TUTTOSCIENZE 28 luglio 93


UN TERRORE IRRAZIONALE Chi ha paura di volare? Il rimedio più semplice è un ansiolitico
Autore: LEVI MARINA

ARGOMENTI: PSICOLOGIA, AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, TRASPORTI, AEREI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 013

VOLARE è il mezzo di trasporto più sicuro. La possibilità di essere coinvolti in un incidente (non necessariamente mortale) è una su un milione, nulla di paragonabile ai rischi che si corrono salendo su un auto. Eppure, in un'inchiesta condotta dalle compagnie aeree europee, il trenta per cento degli intervistati ha confessato di avere almeno un po' paura dell'aereo. Il volo causa una serie di reazioni fisiche che a volte possono essere spiacevoli: è il cosiddetto «mal d'aereo» che alcuni avvertono in maniera particolare e che può causare un lieve stato di ansia. Per altri invece, e sono tutt'altro che pochi, si tratta di vero e proprio terrore. Pur di non essere costrette a volare, queste persone sono disposte a rinunciare non solo a occasioni di vacanza, ma anche a opportunità di lavoro. Che differenza c'è tra una paura fisiologica e un timore patologico? Gli aerei moderni viaggiano tra i 4000 e i 12000 metri di altezza (il Concorde a 20000) perché l'aria, essendo più rarefatta, offre meno resistenza e occorre meno carburante. Inoltre le condizioni meteorologiche sono più favorevoli. All'interno della cabina di un aereo deve quindi essere mantenuta una pressione maggiore di quella dell'esterno per assicurare benessere ai passeggeri. Si viaggia comunque con una pressione che varia tra i 1500 e i 2000 metri, decisamente superiore a quella a livello del mare. Nel decollo e nell'atterraggio le variazioni di pressione sono pertanto molto brusche. L'aria a 2000 metri, se è libera di farlo, si espande e aumenta il suo volume di un terzo rispetto al livello 0. Questo vale anche per l'aria all'interno del corpo. Durante il decollo l'aria in espansione può fuoriuscire dall'orecchio medio attraverso le trombe di Eustachio che lo mettono in comunicazione con la parte posteriore del naso, provocando la sensazione di «strappo». Durante la discesa non può fare il percorso opposto per cui la pressione contro il timpano può anche essere dolorosa. Basta essere un po' raffreddati perché sorgano problemi di compensazione. Per questa ragione si consiglia di inghiottire caramelle o fare la cosiddetta «manovra del Valsalva», tappandosi il naso ed aspirando a forza. L'espansione dei gas può anche provocare distensione dell'addome, soprattutto se è presente meteorismo, fino a provocare dolori e flatulenza. La riduzione di ossigeno nell'aria della cabina, dovuta all'altitudine, è abbastanza trascurabile (a 2000 metri di circa il 3%) in pieno benessere. In persone più sensibili, per esempio forti fumatori, può provocare un aumento di frequenza del respiro con una leggera sensazione di «sbronza» e formicolii a mani e piedi. Inoltre l'orientamento è legato a punti di orientamento visivi, oltre che a recettori situati nell'orecchio e nei tessuti del corpo. I movimenti dell'aereo variano i riferimenti visuali e possono quindi dare disorientamento. Talvolta, anche se raramente, in caso di turbolenza, possono provocare addirittura nausea e vomito. Per questo in una tasca del sedile c'è sempre un sacchetto di carta. Altre impressioni sgradevoli possono venire dall'accelerazione alla partenza, dal rumore, dall'immobilità forzata, dalla noia, dalla stanchezza causata dal cambiamento di fuso orario. Le compagnie aeree si sforzano in vario modo di attenuare tutti i possibili disagi fisici che può comportare un volo, ma è evidente che un certo grado di malessere, a volte, non è del tutto evitabile. «Qualche ora prima di partire ho la sensazione di andare incontro a qualcosa di ineluttabile, che mi sarà fatale. Vado incontro al viaggio come se andassi a morte sicura». «Il momento peggiore è il decollo. Devo trattenermi a forza per non urlare. Poi, durante tutto il volo ascolto i rumori, spio il volto delle hostess, temo ogni sobbalzo in attesa che l'aereo precipiti». «Tutto il tempo del viaggio non riesco a rilassarmi, ho l'impressione che, se io non faccio attenzione costantemente, l'aereo cadrà di sicuro.» Si può sorridere di fronte ad affermazioni di questo genere. Chi non ha mai provato queste sensazioni forse non può capire quale sofferenza si può provare. Non è piacevole sentirsi per qualche ora a un passo dalla morte. Alcuni traducono il panico in sintomi fisici: tremori, sudorazione, batticuore, nausea, diarrea. Un disastro. Perché una paura così spropositata di fronte a un pericolo realmente minimo? Chi ne soffre si rende conto in genere che è un fenomeno patologico, ma non riesce a evitarlo. E' del tutto normale che chi sale le prime volte in aereo abbia un po' di timore di fronte a emozioni insolite e sensazioni fisiche sconosciute. Se invece questo si ripete, anzi aumenta, in occasione di ogni viaggio o alla sola idea di affrontarne uno, significa che nella nostra mente sta succedendo qualcosa. Si tratta di quella che gli psicologi chiamano «fobia», una paura esagerata di fronte a un rischio piccolissimo o addirittura inesistente. C'è chi teme i gatti, chi gli scarafaggi, chi gli ascensori o la folla o le piazze vuote; oppure chi teme l'aereo. La persona che soffre di una fobia, pur accorgendosi di esagerare, farà di tutto per evitare le situazioni che la scatenano («Preferisco farmi ore e ore di treno piuttosto che salire su un aereo») o, a volte, inventerà rituali magici per scongiurare il pericolo. («Non posso distrarmi, ho l'impressione di dover tenere su l'aereo tutto il tempo»). Ma cos'è che scatena una fobia? Le interpretazioni più accreditate ci vengono dalla teoria psicoanalitica. Secondo Freud, in questi casi avviene uno spostamento: un pericolo interno, situato nel profondo della nostra psiche, viene trasferito all'esterno. In altre parole, la situazione temuta, in questo caso il volo, può simbolicamente rappresentare un abbandono, la morte, una partenza che fa soffrire. Per ognuno il significato può essere diverso, ma è sempre legato alla propria storia. Il rimedio più semplice e immediato, per diminuire il livello di ansia, in questa come in altre occasioni, è quello di prendere un ansiolitico. Esistono numerosi farmaci, del gruppo delle benzodiazepine, capaci di agire in questo senso. Se l'ansia è lieve possono essere risolutivi. Nel caso di una vera e propria fobia non sono invece in grado di contrastarla completamente, ma possono ricondurre la sofferenza a livelli accettabili. Si riducono così anche i sintomi fisici causati dall'ansia. Analogo effetto possono ottenere diverse tecniche di controllo psicologico: training autogeno, ipnosi, terapia comportamentistica. Attenuando la paura si possono risolvere i casi più lievi e attenuare quelli più gravi. Se però si vuole andare alla radice del problema, l'unica via, anche se più lunga e complessa, è quella di una terapia di tipo analitico. La fobia è solo un sintomo, l'espressione più visibile di un problema più profondo. Solo chi ne è affetto può sapere quanto sia paralizzante per lui e, con l'eventuale consulenza di uno psicoterapeuta, decidere se si vuole andare a fondo in maniera risolutiva. Marina Levi


MALI & VOLI Asmatici magari serve l'ossigeno
Autore: M_L

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, TRASPORTI, AEREI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 013

N ON tutti possono salire sull'aereo con la stessa indifferenza con la quale salgono in macchina. Alcune malattie sconsigliano decisamente il volo, per altre occorre prendere precauzioni. Ecco una mappa dei rischi più comuni. Anemia: La carenza di ossigeno legata all'altitudine può creare problemi in caso di anemia grave. Coronaropatie, cardiopa tie: Chi soffre di angina pectoris o è reduce da un infarto miocardico può volare con relativa tranquillità, ma se è necessario si può richiedere un supplemento di ossigeno con la maschera che è sempre disponibile. I pace-maker non creano difficoltà durante il volo, ma è bene segnalarli al personale per possibili interferenze con apparecchiature di bordo. Epilessia: L'iperventilazione, la diminuzione di ossigeno, la stanchezza, possono facilitare la comparsa di attacchi epilettici in persone che già ne soffrono. Pertanto può essere opportuno, su consiglio del medico curante, aumentare lievemente la dose dei farmaci che si prendono abitualmente. Vasculopatie cerebrali: La riduzione di ossigeno può determinare, in chi è affetto da vasculopatie cerebrali su base arteriosclerotica, una sofferenza del cervello. Ecco perché i lunghi voli possono provocare stati di confusione mentale nelle persone anziane. Naso, gola, orecchie: La mancanza di umidità di una cabina pressurizzata provoca secchezza nelle prime vie aeree, in particolare in caso di influenza e raffreddore. Il tentativo di compensare può essere doloroso nel caso di otite e sinusite. Apparato gastroenterico: Nei primi dieci giorni dopo un intervento chirurgico sull'addome, ad esempio un'appendicite, l'espansione dei gas intestinali può provocare tensione nella sede della ferita con ritardo di cicatrizzazione. Lo stesso succede dopo un recente sanguinamento di ulcera gastrica o duodenale. I portatori di colostomia devono premunirsi con medicazioni di ricambio e prendere carbone vegetale prima di partire. Diabete: Attenzione agli orari per l'insulina, per gli antidiabetici orali e per lo spostamento dei pasti. Facendolo presente al personale di bordo, si possono ottenere trattamenti particolari. Malattie respiratorie: Gli ammalati di bronchite cronica, asma bronchiale, enfisema possono soffrire della carenza di ossigeno per cui a volte si deve ricorrere alla maschera. Vene varicose: L'immobilità e la diminuzione di ossigeno possono, soprattutto nei viaggi lunghi, causare gonfiore alle gambe. Se possibile, è bene distenderle in alto o almeno cercare di alzarsi periodicamente e camminare lungo il corridoio. Lo stesso può succedere in gravidanza. Vie urinarie: Coliche renali ricorrenti, infezioni delle vie urinarie, possono creare fastidi in viaggi lunghi, per cui è bene premunirsi con antispastici. Controindicazioni assolute al volo sono le malattie infettive, la gravidanza oltre la 35^ settimana per i viaggi lunghi e la 36^ per i viaggi brevi, lo scompenso cardiaco grave e comunque ogni malattia in fase avanzata, se non viene affrontata con particolare assistenza. (m. l.)


«I MOTORI SI FERMANO!» Sulle spine per i falsi allarmi Conoscere i misteriosi rumori che danno le palpitazioni
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, TRASPORTI, AEREI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 013

DOPO il lungo volo tranquillo il regolare ron-ron dei reattori cala improvvisamente. Il viaggiatore ha un tuffo al cuore: «Si stanno spegnendo i motori, precipitiamo», pensa in preda al panico. La realtà è più semplice e rassicurante; il comandante, d'accordo con il controllore a terra, ha deciso di diminuire la velocità, di cambiare quota, o di iniziare la discesa verso l'aeroporto. La paura è spesso effetto della scarsa conoscenza del volo e delle sue leggi. Una forza possente tiene sospeso l'aereo, la portanza, generata dall'aria che scorre sulle ali e sui piani di coda. E' come un'enorme mano invisibile che non lo abbandona mai. Alcuni velivoli moderni sono «protetti» contro l'errore umano; il pilota, neanche se lo volesse, non potrebbe fare una virata troppo stretta, o una salita troppo ripida, superare la velocità massima o scendere sotto la minima, o ancora sottoporre l'aereo a un carico aerodinamico eccessivo che potrebbe spezzarne la struttura. I rumori di natura sconosciuta sono tra i principali motivi di paura per i viaggiatori ansiosi. Subito dopo il decollo ecco alcuni colpi sordi sotto la pancia dell'aereo: è il carrello che rientra nel suo alloggiamento, seguito dalla chiusura dei relativi portelloni; un forte fruscio in cabina indica che sta entrando aria forzata per la pressurizzazione; cigolii apparentemente sinistri sono causati semplicemente dai servomeccanismi che comandano le superfici di governo. In genere le pareti della cabina scricchiolano e il viaggiatore ha la sconvolgente sensazione che debbano spaccarsi da un momento all'altro lasciandolo cadere nel vuoto: in realtà a scricchiolare non è la fusoliera, è solo il rivestimento interno di materiale plastico che si adatta alla pressurizzazione o reagisce agli scossoni. Un viaggiatore che tornava in Europa dagli Stati Uniti trascorse una notte da incubo a causa di sordi colpi provenienti da sotto il pavimento; nel dormiveglia si immaginava l'aereo (un trireattore non più giovanissimo: gli tornavano in mente le polemiche sulle «carrette dei cieli») sul punto di sfasciarsi: solo la mattina si accorse che una scaletta portava nel ventre del velivolo dove era sistemata la cucina; i tonfi che lo avevano terrorizzato erano stati provocati dal personale di cabina che rassettava dopo aver servito la cena. Il viaggiatore che ha paura è sempre pronto a interpretare come un allarme ogni evento inatteso. Vi sono alcune manovre, normalissime, che inevitabilmente gli causano disagio. Quando comincia la discesa non è raro che il regime dei motori subisca ripetute variazioni, minimo-massimo-minimo, e così via. Il viaggiatore dai nervi tesi si immagina un pilota incapace, intento a pasticciare sui comandi senza sapere che fare. Invece sta eseguendo una discesa «a gradini», seguendo le indicazioni del controllore di volo che regola il traffico alle diverse quote. Quando poi l'aeroporto è in vista, può capitare di avvertire una misteriosa vibrazione: è causata dall'estensione dei flap e degli slat, le superfici mobili delle ali usate in atterraggio, e dai freni aerodinamici che rallentano la velocità; anche l'estrazione del carrello causa una serie di «botti», particolarmente avvertiti da chi si trova a metà della fusoliera. Un «Jumbo» scodinzola continuamente a destra e a sinistra, le punte delle ali oscillano verso l'alto e verso il basso: nessun pericolo di rottura, gli aerei devono avere una certa capacità di flettersi per adattarsi al mezzo fluido in cui si muovono. La possibilità di incontrare una perturbazione è un altro motivo di inquietudine; a prua dei moderni aerei è installato un potente radar che trasmette in cabina, su uno schermo a colori, l'immagine del tempo a centinaia di chilometri di distanza. Se è necessario, il comandante cercherà di aggirare i temporali, ma anche se dovesse passarvi in mezzo l'aereo è in grado di sopportarli. I fulmini, per un fenomeno elettrico noto come effetto «gabbia di Faraday», non colpiscono gli aerei e, quanto ai vuoti d'aria, non c'è da preoccuparsene quando si è ad alta quota: un'improvvisa discesa di qualche decina di metri può essere emozionante ma non certo pericolosa quando sotto si hanno 10 chilometri di spazio. Vittorio Ravizza


GIOCHI DI GRUPPO Un frullato di parole E la sfida dei vocaboli impossibili
Autore: PATROZZI ALAN

ARGOMENTI: GIOCHI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 014

QUANTE volte avete tremato di fronte a una parola pronunciata da qualcuno e a voi sconosciuta? Quante volte vi siete sforzati di ricostruire, dal contesto della frase, il suo recondito significato? E' l'ora di sconfiggere i fantasmi delle nostre paure e la vendetta si può consumare organizzando una divertente di sfida lessicale in forma di gioco: Vocabolario, appunto. La preparazione consiste semplicemente nel predisporre in anticipo dei foglietti (6, 8, 10 a scelta) su ciascuno dai quali va trascritta una parola sufficientemente difficile e comunque di uso rarissimo, seguita dalla definizione che ne offre un buon vocabolario. Il materiale necessario al gioco si limita a un numero di penne pari ai giocatori e un po' di foglietti. Avendo a disposizione tutto questo, basterà consegnare a tutti i giocatori penna e foglietto e invitarli a scrivere, oltre al loro nome, una definizione in «stile vocabolario» di non più di 10-15 parole, relativa a uno dei termini scelti in precedenza e da voi pronunciato ad alta voce. Dopo che i partecipanti avranno scritto ciascuno la propria definizione, naturalmente cercando di renderla la più credibile possibile, mischierete i loro foglietti con quello «vero» e leggerete le definizioni tutte di seguito. Questa lettura è il momento chiave del gioco: dovrete essere adeguatamente pomposi nelle citazioni, come se ciascuna di esse fosse quella esatta, e ignorare le immancabili risatine di commiserazione per le definizioni più spudoratamente false. Al termine si procederà a una seconda lettura, durante la quale però i giocatori dovranno «votare» per la definizione che ritengono esatta; i loro voti verranno di volta in volta riportati sui foglietti corrispondenti e al termine della rilettura si procederà al calcolo dei punteggi della manche. Verranno assegnati 2 punti a coloro che avranno votato per la definizione giusta mentre gli autori delle altre definizioni indicate come giuste dai giocatori guadagneranno 1 punto per ciascun voto ottenuto (naturalmente non vale votare per la propria «invenzione»). Com'è facile intuire, il segreto del gioco è da una parte quello di ideare definizioni le più verosimili possibile per incamerare i punti dei «fregati» e dall'altra cercare di individuare la definizione giusta. Se vi sentiste chiedere all'improvviso «La forma geografica della nazione famosa per la pizza, gli spaghetti, la mafia» non avreste alcun problema a rispondere: «Stivale». Ma provate a sminuzzare, frazionare, tassellare questa stessa domanda in sette frammenti, mescolarli e farveli dire uno alla volta più o meno così: (FAMOSA PER) (LA FORMA) (LA PIZZA) (DELLA NAZIONE) (GLI SPAGHETTI) (GEOGRAFICA) (LA MAFIA). Probabilmente riuscireste a dare la risposta giusta solo dopo il quarto pezzetto, se non addirittura dopo il sesto. Ebbene, dietro questa banale «frullata sintattica» si nasconde il meccanismo di questo gioco di gruppo. Per la preparazione di Mosaico, nome quanto mai appropriato, è sufficiente preparare un certo numero di frasi e trascriverne i pezzetti su altrettanti foglietti. Distribuite i pezzetti, coperti e mischiati, sul piano del tavolo e invitate a turno e ciclicamente i giocatori (o le squadre) a leggerne uno a scelta, di nascosto dagli avversari. Dopo ogni lettura i partecipanti sono obbligati a rispondere formulando un'ipotesi di soluzione in base a quanto conoscono dell'intera domanda e questo anche perché, con un po' di fantasia e aiutandosi con le risposte date in precedenza dagli altri, è possibile azzeccare per tempo la risposta giusta e aggiudicarsi così un punteggio elevato e cioè pari al numero dei segmenti non scoperti. Questo significa che, nell'esempio d'apertura, indovinando dopo il quarto frammento si racimolano 3 punti mentre dopo il sesto se ne guadagna uno solo. Dopo ogni tentativo mancato, il frammento visionato per ultimo va riposto, sempre coperto, nella posizione dalla quale era stato pescato e il gioco passa alla squadra o al giocatore seguente; si procede così fino alla soluzione finale. Il numero di partecipanti a Mosaico è illimitato in quanto è possibile, anzi consigliabile, formare delle squadre più o meno numerose, dove ciascuno può contribuire con la sua dose di intuizione. Il vero segreto del gioco sta nell'abilità di comporre le domande dosando sapientemente le parole che, conosciute separatamente, possono portare fuori strada anche i solutori più abili. Che ne direste per esempio della seguente: «Celebre / punto / di partenza / (da 15 / minuti) / decisivo / per l'unità?». La riposta è naturalmente «Quarto» (dei Mille, ndr), ma vi garantisco che una frullatina lo riduce a un «7 pezzi» di seria difficoltà. Alan Petrozzi


LE ONDE DI CALORE Cha afa! Se l'umidità supera il 60 per cento con 25 gradi il malessere è reale, soprattutto per la vegetazione
Autore: COLACINO MICHELE, CONTE MICHELE

ARGOMENTI: METEOROLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 014

L'ONDATA di caldo, al di là dei valori tipici dell'estate, che si è verificata all'inizio di luglio è stata accompagnata da alti valori di umidità dell'aria, dando luogo alla classica situazione di «afa» estiva. In queste condizioni, a causa della difficoltà di traspirazione, si avverte uno stato di malessere che dipende anche dalle reazioni fisiologiche dell'organismo umano: il disagio dovuto all'afa è, quindi, entro certi limiti un fattore soggettivo. Esiste, però, una soglia oltre la quale la sensazione di malessere viene avvertita da tutta la popolazione e che si può considerare come un dato oggettivo. Sono stati fatti diversi tentativi per definire la soglia del caldo-umido: uno dei criteri più ampiamente usati è quello proposto dal climatologo tedesco Scharlau, che ha fissato la curva limite dell'andamento della temperatura e dell'umidità relativa (UR) oltre la quale il disagio, legato all'afa, può essere considerato un dato effettivo e non opinabile. Nella stagione estiva, per una temperatura media dell'ordine dei 25, l'umidità relativa non dovrebbe essere superiore al 55/60 per cento. In realtà nei primi giorni di luglio i valori di temperatura media sulla nostra penisola, soprattutto al Centro-Sud, si sono aggirati attorno ai 28/32, con associata una umidità attorno al 50%, senz'altro al di là della soglia del caldo umido. E' interessante sapere a quali situazioni meteorologiche siano associabili queste condizioni di afa. Sul Mediterraneo durante la stagione estiva si verificano alcuni eventi, cui sono imputabili forti innalzamenti di temperatura, definiti come onde di calore. Da un punto di vista più rigoroso, si è in presenza di un'onda di calore quando la temperatura dell'aria, misurata in alcune stazioni di riferimento, risulta come valore medio più alta di circa 8-10 rispetto ai valori stagionali. Le onde di calore possono essere di due tipi: onde di breve durata (3-4 giorni) e onde di lunga durata (5-15 giorni). Le prime sono in genere collegate a uno spostamento verso Nord della corrente a getto subtropicale, che dà origine a fenomeni di subsidenza. In altri termini, si formano correnti di aria in moto verticale discendente che per compressione adiabatica si riscaldano, determinando sulla superficie un aumento della temperatura dell'aria di diversi gradi centigradi. Questa è la situazione che si è verificata agli inizi di luglio, quando allo spostamento della corrente a getto è corrisposta un'onda di calore di breve durata (48-72 ore) con aumento della temperatura di circa 7-8 C, rispetto ai valori normali stagionali. Le onde di lunga durata sono in genere associate a situazioni che favoriscono lo spostamento di masse di aria calda dal continente africano, dal Sahara in particolare, verso le regioni europee. Queste configurazioni, dette «onde Omega» per la loro forma caratteristica, possono durare diversi giorni determinando condizioni di caldo intenso e prolungato. Un evento particolarmente rappresentativo di questo fenomeno si è avuto nel luglio 1985, ed è stato caratterizzato da un aumento della temperatura al suolo, registrata nelle stazioni di Cagliari e Roma, di ben 10- 11 e da una durata di circa 20 giorni. Quando si verificano eventi simili, a soffrire non è soltanto l'uomo ma anche la vegetazione. Non a caso, in concomitanza con queste situazioni si registrano più incendi boschivi. Un recente studio, presentato al convegno «Tempo, clima e incendi boschivi» di Città Ducale, ha dimostrato una connessione tra incendi dei boschi e onde di calore. Nel quinquennio 1971-1975, a fronte di 11 fenomeni termici, si sono bruciati in Italia boschi per circa 81 mila ettari, mentre nel quinquennio 1981-1985 gli ettari bruciati sono stati 167 mila, a fronte di 20 fenomeni. Ora, pur tenendo conto che molti, se non tutti gli incendi, sono dovuti a cause non naturali, è tuttavia innegabile che situazioni di caldo estremo come quelle determinate dalle onde di calore possono favorire, se non l'innesco, almeno l'alimentarsi degli incendi. Che cosa dire per il futuro? Gli scenari che descrivono l'evoluzione del clima a causa dell'inquinamento dei gas serra indicano che nell'Europa mediterranea dovrebbe verificarsi in estate un aumento da 2 a 3, accompagnato da una riduzione delle precipitazioni e da una maggiore aridità. Questi valori di per sè non sono significativi, dato il grande salto termico che si verifica durante un'ondata di calore. Tuttavia questa variazione, se dovesse manifestarsi, potrebbe dare luogo a effetti sulla circolazione dell'atmosfera, inducendo una modifica del campo barico con una più continua presenza sul Mediterraneo centro-occidentale dell'anticiclone delle Azzorre. In questo caso si avrebbero condizioni più favorevoli al verificarsi delle onde di calore, con tutte le conseguenze negative che ad esse possono essere associate. Michele Colacino Michele Conte Istituto di Fisica dell'Atmosfera, Cnr, Roma


Scaffale Hayden Torey, «Una bambina», Corbaccio
AUTORE: VERNA MARINA
ARGOMENTI: PSICOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 014

SHEILA aveva appena sette anni e una colpa troppo grande per lei: ai giardinetti, aveva legato a un albero un bambino ancora più piccolo e gli aveva dato fuoco. Era seguito il processo e, per punizione, l'internamento in ospedale. Solo che al momento non c'erano posti liberi ed era stata parcheggiata per qualche mese in una classe per bambini difficili. Comincia così la storia appassionante di un caso disperato. Perché Sheila, che vive in un campo profughi americano con un padre alla deriva dopo che la madre se n'è andata, è una bambina autistica. Chiusa nel suo silenzio, lotta con testardaggine contro una maestra che ha intuito la sua grande intelligenza e non si darà pace finché non l'avrà recuperata alla parola e alla socievolezza. Il bellissimo «Una bambina» di Torey Hay den è appunto la storia, scritta in prima persona, di un salvataggio avvenuto giorno per giorno, di un metodo psicologico studiato sui testi ma aggiornato nella quotidianità di una classe difficile e di un grande, doppio accanimento. Sheila è violenta e asociale. Puzza perché non ha neppure l'acqua per lavarsi e gli altri la scansano. Se le danno carta e matita, le fa a pezzetti e le getta via. Ma ha una grande intelligenza matematica. Chissà dove, ha imparato a fare calcoli inconcepibili per la sua età. La sottopongono ai test di intelligenza ma non possono calcolare il punteggio, perché la scala prevista si ferma troppo in basso. L'insegnante è stregata da questo cervello sotto i capelli sempre arruffati e lentamente trova il modo di aprirlo e farlo fiorire. Sarà proprio la matematica la strada giusta. Sheila vive ogni nuovo problema come una sfida, ogni soluzione giusta come un trionfo. Chiede in continuazione nuove domande con cui cimentarsi, fatica ad accettare di non essere accudita in esclusiva. L'anno scolastico si chiude con il successo, ma una nuova tragedia: dovrà cambiare maestra. Il lieto fine non è nel libro, ma nella vita successiva di Sheila, che oggi ha quasi trent'anni e fa la manager alla MacDonald's.


Scaffale Di Bartolo Marisa, «Il cannibale vegetariano», Kosmos; Ballarini Giovanni, «Elogio della carne», Calderini
AUTORE: VERNA MARINA
ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 014

La carne è «profondamente iscritta» nella natura alimentare umana o non dovremmo invece considerare il fatto che deriviamo da animali vegetariani, così come vegetariane sono le nostre cugine, le grandi scimmie antropomorfe: gorilla, gibbone e scimpanzè? E' vero che gli scimpanzè delle radure all'occasione mangiano anche i neonati e magari danno la caccia ai babbuini, ma si tratta sempre di situazioni di emergenza, quando scarseggiano frutti e germogli. Così come probabilmente capitò ai nostri progenitori, che con il loro stomaco da erbivori si trovarono nella necessità di mangiare qualsiasi cosa, a cominciare dai resti lasciati dai predatori ormai sazi. Due schieramenti si fronteggiano, ben decisi a far trionfare ognuno la sua verità. Per i vegetariani, l'attuale alimentazione non è affatto idonea al nostro organismo, come dimostrerebbero le malattie degenerative e, soprattutto, la struttura del nostro corpo, in particolare quell'intestino lungo lungo che contraddice il breve tubo digerente dei carnivori. E' questa la tesi di Marisa Di Bartolo, medico veterinario, che nel suo «Cannibale vegetariano» analizza la protostoria della nostra specie e smonta la dieta della nostra «età del benessere», il cui consumismo alimentare sarebbe fonte più di malattia che di benessere. Sull'altro fronte, gli onnivori. Per loro parla Giovanni Ballarini nel suo «Elogio della carne», che ripercorre la stessa strada giungendo a conclusioni diametralmente opposte: la carne non sarebbe un'abitudine primitiva, retaggio di costumi selvaggi che da tempo avremmo dovuto abbandonare, ma il segno di un benessere a tavola finalmente alla portata di tutti. Stretti fra due fuochi, entrambi fortemente argomentati, non ci resta che scegliere secondo le personali inclinazioni. Marina Verna


CATTIVI RESTAURI Gli organi tornano nuovi ma perdono ogni traccia del loro suono originario
Autore: GIRARDI ENRICO

ARGOMENTI: ACUSTICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 014

ANALISI condotte con rigore scientifico su vari organi del nostro Paese sottoposti alla «tutela» della legge 1089 dalle Soprintendenze e «restaurati» sotto il loro controllo, hanno denunciato tra l'altro, l'irreversibile cancellazione di qualsiasi testimonianza sonora originale sulla totalità dei casi esaminati. Gli organi, in pratica, sono tornati strutturalmente come nuovi, ma il timbro loro proprio è stato stravolto dagli interventi. Il ministero dei Beni culturali, messo alle strette, ha ritenuto di liquidare ogni sua responsabilità nominando una commissione di più o meno dilettanti sulla base di premesse e di finalità, dalle quali esula la citata legge di «tutela» e, con essa, i criteri informativi della Carta del Restauro. Questa Commissione, presentatasi ufficialmente con un «decalogo» di «ciò che non si deve fare» (un elenco incompleto proprio degli abusi perpetrati da alcuni suoi membri in oltre 40 anni di scempio frenetico su tutto il territorio nazionale) a oltre un anno dall'insediamento non ha ancora espresso una sia pur minima proposta - per una pubblica discussione civile e democratica - in merito al suo iniziale compito di «proporre un modello di scheda scientifica ed esau riente per la catalogazione degli antichi strumenti», finalizzata a costituire, una buona volta, una attendibile «banca dati» per gli studiosi, i ricercatori, gli operatori. Invero, da decenni una catalogazione è in atto, ma... all'italiana, persino mediante l'arruolamento di studenti squattrinati forfettariamente compensati con qualche migliaio di lire per ogni organo catalogato. «Tanti più organi, tanti più quattrini». Va qui ricordata la serietà e la completezza con cui, all'estero, si mettono a disposizione di chiunque cataloghi esemplari e dettagliati di dati e di documenti. E' pur vero che ciò non può essere fine a se stesso, perché qui si tratta di strumenti musicali la cui vera identità ha, quale connotato essenziale, il suono che in nessun modo si può evincere da una pur minuziosa documentazione. Ma proprio in fatto di caratterizzazione sonora il nostro Paese può disporre di metodologie studiate, puntualizzate, proposte e già messe in atto da studiosi italiani: in particolare, la possibilità di definire con esattezza le caratteristiche timbriche di ogni registro, di ogni canna, una fonte sconfinata di risultanze e di dati, proiettati altresì verso il futuro dell'arte organaria. Dopo la «strage degli innocenti» - con restauri filologici tuttora imperversanti fra silenzi, benevolenze e complicità - è ormai indifferibile che il residuo patrimonio organario venga privilegiato con l'impiego dei metodi scientifici più avanzati di rilevamento e di misurazione, con l'applicazione delle accennate metodologie e con l'apporto dell'esperienza degli organari (alcuni con decenni di esemplare attività) ai fini di un possibile salvataggio delle valenze artistiche degli «antichi» organi. Ma qui si richiede l'intervento insostituibile di responsabili professionisti. E' questa l'unica via per la seria costituzione di una «banca dati»: una riserva di informazioni artistiche, storiche e musicali, corredate da esaurienti documentazioni scientifiche ed integrate da rigorose descrizioni delle modalità di rilevamento, delle procedure di analisi, delle apparecchiature impiegate, dell'ambiente e delle condizioni ambientali, delle tecniche di eccitazione dei suoni... Un'operazione la cui importanza andrà via via dilatandosi con l'accumularsi dei dati, esaltando il contributo che le varie discipline scientifiche - in particolare l'acustica - sono in grado di offrire anche (non dimentichiamolo!) in relazione ai principali impegni del «restauro» e della conservazione degli organi. Troverà finalmente ascolto questa concreta proposta nella sensibilità del ministro dei Beni culturali del quale - proprio recentemente su queste colonne - è stata sottolineata la puntigliosa «ricerca di perfezione e di attendibilità di dati, fatti e documenti»? Enrico Girardi


POLISTIROLO Riciclo continuo Una macchina-fornace tedesca a 230 gradi Entrano gli imballi, escono fili e si ricomincia
Autore: G_DOL

ARGOMENTI: ECOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 014

L'ONNIPRESENTE polistirolo espanso, che da oltre un ventennio è il più diffuso prodotto utilizzato per gli imballaggi di tutti i tipi, non sarà più un incubo per chi dovrà disfarsene. In Germania, ad Amburgo, è entrata in funzione un'azienda che ricicla all'infinito il polistirolo, prodotto in 40 mila tonnellate annue. Ogni anno in Europa si producono 26 milioni di tonnellate di materiali plastici, dei quali 4 milioni in Italia. Sono appunto gli imballaggi (per lo più di polistirolo espanso) a essere responsabili di questi consumi. Sempre in Europa, i rifiuti plastici raggiungono il 34 per cento della produzione, con 11 milioni di tonnellate. In Italia su 4 milioni di tonnellate di plastica si arriva a un milione e 900 mila di rifiuti. Anche da noi il polistirolo ha una grande preponderanza tra i rifiuti abbandonati. Non è difficile trovarlo sulle spiagge, nei prati, lungo i fiumi, sulle sponde dei laghi. In Germania una nuova legge federale prevede il ritiro degli imballaggi da parte dei venditori (negozi e supermercati). Invece le amministrazioni locali pensano ora di colpire con sanzioni pecuniarie i produttori di polistirolo che non procedono al riciclaggio. L'azienda tedesca che ha avviato per prima il sistema del riciclo continuo del polistirolo è la Rem. Due danesi, Anton Elmelund e Bjarne Hansen, hanno realizzato una macchina- fornace nella quale il polistirolo viene portato a 230 gradi per poi, attraverso una serie di tubi, fuoriuscirne in forma di lunghissimi fili, simili a spaghetti. Questi, una volta raffreddati, vengono triturati in palline, pronte per essere di nuovo fuse per altri forme di imballaggi. Una soluzione ecologica completa, con risparmio energetico, perché il polistirolo è un derivato dal petrolio. (g. dol.)


FOSSILI VIVENTI Coccodrilli Un centro per salvare dall'estinzione due specie che risalgono al Triassico
Autore: SEMINO PIETRO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 015

IL coccodrillo delle Filippine (Crocodylus mindorensis) e il coccodrillo della regione Indo-pacifica (Crocodylus porosus), due delle oltre venti specie di coccodrilli esistenti sulla Terra sin dal Triassico superiore, avranno tutta per sè un'area di studio thailandese, il Crocodile Farming Institute (Cfi) che simula alla perfezione il loro habitat naturale. Entrambi longevi (questi animali vertebrati a sangue freddo possono vivere 80- 100 anni come del resto tutte le altre specie di coccodrilli), i due esemplari presentano caratteristiche differenti. Il coccodrillo delle Filippine è noto anche con il nome inglese di «Mindoro crocodile» perché proprio a Mindoro Island fu scoperto nel '35 da Karl P. Schmidt del Field Museum of Natural History di Chicago. Tipico frequentatore di fiumi e specchi d'acqua dolce, può superare i 3 metri di lunghezza e pesare sino a 1000 chili. Il coccodrillo della regione Indo-pacifica ama le acque salmastre, conduce vita marina e penetra talvolta negli estuari di fiumi e fiumiciattoli risalendone le acque. Aggressivo, enorme - gli individui adulti superano tranquillamente i 6 metri di lunghezza e la tonnellata di peso - nuotatore possente, vive sulle coste e nelle zone umide di Mindanao, dell'arcipelago delle Vi sayas e nelle ultime paludi dell'isola di Luzon. Secondo Charles Ross, ricercatore della Smithso nian Institution, ne sopravvivrebbe ormai solo un migliaio in tutto il territorio filippino. E' infatti una preda ambita dai cacciatori, che lo mettono sui mercati a prezzi vantaggiosi. A causa del lento, ma costante sviluppo dell'economia di Manila - e quindi della conseguente distruzione dell'habitat naturale del coccodrillo - le due specie di fossili viventi correrebbero quindi il rischio di una rapida estinzione, se i governi di Tokyo e di Manila non avessero pensato a un progetto comune, quel Cfi di Barangay Irawan costruito cinque anni fa. A Barangay Irawan si arriva dal capoluogo dell'isola di Pala wan; il Cfi appare oltre un boschetto di alte palme da cocco. Si tratta di dieci ettari di terreno votati alla protezione, allo studio e alla salvaguardia del Crocodylus mindorensis e del Crocodylus porosus. Ci sono anche alcune architetture per sperimentazioni e una moltitudine di vasche protette d'allevamento, tra erbe palustri, banani, alberelli di papaya e molli rami di Plumieria rubra carichi di grandi fiori rosei profumatissimi. Tutto il ciclo di studi si concentra in quattro unità di ricerca: impianti per la riproduzione sperimentale, direzione ecologica, reparto di nutrizione e biochimica, clinica dei rettili. Tra gennaio e agosto avvengono i corteggiamenti, seguiti dai relativi congiungimenti. Cinque settimane dopo gli accoppiamenti, le femmine delle due specie (Crocodylus mindorensis e Crocodylus porosus) depongono rispettivamente 30-40 e 40-80 uova. Una rapida occhiata da parte dei tecnici del Cfi è più che sufficiente per individuare le uova fertili da destinare all'incubazione artificiale. La schiusa delle uova non avverrà che dopo novanta giorni, al termine dei quali i coccodrilli in erba (lunghi già una ventina di centimetri) saranno perfettamente in grado di catturare piccoli pesci, anfibi, insetti e uccelli. Presso il centro di ricerca i coccodrilli verranno schedati, etichettati e pesati a intervalli di tempo regolari. Nel reparto di nutrizione e biochimica gli esperti studiano la dieta dei coccodrilli, i supplementi dietetici più appropriati, l'apparato digestivo dei rettili, nonché i loro liquidi organici. C'è anche un piccolo ospedale per coccodrilli: alcuni di questi animali lacertiformi vi giungono addirittura in jet dagli angoli più remoti del Paese. C'è un laboratorio di analisi e un centro di medicina preventiva, oltre a un centro d'accoglienza nel quale gli idrosauri provenienti dallo stato libero vengono isolati e tenuti in osservazione per un periodo massimo di sette giorni. Pietro Semino


GIARDINI MEDITERRANEI E a metà strada tra felci e fiori, ecco le Cycas Dimensioni modeste, fusto tozzo ma una bellissima corona di foglie
Autore: ACCATI ELENA

ARGOMENTI: BOTANICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 015

LE Cycas sono piante interesanti sia perché rappresentano in un certo senso il punto di congiunzione tra le (felci) e le piante con fiori, sia perché si stanno attualmente riscoprendo nei parchi e nei giardini mediterranei. Originarie dai Paesi caldi e umidi, hanno dimensioni modeste e un portamento caratteristico: un fusto a colonna tozza, massiccia, solitamente privo di ramificazioni, poco sviluppato in altezza (non supera il metro) e molto largo (può raggiungere il metro). Alla sommità di questo fusto a forma di barilotto sta una corona di grandi foglie pennate, lunghe da 1 a 3 metri, coriacee, sempreverdi. Per il loro aspetto, quindi, le Cycas ricordano molto le felci, ma anche le palme. Facendo una sezione del fusto si osserva la presenza di un midollo centrale molto abbondante, circondato da un anello legnoso di piccole dimensioni e da un manicotto di corteccia poco spessa. Per la struttura del legno sono avvicinabili alle conifere poiché sono assenti le trachee e presenti soltanto le tracheidi (ossia i vasi destinati al trasporto della linfa). I caratteri di gigantismo posseduti dalle Cycas costituiscono una testimonianza della grande antichità del gruppo; pare siano comparse nel Triassico e abbiano raggiunto il loro massimo sviluppo nel Giurassico, anche se secondo alcuni risalirebbero a tempi ancora più antichi. Il gigantismo si riscontra pure nell'apparato riproduttore: gli ovuli sono di grande taglia, la loro forma e dimensione sono pari a quelle di un uovo di piccione, la fecondazione è visibile con l'ausilio di una semplice lente; i gameti maschili sono anch'essi assai grandi, tanto che si possono scorgere a occhio nudo. Inoltre sono dotati di grande mobilità grazie alla presenza di numerose ciglia. Le Cycas posseggono individui maschili distinti da quelli femminili su piante diverse (quindi nell'acquistarle occorre sincerarsi di possedere un maschio e una femmina) Le piante maschili producono infiorescenze terminali assai voluminose che possono un poco ricordare quelle delle conifere; quelle femminili invece sono costituite da foglie più o meno ridotte, talvolta squamiformi, portanti ai margini da due ad otto ovuli nudi. La fecondazione avviene ad opera del vento. I frutti sono portati da foglie assai ridotte spesso squamiformi che proteggono i semi. Nell'ambito del genere Cycas esistono diverse specie anche se le più conosciute sono la C. Revoluta e la C. Circinalis. Nel secolo scorso le Cycas venivano considerate piante da serra calda e venivano coltivate in grandi vasi in modo da poterle ricoverare nei mesi invernali; oggi, invece, grazie alla ricerca è stata dimostrata la loro resistenza anche ad alcuni gradi al di sotto dello zero. Inoltre la ricerca sta studiando la possibilità di accelerare la germinazione del seme sia con trattamenti chimici sia con mezzi meccanici. In tal modo queste specie, attualmente assai costose, diverranno più accessibili. E' interessante anche il fatto che, essendo comparse in epoca assai antica, sono pressoché immuni da parassiti, e da crittogame, il che le rende preziose per l'impiego nel verde urbano. Elena Accati Università di Torino


DIVIETI DISATTESI Troppe mani sulla Barriera Corallina Un milione di visitatori l'anno, e poco riguardosi
Autore: MORETTI MARCO

ARGOMENTI: ECOLOGIA, MARE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 015

LA Barriera Corallina è ufficialmente un'area protetta chiamata Great Barrier Reef Marine Park. Difendere un parco marino presenta problemi molto diversi da un'analoga operazione sulla terra ferma. Le onde non rispettano le frontiere tracciate dall'uomo, così i guasti creati dalla navigazione, dalla pesca, dal turismo e dalle ricerche minerarie si ripercuotono nel Mar dei Coralli fino a minacciare l'esistenza stessa della Barriera Corallina, considerata dall'Onu uno dei patrimoni naturali da salvare sul pianeta. L'inquinamento delle acque del Queensland è dovuto soprattutto all'eccessiva e pericolosa navigazione nei 1500 chilometri del canale che separa il Reef dalla costa. Sulla rotta fra i principali porti australiani e l'Asia, transitano ogni anno 2000 navi. Il canale in molti tratti è largo solo 700 metri e profondo dieci. Considerato il pericolo di arenarsi fra i coralli, l'International Maritime Organisation (Imo) ha raccomandato, fino dal 1986, che nessun battello trasportante petrolio, gas o prodotti chimici attraversi il canale senza l'ausilio di un adeguato pilotaggio da terra. Il consiglio dell'Imo non è mai diventato legge e ancora oggi la maggior parte dei vascelli percorre le acque senza alcuna precauzione. Ciò ha provocato in passato numerosi incidenti, fra cui dieci incagliamenti con perdita in mare di carburante. Il più grave fu quello della Oceanic Grandeur, una petroliera che trasportava 55 mila tonnellate di greggio, che nel 1970 si arenò in uno scoglio: nella sua chiglia si aprì una falla di 60 metri, da cui uscirono 2000 tonnellate di petrolio. Un'altra causa dell'inquinamento sono state le irresponsabili ricerche petrolifere effettuate, fra il 1969 e il 1973, da compagnie che ottennero dal governo del Queensland (all'insaputa di tutti) il permesso di perforazione nella Barriera. Ne nacque uno scandalo, fu scoperto che il primo ministro dello Stato era azionista della compagnia petrolifera. Il governo federale riuscì a bloccare i lavori solo per mezzo di una legge che assegnò a Canberra il controllo di tutte le acque territoriali. Oltre ai danneggiamenti fisici al Reef, i pozzi rischiavano improvvisi sgorghi di petrolio, anche perché la zona è investita sovente da cicloni. L'industria dello zucchero ha contribuito ad appestare le acque scaricandovi i residui della lavorazione della canna. A ciò s'è sommato il confluire in mare, attraverso le falde acquifere, di pericolosi insetticidi (Ddt) e fertilizzanti. Il Ddt è assorbito dai pesciolini, passa così da un predatore all'altro, intossicando l'intera fauna. Nella catena alimentare, i più colpiti sono gli uccelli marini, che vengono debilitati fino a che non possono più riprodursi. L'ultimo colpo l'ha inferto il turismo: visitano la Barriera un milione di persone all'anno. Su molti atolli sono stati costruiti hotel, le cui fogne scaricano in mare. A ridosso dei coralli sono state installate piattaforme da cui si alzano in volo elicotteri o si inabissano piccoli sottomarini che portano i visitatori fra la giungla di coralli. Al largo di Townsville, i giapponesi hanno edificato sul Reef il Floating Hotel, un albergo galleggiante da cui ci si tuffa direttamente fra i coralli. L'erosione colpisce la Barriera come la costa, dove molte foreste di mangrovie sono state sacrificate per far posto a impianti turistici giapponesi. La minaccia viene dal turismo nel suo complesso, con il suo corollario di villeggianti, pescatori subacquei, motonauti, sciatori d'acqua e soprattutto collezionisti di corallo. Marco Moretti


IN BREVE Sacchetti di plastica rimane la eco-tassa
ARGOMENTI: ECOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 015

Gli ecologisti si sono mobilitati e hanno riportato una piccola vittoria: la tassa sui sacchetti di plastica non verrà eliminata, come era stato chiesto. L'imposta finora ha fatto entrare nelle casse dello Stato cento miliardi e ha ridotto il consumo di plastica. Nella sola rete di vendita delle Coop, il numero di sacchetti è passato dai 140 milioni dell'88 ai 90 del '92.


IN BREVE Mongolismo test del sangue
ARGOMENTI: GENETICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 015

Il dosaggio di tre sostanze nel sangue, eseguito durante il secondo trimestre di gravidanza, può dare importanti indicazioni sulla presenza o meno del mongolismo: nel 58 per cento di casi di donne gravide di bambini mongoloidi, infatti, l'alfafetoproteina è inferiore alla norma del 25 per cento, la gonadotropina coionica è doppia, l'estriolo non coniugato è nettamente inferiore. L'importanza della notizia, pubblicata sul «New England Journal of Medicine», è legata al fatto che si possano fare previsioni attendibili con un semplice esame di sangue anziché con l'amniocentesi, che non è del tutto priva di rischio di aborto.


IN BREVE Assorbimento le zone migliori
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 015

Una pomata a base di cortisone, applicata sulla pelle, viene assorbita in maniera diversa secondo la zona trattata e l'età. Angolo della bocca e scroto: assorbimento massimo; cuoio capelluto, fronte, ascelle, viso: discreto; palmo delle mani, pianta dei piedi, gomiti, ginocchia: minimo. Nei bambini, l'assorbimento è più alto nel viso, più basso negli arti inferiori.


IN BREVE Premio Amaldi per un libro di fisica
ARGOMENTI: FISICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 015

Nel nome di Edoardo Amaldi, è stato istituito un premio internazionale per testi di fisica riservati alle scuole medie superiori. I testi in corcorso dovranno pervenire alla Fondazione Amaldi, via Mazzini 62, 29100 Piacenza, entro il 30 settembre.


IN BREVE All'agenzia spaziale 56 miliardi per ricerca
ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, FINANZIAMENTO
ORGANIZZAZIONI: ASI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 015

Il Consiglio di Amministrazione dell'Agenzia spaziale italiana, accogliendo le proposte del comitato scientifico, ha deciso un finanziamento di 56 miliardi per la ricerca fondamentale.


TOPY CANGURO Sopravvivere senz'acqua Abolita perfino la dispersione del sudore
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 015

CI sono alcuni mammiferi che si sono adattati a meraviglia a climi estremamente aridi: i topy canguro, ad esempio, che si trovano perfettamente a loro agio nelle regioni desertiche. Sono buffi animaletti notturni dagli arti anteriori cortissimi e dalle lunghe zampette posteriori, che per il loro modo di procedere a salti ricordano l'andatura dei canguri. Ma in realtà non sono nè topi, nè tanto meno canguri. Sono roditori, della famiglia dei dipodidi. Questi tipici abitanti dei deserti hanno risolto brillantemente il problema dell'acqua, riducendone drasticamente il consumo e la perdita. Nella breve stagione delle piogge si fanno una bella provvista di erbe fresche e per il resto dell'anno, pur nutrendosi solo di semi ed erbe secche, riescono a sopravvivere perché non hanno ghiandole sudoripare e soprattutto perché la loro urina è molto concentrata: circa il doppio di quella dei topi e il quadruplo di quella umana. Nessuno sospettava, però, che perfino mammiferi superiori, addirittura primati non umani, potessero vivere nello squallore di un deserto senz'acqua. Nel 1970, in una pubblicazione scientifica, si parlò per la prima volta dei babbuini che vivevano nel deserto del Namib. Bill Hamilton, uno zoologo dell'Università di California a Davis, cercò di condurre una ricerca su queste scimmie, ma la cosa si rivelò più difficile del previsto, perché i babbuini, non avvezzi alla presenza dell'uomo, si nascondevano negli anfratti più inaccessibili del canyon. La curiosità di conoscere più da vicino i babbuini del Namib venne a un ragazzo che ebbe occasione di vederli mentre accompagnava nei suoi viaggi di studio il padre paleontologo. Quel ragazzo era Conrad Brain. Appena laureato in veterinaria, Brain ha potuto realizzare il suo vecchio progetto e insieme al fotografo naturalista Ginger Mauney ha incominciato uno studio sistematico dei babbuini del Namib. Non è stato facile stabilire un rapporto con le diffidentissime scimmie, ma alla fine i due uomini sono riusciti a farsi accettare dal branco. Da allora ogni anno vanno a controllare le condizioni di salute di quei babbuini anomali, per scoprire come facciano a sopportare così a lungo la sete. I babbuini che vivono nelle savane o nelle foreste si abbeverano ogni giorno o al massimo a giorni alterni. Quelli del deserto del Namib stanno normalmente almeno undici giorni senza bere. Nel 1990 rimasero 26 giorni senza un goccio d'acqua. E negli ultimi mesi del l992 rimasero all'asciutto per ben 116 giorni. Ma la mancanza d'acqua condiziona pesantemente tutto il comportamento sociale dei babbuini. L'habitat del branco si estende per una trentina di chilometri nel canyon profondo che il fiume Kuiseb ha scavato nel cuore del deserto del Namib. L'acqua scorre nel fiume solo per un paio di mesi all'anno, in gennaio e febbraio, dopo la brevissima stagione delle piogge. Il sole rovente asciuga rapidamente le pozze d'acqua lasciate dal fiume che si dissecca, sicché per circa otto mesi all'anno non rimane una goccia d'acqua nel canyon. In questo periodo le uniche fonti a cui si può attingere sono un lento gocciolio che sgorga da un crepaccio della parete superiore del canyon, nonché le buche scavate nella sabbia dalle orici gazzella (Oryx gazella) e dalle zebre di montagne (Equus zebra). Ma sono risorse così povere che i babbuini debbono bere uno alla volta e assai spesso si esauriscono prima che la stagione secca volga al termine. L'acqua allora da dove la ricavano? Dal cibo, specialmente dai succosi fichi selvatici, ma anche dalle foglie grasse della Salvadora persica, una pianta che cresce in mezzo alle acacie, dal midollo del tabacco selvatico (Nicotiana glauca) e soprattutto dalla corteccia dell'Acacia albida. E per mantenere in equilibrio il bilancio idrico, riescono a ridurre dal 78 al 53 per cento la perdita d'acqua attraverso le feci. Ma anche andare a cercarsi da mangiare è una fatica fisica. E i babbuini si dedicano a questa attività nelle ore più fresche, vale a dire la mattina e la sera. Invece nelle ore centrali della giornata, quando il sole picchia implacabile, le grandi scimmie cadono in una sorta di letargo ed è singolare la posizione che assumono. Si sdraiano supine sulla sabbia all'ombra di un albero o di una roccia con gli arti distesi per esporre alla brezza le parti prive di peli. Ogni tanto scavano manciate di sabbia dagli strati più profondi e se la gettano addosso. Una specie di doccia rinfrescante. Ma appena arrivano le prime piogge e un flusso d'acqua invade il canyon, i babbuini sembrano impazziti dalla gioia, bevono a garganella, e si gettano perfino in acqua a nuotare, smentendo la credenza che le scimmie abbiano paura dell'acqua. Nonostante tutti questi adattamenti al clima ostile, Brain ritiene che il branco di babbuini del Namib sia sull'orlo dell'estinzione. Lo fa temere l'elevatissima mortalità infantile. Durante i sei anni della sua ricerca sono nati trentasei piccoli, ma ben trenta sono morti nelle prime settimane di vita. Le cause? In primo luogo le zecche della specie Ricicephalus gertrudae che vivono nel sottosuolo e assalgono i babbuini quando riposano all'ombra. Brain ne ha contate quattrocento nel cadavere di un maschio adulto e più di settanta in quello di un baby di una settimana. In secondo luogo i frequenti rapimenti di piccoli da parte di femmine senza figli. Le femmine di grado elevato che perdono i figli a causa dell'infestazione da zecche, si rivalgono sulle subordinate rubando loro il piccolo. Ma siccome non hanno più latte, non possono allattare il cucciolo rapito, che è destinato fatalmente a morire. Isabella Lattes Coifmann


OMOSESSUALITA' Un «destino» biologico E' ereditaria, e viene trasmessa dalla madre
Autore: GIACOBINI EZIO

ARGOMENTI: GENETICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 016

VENERDI' 16 luglio potrebbe rappresentare una svolta importante nella percezione pubblica dell'omosessualità. Un clamoroso articolo pubblicato da «Science» dice che è ereditaria e viene trasmessa dalla madre. Dean Hamer, un ricercatore dell'Istituto Nazionale del Cancro di Washington, e i suoi collaboratori, comunicano infatti nell'articolo che 33 coppie di fratelli omosessuali, sulle 40 studiate, presentavano la stessa variazione sulla punta di uno dei bracci del cromosoma X, dove sono dislocati un centinaio di geni diversi. Nello stesso laboratorio sono in corso altri studi sulla base genetica dell'omosessualità femminile. Il fatto che esista una caratteristica genetica legata al comportamento sessuale umano confermerebbe l'ipotesi che questa tendenza possa essere ereditata. Questi dati non dimostrano che l'omosessualità maschile è forzatamente ereditaria. Dicono solo che l'orientamento sessuale è influenzato nel suo sviluppo da fattori genetici. L'ipotesi non nega che altri fattori, legati all'ambiente, all'educazione e ad esperienze di vita, giochino un ruolo altrettanto importante. Secondo Hamer, si tratterebbe della dimostrazione più evidente sull'esistenza di una componente genetica dell'orientamento sessuale umano. In verità, è questa la quarta dimostrazione negli ultimi cinque anni di una spiegazione biologica dell'omosessualità. Basandosi su questi dati, molti membri delle comunità gay cominciano a parlare non più di «scelta» ma di «destino». Secondo uno degli esponenti della Federazione dei genitori e amici delle comunità gay di Washington, questi dati porterebbero a guardare all'omosessualità come a un fatto naturale ed ereditario. Un'interpretazione immediatamente criticata dagli ambienti più conservatori, sia cattolici sia protestanti, che vedono in tale atteggiamento una facile giustificazione morale di un atto che loro condannano severamente. Secondo loro, una tendenza condizionata da fattori ereditari può sempre esser corretta dall'atteggiamento individuale, come accade per chi ha ereditato una tendenza al diabete o all'obesità. Di fatto, quindi, questa visione potrebbe ritorcersi contro gli omosessuali, secondo alcuni rappresentanti, poiché potrebbe esser interpretata come una possibilità reale di «correggere» con una terapia medica o addirittura genetica l'orientamento sessuale. In una futura società in cui vengano vagliati i caratteri genetici patologici di un individuo alla nascita o addirittura prima, si potrebbero influenzare i genitori verso una «terapia preventiva» psicoterapeutica o a base di farmaci. I dati presentati ora dai genetisti confermano altri dati riportati in passato da biologi che hanno esaminato il cervello di individui gay dopo la morte. Due anni fa Simon LaVay, dell'Istituto Salk di San Diego in California, aveva descritto, sempre su «Science», una differenza specifica in una minuta struttura del cervello. Altri studi compiuti nel 1991 e nel 1993 alla Facoltà di Medicina della Boston University hanno rivelato straordinarie somiglianze nell'orientamento sessuale di gemelli veri, separati dopo la nascita e cresciuti in famiglie completamente diverse. Tali studi suggerivano un fattore genetico ereditario sia negli uomini che nelle donne gay. Bisogna precisare che tutti questi dati non dimostrano affatto che l'orientamento sessuale umano sia localizzato in un solo gene. E' possibile, se non probabile, che esistano altri geni su qualche altro cromosoma e che tutti insieme determinino l'orientamento sessuale. E' pure importante chiarire il fatto che, trattandosi di un comportamento umano complesso, altri fattori sia biologici sia psicologici possano convergere nel medesimo individuo, orientandolo verso un determinato comportamento anziché un altro. Ezio Giacobini Università del Sud Illinois


MALFORMAZIONI E a alla visita di leva i diciottenni scoprono che cos'è il varicocele
Autore: BENSO LODOVICO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 016

L A visita di leva è l'occasione in cui vengono diagnosticate malattie passate inosservate come le malformazioni dei genitali maschili, il cui numero è in costante aumento. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di varicocele, cioè di una dilatazione delle vene del sistema testicolo-epididimo-funicolo-spermatico dovuta a ristagno del sangue venoso. Questa condizione di solito non comporta alcun danno, anche se talvolta può essere causa o concausa di sterilità maschile. Mentre certe malformazioni andrologiche, ad esempio la ritenzione dei testicoli, sono identificabili e devono venire trattate nei primissimi anni di vita, il varicocele tende a evidenziarsi soprattutto durante l'adolescenza. Secondo il tipo di malformazione venosa, si distinguono varicoceli di tipo I, II, III, con tre gradi di progressiva gravità. Considerando anche i gradi I, cioè i più lievi e i più frequenti, il varicocele è presente in circa 15- 20 giovani adulti su 100. Come si è detto, possibili conseguenze del varicocele sono la sterilità da diminuzione del numero degli spermatozoi (oligospermia) e un'ipotrofia (scarsa nutrizione e sviluppo) testicolare, mentre l'attività sessuale non ne verrebbe compromessa. La percentuale di individui con varicocele è molto maggiore tra i soggetti infertili rispetto a quelli fertili, ma la maggior parte dei portatori di varicocele può comunque avere figli. E' peraltro frequente il caso di soggetti con oligospermia e varicocele che, operati, ricominciano a produrre una quantità soddisfacente di spermatozoi. Il danno testicolare, che di solito è bilaterale anche se il varicocele nella maggior parte dei casi è monolaterale (nel 95 per cento dei casi è a sinistra), è probabilmente determinato dal rallentamento della circolazione venosa, che favorisce un aumento della temperatura del testicolo e l'insorgere di processi autoimmunitari mentre ostacola il gradiente di ormoni maschili (androgeni) e l'eliminazione di sostanze tossiche. Anche se è possibile ottenere buoni risultati con la correzione di questa malformazione in età adulta, è noto che il successo è tanto più probabile quanto più precoce è l'intervento. Per questo è importante che le famiglie e i medici di base controllino in tutti i maschi in età pediatrica ma soprattutto, con periodicità annuale, in età adolescenziale, se alla base dello scroto sinistro compare una masserella che alla palpazione dà la sensazione di un "sacchetto di vermi", come dicono i testi di chirurgia. Questa masserella tende ad aumentare stando in piedi e diminuisce in posizione sdraiata. In qualche caso è presente una lieve sintomatologia dolorosa. Se questo reperto è chiaramente positivo, senza nessun allarme si passa al secondo livello diagnostico, di competenza specialistica. A questo livello, non essendo attendibile, soprattutto nelle prime fasi della pubertà, l'esame del liquido seminale che invece è fondamentale nell'adulto, si ricorre a indagini semplici e poco invasive, come la valutazione del trofismo testicolare, la velocimetria doppler funicolare e i test endocrini per lo studio della funzionalità dell'asse ipotalamo-ipofisi-gonadi. Solo in pochi casi selezionati si può ricorrere alla flebografia selettiva. E' così possibile identificare in modo soddisfacente sia i numerosi soggetti che probabilmente non avranno conseguenze e che vanno seguiti nel tempo, sia quei pochi nei quali il varicocele presenta potenzialità lesive e che vanno sottoposti a intervento chirurgico. L'intervento consiste nella legatura delle vene spermatiche con identificazione strumentale e conseguente conservazione delle arterie. Se eseguito da mani esperte, questo intervento ha un'elevata probabilità di successo, è ben tollerato e non comporta un particolare stress per il paziente, che potrà lasciare l'ospedale dopo pochi giorni. Lodovico Benso Università di Torino


CLENBUTEROLO Atleti da grandi record carni animali più pregiate ma che prezzo per la salute?
Autore: BIOLATTI GIOVANNI

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, SPORT
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 016

IL clenbuterolo è tornato a dividere gli ambienti sportivi e a preoccupare i consumatori di carne. Come altre molecole analoghe naturali (catecolamine: adrenalina e noradrenalina) e di sintesi (cimaterolo, salbutamolo...), stimola i recettori dell'adrenalina localizzati sulla superficie delle cellule di numerosi organi. Tutti abbiamo vissuto momenti di grande paura o di pericolo, ed è in queste occasioni che le catecolamine si scatenano e determinano aumento dello stato di vigilanza, tachicardia, broncodilatazione, dilatazione dei vasi della muscolatura scheletrica (il maggior apporto di sangue ai muscoli favorisce la fuga!) e altre modificazioni delle funzioni organiche che causano sensazioni spiacevoli. I farmaci beta2 agonisti, di cui il clenbuterolo fa parte, tendono a essere più selettivi delle catecolamine, per cui certi effetti secondari sono attenuati. E' il caso, ad esempio, del loro impiego negli individui asmatici, dove è richiesta un'azione broncodilatatrice a livello respiratorio che eviti però gli effetti indesiderati sul sistema cardiovascolare. Da alcuni anni poi si è scoperto che i beta agonisti sono dei potenti ripartitori di energia. Se somministrati per lunghi periodi a dosi 10-20 volte superiori a quelle terapeutiche sono in grado di favorire la sintesi delle proteine (o di inibire il loro degrado) e di stimolare la lisi del tessuto adiposo. In termini economici, sarebbe una grande opportunità. Gli animali trattati con queste sostanze presentano una carcassa più magra e masse muscolari più sviluppate. I consumatori però sono sospettosi. Qualche tempo fa in Spagna ci sono stati due casi di intossicazione collettiva da clenbuterolo: gli invitati a un banchetto, dopo aver mangiato fegato di vitello, accusarono, nell'arco di poche ore, tachicardia, agitazione, stato d'ansia, tremori muscolari, cefalea. Accanto ai potenziali danni nei confronti dell'uomo derivanti da possibili intossicazioni alimentari, sono stati evidenziati molteplici effetti secondari negli animali sottoposti a trattamenti zootecnici: gravi disfunzioni dell'apparato genitale, gravi lesioni podali, abnorme dilatazione della trachea, alterazioni di centri nervosi, alterazione della libido, e così via. Tutti questi effetti ne sconsigliano l'impiego nel settore zootecnico. Anche gli atleti e i proprietari di cavalli da corsa hanno scoperto l'azione favorevole del clenbuterolo sulle performances sportive. Esiste quindi un effetto del clenbuterolo e sostanze simili, sfruttato ai fini agonistici, sia nell'uomo sia negli animali. I notevoli interessi economici che ruotano attorno a questi ambienti comportano forti pressioni per far rientrare queste sostanze fra quelle il cui impiego è legale. Cos'è quindi questa molecola? E' un ormone? E' assimilabile agli steroidi? Sulla sua natura ormonale c'è discussione poiché la localizzazione e il ruolo della noradrenalina (parente stretta del clenbuterolo) all'interno del sistema nervoso simpatico spinge alcuni studiosi ad affermare che si tratta di un semplice mediatore chimico, d'altra parte la noradrenalina è principalmente sintetizzata nella porzione midollare delle ghiandole surrenali, ghiandole a secrezione endocrina, per cui non possono esistere dubbi sul ruolo ormonale di tale molecola. Quanto alla possibilità di assimilazione agli ormoni steroidei, l'effetto di ripartitore di energia esercitato dal clenbuterolo fa sì che i beta agonisti stimolino marcatamente il metabolismo delle proteine, influenzando le masse muscolari. Se ciò è valido nei bovini, suini, polli, ovini, conigli, la domanda successiva è: lo stesso effetto si verifica anche nell'uomo? La risposta va cercata nei santuari dello sport dove la preparazione fisica di certi atleti, in questo caso cavie umane, viene curata con sostanze più o meno conosciute (e miracolose), a dosaggi sconosciuti e spesso empirici. E gli effetti secondari sono mantenuti ben nascosti. Giovanni Biolatti Università di Torino


LA MALATTIA CEFALALGICA Quell'attaco di emicrania senza mal di testa Una diagnosi che spiega malesseri, spossatezza, nausea, vertigini spesso incomprensibili
Autore: DEL PONTE EZIO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 016

L'ATTACCO di emicrania non è soltanto mal di testa, anche se il dolore è spesso il sintomo che coinvolge più emotivamente il paziente. Ci sono anche, in misura più o meno evidente, manifestazioni collaterali come malessere, spossatezza, nausea, a volte disturbi visivi, vertigini... E' noto d'altra parte, fra gli addetti ai lavori, che per formulare una diagnosi di malattia cefalalgica non è indispensabile la coesistenza di cefalea e sintomatologia collaterale, in quanto quest'ultima può manifestarsi in modo relativamente indipendente dalla prima: può precedere di minuti o di ore il dolore, ma a volte anche di un paio di giorni; può sovrastare, per l'intensità dei sintomi, una cefalea di scarso rilievo, tale da non essere neppure riferita dal paziente o da essere agevolmente inibita dall'assunzione di farmaci sintomatici di banco; può addirittura sostituire del tutto il dolore. Il quadro è descritto in questi termini nei testi specialistici: sensazioni di malessere e di spossatezza immotivate; fenomeni sensoriali fastidiosi o sgradevoli (anoressia, nausea, dolori addominali, sbadigli ripetuti, fotofobia e fonofobia, vertigini, febbriciattole, lipotimie); manifestazioni neurologiche, quali formicolii agli arti o al viso, impaccio nei movimenti di un arto; connotazioni psichiche o caratteriali (svogliatezza, insofferenza, irritabilità, incostanza). Tutte manifestazioni che non raggiungono ancora la soglia del dolore, ma incidono negativamente sull'efficienza psico-fisica nelle iniziative individuali e nei rapporti interpersonali. A volte invece una sintomatologia dolorosa spontanea compare, ma non al capo, specie nell'infanzia, con dolori addominali ricorrenti, magari con vomito. O anche nella fanciullezza, con dolenzie articolari inspiegabili (i cosiddetti dolori di crescita) e dolori pelvici femminili intensi. E' intuitivo come una sintomatologia così multiforme, che di solito non trova riscontri nelle abituali analisi del sangue (anzi, l'assenza di riscontri ematochimici e strumentali rappresenta un criterio necessario per la diagnosi), possa dar luogo alle interpretazioni più disparate, che riflettono in qualche misura anche l'orientamento specialistico del medico. Oltre all'internista, gli specialisti più consultati sono l'oculista, l'otorinolaringoiatra, l'ortopedico, il ginecologo, il gastroenterologo, il neurologo. Lo specialista adeguato è invece il cefalalgologo. Il meccanismo responsabile di questa «aura emicranica senza cefalea» è stato recentemente ipotizzato nell'«inquinamento disfunzionale del neurone» (la cellula nervosa). Situazioni biochimiche anomale di diversa provenienza (errori dietetici, sostanze inalate, medicamenti, sostanze endogene prodotte per difetti di metabolismo, per stimoli sensoriali o psichici che oltrepassino una soglia limite), diffondendosi alle diverse strutture encefaliche, inducono conseguenze corrispondenti alla sede in cui agiscono: nei centri preposti al controllo del dolore producono cefalea; nei centri deputati alla modulazione di funzioni della vita vegetativa o alla elaborazione di attività psichiche determinano le disfunzioni vegetative o psichiche corrispondenti; nei centri che presiedono alle funzioni vascolari determinano le manifestazioni vasomotorie. Il combinarsi di queste tre situazioni produce l'emicrania nella sua forma perfetta, se così si può dire. Tuttavia, per peculiarità biochimiche contingenti o per caratteristiche anatomiche individuali, l'inquinamento neuronale può limitarsi ad alcune strutture: di qui le forme incomplete della malattia cefalalgica. La terapia dovrà tendere ovviamente alla eliminazione o alla neutralizzazione della componente inquinante. Ezio Del Ponte




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