TUTTOSCIENZE 17 novembre 93


GIBBONI Vita da bar Legati sul balcone, sono un giocattolo per turisti Un progetto per salvarli e reinserirli in natura
Autore: VIZIOLI GIORGIO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 079

CHIUNQUE si trovi a passeggiare nelle isole thailandesi, non potrà fare a meno di notare, seduto sui balconi di molti bar, legato per una gamba e spesso acconciato come un pagliaccio, un gibbone che con aria mite e un po' triste sopporta le attenzioni e gli scherzi di tutti quelli che passano. Ma che cosa ci fanno al bar, questi poveri animali? I gibboni, le più piccole tra le scimmie evolute, vengono catturati ancora quando sono molto giovani e vivono con la famiglia di origine (composta, in genere dai genitori e da due figli, che tra loro hanno un paio d'anni di differenza: quando il più grande inizia a vivere da solo, il suo posto viene preso da un nuovo nato). La cattura stessa è molto cruenta: spaventata dai cacciatori, la madre fugge sui rami più alti portando con sè il figlio più piccolo e, raggiunta dai proiettili, precipita con il piccolo al collo (che non di rado, nella caduta, rimane ucciso). Quando sopravvive, il piccolo gibbone viene venduto ai bar che hanno il loro bancone esposto verso la strada e lo utilizzano, assieme a torme di prostitute, inbonitori e musica assordante, per attirare gli avventori. E in effetti, come richiamo per turisti risulta efficace: quelli che passano lo toccano, attaccano adesivi sul suo pelo, gli danno da mangiare caramelle e pasticcini o, nella migliore delle ipotesi, banane (di cui sono ghiotti ma che, in natura, non superano il 10 per cento della loro alimentazione). Verso le tre o le quattro di notte, quando proprio non ce la fa più dal sonno (lui che sarebbe abituato ad andare a dormire alle quattro del pomeriggio), il gibbone si accascia sul banco del bar e una mano pietosa gli butta sopra una coperta, salvo svegliarlo di soprassalto all'arrivo di qualche cliente nottambulo. Una vita d'inferno, che dopo pochi anni potrebbe avere un epilogo ancora peggiore. Raggiunta verso i cinque anni la maturità sessuale, il gibbone diviene aggressivo con gli uomini (come dargli torto?) e morde e graffia chi prova a toccarlo. Per la vita da bar non va più bene e viene quindi abbandonato nella foresta o nei campi. Il gibbone però non è capace di vivere da solo e soprattutto non teme l'uomo. per questo gli viene istintivo avvicinarsi ai luoghi abitati, dove spesso viene preso a bastonate se non a pistolettate. Contro questa situazione, alla quale solo la legge del governo potrebbe porre rimedio, si batte da tempo un gruppo di studiosi e volontari provenienti da tutta Europa, guidati dal biologo americano Terrence Dilon Morin (detto "TD") e sostenuti dall'ambientalista svizzero Luca Schueli, presidente della sezione elvetica dell'associazione internazionale Europe Conservation (che raccoglie finanziamenti e donazioni e coordina il flusso di volontari). Da alcuni anni, nel parco naturale che comprende la parte centrale dell'isola di Pukhet, è stato creato un centro di riabilitazione per i gibboni. Scopo del progetto è la rieducazione fisica e psicologica del gibbone, perché impari a comportarsi e a vivere come prevede la legge della natura, allontanandosi gradualmente dal contatto con l'uomo, che è la causa di tutti i suoi guai. "Per prima cosa", spiega TD, " mettiamo i gibboni a dieta: basta con le caramelle e i gelati] Nonostante sia considerato onnivoro, infatti, in realtà il gibbone deve mangiare soprattutto frutta, verdura, legumi e tuberi, ai quali si aggiunge un cinque per cento di alimenti proteici (uova)". Il Centro consiste di una decina di grandi gabbie poste su cinque livelli: man mano che il processo di riabilitazione procede, le scimmie sono trasferite nelle gabbie più lontane dalla strada e vedono l'uomo solo quando porta loro da mangiare. Per favore il distacco, le gabbie sono visitabili dai turisti, accompagnati da una guida, solo fino al secondo livello. Riuniti in gruppi, i gibboni cominciano a scordare la loro brutta avventura, socializzano, si scelgono un partner e creano le premesse per la loro reintroduzione nella foresta. Le coppie, una volta formate, sono isolate nelle gabbie di livello superiore, in cui vengono introdotti giovani gibboni che possano essere adottati dalla famiglia che si sta costituendo. Dopo diversi mesi di studio e di adattamento, la nuova famiglia, è pronta per la libertà. La gabbia da viaggio viene issata su una barca a motore che solca veloce le acque della baia, fino a una delle tante isole disabitate e coperte da fittissima vegetazione tropicale che fanno da corona a Pukhet: L'isola, che si raggiunge in meno di un'ora, si chiama Ko Boi ed è stata concessa dal governo thailandese al Gibbon Rehabilitation Project di Europe Conservation. E'abitata solo da un pescatore e quattro cani, mitissimi con gli uomini ma assai meno con i gibboni: "Anche i cani hanno una funzione precisa", spiega ancora TD, "perché abbaiando costringono le scimmie appena liberate a raggiungere i rami più alti degli alberi e impediscono loro di tornare a chiedere cibo all'uomo. I gibboni sono molto rispettosi del territorio: devono quindi imparare a non entrare in quello altrui e soprattutto a creare e difendere il proprio spazio". Per i primi giorni sull'isola, la gabbia viene tenuta vicino a una piccola casa di legno e paglia fatta costruire da TD sulla riva del mare, per fare ambientare gradualmente i gibboni. Poi, il grande momento: si solleva il portello e gli animali, finalmente liberi, si addentrano nella giungla per iniziare la loro nuova vita. Anche a Ko Boi, comunque, i gibboni non sono lasciati soli: con grande discrezione, per non influenzarli, i volontari sono sempre all'erta per avvistare e registrare i loro spostamenti e comportamenti. In soli due anni, è stata introdotta a Ko Boi una mezza dozzina di coppie, mentre molte altre sono quasi pronte al rilascio. L'isoletta presto potrebbe non essere più sufficiente ma il governo ne ha già assegnato altre. Ma TD ha anche un altro sogno"I gibboni rieducati sono emotivamente fragili ed è meglio quindi che stiano qui. Ma io spero di potere riportare i loro figli a vivere nelle grandi foreste della terraferma". Giorgio Vizioli


TUATARA Il nipote dei dinosauri Identico da 250 milioni di anni $ $ I pochi esemplari sopravvissuti fino ad oggi vivono protetti in una riserva naturale dove per sei mesi all'anno, praticano una felice coabitazione con le procellarie
Autore: MORETTI MARCO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 079

E' uno degli ultimi eredi dei dinosauri, ma a differenza dei feroci tirannosauri e brontosauri che terrorizzano gli spettatori di Jurassic Park, ha un carattere mite. Il tuatara (Sphenodon punctatus) non solo non sbrana gli animali e persone come i mostri disegnati da registra Steven Spielberg, ma convive d'amore e d'accordo con un uccello. il tuatara è un parente diretto dei rettili giganti estinti milioni di anni fa, non è una lucertola ma un "fossile vivente" che raggiunge i 60 centimetri di lunghezza. Un tempo viveva in milioni di esemplari sulle due isole principali della Nuova Zelanda, oggi sopravvive a fatica in trenta isolotti fra lo Stretto di Cook, la Baia di Planty e il Golfo di Hauraki. Per proteggerlo dal pericolo d'estinzione, il Department of Conservation della Nuova Zelanda gli ha riservato la selvaggia isola di Stephen: una riserva naturale dove la sopravvivenza dei "nipotini dei dinosauri" è stata salvaguardata vietando l'accesso agli uomini. Il tuatara è un animale primitivo che da 250 milioni di anni non ha subito alcuna evoluzione: sotto la spessa pelle della testa ha una ghiandola pineale che gli zoologi pensano sia il resto di un "terzo occhio", e la mascella non stringe dei denti ma una dentellatura sviluppata come un'escrescenza dell'osso. In natura vive per un centinaio di anni, ma nessun esemplare in cattività ha superato il mezzo secolo di vita. All'inizio dell'estate la procellaria, un parente dell'albatros, un pennuto marino con abitudini notturne presente in Nuova Zelanda in ben ventiquattro sottospecie, nidifica a Stephen island e in altre isole dello Stretto di Cook scavando un buco nel terreno. Una tana che viene subito invasa dal tuatara, che instaura con l'uccello, di dimensioni varianti dai 30 ai 50 centimetri d'altezza, un clima di convivenza. Secondo gli etologi che hanno osservato il "matrimonio" tra il microdinosauro e il pennuto, non si può parlare di simbiosi perché non c'è uno scambio evidente tra le due specie, ma pittosto di parassitismo abitativo, visto che il rettile usa a sbafo la tana della procellaria. Per metà anno convivono senza alcun apparente conflitto. Durante il giorno dormono vicini. La notte, quando la procellaria si sveglia, il tuatara è già partito alla caccia degli insetti di cui si nutre. In inverno, quando l'uccello migra verso l'oceano aperto, il rettile resta padrone indisturbato della tana, ma dopo sei mesi è pronto ad accogliere ancora una volta il suo convivente. Diversamente dai rettili preistorici di Jurassic Park, l'ultimo dei dinosauri non è un mostro: è solo uno scroccone. Marco Moretti


SCLEROSI MULTIPLA "Lotteria " tra i malati L'interferone-beta funziona ma le scorte sono poche
Autore: TRIPODINA ANTONIO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, SANITA', RICERCA SCIENTIFICA
NOMI: REVEL MICHEL
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 079

E' una di quelle situazioni in cui appare chiara, in tutto il suo significato, la cumune radice delle parole "sorte" e "sorteggio". A un sorteggio è stata infatti affidata, negli Stati Uniti, la sorte di moltissime persone affette da sclerosi multipla: le meno fortunate dovranno attendere alcuni anni prima di poter essere trattate secondo le più recenti prospettive. Prospettive emerse da un recente studio condotto per tre anni in 11 centri medici degli Stati Uniti e del Canada. Studio che ha dimostrato come il trattamento di 372 persone affette da sclerosi multipla del tipo con ricadute e remissioni ("relapsing-remitting") con interferone-beta, somministrato per via sottocutanea, alla dose di 8 milioni di unità, a giorni alterni, sia stato in grado di determinare una significativa riduzione della frequenza e della intensità degli attacchi(Neurology 1993; 43: 655-661) e di produrre una rilevante riduzione delle tipiche lesioni nervose, documentata con la risonanza magnetica (Neurology 1993, n 43). I risultati hanno indotto la Food and Drug Administration (il severo Ente federale statunitense che autorizza l'immissione in commercio dei prodotti farmaceutici) a dare il via libera all'interferone-beta nella terapia della sclerosi multipla. Tali eventi hanno creato fra i circa centomila statunitensi affetti da una simile forma (un terzo di tutte le forme di sclerosi multipla) un clima di grande attesa e di grande speranza. Clima che è stato tuttavia subito raggelato dalla notizia che le disponibilità del farmaco (di non rapida produzione, dovendosi utilizzare tecniche di Dna-ricombinate, attraverso la manipolazione genetica di batteri) era appena sufficiente a trattare un quinto dei pazienti. Di fronte a un delicato problema etico la Berlex Laboratorie, produttrice dell'interferone-beta (Betaseron), per garantire le stesse "chances" a tutti, indipendentemente dal reddito, ha pensato di organizzare quella che potrebbe sembrare una crudele "lotteria": tutti i pazienti segnalati dai neurologi sono stati inseriti in una lista d'attesa con un numero estratto "a caso", numero che determina l'ordine con cui, a partire dal mese di ottobre '93, i pazienti sono chiamati a partecipare al nuovo programma terapeutico. Gli interferoni, identificati per la prima volta nel 1957 da Isaacs e Lindenmann (Londra), sono sostanze naturalmente prodotte dall'organismo e svolgono un triplice ruolo nel sistema immunitario: proteggono le cellule dalle infezioni virali ("interferenza", da cui il nome), inibiscono la crescita delle cellule tumorali e regolano la risposta immune. Se ne conoscono tre tipi, l'alfa, il beta e il gamma, rispettivamente prodotti dai leucociti, dai fibroblasti e dai linfociti. La possibilità di produrre gli interferoni per studi clinici e per applicazioni terapeutiche è stata uno dei primi successi dell'ingegneria genetica e della biotecnologia all'inizio degli Anni 80. E attualmente sono abitualmente usati con successo in molte gravi patologie (alcuni tipi di leucemie e di epetiti, condilomi, sarcoma di Kaposi, mieloma multiplo, tumore della mammella). Ci siamo recati presso il prestigioso Weizmann Institute of Science di Gerusalemme dove lavora Michel Revel, uno dei pionieri del clonaggio genetico dell'interferone-beta e dello studio del suo meccanismo d'azione molecolare, e abbiamo colto direttamente nei suoi occhi e nel suo sorriso, la grande soddisfazione per l'opera fin qui svolta, che ha consentito significative applicazioni cliniche. Ultima delle quali, appunto, il trattamento della sclerosi multipla "relapsing-remitting", una malattia autoimmune probabilmente provocata dall'azione nociva dell'interferone-gamma che stimola l'attività citotossica dei linfocidi T e attiva i magrofagi (altre cellule del sistema immunitario), i quali a loro volta liberano il Tnf (tumor necrosis factor), una proteina che ha effetti dannosi sulle cellule. Si ritiene che il meccanismo d'azione dell'interferone-beta consista nel sopprimere la produzione dell'interferone-gamma e nel potenziare l'attività soppressoria delle cellule T. Il Weizmann Institute collabora fin dal 1981 con la Interpharm Laboratories Ltd (Ipl), una filiale israeliana della Ares-Serono, per la preparazione dell'interferone-beta, sia quello naturale da fibrobalsti, sia quello da Dna-ricombinante da cellule di mammifero (più puro e completo rispetto a quello ottenuto da batteri, non in grado di sintetizzare la parte glicidica delle glicoproteine). La costruzione di nuovissimi impianti destinati unicamente alla produzione dell'interferone-beta da Dna-ricombinante fa sperare che fra pochi anni non ci sarà più bisogno di "lotterie" per la cura di molte malattie. Il gruppo Ares-Serono ha avviato in Italia e in Europa uno studio multicentrico (Università e Centri ospedalieri), analogo a quello statunitense e canadese, autorizzato dal ministero della Sanità, per poter ottenere la registrazione europea e poter quindi mettere a disposizione dei circa trecentomila europei (di cui circa cinquantamila italiani) affeti da sclerosi a placche un proprio Interferone-beta da Dna-ricombinante. Antonio Tripodina


CLIMA Se i ciliegi fioriscono d'autunno...
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: METEOROLOGIA, ECOLOGIA, BOTANICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 079

NEL bacino mediterraneo si sta istaurando un tipo di clima premonsonico; l'Italia si sta spaccando in due regioni climatiche distinte, con un Sud dove le condizioni diventano sempre più simili a quelle della costa africana e il Nord che assomiglia sempre di più all'Europa centrale. Tutto questo a causa dell'effetto serra. E' uno degli aspetti del quadro allarmante che è sembrato emergere a Firenze la scorsa settimana dalla Conferenza nazionale sul clima. La conferenza era stata organizzata per raccogliere le proposte degli scienziati in vista di un "Programma nazionale sul clima" che dovrà riorganizzare le sparse ricerche che si svolgono nelle università e negli istituti specializzati. L'obbiettivo è di riportare l'Italia tra i Paesi più impegnati nella sorveglianza del mutamento globale, di collaborare più sistematicamente con gli organismi internazionale, in particolare con il Programma mondiale per il clima dell'Onu. Ci sono 30 miliardi disponibili, si tratta di coordinare tutti i soggetti e di individuare una struttura portante (l'Enea?) con il compito di gestire le varie componenti. Giorgio Fiocco, docente di fisica dell'atmosfera alla "Sapienza" e presidente della commissione di coordinamento del programma nazionale sul clima tirerà le conclusioni entro fine anno. L'opinione unanine emersa a Firenze è che il mutamento globale è in atto da tempo ma potrebbe emergere in maniera massiccia nei prossimi 50-100 anni. La monsonizzazione del Mediterraneo, d'altra parte, sarebbe già evidente oggi, con le lunghe aridità invernali e le insistenti precipitazioni nei mesi prossimi all'estate; una situazione esemplificata proprio dalla passata estate e da questo autunno con piogge prolungate, spesso torrenziali, dai nuovi record di piovosità registrati un po' dovunque, dagli inusuali temporali con tuoni e lampi che si sono protratti ben al di là dell'estate. Secondo Vincenzo Ferrara, responsabile del settore clima dell'Enea, la concentrazione di gas serra nell'atmosfera è più marcata ai Poli e meno all'Equatore; ciò sarebbe la causa della "spaccatura" praticamente al centro del Mediterraneo, con un aumento dell'aridità nelle regioni già aride e della piovosità nelle regioni già piovose. L'effetto serra, secondo la maggioranza dei ricercatori, sta mandando in tilt il sistema di raffreddamento del pianeta. Ma i segnali sono ancora deboli, ambigui, contraddittori; c'è chi ritiene di notare una risalita dell'ulivo verso l'Europa centrale, come fa uno studio dell'Istituto agrometeorologico per le analisi ambientali applicate all'agricoltura presentato a Firenze; chi afferma come l'inglese Peter Wadahms dello Scott Polar Research Institute, che i ghiacci polari si stanno assotigliando. E c'è semplicemente chi si chiede come sia possibile che i ciliegi selvatici dei giardini dell'ex Piazza d'Armi, nel centro di Torino, in questi giorni appaiano avvolti da una candida fioritura. Indizi labili che, però, da un certo momento in avanti potrebbero diventare improvvisamente clamorosi coinvolgendo la circolazione atmosferica del globo, le correnti oceaniche, i grandi ghiacciai, le calotte polari, le regioni dell'estremo Nord oggi permanentemente gelate, trasformate in un immenso pantano generatore di ulteriore anidride carbonica. Si metterebbe in moto un volano che sarebbe impossibile arrestare. Giungere al più presto se non alla certezza, almeno ad un alto grado di attendibilità delle conoscenze scientifiche, è vitale; perché la mancanza di dati inoppugnabili è un troppo facile alibi per non prendere a livello mondiale le decisioni politiche necessarie per evitare la catastrofe. Vittorio Ravizza


PSICOLOGIA Scacchista, il genio idiota Ultimi studi sulla natura dell'intelligenza
Autore: OLIVERIO FERRARIS ANNA

ARGOMENTI: PSICOLOGIA, BIOLOGIA, RICERCA SCIENTIFICA
NOMI: DE GROOT ADRIAN
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 077

I campioni di scacchi - Karpov e Kasparov si sono di nuovo incoronati nei giorni scorsi nei rispettivi campionati mondiali - sono individui geniali, dotati di un'intelligenza eccezionale, o sono soltanto persone che possiedono in misura elevata la capacità di visualizzare una serie di configurazioni e di mosse, un po' come fanno i calciatori quando valutano il gioco in campo? I pareri sono molto controversi. Riferendosi a un famosissimo campione, lo scacchista Reuben Fine disse un giorno che il suo collega era la prova vivente di come una persona con un quoziente di intelligenza inferiore alla media potesse diventare il numero uno mondiale degli scacchi. Opinioni così diverse sono possibili perché molti pensano all'intelligenza come a una capacità monolitica e globale. In realtà, come emerge dagli studi dello psicologo Howard Gard ner sulla pluralità delle intelligenze, si sta affermando una visione più variegata delle facoltà mentali, che implica l'esistenza di diverse abilità, in parte innate e in parte acquisite nel corso degli anni. Secondo questa impostazione vi possono essere diverse forme di intelligenza: oltre a quella linguistica e alla capacità di analisi logica e matematica, vi è anche l'intelligenza «spaziale» e artistica, quella sociale (che consente di intuire i sentimenti e le reazioni degli altri), quella introspettiva, quella musicale e infine l'intelligenza corporeo-cinestetica (che consente ad atleti e ballerini di dominare il proprio corpo). Esiste inoltre la possibilità di integrare due o più forme di intelligenza. La molteplicità delle funzioni intelligenti è possibile grazie alla complessità del nostro cervello diviso in due emisferi: l'intelligenza linguistica e la logica sono per lo più funzione dell'emisfero sinistro del nostro cervello; la comprensione dei rapporti spaziali, la produzione e la comprensione musicale e la capacità di cogliere, visualizzandoli, rapporti tra i numeri, comportano il coinvolgimento dell'emisfero destro. In uno studio condotto all'inizio del secolo che ha anticipato ricerche più recenti, Alfred Binet, l'inventore dei test di intelligenza, esaminò nell'ambito del gioco degli scacchi alcuni casi di virtuosismo mnemonico. I maestri giocavano bendati varie partite simultaneamente con altrettanti giocatori non bendati: essi dovevano ricordare le posizioni degli scacchi sulle varie scacchiere e aggiornarle progressivamente sulla base delle descrizioni delle ultime mosse fatte dai loro avversari. Osservando questi scacchisti in azione e parlando con loro, Binet si rese conto di quanto importante fosse la memoria negli scacchi; ma capì anche che si trattava di uno speciale tipo di memoria. Infatti i maestri memorizzavano i giochi, non le singole mosse, basandosi su una memoria visivo-spaziale di tipo astratto, ossia una sorta di memoria geometrica che andava oltre alla posizione dei singoli pezzi sulla scacchiera in un particolare momento e che contemplava «in profondità» una sequela di schemi di gioco. Nella mente dei campioni, la posizione degli scacchi non veniva fotografata in immagini cristallizzate ma si trasformava in qualcosa di più dinamico, in una serie di schemi che gemmavano a partire da uno schema iniziale. Questa capacità era legata anche ai ricordi di importanti partite giocate in passato e quindi non si riduceva certo a una semplice visualizzazione fotografica o «meccanica». Le osservazioni di Binet sono state corroborate dai risultati più recenti di uno sperimentatore olandese, Adrian de Groot, grande maestro degli scacchi e psicologo. In un esperimento condotto da Adrian de Groot è stata mostrata ad alcuni campioni una scacchiera per vari secondi e poi è stato chiesto loro di ricostruire la posizione degli scacchi. Se le posizioni rispondevano a una logica che generalmente caratterizza un gioco di alta qualità, i campioni se la cavavano bene, assai meglio dei giocatori ordinari; ma se gli scacchi erano disposti a caso, i campioni avevano prestazioni simili a quelle di qualsiasi altra persona. Questo risultato conferma quanto aveva già intuito Binet, ossia che i campioni non si differenziano dagli altri individui per una semplice memoria visiva, bensì per la capacità di riconoscere e di codificare in modo significativo delle configura zioni oltre che per quella di porle in relazione con altre già incontrate nel corso della propria storia di scacchista. «Io posso giocare con varie persone allo stesso tempo senza guardare la scacchiera ma tenendo a mente le posizioni. Molti considererebbero che questa abilità sia legata ad una memoria eccezionale», ha dichiarato nel corso di un'intervista il campione David Nord wood, «ma io ho giocato fin dall'età di 5 anni e per me questo è naturale come parlare». L'esperienza quindi, insieme alla capacità spaziale e a quella logica, costituisce una grande risorsa dello scacchista. E' stato calcolato che nel giro di vari anni un campione si costruisce un'enciclopedia mentale di più di centomila situazioni scacchistiche. Si spiega così anche perché un campione vinca su un computer. Gli attuali computer sono in genere superiori agli uomini in termini di velocità di calcolo, e quindi possono prevedere milioni di mosse al secondo; ma non possiedono ancora la capacità intuitiva umana di riconoscere, imparare e creare degli insiemi significativi. Ciò sarà forse possibile in futuro; per il momento la differenza consiste nel fatto che il cervello umano acquisendo esperienza elabora anche una serie di strategie che portano il segno delle esperienze del passato: la nostra mente non si limita a ricordare meccanicamente degli elenchi o delle configurazioni ma, sulla base delle esperienze che ha fatto, codifica piani e idee e dà più rilievo ad alcuni ricordi che non ad altri. Per esempio, uno scacchista ricorderà le situazioni e le partite più importanti del suo passato ed è anche su questa sua «storia» che si basa la sua plasticità di gioco. Come uno stratega militare, che ha studiato e ha esperienza delle diverse mosse e contromosse possibili sul campo di battaglia, analogamente lo scacchista acquisisce una storia specifica nel suo settore che lo rende esperto e molto «agile» nell'immaginare gli spostamenti dei vari pezzi e le possibili contromosse. Ma non tutti possiedono il tipo di intelligenza dei campioni di scacchi nè questi eccellono in altri settori: l'intelligenza è infatti una sorta di poligono che può essere più o meno deformato in uno dei suoi lati e a questa deformazione contribuiscono ovviamente, oltre che una capacità naturale, l'esperienza e l'esercizio e, non ultima, la passione. Anna Oliverio Ferraris Università di Roma


TUTTOSCIENZE IN CD-ROM Su due dischetti ottici 13 mila articoli Una nuova bussola per navigare nel mare della scienza
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: INFORMATICA, DIDATTICA, SCIENZA
ORGANIZZAZIONI: LA STAMPA, HYPERMEDIA, HYPERSYSTEMS, TUTTOSCIENZE COMPACT
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 077

I 13.061 articoli pubblicati su «Tuttoscienze» tra l'ottobre 1981 e il dicembre 1992 da oggi stanno in due dischetti simili a quelli che ci permettono di ascoltare i nostri cantanti preferiti. Un computer, un lettore di dischi ottici e un «mouse» permettono di navigare in questo mare di informazioni, di usare come bussola parole-chiave che attraversano discipline diverse, dalla fisica alla biologia, di «zoomare» su un «ritaglio» delle 2200 pagine e di stampare l'articolo o l'immagine che ci interessa. Con i Cd-Rom «Tuttoscienze Compact», distribuiti dalla Gst, nasce un nuovo modo di leggere, di documentarsi, di archiviare informazioni. Facciamo un esempio concreto. I dinosauri oggi sono di moda grazie al film di Spielberg «Jurassic Park». Ma «Tuttoscienze» se ne occupava già nel 1982. Tra i vari modi di interrogare i dischetti, uno prevede la ricerca di tutti gli articoli nei quali compare una data parola. In questo caso basterà impostare «dinosauri» ed ecco comparire l'elenco completo dei titoli su questo argomento, in ordine cronologico. Di qui potrò identificare meglio l'articolo che mi interessa, richiamare l'intera pagina sul video, ingrandire con la funzione «zoom» la parte dedicata ai grandi rettili estinti, leggere, e infine, tramite una stampante, ottenere su carta testo e illustrazioni. Questo è soltanto uno dei molti modi di interrogare i nostri Cd-Rom. Si può fare una ricerca in base alla data di pubblicazione (anche isolando un dato periodo, ad esempio dal febbraio '88 al gennaio '90), per autore, per argomento. Combinando insieme due parole o due argomenti è facile delimitare meglio il campo e svolgere ricerche centrate più esattamente sull'argomento che ci interessa. Per usare i due dischetti (in vendita dalla prossima settimana in un cofanetto che costa 350 mila lire) è sufficiente avere un computer con 2Mb di memoria volatile e 3Mb su disco rigido collegato a un lettore di Cd-Rom. I dischetti girano su Windows (Dos), il sistema più diffuso: un'attrezzatura che si trova ormai non soltanto in quasi tutte le biblioteche pubbliche, nelle scuole e negli uffici dove c'è il problema di gestire grandi quantità di informazione, ma anche in molte delle nostre case. Chi avesse il computer ma non il lettore di Cd-Rom può usufruire di una offerta speciale: lettore e dischetti a 770 mila lire. Possedere il lettore significa accedere a un nuovo universo culturale: i Cd-Rom sul mercato sono già oggi circa 30 mila] Non è stato semplice concentrare quasi 12 anni di cronache scientifiche in due dischetti. Ci si è riusciti applicando il sistema HyperMedia Professional di HyperSystems, che consente di «comprimere» fortemente le informazioni in modo da usare pochi bit per contenerle. Tornando a «espandere» questi «concentrati» si ottengono testi e immagini con la stessa qualità dell'originale. E' la fine dei volumi che raccolgono «Tuttoscienze»? Niente affatto. Il libro su carta rimane insostituibile se si vuole «esplorare» il sapere senza un obiettivo predeterminato. I Cd-Rom invece consentono una ricerca mirata e completa. Due modi diversi di leggere per due diverse esigenze. Piero Bianucci


UNA MOSTRA A ROMA Sono gli insetti i padroni della Terra Milioni di specie hanno colonizzato ogni ambiente
Autore: CORBI MARIA

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ECOLOGIA
NOMI: VOMERO VINCENZO
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 077

SONO loro, gli insetti, i veri dominatori della Terra. Hanno preso possesso del pianeta molto tempo prima dell'uomo, 500 milioni di anni fa, e da allora riempiono ogni nicchia della vita. Divisi in 900 mila specie classificate (ma ce ne sono molte di più) convivono con noi quotidianamente e spesso ne faremmo volentieri a meno. Ma questi molestatori ci sono indispensabili. Quanto siano importanti per l'ambiente lo si scopre alla spettacolare esposizione «Insetti ovunque» appena inaugurata a Roma, all'Insectarium sulla Cristoforo Colombo, dal premio Nobel Rita Levi Montalcini. Duemila metri quadri dove trovano posto teche con insetti veri e enormi robot che riproducono, ingrandendoli fino a 600 volte, alcune specie. Ad accogliere il visitatore nella prima sala c'è la «ninfa della giungla» che alza e abbassa la «coda» di color verde squillante. E' un effetto creato dalla tecnica giapponese: i robot sono stati costruiti su commissione del Natural History Museum di Londra. Ma riproduce la tecnica di difesa della ninfa quando, sollevando l'addome, cerca di assumere un aspetto terrifico che spaventa i predatori. Regina della mostra è sicuramente la Locusta migratrice, o meglio la sua copia lunga più di 4 metri, che fa scattare i muscoli delle gambe - in proporzione mille volte più potenti di quelli dell'uomo - e si lancia in aria per prendere il volo. Più in là, due Scarabei atlante lottano fra loro con i lunghi corni neri; una Mantide religiosa si prepara a saltare sulla preda e un bruco che pare uscito da un film di Disney si gonfia per sembrare più grande ai suoi nemici. L'esposizione è divisa in sei aree. Con giochi interattivi alla portata dei più piccoli visitatori si fornisce il «chi è» degli insetti. Poi si passa alle loro abitudini. Dove vivono, cosa mangiano e come si sono evoluti questi piccoli dominatori lo si scopre nelle diverse sale. Chi volesse sapere meglio come la vita degli insetti si incrocia con la nostra può interrogare un computer: scoprirà così quali specie si annidano nei letti, in cucina o nei nostri vestiti. A «Insetti ovunque» c'è anche una gioielleria naturale, dove fanno bella mostra esemplari, rigorosamente veri, di scarabei dai riflessi d'oro, farfalle dalle ali color bronzo che sembrano tempestate di lapislazzuli e coleotteri dalle tonalità metalliche. «E' la prima mostra di questo tipo mai realizzata in Italia», spiega Vincenzo Vomero del museo civico di zoologia di Roma. «Era necessaria perché quasi nessuno conosce gli insetti. Abbiamo cercato di sposare scienza e spettacolo proprio per rendere più piacevole e affascinante questo universo anche ai bambini». Insomma, un modo per imparare ad amare anche gli insetti, perlopiù considerati ospiti sgraditi. E per il vicepresidente del Wwf Sandro Cassola è anche una svolta nell'impegno del Wwf in difesa della biodiversità. «Finora - dice - il Wwf ha previlegiato la tutela di specie superiori, per esempio le tigri, scelte come simbolo della salvaguardia della natura. Oggi preferiamo puntare l'attenzione alle radici della vita, partendo dagli animali che costituiscono il primo mattone dell'ecosistema». Maria Corbi


DAL LABORATORIO ALLA FARMACIA Farmaci, non miracoli Il complesso rapporto rischi-benefici
Autore: LOMAGNO PIERANGELO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, RICERCA SCIENTIFICA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: G. Prezzo medio al pubblico delle specialità medicinali nei principali Paesi OCSE 1992. T. Sviluppo di un farmaco
NOTE: 078

L'AMARA vicenda dei presunti farmaci killer ha avuto almeno un merito: evidenziare come nel nostro Paese la conoscenza delle più elementari nozioni sulle medicine e sulla loro azione sia una materia quasi sconosciuta anche per coloro che possono vantare un grado di istruzione medio-alto. Può essere perciò interessante vedere come nasce un nuovo farmaco, seguendo passo passo la strada che percorre dal concepimento all'entrata in commercio. Un tempo la nascita di un nuovo farmaco era un fatto fortuito oppure il felice risultato di un'acuta osservazione di un evento naturale. Classico esempio di questo modo di procedere è la scoperta della penicillina. Oggi, poiché disponiamo di conoscenze molto più approfondite nel campo della fisiopatologia e in quello del meccanismo di azione delle sostanze terapeutiche, poco è lasciato al caso e la via più seguita per «scoprire» nuove medicine è quella di sintetizzare molecole inedite operando cambiamenti strutturali mirati su farmaci già esistenti o su sostanze endogene particolarmente attive (ormoni, mediatori chimici...) allo scopo di realizzare prodotti con caratteristiche più favorevoli. A un certo momento un ricercatore matura la convinzione che una molecola (o più molecole strutturalmente simili) presenta buone probabilità di essere utile nel trattamento di una particolare forma morbosa. Da questo preciso istante inizia la lunga strada che può portare alla realizzazione di un nuovo farmaco, ed è anche questo il momento in cui, di solito, inizia l'intervento diretto dell'industria farmaceutica, in quanto la via da percorrere è estremamente complessa e richiede un elevatissimo impegno in termini di uomini, strutture e capitali, onere che può essere affrontato solo da un'industria che possa prevedere un ritorno economico delle risorse impegnate. Ecco le principali tappe di questo percorso a ostacoli. Studi pre-clinici Lo scopo di queste ricerche è quello di stabilire le caratteristiche farmacodinamiche (effetto terapeutico ed effetti collaterali), quelle farmacocinetiche (assorbimento, distribuzione ed escrezione) e la tossicità acuta e cronica della sostanza in esame. Le indagini vengono svolte seguendo precisi protocolli e sono effettuate sia in vitro su batteri, cellule, culture di tessuti, sia in vivo utilizzando numerosi animali di specie differenti (almeno due di mammiferi). Particolare attenzione si pone nella valutazione della tossicità acuta, sub-cronica e cronica e sulla eventuale presenza di effetti teratogenici o carcinogenici. La durata di questi studi varia dai due ai tre anni. Se i risultati sono stati positivi, l'industria farmaceutica che conduce la ricerca richiede alle autorità sanitarie il nulla osta per iniziare la sperimentazione sull'uomo. In Italia l'autorizzazione viene concessa dal ministero della Sanità, sentito il parere tecnico espresso dall'Istituto Superiore di Sanità. Nel caso in cui l'autorizzazione sia concessa iniziano gli studi clinici sull'uomo, che vengono suddivisi in tre fasi distinte e successive. Fase uno Gli studi vengono condotti su un ristretto numero (poche decine) di volontari sani. Lo scopo principale di queste ricerche, che durano da uno a due anni, è quello di valutare la tossicità e la tollerabilità del farmaco nell'uomo. Questa fase è estremamente delicata e molto selettiva. Statisticamente circa la metà delle molecole sperimentate non supera questo esame. Fase due L'obiettivo principale è la valutazione dell'effetto terapeutico. I farmaci vengono somministrati a un numero non elevato (da 100 a 200) di pazienti volontari e si procede al controllo dell'attività, paragonandola anche a quella di eventuali altre medicine già in commercio. Durante questo tipo di ricerche, che durano due o tre anni e portano all'eliminazione di un'altra non piccola percentuale di molecole, vengono valutate l'entità e la qualità dell'effetto terapeutico, si evidenziano gli effetti collaterali, si stabiliscono la posologia ottimale e le più appropriate vie di somministrazione. Fase tre Le sostanze che giungono a questa fase hanno già dimostrato di non avere tossicità elevata e di avere un sensibile effetto terapeutico. A questo punto si verifica se i buoni risultati ottenuti siano in grado di reggere al controllo di una sperimentazione effettuata su vasta scala. A questo scopo vengono reclutati numerosi (2000-3000) pazienti volontari che, distribuiti in diversi ospedali, sono sottoposti al trattamento con il nuovo farmaco. Durante questa sperimentazione, che dura tre-quattro anni, vengono valutate attentamente l'attività terapeutica della sostanza, l'incidenza di effetti indesiderati, le sue interazioni con altri farmaci o alimenti, l'eventuale presenza di controindicazioni specifiche che ne sconsiglino l'uso in particolari fasce della popolazione (bambini, anziani, donne in gravidanza, ecc.) in modo da realizzare una carta d'identità del nuovo farmaco quanto più completa ed esauriente possibile. Se tutto procede regolarmente e non emergono imprevisti dati negativi, il prodotto è pronto per essere introdotto sul mercato e venire utilizzato da milioni persone. Quest'ultimo passo richiede però un'autorizzazione formale. Per ottenerla l'industria farmaceutica che ha condotto la sperimentazione raccoglie tutta la documentazione relativa e la invia agli organi competenti (in Italia al ministero della Sanità) che, dopo aver valutato i dati forniti, autorizza o no la vendita della nuova medicina. A questo punto la lunga e complessa strada iniziata anni prima è quasi conclusa. Com'è possibile che sostanze sottoposte a indagini così lunghe e attente provochino poi, come talvolta capita, gravi inconvenienti in chi le usa? La risposta è insita nella natura stessa dei medicamenti e nella variabilità genetica degli esseri umani. Qualsiasi farmaco, anche quello apparentemente più banale, per poter esplicare la sua azione terapeutica deve interferire con il delicato equilibrio dell'organismo umano e, così facendo, provoca dei mutamenti che, se da un lato sono benefici, dall'altro possono provocare disturbi anche non lievi. Ne consegue che non esistono medicamenti privi di pericoli, ma solo dei farmaci che, somministrati a ragion veduta, hanno un rapporto beneficio-rischio favorevole. In secondo luogo bisogna tenere presente che anche la sperimentazione più accurata viene condotta su di un numero relativamente limitato di esseri umani. E' possibile, quindi, che effetti tossici, che si manifestano solo molto raramente su determinate persone (ad esempio un caso su 100.000), non compaiano durante la fase tre, ma rivelino la loro esistenza solo quando il farmaco viene assunto da milioni di persone. Questo fatto spiega come sostanze ritenute sicure, dimostrino poi, alla prova dei fatti, una pericolosità anche rilevante. Esiste però un mezzo per limitare questo inconveniente: attuare una buona farmacovigilanza, un sistema rapido e affidabile di rilevamento degli effetti indesiderati dei farmaci già introdotti sul mercato, in modo da essere sempre aggiornati sull'eventuale manifestarsi di nuovi e imprevisti eventi pericolosi e intervenire tempestivamente a limitare il danno. Pierangelo Lomagno


EPIDEMIOLOGIA Clofibrate un caso esemplare
Autore: BOBBIO MARCO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 078. Farmaci, medicinali

NELLA recente polemica sui farmaci considerati pericolosi, accusatori e difensori hanno dimostrato di non sapere che la supposta pericolosità di alcuni farmaci non è tale da uccidere i pazienti che ne fanno uso, nè da essere evidenziata da un singolo medico, che li prescrive ad alcuni pazienti. Per capire il «peso» che si può attribuire alla pericolosità di un farmaco, esaminiamo uno degli accusati: il clofibrate, una sostanza che riduce il colestorolo nel sangue, molto usata negli Anni 70. Nell'ipotesi che, abbassando il colesterolo, si sarebbe ridotta anche l'incidenza di infarto, alcuni ricercatori decisero di trattare 5331 maschi ipercolesterolemici di età compresa tra 30 e 59 anni con clofibrate e 5296 con una sostanza non attiva (placebo). Dopo 5 anni venne riscontrata una minor incidenza di infarti nel gruppo di pazienti trattati con clofibrate (5,9%) rispetto ai pazienti nel gruppo placebo (7,4%), ma anche una maggior percentuale di decessi (4,9% nel gruppo clofibrate e 3,8% nel gruppo placebo). Sono tanti o pochi gli infarti risparmiati e i decessi attribuibili al trattamento sperimentato? Per rendere più accessibile la comprensione delle ricerche, da alcuni anni è stato proposto un metodo di lettura più semplice: la differenza tra le percentuali viene trasformata nel numero di invidivui che è necessario trattare per evitare (o provocare) un evento. Dalla ricerca citata si ricava che si può evitare un infarto se vengono trattati 67 maschi ipercolesterolemici per 5 anni e viene indotto un decesso trattandone 91. Hanno quindi torto coloro che considerano il clofibrate un farmaco killer, perché il rischio di decesso è basso ed è compensato da un certo vantaggio in termini di infarti risparmiati. Ma ha torto anche il ministro, quando affida l'assoluzione del farmaco alla valutazione del singolo medico che, sulla base dell'esperienza maturata con i propri pazienti, non può accorgersi, nell'arco di 5 anni, di un aumento di mortalità di 1 paziente su 91. I medicinali sono però soggetti a uno strano destino. Il clofibrate, studiato con molto scrupolo nel 1978, è stato abbandonato; un suo stretto parente, il gemfibrozil, continua a essere inserito nel prontuario. Anche se non è stato sottoposto a indagini altrettanto rigorose per conoscere eventuali rischi. Valutare l'efficacia di un farmaco è un compito difficile, che presuppone sofisticate interpretazioni dei risultati, spesso contraddittori, di numerose ricerche e una valutazione dei rischi e dei benefici in ogni singolo paziente. In questo senso, non si migliora la sanità nazionale nè con la diffusione di accuse incerte, nè con la promulgazione di assoluzioni improbabili. Marco Bobbio Università di Torino


TRASFUSIONI Il sangue è mio e lo uso io
Autore: DI AICHELBURG ULRICO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 078

IL sangue fornito da un donatore non è esente da rischi. Per questo, quando è possibile, è bene ricorrere all'autotrasfusione, con la quale il paziente stesso è donatore per sè di sangue totale o di singoli componenti. L'autotrasfusione va diffondendosi anche in Italia. Anche la Commissione nazionale per il servizio trasfusionale del Ministero della Sanità ha emesso un documento nel quale viene considerata l'autotrasfusione. Per una sua corretta applicazione è opportuno istituire, all'interno degli ospedali, un comitato composto da specialisti in chirurgia anestesiologica e medicina trasfusionale, che elabori programmi e controlli. Vi sono tre tipi di autotrasfusione. Quella mediante predeposito si basa sull'impiego di una o più unità di sangue intero e/o di singoli componenti, prelevati dal paziente e depositati in attesa di un intervento programmato, anche alcuni mesi prima date le possibilità di crioconservazione, e fino a due giorni prima. A ogni salasso la volemia, ossia il volume della massa del sangue, essenziale per la circolazione, viene ricostituita con particolari soluzioni cristalloidi o colloidali, o con plasma autologo. Il secondo tipo è l'emodiluizione intenzionale normovolemica: il sangue intero e/o i singoli componenti sono prelevati subito prima o dopo l'induzione dell'anestesia generale, e sostituiti simultaneamente da liquidi cristalloidi e/o colloidi. Questo sangue serve a reintegrare la perdita di sangue durante l'intervento. Senza dubbio sottoporre a un intervento un paziente intenzionalmente «anemizzato» rappresenta un capovolgimento di mentalità che può sconcertare, dato che fino a pochi anni fa si propendeva semmai a fare il contrario: una trasfusione pre- operatoria. Ebbene, l'emodiluizione non ha soltanto il vantaggio di risparmiare il sangue dei donatori, ma addirittura di migliorare il flusso della corrente sanguigna e di agire come profilassi delle trombosi venose postoperatorie. Il terzo tipo di autotrasfusione è quello perioperatorio: il sangue perduto nel corso dell'intervento viene recuperato con dispositivi idonei che lo rendono immediatamente riutilizzabile durante l'intervento stesso o subito dopo. La crescente applicazione dell'autotrasfusione dipende da tre fattori: le nuove conoscenze sulle particolarità della circolazione del sangue (emoreologia, emodinamica), l'insufficienza delle donazioni di sangue, i problemi delle patologie infettive e immunologiche conseguenti alle trasfusioni omologhe. Chi ha un volume normale di sangue e non soffre di gravi patologie cardiorespiratorie ed ematologiche farà bene a ricorrere all'autotrasfusione. Ulrico di Aichelburg


PREZZI Ma la media europea è più alta
Autore: VERNA MARINA

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, PREZZI, STATISTICHE, MERCATO
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 078. Farmaci, medicinali

PERCHE' i prezzi dei farmaci non scendano, ora che si sa ufficialmente come venivano concordati, sembra a tutti un boccone indigeribile. E' vero che, dopo gli aumenti del '90 (9 per cento medio per le specialità con prezzo al di sotto delle 7500 lire) e del '91 (aumento medio del 7,5 per cento per specialità comprese tra le 7500 e le 15 mila lire), ci sono state ben quattro riduzioni di prezzo: 3,1%nel gennaio '92 per tutte le specialità medicinali contenute nel Prontuario; riallineamento dei prezzi di 200 confezioni, per garantire prezzi uguali per prodotti uguali, nel luglio '92; riallineamento di altre 378 confezioni nel febbraio '93. Infine, nell'aprile '93, ancora una riduzione media del 2,15%. Queste riduzioni sembrano però ancora troppo modeste per chi ha l'impressione di essere stato raggirato. O, viaggiando all'estero, ha l'occasione di fare confronti, soprattutto con la Francia. Farmindustria ha sempre sostenuto che i prezzi italiani sono mediamente inferiori a quelli del resto della Cee. E lo ha dimostrato con un'indagine condotta nel 1992 su un certo numero di prodotti di largo consumo, a parità di confezione: in Francia, su 357, 148 (41,74 per cento) erano più cari che in Italia in Germania, su 485, 25 (5,16%) in Gran Bretagna, su 359, 183 (50,97%) in Svizzera, su 451, 28 (6,21) negli Stati Uniti, su 248, 40 (17,13%) In conclusione, lo studio dimostrava che la media semplice dei prezzi italiani, nel '92, restava comunque più bassa di quella degli altri Paesi considerati, con l'eccezione della Francia. La spiegazione di Farmindustria, per questo specifico caso, era che l'Iva è assai più alta in Italia (9,2 contro il 2,1 per cento). Molti farmaci, in Italia, hanno prezzo libero, cioè stabilito dalle singole aziende: sono le specialità non inserite nel prontuario, per le quali in farmacia si paga il prezzo intero (e l'Iva al 19 per cento). Hanno invece un prezzo «amministrato» (cioè stabilito dal Cip farmaci, con l'Iva al 9 per cento) tutte le specialità inserite nel Prontuario e quindi a carico del Servizio sanitario nazionale. Fatto 100 il prezzo al pubblico, il ricavo per l'industria farmaceutica è pari al 61,47%, mentre il rimanente 38,53% è costituito dai margini per la distribuzione e dall'Iva. Le industrie farmaceutiche comunque non sempre hanno avuto vita facile, in Italia. Le nostre leggi, pur avendo accolto la direttiva Cee sulla trasparenza dei prezzi, ne limitano di fatto l'applicazione. Infatti il criterio del silenzio-assenso (se non ti rispondo, ti accolgo) non viene recepito su base nazionale. Se il Cip non comunica esplicitamente al Poligrafico dello Stato il numero del provedimento con cui è stato fissato il prezzo del farmaco, quest'ultimo non può essere posto in commercio. Com'è accaduto di fatto per molti. Marina Verna


CONFERENZA DI RAFF Che cosa dà la forma a un embrione
NOMI: RAFF MARTIN, LEVI MONTALCINI RITA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 078

LO sviluppo embrionale è argomento nel quale tutti i grandi temi della biologia convergono a fornire un quadro dei complessi rapporti sociali che legano le cellule di un organismo. A nessuno sfugge che all'origine del cancro c'è proprio un'alterazione della vita sociale delle cellule. Si provi a pensare allo sviluppo di un nuovo organismo come al nascere di una scultura fatta di materiali diversi: pietra, ferro, plastica, lamiere. Si parte da un mucchio di materia che solo il genio dell'artista metterà insieme, sbozzerà, taglierà, incollerà, guidato dal suo impulso creativo. Alla fine l'opera sarà l'idea dell'artista. Alla base dello sviluppo di un nuovo organismo sta un processo analogo scritto nei geni, che porta a scolpire il nuovo organismo. Se vogliamo mantenere questa metafora, dobbiamo prevedere che molta materia a disposizione dell'artista verrà scartata nel procedere della creazione; così molte cellule si perdono e vengono eliminate nel corso dello sviluppo embrionale. Provvede a scartare le cellule in più un fenomeno di morte programmata che è un vero e proprio suicidio cellulare. Come in tutti i fenomeni biologici, è un gioco di segnali sociali a fornire il comando per il suicidio. Alcune cellule dicono ad altre che non sono più necessarie e che la loro posizione è sbagliata nel futuro organismo. Le cellule raggiunte dal segnale di morte o rimaste prive di un segnale di sopravvivenza spengono i loro geni, si raggrinziscono e vengono eliminate. Così si modella l'embrione durante il suo sviluppo e prende forma l'organismo definitivo. L'interesse per questo fenomeno di controllo sociale di vita e morte cellulare ha molti riflessi pratici anche nell'organismo adulto. Primo fra tutti il problema delle metastasi tumorali. Perché le cellule che lasciano il tumore primitivo e vanno ad annidarsi altrove non vengono eliminate da questo controllo ferreo esercitato dai tessuti? E' probabile che esse stesse producano il proprio segnale di sopravvivenza sufficiente a neutralizzare un segnale di morte. Trovare il modo di attivare il segnale di morte per le cellule estranee delle metastasi sarebbe equivalente a combattere il cancro almeno altrettanto efficacemente quanto scoprirne la causa. Fu Rita Levi-Montalcini, negli Anni 50, a dare una prima descrizione della morte cellulare programmata. In suo onore, il ricercatore inglese di fama internazionale Martin Raff, in collaborazione con la Fondazione Sigma Tau, terrà a Torino venerdì 19 una lettura dedicata alla biologia dello sviluppo (ore 11, Palazzo Nuovo, via Sant'Ottavio 20, Aula 3). (p. c. m.)


LA PAROLA AI LETTORI E la pulce salta 350 volte la sua lunghezza
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 080

Che cosa succede quando prendiamo una «scossa» urtando un gomito? Quando le ossa del gomito urtano un qualsiasi oggetto che fa restringere le cavità per la quale passa il nervo ulnare, avviene un «pizzicamento» del nervo stesso. Paola Campajola, Ivrea In che modo i fiumi modifi cano i terreni sui quali scorrono? Le modificazioni dei terreni a opera dei fiumi dipendono da due fattori: la pendenza del letto e la composizione dei terreni. Le irregolarità e le brusche variazioni di pendio lungo il corso di un fiume vengono aggredite con notevole energia dalle acque, che le superano con discese vorticose e salti di decine o anche centinaia di metri. Le acque erodono con forza le rocce al piede del salto, soprattutto se sono più tenere di quelle che formano il ciglio. Con il proseguire dell'erosione, le rocce alla sommità, prive di sostegno, finiscono per franare e l'intero ciglio retrocede: le cascate del Niagara, ad esempio, sono destinate a trasformarsi prima in cateratte e successivamente in rapide (di fatti sono arretrate di cento metri in un secolo). Inoltre, poiché le rive sono costituite da materiali non perfettamente omogenei, può capitare che il fiume inizi la sua opera di erosione lateralmente, creando i cosiddetti meandri, e proceda alla successiva formazione di pianure alluvionali, come la Pianura Padana o quella del Mississippi, in seguito a un lungo processo di «meandrizzazione» che porta a un continuo divagamento del letto. Cristina Ponte, Torino Quali sono gli alberi che vi vono più a lungo? L'albero più longevo è la dracena (6000 anni), seguita dal baobab (5000), la sequoia (4000), il tasso (3000), il ginepro (2000). Quercia, tiglio, abete e larice possono raggiungere i mille anni, l'ulivo arriva a 350. Carlo Rocchia Borgo San Dalmazzo (CN) Che altezza può raggiunge re la pulce saltando? Con il termine «pulce» si indicano gli Afabitteri, un ordine di insetti di piccole dimensioni, privi di ali, con un corpo compresso e tegumenti robusti. Le zampe anteriori hanno una conformazione caratteristica: le anche sono allargate e appiattite, i femori e le tibie molto robusti, i tarsi lunghi e pentaarticolati, i pretarsi forniti di unghie lunghe e ricurve. Le zampe posteriori, perfettamente adatte al salto, pur avendo la stessa conformazione, sono assai più robuste e potenti di quelle anteriori. La pulce può così compiere dei salti che vanno fino a 22 centimetri in altezza e 35 in lunghezza. Claudio Aimone, Ozegna (TO) Il record documentato è un salto in lungo di 32,5 centimetri: la pulce ha cioè raggiunto, nel punto di caduta, una distanza pari a 350 volte la sua lunghezza. Sarebbe come se un uomo alto 1,80 metri effettuasse un salto di oltre 600. Attilio Novelli, Pescara Quando si cominciarono a portare gli occhiali? E chi li aveva inventati? «Un frammento di vetro a forma di calotta sferica permette di ingrandire un oggetto»: questa osservazione risale all'XI secolo ed è attribuita a un fisico arabo. Nel XIII secolo due inglesi, Robert Grossetete e Robert Bacon la prendono in considerazione e traggono le prime conclusioni sulla possibilità di servirsi di una tale lente per migliorare la vista. Ma il vetro dev'essere perfettamente trasparente: ci riusciranno i vetrai veneziani alla fine del XIII secolo. L'uso di questi occhiali, muniti di lenti convesse per correggere la presbiopia, si diffonde rapidamente. Si dovrà però attendere il XV secolo perché appaiano i primi occhiali per miopi con lenti concave. Nicola Bizzo, Biella (VC) Sembra accertato che già nel X secolo gli arabi utilizzassero lenti per ingrandimento. In Europa sarebbero state introdotte nel XII secolo. Verso la fine del XIII secolo, due frati domenicani fabbricarono i primi occhiali a Firenze. Negli stessi anni, Tomaso da Modena rappresentò per la prima volta in un dipinto, oggi nella chiesa di San Nicolò a Treviso, una persona con gli occhiali. Vanna Pozzi, Savona


CHI SA RISPONDERE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 080

Perché l'umidità della pioggia fa arricciare i capelli? (TO) QPerché la maschera subacquea, se viene inumidita con la saliva, non si appanna? QCome si tarano i barometri d'appartamento? QPerché la maglia che si vince nel Giro di Francia è gialla? _______ Risposte a «La Stampa, Tuttoscienze», via Marenco 32, 10126 Torino. Oppure al fax numero 011.65.68.688., indicando TTS sul primo foglio.


INFORMATICA Programmi in Basic Istruzioni SETTIMA PUNTATA
AUTORE: MEO ANGELO RAFFAELE, PEIRETTI FEDERICO
ARGOMENTI: INFORMATICA, DIDATTICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 080

FINORA abbiamo utilizzato il BASIC soltanto per dare comandi semplici, eseguiti separatamente, uno alla volta. Ma il BASIC ci consente di dare anche lunghe sequenze di comandi, o meglio di istruzioni, che il calcolatore eseguirà una di seguito all'altra, secondo un ordine prestabilito. Una di queste sequenze di «istruzioni» è un «programma». Le istruzioni di un programma in BASIC devono essere precedute da un numero, «etichetta o numero di linea», che ne stabilisce l'ordine di esecuzione. Nella versione QBASIC questi numeri di linea non sono più necessari ed è sufficiente scrivere le istruzioni su linee diverse, perché il calcolatore le legga poi nell'ordine in cui sono state scritte. In queste schede continueremo comunque a numerare le linee del programma, in modo che questo sia sempre leggibile, non solo in QBASIC, ma anche nelle altre versioni precedenti dello stesso linguaggio. Quando si scrive un nuovo programma conviene numerare le istruzioni di dieci in dieci per poter aggiungere, nelle posizioni lasciate vuote, altre eventuali istruzioni. Dopo aver scritto un'istruzione su una determinata linea si batta il tasto RETURN per ordinare al calcolatore lo spostamento sulla linea successiva, dove scriveremo l'istruzione seguente. Il tasto RETURN assume in questo caso anche una seconda funzione, oltre a quella di andare a capo: inserire nella memoria del calcolatore l'istruzione che abbiamo appena scritto. Ad esempio, scriviamo 10 PRINT 7 e battiamo il tasto RETURN l'istruzione ora non viene più eseguita, come succedeva prima, quando non numeravamo le istruzioni e l'esecuzione era diretta. Il calcolatore non stampa più 7. Per eseguire il programma ora dobbiamo battere F5 oppure, se siamo in GWBASIC, inviare il comando RUN, che significa letteralmente «corri», «vai» e che possiamo tradurre più propriamente con «esegui il programma». Solo in questo modo viene stampato il numero 7 sullo schermo. Ad esempio: 10 PRINT 4 20 PRINT 5 30 PRINT 4 * 5 RUN oppure F5 e il calcolatore stampa 4 5 20 oppure 10 PRINT «Casa» 20 PRINT 30 PRINT «Dolce» 40 PRINT 50 PRINT «Casa» e il calcolatore stampa Casa Dolce Casa Per andare a capo oppure per saltare una riga, come si vede nell'esempio precedente, è sufficiente scrivere l'istruzione PRINT senza altre indicazioni. Quando si esegue un programma, è utile ripulire lo schermo da qualsiasi scritta o figura precedente e per questo è sufficiente inserire all'inizio l'istruzione CLS, «Clear screen», ovvero «Pulisci lo schermo». Nel nostro ultimo esempio si può aggiungere la linea 5 CLS per avere lo schermo pulito. E' opportuno inoltre chiudere sempre un programma con l'istruzione END, per segnalare al calcolatore la fine del programma. Per richiamare il «listato» del programma sul quale si sta lavorando, si deve battere il comando LIST («elenca»). Se si vuole invece scrivere un «nuovo» programma e cancellare quello vecchio si batte NEW. LIST e NEW non sono però necessari nel QBASIC, infatti il programma e la sua esecuzione occupano semplicemente due schermate diverse e F5 è sufficiente per passare dal programma all'esecuzione, mentre battendo un tasto qualsiasi si ritorna al programma. Vediamo alcuni esempi di programmi con l'istruzione PRINT. a)Scriviamo un programma che stampi un'operazione e il suo risultato. 10 CLS 20 PRINT "3 x 4 =4" 30 PRINT 3*4 40 END Il calcolatore visualizza 3 x 4 = 12 Se vogliamo operazione e risultato sulla stessa riga, dobbiamo modificare l'istruzione della linea 20 aggiungendo un punto e virgola: 10 CLS 20 PRINT "3 x 4 ="; 30 PRINT 3*4 40 END In questo caso il calcolatore visualizza: 3x4 = 12 Le due istruzioni delle linee 20 e 30 possono anche essere scritte sulla stessa linea, separandole sempre con il punto e virgola: 10 CLS 20 PRINT "3 x 4 ="; 3*4 b) Scriviamo un programma che stampi Cinema Paradiso con una cornice di asterischi: 10 CLS 20 PRINT «******************» 30 PRINT «* *» 40 PRINT «*Cinema Paradiso*» 50 PRINT «* *» 60 PRINT «******************» 70 END ****************** * * *Cinema Paradiso* * * ******************


STRIZZACERVELLO Un problema leonardesco
Autore: PETROZZI ALAN

ARGOMENTI: GIOCHI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 080

Un problema leonardesco Il presente problemino è citato spesso come aneddoto della vita di Leonardo da Vinci, il quale lo risolse in pochissimo tempo applicando due diversi principi, quello della «regula recta» e quello della «regula versa». Un devoto pregò un santo che gli raddoppiasse i denari posseduti in cambio di un'offerta di 8 fiorini: ottenne il favore e onorò il santo con il dovuto obolo. Allora si recò a un secondo altare, presso il quale espresse la medesima richiesta e ottenne lo stesso risultato. Ripeté dunque la preghiera a un terzo beato ma, versata l'ultima offerta, si trovò senza fiorini. Quanti fiorini aveva prima di chiedere le tre grazie? La soluzione come sempre domani, accanto alle previsioni del tempo. (A cura di Alan Petrozzi)


DESERTO Non solo sabbia Come la vita in tutte le sue forme si è attrezzata per fiorire nonostante la siccità e il caldo torrido
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: C. T. Come nascono i deserti
NOTE: 080

Sembrano spazi vuoti, tutto sole e sabbia. In realtà, anche i desrti pullulano di una vita varia e intensa, nonostante la forte escursione termica che regala giorni caldissimi (il record del secolo è del 13 settembre 1922, quando nel desreto libico si raggiunsero i 58 gradi all'ombra) e notti fredde, perché la limpidezza del cielo favorisce la dispersione del calore nell'atmosfera. Le piogge sono imprevedibili: anni di siccità possono finire con diluvi inarrestabili. Allora, nel giro di poche ore, migliaia di piante tornano alla vita: i semi di specie come tarassaco del desrto possono rimanere anche anni nel terreno in attesa della pioggia. Moriranno quando finirà l'acqua, ma lasceranno segni per un ciclo successivo. Altre piante si sono adattate al clima evolvendo la capacità di immagazzinare l'acqua nelle foglie, nei gambi o nelle radici: alcune specie di cactus giganti riescono a trattenete fino a sei tonnellate di acqua. I cespugli di algarova affondano le loro radici anche di venti metri, estrendo dal sottosuolo le più piccole gocce di umidità. Le foglie hanno quasi tutte pori che si chiudono di giorno, per evitare l'evaporazione dell'umidità interna. E per difendersi dagli animali affamati alcune piante sono fornite di spine o hanno un gusto repellente. A dispetto delle apparenze, i deserti sono ricchi anche di animali. Quasi tutti durante il giorno si riparano dal caldo nascondendosi nelle buche o nelle tane che, conservando l'umidità sono più fresche del suolo. E tutti riescono a vivere paraticamente senz'acqua, perché sfruttano l'umidità del cibo. I mammiferi più piccoli hanno spesso grandi orecchie, attraverso le quali smaltiscono il calore. I rettili quando si spostano, cercano di evitare il contatto con la sabbia bolente: una lucertola australiana, ad esempio, corre solo sulle zampe posteriori. E il crotalo celeste riesce a spostarsi toccando il suolo soltanto in due punti.




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