TUTTOSCIENZE 25 agosto 93


SCOPERTA USA Marijuana prodotta nel cervello
Autore: GIACOBINI EZIO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, CHIMICA, DROGA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 032

UNA recente statistica dell' ente americano di controllo sulla droga dimostra che la marijuana non è affatto passata di moda tra la gioventù degli Stati Uniti. Al contrario, continua a occupare uno dei primi posti nella lista delle droghe più usate nelle scuole medie e superiori. Negli Stati Uniti, la marijuana ha una serie di nomi gergali grass (erba), pot, Mary Jane e così via che si riferiscono tutti alle foglie e ai fiori essiccati della Cannabis sativa. Tra i molti usi di questa specie vegetale, quello più popolare è la sigaretta di foglie arrotolate. L' ingrediente attivo della pianta è una sostanza chiamata delta G tetraidrocannabinolo, che a dosi moderate produce una sensazione di benessere e di euforia. A dosi più alte l' effetto si trasforma in un incubo con idee paranoidi di persecuzione, allucinazioni e capogiro. Esitono però almeno due indicazioni terapeutiche legittime per usare il cannabinolo: il glaucoma e la nausea causata dalla chemioterapia a cui si deve fare ricorso nel trattamento di molti tipi di tumori. Nel dicembre dell' anno scorso, inoltre, le autorità americane hanno approvato un terzo uso del cannabinolo: nei casi di Aids, per combattere la perdita di peso. Come agisce la marijuana sul cervello? La storia comincia nel 1988 quando uno studente di farmacologia dell' Università di Saint Louis, preparando la sua tesi di laurea, scoprì che le membrane esterne delle cellule nervose contengono ricettori che hanno la proprietà di legare il cannobinolo. Questo legame ricettore cannabinolo rappresenta l' inizio di tutti gli effetti di questa droga. L' esistenza di uno specifico ricettore per questa droga potrebbe apparire un po' strana. Perché mai il cervello, nella sua evoluzione durata milioni di anni, avrebbe dovuto sviluppare una struttura del genere? Naturalmente la scoperta del ricettore portava al sospetto che il cervello fabbricasse anche la sostanza stessa, cioè la marijuana. Negli Anni 70 si erano scoperti diversi ricettori per gli oppiacei come la morfina. Poco dopo si era scoperto che il cervello è in grado di sintetizzare sostanze simili all' oppio, chiamate endorfine. Era così anche per il cannabinolo? Nel dicembre dell' anno scorso due gruppi di ricercatori, uno dei quali capeggiato da William Devane, l' ex studente di Saint Louis, ora all' Università di Gerusalemme, avevano isolato dal cervello di maiale una sostanza naturale simile, nei suoi effetti sul ricettore, al cannabinolo estratto dalla pianta. Ciò metteva in concorrenza il regno vegetale con il cervello per la produzione di marijuana. Come chiamare una sostanza del genere? Devane è ricorso per questo al libro del filosofo indiano Sri Aurobindo «La vita divina». In tale opera la parola sanscrita per beatitudine è «ananda». La sostanza cannabinolo simile estratta dal cervello venne quindi chiamata anandamide. Si tratta di un derivato dell' acido arachidonico, una sostanza chiave dalla quale prendono origine importanti derivati quali le prostaglandine e i leucotrien coinvolti nell' azione infiammatoria e nel controllo della sensazione del dolore. E' possibile quindi che la stessa marijuana cerebrale abbia a che fare con questi processi patologici. Una recente scoperta dimostra che i pazienti affetti dalla malattia di Huntington, una grave forma degenerativa progressiva del sistema nervoso, perdono nel corso della malattia molti dei loro ricettori per il cannabinolo. Si pensa pure che l' anandamide faccia parte di quei meccanismi nervosi che controllano l' appetito. Un loro difetto può portare all' anoressia o a una eccessiva alimentazione. E' chiaro che come le sorelle maggiori, le endorfine e le enchefaline scoperte venti anni fa, anche l' anandamide potrebbe far parte di meccanismi come l' attività motoria, la sensazione dell' appetito e del dolore e forse anche il senso di benessere. Ezio Giacobini Università del Sud Illinois


METEOROLOGIA Pioverà sulla tua gita? Impariamo a prevedere che tempo farà
Autore: BO GIAN CARLO, P_B

ARGOMENTI: METEOROLOGIA, MONTAGNA, TURISMO
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 029

GALILEO non risolse il problema dei minatori che, dovendo pompare dell' acqua verso l' alto, scoprirono che non riuscivano a spingerla a più di dieci metri sopra il livello di partenza. Non lo risolse perché morì. Ma i suoi discepoli Torricelli e Viviani, quando ritrassero il dito da un tubo di vetro lungo un metro, pieno di mercurio, chiuso a un' estremità e immerso in una vaschetta pure di mercurio, videro che il metallo si fermava a circa 76 centimetri e assestarono così alla dottrina di Aristotele un duro colpo. Era nato il primo barometro e si era finalmente capito che l' acqua non si solleva non a causa dell' «orrore della natura per il vuoto» ma per colpa della pressione dell' aria. Nello stesso 1643 Claudio Beriguardi si portò lo strumento in montagna e verificò che più saliva, più il mercurio scendeva. Erano molti gli interessati al problema. Blaise Pascal, pigro o troppo impegnato, mandò in montagna il cognato, in Alvernia, col barometro: sul Puy de Dome, a 1500 metri d' altezza, Florin Perier accertò che la colonna di mercurio era scesa di circa 8 centimetri. Fu il britannico Robert Hooke, equipaggiatosi di barometro, che dopo il 1660 notò come l' altezza della colonna di mercurio diminuisse prima dei temporali. Era nata la meteorologia. Abbiamo visto che salendo di quota l' altezza della colonna barometrica scende. Sembra quindi facile misurare così l' altezza delle montagne. A pari volume il mercurio pesa 13, 6 volte l' acqua, che è circa 773 volte più pesante dell ' aria al livello del mare. Ne segue che a tale livello il mercurio è circa 13, 6 X 773 = 10512, 8 volte più pesante dell' aria. Poiché le altezze di due colonne fluide di uguale base e peso sono in ragione inversa delle loro densità, se l' aria conservasse la densità che ha al livello del mare, a ogni millimetro di abbassamento nell' altezza barometrica corrisponderebbe un sollevamento di 10512 millimetri, cioè di 10, 512 metri. Se così fosse, per avere in metri l' altezza di un luogo sul livello del mare, basterebbe moltiplicare il numero dei millimetri di abbassamento della colonna barometrica per 10, 512. Hooke si accorse che non è così semplice. La densità dell' aria diminuisce rapidamente dal basso in alto, perché i gas sono molto compressibili e la pressione atmosferica diminuisce col crescere dell' altezza; per di più variano la temperatura e l' umidità, perciò la questione di dedurre l' altezza di un luogo dall' altezza barometrica risultò molto laboriosa, tanto da richiedere formule più o meno complicate e tabelle ipsometriche. Oggi sono disponibili altimetri/barometri grandi come un cipollone da tasca. Per via del legame tra variazione di pressione, variazione di altezza e variazione del tempo, il barometro, meglio ancora se carrozzato da altimetro, è utile per dare indicazioni sul tempo. L ' impiego è semplice. Salendo di quota la pressione scende. Basta impostare sul quadrante la quota al punto di partenza e via via che si sale o si scende la lancetta indica gli spostamenti. Uno strumento economico ha una divisione ogni 50 metri e una ogni 5 millibar (mbar) di pressione. Se si sale (o si scende) con tempo costante la lancetta segnerà la quota giusta ma se c' è una variazione, in particolare interessa il peggioramento a cui si associa una diminuzione di pressione, la lancetta segnerà di più Il tempo, specialmente in montagna, può subire rapide variazioni che lo strumento è in grado di rilevare. Associato all' esperienza e alla conoscenza della situazione meteorologica locale, inclusi i proverbi, e alla carta topografica, l' altimetro/barometro dà i migliori risultati. Il Club Alpino Svizzero fornisce un dodecalogo scientificamente valido per la previsione meteorologica (forse ci sono le omologhe del Cai ma non sono informato) combinando la lettura dell' altimetro con le osservazioni sul campo. 1 Se la pressione sale velocemente, in poche ore verrà una schiarita di breve durata. 2 Se la pressione sale gradatamente, nel corso della giornata ci sarà un periodo di tempo buono corrispondente. 3 Tempo secco in arrivo se per due o tre giorni c' è un aumento lento e costante. 4 Si va incontro a un rapido miglioramento se la pressione aumenta mentre il vento gira da Sud a Nord passando per Ovest. 5 Ci sarà nebbia e bel tempo se segna alto con aria umida e mancanza di vento. 6 A lancetta irregolare si associa tempo instabile. 7 Peggioramento sicuro con venti che ruotano a Sud mentre la pressione scende. 8 Con rapido calo di pressione c' è rapido peggioramento; 9 Temporali in arrivo se la pressione cala rapidamente ma in limiti contenuti. 10 A una caduta di pressione persistente tra le 10, 30 e le 11, 30 corrisponde pioggia sicura e entro le 24 ore se c' è vento da Ovest. 11 Scarso significato ha una leggera discesa di pressione nel pomeriggio. 12 Brevi schiarite in corrispondenza di pressione in salita soltanto nel pomeriggio. Gli svizzeri sono precisi ma conviene tenere d' occhio il cielo, l' unico cui raccomandarsi. Localmente non è male aiutarsi con regole empiriche e proverbi, di cui tutti, più o meno rimati, disponiamo nelle nostre lingue regionali: Tempo buono: le cime fumano con venti da Nord e da Est; nebbia nelle valli, cielo sereno e senza vento al mattino; regime regolare di brezze, rugiada o brina sui prati; freddo e sereno di notte e stelle scintillanti; tramonti rossi e uccelli che volano alti; alti cirri, nel cielo. Tempo cattivo: Luna e Sole con aloni; cielo lattiginoso o a pecorelle; improvviso caldo al mattino, forte vento di notte; alba rossa, rondini basse, folate d' aria calda e umida; nubi a forma di lente o di pesce sulle cime; formazione improvvisa di cumuli sui versanti sopravento. Gian Carlo Bo


STAZIONI INSUFFICIENTI L' Italia è in ritardo Previsioni locali troppo incerte
Autore: MINETTI GIORGIO

ARGOMENTI: METEOROLOGIA, MONTAGNA, TURISMO
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 029

DALLA semplice preparazione di un' ascensione in montagna alla più complessa pianificazione dell' irrigazione, l' uomo si è sempre appellato alle previsioni meteorologiche. Purtroppo, specialmente in Italia, su scala locale non sempre si incontrano fonti attendibili. Vengono seguiti con una certa fiducia i bollettini diramati da quotidiani, reti televisive nazionali e private e diffusi dalla Sip o Videotel, poiché hanno quasi sempre il sigillo garante del prodotto: «Su informazioni del Servizio Meteorologico dell' Aeronautica Militare». In realtà l' unico servizio meteorologico valido e operante in campo nazionale 24 ore su 24, è proprio quello dell' Aeronautica Militare. Quando però servono previsioni locali, ci troviamo sempre di fronte a un grossolano arrangiamento delle previsioni dell' Aeronautica Militare da parte di agenzie di stampa o redazioni televisive private. Ci si domanderà perché le previsioni diramate dalla Francia o dalla Svizzera sono molto più attendibili. Per una gita sulle Alpi Occidentali, ad esempio, le previsioni fornite dai bollettini meteorologici dell' organizzazione Meteo France (accessibili con rete telefonica dall' Italia) di solito sono più aderenti alla situazione che non quelle diramate dai nostri servizi. Le ragioni che convalidano maggiormente le previsioni provenienti da oltr' alpe, dalla vicina Grenoble o dal Canton Ticino, sono diverse. La prima è la situazione climatico ambientale di quelle aeree, molto più regolare e omogenea rispetto alle nostre regioni circondate dai monti e dai mari e soggette alle più disparate correnti; in secondo luogo lo stretto coordinamento tra i vari servizi meteorologici nazionali e privati sparsi sul territorio con l' accentramento dei dati informativi locali in tempo reale (Meteo France per la Francia, Met Office per l' Inghilterra) infine, ma forse la più determinante, l' utilizzazione irrazionale in Italia del Servizio Meteorologico dell' Aeronautica Militare, servizio creato poco prima del secondo conflitto mondiale per l' assistenza in volo all' aviazione militare, civile, nazionale e internazionale. E' ovvio che un' attività in tal senso, con specifiche finalità di garanzie all' aeronavigazione, non è in grado di sopperire alle molteplici richieste con un informazione sempre più capillare, anche con il supporto di nuove tecnologie (computer, satelliti meteorologici, radar). Spesso si tratta di soddisfare, oltre al comune cittadino, enti che perseguono finalità a livello turistico, agricolo, idrologico e così via. Oltre alla carenza informativa a livello locale, per l' esigua presenza di stazioni di rilevamento dell' Aeronautica Militare, occorre anche far notare che le Forze armate stanno riducendo i propri organici e tendono a delegare il servizio di assistenza al volo a organizzazioni civili. Le previsioni regionali, cioè a piccola scala, sono affidate ad agenzie di stampa o radiotelevisive. Esse adattano al luogo le previsioni a grande scala diramate dal Servizio Meteorologico dell' A. M. Questo viene fatto senza una minima competenza scientifica o al massimo con l' aiuto di fisici e studiosi nel campo della meteorologia o cultori di questa disciplina che a livello didattico non ha ancora raggiunto un riconoscimento universitario come all' estero. Di qui la scarsa attendibilità delle previsioni locali. L' «optimum» si potrà raggiungere solo quando si creerà un centro meteorologico civile unitario a livello nazionale coordinato in tempo reale con sottocentri regionali. Questi dovranno essere in grado di controllare il territorio della propria giurisdizione tramite una maglia informativa di stazioni di rilevamento dislocate almeno a 50 chilometri una all' altra. Questa rete sarà a sua volta integrata da quelle esistenti sul territorio e operanti con proprie finalità (Enel, enti agricoli locali, istituti universitari, Cnr, Acquedotto Municipale). La compensazione e integrazione di questi dati con le previsioni a larga scala nazionale consentirà di formulare previsioni a livello locale anche in funzione della climatologia e geomorfologia del territorio preso in considerazione. Per ora è necessario ricorrere a un' osservazione personale dei fenomeni. Dal confronto dei dati meteorologici forniti da un proprio barometro, da un termometro o da un igrometro, oltre ad un' osservazione attenta del cielo, si cercherà di stabilire se esiste una correlazione o concordanza con le previsioni fornite dalle fonti nazionali. E di qui si trarrà una conclusione sul peggioramento o miglioramento del tempo locale. Giorgio Minetti


MISSIONE MAGELLANO Venere messa a nudo Terminata la mappa del pianeta
Autore: BATALLI COSMOVICI CRISTIANO

ARGOMENTI: ASTRONOMIA, AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
ORGANIZZAZIONI: NASA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 030

NEL dicembre del 1978 dieci sonde scientifiche diedero l' assalto al pianeta Venere. Facevano parte del programma americano Pioneer Venus e del programma sovietico Venera 11 e 12: nove sonde completarono le loro misure nei 90 minuti successivi alla discesa sul pianeta, mentre il Pioneer Orbiter ha continuato a collezionare dati scientifici fino al 1992. Questo programma di ricerca ha fornito un quadro radicalmente nuovo di Venere, la cui superficie è completamente occultata ai telescopi terrestri dalle dense nubi che avvolgono il pianeta. Tuttavia molti problemi rimasero insoluti, specialmente quelli riguardanti la meteorologia e la fisica dell' atmosfera venusiane. La sonda spaziale della Nasa, «Magellano», lanciata il 4 maggio 1989 (se ne parla in «Tuttoscienze» n. 469), ha ora completato la sua missione che aveva lo scopo di eseguire una mappa radar dettagliata della superficie di Venere, addirittura più particolareggiata di ogni simile mappa esistente del nostro stesso pianeta. I sensori della sonda spaziale sono riusciti a penetrare la densa atmosfera in cui si formano continuamente nubi contenenti acido solforico, e hanno rivelato particolari dell' ordine di grandezza di uno stadio sportivo. Venere è il pianeta più vicino al nostro (distanza minima, 42 milioni di chilometri), ha praticamente quasi lo stesso diametro (12. 100 chilometri contro i 12. 757 della Terra), la massa e la gravità sono di poco inferiori a quelle terrestri, mentre il giorno venusiano dura ben 243, 1 dei nostri giorni. Inoltre Venere è l' unico pianeta a ruotare in senso retrogrado, la sua pressione atmosferica è ben 95 volte quella terrestre e la temperatura si aggira sui 500 C. L' atmosfera venusiana è composta in prevalenza da anidride carbonica e da nubi di acido solforico. Chiaramente i due pianeti hanno subito una differente evoluzione e la comprensione dei fenomeni chimico fisici che hanno avuto luogo su Venere potrebbe aiutarci a comprendere il passato del nostro stesso pianeta. Prima di «Magellano» si sperava che, come nel caso di Marte, si potessero scoprire canali che rivelassero l' antica presenza di acqua, elemento fondamentale per lo sviluppo di una vita simile a quella terrestre. Le immagini radar di «Magellano» hanno invece rivelato che l' età della superficie venusiana, così come noi la vediamo ora, non supera i 500 milioni di anni e che in questo periodo si può escludere la presenza sostanziale di acqua. Mancano, inoltre, crateri da impatto, il che significa che i piccoli meteoriti si sono disintegrati prima di poter raggiungere la superficie e che la densità atmosferica deve essere rimasta quasi costante negli ultimi 500 milioni di anni. Per ragioni chimiche, in una simile atmosfera, l' acqua non può sopravvivere a lungo. Una ipotesi plausibile è che Venere si sia formato quale pianeta ricco di acqua, con un oceano primordiale andato perduto a causa del fortissimo effetto serra. La radiazione solare sarebbe stata intrappolata nella densa atmosfera di anidride carbonica e l' oceano sarebbe evaporato, dissociandosi poi l' acqua nei suoi componenti atomici, ossigeno e idrogeno. Quest' ultimo a causa del basso peso atomico sarebbe sfuggito al campo gravitazionale disperdendosi nello spazio. Il vulcanismo è uno dei processi dominanti che definiscono la struttura superficiale di Venere. Si osservano enormi vulcani a panettone di circa 65 chilometri di diametro, da cui escono fiumi di lava molto fluida che raggiungono anche i 6800 chilometri di lunghezza. Rimane insoluto il mistero della composizione di tale lava che rimane fluida alla temperatura superficiale di 480. La lava terrestre non è in grado di rimanere tale per più di qualche centinaio di chilometri. Nel caso di Venere, come in quello di Marte, i problemi da risolvere sono molti, ma mentre la temperatura e la pressione marziane rendono gli atterraggi automatici e umani più semplici, questi fattori richiedono per Venero lo sviluppo di tecnologie che permettano alle sonde di sopravvivere all' inferno venusiano. Si è pensato allo sviluppo di un raffreddamento attivo per le sonde, l' uso per esempio del motore di Stirling, inventato circa 100 anni fa, che permette, con il funzionamento continuo, di pompare via il calore all' interno di un compartimento isolato. Ognuno di questi motori riceverebbe la necessaria energia da una sorgente radioattiva. Sono allo studio varie soluzioni per l' invio di future sonde che possano operare sulla superficie venusiana per lunghi periodi, aiutandoci così a decifrare alcuni dei tanti enigmi che caratterizzano il nostro sistema solare. Cristiano Batalli Cosmovici Istituto di fisica dello spazio Cnr, Frascati


ROGHI ESTIVI Mentre l' Italia brucia la Florida batte gli incendi con la nostra tecnologia
Autore: BIANUCCI PIERO

ARGOMENTI: ECOLOGIA, TECNOLOGIA, INCENDI
ORGANIZZAZIONI: ALENIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 030

IN agosto, come al solito, l' Italia brucia: morti, paura, un patrimonio naturale in fumo. Negli Stati Uniti, intanto, si sta valutando l' opportunità di acquistare un sistema di prevenzione degli incendi sviluppato in Italia. Uno dei tanti paradossi a cui ci ha abituati il nostro Paese. La tecnologia applicata è quella dei sensori infrarossi, apparati fino a non molti anni fa protetti dal segreto militare, in grado di avvertire anche debolissime radiazioni calorifiche, cioè appartenenti a quella banda dello spettro elettromagnetico che va dalla luce rossa alle microonde. Indicato con la sigla SRI 10, il sistema anti incendio è firmato da Alenia (Divisione ambiente ed energia) e per essere messo a punto ha richiesto una decina di anni di lavoro. Essenzialmente, questo sistema di prevenzione degli incendi consiste in un sensore che tiene sotto controllo una regione di una ventina di chilometri tutt ' intorno alla stazione di rilevamento, scopre tempestivamente il focolaio di incendio, lo localizza con precisione e trasmette l' allarme alle centrali operative. Una rete dei singoli «moduli» di controllo, ordinata gerarchicamente dal livello locale alla Provincia, alla Regione, fino al vertice della Protezione civile, permette di combattere la piaga degli incendi appena questi si manifestano, senza dover più intervenire quando ormai è troppo tardi, mettendo in pericolo la vita dei vigili e dei cittadini. I sensori sono montati su una piattaforma rotante che permette ad essi di esplorare l' intero orizzonte una volta al minuto. In altezza, l ' angolo sotto controllo arriva normalmente a 16 gradi ma è possibile raggiungere angolazioni più elevate (32, 48 gradi) con più scansioni successive. Meglio l' occhio della guardia forestale o l' «occhio» infrarosso messo a punto da Alenia? La sperimentazione fatta negli Stati Uniti dà la tecnologia vincente sull' uomo. Il test si è svolto in Florida su una superficie di 250 mila acri dal novembre ' 92 al marzo di quest' anno, la stagione più secca per quel Paese, e quindi la più pericolosa per gli incendi. Sulla stessa torre stavano l' osservatore e il sensore. Bene: l' occhio umano ha percepito 31 incendi, il sensore ne ha rivelati 71, e soltanto in sette casi si è trattato di falsi allarmi. L' occhio infrarosso non si è dimostrato soltanto più acuto, ma anche più tempestivo: sulla prima rivelazione il sensore vanta 42 avvistamenti contro 16 effettuati a vista, con un vantaggio medio di circa mezz' ora. E' quasi certo che la Florida, almeno nelle sue regioni più esposte, costituirà una rete anti incendio basata sulla tecnologia dei sensori infrarossi messa punto in Italia. La rete in progetto prevede un centinaio di punti di avvistamento. La questione degli incendi è grave laggiù quanto da noi: basti ricordare che in Florida si sviluppano 5600 incendi di boschi all' anno e che annualmente le fiamme divorano quasi un venticinquesimo delle aree protette. In analogia con ciò che succede da noi, infine, anche in Florida l' 87 per cento degli incendi ha cause antropiche, e spesso dolose. Attualmente per il 78 per cento degli incendi l' allarme viene dalla popolazione locale, per il 18 per cento da guardie forestali e per il 3 per cento da avvistamenti aerei. E in Italia? Bisogna premettere che la lotta agli incendi boschivi è prima di tutto una cultura. La prima prevenzione si fa a scuola, chiarendo l' importanza ecologica delle foreste, illustrandone la bellezza estetica e spiegando quali comportamenti bisogna evitare per non offrire esca alle fiamme. Solo così si eviteranno incendi accidentali e si creerà una barriera civile contro i molti incendi dolosi ispirati da fini speculativi. Ad uno stadio successivo molto dipende dall' organizzazione locale. E' singolare che la grande maggioranza degli incendi boschivi si concentri in Liguria, Toscana, Marche, Campania e Sardegna. Evidentemente in altre regioni sorveglianza e interventi funzionano meglio. Detto questo, la tecnologia dei sensori infrarossi può essere di grande aiuto. Nonostante tutto, anche da noi qualche cosa si sta facendo. In Sardegna nascerà il primo sistema regionale di prevenzione e controllo. Sarà costituito da 30 postazioni, 10 centri operativi locali, 4 centri operativi provinciali e un centro regionale. Il sistema SRI 10, inoltre, è predisposto per funzionare in collegamento diretto via satellite con la Protezione civile. In questi giorni sono in fase di sperimentazione tre sistemi, due realizzati da Alenia in provincia di Nuoro e di Sassari e uno realizzato da Teletron a Olbia. Anche in Liguria si lavora a un sistema di rilevamento regionale, con una prima base a Santa Margherita Ligure. In totale, tra Sardegna e Liguria le postazioni che Alenia dovrebbe realizzare sono 44, più 14 centri locali, 8 provinciali e 2 regionali, collegati al ministero della Protezione civile. Piero Bianucci


METROLOGIA Il chilogrammo incostante I pesi campione tendono a crescere
Autore: BRAY ANTHOS

ARGOMENTI: METROLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 030. Unità di misura

UN paio di anni fa il Bureau International des Poids et Misures (Bipm) avviò la terza verifica dei prototipi nazionali del chilogrammo, unità fondamentale di massa del Sistema internazionale (Si). Nel 1991 erano stati verificati 20 prototipi nazionali (cilindri di platino/iridio, con diametro e altezza di 39 millimetri) sui 34 inviati al Bipm dai diversi Paesi aderenti al Trattato sulla Convenzione del Metro, firmato nel 1875. I prototipi sono poi diventati 40 per l' aggiunta di 5 nuovi campioni di recente produzione (lavorati, puliti e messi a punto presso il Bipm, con un utensile a punta di diamante) e un sesto prototipo appartenente all ' Accademia delle Scienze di Francia. Di questo campione si sa che, a partire dal 1961, non è stato mai usato ed è stato sempre conservato nel suo contenitore. Nell' autunno dello scorso anno è stata terminata la verifica di tutti i 40 prototipi e un rapporto conclusivo è stato presentato recentemente dal Bipm al Comitato Consultivo per la Massa e le grandezze derivate (Ccm). I risultati della verifica riguardano il confronto tra i prototipi nazionali e il prototipo internazionale, conservato presso il Bipm, fatto con una bilancia a bracci eguali, distinta con la sigla Nrs 2, che ha un sensibilità migliore di 1 unmilionesimo di grammo. Il confronto è stato fatto dopo avere assoggettato tutti i campioni a un procedimento di pulizia e lavaggio con solventi e vapore acqueo fatto presso il Bipm, procedimento adottato per la prima volta in modo sistematico in occasione della terza verifica (le precedenti erano state effettuate nel 1889 e nel 1946). I risultati sui 40 prototipi hanno confermato quelli trovati dal confronto dei primi 20 e che possono essere così riassunti. Innanzi tutto l' evoluzione della massa sembra regolare e conferma i valori ottenuti in occasione della seconda verifica. La massa dei prototipi nazionali mostra la tendenza ad aumentare in una misura variabile, dopo la seconda verifica, da 0, 25 a 0, 90 milionesimi di grammo all' anno, in dipendenza dello stato di conservazione e del modo d' impiego del campione. I valori della massa ottenuti dal chilogrammo prototipo italiano, distinto dal n. 5, rientrano nel comportamento medio: infatti essi sono risultati: 1 kg più 0, 018 mg nel 1889, 1 kg più 0, 018 mg nel 1946 e 1 kg più 0, 064 mg nel 1992. L' Italia, oltre al campione n. 5, conservato presso l' Ufficio centrale metrico del ministero dell' Industria, possiede un altro chilogrammo prototipo, contrassegnato dal numero 62 e conservato dal 1971 presso l' Istituto di Metrologia Colonnetti (Imgc) del Cnr a Torino, il cui valore, come risulta dalla recente verifica, è di 1 kg 0, 907 mg. Per trovare la causa della variazione nel tempo della massa dei prototipi, sono in corso studi e ricerche presso numerosi laboratori metrologici primari di tutto il mondo, a cui partecipa attivamente l' Istituto nazionale di metrologia «Gustavo Colonnetti». Con questi studi è tenuto sotto controllo continuo il valore della massa di prototipi e di provini dello stato materiale (cioè platino/iridio), ma di dimensioni ridotte. Alcuni risultati ottenuti tramite questi controlli e in base a confronti tra i prototipi consentono di concludere che in generale i prototipi prodotti nello stesso periodo e trattati all' incirca nella stessa maniera mostrano eguale comportamento agli effetti dell' aumento di massa. In due laboratori sono state riscontrate sulla superficie dei provini di platino/iridio contaminazioni di mercurio. In tre laboratori è stato dimostrato che la pulizia ad ultrasuoni con solvente è più efficace nella rimozione dei contaminanti, rispetto agli altri metodi di pulizia. Due laboratori hanno trovato che superfici pulite con vapore desorbono più acqua di quelle pulite con solventi. Il Ccm, a conclusione dei suoi lavori, ha approvato una raccomandazione con la quale s' invitano «i laboratori metrologici a continuare le ricerche in corso e a svilupparne altre con lo scopo di tenere sotto controllo la stabilità del prototipo internazionale del chilogrammo e aprire la via a una nuova definizione dell' unità di massa basata sule costanti fondamentali o atomiche». Anthos Bray Politecnico di Torino


FISIOLOGIA Ormone di lunga vita Il Gh fa crescere e campare a lungo
Autore: TRIPODINA ANTONIO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, BIOLOGIA, GENETICA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: G. Curva di crescita di una ragazza media e di una ragazza affetta da Sindrome di Turner
NOTE: 032

Durante le recenti «Giornate Endocrinologiche Pisane ' 93» sono stati presentati i dati preliminari di uno studio che apre affascinanti prospettive per la realizzazione di alcuni sogni, come quello di «diventare più alti» o quello, perenne, di prevenire e combattere la vecchiaia. Lo studio, condotto da un gruppo di ricercatori della Divisione di Endocrinologia dell' Università di Torino, ha valutato la capacità di una nuova molecola, un esapeptide di sintesi, l' hexarelin, di stimolare l' ipofisi alla produzione di somatotropo, l' ormone della crescita (GH). L' azione del GH non si esaurisce con la fine della crescita, ma per tutta la vita svolge un ruolo importante nella regolazione del metabolismo degli zuccheri, dei grassi e delle proteine, sull' equilibrio idro elettrolitico e sulla risposta immunitaria. Questo ormone è prodotto dall' ipofisi, sotto il controllo di due neuro ormoni ipotalamici, uno stimolante, il «releasing hormone» GH RH, e uno inibente, l' «inhibiting hormone» somatostatina; la sua azione periferica (su muscoli, adipe, ossa) si esplica attraverso il fattore di crescita denominato somatomedina C o IGF 1 (Insulin Growth Factor 1). Nel corso della vita la secrezione di somatotropo va gradualmente calando, tanto da essere a livelli molto bassi nella maggior parte dei soggetti anziani; gradualmente si riducono anche i livelli della somatomedina C. In coincidenza con queste variazioni ormonali, l' organismo va incontro a una progressiva involuzione, con aumento della massa grassa, riduzione della massa magra, riduzione della forza e della capacità di lavoro muscolare, indebolimento delle ossa. Che non si tratti solo di una coincidenza temporale e che al verificarsi del declino fisico non sia estranea la diminuzione del somatotropo è dimostrato indirettamente dal miglioramento morfologico e funzionale che si ha dopo un trattamento sufficientemente lungo con somototropo bio sintetico. Lo conferma il fatto che gli anziani più prestanti, quelli che risentono meno marcatamente dei segni del tempo, sono anche quelli che conservano una maggiore produzione di somatotropo. Recentemente si è avuta la sorprendente dimostrazione che l' ipofisi non perde con gli anni la capacità di sintetizzare il somatotropo (che rimane molto simile a quella di un giovane), ma che tale capacità viene inibita dal prevalere del tono della somatostatina (il già citato «inhibiting hormone» ) su quello del GH RH (il già citato «releasing hormone» ). Dopo queste illuminanti acquisizioni, scopo della ricerca è diventato il tentativo di «sbloccare» la potenzialità produttiva di somatotropo «endogeno», in modo da correggere le molte situazioni di carenza, sia patologiche (come i nanismi a patogenesi ipotalamica), che «fisiologiche» (come, appunto alcuni aspetti dell' invecchiamento) con procedure più vicine alla fisiologia di quanto non sia la somministrazione di somatotropo bio sintetico «esogeno». I dati riferiti a Pisa fanno sperare che si sia molto vicini alla realizzazione di un tale obiettivo. E questa volta grazie alla ricerca italiana: l' hexarelin è stato sintetizzato da Romano Deghenghi (attualmente presidente della Europeptides, Argenteuil, Francia) e la sperimentazione sull' uomo affidata, in esclusiva, ai ricercatori della Divisione di endocrinologia dell' Università di Torino, già da tempo noti in campo internazionale proprio per gli studi sul somatotropo. L' hexarelin è stato somministrato a 12 giovani adulti volontari, dai 20 ai 35 anni, 6 uomini e 6 donne, in dosi proporzionali al peso corporeo, attraverso quattro vie diverse endovenosa, sottocutanea, endonasale e orale. Si è avuta per via endovenosa una risposta produttiva di somototropo due volte più potente, di più lunga durata e maggiormente riproducibile rispetto a quella ottenibile con GH RH. Ma si sono ottenute risposte altrettanto valide, seppure con dosaggi maggiori, anche attraverso le altre vie di somministrazione. La via endonasale e quella orale novità assolute per un tale tipo di stimolo, vanno decisamente incontro alla «compliance» dei pazienti, nell' eventualità di future applicazioni cliniche. La risposta non è stata significativamente diversa tra uomini e donne. Non è ancora del tutto noto come l' hexarelin agisca a livello ipofisario: è certo che usa recettori diversi da quelli del GR RH, per cui si ha «sinergia» d' effetto con tale sostanza, mentre si suppone che usa, per «competizione», gli stessi recettori della somatostatina, che in questo modo si troverebbe «spiazzata». In periferia si verifica l' atteso aumento della somatomedina. Questi sono soltanto i primi dati di un nuovo e originale approccio per la risoluzione dei complicati problemi legati alla carenza di somatotropo, ma sono certamente tali da poter alimentare suggestive e stimolanti aspettative. Antonio Tripodina


Le bambine di Turner Studi italiani sulla sindrome che limita la crescita
Autore: BENSO LODOVICO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, BIOLOGIA, GENETICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 032. Sindrome di Turner

NELLA donna, per uno sviluppo soddisfacente, è necessario che le cellule posseggano un adeguato corredo cromosomico, comprendente 44 autosomi e due cromosomi sessuali denominati XX. In tutte o in alcune cellule di una bambina su 2500, uno dei due cromosomi X manca o presenta alterazioni. L' insieme di queste condizioni viene denominato Sindrome di Turner. Nelle bambine con Sindrome di Turner si possono osservare piccole alterazioni corporee ora più ora meno evidenti. Talvolta sono presenti anche malformazioni del cuore, dei reni o delle vie urinarie. Il problema centrale è però rappresentato dal fatto che le loro ovaie sono totalmente o parzialmente insufficienti e quindi non si ha un soddisfacente sviluppo puberale; la statura, inoltre, viene severamente compromessa. Solo da qualche anno in alcuni Paesi sono in corso ricerche sulla crescita spontanea delle ragazze con Sindrome di Turner e anche in Italia è stato realizzato uno studio tra i più completi a livello internazionale. Per quel che riguarda le primissime età della vita, si è osservato che le neonate con Sindrome di Turner tendono a essere lievemente piccole per l' età gestazionale: nella maggior parte dei casi, cioè, nascono attorno al giusto termine cronologico della gravidanza, ma il loro peso si colloca verso i limiti bassi della norma statistica o, talvolta, al di sotto. Durante la gestazione, quindi, la loro crescita sembra essere solo lievemente compromessa, anche se non sono disponibili dati attendibili sulla lunghezza corporea. Nei primi 3 5 anni di vita si verifica una crescita moderatamente rallentata che allontana queste bambine dai valori della restante popolazione, e il distacco si accentua sempre più nelle età successive fino a diventare massimo verso i 14 15 anni quando le altre ragazze sono in fase avanzata di sviluppo e di scatto puberale, mentre quelle con Sindrome di Turner sono, nella maggior parte dei casi, ancora infantili. A questo punto, però, il ritardo della pubertà rappresenta un piccolo vantaggio, poiché consente una crescita più prolungata quando le altre ragazze si sono ormai fermate, e quindi un modesto riavvicinamento ai valori medi. Una ragazza italiana con Sindrome di Turner raggiunge in media una altezza di 142 centimetri e smette di crescere sui 20 anni e mezzo. Queste ragazze, inoltre, tendono ad avere un peso lievemente maggiore di quello che sarebbe normale per la loro statura. La causa della ridotta statura è oggetto di ipotesi; certo è strano che essa si verifichi già nel periodo prepuberale, quando non sembra poter essere imputabile all' insufficienza ovarica. Dal punto di vista antropologico è interessante sottolineare che la statura delle ragazze con Sindrome di Turner è correlata con quella dei genitori e che anche in esse si nota il fenomeno del trend secolare, cioè la tendenza storica all' aumento della statura. Nelle ragazze con Sindrome di Turner le gambe sono, in proporzione, lievemente più corte del tronco, ma a livelli di solito non rilevabili se non da parte di un occhio esperto. Soltanto una piccola percentuale delle ragazze con Sindrome di Turner manifesta una sia pur modesta maturazione puberale spontanea con la possibilità di flussi mestruali irregolari. La diagnosi di questa condizione patologica è facile quando sono presenti i classici dimorfismi che indirizzano il pediatra verso un sospetto che dovrà poi essere confermato da adeguati esami ormonali e genetici, ma è sovente difficile quando l' unica anomalia è rappresentata dalla bassa statura (che è sempre un elemento di sospetto) o tardiva quando è determinata dalla mancata comparsa della pubertà. La cura della Sindrome di Turner si avvale oggi della somministrazione precoce di ormone della crescita ottenuto con la tecnica del Dna ricombinante, cui si aggiungerà, in epoca puberale, una terapia sostitutiva con ormoni femminili. La sostituzione estroprogestinica consente di indurre un normale sviluppo puberale: l' età in cui essa deve venir iniziata va scelta con molta attenzione, basandosi soprattutto sull' andamento auxologico (crescita e maturazione) e sulla situazione psicologica delle ragazze, per sfruttare al massimo la loro potenzialità accrescitiva, che potrebbe venir limitata da interventi troppo precoci, evitando peraltro sensi di inferiorità dovuti a un eccessivo ritardo dello sviluppo puberale. Grazie a queste terapie le ragazze con Sindrome di Turner possono raggiungere uno sviluppo corporeo non distinguibile da quello delle loro coetanee e avere una vita lavorativa, sportiva e sessuale del tutto soddisfacente salvo che per l' impossibilità di avere gravidanze. Lodovico Benso Università di Torino


CHIRURGIA Un tappo, e l' ernia è guarita per sempre Nuova tecnica operatoria messa a punto negli Stati Uniti
Autore: LUBRANO TOMMASO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D.
NOTE: 032

L' ernia inguinale ogni anno vede sottoposte a intervento chirurgico più di 500 mila persone negli Stati Uniti e 130 mila in Italia. In altre parole, cinque persone su cento ogni anno, in maggioranza di sesso maschile, si rivolgono al chirurgo a causa di un' ernia inguinale. All' origine della lassità muscolare che ne determina l' insorgenza ci sono la predisposizione familiare, l' età, il sovrappeso e tutte le altre condizioni che causano un aumento della pressione addominale, come la stipsi, la tosse che accompagna le broncopneumopatie croniche, gli sforzi ripetuti. Attualmente si discute molto di ernia inguinale e soprattutto dell' evoluzione delle tecniche chirurgiche volte a correggerla. La «plastica» secondo il metodo proposto da Bassini (un vanto della chirurgia italiana che ebbe alla fine del secolo scorso una grande eco in tutto il mondo) prevede l' apposizione di punti di sutura in triplice strato tra i muscoli piccolo obliquo, trasverso, fascia trasversale da un lato e legamento inguinale dall' altro. Nonostante il peso degli anni la tecnica di Bassini conserva ancora oggi la sua validità, offrendo buone garanzie di tenuta e un' alta percentuale di successo. Le modificazioni apportate nel tempo a questa originale tecnica sono state minime, e comunque sempre rivolte a correggere nel modo più efficace possibile il punto di debolezza della parte addominale causa della fuoriuscita dei visceri o del peritoneo. Si è giunti così ad una metodica più sofisticata messa a punto a Toronto da Earle Shouldice, che prevede una più accurata dissezione dei piani muscolari e fasciali al fine di ottenere una ricostruzione del canale inguinale più rinforzata e quindi più resistente rispetto a quella prevista dall' intervento di Bassini. Oggi una nuova procedura già utilizzata negli Stati Uniti da una quindicina d' anni, è approdata in Italia. Essa consiste nell' impiego di un «plug», cioè di un tappo, che chiude l' anello inguinale interno e di una rete protesica costituita da tessuto di sostanze plastiche che viene posta sulla fascia trasversale dell' addome. La successiva reazione fibrosa permette la naturale adesione della rete senza problemi di tensione. Questa metodica è un superamento delle tecniche precedenti, le quali utilizzando tessunti giù presenti, in parte usurati e indeboliti, che vengono inoltre sottoposti a tensione dalla sutura chirurgica, espongono il paziente al rischio di ricomparsa dell' ernia dopo l' intervento. La caratteristica della nuova metodica è di essere eseguita in day hospital con degenza cioè ridotta ad un solo giorno e in regime ambulatoriale, inoltre di non richedere anestesia generale. In questo modo il paziente, che è sottoposto soltanto ad anestesia locale, è sveglio e collaborante; ciò consente al chirurgo di verificare durante l' intervento l' effettiva tenuta della riparazione grazie al colpo di tosse e alle prova da sforzo richieste al paziente, con conseguente riduzione del rischio di recidiva dell' ernia. E' auspicabile che per i molteplici benefici offerti al paziente e per la notevole riduzione dei costi per la sanità pubblica, questa metodica abbia vasta diffusione anche nel nostro Paese. Tommaso G. Lubrano


SANGUISUGHE Assalto terapeutico Utilizzato in chirurgia
Autore: GIORCELLI ROSALBA

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, ZOOLOGIA, ANIMALI
NOMI: ELDOR AMIRAM
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 031

L'INDUSTRIA farmaceutica le tiene d'occhio da tempo per le proprietà anticoagulanti e anestetizzanti della saliva. La medicina ufficiale invece le ha messe in disparte, ma ora c'è chi rivaluta questi piccoli invertebrati dal nome antipatico: le sanguisughe, celebri protagoniste di una tecnica terapeutica per ridurre la pressione venosa locale e decongestionare organi profondi, succhiando appunto qualche centimetro cubo di sangue. In certe situazioni nessuno può fare meglio di loro, assicura Amiram Eldor, ematologo della Hebrew University, Hassad Medical Center di Gerusalemme. Molto spesso costituirebbero la miglior soluzione per la chirurgia plastica e vascolare, anche se le pazienti provano in genere ribrezzo di fronte alle loro future salvatrici perché, comunque le si voglia chiamare - sanguisughe, anfilidi, irudinei, hirudo medicinalis - questi animaletti hanno pur sempre l'aspetto di vermi brunastri, lunghi in media otto centimetri, con tre mascelle piene di dentini acuminati, tre-quattro paia di occhietti e una bocca a ventosa che si attacca inesorabilmente, morde e succhia, pur senza fare troppo male. La saliva, infatti, è anestetizzante e contiene sostanze che favoriscono la dilatazione dei vasi sanguigni e ritardano la coagulazione del sangue, di modo che anche quando la sanguisuga, sazia, si stacca spontaneamente dalla pelle dopo circa 20 minuti, la piccola incisione a forma di «Y» continua a sanguinare per qualche ora. E proprio questa caratteristica può risultare provvidenziale. Il professor Eldor ricorda il caso di una sua paziente alla quale era stato riattaccato un orecchio: l'intervento sarebbe stato vano se i piccoli vasi non fossero poi stati decongestionati proprio grazie alle sanguisughe. Attualmente l'Hassad Medical Center utilizza circa tremila sanguisughe all'anno. Il «sanguisugio» ebbe la massima diffusione in Europa nel XIX secolo, ed è rimasto in uso anche in Italia fino a pochi decenni fa: le sanguisughe si vendevano in farmacia, e si conservavano vive in ampolle di maiolica, nell'argilla bagnata. All'occorrenza se ne mettevano da tre a sei in un bicchiere che veniva rovesciato in punti precisi sulla pelle dell'ammalato, ben pulita e qualche volta zuccherata o inumidita con il latte, per stimolare il morso. Si curavano così flebiti degli arti, tromboflebiti, fegato da stasi, congestioni pleuropolmonari, oculari, cerebrali: i punti di applicazione più comuni erano la base del torace e il lato interno delle cosce. Oggi dai tessuti della sanguisuga si estraggono le irudine, sostanze secrete dalle ghiandole cervicali che inibiscono selettivamente la trombina, sono ben tollerate dall'uomo ed entrano nella composizione di alcuni farmaci anticoagulanti in commercio. Delle trecento specie di sanguisughe conosciute, settanta sono predatrici: vivono per lo più negli stagni a fondo limaccioso, possono essere terrestri o acquatiche. Attendono il passaggio della vittima (che può essere anche un pesce) per attaccarsi e morderle, succhiano il sangue che immagazzinano in un sacco interno e che costituisce il loro cibo per mesi. Solo alcune specie attaccano l'uomo e benché questa aggressione si sia terapeuticamente trasformata in un vantaggio, le sanguisughe nell'ambiente naturale possono rappresentare ancora un pericolo. Ad esempio i piccoli esemplari della Limnatis nilotica, sanguisuga acquatica presente in Africa e Asia, possono entrare nel corpo umano durante il bagno nei fiumi o attraverso le bevande, e quindi colpire gli organi della respirazione, provocando gravi anemie e addirittura la morte per soffocamento. Sorte che tocca a molti piccoli animali domestici. Rosalba Giorcelli


GIOCHI Caccia al risultato Con le quattro operazioni aritmetiche
Autore: PATROZZI ALAN

ARGOMENTI: GIOCHI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 031

UNA piacevole riunione di persone può spesso soffrire di un piccolo problema: gli invitati appartengono a «giri» differenti e quindi non tutti conoscono tutti. Un buon modo per facilitare rapidamente l'integrazione è quello di organizzare subito un gioco che favorisca gli «scambi verbali». Il primo potrebbe essere una «Caccia al risultato». Il materiale ideale per la sua migliore riuscita è rappresentato dal sacchetto dei numeri di una tombola; in sua assenza si può ovviare usando un certo numero di foglietti, su ciascuno dei quali scrivere in grande un numero diverso compreso tra 1 e 90 (o meno). Avendo a disposizione il materiale adatto, farete scegliere a ciascun giocatore un numero a caso; quando ciascuno avrà il suo bravo numerello, annuncerete ad alta voce un ulteriore nuovo numero, questa volta compreso tra 200 e 1000. Obiettivo dei giocatori sarà quello di unirsi in gruppetti di consistenza indefinita e utilizzare i vari numeri della «squadra» per ottenere, usando una o più delle quattro operazioni aritmetiche, un valore più vicino possibile alla cifra da voi annunciata all'inizio. Naturalmente sarà dichiarato vincitore il gruppo che più si sarà avvicinato al valore richiesto e i suoi componenti guadagneranno un punto a testa (due in caso di risultato esatto). Il gioco non è di per sè molto difficile, anche perché le menti più matematiche si daranno subito da fare per togliere d'impaccio i negati per i conti e assumere il comando delle operazioni; è però divertente assistere alla caccia che si scatena nella ricerca delle cifre più adatte all'avvicinamento del bersaglio: «Scusa, che numero hai? Il 18? Peccato, mi serviva un 24! , «Ma davvero hai il 13? Non ci speravamo più!»; oppure «Con quel 7 che hai ci faresti proprio comodo. Dai, vieni con noi!» sono il minimo che vi possa capitare di udire. Se dopo alcuni giri di Caccia al Risultato non vi pare di aver ancora ottenuto un sufficiente affiatamento, allora è il momento di organizzare una bella partita di Fuori il Soldo, versione di gruppo del vecchio ma sempre divertente «Sì e No». Il materiale necessario, da preparare in precedenza, consiste in un bel gruzzolo di monete a bassa circolazione; si consigliano le monete da 5 lire oppure, data la difficoltà di reperirle, quelle da 10 o, eventualmente da 20. In mancanza di monete adatte, andranno comunque bene biglie, perle o altri oggetti di piccole dimensioni. A questo punto consegnerete un eguale numero di «pezzi» a ciascun giocatore e da quel momento vigerà il divieto di pronunciare le fatidiche paroline «sì» e «no». Chi le userà rispondendo alle insinuanti domande di un altro giocatore, sarà obbligato a cedergli uno dei suoi pezzi; se invece le pronuncerà in modo generico, il pezzo lo dovrà consegnare al «banco». Fuori il Soldo può durare per un tempo determinanto stabilito all'inizio oppure può valere per l'intera serata; al termine vincerà chi sarà in possesso del maggior numero di pezzi. Se dopo questi due giochi la compagnia non si sarà ancora amalgamata, allora vuol dire che l'avete assortita proprio male! Alan Petrozzi


Audubon l'impostore Bellissimi disegni, ma tante fucilate
Autore: M_L_B

ARGOMENTI: ECOLOGIA, STORIA DELLA SCIENZA, ANIMALI
NOMI: WATERTON CHARLES, AUDUBON JOHN JAMES, WILSON ALEXANDER
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 031

NELL'Europa dell'800, dove le prime ciminiere delle fabbriche si stagliavano come note stonate nel paesaggio e nelle loro vicinanze mefitici vapori ammorbavano l'aria, il mondo americano appariva come un Eden in cui la natura risplendeva ancora intatta con tutti i suoi colori. Anche gli Stati Uniti godevano di questa fama, nonostante l'avanzata dei pionieri e il sorgere di nuove città. A New York ancora nel 1820 gli alberi di un'antica foresta di latifoglie delimitavano il viale di Broadway e branchi di maiali grufulavano per le strade. Nella vastità sterminata del paesaggio americano, le migrazioni erano fenomeni grandiosi: in autunno due miliardi di colombi migratori si spostavano verso Sud oscurando il cielo e provocado uno spostamento d'aria simile a un forte vento di mare. Gli uomini li accoglievano con pertiche e fucili e alla fine migliaia di uccelli rimanevano sul terreno in pasto a lupi, sciacalli, volpi, linci, puma, orsi, procioni, opossum, aquile, falchi e avvoltoi. Sembrava «che per quanto le si sfruttasse, queste risorse non potessero mai esaurirsi». In realtà oggi il colombo migratore è totalmente estinto, mentre già nel 1850 gli alberi di Broadway erano stati sacrificati per far posto a nuove aree metropolitane. E' in questo clima che si inquadrano quelli che sono considerati i pionieri dell'ambiente americano e fra questi due figure in particolare, Alexander Wilson e John James Audubon, contemporanei di Charles Waterton. Sebbene avessero un approccio diverso con la natura, sia Wilson che Audubon usarono il disegno per descriverla. Lo scozzese Alexander Wilson, tessitore, insegnante e poeta, trasferitosi all'inizio dell'800 in America, percorse migliaia di chilometri nell'intento di catalogare e disegnare gli uccelli della parte orientale degli Stati Uniti. Viaggiava a piedi, con il suo piccolo pappagallo Poll in tasca avvolto in un pezzo di stoffa, gli acquarelli, un quaderno per appunti e un flauto. I suoi disegni formarono otto volumi dal titolo American Ornithology. Solitario e amante degli animali al punto da commuoversi alla loro morte, Wilson era molto diverso dall'americano Audubon. Entusiasta cacciatore, Audubon provava un raffinato piacere nello sparare ai nidi dei pellicani e nelle carneficine che producevano cataste di bisonti, spatole e fenicotteri, oltre che di colombi migratori. La caccia gli dava la possibilità di appropiarsi di una creatura, e così il disegno; però, mentre il fucile la distruggeva, la matita gli consentiva di eternare la manifestazione della vita. Le sue immagini bellissime della spatola rosata, del pellicano bianco, del cigno fischiatore e di tanti altri uccelli sono così piene di vita che hanno fatto attribuire all'autore un'attenzione alla tutela dell'ambiente che forse non gli apparteneva. Figlio illegittimo di un francese e di una creola, sconosiuto in patria,ambizioso e opportunista, seppe crearsi una fama nel mondo aristocratico inglese dove, con la sua giacca di pelle di lupo, i capelli unti di grasso d'orso e il fisico di uomo affascinante, Audubon impersonava l'eroe romantico e selvaggio. osannato dalle istituzioni scientifiche inglesi, non convinse Waterton, che lo considerò un volgare impostore. (m. l. b. )


PIONIERI DELL'AMBIENTALISMO Ma l'Eden non è mai esistito Stragi di massa
Autore: BOZZI MARIA LUISA

ARGOMENTI: ECOLOGIA, STORIA DELLA SCIENZA
NOMI: WATERTON CHARLES, BLACKBURN JULIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 031

LE grandi sagome delle poiane erano uno spettacolo frequente sulle vaste brughiere dello Yorkshire della sua giovinezza. Erano comuni anche il corvo imperiale, gli aironi e le rondini riparie, e l'arrivo della primavera era salutato dal festante schiamazzo di questi uccelli. Nei primi decenni del 1800 questo mondo era già perduto, custodito soltanto nei ricordi di un aristocratico inglese di fede cattolica e forte passione naturalista. In termini moderni, un ambientalista. Si chiamava Charles Waterton (1782-1865). Di fronte all'avanzata dello sviluppo industriale, nella totale assenza di norme di conservazione, questo ricco proprietario terriero cercò di opporsi alla distruzione dell'ambiente, ricreando nel parco della sua casa una specie di Arca di Noè dove ogni animale del luogo potesse trovare rifugio sicuro, cibo e riparo per allevare in pace i propri figli. Fu un uomo eccentrico, Waterton, ma dai tratti rivoluzionari rispetto ai tempi: così appare nella bella biografia che di lui ha tracciato Julia Blackburn («Cavalcare il coccodrillo», Bollati Boringhieri) tratteggiando aspetti del mondo naturalistico anglosassone del secolo scorso sorprendenti e sconosciuti, presaghi della situazione moderna. In quegli anni c'erano scienziati di altissimo livello in Inghilterra, e lo stesso Waterton era in corrispondenza con Charles Darwin, tornato dal giro intorno al mondo e in procinto di pubblicare «L'origine della specie»; e con Richard Owen, il brillante paleontologo primo sovrintendente del British Museum of Natural History. Ma molti altri erano accademici privi di esperienza sul campo e Waterton, che era spinto da un amore genuino verso ogni forma di vita e usava come metodo l'osservazione diretta, era molto critico verso questi naturalisti «da laboratorio». A loro dedicò come estrema burla il racconto delle sue imprese più eccentriche effettuate in età giovanile nelle selvagge foreste della Guyana Britannica, in America meridionale; imprese che sembrano uscite più dalla penna del Barone di Munchhausen che da quella di un serio naturalista, e che gli attirarono notevoli critiche. La prima: la cattura di un caimano che portò a termine senza colpo ferire, saltandogli in groppa e torcendogli a viva forza le zampe anteriori sul dorso. La seconda: l'abbattimento dell'«autentico uomo selvaggio dei boschi», le cui spoglie immortalate con una particolare tecnica di tassidermia - l'arte di impagliare gli animali in cui Waterton eccelleva - vennero esibite al pubblico europeo come appartenenti all'Inclassificato, una sorta di anello di congiunzione, che in realtà aveva costruito con i quarti posteriori di una scimmia urlatrice. Erano anche anni, quelli, in cui le stragi di animali venivano favorite da armi sempre più evolute e da una mentalità che considerava la caccia un'attività tanto più eccitante e piacevole quanto più le prede erano centinaia e quanto meno sopperivano a un reale bisogno. Per lo più venivano lasciate a mucchi sul posto, in pasto agli animali «spazzini». Abbattere gli uccelli marini - gabbiani tridattili, urie, gazze marine e polcinelle di mare - nei nidi di cova sulle scogliere a picco sul mare, sparando da una barca, era divenuto uno sport popolare tanto era facile il bersaglio. Diecimila gabbiani tridattili per stagione potevano essere il vanto di un singolo cacciatore. Waterton, nel tentativo di suscitare interesse e commozione per le vittime della carneficina, in più spedizioni si fece calare dall'alto della scogliera con una corda e, pericolosamente sospeso sopra il mare ribollente cento metri più in basso, con un sacco in spalla e un piccolo canocchiale, osservò e descrisse le migliaia di uccelli marini in volo e in cova che formavano quella straordinaria comunità. Le inutili carneficine, unite all'avanzare dell'industria e all'incalzante crescita demografica, ridussero il mondo, così ricco di presenze animali nei ricordi giovanili di Waterton, a un deserto privo di canti e di richiami, di fruscii e di voli, di nidi, di tane e di orme. Waterton, stretto da miniere di carbone, fonderie, cotonifici, mulini, circondò la sua tenuta - un parco e un lago di dieci ettari - con un alto muro di pietra «che racchiudeva un paesaggio di alberi innumerevoli, molti dei quali così tartassati dagli anni da somigliare a carcasse disseccate di antichi rettili». Nessuno venne abbattuto, querce, sicomori, olmi, faggi, salici e frassini: ognuno di loro poteva avere un ruolo importante in quell'ecosistema. Gli alberi cavi, opportunamente liberati del legno marcio, potevano fornire il rifugio ideale per un allocco; o vi si poteva costruire nell'interno le cellettein cemento per ospitare le taccole. Mucchietti di pietre e mattoni rotti in angoli appartati potevano essere confortevoli abitazioni per le donnole; la siepe ospitare una famiglia di ricci. Per ogni rifugio che allestiva, Waterton aveva cura di disporre vicino il proprio posto di osservazione, e così poteva seguire una capinera alla cova, che accettava senza proteste una carezza sul dorso a operazione ultimata. Non si fecero pregare gli animali, e alla fine degli Anni Cinquanta si contavano da tremila a cinquemila acquatici nei mesi estivi; erano tornati i gheppi e i rapaci notturni, gli aironi e le rondini riparie. Ma proprio allora nasceva una nuova filosofia di vita, quella con cui noi oggi quotidianamente facciamo i conti: «Si stava creando un nuovo genere di ricchezza, che misurava ogni cosa in base al suo prezzo, anche l'aria che si respirava, la terra, e la salute di cui si sarebbe voluto godere». Era il progresso, che arrivava con una fabbrica di sapone nelle vicinanze del parco e, scaricando acque inquinanti e vapori acidi, determinò la moria degli alberi e degli animali. Waterton intraprese un'annosa battaglia legale che alla fine vinse, perdendo però la guerra. La fabbrica fu spostata, andando a inquinare altri luoghi. Quest'uomo che dormiva sul nudo pavimento di una soffitta aperta ai quattro venti dividendola con un gufo e un pipistrello, avendo per coperta il classico mantello dei contadini italiani e per cuscino un pezzo di legno di mogano, fu forse il primo ambientalista dell'era moderna capace di godere delle bellezze del mondo senza cadere nella tentazione di depredarlo. Maria Luisa Bozzi




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