TUTTOSCIENZE 9 giugno 93


CHI SA RISPONDERE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 092

Perché i computer e gli apparecchi per l' informatica in genere sono bianchi? Augusto Mairano Perché il latte portato a ebollizzione forma sulla superficie quella caratteristica «pellicola» ? Lucia Borsotti Come fanno alcune persone a «soffocare» lo sternuto? E una simile procedura può essere pericolosa? Gianluca Marocco


A CONVEGNO IN ITALIA 400 ASTRONOMI Comete, pianetini e dintorni Scoperta: il caos regna sul sistema solare
Autore: BIANUCCI PIERO

ARGOMENTI: ASTRONOMIA, RICERCA SCIENTIFICA, CONGRESSO
NOMI: SHOEMAKER EUGENE
ORGANIZZAZIONI: UNIONE ASTRONOMICA INTERNAZIONALE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 089

COMETE, asteroidi, satelliti, meteore. Li chiamano «corpi minori», ma l' aggettivo potrebbe trarre in inganno. In realtà sono oggetti celesti di grande interesse. Da un punto di vista strettamente scientifico questi «corpi minori» sono essenziali per comprendere le origini del sistema solare e forse anche della vita sulla Terra. Da un punto di vista pratico sono ancora più importanti perché talvolta asteroidi e comete incrociano l' orbita del nostro pianeta e una collisione non può essere esclusa, come del resto indicano numerose testimonianze geologiche. A Belgirate, dal 14 al 18 giugno, 400 ricercatori aderenti all' Unione Astronomica Internazionale e provenienti da 40 Paesi si scambieranno i dati più recenti sui «corpi minori» del sistema solare. Tra i nomi più illustri, Whipple (il padre della teoria sulle comete come «palle di neve sporca» ), Shoemaker (il maggiore studioso di crateri da impatto), Wetherill e Safronov (i principali esperti sull' origine del sistema planetario). E' la prima volta che l' incontro si svolge in Italia e il peso dell' organizzazione, con l' aiuto della Regione Piemonte, è stato sostenuto dall' Osservatorio di Torino. I progressi nelle conoscenze su comete e asteroidi negli ultimi dieci anni sono stati enormi. Hanno fatto di più sonde spaziali come «Giotto» e «Galileo» in poche ore di osservazione ravvicinata che decenni di pazienti studi al telescopio. Fino a due anni fa nessuno aveva mai visto un asteroide se non come una minuscola traccia luminosa su una lastra fotografica in mezzo ai puntini delle stelle. Oggi abbiamo numerose immagini del pianetino Gaspra inviateci dalla navicella «Galileo» e immagini di Toutatis ottenute con radiotelescopi. «Galileo» in agosto arricchirà la collezione con le immagini di Ida, un altro pianetino che incontrerà nel suo viaggio verso Giove. Lo stesso discorso vale per le comete. Fino al 1986 gli astronomi potevano soltanto fare ipotesi sulla loro struttura e sul loro aspetto. Poi «Giotto» ci ha trasmesso migliaia di fotografie della cometa di Halley e, l' estate scorsa, ha raccolto dati (non immagini) su un' altra cometa, la Grigg Skjellerup. La recentissima scoperta di pianetini o di grossi nuclei cometari al di là dell' orbita di Plutone ha poi portato le prime prove dell' esistenza della «cintura di Kuiper», un gruppo di corpi minori di cui Kuiper ha supposto l' esistenza alla periferia del sistema solare. Ancora: la Luna era l' unico satellite di cui avevamo informazioni precise. Le esplorazioni planetarie degli Anni 70 e 80 hanno arricchito l' atlante del sistema solare con le mappe di decine di satelliti di Giove, Saturno, Urano e Nettuno, aprendo la via a utili studi comparativi. Infine, forti progressi si sono compiuti nella scoperta di nuovi pianetini: quelli schedati sono ormai seimila. Non mancheranno temi di stretta attualità ai 400 ricercatori che si ritroveranno in riva al Lago Maggiore. L' ultimo lo ha offerto la cometa Shoemaker Levy, che il 24 marzo, avvicinatasi troppo a Giove, si è frantumata in 17 pezzi formando una specie di collana intorno al pianeta gigante. Il nome della cometa è quello degli scopritori, Carolyn Shoemaker, moglie del già ricordato Eugene Shoemaker, e David Levy, un astronomo dilettante di Tucson (Arizona). Infine, gli asteroidi offrono un interessante campo di ricerca sulla caoticità delle orbite nel sistema solare. Molti pianetini che occupano orbite tra loro vicine si influenzano reciprocamente, talvolta urtandosi in modo più o meno distruttivo. Anche la «risonanza» con i periodi orbitali di Giove e di Marte entra in questo complicato gioco gravitazionale. Può così accadere che alcuni pianetini di tanto in tanto vengano lanciati su orbite insolite e imprevedibili. E' in questo modo che vengono continuamente rifornite le famiglie di pianetini che si avvicinano alla Terra o addirittura incrociano le orbite di Venere e di Mercurio. Che il sistema planetario sia instabile è una delle acquisizioni più suggestive degli studi sul caos. Lo hanno confermato Gerald Sussman e Jack Wisdom servendosi di un supercomputer al Mit, negli Stati Uniti. Un sistema fisico è caotico quando la sua evoluzione è così sensibile a minime variazioni della condizione iniziale da risultare a lungo termine del tutto imprevedibile. La legge di New ton si può applicare con rigore solo a due corpi isolati nello spazio. Quando i corpi sono tre, esistono soluzioni particolari, trovate da Lagrange. Ma con un numero maggiore di corpi il caos è inevitabile. Sussman e Wisdom hanno dimostrato che basta l' imprecisione di un millimetro nello stabilire la posizione di Marte perché dopo 100 milioni di anni si accumuli un errore di un milione di chilometri nella previsione del punto in cui dovrebbe trovarsi Plutone. Il calcolo non è stato facile. «Toolkit», la macchina usata dai due ricercatori, potente come una dozzina di supercomputer «Cray 1» messi insieme, ha dovuto lavorare 40 giorni di seguito per calcolare il moto dei nove pianeti maggiori nell' arco di 100 milioni di anni. Per fortuna risulta che mutamenti catastrofici delle loro orbite sono possibili soltanto dopo mille miliardi di anni, un tempo 60 volte più lungo dell' età attuale dell' universo. Piero Bianucci


I KILLER DELLO SPAZIO Il vero rischio asteroide Statisticamente il pericolo non è trascurabile ma negli Stati Uniti gli «orfani» delle guerre stellari tendono a drammatizzarlo troppo
Autore: FARINELLA PAOLO

ARGOMENTI: ASTRONOMIA, RICERCA SCIENTIFICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 089. Rischio di collisione con la Terra

NEGLI ultimi tempi si è spesso parlato della possibilità che l' impatto contro la Terra di un asteroide o di una cometa possa provocare una catastrofe tale da spazzar via la civiltà umana, proprio come 65 milioni di anni fa capitò ai poveri dinosauri. Le ultime occasioni sono state l' incontro ravvicinato con la Terra del piccolo asteroide Toutatis ( «ravvicinato» in termini astronomici: l' asteroide in realtà non è neppure penetrato all' interno dell' orbita della Luna) e la riscoperta della cometa Swift Tuttle, che inizialmente aveva fatto ipotizzare una possibile collisione con la Terra nel ventiduesimo secolo (con una probabilità non superiore a uno su 10. 000] ). In realtà, negli ultimi mesi una determinazione più accurata delle loro orbite ha portato a escludere che questi due corpi rappresentino un pericolo per il nostro pianeta, almeno per diversi millenni a venire. Negli Stati Uniti, tuttavia, il pericolo degli impatti è stato prontamente enfatizzato dalla lobby scientifico militare che proviene dall' esperienza delle star wars reaganiane, e che dopo la fine della guerra fredda è alla ricerca di nuove «minacce» che le permettano di conservare posti di lavoro e finanziamenti. Come stanno le cose nella realtà ? E' certo che effettivamente asteroidi e comete collidono di tanto in tanto con il nostro pianeta, e anche che questi impatti possono causare catastrofi come quella che annichilì i dinosauri o quella che su scala minore nel 1908 distrusse 2000 chilometri quadrati di taigà siberiana. Per avere una catastrofe globale, capace di alterare il clima, distruggere la fascia di ozono e provocare diffusissimi incendi, occorre un proiettile celeste di diversi chilometri; effetti più limitati, paragonabili a quelli di un' esplosione termonucleare (ma senza inquinamento radioattivo) sono invece da attendersi nel caso della caduta di un grosso meteorite, di una cinquantina di metri di diametro. Queste catastrofi però sono molto rare. Sebbene si tratti di eventi casuali, che non avvengono a intervalli regolari, statisticamente gli astronomi conoscono in modo affidabile la loro frequenza: il primo tipo di impatto avviene in media ogni parecchi milioni di anni; il secondo ogni qualche secolo, ma solo in un caso su cento l' esplosione può interessare una regione densamente popolata. Per valutare il rischio associato a questi eventi rari ma catastrofici si può usare la tecnica applicata dalle compagnie di assicurazione per fissare i premi relativi a uragani, terremoti, eruzioni vulcaniche: si moltiplica la probabilità dell' evento per il numero atteso di vittime. In questo modo, si può stimare che il pericolo dovuto ad asteroidi e comete corrisponda a un numero medio di vittime pari a qualche centinaio all' anno. Non è una cifra trascurabile: gli «allarmisti» sottolineano che gli incidenti aerei uccidono ogni anno un numero comparabile di persone. D' altra parte, soltanto in Italia gli incidenti stradali o la criminalità causano ogni anno circa 20 volte più morti, e per il fumo delle sigarette il rapporto sale a circa 100. Prendendo in considerazione l' intero pianeta, sono decine e decine le malattie «rare» che ogni anno uccidono almeno un centinaio di persone; non sono poche neppure quelle facilmente curabili o prevenibili con un limitato impiego di mezzi che causano ogni anno lo stesso numero di morti che potrebbe provocare (ogni cento secoli] ) l' impatto di un grosso meteorite su una città. Analoghe considerazioni si possono fare per le carestie, le guerre «dimenticate», le continue catastrofi naturali e ambientali. Si può fare qualcosa per ridurre o eliminare il pericolo dell' impatto? Almeno per gli impatti più catastrofici, quelli con effetti globali, c' è una risposta molto semplice: occorre far lavorare gli astronomi] Oggi solo 5 su cento degli asteroidi e comete più grandi di 1 chilometro che intersecano l' orbita della Terra (alcune migliaia) sono conosciuti e catalogati. Basterebbe dedicare a questa ricerca qualche decina di ricercatori a tempo pieno e alcuni telescopi di dimensioni medie (magari sottraendoli ai militari russi e americani, che finora li hanno usati per spiare a vicenda i rispettivi satelliti), perché in pochi decenni quasi tutti gli oggetti «pericolosi» esistenti venissero scoperti, e la loro orbita determinata in modo sufficientemente preciso da poter prevedere un eventuale impatto con largo anticipo. L' investimento necessario per questa ricerca non supera lo 0, 1 per cento di quello richiesto dalla stazione spaziale Freedom o da un grande acceleratore di particelle; e dal punto di vista puramente scientifico le conoscenze sull' origine e l' evoluzione del sistema solare ne trarrebbero grande vantaggio. Molti ricercatori concordano invece sul fatto che non sia opportuno cominciare sin d' ora a lavorare a progetti per la distruzione o la deviazione di un eventuale proiettile celeste pericoloso. I militari americani stanno già discutendo sul possibile utilizzo di sistemi d' arma che vanno dai missili miniaturizzati sviluppati nell' ambito delle guerre stellari per colpire i corpi fino ai 100 metri di diametro che peraltro sarebbe difficilissimo scoprire in tempo, dato che si tratta di milioni di oggetti di debolissima luminosità e l' esplosione di potenti testate termonucleari contro i corpi più grandi. Tutto ciò richiederebbe spese ingenti, che resterebbero sotto il controllo dei militari e che non sembra il caso di sottrarre agli altri problemi più gravi e urgenti, ponendo anche delicati problemi di diritto internazionale e di controllo degli armamenti. Soprattutto, c' è il rischio di diffondere nell' opinione pubblica un' idea non vera: quella che i disastri più temibili siano causati dalla natura piuttosto che dall' imprevidenza e dalla cupidigia umana, e che per evitarli il modo migliore sia affidarsi ai laboratori militari delle grandi potenze. Paolo Farinella Università di Pisa


BATTESIMO SPAZIALE Ora il Piemonte è anche in cielo
Autore: P_B

ARGOMENTI: ASTRONOMIA, RICERCA SCIENTIFICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 089. Pianeta chiamato Piemonte

UN pianetino si chiamerà «Piemonte». E' in orbita tra Marte e Giove, ha un diametro di una trentina di chilometri e lo ha scoperto il 18 gennaio 1982 l' astronomo americano Ted Bowell, gran cacciatore di asteroidi. Il battesimo sarà ufficiale tra qualche settimana, si attende soltanto la circolare del «Bureau Minor Planet», il centro di Cambridge (Massachusetts, Usa) che ha il compito di stabilire la nomenclatura di questi corpi celesti. L' annuncio è stato dato lunedì mattina da Vincenzo Zappalà, dell' Osservatorio astronomico di Torino, presentando il simposio internazionale sui «corpi minori» del sistema solare che si svolgerà a Belgirate dal 14 al 18 giugno. La dedica al Piemonte di questo pianetino non è da interpretare in chiave... «Lega Nord» Vuole invece sottolineare l' eccezionalità del convegno e rendere omaggio alla Regione che lo ospita. Che dire del «Piemonte» spaziale? Alla conferenza stampa di presentazione del simposio è stata proiettata una diapositiva in negativo. Nell' immagine si vedono migliaia di puntini neri: sono stelle lontanissime. E si vede anche una debole galassia. Ma l' attenzione è attratta da una traccia allungata vicino al centro dell' immagine. E' lui, l' asteroide «Piemonte», fino a ieri noto con l' arido numero d' ordine 5162. In media la sua distanza dal Sole è di 450 milioni di chilometri (tre volte quella Terra Sole), l' orbita è quasi circolare, la massa circa 50 milioni di tonnellate. Bowell lo ha stanato con un telescopio del «Lowell Observatory» di Flagstaff, in Arizona, lo stesso dove nel 1930 fu scoperto il pianeta Plutone. Il Piemonte è la sola regione italiana ad essere immortalata nel cielo. Ci sono, invece, delle città. Per esempio «Interamnia» è un pianetino (mica tanto: ha un diametro di 350 chilometri) che trae il nome dall' antica denominazione di Teramo, in Abruzzo. Ciò si spiega con il fatto che Interamnia (dal latino, «tra i due fiumi» ) fu scoperto da Vincenzo Cerulli con il telescopio di Colluriania, alla periferia della cittadina abruzzese. Ma anche l' onore concesso al Piemonte è ben meritato. Non solo Torino ha un Osservatorio all ' avanguardia nel mondo per gli studi sugli asteroidi, ma grazie all' Alenia è anche la capitale dell' industria spaziale italiana. I nomi dei primi asteroidi furono tratti dalla mitologia. Poi, via via che le scoperte si moltiplicavano, si è passati anche a nomi geografici, di astronomi, di personaggi famosi in vari campi culturali. Lo scopritore ha il diritto di proporre il nome del nuovo pianetino, purché non sia il nome di un uomo politico. C' è anche un pianetino di nome Italia, scoperto nel 1901. (p. b. )


CITTA' IPOGEE Sotterriamo l' arte Verso musei come catacombe
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: URBANISTICA, TECNOLOGIA, PROGETTO, ARTE
NOMI: DE SIMONE FERNANDO, RAGGHIANTI CARLO LUDOVICO
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 090

LO smog, i vandali, ora le bombe minacciano statue e dipinti esposti sulle piazze d' Italia e in palazzi musei inadatti. E allora? «All' aperto lasciamo solo copie» dicono alcuni, autorevoli (tra cui Federico Zeri). «Ma le copie del Marco Aurelio a Roma, dei cavalli di San Marco a Venezia, del Perseo del Cellini in piazza della Signoria a Firenze non sono la stessa cosa degli originali» ribattono i «puristi». «Oggi non è più possibile lasciare le opere d' arte dove gli autori, i committenti, le vicende della storia le hanno collocate; sarebbero destinate a sicura distruzione » tagliano corto i «conservatoristi». Dunque? «Dunque mettiamole sotto terra» dice Fernando De Simone, architetto, origini pugliesi e padovano di adozione, allievo di Carlo Ludovico Ragghianti all' Università internazionale dell' arte di Firenze. Non è una stravaganza. Ormai va prevalendo fra tecnici e studiosi l' orientamento a sostituire con copie i monumenti all' aperto e portare gli originali al sicuro. Ma dove? Dopo l' attentato nel cuore del centro monumentale di Firenze persino Palazzo Pitti ha mostrato drammaticamente la sua vulnerabilità. La tecnologia consente oggi di ricavare nel sottosuolo grandi spazi e di crearvi condizioni ambientali ideali per le opere d' arte (assenza di vibrazioni, temperatura e umidità più stabili che in superficie, illuminazione non influenzata dalla luce esterna) e accettabili per i visitatori. La via del sottosuolo sembra essere quasi obbligata per risolvere alcuni dei problemi del 2000 e oltre. Per esempio l' intasamento delle città. A Sydney è stato inaugurato da pochi mesi un tunnel di due chilometri e 300 metri sotto il mare per sostituire il vecchio Harbour Bridge; vi possono passare fino a 96 mila veicoli il giorno. Sottoterra è la stazione ferroviaria di Berna, quella di Sanremo sarà in una grande caverna già scavata sotto le palazzine e i giardini del centro. Il tunnel sotto la Manica, ormai quasi terminato, sarà la più ciclopica costruzione del genere, punta avanzata di una tecnologia che potrebbe avere in futuro un grande sviluppo nelle megalopoli da decine di milioni di abitanti. A Parigi il «Forum» delle Halles costruito sul luogo dei celebri mercati, accoglie un centro commerciale intorno a una piazza quattro piani più in basso, con negozi, caffè, ristoranti collegati da gallerie e passerelle; sotto, la stazione della metropolitana. Vi sono alcuni tipici edifici moderni che hanno tutto da guadagnare ad andare sottoterra, come i supermercati (che anche in superficie sono senza finestre e sono grandi creatori di ingorghi), cinema, teatri, banche. E musei. A Colonia un museo sotterraneo è stato costruito fra il Reno e la celebre cattedrale; a Ginevra il museo internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa è interamente sotterraneo; una sorta di museo sotterraneo è anche lo scavo della corte Carree del Louvre, che ha riportato alla luce e presentato ai visitatori le parti più antiche del palazzo. Ma il progetto più organico di museo sotterraneo è quello realizzato a Washington dalla Smithsonian Institution sotto il suolo del Mall, l' ampia striscia di verde tra Capitol Hill, sede del Congresso, e la Casa Bianca. La sede della Smithsonian è una curiosa palazzina di stile vittoriano, tutta guglie, pinnacoli, massicci portoncini scuri e fregi dorati e il nuovo museo doveva essere costruito proprio lì davanti. Per non togliere la vista alla vecchia palazzina e per non portare via verde al Mall si è costruito sottoterra, tre piani per ospitare il Museo nazionale delle arti africane, quello dell' Asia e del Medio Oriente, un centro di attività internazionali, e altre cose; un ambiente straordinariamente suggestivo e rilassante. E' a queste esperienze che Fernando De Simone ha fatto riferimento proponendo un suo ambizioso piano al Comune di Firenze e ai ministeri competenti. Un tunnel sotto l' Arno (scavare sotto il fiume, dice, è più facile, si è certi di non incontrare reperti archeologici che bloccherebbero i lavori) lungo cinque chilometri, a venticinque metri di profondità con numerose uscite in corrispondenza del centro storico; dovrebbe avere quattro livelli di cui due riservati alle auto (a pedaggio), un terzo alla metropolitana, il quarto ai servizi tecnici. Dalla galleria principale si staccherebbero grandi contenitori in cui troverebbero posto banche, cinema, supermercati e, appunto, i musei. Costo, secondo il progettista, circa 1200 miliardi. La realizzazione dovrebbe essere affidata a un pool di aziende che gestirebbe poi il tutto per cinquant' anni al termine dei quali la struttura passerebbe alla città. Con questa soluzione ci sarebbero anche vantaggi per la fruizione delle opere d' arte, sottolinea De Simone. Tolte dalle piazze e dalle chiese esse rischiano di essere confinate in locali angusti, illuminati in modo casuale, dove è possibile ammirarle da un solo punto di vista Nel museo sotterraneo potrebbero essere viste da varie angolazioni, esattamente come avviene oggi all' aperto e come l' artista voleva che fossero viste. Un libro dei sogni? Certo il clima italiano, con Tangentopoli incombente, non è dei più propizi per il lancio di progetti di questa portata. Tuttavia il patrimonio artistico non può aspettare a lungo. Vittorio Ravizza


ACCADEVA TRENT' ANNI FA Valentina, prima donna spaziale Dopo la gloria una figlia e un divorzio
AUTORE: LO CAMPO ANTONIO
ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, STORIA DELLA SCIENZA, DONNE
PERSONE: TERESHKOVA VALENTINA
NOMI: NIKOLAYEV ANDRIAN, TERESHKOVA VALENTINA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 090

TRENT' ANNI fa, il 16 giugno 1963, un razzo A 1 si innalzava dalla base spaziale di Baikonur Tyuratam per lanciare in orbita la capsula «Vostok 6». A bordo c' era la prima donna cosmonauta: il suo nome era Valentina Tereshkova, nata il 6 marzo 1937 a Yaroslav Oblast. Gli obiettivi del volo erano due: compiere una missione orbitale in tandem con la Vostok 5, lanciata due giorni prima con a bordo Valerij Bikovski, e verificare che l' assenza di gravità non avesse effetti negativi sull' organismo femminile, e in particolare sull' apparato riproduttivo. La prima cosmonauta percorse 48 orbite in 70 ore e 50 minuti, e il 22 giugno, come consuetudine dopo l' impresa di Gagarin, nella Piazza Rossa di Mosca ci fu la spettacolare manifestazione di saluto al nuovo eroe, anzi all' eroina, dello spazio. Della missione di Valentina Tereshkova si è scritto e parlato molto; poco si conosce invece sulla sua vita «post spaziale » . Le cronache rosa si sbizzarrirono quando, cinque mesi dopo lo storico volo, Valentina sposò il cosmonauta Andrian Nikolayev (dal quale ha divorziato nel 1982), e quando l' 8 giugno ' 64 nacque Yelena, salutata in tutto il mondo come «la prima figlia dello spazio». All' epoca tutti si interrogavano sulla presunta «normalità » di Yelena, nata peraltro con un parto difficile, con taglio cesareo. I timori dei medici riguardavano le possibili anomalie da parte dei genitori, sottoposti entrambi a radiazioni ionizzanti durante i voli spaziali. Oggi la «figlia dello spazio» ha quasi trent' anni, sta benissimo ed è medico chirurgo. Valentina Tereshkova diventò cosmonauta nel 1962, dopo lunga esperienza in aziende tessili prima, e come paracadutista poi. L' Unione Sovietica di Kruscev, in guerra fredda con gli Usa, pretendeva sempre nuovi primati. E una donna fra le stelle sarebbe stata un altro colpo pubblicitario. Già prima del Vostok 6, dai centri di ascolto spaziale a Torino e Bochum, fu registrata la nitida voce di una donna proveniente dallo spazio, in un drammatico dialogo con la Terra. Quel veicolo spaziale sbagliò l' angolo di rientro e bruciò al contatto con gli strati atmosferici. Anche se dall' ex Urss non è stato mai confermato nulla su quell' incidente, è noto che altre tre donne furono scelte nel ' 62: Vera Patsayeva, Irina Kommissarava, e Tanya Tortchillova, quest' ultima amica intima e riserva di Valentina per il Vostok 6. Analisti spaziali occidentali hanno più volte affermato che era proprio la Tortchillova a dover partire, ma un serio infortunio fece subentrare la «riserva» Tereshkova. Subito dopo la nascita di Yelena, la Tereshkova si occupo' di pubbliche relazioni, e si laureò in ingegneria aeronautica presso la celebre Accademia «Zhukovski». Nel 1970 lasciò il programma spaziale per andare a «volare» nei cieli della politica, facendo impegnati discorsi nella sua nuova veste di presidentessa del «Comitato delle donne sovietiche». Si è poi impegnata attivamente quale membro del Presidium del «Soviet Supremo», l' organismo che dava l' incarico di Capo di Stato nell' ex Urss. A partire dagli Anni Settanta la si poteva trovare in quasi tutti i congressi e lavori del partito comunista sovietico, e nelle commissioni che organizzavano i funerali degli ex Capi di Stato (da Breznev ad Andropov). Sia come cosmonauta, sia come portabandiera del movimento femminista, si è recata in ogni angolo del mondo, ed è sempre stata accolta con calore ed entusiasmo. Oggi Valentina è una donna di 56 anni con qualche capello bianco, che però non ha affatto perso la carica vitale, il sorriso e il fascino di un tempo come dimostra con la sua attività sul ruolo della donna nella società, collegata a tutti i recenti rivolgimenti di una nazione che proprio lei contribuì a far diventare, per alcuni anni, la prima potenza spaziale del mondo. Antonio Lo Campo


ESODO IN MASSA Russia, un Paese senza cervelli Trecentomila scienziati nel ' 92 hanno cambiato lavoro
Autore: RUSSO SALVATORE

ARGOMENTI: RICERCA SCIENTIFICA, LAVORO, STATISTICHE
LUOGHI: ESTERO, CSI, RUSSIA
TABELLE: G. T. La fuga degli scienziati dall' ex Unione Sovietica. Paesi in cui si traferiscono gli scienziati russi
NOTE: 090

POVERA scienza russa, costretta a fare i conti con la svalutazione del rublo e la smobilitazione dell' industria bellica. E soprattutto poveri scienziati ex sovietici, con uno stipendio mensile che in Italia basterebbe a malapena per una cena a base di pesce in un locale alla moda. E allora? Per gli intellettuali dell' ex Unione Sovietica travolta dalla triplice crisi politica, economica e sociale, non sono rimaste molte possibilità: cambiare mestiere, o emigrare verso Paesi dove per fisici, chimici e ingegneri esiste ancora un mercato. La fuga di cervelli, conosciuta ormai come «brain drain», ha assunto dimensioni tali negli ultimi sei anni da costringere l' ex Unione Sovietica alla firma di un trattato di cooperazione con le nazioni occidentali. Nel solo ' 92, infatti, più di trecentomila ricercatori delle Repubbliche ex sovietiche hanno abbandonato le loro Università, con un ritmo che all' Accademia delle Scienze di Mosca raggiunge le cento persone al mese Dall' 86 ad oggi come mostrano le cifre pubblicate qui accanto la crescita del numero di ricercatori che cercano fortuna all' estero è vertiginosa e, secondo recenti stime ancora non ufficiali i dati del ' 92 sono di tre volte superiori, per ogni Paese, a quelli del ' 91. La meta più ambita è l' America; poi Francia, Inghilterra, Canada, Italia, Giappone, Sud Africa. Con qualche sorpresa. Negli ultimi sei mesi quaranta ingegneri aerospaziali hanno lasciato Mosca per la Corea del Sud, impegnata in un dispendioso piano decennale di sviluppo militare, e altri 100 firmeranno entro il ' 93 nuovi contratti di collaborazione. La diplomazia sovietica è però più preoccupata per chi preferisce restare a casa e cambiare mestiere. Solo il 10 per cento degli scienziati affronta sacrifici per continuare a lavorare all' estero (secondo una stima aggiornata sino al ' 92 sono 20 mila); il 90 per cento invece rimane nei territori dell' Est e accetta un lavoro qualsiasi. «E' molto difficile recuperare agli studi chi sceglie questa via» spiega Vladimir Kouzminov, direttore dell' Ufficio regionale dell' Unesco per la Scienza, con sede a Venezia, dato che lo stipendio medio di un ricercatore è di circa 20 dollari al mese quando un impiegato di banca guadagna quattro volte di più. E bloccare l' esodo degli scienziati conclude è divenuto ancor più difficile, visto che dal primo gennaio di quest' anno una nuova legge consente l' espatrio con molta più facilità ». Salvatore Russo


Scaffale Bobbio Marco, «Leggenda e realtà del colesterolo: le labili certezze della medicina», Bollati Boringhieri
AUTORE: VERNA MARINA
ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 090

PER circa sessant' anni il colesterolo è stato un protagonista indiscusso. Gli è stata attribuita la totale responsabilità dell' infarto: era rassicurante poter pensare che bastasse mettersi a dieta per evitarlo. Come se fosse possibile determinare in modo sostanziale la propria salute e il proprio destino eliminando burro uova formaggio e sottoponendosi a controlli del sangue più assidui Eppure questo mito ha resistito impunemente per decenni, sostenuto da ricerche che trovavano puntualmente quello che cercavano ma non per questo riuscivano a ridurre la mortalità per infarto. Da qualche anno, finalmente, si sente dire e scrivere ad alta voce che non c' è alcuna prova scientifica che sia vantaggioso ridurre il colesterolo. E' vero che, quando è alto per alterazioni genetiche, comporta un maggiore rischio di infarto. Ma abbassarlo artificialmente non significa affatto ridurre il rischio di malattia coronarica fino al livello di chi ce l' ha naturalmente basso. Come si sia arrivati al fanatismo di questi anni lo racconta molto bene il cardiologo Marco Bobbio nel suo bel libro «Leggenda e realtà del colesterolo». Con un sottotitolo assai intrigante: «Le labili certezze della medicina». Bobbio parte infatti dal colesterolo e dalla malattia cardiaca, che sono il suo pane quotidiano, per spiegare come si arrivi a spacciare per un dato inconfutabile, un punto fermo su cui misurare i nostri giudizi e i nostri comportamenti, le conclusioni delle ricerche cliniche o di laboratorio, indipendentemente dal metodo utilizzato per ottenerle. Chi, come Bobbio, osa muovere qualche critica all' ipotesi che il colesterolo sia la causa principale dell' infarto viene accusato di disorientare i pazienti. In realtà, gli atteggiamenti maniacali e impauriti sono stati indotti da chi ha forzato i dati scientifici, imponendo regole senza avere prove e facendo credere che la forza di volontà possa debellare la morte.


Scaffale Morin Edgar, «Introduzione al pensiero complesso/Gli strumenti per affrontare la sfida della complessità », Sperling & Kupfer
AUTORE: VERNA MARINA
ARGOMENTI: STORIA DELLA SCIENZA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 090

Il semplice, diceva il filosofo della scienza Bachelard, non esiste Esiste solo il semplificato. Gli oggetti d' indagine che la scienza si costruisce sono artificiali, perché estratti dal loro habitat complesso e collocati in situazioni sperimentali innaturali Con un metodo così equivoco, non si può che approdare a risultati equivoci. Parte di qui l' ultimo pamphlet del filosofo francese Edgar Morin, una raccolta di sei saggi contro il riduzionismo che analizza il pensiero scientifico dal ' 600 a oggi. La minaccia nucleare o il dissesto ecologico, scrive Morin, sono il frutto di un modo mutilante di organizzare la conoscenza, quel pensiero che, figlio di Cartesio, ruota intorno al «paradigma della semplificazione»: un' arbitraria selezione dei dati significativi, con un nuovo assemblaggio in funzione della propria, particolare visione del mondo. Così, ad esempio, si è passati dal sistema tolemaico a quello copernicano. Le conseguenze di questo modo di pensare il mondo si sono manifestate in questo secolo, con il paradosso dei tre grandi ambiti della conoscenza scientifica fisica, biologia e scienze dell' uomo radicalmente isolati l' uno dall' altro, ridotti a formule ed equazioni, e affidati a specialisti ignari della complessità in cui si muovono. Ora questa complessità nel senso etimologico di «fili diversi tessuti insieme» torna nelle scienze per la stessa porta dalla quale era stata cacciata. Come hanno dimostrato, per vie diverse, sia la biologia sia la fisica, la vita è un fenomeno di auto organizzazione estremamente articolato, che il pensiero lineare non arriverà mai a penetrare. Morin, ponendosi al di fuori dei due clan antagonisti quello che nega la differenza e quello che nega l' unità propone di riorganizzare il concetto di scienza inglobando l' evidente complessità del reale. E archiviando il riduzionismo tra i passi falsi.


COPPIE MONOGAME Chi divide la fatica con me? Fedeli solo 7 mammiferi su 100
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ETOLOGIA, ZOOLOGIA, ANIMALI
NOMI: RATHBUN GALEN
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 091. Monogamia

LA monogamia, il rapporto di coppia che rappresenta quasi la regola tra gli uccelli, è invece molto rara tra i mammiferi. E se ne comprende facilmente il motivo. Il lungo periodo di indisponibilità dei mammiferi femmina, impegnate prima nella gestazione poi nell' allattamento, costituisce in un certo senso un incentivo alla poligamia dei maschi i quali, liberi come sono da ogni incombenza parentale, si sentono quasi in diritto di cercarsi nuovi amori. Ecco quindi che i maschi corrono allegramente la cavallina, mentre le femmine sono tutte prese dai compiti gravosi della maternità. Solo sette mammiferi su cento sono monogami. Fra questi, vari carnivori come i lupi e le volpi, e alcuni primati, come l' uomo, ma anche le uistiti, le graziose scimmiette sudamericane che mettono al mondo una coppia di gemelli ad ogni parto. Per le minuscole madri produrre una quantità di latte sufficiente a sfamare entrambi i piccoli è un dispendio di energia non indifferente. E' quindi naturale che la fatica di portarsi in groppa i gemelli venga scaricata sul padre. In questo modo, alleggerita almeno in parte dell' allevamento dei figlioletti, la uistiti può mettere presto in cantiere un' altra coppia di gemelli, ovviamente con la collaborazione del marito fedele. In conclusione, nei mammiferi monogami il maschio è largamente coinvolto nelle cure parentali. Probabilmente è proprio questo coinvolgimento a farlo rimanere accanto alla sposa vita natural durante. Ma il biologo americano Galen Rathbun, che studia da sei anni il comportamento del toporagno elefante, scopre che, sebbene questi mammiferi siano monogami, il maschio non partecipa affatto alla cura dei piccoli. Sarebbe l' eccezione nell' eccezione Il lettore si chiederà incuriosito cosa diavolo siano questi toporagni elefante. Sembra una contraddizione. Ai toporagni appartengono infatti i mammiferi più piccoli del mondo e, come è noto, gli elefanti sono i più grandi mammiferi terrestri. E allora ? I toporagni elefanti non hanno nulla a che vedere con i toporagni comuni. Pur essendo anche loro insettivori, appartengono a una famiglia distinta, quella dei Macroscelidi (mentre i toporagni appartengono alla famiglia dei Soricidi). Quello che li contraddistingue a prima vista è la forma del musetto conico che si prolunga in avanti in una piccola proboscide flessibile e mobile, che ricorda per l' appunto gli elefanti. Da noi sono sconosciuti perché vivono soltanto in Africa, in tutti i tipi di habitat, nei deserti come nelle savane, nelle distese erbose di pianura come in quelle di montagna, nelle boscaglie e nelle foreste vere e proprie. Le dimensioni? Variano, nelle quindici specie che si conoscono, dalla decina di centimetri della più piccola, il macroscelide dalla proboscide (Macroscelides proboscideus), ai trenta e più dei vari rincocioni, i giganti della famiglia. Quella loro sottile proboscide che porta le narici alla sua estremità, ed è il carattere che li accomuna tutti, si rivela uno strumento estremamente utile per scovare gli insetti, i ragni, i vermi di terra, i millepiedi, fiutando gli anfratti del terreno. Una volta localizzata la preda, ci pensa la lunga lingua estensibile a catturarla con fulminea rapidità. Rathbun polarizza la sua ricerca su due specie di toporagni elefante, il rincocione dal groppone dorato (Rhynchocyon chrysopygus) e il toporagno rossastro (Elephantulus rufescens) dieci volte più piccolo del primo. E trova in entrambi la stessa organizzazione sociale. Ogni individuo vive da solo entro un territorio abbastanza vasto, che difende a spada tratta da qualunque intrusione di estranei. Combattimenti si scatenano solo tra i pari sesso. Le femmine lottano contro le femmine, i maschi contro i maschi. Ma quando si forma la coppia, questa occupa un proprio territorio e, non appena la femmina entra in estro, il maschio le sta accanto e la segue dovunque vada. Vuol essere sicuro che nessun altro maschio gli rubi la paternità della prole. La coppia è stabile, come ha potuto osservare Rathbun, munendo i singoli individui di anelli colorati alle zampe posteriori. I partner però non stanno sempre assieme. Si incontrano regolarmente ogni paio di mesi per accoppiarsi, ma dopo la luna di miele, che dura parecchi giorni, i due si separano. Il maschio se ne va e la femmina rimane sola non soltanto durante le sei settimane di gestazione, ma anche quando nasce il piccolo, nel nido di foglie secche che la madre gli ha preparato. Altrettanto succede nel rincocione. Se poi capita che il maschio di una coppia scompaia, entro un giorno o due uno dei maschi che occupano un territorio adiacente incomincia a difendere, insieme al proprio, anche il territorio della vedova. Ma è una situazione temporanea, perché interviene prontamente un maschio scapolo che prende il posto del defunto. Evidentemente un solo maschio non ce la fa a difendere due territori e più di una moglie La monogamia diventerebbe per questi mammiferi una «conditio sine qua non». Ma il toporagno rossastro ha un comportamento singolare. Non costruisce nidi o tane di nessun tipo, però traccia una fitta rete di sentieri che provvede a tenere sgombri e puliti. Il compito della manutenzione è affidato soprattutto al maschio. Su queste piste sempre praticabili il toporagno può fuggire velocemente senza incontrare ostacoli quando un nemico lo insegue e con le sue lughe zampe corre alla velocità di 25 chilometri all' ora. E anche il piccolo, precocissimo, è gia ' in grado di correre sulle comode piste poche ore dopo la nascita. E allora, si domanda Rathbun, questo povero maschietto, che dedica quasi la metà del suo tempo a spazzar via foglie, rametti ed erbacce dalle piste perché moglie e figlio vi possano correre liberamente, non dà forse un contributo indiretto al benessere della famiglia? Isabella Lattes Coifmann


CIBI & INSETTI Guarda guarda chi c' è nella pasta Nessuna confezione è al sicuro da parassiti
Autore: STELLA ENRICO

ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 091

ESERCITI di piccoli insetti assediano il nostro cibo nazionale: la pasta. La minaccia riguarda anche la materia prima, in ogni suo stadio, dal frumento agli sfarinati: i parassiti sono irresistibilmente attratti da grano, semole, farine e paste secche che raggiungono negli ambienti più diversi come granai, molini, pastifici, supermercati, dispense dei consumatori. Si tratta di specie dotate di una notevole capacità di penetrazione anche all' interno delle confezioni i cui involucri non sono ermetici e non resistono all' attacco di mandibole affilatissime. La schiera più numerosa è costituita dai coleotteri. Tra questi vengono spesso chiamato in causa i punteruoli (genere Sitophilus). Il nome volgare si riferisce alla forma del capo che, prolungandosi in una sorta di proboscide appuntita, termina con un robusto masticatore, capace di perforare le dure cariossidi del frumento o del riso. Questi insetti, lunghi appena tre millimetri, attaccavano in origine soltanto i semi dei cereali, ma hanno trovato nella pasta secca un alimento ideale. La femmina del punteruolo pratica un forellino nella pasta e vi colloca l' uovo, poi ha cura di tappare la minuscola breccia con la stessa sostanza asportata prima, mescolandola con una secrezione che indurisce presto. La larva si sviluppa all' interno, scavando una galleria, dalla quale ne uscirà allo stato adulto. Il silvano (Oryzaephilus surinamensis) è un altro piccolo coleottero, riconoscibile per il capo trapezoidale, foggiato a scalpello, e per i sei dentelli ai lati del torace. I danni più gravi si devono alle larve, che sfruttano spesso le erosioni praticate da altri insetti. Un vero distruttore è il cappuccino (Rhizopertha dominica) dalla livrea rosso bruna, lungo tre millimetri. Il suo primo segmento toracico, percorso da tre creste granulose, ricopre il capo a guisa di cappuccio. Le larve penetrano nei chicchi di frumento e di altri cereali svuotandoli. Quando infestano la pasta, possono ridurla in polvere. La longevità degli adulti, che si nutrono delle stesse sostanze, aggrava il danno. Altri coleotteri, tra i i più comuni invasori di pastifici, sono certi anobidi, parenti stretti dei tarli di legno. Gli appassionati di pesca conoscono bene, dato che le adoperano come esche vive, le larve coriacee, giallastre, note come «vermi della farina». Si tratta del tenebrione mugnaio (Tenebrio molitor) che attacca preferibilmente gli sfarinati e i residui della lavorazione dei cereali; l' adulto misura fino a 18 millimetri. E' il gigante fra i coleotteri che frequentano gli impianti di pastificazione. Anche alcune farfalline (lepidotteri) figurano tra la fauna entomologica della pasta ed essendo sempre dotate di ali si trasferiscono facilmente da un ambiente all' altro. Soltanto le larve si nutrono e la loro presenza è tradita dalla formazione di bave sericee, simili a ragnatele, che nelle farine e nelle semole provocano l' addensamento di grumi ai quali aderiscono anche numerosi, piccoli escrementi. Le specie più diffuse, che hanno un ' apertura alare massima di una ventina di millimetri, sono la tignola grigia (Ephestia kuniella) e la tignola fasciata (Plodia interpunctella). Le tele della seconda, in caso di infestazione massiva, appaiono stratificate e nei magazzini possono coprire alcuni metri quadrati. Alla difesa antiparassitaria delle industrie alimentari e alla protezione degli alimenti viene dedicato, ogni cinque anni, in Italia, un importante convegno il cui promotore, fin dal 1972, è Giorgio Domenichini, direttore dell' Istituto di Entomologia dell' Università di Piacenza. Lo stesso istituto ha il merito di organizzare corsi teorici pratici per prevenire le infestazioni. Per impedire l' ingresso agli insetti nei pastifici, occorre controllare con adeguate campionature le materie prime da introdurre. Gli stabilimenti devono avere aperture esterne protette da robuste reticelle metalliche a maglie strette, porte a chiusura automatica e superfici levigate che facilitino le operazioni igieniche. Nei locali vanno installate trappole di vario tipo: luminose, con esche alimentari, o con attrattivi sessuali (feromoni femminili). Premesso che i processi di pastificazione uccidono anche le uova eventualmente presenti negli sfarinati, particolare cura va riservata allo stoccaggio del prodotto finito. Gino Dal Monte, che per un quarantennio ha diretto il Gabinetto di analisi entomologiche del ministero dell' Agricoltura, ricorda che nei depositi la merce deve trovarsi sollevata dal pavimento, su strutture metalliche scostate dalle pareti. Se in questi locali si potesse mantenere una temperatura inferiore ai 18 C, con umidità relativa al di sotto del 60 per cento, si otterrebbe in pratica l' assenza di insetti, evitando delicati interventi antiparassitari con sostanze chimiche che non devono comunque contaminare le derrate. Ma in molti casi le confezioni, uscite indenni dal pastificio, possono subire l' attacco degli insetti nel retrobottega o negli scaffali del dettagliante, dove più lunga è la sosta. Dal Monte, in un prezioso vademecum consacrato all' argomento, raccomanda il rispetto di poche, fondamentali norme: pulizia assoluta, rotazione della merce, isolamento e distruzione degli alimenti infestati. Enrico Stella Università di Roma


SCIENZE AGRARIE Produzione, mito in calo Oggi tutti cercano l' equilibrio con l' ambiente
Autore: ACCATI ELENA

ARGOMENTI: ECOLOGIA, AGRICOLTURA, ZOOTECNIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 091

IL proliferare delle Facoltà di Agraria in tutt' Italia è la prova del fatto che queste scienze stanno consolidandosi su basi scientifiche profonde. Da quando l' uomo si è trasformato da cacciatore in agricoltore, è andato via via abbandonando l' empirismo che aveva a lungo caratterizzato le varie tecniche agricole. Il concetto di indice di raccolta si è sviluppato per la necessità primaria di produrre cibo; al tempo dell' Antico Testamento, il raccolto si esprimeva come numero di semi per pianta coltivata; fino a ieri invece la produttività veniva riferita all' unità di superficie coltivata. Oggi non interessa più aumentare la produzione, ma mantenere l' ambiente in uno stato di equilibrio compatibile con le necessità di promuovere la qualità della vita. Infatti solo impostando al meglio il rapporto tra l' ambiente, le tecniche agrarie e l' attività fisiologica delle piante coltivate sarà possibile utilizzare al meglio le risorse disponibili e avviare un corretto processo di sviluppo futuro. Si cerca soprattutto di affinare la comprensione del sistema pianta suolo clima: come si è detto nel recente convegno della Società Italiana di Agronomia, la ricerca fisiologica deve diventare la base del processo produttivo. La ricerca della pianta agraria ideale spinge il ricercatore a «smontare» pezzo per pezzo la macchina pianta in modo da ricostruire il funzionamento dei meccanismi di base e il loro controllo: un approccio criticato da alcuni, perché le conoscenze sono ancora insufficienti. E' stata sottolineata l' importanza della radiazione intercettata della coltura (molto più importante di quella incidente). Essa dipende dalla forma e dalla disposizione delle foglie; in alcune specie di cereali, la presenza di materiale a foglie erette permette di migliorare la penetrazione della radiazione e, quindi, l' assimilazione e lo sviluppo. Poiché è fondamentale che la pianta abbia una notevole area fogliare e soprattutto una lunga persistenza delle foglie, si cerca di aumentare la densità di investimento e di modificare le geometrie di semina. Dato che interessa ottenere elevati valori di assimilazione (fotosintesi) all' inizio del ciclo colturale occorre essere attenti alla corretta epoca di semina. Anche la lotta contro le erbe infestanti sta mutando poiché si sono approfonditi gli studi sulla fisiologia delle malerbe e soprattutto sui loro meccanismi di competizione e di riproduzione. Le infestanti sono attrezzate per sopravvivere negli ambienti difficili: il Solanum, ad esempio, una infestante simile alla patata, non soffre per la riduzione della radiazione, anzi sviluppa addirittura un' area fogliare maggiore di quella del Solanum cresciuto in piena luce. Il Centro Sperimentale della Facoltà di Agraria di Torino si è dotato di un laboratorio di ecologia ambientale a cielo aperto per verificare sperimentalmente se l' attività agricola contribuisca o no all' inquinamento ambientale. Il laboratorio è stato realizzato con tre tipi di suoli. Si producono mais ed erba medica, si analizzano le acque che percolano in profondità e quelle che scorrono in superficie, si misura l' umidità del terreno e la composizione della soluzione idrica circolante alle varie profondità. Le tecniche colturali intensive non si stanno dimostrando di per sè inquinanti; inoltre i suoli produttivi sono i più sicuri. In alcune vallate alpine del Piemonte, dove non si pratica più l' alpeggio (cioè i bovini non vengono più spostati d' estate in montagna), è stata sperimentata una gestione semplificata del pascolo, che prevede la permanenza continua degli animali nelle aree di alimentazione (in sostituzione del tradizionale ritorno serale alla stalla). Questa pratica ha fatto aumentare la produzione di latte e la qualità del pascolo, ha ridotto i danni alla cotica e l' erosione dei versanti legati al quotidiano passaggio della mandria e, non ultimo, ha ridotto l' impegno dell' allevatore. Elena Accati Università di Torino


ALIMENTAZIONE La casalinga brucia Calorie limitate, ma per molte ore
Autore: CALABRESE GIORGIO

ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE, MEDICINA E FISIOLOGIA
NOMI: DAL MONTE ANTONIO
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: T. Calorie consumate per tipo di attività nello svolgimento delle faccende domestiche
NOTE: 092

LA casalinga è stata sempre definita come una che «brucia poco» perché si pensa che non svolga alcuna attività lavorativa. Ma è vero? Nemmeno per sogno] Lo dimostra con un lavoro molto interessante il professor Antonio Dal Monte, Direttore del Dipartimento di Fisiologia e Biomeccanica dell' Istituto di Scienze dello Sport a Roma. Occuparsi ogni giorno della casa fa bruciare 3, 6 calorie al minuto, cioè 216 calorie all' ora. Moltiplicate per almeno otto ore, fanno 1728 calorie al giorno. Quindi fare la casalinga stanca e non poco. Per dimostrarlo, è stata presa come modello una donna di 37 anni, che pesi sessanta chilogrammi. La valutazione del dispendio energetico è stata condotta attraverso il rilevamento telemetrico del consumo di ossigeno, utilizzando uno spirometro portatile, che consente alla donna di portare a termine, in assoluta normalità, tutti i lavori di casa di una giornata. Stabilito che ogni ora si bruciano 216 calorie, sono emersi, via via, i costi calorici delle varie faccende domestiche. Ad esempio, battere i tappeti costa 5, 4 calorie al minuto, mentre per lavare i vetri ne bastano 3, 9 e per stirare 2, 7. Non è poco, se si considera che il consumo basale, cioè l' energia necessaria a mantenere la posizione in piedi, viene valutato in 1, 2 calorie al minuto. Il consumo energetico globale della casalinga non è di per sè elevato. Se però consideriamo che questo consumo è costante nel tempo, allora prende un altro significato. Negli sport caratterizzati da un basso impegno fisico, come il golf, si consumano in media 5 calorie al minuto, mentre negli sport impegnativi, come il ciclismo e il nuoto praticati a livello agonistico, si può arrivare fino a 25 calorie al minuto. In quest ' ultimo caso però ci troviamo di fronte ad atleti che hanno un fisico capace di sopportare questo grosso dispendio fisico calorico muscolare, mentre la casalinga non risponde a queste caratteristiche. Il trasporto delle borse della spesa corrisponde a 4, 6 calorie al minuto, che equivale al consumo calorico che si registra nel giardinaggio e nell' ippica. Ma quale poteva essere il consumo calorico quando gli elettrodomestici non esistevano ancora? Era maggiore e sicuramente le ore di lavoro quotidiano erano ancor più delle ipotizzate otto attuali. Non esisteva il battitappeto e bisognava tirarsi su le maniche e darci dentro. Tutto ciò faceva dimagrire sicuramente di più la donna dell' epoca, ma non c' era un sistema nutritivo completo come quello di oggi che, se è ricco di grassi, è anche ricco di oligoelementi e vitamine che prima non era possibile introdurre solamente con i cibi. Giorgio Calabrese


PREVENZIONE DEI TUMORI Fate i test] Successi al colon retto
Autore: FOA' ROBIN

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, SANITA'
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 092

UN recente studio pubblicato sul New England Journal of Medicine ha fornito per la prima volta, dopo anni di discussioni e risultati controversi, la dimostrazione della validità di un test noto da tempo: la ricerca di microquantità di sangue nelle feci, ai fini della prevenzione e diagnosi precoce del carcinoma del colon retto Lo studio eseguito su 46. 551 residenti nel Minnesota di età compresa tra i 50 e gli 80 anni e proseguito per 13 anni, ha permesso di dimostrare che questo esame, purché ripetuto ogni anno e con adeguate modalità, riduce la mortalità da carcinoma del colon retto del 33% rispetto al gruppo di controllo non sottoposto all' esame. Il ritrovamento di sangue nelle feci deve essere ovviamente completato da esami colonscopici. Questi possono mettere in evidenza almeno tre situazioni cliniche: 1) cause non tumorali di sanguinamento (per esempio emorroidi); 2) presenza di alterazioni cosiddette «pre neoplastiche», in particolare polipi di diverse grandezze e numero; 3) presenza di un carcinoma. Oltre al riconoscimento di un carcinoma, spesso in stadio precoce e quindi più facilmente curabile, la colonscopia consente anche di risolvere le condizioni pre neoplastiche e quindi di prevenire una potenziale trasformazione maligna. I risultati dello studio dei ricercatori americani sono della massima importanza se si considera l' alta incidenza del carcinoma del colon retto e l' elevata mortalità. In Italia, come negli altri Paesi industrializzati, il carcinoma del colon retto rappresenta il tumore più diffuso in entrambi i sessi. I tentativi di trovare test utili per diagnosi precoce e prevenzione si sono molto intensificati in questi ultimi anni, fornendo finora dati controversi. Il risultato positivo dell' indagine condotta nel Minnesota è probabilmente dovuto al periodo di osservazione più lungo e alla procedura di reidratazione del campione, che aumenta la sensibilità del test. Mediante tale esame è stato possibile identificare una persona su dieci come possibile portatore di tumore, mentre la presenza di un adenoma (polipo) o di un carcinoma riscontrati con l' endoscopia è stata osservata in un terzo delle persone positive alla ricerca del sangue occulto. L' importanza di questo studio è stata ulteriormente confermata dal fatto che nel gruppo di controllo è risultato molto maggiore il numero di pazienti con malattia in stadio avanzato rispetto ai pazienti arruolati nel programma di screening. La prevenzione si sta rivelando estremamente utile non soltanto per i tumori intestinali, ma per almeno l' 80 per cento di tutti i tumori. Molto spesso, infatti, quando compaiono i primi segni clinici, il tumore è già troppo avanzato per garantire una buona prognosi. A Torino, in previsione dell' inizio della prima fase di attività dell' Istituto per la Ricerca e la Cura del Cancro che sta sorgendo a Candiolo (programmata per la prima metà del 1995), il gruppo di studio coordinato dal professor Gavosto, direttore scientifico dell' Istituto, sta valutando la fattibilità di programmi di screening per i tumori del colon retto, della mammella, dell' utero e della cute, nonché i mezzi e gli indicatori più idonei a una diagnosi precoce. Questi potranno anche avvalersi di tecnologie di biologia molecolare, in grado di fornire indicazioni precoci di alterazioni neoplastiche e identificare fattori di predisposizione individuale. Robin Foà Università di Torino


ALTA PRESSIONE Poco calcio, tanti guai E' dappertutto ma in dosi piccole
Autore: PELLATI RENZO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, SANITA'
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 092

IL sodio (soprattutto cloruro di sodio, il sale da cucina) non è più l' unico minerale implicato nella comparsa dell' ipertensione. Le analisi epidemiologiche (oltre 35) effettuate in nove Paesi, hanno trovato conferma negli ultimi studi sperimentali condotti dal professor David Mc Carron dell' Università dell' Oregon (Usa), secondo il quale una carenza di calcio, magnesio e potassio risulta determinante nel provocare alterazioni della pressione arteriosa. Nei pazienti ipertesi, accanto a un' aumentata eliminazione di calcio nelle urine, esistono anche alterazioni dell' assorbimento e del trasporto intestinale degli ioni di calcio. In queste condizioni, l' organismo umano aumenta la secrezione dell' ormone paratiroideo, il quale ha il compito di ristabilire l' equilibrio della presenza di calcio, prelevandolo dai depositi (ossa e denti) La maggior concentrazione di calcio all' interno delle cellule della muscolatura liscia vasale provoca vasocostrizione generalizzata delle arterie periferiche. In altre parole: la pressione arteriosa aumenta. Gli studi di Mc Carron sottolineano ancora una volta l' importanza del calcio nell' organismo umano. Già si sapeva che la perdita di calcio del tessuto osseo è un processo fisiologico legato all' invecchiamento (osteoporosi). Un secolo fa, il fisiologo inglese Ringer aveva dimostrato che il calcio è indispensabile per la contrazione muscolare. Studi successivi avevano sottolineato l' importanza del calcio per la coagulazione del sangue e per un corretto funzionamento delle membrane cellulari e del sistema nervoso. Oggi si è visto che, somministrando all' organismo umano un grammo di calcio (dosi più elevate sono indispensabili per le donne in gravidanza e le persone anziane), si possono ottenere significativi abbassamenti della pressione: un problema di non facile soluzione con i comuni mezzi terapeutici (soprattutto quando c' è un difetto nel trasporto del calcio attraverso le membrane cellulari). Sembra strano, ma in una società come la nostra, in cui si corre più il rischio di eccessi alimentari che non il contrario, la carenza di calcio è un problema piuttosto diffuso. Il calcio infatti è presente in numerosi alimenti, però a piccole dosi, per cui la quota di calcio utilizzata può essere molto variabile e difficile da stabilire in modo esatto. Gli unici alimenti che garantiscono in modo efficace un sicuro rifornimento di calcio sono: latte, yogurt e formaggi (3 4 bicchieri di latte e 50 grammi di formaggio al giorno possono andar bene). Se si esagera con l' assunzione di calcio, si possono avere effetti indesiderati (esempio: calcoli renali) ? Si tratta di una concezione ormai superata dagli attuali studi, tenuto conto che l' ipercalciuria (elevata quantità di calcio nelle urine) non è solo un comune precursore della calcolosi renale, ma è anche fortemente associata all' ipertensione e all' osteoporosi, due condizioni cliniche che, dal punto di vista statistico, sono correlate a una dieta povera di calcio. Sia l' ipertensione che l' osteoporosi sono inoltre associate alla calcolosi urinaria, vale a dire che, se si è affetti da una delle due condizioni morbose, aumenta il rischio per la presenza di calcoli renali. Diversi studi hanno recentemente documentato come pazienti affetti da calcolosi renali assumano poco calcio con la dieta. Renzo Pellati


STRIZZACERVELLO I gelati da dividere
Autore: PETROZZI ALAN

ARGOMENTI: GIOCHI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 092

Tre aziende produttrici di gelati che riforniscono le gelaterie della riviera adriatica hanno prodotto rispettivamente le seguenti quantità di ghiaccioli: 314. 827 la Dolcegelo, 1. 199. 533 la Adriagelo e 683. 786 la Riviergelo. Durante un colloquio telefonico il presidente della Dolcegelo dichiara a quello della Adriagelo che fornendo a ogni gelateria un uguale quantitativo di ghiaccioli, gliene avanza un certo numero. «Vendili a me» ribatte il secondo «così almeno io potrò dividere il mio nuovo totale in parti uguali» . «Purtroppo ho già fatto questo accordo con la Riviergelo, la quale ottiene lo stesso tuo risultato». Quante sono le gelaterie rifornite dalle tre ditte? La soluzione domani, accanto alle previsioni del tempo. (A cura di Alan Petrozzi)


LA PAROLA AI LETTORI CHI SA RISPONDERE La leggerezza salva le formiche in caduta libera
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 092

ECCO una risposta più precisa della precedente sugli uccelli e le campane: effettivamente, loro riescono a non assordarsi] «Il suono delle campane è di una frequenza compresa fra 60 e 1. 600 Hz, abbraccia cioè quasi cinque ottave. La soglia di udibilità negli uccelli, ad esempio nei colombi, è a circa 300 Hz, quindi la percezione è da 300 a 1. 600 Hz (quasi due ottave e mezzo). I colombi non percepiscono il campo delle frequenze inferiori, di maggiore intensità. Un' altra ragione di questa mancata sordità sta nei caratteri fisici del suono della campana, che è impulsivo con rapida attenuazione e soprattutto non complesso armonico (lo si potrebbe paragonare a un accordo di strumenti non esattamente consonanti). E' presumibile che l' apparato cocleare dell' uccello (come per l' uomo) sopporti assai meglio un suono di questo genere rispetto a una nota musicale di pari potenza media. Roberto Piazza Università di Torino Perché le formiche, se anche cadono da un paio di metri, non si «spiaccicano» al suolo? Il risultato di «spiaccicarsi» o comunque farsi male cadendo dall' alto dipende dalla velocità di impatto contro il suolo. Questa velocità, a parità di altezza di caduta, è minore per i corpi minuscoli perché per essi è maggiore l' azione frenante dovuta alla resistenza dell' aria. Pertanto un uomo o un asino cadendo da due metri può già farsi male, la formica no. Questo diverso comportamento dei corpi in caduta libera dipende dal rapporto superficie/peso, che è molto maggiore per i corpi minuscoli. Lo si vede bene nelle cadute dalle grandi altezze: un uomo che cada da 30 metri toccherà il suolo alla velocità di circa 80 chilometri l' ora, mentre una formica non raggiunge i 10. Erminio Bacchetti, Torino I corpi piccoli sono più influenzati dalla resistenza dell' aria rispetto a quelli grandi. La resistenza limita la velocità massima di caduta, per quanto alto sia il salto. Nel caso della formichina, dato il suo peso minimo, si possono ipotizzare salti anche assai più alti dei due metri, senza particolari conseguenze. D' altra parte accade spesso che insetti, volanti o no, siano trasportati ad altezze tali da congelare. Giorgio Bracco, Torino La forza che agisce su un oggetto in caduta libera, e che ne potrebbe provocare lo «spiaccicamento», è la forza peso. Il peso di un corpo è la forza gravitazionale esercitata su di esso dalla Terra. Essendo la massa della formica molto piccola, anche la forza peso sarà piccola e non basterà a «spiaccicarla». Laura Baloire, Rivoli (TO) Come si è riusciti nel passato, con strumenti limitati a calcolare la velocità della luce? Aristotele riteneva che la velocità di propagazione della luce fosse infinita. Il primo a darne una quantificazione fu il danese Roemer (1675): dall' osservazione di certi ritardi e anticipi nel moto di un satellite di Giove, Io, dovuti alla variazione delle reciproche posizioni nello spazio della Terra, del Sole e dello stesso Giove, determinò circa 314 mila chilometri al secondo. Edoardo Figaroli Castiglione Torinese Verso la metà del secolo scorso, Fizeau e Foucault determinarono la velocità della luce servendosi di congegni concettualmente assai semplici. Il primo faceva passare un raggio di luce tra gli spazi di una ruota dentata che girava ad alta velocità : il raggio era poi riflesso indietro da uno specchio posto ad alcuni chilometri di distanza in modo tale che al ritorno la luce incontrasse il dente pieno che nel frattempo si era sostituito allo spazio. Nel secondo esperimento, si dirigeva il raggio su uno specchio rotante e dalla deviazione del raggio riflesso si misurava la velocità della luce anche su distanze di pochi metri. Franco Romanisio, Pino T. Se aumentano indefinitamente i televisori che captano contemporaneamente il segnale della trasmittente, è necessario potenziare il segnale? No: l' antenna trasmittente è collegata a un circuito in cui il carico è costituito dal sistema Terra atmosfera e non dal numero, variabile, di antenne riceventi. Lopez Somace, Cuneo




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