per 800 pixel di 1,5 millesimi di millimetro di lato. Risultato: si può osservare un pianeta, per esempio Giove, quasi come da una sonda spaziale che gli passi accanto. La telecamera per osservare oggetti deboli, costruita dall'Esa, ha un campo incredibilmente piccolo (da 22 secondi d'arco a un minimo di 4) ma in compenso, ora che la messa a fuoco dovrebbe essere precisa, consente di osservare galassie sette volte più lontane di quelle visibili da Terra. I test delle prossime settimane ci diranno se tutto è davvero in ordine. In questo caso, i segreti dell'universo, a cominciare dalle sue dimensioni e dalla data della sua origine, sono a portata di mano. Edwin Hubble, donde il nome del telescopio spaziale, prima di fare l'astronomo e di scoprire l'espansione dell'universo (1929) ha fatto anche l'avvocato e il pugile. Il suo omonimo in orbita è in linea. Il difetto ottico, infatti, è stato al centro di una dura contesa legale tra la Nasa e la ditta che ha lavorato lo specchio. Ma «Hubble» si è anche dimostrato un grande lottatore: ha lavorato bene nonostante il colpo basso incassato e ora si prepara a vincere il suo match con le stelle. Piero Bianucci


ASTRONAUTI ACROBATI Quei meccanici a gravità zero
Autore: LO CAMPO ANTONIO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
ORGANIZZAZIONI: NASA HUBBLE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 093

IL più ambizioso, difficile e spettacolare volo finora effettuato da una navetta spaziale - il recupero e la riparazione in orbita del grande telescopio «Hubble» - si è concluso felicemente lunedì sulla pista di Cape Canaveral dopo 11 giorni in orbita, 5 uscite all'esterno e 35 ore di lavoro nello spazio. Per una missione così complessa era essenziale un equipaggio di grandi professionisti dello spazio, e già prima del lancio in orbita di «Hubble» nel 1990, ben 28 astronauti avevano simulato passeggiate extraveicolari immergendosi con gli ingombranti scafandri nelle piscine appositamente attrezzate dei centri della Nasa e dell'Esa, per un totale di 738 ore. La squadra di cinque astronauti-meccanici (includendo la riserva Gregory Harbaugh) si è allenata per quasi due anni, seguita da un gruppetto di esperti supervisori come non accadeva dai tempi dei voli lunari Apollo: dal direttore della missione Randy Brinkley, ad ex astronauti quali Jerry Ross, Joe Allen e persino John Young, che volò con le Gemini e Apollo. Chi sono i protagonisti di questa impresa eccezionale nella storia dei voli spaziali? Il comandante Richard Covey e il copilota Ken Bowersox pur con 10 anni di differenza (rispettivamente 47 e 37) hanno entrambi alle spalle più di 2000 ore di volo su aerei. Covey era alla sua quarta impresa spaziale, Bowersox alla seconda. Franklyn Story Musgrave, comandante della squadra di meccanici dello spazio, 58 anni, calvo come Kojak, era al suo quinto volo spaziale, raggiungendo così al secondo posto (dopo John Young a quota 6), il russo Vladimir Djanibekov nel Guinness dei voli spaziali. E' l'unico rimasto in attività tra gli astronauti dell'«epoca d'oro» della Nasa; fu scelto nel 1967, e lavorò a studio e progettazione dello Skylab lanciato nel '73. Grande specialista di «passeggiate spaziali» ha lavorato allo sviluppo delle tute e degli zaini a razzo per il programma Shuttle. Jeffrey A. Hoffmann: è nato a Brooklyn nel 1944, ed è laureato in astrofisica e scienza dei materiali. Ha prestato servizio al celebre Mit di Boston nel campo dell'astronomia a raggi X per il satellite Heao-1. Diventato astronauta nel 1978, ha lavorato allo sviluppo di nuove tute spaziali ad alta pressione. Aveva già partecipato alle missioni numero 16, 35 e 46 del programma Shuttle. Kathryn C. Thornton: nata nel 1952 in Alabama, è dottoressa in fisica e filosofia. Astronauta dall'84, era alla sua terza missione. Nel maggio '92, con Toma Akers, affrontò un'attività extraveicolare di 7 ore e 45 minuti per collaudare metodi e strumenti in vista della costruzione della Stazione spaziale. Thomas D. Akers: anch'egli alla sua terza impresa spaziale, anche lui esperto di «passeggiate nello spazio», nel maggio 1992 durante il volo Sts-49, oltre all'attività extraveicolare con Kathy Thornton, fu protagonista del complicato recupero in orbita del satellite Intelsat 6 nel corso un'ulteriore «passeggiata». Ha 42 anni, è laureato in matematica applicata, e ha prestato servizio come pilota alla base Edwards, in California. Alla Nasa dall'87, fu anche protagonista del volo Sts- 41, che portò in orbita la sonda interplanetaria «Ulisse». Claude Nicollier: astronauta dell'Esa (Agenzia Spaziale Europea), nato 49 anni fa a Vevey, in Svizzera. E' stato pilota civile e militare con alle spalle 4700 ore di volo, e ha il grado di capitano. Nel corso di questa missione, Nicollier non compie attività extraveicolari, avendo il delicato compito di manovrare il braccio-robot della navetta «Endeavour» al quale viene agganciato il telescopio spaziale. Ha preso parte alla missione Sts-46, dove tra i membri dell'equipaggio figurava anche l'italiano Malerba. Laureato in astrofisica e fisica, fu scelto nel '77 come astronauta europeo destinato ai voli Spacelab. Dall'80 si è stabilito a Houston. Antonio Lo Campo


Ora scruterà i confini dell'universo Tutte le riparazioni, pezzo per pezzo
Autore: BIANCHI LUCIANA

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
ORGANIZZAZIONI: NASA HUBBLE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 093

IL telescopio «Hubble» ha prodotto, da quando è stato lanciato nel 1990, importantissimi risultati scientifici. Tuttavia un errore di curvatura nello specchio (troppo «piatto» di circa 2 micron al bordo) ha impedito di eseguire certi tipi di osservazione. Per correggere il difetto ottico gli astronauti hanno installato un sistema di specchi correttori. Così ora Hubble porta gli occhiali. Ma non c'era posto per sistemare questa nuova apparecchiatura e lasciare tutti gli strumenti esistenti, e così si è tolto uno degli strumenti, quello meno usato: il fotometro rapido, che avrebbe dovuto rivelare e misurare le rapidissime variazioni di luce delle pulsar (la parte centrale che rimane di una stella esplosa come supernova). Del resto l'aberrazione sferica che disperde la debole luce delle pulsar lontane, e il tremolio causato dai pannelli solari, hanno limitato severamente i risultati che si sperava di ottenere con il fotometro. Lo strumento, riportato a Terra, servirà per studiare gli effetti dell'esposizione alle radiazioni cosmiche sui materiali. Al suo posto l'equipaggio di «Endeavour» ha montato «Costar» (Correttive optics space telescope axial replacement). E' un insieme di 10 specchietti montati su una specie di banco ottico articolato, che serve a disporli con estrema precisione davanti a tre strumenti (Faint object camera, Faint object spectrograph e High Resolution spectrograph) per correggere quasi completamente l'aberrazione sferica dello specchio primario. «Costar» è un capolavoro di miniatura e precisione: nello spazio di una scatola da scarpe ci sono 12 motori, 10 specchi, 4 bracci articolati e una miriade di cavi e sensori. L'intero meccanismo pesa quasi 3 quintali] Per il quarto strumento, Wide field and planetary camera, l'aberrazione sferica non viene corretta da Costar perché l'intero strumento è stato rimpiazzato da uno nuovo che contiene già le ottiche correttive. Ognuno di questi strumenti ha le dimensioni di una cabina telefonica, e - anche se disegnati per essere sostituiti nel tempo - è stato molto difficile per gli astronauti rimuovere il vecchio strumento, infilare il nuovo al suo posto e fissarlo al telescopio. Di qui la necessità di avere a disposizione un equipaggio di espertissimi veterani dello spazio. Per Story Musgrave questo era il quinto volo: un record. Story confessava durante le preparazione: «Francamente, tutta la faccenda è un incubo. Sono spaventato. Da quando mi hanno assegnato questa missione sono spaventato». In parte scaramanzia, in parte realismo. Usando il braccio-robot per afferrare Hubble dalla sua orbita, gli astronauti hanno dovuto evitare che il satellite, grande e pesante come un piccolo autobus, sbattesse contro lo Shuttle danneggiandolo. Inoltre hanno dovuto evitare anche i minimi urti al telescopio. Un piccolo contatto avrebbe staccato della «ruggine spaziale», metallo corroso, diventato simile a un impasto sabbioso per l'esposizione alle radiazioni fuori dell'atmosfera. Qualche granello di quella polvere può rovinare senza rimedio lo specchio perfettamente pulito del telescopio. Perfino le chiusure di velcro che gli astronauti usano per tenere attaccati alla tuta gli attrezzi erano un pericolo per Hubble. Microscopici fiocchi di plastica volano via quando il velcro viene aperto, e questi sono sufficienti a inceppare il delicato meccanismo che orienta gli specchi correttori di Costar. Sono stati anche felicemente sostituiti i pannelli solari, due magnetometri (strumenti che indicano la direzione, come una bussola), e i giroscopi (necessari per puntare il telescopio). Oltre 800 persone (impiegati della Nasa, contrattisti, ingegneri, scienziati) sono state direttamente coinvolte in questa missione. I sogni e la carriera di molti dipendevano interamente dal risultato. Non si trattava solo di una costosissima e rischiosa riparazione in un ambiente esotico. Si trattava di provare la validità del concetto di manutenzione in orbita, di recuperare la credibilità dopo la delusione causata dal difetto di curvatura dello specchio. Si trattava di mettere a punto uno strumento unico per rispondere a interrogativi sull'universo, a domande che appassionano gli astrofisici di tutto il mondo. Molti scienziati, compresa chi scrive, hanno già programmi di osservazione approvati e preparati nei minimi particolari, da eseguire non appena Costar entrerà normalmente in funzione. Dice ancora Musgrave: «Hubble è molto, molto di più che una grande realizzazione della tecnologia. Ho sempre pensato a quello strumento come a qualcosa che contribuisce alla mia idea personale su quale sia il mio posto nell'universo, su cosa significhi essere uomini». Luciana Bianchi Space telescope Institute, Usa


RIAPERTO A FERMO Il museo che viene dal freddo Documenti sulla conquista dei Poli Nord e Sud E' la terza raccolta al mondo per importanza
Autore: SCAGLIOLA RENATO

ARGOMENTI: STORIA DELLA SCIENZA, GEOGRAFIA E GEOFISICA
NOMI: CASARINI MARIA PIA
ORGANIZZAZIONI: MUSEO POLARE
LUOGHI: ITALIA, FERMO
NOTE: 094

L'UNICO Museo Polare italiano, (terzo per importanza nel mondo dopo Cambridge e San Pietroburgo), è a Fermo nelle Marche, trasferito da Civitanova dove era rimasto chiuso per anni. Fondato da un singolare personaggio, Silvio Zavatti (morto nell'85), il più autorevole studioso italiano delle terre fredde, è tornato a nuova vita alla fine di ottobre con una affollata inaugurazione, cui hanno partecipato studiosi e scienziati, tra cui Maria Pia Casarini, storica polare ed esploratrice, docente al Polar Institute di Cambridge, e moglie di Peter Wadhams pure docente nella stessa università e illustre scienziato dei Poli a sua volta. Tra l'altro la Casarini (milanese trapiantata nel Regno Unito da 17 anni), ha collaborato all'edizione italiana di un bellissimo volumetto «Artide e Antartide la grande sfida dei Poli», appena uscito nella collana Universale Electa/Gallimard (200 pagine, 20 mila lire). Alla cerimonia d'inaugurazione sono intervenuti relatori delle Università di Genova, Parigi, Ottawa. La serata si è conclusa con la proiezione di diapositive «Oltre il sole di mezzanotte», a cura di Walter Forno e Franco Giardini dell'Associazione Grande Nord di Torino. Una festa per un museo (direttore il biologo Giuliano Liberini) piccolo e misconosciuto ma pieno di meraviglie. Nella settecentesca Villa Vitali di viale Trento a Fermo (provincia di Ascoli Piceno, telefono 0734/226.166), c'è una biblioteca specializzata con circa 15 mila volumi in diverse lingue, con testi rari (alcuni unici), che risalgono anche al '700, a disposizione di studiosi e studenti. Nel 1984 una commissione di studio americana valutò il corpus in tre miliardi di lire. Il museo però (il Comune non ha fondi) non ha neanche un dipendente. L'orario di visita comunque è: 9-13 lunedì, martedì, mercoledì e venerdì. Il giovedì è aperto anche al pomeriggio (15- 19). Per eventuali visite il sabato e la domenica si può telefonare in sede, o direttamente a casa del direttore (0734/22.50.91) che, insegnante di scienze e matematica alle medie, dedica all'Istituto tutto il suo tempo libero. Nelle sale troviamo cimeli di Umberto Nobile, come un sacco a pelo (di pelle), dei superstiti della Tenda Rossa, la tenda della spedizione del Duca degli Abruzzi (1899), alla Terra di Francesco Giuseppe, statuine e manufatti in osso, pietra basaltica e ollare, scolpiti dagli esquimesi, (il popolo Inuit), preziosi reperti ricavati da zanne fossili di mammut. Altre sale ospitano animali artici e antartici imbalsamati (foche, pinguini, orsi, foche, volpi), ma anche il rostro a spirale di un narvalo, il cranio di un bue muschiato, la pelle di un tamburo sciamanico, fiocine e numerosi utensili. In un angolo della sala centrale del museo il busto di Zavatti, che ebbe una vita avventurosa, segnata da una inesauribile passione per i Poli. Ai suoi tempi per allenarsi alle basse temperature, si alzava alle tre del mattino, d'inverno, e si metteva a scrivere e studiare a torso nudo, o in canottiera, davanti alla finestra aperta. Nato a Forlì nel 1917, frequenta l'Istituto Nautico di Ancona, emigra giovanissimo in Inghilterra, e gira tutto il mondo come capitano di lungo corso su navigli della marina mercantile britannica. «Ero a Bergen in Norvegia nel '37 - raccontò in un'intervista - quando il nostro console mi convinse a rimpatriare per fare il militare. Appena arrivato a Forlì mi arrestarono, forse perché avevo la divisa, anche se civile, della marina inglese. Per farla breve ho fatto sette anni e mezzo di naja, compreso un anno nella resistenza in Romagna. Ho preso poi la maturità classica per conto mio, e mi sono laureato in lettere. Le prime spedizioni le ho fatte a mie spese, pagando i debiti al ritorno. Nel '58 decisi di andare in Antartide, sull'isola di Bouvet, un cono ghiacciato di difficilissimo approdo con l'oceano sempre in tempesta. Sempre con pochi soldi in tasca trovai un passaggio su una bananiera fino in Somalia, poi con una carretta che faceva sei miglia all'ora arrivammo a Città del Capo. Di lì fortunosamente c'imbarcammo su una baleniera diretta al Sud. L'esperienza sull'isola di Bouvet fu terrificante, con una nebbia così fitta, a terra, che per procedere una volta abbiamo dovuto sdraiarci tastando il terreno davanti con le mani». Scrittore prolifico, Zavatti ha firmato libri di storia, geografia, e antropologia artica e antartica, considerati fondamentali per gli specialisti dal settore; dal «Dizionario degli esploratori» all'«Atlante geografico polare», dal «Misterioso popolo dei ghiacci», a «L'Italia e le regioni polari» . Non solo ma ha fondato e diretto per quarant'anni la rivista trimestrale «Il Polo», che ora viene mandata avanti dal figlio Renato, (che è direttore responsabile, con Liberini) e che viene inviata agli 800 abbonati sparsi ai quattro angoli del mondo. Renato Scagliola


IN BREVE In premio una notte con le stelle all'Eso
AUTORE: G_V
ARGOMENTI: ASTRONOMIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 094

In occasione della prima Settimana europea della cultura scientifica (22-27 novembre) l'European Southern Observa tory (Eso) ha organizzato un concorso chiamato «Astronomi europei del futuro», riservato agli alunni delle ultime due classi delle scuole superiori di 17 Paesi europei. Il concorso invitava i candidati a immaginare di avere la possibilità di usare, per una notte, il favoloso telescopio da 16 metri di diametro, il Very Large Telescope, a ottiche adattive, che sorgerà nel prossimo futuro sul Cerro Paranal, in Cile, e di svolgere con esso un programma di ricerca astronomica di punta. Il primo premio consiste in un soggiorno all'Eso di due settimane: i primi quattro giorni al quartier generale di Gar ching, presso Monaco, per preparare, con astronomi professionisti, le osservazioni da compiere nei successivi 10 giorni a La Silla, in Cile, il più importante sito astronomico del mondo assieme al Mauna Kea alle Hawaii, dove i 17 vincitori avranno la possibilità di utilizzare il telescopio olandese di 90 centimetri di diametro e addirittura, per una notte, il fantastico New Technology Te lescope da 3,5 metri, il telescopio attualmente più sofisticato del mondo. Nel nostro Paese il concorso ha avuto una buona risonanza: i partecipanti sono stati 125. Il primo premio è stato vinto da Carlo Ferrigno, dell'Associazione astronomica feltrina Rheticus, che ha proposto un'indagine sulla formazione dei «venti stellari» in stelle neonate. Il secondo e il terzo premio sono andati a Emiliano Gregori, di Terni, e a Silvia Merialdo, di Genova, che hanno proposto studi sull'asteroide Adonis e sui buchi neri extragalattici. (g. v.)


IN BREVE Banca dei materiali accordo Fiat-Csi
ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 094

Tra il Centro Ricerche Fiat e il Centro Supercalcolo della Regione Piemonte è stato firmato un accordo che mette a disposizione degli utenti interessati i dati del Centro Ricerche su materiali plastici e metallici utilizzati nell'industria: migliaia di schede che riguardano anche i trattamenti termici, le caratteristiche meccaniche, chimiche, fisiche, elettriche. I materiali plastici schedati sono circa cinquemila. Questo strumento di consultazione interessa almeno diecimila piccole e medie aziende ed è accessibile tramite modem e le normali reti per la trasmissione dati.


NUOVE RETI I bit corrono su autostrade a fibra ottica
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: COMUNICAZIONI, TECNOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 094

SINGAPORE ha un piano per collegare entro due anni con una rete di telecomunicazioni a fibra ottica a grande capacità tutti gli edifici del centro commerciale e entro il 2005 gli edifici di tutto il territorio. La piccola isola-Stato, diventata negli ultimi anni un formidabile centro finanziario e manifatturiero, punta in questo modo ad attirare nuove imprese alla ricerca di efficienza (oltre che di bassi costi). In Giappone si prevede di investire 50 miliardi di yen, oltre 750 miliardi di lire, per costruire in tre anni una rete a fibra ottica ultraveloce e ad alta capacità con la quale collegare una cinquantina di supercomputer e di banche dati situati prevalentemente nella città della scienza di Tsukuba presso Tokyo e in quella di Kamsai vicino a Osaka. Queste reti, destinate a trasferire dati ad altissima velocità, hanno già ricevuto un nome significativo: sono le «super higways, le «autostrade tecnologiche». Nella stessa direzione si muovono gli Stati Uniti dove una «task force» per le infrastrutture informatiche creata dall'amministrazione Clinton ha definito lo scorso settembre la strategia per arrivare a mettere in piedi, con il coordinamento del governo e la partecipazione dei privati, una rete nazionale a fibra ottica che inizialmente dovrebbe servire soprattutto alla ricerca scientifica ma in un secondo tempo dovrebbe coinvolgere le imprese private. Il National Research and Education Network ha già ora una capacità di 45 megabit al secondo (un megabit è uguale a un milione di bit) e sta per essere portato a 155. Anche il network della National Science Foundation è già una «super highway» che collega i supercomputer di molti centri di ricerca universitari con una capacità di trasmissione, in alcuni elementi sperimentali, calcolabile in gigabit (cioè in miliardi di informazioni il secondo). L'Europa, da parte sua, deve vedersela con la sua frammentazione politica e con la molteplicità delle società di telecomunicazione; attraverso il programma Race punta a creare un sistema europeo entro il 1995. Il problema tecnico-politico è quello di integrare ciò che si fa nei vari Stati. Le sperimentazioni in corso in Italia sono state al centro di un convegno organizzato a Torino durante il salone delle Nuove Tecnologie. Da noi il punto di partenza per la rete ad alta velocità è rappresentato dalle Man, ossia «Metropolitan area network»; la prima a essere realizzata dalla Sip (e anche una delle prime in Europa) è stata quella di Torino, in funzione da due anni, e costituita da un anello principale a 34 megabit il secondo dal quale si diramano sottoreti sempre a 34 megabit. Tra gli utenti vi sono il Politecnico, il Csi, l'Istituto di fisica dell'università; la velocità di trasmissione sarà portata a 140 megabit per secondo. Le «autostrade» a fibra ottica per trasmissione ad alta velocità sono ritenute indispensabili per la nuova fase di espansione delle telecomunicazioni degli Anni 90. Essendo in grado di trasportare contemporaneamente dati, voci, immagini immobili o in movimento, esse costituiscono la base dei nuovi prodotti. Gli Anni 80, caratterizzati dalla comparsa delle fibre ottiche, si sono chiusi con l'introduzione del telefono mobile, che ha avuto un successo enorme; i tecnici ritengono che negli anni '90 le telecomunicazioni, grazie alle reti «intelligenti» e alla crescente integrazione con l'informatica, diventeranno sempre più personalizzate, cioè sempre più adattatte alle esigenze delle imprese e dei singoli. Crescerà la domanda di servizi mobili; anzi, come ha sottolineato al convegno torinese Aldo Roveri, direttore del progetto finalizzato telecomunicazioni del Cnr, l'esigenza di essere trovati in qualsiasi momento, in qualunque luogo, a casa, in ufficio, in viaggio, porterà prima o poi all'istituzione del numero personale al posto di quello dell'apparecchio, fisso o mobile. «Si può immaginare - dice Roveri - uno scenario in cui tutti i terminali per voce, immagini, dati, applicazioni multimediali siano mobili, cioè senza fili, ma siano collegati via radio a un'antenna vicina, unita alle centrali con fibra ottica». Vittorio Ravizza


ORIGINE DELLA VITA Quelle molecole mancine In certe meteoriti si trovano sostanze dalla struttura insolita sulla Terra A formarle potrebbe essere stato il campo magnetico di una stella di neutroni
Autore: BATALLI COSMOVICI CRISTIANO

ARGOMENTI: CHIMICA, BIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 094

UNO dei tanti misteri della biochimica terrestre riguarda la chiralità degli aminoacidi e degli zuccheri presenti nel Dna (acido desossiribonucleico) e nel Rna (acido ribonucleico). Nel linguaggio chimico per chiralità (dal greco kiros, mano) si intende una importante proprietà del carbonio che permette la formazione di due strutture di composizione chimica identica: una struttura è l'immagine speculare dell'altra, così come la mano sinistra lo è della mano destra. La figura mostra come esempio le due forme dell'aminoacido più semplice, l'alanina, la L (levogira) e la D (destrogira). Ora, mentre gli zuccheri presenti nel Dna e Rna sono di tipo D, gli aminoacidi che formano le proteine sono di tipo L. L'enigma sta nel fatto che sia gli zuccheri sia gli aminoacidi sono molecole chirali, cioè molecole che possono esistere nelle due forme speculari. Ma sul nostro pianeta ciò non avviene e nessun biochimico è in grado di spiegare la ragione in maniera soddisfacente. Nelle meteoriti di Murchinson e di Allende sono stati scoperti una sessantina di aminoacidi extraterrestri di tipo sia D sia L. Anche nelle stratificazioni geologiche risalenti alla transizione Cretaceo/Terziario sono stati scoperti aminoacidi extraterrestri importati probabilmente da comete o meteoriti che hanno provocato l'estinzione di massa sulla Terra. Il chimico californiano William Bonner, uno dei maggiori esperti di chiralità, ha recentemente cercato di spiegare la omochiralità terrestre con una suggestiva ipotesi astrofisica. Sempre di più si fa strada l'ipotesi che miliardi di tonnellate di aminoacidi siano stati depositati sul nostro pianeta nel periodo che va da 4,5 a 4 miliardi di anni fa da sciami di comete provenienti dal sistema solare esterno. Poiché le comete si sono formate nella nebulosa che ha dato origine al nostro sistema solare, esse contengono lo stesso materiale organico presente nelle nubi interstellari. I radioastronomi hanno infatti trovato negli ultimi 20 anni circa 100 molecole interstellari di cui 80 organiche complesse. Gli aminoacidi non sono stati ancora trovati, ma si pensa di essere vicini alla loro scoperta grazie ai progressi della tecnica di analisi. Queste molecole si formano sulla superficie di granelli di polvere che fungono da catalizzatori. Lo scenario di Bonner è quello di una stella a neutroni, una pulsar, relitto di una esplosione di supernova, in grado di interagire con una vicina nube interstellare. L'intenso campo magnetico della stella rotante accelera gli elettroni generando una radiazione di sincrotrone circolarmente polarizzata. Questo vuol dire che il piano delle onde elettromagnetiche ruota in modo continuo, in una direzione per la luce proveniente dall'emisfero Nord della stella e nell'altra per la luce proveniente da quello Sud. Se i granelli composti da materiale organico fossero investiti da questo tipo di radiazione, la luce circolarmente polarizzata verrebbe a distruggere in modo selettivo molecole di tipo L, risparmiando quelle di tipo D (o viceversa). Questo potrebbe spiegare l'anomala chiralità terrestre: sembra che nel meteorite di Murchinson vi sia un eccesso significativo di aminoacidi di tipo L, forse dovuto a un lontano incontro con una stella a neutroni. Poiché finora nessuno ha potuto osservare luce ultravioletta circolarmente polarizzata proveniente da una pulsar, questa teoria è difficile da verificare. Nei laboratori possiamo però verificare se realmente la luce ultravioletta circolarmente polarizzata produce l'effetto descritto sulla superficie di granelli contenenti molecole organiche. I problemi non si esauriscono con l'ipotesi dell'importazione degli aminoacidi di tipo L da parte delle comete in quanto bisogna ora capire come queste molecole complesse possano raggiungere la superficie terrestre senza essere distrutte dall'enorme calore generato nell'impatto. In base alle simulazioni al computer eseguite da Christopher Chyba, solo una piccola percentuale del materiale cometario potrebbe raggiungere intatto il suolo terrestre preservando le molecole organiche. Mayo Greenberg, dell'Università di Leiden, in seguito ai suoi esperimenti sui granelli interstellari, crede di aver trovato una soluzione al problema studiando la formazione dei ghiacci d'acqua sui granelli. Se una miscela di gas - vapore acqueo, metano, ossido di carbonio e altri composti che osserviamo nelle chiome cometarie - vengono condensati sulla superficie dei granelli a temperature inferiori a 10 gradi assoluti, i ghiacci assumono una struttura amorfa, hanno cioè una struttura molecolare disordinata contrariamente a quanto si osserva nella normale struttura cristallina. Il ghiaccio amorfo conduce il calore molto più lentamente del ghiaccio cristallino e inoltre se esso si forma molto lentamente, come avviene nel mezzo interstellare, la conducibilità termica si può ridurre anche di 100.000 volte. Questo effetto potrebbe isolare il materiale organico contenuto nei nuclei cometari proteggendolo durante l'impatto della cometa con l'atmosfera o con il suolo terrestre. Tutte ipotesi da verificare. L'unica reale possibilità per la nostra generazione rimane la missione spaziale europea «Rosetta», che prevede, entro il 2010, l'analisi chimica automatica della superficie di una cometa. Cristiano B. Cosmovici Istituto di fisica dello Spazio, Cnr, Roma


TORNANO SULLE ALPI Hai visto un gipeto? Dillo agli ornitologi
Autore: FRAMARIN FRANCESCO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 095

DUE notizie naturalistiche dalle Alpi: una cattiva, l'altra buona. Entrambe riguardano il ritorno di due nativi, sterminati all'inizio del secolo, i quali per recenti iniziative di alcuni naturalisti cercano, non senza difficoltà, di rioccupare il loro posto nella loro vecchia terra: il gipeto e la lince. All'inizio di agosto un gipeto è stato abbattuto da una fucilata nelle Alpi francesi del Delfinato, appena all'interno del parco nazionale degli Ecrins, e lì abbandonato. Le radiografie hanno rivelato, nel suo corpo, la presenza anche di pallettoni di una vecchia fucilata. Non è il primo gipeto trovato morto, della cinquantina rilasciati dal 1987 a oggi, ma è il primo sicuramente ucciso da un cacciatore. I gipeti rilasciati sulle Alpi e ancor oggi vivi dovrebbero essere almeno una trentina. Sono tutti preziosi, ma questo lo era più degli altri. Si trattava infatti di un bellissimo esemplare di femmina in livrea di adulto, di peso superiore ai sei chili, con un'apertura alare di 2, 85 metri. Era uno dei tre uccelli rilasciati per primi sei anni fa negli Alti Tauri (Austria), ed era stato chiamato Nina. Aveva appena raggiunto la maturità riproduttiva e poteva essere la protagonista del primo lieto evento dopo quasi un secolo. Curiosamente, qualche anno dopo il rilascio, aveva percorso buona parte della catena alpina e si era stabilita nel parco nazionale degli Ecrins. Ancor più curiosamente, lo scorso inverno aveva frequentato un nido d'aquila in costruzione, apparentemente tentando con una coppia d'aquile quel ruolo di «zia» che in natura alcuni gipeti svolgono con coppie della loro specie. La notizia sulla lince riguarda la prima accertata presenza di questo felino nel parco nazionale del Gran Paradiso, a quasi vent'anni dall'unico rilascio sperimentale fatto sinora in Italia. Il fatto non è sorprendente, perché si sapeva da parecchi anni che la reintroduzione della lince nelle Alpi svizzere occidentali e nel Giura, fatta nei primi Anni Settanta, aveva avuto successo, tanto che la presenza della specie si era manifestata anche in Savoia. Lo spazio per la lince, nelle Alpi occidentali italiane, è meno esteso e meno adatto rispetto alle montagne francesi e svizzere, ma la crescita della selvaggina verso livelli più naturali e la diminuita (anche se non scomparsa) diffidenza del pubblico, in particolare dei cacciatori, rendono oggi probabile un suo ritorno in Piemonte e Liguria, a quanto pare piuttosto lento e comunque con pochi individui. Le Alpi orientali italiane offrono alla lince un ambiente buono e vasto. La specie vi può arrivare - ed è già arrivata più volte - dalla Slovenia, dove fu reintrodotta nel 1973 con notevole successo, forse dall'Austria, che liberò nove animali verso la fine degli Anni Settanta e dall'Engadina. Nel Trentino (gruppo del Lagorai) si è persino formata una piccola popolazione di incerta provenienza; la sua stabilità pare sicura, ma almeno un esemplare ha già incontrato la stessa sorte del gipeto Nina e di quei pacifici orsi d'Abruzzo, che in piccolo numero ma regolarmente pagano il loro tributo all'irresponsabilità di sedicenti «sportivi». La lince è animale più elusivo del gipeto e i segni di una sua presenza possono passare facilmente inosservati. I gipeti, che nel vasto paesaggio alpino si confondono con le aquile, sono pochi, e rari i loro avvistamenti. Chiunque frequenti la natura alpina con spirito amico e occhio attento, non trascuri di segnalare ogni prova o fondata notizia della loro presenza alle associazioni che li seguono, come il Wwf. Questa collaborazione è essenziale per conoscere distribuzione e status delle due specie e per aiutarne, ove possibile, il non facile ritorno. Francesco Framarin


ADROTERAPIA Fasci di protoni contro il cancro
Autore: QUAGLIA GIANFRANCO

ARGOMENTI: FISICA, MEDICINA E FISIOLOGIA
NOMI: AMALDI UGO
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 095

SI scrive «Tera», ma non è un errore. E' la denominazione del primo centro italiano per adroterapia oncologica. Sarà realizzato entro il 2000 a Novara, dove è stato presentato il progetto. Un'idea nata nell'ambito dell'Istituto nazionale di fisica nucleare dalla collaborazione tra Ugo Amaldi e Giampiero Tosi, sulla scorta di esperienze maturate all'Università di Milano, al Cern di Ginevra e all'ospedale Niguarda. Scopo dell'iniziativa: portare in Italia le tecniche di cura dei tumori basati sull'uso di fasci di protoni, ioni leggeri e neutroni. Una tecnica già collaudata con successo a Mosca, Harvard e Loma Linda (San Diego). Finora in tutto il mondo sono stati trattati 15 mila pazienti, che presentavano tumori alla prostata, al cervello, all'ipofisi e all'occhio. Gli adroni sono particelle nucleari fatte di quark che consentono di colpire con estrema precisione i tumori profondi, anche se vicini a organi critici, risparmiando i tessuti sani circostanti, come il cervello, l'occhio, le gonadi. In Italia l'adroterapia finora è soltanto una parola e un campo di ricerca: eppure si calcola che ogni anno almeno tremila pazienti avrebbero vantaggio da un trattamento con fasci di protoni. Obiettivo di «Tera» è portare in Italia questa terapia realizzando apposite macchine nei maggiori ospedali italiani. La prima scelta è caduta su Novara per la presenza della facoltà di medicina e di un ospedale considerato fra i migliori, nonché la posizione baricentrica rispetto a Milano e Torino. Il centro si svilupperà su tre piani: nel bunker sotterraneo ci sarà un acceleratore circolare - il sincrotrone - di 18 metri di diametro per la produzione di fasci esterni di protoni, estratti e convogliati in cinque sale di trattamento con una capacità di irraggiare mille pazienti l'anno, ciascuno trattato in una ventina di sedute. Secondo una ricerca di esperti della Fondazione Tera, il trattamento sarebbe decisivo per almeno il trenta per cento delle tremila persone che ogni anno in Italia dovrebbero sottoporsi all'adroterapia. La macchina che lancia i raggi potrebbe essere utilizzata per i melanomi dell'occhio, il condrosarcoma della base cranica, i tumori spinali e paraspinali, alcuni meningiomi, il glioma del nervo ottico, malformazioni artrovenose endocraniche e adenomi ipofisari. Secondo il progetto, l'acceleratore compatto genererà campi magnetici elevati e sarà dotato di una testata magnetica isocentrica rotante, i cui magneti sono anche impulsati. La costruzione del prototipo dei magneti avverrà in collaborazione con l'Istituto di fisica nucleare di Novisivirsk (Russia), i cui scienziati hanno disegnato per primi questa macchina. Tempi di realizzazione: entro il 2000 tutto completato. Costi: circa 80 miliardi, finanziati dal Ministero della Sanità, privati, banche ed enti vari. Gianfranco Quaglia


LABORATORIO Argomenti da salotto Fisica sì, biologia no
Autore: MARCHISIO PIER CARLO

ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA, BIOLOGIA, FISICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 095

TROPPO poca biologia su Tuttoscienze? Forse sì, se si considera come e quanto la ricerca biologica e biomedica stia cambiando la vita dell'uomo. Non dobbiamo farci distrarre dalle squallide manovre che hanno interessato, in Italia, il mondo dei farmaci ma pensare agli sforzi che legioni di ricercatori, in tutto il mondo, stanno dedicando allo sviluppo di nuovi potenti strumenti biologici capaci di agire sui mali più gravi che affliggono l'uomo. Cancro in testa. Lasciatemi dire la mia opinione sul perché ritengo che esista troppo poca cultura biologica in Italia. Semplicemente perché non esiste il concetto che la biologia sia cultura e di ciò è responsabile in primo luogo la scuola, che non prevede un adeguato insegnamento della biologia. Inoltre, i mezzi di comunicazione, anch'essi prodotto di una cultura essenzialmente non scientifica, non sentono il problema come un fatto culturale e ai problemi biologici dedicano pochissimo spazio. Facciamo l'esempio dei premi Nobel per la Medicina. Per ragioni che erano ben chiare ai membri del comitato Nobel, i premi, negli ultimi tre anni, sono andati a biologi le cui scoperte hanno procurato grande progresso alla medicina. Ma la gente quasi non se ne è accorta e le notizie sono state liquidate con comunicati brevi e commenti scarni. Eppure gli americani Roberts e Sharp, a cui avrebbe dovuto aggiungersi il francese Chambon inesplicabilmente ignorato, hanno aperto una strada nuova alla comprensione del funzionamento dei geni. Strada rivoluzionaria, per molti aspetti. Come i lettori di Tutto scienze possono ignorare il concetto che i geni sono discontinui e composti di zone attive e inattive che si alternano e che questa alternanza può generare proteine diverse da un unico gene? Una scoperta di questo genere, tralasciando per il momento la straordinaria importanza che ha per il problema cancro o per la distrofia muscolare, è un fatto culturale rilevante che ci ha permesso di guardare alla regolazione della vita con occhi diversi. A riprova del fatto che la biologia è fatto culturalmente importante è venuto quest'anno anche il premio Nobel per la chimica a premiare una scoperta di grande rilevanza biologica. Ma se non ci fosse stato Michael Crichton, l'autore di Jurassic Park e lui stesso, in passato, ottimo biologo molecolare, a rendere popolare la scoperta della Pcr (polymerase chain rea ction), le applicazioni del metodo per amplificare i geni in laboratorio sarebbero state ignorate. Non capita così per la fisica. Per ragioni che mi sfuggono, la scoperta di una nuova particella subatomica o un nuovo nome per il Big Bang fa notizia. E' chiaro che i fisici hanno sempre avuto addetti alle pubbliche relazioni migliori dei biologi e ora fisica e filosofia possono ben fondersi in mode culturali che trovano posto anche in salotto, invece, parlar di biologia in salotto solleva un muro e spesso persone che disquisiscono su fini argomenti letterari o giuridici si bloccano davanti al concetto di gene o al problema dell'evolversi della vita. Non mi si dica, come capita spesso, che la cultura biologica è difficile, che usa un lessico astruso. Non è vero. Qualunque concetto biologico, compresa la Pcr o lo spli cing genico dei premi Nobel '93, può essere reso semplice come un fumetto solo che questo venga accettato come cultura. Noi biologi vogliamo uscire dal nostro ghetto e rendere semplice e conosciuto il nostro mestiere. Anche noi abbiamo il nostro Big Bang. Pier Carlo Marchisio Università di Torino


EMERGENZA SANITARIA Sto male, chiamate il 118 Un'indagine Gallup: i giovani e gli anziani le fasce più a rischio Il nuovo sistema assicura un coordinamento integrato dei soccorsi
Autore: PIGNATTA PINO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, COMUNICAZIONI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 095

IL 30 per cento delle morti per incidenti o per infarto si potrebbe evitare con una adeguata organizzazione dei soccorsi di emergenza. Il dato viene da un'indagine fatta dalla Gallup su 2500 cittadini europei e presentata l'otto dicembre a Bruxelles. La stessa ricerca indica che nella Cee, sul totale delle vittime di incidenti stradali, oltre il quaranta per cento è rappresentato da ragazzi e il trenta per cento da ragazze in età tra i quindici i ventiquattro anni. Per gli infarti, la popolazione a rischio è oggi circa il 18 per cento di quella europea e toccherà il 24 per cento nel 2010, a causa dell'aumento della vita media. I più giovani e i più anziani sono dunque le fasce che più spesso hanno bisogno di un soccorso d'emergenza. Come mettere in moto in Italia la macchina del pronto soccorso? Il modo più corretto e rapido per farlo è comporre il «118». La chiamata è gratuita, dall'apparecchio di casa come dal «cellulare». Se ci serviamo di un telefono pubblico non occorre il gettone: basta alzare la cornetta e avvisare la centrale operativa. Il «118» è il numero che l'Italia ha scelto per l'emergenza sanitaria. Le regioni che l'hanno già reso operativo, su tutto o parte del territorio, sono molte (Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Veneto, Lombardia, Toscana). Il servizio si estenderà presto anche al resto del Paese, perché è l'unico sistema (regolato da precise norme) che assicuri un coordinamento integrato dei soccorsi. Dietro il «118» c'è un sistema complesso in cui lavorano decine di persone (operatori specializzati, infermieri professionali e medici) che dispongono di tecnologie d'avanguardia. In Piemonte, per il solo soccorso alpino, ci sono 52 stazioni d'emergenza in montagna, con oltre 1200 volontari. L'assistenza medica è assicurata da infermieri professionali (con esperienza di pronto soccorso) e da medici specializzati. Tra questi ultimi, chi se ne occupa in modo qualificato e a tempo pieno è l'anestesista-rianimatore, che ha la preparazione e l'«allenamento» quotidiano per intervenire nelle situazioni limite: per esempio, in caso di arresto cardiaco o respiratorio. L'anestesista, abituato in sala operatoria a pazienti in «coma artificiale», è anche un «rianimatore», si occupa cioè dei casi in cui gravi alterazioni delle funzioni vitali (cardiocircolatorie, respiratorie, neurologiche, metaboliche) possono mettere in pericolo la vita. E' quindi un medico che sa affrontare in ogni momento le situazioni critiche. Il «Sistema 118» fa scattare una vera e propria rete di soccorsi, grazie a una centrale operativa collegata con le strutture destinate all'emergenza: ospedali, volontari del soccorso, prefetture, forze di polizia, vigili del fuoco, esperti della protezione civile, tecnici del soccorso alpino. Il cittadino fa il numero e trova un infermiere professionale che lo aiuta a esporre con calma il problema. E questo 24 ore su 24. Il vantaggio è avere un punto di riferimento unico per ogni emergenza. Esempio: se un bambino ingerisce un farmaco nocivo, la madre non deve perdere tempo a cercare il numero del Centro antiveleni, ma telefona alla centrale operativa del «118», dove gli esperti valutano la gravità dell'incidente e danno la risposta più adeguata. In questo modo sul territorio c'è sempre un impiego razionale dei soccorsi: non si manda l'elicottero quando basta l'ambulanza, nè quest'ultima quando è sufficiente una visita della guardia medica. La centrale operativa, ovviamente, è a disposizione anche delle strutture sanitarie. Può esserci, per esempio, un improvviso bisogno di sangue o di un farmaco raro. Il «118» raccoglie la richiesta e verifica la disponibilità dei vari ospedali. In caso di risposta positiva, utilizza tutti i mezzi propri (elicotteri, ambulanze, eccessiva), o quelli delle forze dell'ordine. E questo grazie a un sistema che ha la capacità e le tecnologie per gestire al meglio le risorse disponibili, senza sprechi o perdite di tempo. La centrale operativa di Torino è la prima in Piemonte (altre tre sono previste ad Alessandria, Cuneo e Novara). Dall'inizio di quest'anno ha coordinato e portato a termine con successo circa seimila interventi al mese. Le chiamate, ovviamente, sono state molte di più. Giulio Radeschi, 42 anni, anestesista rianimatore e responsabile medico organizzativo della centrale, spiega: «Occorre ricordare che dietro il Si stema 118 ci sono non solo il volontario del soccorso, l'infermiere, il medico o la guida alpina pronti a partire con l'ambulanza o con gli elicotteri, ma un'equipe di professionisti che valuta caso per caso la gravità della chiamata e mobilita con tempestività la struttura competente per quell'emergenza, predisponendo il ricovero presso l'ospedale più adeguato». Pino Pignatta




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