TUTTOSCIENZE 21 luglio 93


FOTOTIPI E tu, quanto sole sopporti? La «dose soglia» cresce con l'abbronzatura
Autore: DI AICHELBURG ULRICO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: T. Parametri del fototipo
NOTE: 009

GLI effetti a lungo termine dei raggi solari sulla pelle si sommano e diventano evidenti quando si sorpassa una «dose soglia». Questa dose è geneticamente determinata. Elementi per apprezzarla sono l'attitudine all'abbronzatura, la comparsa del colpo di sole, il colore della pelle e dei capelli, tutti criteri che permettono di stabilire un profilo individuale di resistenza al sole, il «fototipo» . Il fototipo corrisponde alla fotosensibilità costituzionale d'un individuo (legata alla sua pigmentazione naturale) ed alla sua capacità acquisita di fotoprotezione (abbronzatura). Le radiazioni ultraviolette emesse dal sole inducono molteplici reazioni fotochimiche nei tessuti biologici dai quali vengono assorbite. Queste reazioni hanno effetti benefici quale la sintesi della vitamina D, ma più sovente negativi come modificazioni del Dna, fotosensibilizzazione, invecchiamento dei tessuti, formazione di tumore. Sono essenzialmente pelle, epidermide e derma, a subire a breve e medio termine importanti modificazioni. Un'esposizione eccessiva può avere effetti nefasti. L'eritema cutaneo è il classico colpo di sole che compare nelle ore successive a una irradiazione solare eccessiva. Gli ultravioletti (Uv) del tipo B (Uvb, lunghezza d'onda fra 290 e 320 nanometri) scatenano una successione di fenomeni infiammatori con dilatazione dei vasi capillari, edema, dolore, flittene (raccolte di siero). La ripetizione di questi fatti presenta a lungo termine rischio di cancerogenesi. L'eritema è una misura individuale della resistenza all'aggressione degli UV. In un soggetto di media resistenza 15-20 minuti di esposizione al sole prossimo allo zenit, senza protezione, sono sufficienti a produrlo. L'abbronzamento ha inizio nei giorni seguenti all'esposizione agli Uv. Questo complesso fenomeno è la risultante di diverse reazioni oggi ben note: le radiazioni Uv del tipo A (Uva, 320-400 nanometri) penetrano nella profondità del derma e, essendo poco assorbite dall'epidermide, non causano eritema. Viceversa, reagendo con i precursori delle melanine (le sostanze di colore bruno o nero determinanti la pigmentazione della pelle, dei peli, dei capelli e degli occhi), producono una pigmentazione immediata. Nei giorni seguenti vi è un secondo tipo di pigmentazione, corrispondente ad una stimolazione diretta dei melanociti che producono melanina, ed è la pigmentazione ritardata. La qualità della melanina presente nell'epidermide è l'origine della grande diversità individuale nei confronti degli Uv, e tale qualità è sotto la dipendenza del patrimonio genetico. In sostanza gli Uvb sono cinquanta volte più attivi degli Uva nell'indurre l'eritema e la cancerogenesi epidermica, mentre gli Uva sono quattro volte più attivi per la pigmentazione. Entrambi partecipano all'invecchiamento prematuro della pelle, una delle caratteristiche di chi si espone senza criterio agli Uv. Come si diceva all'inizio, gli Uv hanno anche effetti benefici, e il principale è la sintesi della forma attiva della vitamina D nella pelle. Il 7-deidrocolesterolo è il substrato della reazione che conduce alla formazione della vitamina D3, e gli agenti sono soprattutto gli Uvb. L'azione antirachitica, ossia sul metabolismo fosfo-calcico, della vitamina D3 è ben nota, ma questa vitamina ha molte altre proprietà. La produzione della D3 da parte della pelle per azione degli Uv è in rapporto con l'età, la latitudine, l'ora (massimo fra le 10 e le 14), la stagione, la pigmentazione (i neri hanno bisogno d'un tempo d'esposizione dieci volte maggiore per sintetizzare la medesima quantità di vitamina). Raccomandabile un abbondante apporto della vitamina con gli alimenti (pesci grassi, uova, latticini) a chi, per varie ragioni, non è in condizioni favorevoli alla fotosintesi della D3. Ulrico di Aichelburg


DEPRESSIONI STAGIONALI D'estate si guarisce Il benessere viene dalla luminosità
Autore: U_D_A

ARGOMENTI: PSICOLOGIA, MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 009

GLI psichiatri conoscono bene una sindrome ciclica e ricorrente, la depressione stagionale. Essa si manifesta ogni anno verso la fine dell'autunno e nell'inverno e spesso passa da sè con l'arrivo della primavera e l'esplodere dell'estate, con la luce e il sole. Ai sintomi propriamente depressivi quali stanchezza, ansietà, variabilità dell'umore, se ne aggiungono altri atipici quali i lunghi sonni e l'aumento dell'appetito e del peso: uno stato che viene chiamato «pseudo-ibernante». Questa sindrome è causata dalla riduzione della luminosità ambientale. Infatti essa diminuisce di frequenza con la latitudine, e il trattamento con la luce artificiale brillante (fototerapia) fa migliorare la situazione. Si è dimostrato che il miglioramento è in rapporto con la quantità di luce ricevuta dagli occhi del soggetto. La fisiopatologia di questa situazione non è esattamente conosciuta. Si nota una desincronizzazione di certi ritmi circadiani come la temperatura corporea e la secrezione di melatonina. Quest'ultima è un ormone dell'epifisi, regolatore dei ritmi circadiani, e la sua secrezione è modulata dalla quantità di luce. Nella depressione stagionale la melatonina, già normalmente bassa di notte, è inferiore alla norma. Tutto ciò fa ritenere che esista un rapporto fra la luce ambientale, i ritmi circadiani e la psiche. Lo studio della depressione stagionale e del trattamento con fototerapia permetterà forse di comprendere meglio queste complesse relazioni. (u. d. a.)


TUMORI DELLA PELLE Ah, gli ultravioletti! I guasti si vedono vent'anni dopo
Autore: U_D_A

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 009

I tumori cutanei in rapporto con le radiazioni UV del sole sono di varia natura. Le alterazioni prodotte dagli UV possono portare a tappe successive, nel giro di un paio di decenni, alla cancerogenesi, la quale tuttavia non sempre si manifesta clinicamente ma può limitarsi a distrofie o displasie, lesioni apprezzabili solo microscopicamente. I carcinomi spinocellulari sono macchie arrossate in zone di cute esposte al sole ed alla luce. Compaiono in genere dopo la cinquantina, diventano più frequenti con l'età. Fattori di rischio sono la pelle chiara e le esposizioni prolungate al sole. La prognosi è buona, il pericolo di metastasi è raro. I carcinomi basocellulari, con aspetti assai diversi, sono legati meno chiaramente all'esposizione solare e al fototipo, è un fatto però che si formano più spesso nelle zone cutanee scoperte. Possono avere notevole gravità. Il problema più allarmante è sempre quello dei melanomi. Nel marzo scorso una conferenza scientifica di esperti internazionali si è svolta a Venezia. Soggetti particolarmente a rischio sonoquelli a cute chiara, capelli rossi o biondi, occhi azzurri e con parecchi nei. La principale responsabile del melanoma sulla quale possiamo agire è l'esposizione al sole. Ecco i consigli degli esperti: riducete il tempo passato all'aperto, specie in estate; non esponetevi al sole fra le ore 10 e 14; riparatevi con un copricapo a larghe tese; portate indumenti che proteggano dal sole; usate i filtri solari che l'industria farmaceutica e cosmetica mette a disposizione; controllate i nei per verificare che non si modifichino. (u. d. a.)


TUFFI E IMMERSIONI Timpani a rischio L'imprudenza può costare cara
Autore: O_S

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 009

LE profondità marine, i tuffi e il nuoto nascondono alcune insidie che è bene conoscere. A rischio sono soprattutto i timpani, i quali possono resistere anche a una pressione di due atmosfere, ma devono arrivarci gradualmente, permettendo alle «trombe di Eustachio» di equilibrare la pressione dell'orecchio medio con quella esterna durante le immersioni. In questi casi è fondamentale «compensare», chiudendo bene il naso e soffiandovi dentro con forza fino a sentire «scoppiettare le orecchie». A questo punto la pressione interna è diventata uguale a quella esterna, ma è consigliabile ripetere l'operazione più e più volte man mano che si va in profondità. Quando non è possibile a causa di un forte raffreddore, una sinusite o un'allergia nasale, si deve rinunciare ad attività rischiose per evitare conseguenze dannose che possono andare da una modesta dolenzia a una perdita dell'udito e persino alla rottura della membrana del timpano. Ma con il raffreddore, la sinusite e l'allergia nasale sono pericolosi per l'orecchio anche i tuffi, in cui l'impatto con l'acqua è violento e la variazione di pressione esterna è repentina. Nuotare in superficie non crea in genere particolari problemi. Ma in presenza di infiammazioni del dotto auricolare, come quelle dovute a foruncoli o infezioni micotiche, è preferibile rinunciare ai bagni. La spia di allarme è un dolore acuto, con orecchio «chiuso» e secrezioni dall'orecchio. Qualche problema può anche venire dai «tappi» di cerume che, gonfiandosi a contatto con l'acqua, provocano una sensazione di chiusura dell'orecchio («ovattamento») e disturbi molto simili alla labirintite. La soluzione è semplice: farseli levare dal medico. (o. s.)


Oltre i 1800 Tutti i sintomi del mal di montagna
Autore: U_D_A

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 009

AL di sopra dei 1800 metri l'organismo umano incomincia a risentire dello stress dovuto alla scarsità d'ossigeno. In alta quota la percentuale d'ossigeno nell'aria non è minore che a livello del mare, è sempre il 21 per cento in tutta l'atmosfera, ma la pressione barometrica dell'aria diminuisce con l'aumentare dell'altitudine, quindi diminuisce anche la pressione parziale dell'ossigeno. Per esempio, a 3750 metri la pressione atmosferica, 760 millimetri di mercurio a livello del mare, scende a 480 mm, e di conseguenza la pressione parziale d'ossigeno passa da 159 a 100 mm di mercurio. In altre parole, il numero di molecole d'ossigeno per metro cubo d'aria diminuisce di circa il 37 per cento. La diminuzione della tensione dell'ossigeno, riducendo il trasporto dell'ossigeno dall'aria ispirata al sangue, provoca una serie di reazioni: aumento della frequenza del respiro, aumento della frequenza e della gettata cardiaca, aumento della produzione dei globuli rossi e dell'emoglobina. La produzione di globuli rossi è stimolata dall'aumento di eritropoietina, un ormone che attiva il midollo osseo. La molecola dell'emoglobina, per vari fenomeni fisico-chimici, cede più facilmente l'ossigeno ai tessuti. Questi adattamenti fisiologici richiedono però un certo tempo e non sono sufficienti a consentire attività sportive a una persona non abituata alle grandi altezze. Molte ricerche in proposito furono stimolate dall'interesse suscitato dalle Olimpiadi del 1968 a Città del Messico, a 2250 metri d'altezza. Si vide per esempio che a 5400 m si può eseguire, senza contrarre un debito d'ossigeno, appena metà del lavoro sopportabile a livello del mare. Insomma in altitudine il solo punto comune fra un professionista delle scalate e uno sportivo per passatempo è... l'altitudine. Il primo è fisicamente, fisiologicamente e tecnicamente atto a compiere prodezze, l'altro si espone talora a pericoli per il solo fatto di respirare a 3000 metri o di sciare a 2000 metri. In pratica lo sciatore e lo scalatore dilettante non hanno mai il tempo di adattarsi alla ipossia (carenza d'ossigeno), perché occorrono almeno dieci giorni per osservare un innalzamento significativo dell'ematocrito, ossia del volume relativo percentuale dei globuli rossi rispetto al plasma sanguigno. Chi fa sport in altitudine deve conoscere i sintomi del male di montagna acuto. Sintomi minori sono mal di capo, nausea, vomito, insonnia, spossatezza. Tali sintomi devono assolutamente fare interrompere l'ascensione per evitare gli incidenti maggiori quali l'edema polmonare acuto, le emorragie della retina, l'edema cerebrale. La sola terapia efficace è quella con acetazolamide, che consente una respirazione più profonda o più veloce alleviando rapidamente i disturbi. L'edema polmonare da alta quota è un accumulo di liquido negli alveoli polmonari, per cui il passaggio dell'ossigeno al sangue diventa difficile e la respirazione è sempre più affannosa. Ancora più grave è l'edema cerebrale, accumulo di liquido nel cervello, che si può avere anche ad altitudini di poco superiori ai 2500 metri: incedere traballante, impossibilità di eseguire movimenti di precisione, confusione, allucinazioni. Questi incidenti maggiori sono gravi, possono portare al coma ed alla morte. Quello che all'inizio può apparire un disturbo spiacevole ma nel complesso lieve può trasformarsi rapidamente in una patologia minaccosa. Il male di montagna acuto è favorito da tre fattori: la rapidità dell'ascensione (gli impazienti corrono notevoli rischi), l'altitudine, la durata dell'esposizione all'ipossia. Le varie suscettibilità individuali sono imprevedibili. Sconsigliabili le altitudini superiori a 1800 prima dei 2 anni d'età, a 3000 m prima dei 12 anni e dopo i 65. (u.d.a.)


VOLI AD ALTA QUOTA Allarme razioni In corso un'indagine della Cee
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 010

LE associazioni dei piloti europei e americani battevano da tempo su questo tasto: gli aerei che volano alle alte quote sono investiti da radiazioni ionizzanti, un incessante bombardamento di raggi cosmici (costituiti per l'85 per cento da protoni) e di radiazione solare. Quali sono gli effetti su chi vola per lavoro, in particolare sulle donne incinte? Negli ultimi 5-6 anni, grazie alle indagini finanziate dalle stesse associazioni dei piloti, è stata raccolta un'imponente massa di dati dalla quale risulta senza possibilità di dubbio che le radiazioni ionizzanti costituiscono un pericolo reale. Di questo si è convinta anche la Cee: per questo sui voli a lungo raggio di cinque compagnie europee è cominciata, o sta per cominciare, una campagna di misurazione delle radiazioni ionizzanti promossa da Bruxelles e alla quale hanno aderito British Airways, Air France, Klm, Lufthansa e la nostra Alitalia. E' un primo passo concreto per avere un'idea precisa della quantità di radiazioni ionizzanti assorbita dai piloti, dalle hostess e anche da quei passeggeri che compiono frequenti e lunghi voli. Sui velivoli Alitalia saranno fatte 100 ore di monitoraggio attivo, compiute cioè con una grossa apparecchiatura seguita in volo da un tecnico, e 1000 di monitoraggio passivo, nel quale si usa un piccolo apparecchio automatico i cui dati saranno poi analizzati a terra. L'Enea darà la sua collaborazione fornendo le complesse attrezzature e il personale specializzato. Intanto sono stati presentati due progetti di legge (Mattioli e Marinucci) che in sostanza equiparano i lavoratori dell'aria alle altre categorie esposte alle radiazioni, per esempio ai radiologi e ai tecnici degli impianti nucleari. Il problema si sta imponendo anche alle industrie. Il nuovo quadrireattore Airbus A- 340, entrato in servizio da due mesi, è il primo aereo a essere dotato di una protezione anti- radiazione: la cabina di pilotaggio ha un rivestimento formato da fogli di plastica al piombo che riduce le radiazioni del 10 per cento. L'evoluzione stessa dell'aviazione commerciale giustifica misure di protezione. Gli aerei volano a quote sempre più elevate (intorno ai 12 mila metri), dove si consuma meno carburante; ma è proprio alle alte quote che le radiazioni sono più intense, essendo minore la protezione dell'atmosfera. E' per questa ragione che il personale del supersonico Concorde, la cui quota di crociera è intorno ai 17-20 mila metri, è autorizzato a volare per non più di 350 ore l'anno, circa la metà di quelle degli aerei subsonici. In America, poi, i 40 mila piloti hanno quasi raddoppiato le ore di volo dopo la deregulation che ha imposto un'aspra concorrenza tra le compagnie e le ha costrette a sfruttare a fondo mezzi e uomini. Quale sia il meccanismo con cui la radiazione provoca danni biologici non è ancora del tutto chiaro; si sa comunque che tutto ha origine dalla ionizzazione, cioè dall'eccitazione degli atomi della materia attraversata dalla radiazione, durante la quale gli atomi stessi perdono un elettrone orbitale. E' da questo evento che, attraverso un meccanismo in parte ancora da chiarire, secondo le indagini sponsorizzate dalle associazioni dei piloti si genera il danno biologico. Il quale, come afferma una relazione presentata ad aprile a un convegno organizzato dall'Ente nazionale della gente dell'aria dal professor Vincenzo Tombolini dell'università La Sapienza di Roma, può interessare il Dna, e quindi tradursi in alterazioni genetiche trasmettibili ai figli, oppure le cellule (in particolare quelle del sangue) con effetti cancerogeni, o i testicoli, con riduzione temporanea della fertilità, oppure ancora il cristallino dell'occhio con l'insorgere della cataratta. Per le donne incinte le radiazioni possono provocare, a seconda del momento, la morte dell'embrione, malformazioni nel neonato o tumori nei bambini, in particolare leucemie. La proposta di legge del verde Mattioli prevede tra l'altro che le compagnie aeree dotino piloti e personale di cabina di rilevatori di radiazioni, impone visite ogni sei mesi, diminuzione delle ore di volo, sospensione o addirittura cessazione a tempo indeterminato dei lavoratori che abbiano raggiunto la dose massima, schermatura delle cabine di pilotaggio; anche i passeggeri «frequent flyers» dovranno essere informati dell'eventuale rischio. La proposta di legge Marinucci fissa a 20 millisievert l'anno, su una media di cinque anni, il limite di dose per i lavoratori esposti e precisa tra l'altro che per le donne incinte la dose all'addome non deve superare un millisievert durante tutta la gravidanza. Vittorio Ravizza


CONCORDE Troppi ioni, vedo rosso I rischi connessi con l'attività solare
Autore: V_R

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 010

NEL 1972 vi fu una eruzione solare molto intensa che contribuì a convincere la commissione anglo-franco-americana per la sicurezza del «Concorde» a prendere alcune misure a protezione dei piloti e del personale di cabina del nuovo supersonico civile. L'agenzia statunitense Nooa controlla l'attività solare per mezzo del sistema di satelliti Geos e di stazioni a terra. Quindi elabora i livelli di radiazione a ventimila metri, la quota di volo del «Concorde». In caso di necessità, cioè quando superano i valori di sicurezza, lancia lo stato di allerta, che viene trasmesso dalla sede della Nooa di Denver all'ente federale americano dell'aviazione, la Faa, il quale infine lo rilancia al supersonico. L'allarme è una spia di colore verde, ambra o rosso a seconda dell'intensità di radiazione prevista. Anche l'aereo ha a bordo un sistema di rilevazione dell'intensità di dose/ora, con quadranti che assumono anch'essi le colorazioni verde (nessun allarme), ambra (allerta) e rosso (allarme). In questo caso il pilota deve chiedere immediatamente l'autorizzazione a scendere di quota. Il problema è però quello della difficoltà di prevedere le eruzioni solari; è accaduto in qualche caso che l'allarme sia scattato quando ormai il pericolo «rosso» era terminato. (v.r.)


Scaffale Dyson Freeman: «Da Eros a Gaia», Rizzoli
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: STORIA DELLA SCIENZA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 010

UNA lunga affabile conversazione, piena di aneddoti, di idee intelligenti e di stimoli creativi. Questa è l'impressione che lascia la lettura dell'ultimo libro di Freeman Dyson tradotto in Italia. Invece è una serie di saggi brevi, sparsi in un lungo arco di tempo (mezzo secolo), originati da occasioni diverse. Ma fate attenzione alle date. Pagine sui probabili sviluppi della fisica o della biologia molecolare scritte negli Anni 50 potrebbero essere attuali anche oggi. Perché Dyson, brillante fisico teorico, dal 1953 professore all'Institute for Advanced Study di Princeton reso mitico dalla presenza di Einstein, ha un intuito quasi profetico nell'immaginare il futuro della scienza. Non fatevi ingannare dalla apparente frammentarietà. A ben guardare, attraverso questi 35 capitoletti suddivisi in «Storie», «Cose», «Istituzioni», «Politica» , «Libri» e «Persone» corre un filo conduttore preciso: dall'osservatorio della sua lunga esperienza, Dyson ci dice come deve essere la ricerca perché sia buona ricerca, cioè perché dia molti frutti di conoscenza con il minimo di spesa. Questo tema è esplicito nell'analisi del fallimento di alcuni grandi progetti (lo Shuttle, per esempio) e nella riuscita di altri dalle dimensioni più modeste (il satellite Iue). Ma in realtà serpeggia in po' in tutte le pagine. E alla fine acquista il tono di un testamento scientifico.


Scaffale Regge Tullio: «Gli eredi di Prometeo», Ed. La Stampa
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: ENERGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 010

«Laico»: così potremmo definire il punto di vista in cui si è collocato Tullio Regge nello scrivere questo libro sul problema energetico in Italia. E ciò mentre la maggior parte dei politici e degli esperti che discutono la questione ha posizioni in un modo o nell'altro integraliste (poco importa se l'integralismo si realizza sul fronte «verde» o sul fronte tecnocratico e filonucleare). Regge supera le polarizzazioni e le crociate in base a un criterio insieme molto semplice e molto forte: fatto il possibile per evitare gli sprechi, la scelta energetica può essere ispirata soltanto a un attento bilancio costi-benefici nel quale entrino tutte le voci del dilemma (tutela dell'ambiente, economicità, riduzione della dipendenza dall'estero e così via). Da questo punto di vista il nucleare come il solare, il carbone o l'idroelettrico, non sono nè buoni nè cattivi. Sono opzioni che si spogliano di valenze ideologiche e acquistano concretezza fattuale. Un libro che fa il punto sullo scenario dell'energia presente e futuro anche in base ai dati di prima mano che l'autore ha avuto a disposizione in qualità di europarlamentare. Uno stile che non rinuncia mai alla chiarezza e, appena sia possibile, allo humour.


Scaffale di Aichelburg Ulrico: «Batteri e virus», Ed. La Stampa
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 010

Poche settimane fa la copertina dell'autorevole settimanale «Time» è stata dedicata alla malaria. Una scelta apparentemente strana. Per noi la malaria non campeggia tra i problemi del nostro tempo. Possiamo capire una copertina dedicata al dramma dell'ex Jugoslavia, al cancro o all'Aids. Ma la malaria ci riporta a un passato che diamo per sepolto. Invece non è così. Ogni anno nel mondo due milioni di persone muoiono in seguito alle febbri causate dal plasmodio inoculato dalla zanzara anofele. E 100 milioni di persone si ammalano. E poi c'è il ritorno della tubercolosi, ci sono le epatiti, c'è il morbillo, che fa strage nei Paesi più poveri. Nel complesso, le malattie infettive uccidono ancora 18 milioni di persone all'anno. E' una visione provinciale, dovuta al fatto che viviamo nella ristretta area del mondo sviluppato, a farci perdere la reale dimensione di certe questioni sanitarie. Questo libro, scritto con mano leggera ed elegante dal decano dei divulgatori di medicina, ha il merito di riportarci a valutazioni più equilibrate, raccontando in modo avvincente la secolare lotta tra scienziati e farmacologi da un lato e batteri e virus dall'altro. Piero Bianucci


REATTORI OBSOLETI Un nocciolo fuori servizio «Decommissioning» per centrali russe
Autore: VOLPE PAOLO

ARGOMENTI: ENERGIA, TECNOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D. Reattore da smantellare
NOTE: 010

SUCCESSIVI incidenti, per fortuna molto meno gravi di quello del maggio 1986, capitati in centrali Rbmk, hanno chiarito che quello di Cernobil non è stato un incidente a una centrale nucleare, ma a un particolare tipo di centrale, e che quindi molti dei reattori dell'ex Unione Sovietica vanno al più presto o profondamente modificati o posti in «decom missioning», cioè messi fuori servizio. Il compito di verificare la recuperabilità degli Rbmk (e degli altrettanto discussi Vver440) esistenti nell'ex Urss, in Bulgaria e in Cecoslovacchia è affidato alle due Commissioni: «Perfomance Analysis of Old Pressured Water Reactors» e «Extrabudgetary Nuclear Safety Project on Safety of Older Reactors», a cui partecipano i Paesi Cee più Finlandia e Svezia. Questi organismi decideranno, su ciascuno dei reattori incriminati, se modificati o smantellarli. L'alternativa si pone perché gli Stati dell'ex Unione Sovietica non possono permettersi di rinunciare al sostanziale apporto di energia prodotta dai 21 Rbmk in funzione, anche se per questo dovranno rivolgersi alla tecnologia ed ai capitali occidentali. Rendere più sicuri i reattori Rbmk non è semplice per il modo con cui è stata realizzata la composizione del nocciolo (combustibile/moderatore/refrigerante), dove sono presenti contemporaneamente zirconio, acqua e grafite, almeno uno dei quali è di troppo: al primo surriscaldamento acqua e zirconio generano idrogeno, che può incendiarsi ed innescare la combustione della grafite, come è capitato nell'86 a Cernobil. Ciò che si può fare (e si sta facendo) per le centrali in stato ancora accettabile, è farle funzionare a potenza ridotta (circa il 70 per cento) e costruire un efficiente edificio di contenimento, che impedisca la fuoriuscita di radioattività in caso di incidente. Per gli altri, e in verità anche per circa altre 60 centrali in tutto il mondo ormai troppo vecchie, si dovrà procedere al decommissioning. Come si può immaginare, per lo smantellamento di una centrale nucleare esistono problemi dovuti alla radioattività residua del nocciolo. Ad esempio, un reattore da 100 MW elettrici (2500 termici) fermato dopo un anno di funzionamento ha ancora nel nocciolo una radioattività residua di un miliardo di Curie, ridotti dopo dieci anni a 30 milioni; dovrebbero passare centinaia di migliaia d'anni prima di poter maneggiare il combustibile senza troppe precauzioni. Anche le strutture fuori dal reattore vero e proprio ma nel suo edificio (cavi, apparecchiature, tubazioni, ecc.) hanno una radioattività non trascurabile che fa sì che non possano esser ricuperati nè smaltiti a cuor leggero. Il decommissioning è quindi un'operazione che si svolge in due fasi: la prima, a obiettivo intermedio, è la cosiddetta custodia protettiva passiva, consistente per prima cosa nell'allontanamento del combustibile esaurito - quelle centinaia di milioni di Curie di cui si parlava -; segue la rimozione dall'edificio di contenimento di tutti gli oggetti contaminati, lo stoccaggio in forma solida (affogamento in acciaio e cemento) di tutti i rifiuti radioattivi ed infine la messa in conservazione dell'edificio (cioè la chiusura con sigilli e sorveglianza radioprotezionistica) che può durare uno o più decenni. Solo allora si procede alla seconda fase, che è l'obiettivo finale e che consiste nel totale smantellamento della costruzione e nella rimozione dei materiali, operazione che non differisce sostanzialmente dalla demolizione di qualunque altro edificio industriale. Il costo del decommissio ning, non sempre ben definito ma non indifferente, entra nel computo dell'ammortamento dei capitali impegnati nella costruzione di un reattore. Nei reattori di nuova concezione, quelli a sicurezza intrinseca, questa operazione sarà però parzialmente evitata: la costruzione infatti sarà riutilizzata sostituendo, a fine vita, unicamente il reattore vero e proprio. Paolo Volpe Università di Torino


SATELLITI Il gioiello dei radioamatori Itamsat, tutto italiano, sarà lanciato ad agosto
Autore: L_B

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
ORGANIZZAZIONI: ITAMSAT
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 010

ATTORNO alla Terra orbitano migliaia di satelliti: di questi, una quarantina sono stati costruiti dai radioamatori. Fra due mesi alla piccola flotta si unirà Itamsat, il primo satellite amatoriale italiano. Il progetto Itamsat nasce nel 1989, quando i radioamatori italiani prendono contatti con i colleghi americani per sottoscrivere un accordo che consenta l'utilizzo della tecnologia sviluppata dall'Amsat (Amateur satellite corporation), un'organizzazione cui fanno capo i vari team di costruttori di satelliti amatoriali sparsi per il mondo. Nel novembre dell'anno scorso il satellite era pronto per i primi collaudi. Le sue dimensioni sono contenute, requisito necessario per trovare posto su un vettore commerciale, ma Itamsat è una macchina estremamente sofisticata e versatile. E' un cubo di 23 centimetri di lato, pesa appena 11 chili e ha le quattro facce laterali ricoperte di pannelli solari ad alta efficienza, mentre le superfici superiore e inferiore ospitano rispettivamente l'antenna ricevente in VHF, assieme ad altre celle solari, e le quattro antenne trasmittenti UHF (VHF e UHF sono le bande di frequenza utilizzate anche per le trasmissioni televisive). La massima potenza di trasmissione sarà di 4 Watt. Il corpo centrale del satellite è suddiviso in cinque moduli: sotto l'antenna VHF si trova quello che ospita i ricevitori, segue il modulo esperimenti, quello alimentazione e ricarica batterie, il computer e il modulo in cui sono alloggiati i trasmettitori. Questa struttura è una delle caratteristiche più importanti dei satelliti Microsat, alla cui famiglia appartiene Itamsat. Permette infatti di lavorare indipendentemente su ogni parte del satellite e collaudare ciascun modulo separatamente dagli altri, fatto di fondamentale importanza dato che i gruppi che hanno collaborato al progetto sono sparsi in tutta Italia. In questi mesi Itamsat è stato sottoposto a varie prove di qualifica, che vanno dalle verifiche meccaniche ed elettriche ai test di vibrazione, alle prove ambientali che consentono di verificare il suo comportamento in assenza di atmosfera e a temperature estreme. Il satellite, dice l'ingegner Zagni, project mana ger di Itamsat, ha superato brillantemente le qualifiche ufficiali ed è pronto per il lancio. Il lancio è previsto per il 31 agosto dalla base di Kourou nella Guyana francese. Itamsat viaggerà come carico secondario su un razzo «Ariane» e verrà posto in un'orbita eliosincrona a una quota di 800 chilometri. Quando sarà operativo potrà trovare largo impiego anche nella protezione civile e nella telemedicina. (l. b.)


RAZZE MANIPOLATE Un tacchino tutto petto Ma non sa più riprodursi da solo
Autore: STEINMAN FRANCESCA

ARGOMENTI: ZOOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 011

DEI 30 milioni di specie viventi sulla Terra, l'uomo ne ha addomesticate una trentina: sono le specie animali che ci nutrono, ci vestono e ci tengono compagnia. Da quelle trenta specie, nei diecimila anni in cui ha sviluppato l'agricoltura, l'uomo è riuscito a creare circa 4000 razze, che rappresentano la certezza dell'alimentazione, l'equivalente di un bel gruzzoletto in banca per allevatori ed agricoltori, e un grande giro d'affari nel commercio mondiale. L'uomo, come si era imposto di migliorare se stesso, decise di migliorare anche gli animali. La spiegazione datami da un contadino tanti anni fa era stata laconica ma rendeva benissimo l'idea: i primi agricoltori avevano «mischiato» le pecore e le vacche. Non tra loro, beninteso. L'uomo dei monti, «teneva» una mucca che stava benissimo al freddo ma non dava abbastanza latte. L'amico contadino che viveva in pianura «teneva» una mucca che ne produceva molto, ma non resisteva bene alla montagna. Prova e riprova, i due riuscirono ad accoppiare le qualità dell'una e dell'altra in una nuova mucca che resisteva al freddo e faceva anche più latte. Erano nati gli incroci. La selezione più avanzata cominciò nel secolo scorso, in laboratorio, con l'inseminazione artificiale e il trasferimento di embrioni per sviluppare razze altamente produttive: ovini, torelli e mucche forti e calibrati, da carne o da latte o da fibra, resistenti ai climi più diversi o alle malattie. Il passaggio ce lo ha spiegato con dovizia di particolari Keith Hammond, un australiano esperto di genetica animale alla Fao, incaricato di compilare un indice di tutte le razze di animali domestici in pericolo di estinzione, un lavoro che la Fao ha intrapreso dal 1991. La lista comprende attualmente 2048 razze (escluse per il momento le europee), e tra le 806 di cui sono già stati catalogati i dati sulle popolazioni esistenti, ben 166 sono considerate a rischio di estinzione. Dato più che allarmante, visto che rappresentano il 25 per cento delle risorse sviluppate nel corso dei secoli. Abbiamo seguito il tracciato di Hammond nella storia delle risorse genetiche animali. «Inutile tentare di stabilire se sono più importanti le risorse genetiche animali o quelle vegetali - ci dice -. Sono specie complementari l'una all'altra. Gli animali mangiano la vegetazione, ma alla terra restituiscono il nutriente che serve a far crescere altre piante. E il ciclo continua». Gli animali domestici sono essenziali per la sopravvivenza dell'uomo. Contribuiscono globalmente quasi al 30 per cento dell'alimentazione e dell'agricoltura. Nei Paesi in via di sviluppo sono la forza motrice per eccellenza nel lavoro dei campi, spesso l'unico mezzo di trasporto. In molti casi essi rappresentano la ricchezza, il solo conto in banca delle classi rurali. «In un mondo teso a produrre sempre di più per nutrire masse crescenti e sempre più esigenti, si è giunti a esasperare la produzione di razze pregiate, relegando nel dimenticatoio, proprio come avviene per certe piante alimentari, l'alto potenziale agricolo di razze autoctone meno note» , afferma il generale Hartwig de Haen, capo del Dipartimento dell'agricoltura. «Ma è proprio tra queste razze che si nasconde una vastissima gamma di diversità biologica - incalza David Steane, del settore produzione animale -. Guai se questa andasse perduta. Quella stessa diversità degli animali domestici che si è andata sviluppando nel corso di questi diecimila anni è una parte integrante della nostra eredità e dobbiamo tenerla da conto per le generazioni future». Ogni animale, spiega Hammond, porta con sè circa 100 mila geni che lo caratterizzano e che, nel corso della vita produttiva, interagiscono tra loro e l'ambiente che li circonda. Non siamo ancora in grado di risalire artificialmente alla vasta gamma di cambiamenti che avvengono nella componente genetica delle risorse genetiche attualmente a nostra disposizione. Potremmo non essere in grado di farlo neanche tra un secolo. Per questo, prosegue, il costo per mantenere in vita questa diversità biologica è irrilevante se si pensa - tenendo presenti le eventuali potenzialità d'uso future - quanto più oneroso sarebbe dover ricostruire artificialmente una razza per sopperire a uno specifico o a più cambiamenti dell'ambiente in modo efficace e compatibile. Ma come decidere quali sono le razze più importanti? «E possibile fare un quadro delle combinazioni di caratteristiche animali superiori in termini di produzione sostenibile in ciascuno dei maggiori ecosistemi e determinare quale gruppo di razze conservare per meglio assicurare al mondo la diversità animale - spiega Robin Welcomme, a capo del Gruppo di lavoro sull'uso e la conservazione della diversità biologica -. Non esiste però un'unica ricetta per la conservazione. Non basterà mantenere banche del seme o di embrioni. Occorrerà certamente un'entità amministrativa per identificare, catalogare e coordinare questo sforzo globale, ma le attività sul campo saranno altrettanto indispensabili per salvaguardare una razza particolare. Al successo dell'impresa concorreranno fattori quali le politiche nazionali, l'attitudine e la cultura locali e, non da meno, le disponibilità finanziarie». Solo per cominciare, l'indice mondiale per il monitoraggio degli animali domestici e i primi interventi sul campo comporteranno un costo iniziale di venti milioni di dollari per i primi due, tre anni. Proteggere le razze autoctone è indispensabile, perché tale è il bisogno di accrescere la produzione agricola e migliorarla attraverso la selezione che si rischia di chiedere veramente troppo anche agli animali. Tanto che in futuro bisognerà ricorrere al laboratorio per continuare ad assicurare la produzione di alcune razze. E' il caso dei tacchini americani. A forza di farli crescere tutto petto, perché è la parte che rende meglio, essi hanno perso la capacità di riprodursi da soli: il loro futuro sta solo nelle mani dell'uomo, nella riproduzione artificiale. Francesca Steinman


IN BREVE Tre mesi alla carta per degradarsi in terra
ARGOMENTI: ECOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 011

Ci vogliono almeno tre mesi perché un mozzicone di sigaretta senza filtro o un fazzolettino di carta diventino parte integrante del terreno in cui sono stati gettati. Una lattina di alluminio o un sacchetto di plastica, anche se ottenuto mescolando polietilene e amido, richiedono un periodo tra i 10 e i 100 anni. Il polistirolo e le carte telefoniche sono praticamente indistruttibili.


IN BREVE Rispedite all'editore il giornale appena letto
ARGOMENTI: ECOLOGIA, EDITORIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 011

Dall'inizio del mese di luglio, editori, tipografi, distributori tedeschi sono obbligati a riciclare e riutilizzare la carta che producono e distribuiscono. I grandi centri commerciali devono avere punti di raccolta, mentre quotidiani, riviste, perfino cataloghi possono essere ricuperati per posta, spediti al mittente con pagamento a carico dei distributori. L'obiettivo immediato è quello di recuperare almeno la metà della carta utilizzata nell'editoria.


IN BREVE La sindrome del ristorante cinese
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 011

Il glutammato monosodico, spesso usato nei prodotti alimentari cinesi, può produrre una sindrome che si manifesta con un bruciore diffuso, senso di pressione facciale e dolore toracico. Non si tratta di un fenomeno allergico ma di un fenomeno tossico, legato alla dose ingerita: alcune persone hanno una soglia di tolleranza più bassa delle altre.


IN BREVE Aiuto ai subacquei anche da lontano
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 011

Dan Europe, che fa parte della rete internazionale Idan (International Divers Alert Network) fornisce 24 ore su 24 ai subacquei in difficoltà e a chi li assiste consulenza medica e pratica fino all'eventuale trasferimento in camera iperbarica. Tel. 02.66.12.766 oppure numero verde 1678.31.050.


IN BREVE Igiene e vaccino e il tetano sparisce
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 011

I casi di tetano denunciati in Italia nel 1961 erano stati 730. Nell'88, 127. Nei Paesi occidentali l'infezione è stata praticamente debellata dalle migliorate condizioni igieniche e dalle vaccinazioni di massa, ma in tutto il mondo i casi sono ancora almeno un milione l'anno. Chi si ferisce senza essere vaccinato, può avere una protezione immediata (ma limitata nel tempo) con una iniezione di immunoglobuline umane.


FALCO DI PALUDE Poco cibo? Allora basta una moglie Ma nelle annate buone il maschio ne ha anche tre
Autore: INGLISA MARIO

ARGOMENTI: ETOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 011

IL falco di palude (Circus ae ruginosus), uno dei più rari rapaci italiani, è l'incontrastato signore dei canneti delle ultime zone umide. La popolazione italiana ha subito negli ultimi decenni un grave crollo demografico, al punto che la specie è stata inclusa nella «Lista Rossa» degli uccelli in via di estinzione. Le minacce immediate alla sopravvivenza dell'esigua popolazione nidificante (ridotta appena a 40-50 coppie) sono rappresentate dalla bonifica delle residue zone umide, che priva il falco degli ambienti elettivi di nidificazione e di caccia, e dalla persecuzione diretta da parte dell'uomo. L'accanimento con cui la specie è perseguitata trova probabilmente una spiegazione nell'immeritata ed erronea fama di animale «nocivo» in quanto predatore di selvaggina particolarmente ambita dai cacciatori, come lepri, conigli, anatre, fagiani e starne. Il declino delle popolazioni ha anche un'altra causa: i pesticidi di cui si abusa in agricoltura e i metalli pesanti contenuti negli scarichi industriali. L'accumulo e la concentrazione di questi veleni lungo la catena alimentare raggiungono infatti la soglia rischio nell'anello terminale, rappresentato dal predatore, con conseguenze spesso drammatiche non solo per la sopravvivenza dell'individuo, ma anche per la sua possibilità di riprodursi. Il successo riproduttivo viene seriamente compromesso sia a causa della deposizione di un minor numero di uova, per giunta più fragili, sia per il mancato sviluppo degli embrioni. Nel falco di palude questo pericoloso fenomeno rischia di compromettere il delicato equilibrio di una calibrata strategia riproduttiva, risultato di una interessante storia evolutiva del predatore. Il falco di palude, infatti, mostra una duplice strategia riproduttiva potendo formare sia coppie monogame sia gruppi poligamici costituiti da un maschio e due o tre femmine. In quest'ultimo caso, le femmine ricoprono un grado diverso nella scala gerarchica. Le femmine primarie, o alfa, normalmente sono più grandi, in termini di età, più efficienti nella caccia e garantiscono quindi nidiate più produttive. La femmina alfa in genere costruisce il nido nel punto più vicino alla rotta di rientro dalla caccia del maschio. E infatti, il maschio porta più prede alla femmina alfa che alle femmine secondarie. La poligamia sembra essere adottata in anni con ampie disponibilità di cibo e in ambienti ecologicamente «immaturi», come canneti e praterie, in cui la mancanza di alberi e cespugli concentra praticamente tutte le forme di vita sul terreno. In altre parole, la poliginia sembrerebbe associata alla facilità e remuneratività della ricerca di cibo. Ma perché le femmine scelgono di accoppiarsi con uno stesso partner nonostante il rapporto tra i sessi all'interno della popolazione sia di uno a uno? In realtà la maturità sessuale nei maschi è più lenta che nelle femmine (tre anni di età contro appena un anno) e quindi il rapporto fra i sessi all'interno della popolazione riproduttiva è effettivamente squilibrato. Il lento tasso di sviluppo produce differenze di «status» qualitativo tra i maschi della specie, che si traduce in notevoli variazioni di successo nella caccia e nell'allevamento dei piccoli. Solo gli individui più vecchi e quindi più esperti possono garantire un buon successo riproduttivo, perché hanno una maggiore resa nella caccia come numero e dimensione delle prede. Per le femmine giovani, quindi, sembrerebbe comunque più vantaggioso condividere un maschio di alta qualità con una compagna più grande e di grado gerarchico superiore, piuttosto che accoppiarsi con un maschio giovane ma poco efficiente o non riprodursi affatto. Inoltre, anche se una femmina secondaria ha un basso successo riproduttivo iniziale, potrà in seguito beneficiare di una migliore riproduzione in quanto rimane femmina secondaria solo temporaneamente. Considerando l'estrema fedeltà ai siti di nidificazione da parte dei maschi, esiste per la femmina secondaria la concreta possibilità di diventare in futuro una femmina alfa, beneficiando così di maggiori attenzioni e di un successo riproduttivo superiore negli anni seguenti. Il maschio poligamo, dal canto suo, privilegiando la femmina alfa si garantisce la nidiata più produttiva e accoppiandosi con una o due altre femmine secondarie aumenta o addirittura raddoppia il proprio successo riproduttivo. La strategia migliore per un maschio giovane con scarse prestazioni predatorie sembra dunque essere la non riproduzione; l'attesa e l'allenamento alla caccia potranno riservargli in futuro un piccolo «harem» che lo ricompenserà degli insuccessi giovanili. Maria Inglisa


FELCETTA PERSIANA Vita dura, ma senza concorrenti Così è sopravvissuta indenne sulle rocce dell'Appennino
Autore: BASSI SANDRO

ARGOMENTI: BOTANICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 011

TRA le più rare felci della flora italiana un posto particolare spetta a Chei lanthes persica. Il nome, traducibile in «felcetta persiana», si riferisce al baricentro dell'attuale area di distribuzione; le uniche stazioni italiane si trovano nel basso Appennino romagnolo, su quel selvaggio affioramento roccioso noto come «Vena di gesso» che dalla valle del Lamone, nel Faentino, si snoda per quasi 20 chilometri fino ai confini con il Bolognese. Scoperta qui per la prima volta nel 1833 da un farmacista di Imola che però non volle mai rivelare l'esatta ubicazione del sito, Cheilanthes persica venne segnalata quasi cinquant'anni dopo, nel 1881, in una gola ai piedi del monte Tondo. Furono due botanici di Firenze a darne notizia. La loro stazione venne però irrimediabilmente distrutta dalla cava Anic, forse già con i primi insediamenti degli Anni Cinquanta. Nel 1957 venne trovato qualche altro esemplare sulla rupe soprastante, nei pressi di una delle più famose grotte della Vena, la Tana di Re Tiberio, storica meta di esplorazioni speleologiche, archeologiche e botaniche (nel cavernone di ingresso, proprio sotto alle splendide vaschette scavate in epoca preistorica per l'acqua di stillicidio, si trovava un'altra rara felce, Scolopendrium hemioni tis, che aveva qui la sua unica stazione italiana per il versante adriatico). Negli ultimi 40 anni la cava - divenuta la più grande d'Europa per il gesso - ha completamente distrutto la favolosa rupe di Monte Tondo, ma la parete rocciosa dove vegeta C. per sica è stata fortunatamente risparmiata anche se ridotta ad una specie di grottesco torsolo di mela, isolato tra sbancamenti e discariche. Cheilanthes persica c'è dunque ancora. La stazione, considerata estinta nel 1964, è ancora al suo posto. Lo testimoniano due ricercatori, Graziano Rossi dell'Istituto di Botanica dell'Università di Pavia e Fausto Bonafede del Wwf Bologna, che hanno comunicato alla direzione della cava e alle autorità competenti l'avvenuto ritrovamento e chiesto ufficialmente che l'attività estrattiva continui a risparmiare la zona in cui la felce attualmente vegeta. Rossi e Bonafede hanno individuato anche dove C. persica appare relativamente abbondante. La specie resta comunque rara, soprattutto se si tiene conto che le vecchie segnalazioni per l'Algeria sono state recentemente ritenute erronee e che quindi la Vena segna attualmente il limite Ovest dell'areale. Quest'ultimo si estende in maniera discontinua dal Kashmir fino al Mediterraneo attraverso Afghanistan, Iran, Iraq, Anatolia e Crimea; le stazioni europee, puntiformi, si trovano a Creta, nelle isole Egee, sui Balcani e infine sui gessi romagnoli. L'immigrazione in Italia risale quasi certamente a tempi pre-quaternari e in questo senso il gruppo di Monte Mauro- Monte della Volpe va considerato l'unico e ultimo relitto dell'areale italiano occupato nel Terziario. C. persica appare qui legata ad habitat rupestri a copertura vegetale molto ridotta. Le ragioni della sua sopravvivenza fino ai nostri giorni potrebbero anzi risiedere proprio nelle condizioni ambientali estreme a cui la pianta è adattata e grazie alle quali riesce a sfuggire alla concorrenza con altre piante. Sandro Bassi Faenza, Museo di Scienze Naturali


BASSA STATURA Test-choc Falso scandalo per l'ormone sintetico Finora la terapia ha dato ottimi esiti
Autore: BENSO LODOVICO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 012

RECENTEMENTE alcuni quotidiani hanno riportato la notizia che negli Stati Uniti ottanta «bimbi cavia» saranno sottoposti a «test choc» per valutare gli effetti sul loro organismo dell'ormone della crescita «progettato dagli ingegneri genetici», «senza aver altra colpa se non quella di essere di bassa statura», considerata per l'occasione una «malattia». Pur tralasciando questi toni scandalistici, la sperimentazione pone alcuni problemi non solo medici ma bioetici e sociali. Per questa ragione si cercherà di descriverla nel suo reale contesto per chiarire successivamente i problemi che ne conseguono. Tra le numerose malattie che possono essere causa di bassa statura vi è il difetto di ormone della crescita. In questi casi la somministrazione prolungata dell'ormone mancante provoca un netto miglioramento, consentendo di raggiungere una statura soddisfacente. Questo ormone (rGH biosintetico) viene prodotto con tecniche di ingegneria genetica, è molto costoso ma ampiamente disponibile e, allo stato attuale delle conoscenze, sicuro. Dati i buoni risultati di questa terapia, i ricercatori di tutto il mondo si sono chiesti se l'ormone biosintetico avesse analoga efficacia sui soggetti nei quali la bassa statura non dipende da cause patologiche. Per quanto possa sembrare strano, non esistono ancora studi controllati, prolungati nel tempo fino al termine della crescita e su un campione sufficiente, che forniscano dati certi sull'efficacia o meno di questo trattamento nei soggetti sani con bassa statura. Molte ricerche, in corso da anni, stanno avviandosi alla conclusione e lo studio americano, anche se metodologicamente corretto, sembra partire in ritardo. Da quanto si deduce dai titoli di alcuni articoli è probabile che, per ragioni burocratiche, non potendosi sperimentare farmaci su soggetti sani, la bassa statura sia stata dichiarata di per se stessa malattia al fine di consentire lo studio, che comunque avviene su volontari chiaramente informati, che hanno dato il loro consenso e sono ben felici di avere la possibilità di migliorare la propria statura. Sulla liceità di questo modo di procedere sorgono tuttavia numerosi dubbi. Ci si chiede innanzitutto se sia accettabile modificare farmacologicamente (ammesso che il trattamento sia efficace) una caratteristica somatica. E' un caso analogo a quello della chirurgia plastica. Essa potrebbe essere lecita quando l'intervento serve a migliorare un grave stato di disagio fisico o psicosociale. Altrettanto potrebbe valere per quella che attualmente può essere chiamata «endocrinologia plastica» . Ci si chiede quindi se questo sia il caso della bassa statura, e soprattutto se la bassa statura di per sè, indipendentemente dalla causa, possa venir considerata una malattia. E' difficile rispondere a queste domande, ma è certo che una statura bassa rappresenta in realtà un problema psicosociale e fisico. Il senso di inferiorità conseguente alla bassa statura comporta spesso una reale sofferenza con angoscia e introversione e induce talvolta comportamenti reattivi pericolosi (temerarietà: per esempio il culto della velocità). E' peraltro evidente che il mito dell'«altismo», visto come caratteristica superpositiva, e causa di questo grave disagio, è socialmente indotto e sostenuto dalla «cultura» attuale (l'eroe, il detective, il protagonista, l'attore sono quasi sempre alti, e quando sono bassi la cosa viene fatta notare). A questo condizionamento contribuiscono pesantemente i mass media. Quando Rui Barros giocava nella Juventus, chi scrive non ricorda un solo articolo su questo giocatore nel quale si evitassero commenti più o meno spiritosi sulla sua bassa statura. La questione però non è tanto chiedersi «se sia lecito trasformare un problema sociale in una patologia medica» o se sia lecito «modificare le caratteristiche fisiche solo perché oggetto di ostracismo», quanto valutare l'effettiva gravità del disagio di queste persone. E' chiaro - e questa è anche l'opinione della Società Italiana di Auxologia - che è molto meglio migliorare il disagio delle persone con bassa statura di media o lieve entità modificando i modelli sociali di «altismo» piuttosto che trattare i bassi sani con l'ormone della crescita, il che comporta anche costi molto elevati. Questa è la linea che si dovrebbe perseguire, ma potrà dare risultati in tempi lenti e non risolverà i problemi di coloro che hanno una statura particolarmente bassa. Lodovico Benso Università di Torino


DISTURBI DELL'ALIMENTAZIONE M'abboffo per rabbia Contro i valori del proprio mondo
Autore: OLIVERIO FERRARIS ANNA

ARGOMENTI: PSICOLOGIA, ALIMENTAZIONE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 012

NON è proprio la malattia delle principesse, anche se Diana d'Inghilterra e Sissi d'Austria ne incarnano tutti gli aspetti. Anche molte ragazzine della porta accanto ne soffrono: vittime di attacchi improvvisi di fame, vomitano subito dopo aver mangiato, per non perdere la linea. Questa è la buli mia a peso normale per distinguerla dalla forma classica di bulimia che, non accompagnata dal vomito, porta all'obesità. La bulimia di Diana assomiglia per alcuni aspetti all'anoressia nervosa: un diverso disturbo dell'alimentazione, di cui fu vittima un secolo fa l'imperatrice Sissi d'Austria che, ossessionata dalla magrezza, si impose per tutta la vita digiuni, diete rigorosissime ed esercizi fisici estenuanti. Secondo l'interpretazione che ne hanno dato le psicanaliste Ginette Raimbault e Caroline Eliacheff (in Le Indomabili, Leonardo '89), per la moglie di Francesco Giuseppe il digiuno era un sostituto della parola: imbrigliata nei riti della vita di corte, prigioniera del potere assoluto della suocera, sostenitrice di una politica verso l'Ungheria opposta a quella del marito, Elisabetta d'Austria avrebbe espresso col rifiuto del cibo ciò che non poteva dire a parole: il suo disaccordo e il suo distacco. Al tempo stesso, imponendosi la fame, Sissi parodiava la sua mancanza di potere e di indipendenza nei confronti del marito e della corte. L'anoressia è sempre esistita. Nel passato però colpiva poche donne, mentre oggi è assai più diffusa. Come sottolinea Richard Gordon nel suo saggio Anoressia e bulimia (R. Cortina '91) è a partire dagli Anni Settanta che nei Paesi occidentali si sono diffusi i disturbi dell'alimentazione di origine nervosa. Molto più di un tempo le adolescenti e le post-adolescenti sono oggi colpite da forme più o meno gravi di anoressia e bulimia, tanto che lo psicologo americano parla di un disturbo etnico vale a dire di una vera e propria malattia sociale, proprio come lo era, sul finire del secolo scorso, l'isteria, di cui ebbe modo di interessarsi Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi. Nell'Ottocento l'isteria era anche una reazione allo stato di dipendenza e di passività imposti alle donne da una società repressiva e puritana. Attraverso il corpo l'isterica esprimeva quel disagio che non sapeva o non poteva esprimere altrimenti, al tempo stesso otteneva dei van taggi secondari: quello di sottrarsi a una serie di obblighi che sentiva come un pesante fardello e quello di acquisire un certo grado di potere grazie alla tirannia che riusciva a esercitare sulla famiglia e sui medici che cercavano di curarla. Una realtà psicologica complessa, caratterizzata da tanti diversi aspetti e sfumature individuali e sociali. Alla radice di questo disturbo c'era la difficoltà, per alcune donne, di darsi una identità in una società che indicava per loro dei ruoli rigidi e una scarsissima libertà di movimento e di scelta. Come l'isteria, anche l'anoressia e la bulimia sono disturbi socialmente strutturati, l'espressione della mancanza di potere della donna e una maniera «alla moda» di acquisire unicità tramite la devianza. I disturbi dell'alimentazione sarebbero dunque la nuova modalità nelle donne per esprimere il disagio. Il femminismo, l'industrialesimo, la libertà sessuale, hanno liberato la donna dall'isteria ottocentesca. Le regole esplicite presenti nelle società occidentali sanciscono una parità tra uomo e donna che l'Ottocento non conosceva, cosicché oggi una donna è più libera di un tempo. Nei fatti, però, si scopre che molte giovani oggi sono imbrigliate in un reticolo di regole implicite, tra cui quella di dover essere attraenti, magre e «alla moda», cioè di aderire a uno stereotipo imposto dai media. Essere magre significa adeguarsi a un modello imposto dalla pubblicità, cosicché il controllo narcisistico del proprio corpo finisce per divenire un obiettivo dominante, una possibilità di controllare una realtà delimitata nell'impossibilità di controllarne una più vasta oppure più nascosta, come potrebbe essere una conflittualità familiare o il timore della sessualità, in un'epoca in cui tra l'altro essa viene posta a rischio dai pericoli dell'Aids. In questo senso l'anoressia nervosa, così come la «bulimia a peso normale» che abbiamo imparato a conoscere attraverso Diana, possono rappresentare una sorta di luogo simbolico della difficoltà di trovare una identità soddisfacente e una sufficiente fiducia in se stessi e anche un segno di ribellione individuale ai valori e agli atteggiamenti del contesto in cui si vive. A volte, infine, il disturbo alimentare assume addirittura il carattere di una parodia ostile e intimidatoria, come se l'anoressica dicesse al mondo: «Tu vuoi che io sia magra, ebbene ti mostrerò che cosa è la magrezza!» . Proprio come le convulsioni delle isteriche sono una sorta di parodia delle immagini ottocentesche della sessualità (Charcot le chiamava les attitudes passionelles) così nel corpo scheletrico dell'anoressica si può anche scorgere una critica implicita all'assurdità per l'ossessione culturale per la forma fisica, un'ossessione che nasconde altri vuoti, altre carenze... Anna Oliverio Ferraris Università di Roma


REALTA' VIRTUALE La paralisi analizzata con un casco
Autore: INFANTE CARLO

ARGOMENTI: TECNOLOGIA, ELETTRONICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 012

ALLA domanda «A cosa servono le realtà virtuali?» non è facile rispondere, anche perché la tecnologia è ancora all'anno zero del suo sviluppo. In questo momento è in atto una transizione dalla fase di pura sperimentazione a una più orientata. Ed è qui che si attende l'entrata in gioco delle grandi società della elettronica applicata. Indicativo è il fatto che la Thompson abbia recentemente rilevato la Vpl, la piccola società (nel frattempo fallita) di Jaron Lanier, che per prima lanciò sui mercati casco stereoscopico e «dataglove». Tra le applicazioni di queste nuove tecnologie, ci sono anche training specializzati per chirurghi e terapie riabilitative. In quest'ultima direzione stanno andando esperienze cliniche recentemente presentate a Milano. Le realtà virtuali, attraverso la simulazione di contesti in cui agire e muoversi, sono state utilizzate per la diagnosi e la riabilitazione dei disturbi neuropsicologici presso l'ospedale di Passirana di Rho, nel dipartimento di medicina riabilitativa diretto dal professore Mario Raineri e il Centro universitario sclerosi multipla della Fondazione Don Gnocchi di Milano diretto da Carlo Cazzullo. Il Progetto a Passirana di Rho, coordinato da Domenico Venanzi, ha raggiunto dopo diversi mesi una propria configurazione con l'applicazione del sistema Virtuality Sd1000 dell'inglese Windustries in un programma che prova l'attitudine del paziente alla guida di un'autovettura. Indossato il casco stereoscopico, il paziente s'immerge nella visione «in soggettiva» dal posto di guida di un'automobile che non esiste e che simula un tragitto di pochi minuti su di un tratto stradale urbano con cartelli e segnali, stop, divieti di sorpasso e semafori. Il computer analizza, in questo caso, i tempi di reazione, la coordinazione psicomotoria e la percezione stradale, calcolando gli errori effettuati. Oltre che all'ospedale di Rho l'esperienza clinica con le realtà virtuali ha trovato un suo sviluppo anche presso l'Irccs S. Maria Nascente - Fondazione Don Gnocchi di Milano in un laboratorio condotto da Laura Mendozzi e Luigi Pugnetti, che in primo luogo hanno posto le necessità di valutare con più affidabilità il significato delle alterazioni dei test psicometrici. Le realtà virtuali, secondo i due ricercatori, aumentano le possibilità di analisi dei deficit cognitivi più complessi. Da un anno l'equipe opera per lo sviluppo di software per sistemi virtuali parallelamente all'individuazione dei metodi di valutazione e monitoraggio delle espressioni neurofisiologiche dei soggetti in «immersione» stereoscopica. «Il nostro obiettivo - dicono Mendozzi e Pugnetti - è dotare il mondo virtuale dei complementi necessari a renderlo in breve uno strumento di conoscenza e, in un tempo successivo, anche uno strumento riabilitativo». Su «Business week» di alcuni mesi fa si constatava che in base ad alcune esperienze realizzate negli Stati Uniti le realtà virtuali hanno creato l'opportunità di una sperimentazione clinica in cui il soggetto cerebroleso veniva sollecitato a reagire di fronte a informazioni sensoriali più che visive: simulazioni di ambienti, scenari generati da un computer in cui, grazie alla stereoscopia, è possibile immergersi. Con il «casco» è infatti possibile vedere ambienti virtuali dal di dentro, con l'illusione forte di abitarli. La pura visione si traduce quindi in esperienza diretta, dato che lo scenario in cui ci si ritrova può trasformarsi, secondo il nostro punto di vista, in movimento, grazie a sensori inseriti nel casco e ad altre soluzioni interattive come il «dataglove». Myron Krueger, il pioniere americano di questa ricerca, ha fatto esperienze molto indicative con pazienti paralizzati che, sottoposti a test di navigazione in scenari artificiali, reagivano in modo sorprendente utilizzando gli arti lesi. Il primo aspetto importante di qualsiasi riabilitazione è dettato proprio dalla predisposizione motoria all'allenamento per il recupero della funzionalità dell'arto. In parallelo c'è l'esigenza di capire quali siano i meccanismi fisiologici e mentali che sottendono le funzioni deficitarie nel soggetto cerebroleso. Carlo Infante


IL SEGRETO DEI GIAPPONESI Tè verde e soia, campi cent'anni Conclusioni identiche di laboratori diversi
Autore: MORETTI MARCO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, ALIMENTAZIONE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 012

IL Giappone batte ogni record di longevità vantando 4152 centenari: 3300 donne e 852 uomini. E Shigechi Yoizumi, morto nel 1986 a 120 anni e 9 mesi, è stato (ufficialmente) l'uomo vissuto più a lungo sulla Terra. Le cause di un così invidiabile primato appaiono un poco più chiare in seguito a diverse ricerche, di Università e centri di studio sul cancro, mirate su alcuni cibi tipici dell'alimentazione nipponica. I giapponesi bevono quotidianamente té verde dall'VIII secolo d.C., quando la pianta su cui cresce la foglia aromatica fu introdotta dalla Cina. E bere il matcha (uno speciale tipo di té verde) è associato da secoli al cha-no-yu, una famosa cerimonia articolata in un complesso susseguirsi di rituali. Secondo il dottor Katsuniko, del Centro di lotta contro il cancro di Aichi, la sostanza amara presente nel té verde (Epigallocatechin gallate) avrebbe la proprietà di rafforzare il sistema immunitario, agendo da antidoto naturale per malattie come la leucemia e l'Aids. Un'indagine epidemiologica condotta dal medesimo istituto nella provincia di Shizuoka, dove si beve té verde più concentrato che nel resto del Giappone, ha rilevato un'incidenza di tumori allo stomaco nettamente inferiore al resto del Paese. Le ricerche condotte da questo centro, ma anche nell'Università Nihon e nella facoltà di Economia manageriale dell'Università di Tokyo, sono giunte alla conclusione che le foglie di té verde sono un'autentica panacea: riducono la tensione arteriosa; abbassano il tasso di colesterolo nel sangue; hanno funzioni diuretiche; contrastano infezioni, diabete e carie dentali. Queste proprietà verrebbero però drasticamente ridotte nel caso di una lunga infusione, perché svanirebbero le vitamine A ed E contenute nelle foglie e si ridurrebbero della metà il calcio, il ferro e la vitamina C. La massima efficacia si avrebbe mangiando le foglie: ci crede la società Yamaei, che dall'ottobre 1992 ha messo in commercio in Giappone un té verde in polvere solubile. Anche la soia è un alimento interessante: le donne che ne mangiano hanno il 60 per cento di possibilità in meno di sviluppare un tumore al seno. A questa conclusione è giunto uno studio comparato della Cambridge University di Singapore e dell'Agenzia per la Ricerca contro il cancro di Lione, mettendo a confronto la dieta di 200 donne cinesi colpite dal cancro al seno, con quella di altre 420 donne cinesi senza questo problema. La ricerca, durata cinque anni, è stata condotta su donne di età compresa fra i 24 e gli 88 anni. Le proteine contenute nella salsa di soia, nel tofu e nei fagioli di soia, sono ricche di fitoestrogeni (estrogeni di origine vegetale) che, secondo questa ricerca, funzionerebbero come antidoti per estrogeni umani, gli ormoni femminili a cui s'addebita lo sviluppo di alcune forme di tumore al seno. Secondo il dottor Nicholas Day della Cambridge University, i risultati di questa ricerca sono anche confermati dalla bassa incidenza di questa malattia in Paesi come Cina, Corea e Giappone, dove la soia e i suoi derivati sono ingredienti base dell'alimentazione quotidiana. Marco Moretti


ANTITUMORALE Taxolo in copia Speranze nella semisintesi di una sostanza estratta dalle foglie di un altro tasso, assai meno raro
Autore: LOMAGNO PIERANGELO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, BOTANICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 012

UN'INDUSTRIA farmaceutica italiana con una lunga tradizione nel campo dell'estrazione dei farmaci di origine vegetale, è riuscita a trovare un metodo per preparare in grandi quantità il Taxolo, uno dei più promettenti farmaci antitumorali, che però è difficilissimo da reperire. Si estrae infatti esclusivamente dalla corteccia del Taxus brevifolia, una pianta rara e protetta, che cresce lungo le coste occidentali degli Stati Uniti. Da anni diversi laboratori studiano un modo per preparare sinteticamente questa sostanza, e non è ben chiaro se il traguardo sia vicino, tanto è complessa la struttura di questa molecola. Date queste premesse, è chiaro che la nuova modalità di preparazione sta suscitando grande interesse e forti speranze. Si tratta di una semisintesi che parte da un precursore, la 10-desacetil baccatina, sostanza estraibile dalle foglie di un'altra specie di tasso, il Taxus baccata, ampiamente diffusa in Europa e Asia. Poiché la raccolta delle foglie, se effettuata razionalmente, non danneggia assolutamente gli alberi, si può disporre di una vasta e rinnovabile fonte di Taxolo, rendendo così possibile la sua utilizzazione pratica in terapia. E' già stato raggiunto un accordo tra la ditta italiana e la multinazionale farmaceutica che per prima aveva sperimentato questa sostanza. Molto probabilmente, tra breve tempo, questa nuova arma contro il cancro sarà a disposizione di tutti i medici. Pierangelo Lomagno




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