TUTTOSCIENZE 2 dicembre 92


I medici «defraudati» del bisturi Trent' anni di progressi in sala operatoria
Autore: RAINERO FASSATI LUIGI

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, SANITA', TECNOLOGIA, ELETTRONICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 089. Chirurgo robot

UNA trentina d' anni fa, quando ero agli inizi della mia carriera, il chirurgo più bravo, quello con «le mani d' oro», era quello che riusciva a portare a termine le sue operazioni in tempi brevissimi perché, con le tecniche anestesiologiche di allora, la rapidità chirurgica significava minor rischio durante l' operazione e minori problemi al risveglio. Un gozzo, anche di grandi dimensioni, veniva asportato in circa 15 minuti, spesso in anestesia locale, facendo ogni tanto parlare il malato per avere la certezza di non ledere, durante le manovre chirurgiche, i nervi responsabili del linguaggio e della respirazione. Indiscutibile pregio del chirurgo era quindi quello di essere estremamente rapido nelle sue manovre: le sue «mani d' oro» assomigliavano a quelle di un giocoliere. Chi non aveva queste qualità era destinato a una carriera poco gratificante. Il miglioramento delle tecniche anestesiologiche ha distrutto il mito della velocità chirurgica in quanto il malato poteva essere tenuto addormentato per molte ore senza che il suo organismo ne risentisse Anche chi, per poca abilità manuale, non era rapido a operare poteva affrontare interventi difficili, purché fosse preciso e scrupoloso. Le «mani d' oro» diventarono quelle di chi riusciva a confezionare anastomosi (connessioni) intestinali perfette con speciali suture che erano in grado di offrire risultati ineccepibili dal punto di vista anatomico e funzionale. Il chirurgo che non riusciva a ottenere questa perfezione era giudicato scadente. Ma arrivarono le cucitrici meccaniche: il famoso Stapler permetteva, con manovre semplici e rapide, di connettere automaticamente due segmenti intestinali con minute graffette metalliche. E l' abilità del chirurgo nel confezionare le anastomosi perse il suo primitivo valore. Anzi, grazie allo Stapler, fu addirittura possibile suturare segmenti intestinali che, prima, nemmeno il più abile specialista sarebbe riuscito a riunire a mano. Così, anche chi non era particolarmente portato, fu messo in grado di affrontare interventi impegnativi senza far correre al malato il rischio di complicazioni per cuciture imperfette. Ma la vera rivoluzione in campo chirurgico è arrivata da poco più di un anno con l' introduzione di una nuova tecnologia che ha addirittura tolto il bisturi dalle mani del chirurgo. Si tratta della «chirurgia mininvasiva» che permette di vedere l' interno dell' addome o del torace senza aprire queste cavità. L' incisione cutanea si limita ai pochi centimetri sufficienti per introdurre speciali sonde che, a guisa di periscopio, esplorano i diversi organi del corpo umano e identificano la formazione patologica proiettandone le immagini su uno schermo televisivo. Poi, grazie a strumenti speciali, si può procedere all' intervento chirurgico senza bisogno di ampliare il taglio. Si possono così asportare i calcoli della colecisti, un tumore dell' intestino, un' appendice infiammata o un lobo polmonare. Il malato ha un minor dolore postoperatorio, non ha cicatrici antiestetiche e sta in ospedale due o tre giorni anziché dieci. Per la prima volta da quando è nata la chirurgia, l' operatore fa l' intervento guardando il teleschermo e non il corpo del paziente addormentato. Tutto viene registrato. Il malato può addirittura portarsi a casa la cassetta della sua operazione. E adesso, dalla California, ci fanno sapere che nell' immediato futuro c' è in serbo il Robot... E' questa la fine per il chirurgo tradizionale? Sono convinto di no. Io sono favorevole alle innovazioni tecnologiche perché aumentano la sicurezza dell' intervento chirurgico, riducendo al minimo la possibilità di errore umano. Sono anche propenso alla maggior semplificazione della tecnica chirurgica perché, grazie ad essa, un numero sempre maggiore di chirurghi viene messo in condizioni di operare con assoluta garanzia. Tutto ciò torna a vantaggio del malato, che aumenta le sue possibilità di guarigione anche se non può affidarsi al luminare. Non si deve aver paura del confronto uomo macchina. Qualche tempo fa, alcuni scienziati vollero verificare se i calcoli di statica fatti dal Palladio per la costruzione delle sue ville erano esatti. Fecero fare il controllo dei dati dal più sofisticato computer e si accorsero che il grande architetto, 400 anni prima, con una penna, un pezzo di carta e le nozioni di statica di allora, aveva ottenuto gli stessi risultati della macchina. Luigi Rainero Fassati Università di Milano


STELLE CHE ESPLODONO Il reverendo cacciatore di supernove Record: l' australiano Evans ne ha scoperte 24
AUTORE: PRESTINENZA LUIGI
ARGOMENTI: ASTRONOMIA, RICERCA SCIENTIFICA
PERSONE: EVANS ROBERT
NOMI: EVANS ROBERT
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 089

ETA' 55 anni, ammogliato con quattro figli, residenza Hazelbrook nel New South Wales, a 80 chilometri da Sydney, professione: cacciatore di supernove. E' la scheda personale del reverendo Robert Evans, Bob per gli amici, grande attrazione del recente congresso degli astrofili italiani a Forlì, dove lo avevano invitato ricercatori che seguono le sue orme e che lo hanno pilotato in un minigiro d' Italia. Il personaggio è attuale anche perché in questi giorni si è diffusa la notizia della scoperta di una supernova alla distanza record di 5 miliardi di anni luce: la singola stella più lontana che mai sia stata osservata. Una supernova è l' esplosione di una stella di grande massa che ha esaurito l' idrogeno che «brucia» nel suo nucleo centrale e passa alla fusione di un altro più energico combustibile, l' elio. Tutto l' equilibrio dell' astro è sconvolto la stella si gonfia rapidamente e l' energia sprigionata è tale che gli strati esterni sono scagliati nello spazio, dove continueranno a espandersi sino a formare un guscio ancora osservabile per migliaia di anni. La luminosità della stella per qualche settimana si accresce fino a cento miliardi di volte quella originaria. Una sola supernova può brillare come un' intera galassia, prima che inizi un declino più o meno rapido, al termine del quale rimane una densissima stella di neutroni. A parte l' imponenza del fenomeno, tale che può essere osservato anche in galassie lontane, le supernove hanno probabilmente un ruolo nella formazione di nuove stelle e quindi di nuovi pianeti attraverso l' onda d' urto che si propaga nello spazio quando esplodono; e una funzione altrettanto importante nel produrre elementi pesanti, come il ferro, derivati dal collasso di stelle massicce. Ma le supernove sono rare. Ecco perché la ricerca si estende ad altre galassie e ha fruttato la scoperta, al 31 luglio scorso, di 845 supernove; 540 dal 1968 in poi, e di queste 131 più brillanti della quindicesima magnitudine stellare (le altre sono a portata solo di grandi telescopi). Bene, di queste 131, 43 sono state scoperte da astrofili, un buon terzo del totale. E il reverendo Evans è di gran lunga il campione di queste scoperte fatte con strumenti amatoriali avendone individuate ben 24. Si capisce che sia diventato un personaggio molto noto, anche per la modestia dei mezzi con cui ha operato. Ci spiega: «Per la ricerca visuale di supernove (si dà loro la caccia anche per via fotografica e più recentemente con i più sensibili Ccd) non occorrono grandi attrezzature e telescopi di grosso diametro. Per 25 anni ho lavorato con uno specchio astronomico di soli 25 centimetri, che all' inizio non era neppure parabolizzato, e prima di questo importante ritocco avevo già scoperto le due prime supernove. La montatura era improvvisata e si doveva rifare la centratura dello specchio ogni volta. Poi un ente governativo mi dotò di un 400 millimetri. Anche questo specchio non era di prima qualità ma ci lavorai bene lo stesso. A giugno di quest' anno una fabbrica di ottiche amatoriali mi ha regalato un suo specchio di 400 millimetri: l' ho inaugurato scoprendo in luglio un ' ennesima supernova». Ma come fa Evans ad avere tanta fortuna? Una fetta di merito bisogna darla al cielo australe e alla geografia, e non solo per la trasparenza e la scarsa diffusione luminosa, lontano da una metropoli come Sidney, ma anche perché molte galassie di quell' emisfero celeste non sono osservabili dal Giappone, dall' Europa o dagli Usa, dove opera il grosso degli altri ricercatori. Ma il pastore australiano, un simpatico ometto dai capelli rossicci che denunciano lontane origini irlandesi, deve moltissimo alla sua memoria visiva e alla sistematicità del suo metodo di ricerca: rapidamente localizza le sue galassie e passa dall' una all' altra in poche manciate di secondi, quanto basta per sincerarsi che non c' è alcun oggetto nuovo nelle vicinanze. L' oggetto, fra l' altro, potrebbe essere un asteroide o una semplice «nova» del nostro sistema: per questo, una volta individuato l' intruso, occorre passare a una verifica accurata, in cui si impegnano altri amatori e, quando disponibili, gli astronomi professionisti di osservatori australiani. Si confrontano le immagini precedenti della galassia, se ne prendono delle altre e, raggiunta la certezza che di una supernova effettivamente si tratti ecco partire il telegramma per il Central Bureau di Washington, dove Brian Marsden controlla a sua volta e può imporre altre verifiche, anche spettroscopiche. Dopo di che la scoperta è annunciata dalle ben note circolari dell' IAU, che raggiungono tutti i centri di ricerca astronomica del mondo. E allora l' indagine diventa generale. Sulle tracce di Evans hanno ricercato supernove con successo anche astrofili italiani, e al congresso di Forlì (che ha segnato un record di presenze, 167, quasi tutte le regioni rappresentate) c' erano Federico Manzini, Giancarlo Cortini e Mirko Villi, coautori della scoperta di supernove: i due ultimi, forlivesi, hanno trovato indipendentemente la supernova 1991 T e per questo hanno ricevuto una targa dall' UAI, insieme con gli scopritori del pianetino 1991yE, Ulisse Quadri e Luca Strabla, di Bassano (Brescia). Cortini e Villi sono inseriti in un gruppo di ricerca intitolato a Zwicky, che comprende 31 ricercatori e altrettanti telescopi da 20 centimetri (il minimo diametro considerato utile, salvo nel caso di supernove di eccezionale splendore) in su e che ha già all' attivo duemila ore di osservazione. Pazienza e costanza, ci ha ricordato il sorridente Evans, si rivelano alla lunga le armi migliori: nessuno può dirlo meglio di lui, che da 32 anni sacrifica buona parte delle notti a questa singolare e fortunata caccia. Luigi Prestinenza


FISICA A FRASCATI Adone genera Dafne Nuovo acceleratore di particelle
Autore: FURESI MARIO

ARGOMENTI: FISICA
ORGANIZZAZIONI: INFN
LUOGHI: ITALIA, FRASCATI
NOTE: 090

IL mito greco racconta di Adone tanto bello da fare perdutamente innamorare Afrodite, dea dell' amore. Egualmente bella era la figlia prediletta del fiume Ladone, la ninfa Dafne, che aveva acceso di non corrisposto amore il dio Apollo. Al regno mitologico della bellezza e dell' amore appartengono, per puro caso, anche i nomi di due acceleratori di particelle ideati per esplorare più a fondo il cuore della materia. Quello di Adone deriva da «Ada» (Anello Di Accumulazione), il predecessore ideato e realizzato negli Anni Sessanta a Frascati dai ricercatori dei Laboratori Nazionali appartenenti all' «Infn» (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare). Adone fu il primo acceleratore del genere costruito nel mondo; il primo a far correre nel vuoto più spinto delle sue piste elettroni e positroni, materia e antimateria. Correndo in senso opposto, a velocità quasi eguale a quella della luce, elettroni e antielettroni si scontrano, annichilendosi e trasformandosi in pura energia che, a sua volta, subito si trasforma in una cascata di numerose particelle, mai viste prima di Adone. Gli ottimi risultati ottenuti resero Adone ben presto famoso nel mondo della fisica più avanzata, che non tardò a moltiplicarne gli esemplari. Ma per vari anni Adone continuò a fare da battistrada lungo le vie della ricerca fisica subnucleare italiana ed europea. Tra i risultati ottenuti da Adone va ricordata la pronta produzione di particelle «J» , l' esistenza e le funzioni delle quali erano state teoricamente definite da un grande estimatore di Adone, il Nobel Samuele Ting, docente al Massachu setts Institute of Technology di Boston. Ora però, dopo 23 anni di attività feconda, Adone si avvia a diventare uno dei reperti custoditi nel museo annesso al l' «Infn», anzi il più importante e il più ricco di storia. Il patrimonio di prestigiosi primati lasciato da Adone verrà ereditato da «Dafne» (Double Annular phi Factory For Nice Experiments), il nuovissimo acceleratore che produrrà particelle facendo collidere anch' esso elettroni con positroni: sarà suo primo compito, infatti, la produzione di mesoni. Il mesone trae nome dal valore della sua massa, occupante una posizione intermedia tra quella dell ' elettrone e quella del protone. Come ipotizzato da Yukawa, il mesone è il veicolo di trasmissione della forza nucleare forte, ossia della «colla» che, legando insieme neutroni e protoni, rende compatto il nucleo. Dei cinque tipi di mesoni sinora scoperti «Dafne» produrrà quelli indicati con le sigle «K» e «Phi». Caratteristica fondamentale di «Dafne» sarà il basso livello di energia che utilizzerà per la produzione di particelle e che non sarà superiore al miliardo di elettronvolt: livello non disponibile con i chilometrici acceleratori oggi funzionanti nel mondo. Innovativa sarà anche l' architettura dell' impianto che, come indicato dai primi due termini della sua denominazione (Double Annular), sarà essenzialmente costituito dal doppio anello ellittico in cui si susseguiranno le corse e gli scontri degli elettroni. Le altre parti fondamentali saranno costituite dall' acceleratore lineare, lungo una trentina di metri, e dal concentratore di elettroni. «Dafne» sarà utile principalmente nello studio dell' asimmetria mediante il mesone «K», nell' esplorazione del nucleo atomico e in nuove ricerche sui quark. Si prevede che la costruzione di «Dafne» sarà terminata nel ' 94 e che l' impianto sarà operativo entro il ' 95. Ciò significa che «Dafne» sarà, almeno per un quinquennio, l' unico impianto nel mondo a produrre particelle facendo scontrare elettroni e positroni con basse energie. Mario Furesi


INQUINAMENTO Navi, aerei e satelliti per tenere sotto controllo le acque dell' Adriatico
Autore: V_RAV

ARGOMENTI: ECOLOGIA, INQUINAMENTO, MARE, TECNOLOGIA
ORGANIZZAZIONI: MARINA MERCANTILE, LANDSAT, NOAA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 090

PER la prossima estate l' Adriatico e le sue coste da Trieste a Pesaro potranno contare su un collaudato sistema di sorveglianza. Messo in piedi l' estate scorsa, ha dato risultati positivi, sottoposti a valutazione nel corso di un incontro di tecnici svoltosi a fine ottobre a Cesenatico. Le forze messe in campo contro alghe e mucillagini sono state ingenti e sofisticate: due battelli per i rilevamenti fino a 10 chilometri dalla costa, due navi per i controlli tra i 10 e i 35 chilometri, telecamere filoguidate per l' osservazione sottomarina, aerei della Marina Mercantile, il satellite francese Spot e quelli americani Landsat e Noaa le cui immagini sono state elaborate da Telespazio. Era la prima volta in Italia che un lavoro di monitoraggio copriva un tratto così lungo di coste, circa 450 chilometri. Lo ha portato avanti il Consorzio di studi, ricerche e interventi sulle risorse marine di Cesenatico, costituito nel ' 69 da un gruppo di enti romagnoli aumentati via via di numero ed al quale fanno capo docenti universitari, ricercatori, università italiane (in testa quella di Bologna) e straniere. La task force ha funzionato per cinque settimane dal 20 agosto al 26 settembre, durante le quali i dati provenienti dalle 76 stazioni di misura in cui era stato suddiviso il lungo arco di costa dell' Adriatico settentrionale, dalle navi, dagli aerei e dai satelliti sono affluiti al centro di Cesenatico. Già nelle osservazioni fatte negli anni precedenti era apparso chiaro che banchi di alghe e mucillagini avevano origine nelle acque al largo delle coste; le osservazioni hanno confermato che la comparsa di estese formazioni di materiali gelatinosi è causata dall' esasperazione del normale meccanismo con cui alcune microalghe producono essudati extracellulari. La scorsa estate per effetto delle piogge abbondanti e delle frequenti mareggiate è risultata poco favorevole alla proliferazione delle alghe; fenomeni eutrofici sono stati rilevati solo nelle aree prossime al delta del Po, su un arco di costa di 90 chilometri tra le foci dell' Adige e del Reno, con un' elevata concentrazione di nutrienti (sali di azoto, di fosforo e di silicati) che hanno provocato la «fioritura» di alghe, hanno colorato l' acqua in rosso mattone e causato estese morie di organismi di fondo. La presenza di mucillagine è stata rilevata dalla telecamera filoguidata solo in alcune aree lontane dalla costa ed in profondità. A partire dai primi di settembre questi limitati fenomeni si sono andati ulteriormente attenuando. I dati raccolti sono confluiti nella banca dati del ministero della Marina Mercantile dove saranno integrati con quelli raccolti nei tre anni precedenti (sono ormai 50 mila) e con quelli provenienti da altre fonti. Le informazioni sono anche state trasmesse giorno per giorno attraverso bollettini informativi inviati alle Regioni e agli Enti del turismo in Italia e in Germania in modo da consentire agli operatori, oltre che agli organismi tecnici, di conoscere la situazione del mare praticamente in tempo reale. (v. rav. )


ECOLOGIA IN CITTA' Risparmia termosifone, pulirai l' aria Evitabile il 30 per cento dell' inquinamento
Autore: PALLANTE MAURIZIO

ARGOMENTI: ECOLOGIA, ENERGIA, INQUINAMENTO, ATMOSFERA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 090. Riscaldamento

SE fino allo scorso inverno il sereno era considerato sinonimo di bel tempo, l' inquinamento atmosferico nelle grandi aree urbane sta capovolgendo questo luogo comune nel luogo comune opposto. Oggi pioggia e vento sono considerati i toccasana contro l' aria avvelenata dalla combustione degli idrocarburi, come se il trasferimento del monossido di carbonio, degli ossidi di azoto e dell' anidride solforosa in altre zone dell' atmosfera, o il loro assorbimento nella vegetazione, nelle acque e nel suolo sotto forma di acidi potessero rappresentare la soluzione del problema. Stupisce che una cultura scientificamente evoluta come la nostra si affidi a queste illusioni consolatorie, anziché intervenire per eliminare, o quanto meno attenuare, le cause di questi fenomeni. Inoltre l' attenzione è stata concentrata soltanto sulla circolazione automobilistica, ignorando completamente il contributo degli impianti di riscaldamento. A causa della cattiva coibentazione degli edifici, nella stagione invernale si disperde nell' aria una quantità di energia pari a quella che viene utilizzata da tutto il parco automobilistico nel corso dell' anno. Un serio impegno nella riduzione delle dispersioni termiche consentirebbe di ridurre di almeno un 30 per cento i consumi energetici in un settore che complessivamente assorbe un terzo dei consumi globali di energia. Per ridurre gli sprechi in questo settore sarebbe sufficiente modificare le attuali modalità di pagamento del riscaldamento nei condomini. Se, anziché contabilizzare la quota di ogni condomino sulla base dei millesimi del suo alloggio, il riscaldamento venisse pagato a consumo (ed esistono contatori di calore in grado di misurarne la quantità erogata in ogni alloggio) si darebbe un incentivo decisivo a fare le spese necessarie per ridurre le dispersioni termiche, o ad assumere comportamenti più razionali nella gestione del calore (spegnere i termosifoni anziché aprire le finestre in caso di caldo eccessivo, tenere temperature più basse in caso di assenza prolungata, e così via). La Snam ha realizzato una interessante esperienza a San Donato Milanese, in due caseggiati contigui, identici come struttura e abitati da famiglie socialmente omologhe. Il primo aveva il riscaldamento centralizzato, nel secondo gli appartamenti erano riscaldati autonomamente. Nel corso di tre anni i costi di riscaldamento del secondo caseggiato sono stati mediamente inferiori del 40 per cento rispetto al primo. Un contributo altrettanto importante alla riduzione dei consumi di energia termica, e dell' inquinamento atmosferico che ne deriva, può venire dalla sostituzione delle caldaie meno efficienti con caldaie ad alto rendimento, o meglio ancora con impianti di micro cogenerazione, che mentre riscaldano forniscono, senza costi aggiuntivi, energia elettrica, utilizzabile direttamente o rivendibile all' Enel. Questi interventi si ripagano da soli in periodi piuttosto brevi. Per fare questo si può utilizzare una semplice ed efficace formula finanziaria, che consiste nel far pagare i costi di investimento alla ditta istallatrice dell' impianto di risparmio energetico e nel ripagarla successivamente con il risparmio da esso consentito. Fatto uguale a 100 il consumo energetico iniziale, se in seguito alla trasformazione il consumo scende a 70, l' acquirente per un numero di anni stabilito continuerà a pagare 100. Una volta che in questo modo abbia saldato il debito, l' impianto resta di sua proprietà. Questa formula è vantaggiosa anche perché garantisce l' effettiva entità del risparmio; se infatti il risparmio fosse inferiore a quello calcolato dalla ditta sarebbe questa la prima a rimetterci poiché nel numero di anni fissato ricaverebbe una somma inferiore a quella prevista. Esperienze di questo genere non sono ancora diffuse in Italia, ma negli Stati Uniti sono in atto da più di un decennio Maurizio Pallante


CHIESTO IL BREVETTO Calvi, ecco i capelli sintetici Li hanno creati chimici giapponesi
Autore: FOCHI GIANNI

ARGOMENTI: CHIMICA
LUOGHI: ESTERO, GIAPPONE
NOTE: 090. Calvizie

E' stata presentata recentemente una domanda di brevetto europeo riguardante la fabbricazione di capelli sintetici molto simili a quelli naturali. I materiali che stanno alla base di quest' invenzione, come di tentativi precedenti fatti in tal senso, sono i cosiddetti poli alfa amminoacidi. Questo termine indica qualcosa di simile alle proteine, le quali, come si sa, sono costituite da lunghissime catene che la natura forma partendo appunto dagli alfa amminoacidi. I polimeri ottenuti per sintesi da queste unità assomigliano alle proteine vere e proprie in alcuni aspetti. Anzi, hanno già trovato applicazione come surrogati di materiali proteici quali seta e cuoio, e addirittura sono stati usati in chirurgia plastica al posto della pelle. Anche i capelli sono di natura proteica, e quindi si era già pensato d' imitarli con fibre fatte di poli alfa amminoacidi. I risultati, però, avevano deluso; i capelli artificiali erano troppo duri e rigidi per dare la sensazione naturale. Inoltre non si prestavano a prendere il colore voluto. Ma ora i ricercatori giapponesi dell' Aderans sostengono d' avere risolto il problema egregiamente. Hanno fatto in modo che il polimero avesse gruppi amminici e solfidrilici. Nella domanda presentata dicono d' essere riusciti a fabbricare capelli soffici e colorabili a piacere, che danno al tatto una sensazione perfettamente naturale, si possono spazzolare e pettinare con facilità e si prestano perfino alla permanente. Quest' ultimo aspetto è collegato alla presenza dei gruppi solfidrilici. Nella cheratina, la proteina dei capelli veri, ci sono ponti disolfuro che costituiscono un legame ( S S ) fra unità distanti della catena. Questa si trova dunque costretta in una forma particolare. Se la capigliatura viene sottoposta a un bagno chimico riducente, i ponti si rompono trasformandosi in gruppi solfidrilici ( S S diventa SH HS ). La catena, allora, può cambiare conformazione. A questo punto i capelli, con le fibre libere di riarrangiarsi, vengono tenuti piegati nel modo voluto mentre un nuovo bagno, stavolta ossidante, riforma i ponti S S: non fra le coppie originarie di atomi di zolfo, ma fra quelle che la nuova piega viene a porre alla breve distanza necessaria. Ed ecco che i capelli sono bloccati in una forma diversa. D' ora in poi, con la chioma brevettata, anche chi ha perso quella fornitagli da madre natura potrà farsi fare e disfare i riccioli. Gianni Fochi Scuola Normale di Pisa


SCAFFALE «Trattato di psicologia analitica», a cura di Aldo Carotenuto, Utet
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: PSICOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 090

LA straordinaria fecondità culturale di Carl Gustav Jung si può misurare bene anche soltanto scorrendo l' indice del «Trattato di psicologia analitica» diretto da Aldo Carotenuto, due solidissimi volumi appena pubblicati dalla Utet. Una cinquantina di autori, in altrettanti saggi, fanno luce sugli aspetti più diversi del pensiero junghiano: dai rapporti con la filosofia classica a quelli con l' ermeneutica, dalle simbologie astrologiche e alchemiche ai rapporti con la religione, la società, la politica, l' arte; senza dimenticare naturalmente quelli che sono stati i maggiori contributi scientifici di Jung: i concetti di archetipo e di inconscio collettivo, la dottrina della sincronicità, il processo di individuazione, il test delle associazioni verbali, gli aspetti terapeutici della psicologia analitica. Altri filoni si definiscono meglio per via dialettica o addirittura per contrapposizione frontale: come indicano bene i saggi dedicati alla rottura con Freud o ai rapporti con il pensiero di Goethe e di Nietzsche. In quest' opera monumentale, che ha anche il pregio di allineare tutti i maggiori esponenti italiani della tradizione junghiana con le loro variegate tendenze, si coglie chiaramente il perché della modernità di Jung. Tanto Freud appare invecchiato, prigioniero di una cultura positivista e di schematizzazioni che per quanto geniali diventano sterili se applicate in modo totalizzante (si pensi al ruolo dominante della sessualità e del complesso di Edipo ), altrettanto Jung si dimostra nostro contemporaneo nel proporci un pensiero più flessibile, più problematico, più aperto a una sintesi umanistico scientifica, capace di abbracciare la psiche intera e non soltanto (o prevalentemente) il mondo limitato della sua patologia.


SCAFFALE Autori vari: «Storia della tecnologia. La preistoria e gli antichi imperi», Bollati Boringhieri
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: TECNOLOGIA, STORIA DELLA SCIENZA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 090

Torna in volumi più agili e a prezzo accessibile un importante classico dell' editore Boringhieri: la «Storia della tecnologia» che, uscita a Oxford nel 1954, fu presentata per la prima volta in Italia nel 1961. Il primo volume, diviso in due tomi, tratta «La preistoria e gli antichi imperi». Si va dalla misura del tempo alla lavorazione della pietra, dalle primitive utilizzazioni dei metalli ai trasporti per acqua e su ruota, fino alle prime nozioni di astronomia e di matematica. Un' opera non soltanto di consultazione ma anche di proficua e appassionante lettura.


SCAFFALE Autori vari: «I primi europei», Jaca Book
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: ANTROPOLOGIA E ETNOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 090

Una serie di bei volumi della Jaca Book ci introduce con il viatico di molte illustrazioni alle prime civiltà europee. Sei agili monografie sono dedicate a «L' età dei cacciatori», «L' età dei costruttori di megaliti», «Gli egei», «Gli italici», «I celti», «Gli iberi». Un volume più ampio, riprendendo in modo organico questi testi, disegna il quadro generale: l' Europa e le sue popolazioni nel periodo archeolitico e nel paleolitico, le civiltà dei cacciatori nel periodo glaciale e le civiltà mesolitiche.


SCAFFALE Braccesi Alessandro: «Una storia della fisica classica», Zanichelli
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: FISICA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 090

Mentre proliferano i libri sulla fisica più avanzata (relatività meccanica quantistica, particelle elementari, teorie di grande unificazione), la fisica classica, al di fuori dei testi scolastici, rischia di finire nell' oblio. Eppure è ovvio che non si può capire nulla della nuova fisica se non si conosce a fondo quella classica. Si sentiva, dunque, il bisogno di una esposizione divulgativa moderna di ciò che gli scienziati sono riusciti a comprendere della natura dai primi filosofi greci fino alle grandi scoperte di Maxwell e di Avogadro. E' ciò che ci offre Alessandro Braccesi, fermandosi a quello spiraglio sul mondo molecolare e atomico che è il «moto browniano».


SCIACALLI Ladri e sfruttatori? Calunnie] Una ricerca sulla vita sociale di due specie nel Serengeti sconfessa i luoghi comuni: sono fedeli, generosi, altruisti
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ETOLOGIA, ZOOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 091

DA un po' di tempo è di moda tirare in ballo gli animali per parlar male degli uomini. E quasi sempre li si tira in ballo a sproposito. Così si è fatto un gran parlare del «corvo» che scriveva lettere anonime. Chissà poi perché si era scelto proprio il corvo, che è considerato, a ragione, uno degli uccelli più intelligenti. Discorso simile vale per la talpa che ha divulgato la notizia delle privatizzazioni: non si capisce perché si debba chiamare in causa la talpa che vive sottoterra, ma non è mai stata delatrice di alcun segreto di Stato. Infine, gli «sciacalli», invitati a rientrare nelle loro tane dal leader di un noto partito politico. Dunque illustriamolo un po' questo sciacallo, ingiustamente calunniato dal linguaggio comune. Persino nel dizionario il significato metaforico di «sciacallo» è «colui che sfrutta a proprio vantaggio le sventure altrui». Ma la più comune accezione del termine è «chi commette ruberie nelle case evacuate per cause di forza maggiore». Rispondono queste definizioni alla vera indole dello sciacallo? Niente affatto. Lo può testimoniare meglio di chiunque altro la biologa americana Patricia D. Moehl man che ha studiato per 18 anni lo sciacallo dalla gualdrappa (Canis mesomelas) e lo sciacallo dorato (Canis aureus), due delle quattro specie conosciute. La ricerca si è svolta su una popolazione che vive sulle sponde del lago Lagarja, nel Serengeti meridionale (Tanzania). Con la tenacia e la perseveranza che contraddistinguono i ricercatori sul campo, la Moehlman ha pedinato per anni gli sciacalli del Serengeti, seguendoli con la sua Land Rover a una quarantina di metri di distanza. Munita di un buon binocolo, è riuscita a distinguere un individuo dall' altro in base alle loro caratteristiche somatiche. Sarebbe stato più facile marcarli con contrassegni particolari, come fanno di solito gli studiosi. Ma la ricercatrice è contraria a questo sistema che implica la cattura degli esemplari mediante cartucce anestetiche, e che a suo avviso è un trauma per gli animali. Patricia Moelhman ha notato infatti che se gli sciacalli si accorgono della sua presenza cosa assai probabile, dato che con la loro vista acutissima sono in grado di vedere un essere umano a centinaia di metri di distanza il loro comportamento ne viene immediatamente influenzato. Lei invece è riuscita a non turbare la loro spontaneità, scoprendone quindi i complessi rapporti sociali Gli sciacalli sono parenti dei lupi, delle volpi e dei cani domestici. Come loro, appartengono alla famiglia dei canidi e all' ordine dei carnivori. Ma non sono carnivori in senso stretto: mangiano prede di tutti i generi, dagli insetti ai rettili, dagli uccelli ai roditori, dalle lepri alle piccole gazzelle. All' occorrenza però mangiano anche frutta e rifiuti. E le carogne? Meno di quanto si creda. Quando i leoni catturano una preda, gli sciacalli si tengono a rispettosa distanza e aspettano che i grossi felini abbiano terminato il pasto. Ne rimane sempre abbastanza per loro, anche se iene e avvoltoi intervengono subito a contendere gli avanzi. Quasi sempre, però, gli sciacalli cacciano in proprio, sfoggiando spesso una notevole dose di astuzia. Se un preda di piccole dimensioni, per esempio una lepre, cerca di sottrarsi all' inseguimento nascondendosi in una macchia, gli sciacalli la circondano e, dopo averla snidata, la spingono a fuggire verso il punto in cui si trova uno dei loro compagni che l' attende al varco Per adescare gli uccelli, poi, lo sciacallo dorato usa una tecnica particolare. Si distende a terra fingendosi morto. E quando l' uccello gli vola vicino, con un balzo si solleva e l' acchiappa. Gli indigeni africani, e non solo loro, lo ritengono assai più furbo della volpe. Furberia a parte, ciò che ha impressionato la studiosa americana è stata soprattutto l' abnegazione con cui gli adulti si curano dei piccoli. Bisogna dire intanto che lo sciacallo è un modello di fedeltà coniugale, un modello assai raro tra i mammiferi che sono generalmente poligami. Maschio e femmina sono uniti per la vita, cioè finché morte non li separi. Nel periodo degli amori c' è un rapporto molto tenero tra i partner. Si accarezzano in continuazione e si puliscono reciprocamente la pelliccia in un atteggiamento molto affettuoso. Insieme s' impadroniscono di un territorio e lo difendono a spada tratta. Curiosamente, se l' intruso è di sesso femminile, viene affrontato dalla femmina, se invece è di sesso maschile deve fare i conti con il maschio. I piccoli dello sciacallo dorato nascono nella stagione delle piogge, quando passano attraverso il Serengeti grossi branchi migratori di gnu, di zebre e di gazzelle di Thompson ed è facile procurare il cibo ai cuccioli. Le femmine dello sciacallo dalla gualdrappa invece partoriscono nella stagione arida, quando più abbondante è la popolazione dei roditori che sono le loro prede favorite. L' importante è mettere al mondo i figli quando si sa di poterli nutrire in modo adeguato. Ma la cucciolata è numerosa. Nascono facilmente sei o più piccoli. E per quanto la caccia sia abbondante, i genitori non ce la fanno materialmente a sfamare tutti. Ecco allora che ricorrono ai figli più grandicelli della cucciolata precedente, i quali si sacrificano per il bene della famiglia. Fanno in modo impareggiabile da baby sitter ai fratellini Al ritorno dalla caccia rigurgitano per loro parte del cibo semidigerito, com' è d' uso tra i canidi, e li proteggono dalle aggressioni dei predatori. Con un ottimo risultato. Perché il loro altruismo favorisce la sopravvivenza di un cucciolo e mezzo in più per figliata. E li vogliamo ancora chiamare «sciacalli» in senso spregiativo? Isabella Lattes Coifmann


LA MALATTIA DI DUCHENNE Tutta colpa della distrofina Da Telethon un aiuto alla ricerca
Autore: MARCHISIO GIAN CARLO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, SANITA', TELEVISIONE, SOLIDARIETA'
ORGANIZZAZIONI: TELETHON
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 091. Distrofia

LA distrofia muscolare di Duchenne, spesso indicata con la sigla Dmd, è una delle più diffuse malattie genetiche. Colpisce soltanto i maschi mentre le femmine sono le portatrici del gene della distrofia legato al cromosoma X, gene che si trasmette quindi per via materna. I maschi affetti da Dmd cominciano in genere ad accusare debolezza muscolare verso i 5 anni, per poi perdere gradualmente le forze fino ad essere costretti sulla sedia a rotelle: una malattia tremenda, con enormi costi sociali e purtroppo senza alcuna seria speranza di cura. Per questo si è visto crescere uno sforzo di ricerca finanziato da diverse fonti pubbliche e private, tra le quali «Telethon»: la maratona televisiva andrà in onda il 4 5 dicembre con la partecipazione, tra gli altri, di Milva Arbore, Ornella Vanoni e Gloria Gaynor. Negli ultimi anni si è capito perché la malattia si sviluppi ma non si è trovata nessuna terapia. La distrofia muscolare di Duchenne è causata da una progressiva degenerazione delle fibre che costituiscono i muscoli scheletrici e vengono sostituite da un tessuto fibroso incapace di contrarsi. I muscoli diventano quindi rigidi e immobili. Il maggior successo di questi anni è la scoperta di una proteina, la distrofina, che manca totalmente nei muscoli distrofici mentre è un componente normale dei muscoli sani. La distrofina apre un interessante problema biologico; è una proteina ad alto peso molecolare, ma è codificata da un gene sproporzionatamente grande. Rimane per ora un mistero biologico questa forte sproporzione dimensionale tra il gene e il suo prodotto proteico. In parte è un mistero anche la funzione della distrofina nel muscolo sano. Capirne integralmente la funzione potrebbe aiutare a comprendere perché la sua assenza porti le fibre muscolari a morire progressivamente. Si sa che questa grande molecola sta sotto la membrana cellulare e sembra da una parte organizzare un sistema di filamenti di supporto della membrana stessa, dall' altra regolarne la permeabilità a ioni e molecole che stanno dentro o fuori la cellula. In parole semplici funziona come una specie di guardiano dei rapporti tra il contenuto della fibra muscolare e l' ambiente extracellulare. In assenza di distrofina, e cioè nel muscolo che degenera, molecole di varia natura passano liberamente attraverso la membrana e questa viene a perdere la sua funzione di barriera, fatto che impedisce la regolarità della funzione contrattile. Poco o nulla si sa della funzione specifica della distrofina rispetto ad altre proteine che le assomigliano; data la posta in gioco, la distrofina è oggetto di ricerca affannosa. Una cosa però si sa per certo. Se si rimpiazza la distrofina mancante in una cellula muscolare malata, la cellula riprende la sua funzione. Ciò prova con certezza che è la mancanza di distrofina la causa della malattia e apre una grande speranza per il futuro. Se si riuscisse a inserire stabilmente nelle fibre muscolari di un individuo malato il gene della distrofina e si potesse farlo funzionare, cioè fargli produrre distrofina, la malattia potrebbe essere curata efficacemente. Si tratta di un tipico intervento di terapia genica che apre una sfida di enorme importanza, ma che per ora pone molti problemi. Sono già stati fatti tentativi con questo approccio terapeutico sia su animali congenitamente privi di distrofina sia su campioni di pazienti umani. Il muscolo si presta particolarmente a questo genere di interventi in quanto lo sviluppo e la riparazione delle sue lesioni prevedono naturalmente che piccole cellule satelliti con funzione di elementi precursori si fondano con fibre già preesistenti e ne aumentino le dimensioni. Basterebbe in teoria inserire e far esprimere il gene della distrofina in cellule satelliti dello stesso paziente, reinserirle nel muscolo malato e aspettare la fusione per assistere alla miracolosa guarigione del giovane distrofico. In teoria tutto è facile e qualche successo già si è ottenuto su topi geneticamente distrofici. In pratica, nell' uomo, ancora troppo poco si conosce del controllo della fusione delle cellule satelliti e delle molecole di adesione cellulare che lo promuovono. Manca inoltre una conoscenza approfondita della regolazione dell' enorme gene della distrofina. Pier Carlo Marchisio Università di Torino


PREVENZIONE DEI TUMORI La salute nasce a tavola Da Tokyo un test interessante
Autore: TRIPODINA ANTONIO

ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE, MEDICINA E FISIOLOGIA, SANITA'
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 091

UNA «buona vita», dal punto di vista della salute, non è soltanto una questione di fortuna. Molte fra le più serie patologie in particolare le malattie cardio vascolari e le malattie metaboliche se pure hanno alla base una predisposizione genetica, non potrebbero mai manifestarsi senza l' intervento determinante di fattori esterni. Anche molti tumori non sono eventi predeterminati e ineluttabili, su cui nulla può la volontà umana: l' 80 per cento di essi deve l' insorgenza o lo sviluppo a fattori ambientali. E fra questi hanno un ruolo rilevante le abitudini alimentari. La correlazione tra alimentazione e tumori è stata messa in evidenza dalla epidemiologia (scienza che studia la diffusione delle malattie nelle varie popolazioni), dimostrando come uno stesso tumore abbia una frequenza diversa in popolazioni con differenti abitudini alimentari. Le prove più evidenti, per la peculiarità della sua alimentazione, le offre il popolo giapponese, sia nel bene sia nel male. Le donne giapponesi, per esempio, hanno un' incidenza di tumori alla mammella che è cinque volte inferiore a quella delle donne degli Stati Uniti. Il fattore protettivo è stato individuato nel loro basso consumo di grassi. La controprova è il significativo aumento di tale neoplasia nelle donne giapponesi che, trasferitesi in Usa, hanno assunto le abitudini alimentari americane. Ancora i giapponesi, per contro, hanno la più alta incidenza mondiale di tumori dello stomaco, fatto in relazione con la loro tradizionale alimentazione ricca di cibi in salamoia, salati e affumicati e povera di frutta e verdura. La controprova, questa volta, si ha nella netta riduzione di tale neoplasia in quei giapponesi che, emigrati nelle Hawaii, hanno adottato una dieta ricca di vegetali e quindi di vitamine. In particolare alla vitamina C è stata riconosciuta la proprietà di inibire la formazione delle nitrosamine, sostanze ritenute cancerogene che si formano dall' unione delle amine con i nitrati e i nitriti (presenti in quantità elevata nel sale utilizzato per la conservazione degli alimenti). Grande evidenza epidemiologica ha inoltre la maggior freMDBO quenza del carcinoma intestinale nelle popolazioni europee rispetto a quelle africane e asiatiche. La spiegazione è stata individuata in due caratteristiche negative dell' alimentazione europea: sempre più grassi e sempre meno fibre. La prima provoca un' aumentata eliminazione intestinale di colesterolo e dei suoi derivati e una modificazione della flora intestinale, che deMDBO terminano la formazione di sostanze capaci di alterare il Dna delle cellule epiteliali del colon; le seconde determinano una riduzione della funzione delle fibre stesse che è quella di accelerare il transito intestinale, diminuendo il tempo di contatto di eventuali sostanze cancerogene. Un eccessivo consumo di grassi sembra anche implicato nell' insorgenza di altri tumori (laringei, polmonari, pancreatici, uterini, prostatici), ma sono ancora oscuri i meccanismi per cui ciò accade: vengono ipotizzate alterazioni della regolazione ormonale e della modulazione immunologica. Anche il sovrappeso è considerato fattore di rischio per le trasformazioni che alcuni ormoni subiscono a livello di tessuto adiposo. Alla vitamina C, alla vitamina A, alla vitamina E e al selenio (un oligo elemento) sono state riconosciute proprietà «antiossidanti», cioè di protezione nei confronti dei «radicali liberi». Questi sono molecole che si formano dentro le cellule nel corso dei processi metabolici fisiologici; contenendo un elettrone «spaiato», hanno un alto grado di reattività chimica, e quindi possono provocare, fra altri danni (come invecchiamento), alterazioni del Dna, con possibili conseguenze tumorali. La relazione tra abitudini alimentari e tumori ha indotto alcuni Paesi a istituire comitati scientifici con l' incarico di indicare linee guida per un' alimentazione. I suggerimenti pratici emersi dalle varie indagini sono: evitare il sovrappeso; limitare il consumo dei grassi a non più del 30 per cento delle calorie totali, con un giusto rapporto fra acidi grassi poli insaturi e mono insaturi (di cui è ricco l' olio di oliva, a cui vengono anche attribuite proprietà antiossidanti); limitare i prodotti trattati con sale, in salamoia o affumicati; limitare l' assunzione di sostanze alcoliche, e soprattutto superalcoliche, specie se in associazione col fumo; limitare il consumo di carni cotte su fuoco vivo, potendo per «pirolisi» formarsi prodotti di degradazione pericolosi (benzopirene); avere molta cura nel conservare prodotti come cereali, legumi, noci, facilmente inquinabili dalle aflotossine; consumare cereali non raffinati, con elevato contenuto di fibre; includere nel menù giornaliero verdure (verdi e gialle) e frutta, evitando quella troppo bella e troppo lucida, in sospetto di «fito cosmesi». Antonio Tripodina


A PADOVA La casa delle farfalle tropicali
Autore: FABRIS FRANCO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ANIMALI
NOMI: MORETTO ENZO
LUOGHI: ITALIA, PADOVA
NOTE: 091

DA tempo, ormai le nostre città non vedono più volteggiare sui giardini le farfalle. C' è però un angolo, a pochi chilometri da Padova, tra le sorgenti termali e gli scavi archeologici romani di Montegrotto Terme, dove è sorta la «Butterfly arc», la casa delle farfalle, il primo museo italiano di farfalle tropicali vive. Nella serra è stata ricostruita una giungla in miniatura, completa di fiori esotici e animali predatori: felci giganti, piante di banano, boungavillee a ridosso di rocce artificiali, orchidee, ibischi, asclepias. Molte piante hanno fiori vistosi dotati di nettariferi. Altre, come il banano, servono di rifugio ai bruchi, che si nascondono lungo le nervature delle foglie e dei frutti, o di nutrimento a varie specie. Non manca il laghetto con i giacinti d' acqua, le felci e il papiro, e neppure una cascatella alimentata da un ruscello artificiale. Nella serra, che copre un' area di 700 metri quadrati, si alternano farfalle di 150 specie diverse provenienti dall' Asia, dall' Africa e dall' America Latina: la caligo o farfalla civetta, dai falsi occhi disegnati sulle ali per impaurire i predatori; la morpho dal colore blu elettrico, le papilionidae delle isole indonesiane delle Molucche, dall' incredibile varietà di colori, le farfalle monarca famose per le migrazioni dal Sud America al Messico, le farfalle foglia che, quando tengono le ali chiuse, imitano perfettamente una foglia secca. La serra viene tenuta a una temperatura costante di 25C e con un' umidità dell' 80 per cento. In questo habitat ideale le farfalle imparano a riconoscere il loro ambiente, a ritornare sulla propria foglia e riescono a compiere tutte le fasi del loro ciclo biologico completo. Vi si possono ammirare i corteggiamenti, la metamorfosi, i delicati sfarfallamenti. E, avvicinandosi a pochi centimetri, minutissime uova, bruchi, crisalidi appese un po' dappertutto. La vita delle farfalle si compie nel breve ciclo di una o due settimane; solo la caligo e gli eliconidi possono arrivare a qualche mese. Questo straordinario luogo è stato creato dall' entomologo Enzo Moretto che, con l' aiuto del Comune, è riucito a ricreare un ambiente tropicale ideale. Le piante sono arrivate dai Paesi di origine, le farfalle dalle fattorie delle farfalle. Si sono costruite incubatrici, che vengono tenute in ambiente arieggiato a temperatura e umidità elevate, e terrari che servono da nursery per i bruchi. Limoni e passiflore nutrono i bruchi dei papilioni e quelli degli eliconidi. Poiché il nettare dei fiori non è sufficiente a nutrire adeguatamente tutte le farfalle, si sopperisce con fiori artificali, studiati apposta per forma e colore, dove le farfalle possono trovare il miele, il nettare, lo zucchero e l' acqua necessari al loro nutrimento. Franca Fabris


SOMMERGIBILE ATOMICO Invisibili in fondo al mare Il reattore nucleare consente autonomia di mesi, velocità di 30 nodi e grandi profondità Per l' equipaggio, ossigeno con l' elettrolisi e acqua dolce con la distillazione
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D
NOTE: 092

IL sommergibile entra ed esce dall' acqua modificando il suo peso. Per farlo, riempie o vuota due serbatoi disposti lungo le fiancate. Questi hanno, sul fondo, dei fori sempre aperti. In alto ce ne sono di più piccoli, che possono essere aperti o chiusi. Quando il sottomarino si immerge, vengono aperti, per far uscire l' aria e far entrare l' acqua. Quando è il momento di riemergere, vengono chiusi: si pompa aria ad alta pressione, che fa uscire l' acqua dai fori in basso. Ci sono anche serbatoi più piccoli, che regolano i movimenti durante l' immersione. Il sommergibile del disegno è alimentato da un reattore nucleare ad acqua pressurizzata. Questo produce vapore, che spinge alcune turbine e genera elettricità per far funzionare il motore a elica. In questo modo si produce, con poco carburante, un' enorme quantità di energia che consente al sommergibile nucleare di viaggiare per migliaia di chilometri a grandi profondità e a una velocità di oltre 30 nodi. All' interno l' aria viene rinnovata artificialmente. Attraverso l' elettrolisi, l' acqua del mare viene scomposta in idrogeno e ossigeno. L' idrogeno, gli altri gas e i sali vengono pompati in mare, mentre l' ossigeno passa attraverso un sistema di ventilazione. L' anidride carbonica prodotta dall' equipaggio viene assorbita da una serie di purificatori. Anche l' acqua potabile viene distillata dal mare. Un sommergibile nucleare è completamente autonomo e può restare inabissato per mesi.


L' era del nucleare cominciò così 2 dicembre 1942: Fermi accende la prima pila atomica
Autore: GABICI FRANCO

ARGOMENTI: STORIA DELLA SCIENZA, NUCLEARI, SCIENZA, ENERGIA
NOMI: FERMI ENRICO, WEIL GEORGE
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D
NOTE: 092

INVERTENDO le cifre centrali del 1492, anno della scoperta dell' America, si ottiene 1942, data quasi altrettanto famosa legata alla scoperta di un altro «nuovo mondo». In quell' anno il nostro Enrico Fermi fece funzionare la famosa «pila atomica», cioè realizzò la prima reazione a catena, inaugurando l' era nucleare. Lo storico esperimento viene ricordato oggi e domani a Pisa in un congresso in parte rievocativo e in parte dedicato ai programmi e alla sicurezza nucleare oggi. La «pila» di Fermi funzionò per la prima volta in un freddissimo pomeriggio di cinquant' anni fa, in uno stanzone sotto le tribune dello stadio di Chicago, come ricorda una lapide posta all' ingresso della struttura sportiva: «Il 2 dicembre 1942 si compì qui la prima reazione a catena autopropagantesi e con questo ebbe inizio la produzione controllata dell' energia atomica». La pila di Fermi coronò un programma di lavoro che aveva impegnato i fisici nello studio della struttura degli atomi. I fisici bombardavano gli atomi con i neutroni, trasformandoli in varietà degli stessi elementi (isotopi) oppure ottenendo elementi che occupavano il posto immediatamente successivo nel sistema periodico di Mendeleiev. Grande attenzione fu rivolta all' uranio perché, essendo l' ultimo elemento conosciuto (il 92), avrebbe potuto generare l' elemento 93. Invece il bombardamento dell' uranio dava come risultato due elementi molto leggeri che all' inizio vennero scambiati per nuovi elementi (ebbero immediatamente un nome, ausonio ed esperio). E inoltre veniva liberata una quantità enorme di energia. Furono Otto Hahn e Lize Meitner a spiegare il mistero. In realtà i neutroni avevano «spaccato» i nuclei di uranio, producendo cripton, bario e alcuni neutroni. Il fenomeno fu chiamato fissione. Fermi si chiese se sarebbe stato possibile creare un meccanismo in grado di autoalimentare la fissione. I neutroni liberati avrebbero dovuto colpire altri nuclei e così via creando una «reazione a catena». Per controllare la reazione, però, occorreva un «rallentatore» e Fermi utilizzò grafite, che interponeva all' uranio. Il lavoro dell' equipe di Fermi venne aiutato in tutte le maniere perché si era in clima di guerra e il pensiero che i tedeschi avrebbero potuto usare l' energia nucleare per scopi militari aveva messo tutti in grande agitazione. Fermi aveva bisogno di un ambiente molto spazioso; ma a quei tempi tutti i locali di grandi dimensioni erano stati occupati dai militari, sicché si dovette utilizzare l' ambiente sotto lo stadio di Chicago. Non mancarono i risvolti comici. Per proteggere le persone dalle radiazioni si pensò di chiudere la pila dentro un enorme pallone di gomma a forma quadrata e per ottenere questa singolare copertura ci si rivolse alla Goodyear, esperta in palloni aerostatici. La Goodyear, però, si rifiutò di costruire una struttura del genere perché, secondo i tecnici della prestigiosa casa, non avrebbe mai potuto alzarsi in volo. Chi aveva commissionato il lavoro non poteva svelare i propri piani, sicché non fu facile ottenere quel pallone quadrato. Lo stesso discorso valeva anche per la grafite, che doveva essere purissima, ma nessuno poteva spiegare il perché. L ' ambiente di lavoro, poi, non era per niente confortante. Mancava il riscaldamento, fuori la neve scricchiolava sotto i piedi e dentro alla sala della «pila» si registrarono anche punte di 20 sotto zero La «pila» venne costruita in sedici giorni e alla fine risultò composta di 350 tonnellate di grafite, 36, 5 di ossido di uranio e quasi 6 di uranio metallico. Costo: un milione di dollari. Fermi, dall' alto di una impalcatura, dirigeva le operazioni. Un fisico, George Weil aveva avuto l' ordine di innescare la reazione mentre altri tre, chiamati i «pompieri», avrebbero dovuto interrompere la reazione qualora le cose avessero preso una brutta piega. Tutto andò a meraviglia e la pila funzionò per quattro minuti e mezzo. L' annuncio del successo fu dato in codice: «Il navigatore italiano è appena sbarcato nel nuovo mondo». Poi la festa. Wigner era riuscito a procurarsi un fiasco di Chianti col quale si brindò in bicchieri di carta. Sul fiasco vennero anche apposte le firme dei partecipanti. Leo Szilard, l' altro responsabile del progetto, rimasto solo con Fermi, si lasciò andare a un commento profetico: «Questo giorno sarà segnato in nero nella storia dell' umanità » Come se già avesse previsto il fungo atomico di Hiroshima. Franco Gabici


STRIZZACERVELLO Un orologio sensibile
Autore: PETROZZI ALAN

ARGOMENTI: GIOCHI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 092

L' addetto alla sciovia di una stazione turistica invernale si è accorto, alla ripresa dell' attività, che gli sbalzi di temperatura cui è sottoposto il suo orologio producono degli effetti strani. A mezzanotte, dopo alcune ore di tepore, è avanti di mezzo minuto mentre all' alba, dopo esser rimasto esposto al freddo notturno della cucina dove viene lasciato, ha perso 1/3 di minuto, rimanendo avanti solo di 1/6 di minuto. Ieri mattina, primo giorno di dicembre, l' orologio era casualmente esatto ed in perfetto sincronismo con il segnale orario della radio. In quale giorno l' orologio, senza più aggiustamenti d' orario, sarà avanti esattamente di 5 minuti? La risposta domani, accanto alle previsioni del tempo. (A cura di Alan Petrozzi)


LA PAROLA AI LETTORI Orecchini d' oro per una bella sepoltura
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 092

Le foglie, specialmente se sempreverdi, non vengono bruciate dal Sole dopo la pioggia, mentre questo accade se vengono irrorate a mano. Perché ? Dopo la pioggia c' è sempre un periodo, più o meno lungo, di nuvolosità residua, durante il quale le gocce d' acqua aderenti alla cuticola (le cui caratteristiche variano molto fra piante diverse e tra foglie diverse della stessa pianta) cominciano a evaporare, riducendo così l' effetto lente che provoca le bruciature al ricomparire del Sole. Il passaggio subitaneo da pioggia a Sole, ad esempio alla fine di un temporale estivo, implica la presenza di vento più o meno forte che induce un' evaporazione ancora più rapida delle gocce d' acqua. Queste condizioni non sono presenti durante l' innaffiatura di una pianta in una giornata di pieno Sole, a meno che non vi sia vento, nel qual caso quasi sicuramente le bruciatrure non avvengono. Pierluigi Bonello, Monaco Considerato un proiettile che lascia la canna di un' arma da fuoco e un osservatore a una certa distanza da dove avviene lo sparo: il bang che avverte è quello del proiettile che supera la velocità del suono o quello della detonazione della polvere da sparo e relativa espansione del gas? La bella e triste canzone degli alpini «Ta Pum» forse ha origine proprio dal problema sollevato da questa domanda. Un proiettile supersonico (e tali erano i proiettili di fucile della Prima Guerra Mondiale) origina, nel suo moto, onde d' urto che consistono in brusche variazioni di pressione e provocano il secco e lacerato «Ta». Il «Pum» non è altro che l' onda di bocca causata dall' espansione dei gas che fuoriescono dal vivo di volata (estremità anteriore della canna). Tale onda si propaga nell' aria alla velocità del suono. Un osservatore a distanza udrà pertanto il «Ta» al passaggio del proiettile e poi il «Pum» (basso e ovattato) al passaggio dell' onda di bocca. Dal tempo intercorrente tra il «Ta» e il «Pum», note le caratteristiche dell ' arma che spara, si può con buona approssimazione valutare la distanza fra tiratore e osservatore. Piergiorgio Fedeli, Piacenza A seconda della velocità iniziale del proiettile, si incomincerà a udire i due rumori come suoni separati solo oltre una certa distanza, visto che l' orecchio umano riesce a percepire come distinti solo suoni separati da un intervallo temporale di almeno 1/10 di secondo. Ad esempio, per un proiettile di fucile con velocità iniziale di mille metri al secondo, i due suoni non saranno distinguibili fino a cinquanta metri dall' arma; da 50 a 2800 metri circa si udrà prima l' onda balistica e poi la detonazione, mentre oltre i 2800 metri si udrà prima la detonazione e poi il sibilo del proiettile. Vittorio Bobba, Vercelli Quando e perché i marinai iniziarono a portare un anello ai lobi dell' orecchio? I marinai credevano che, in caso di annegamento, la loro anima avrebbe trovato pace solo con la sepoltura, in terra, del loro corpo. L' anello d' oro era la ricompensa per colui che provvedeva alla pia sepoltura. Marco Jarach, Venezia Da tempo immemorabile i marinai portano un anello d' oro ai lobi per potersi pagare il funerale. Un tempo le persone risparmiavano tutta la vita per poter avere una sepoltura decente. E i marinai, non potendosi portare dietro i risparmi sotto forma di denaro, li trasformavano in oro. L ' orecchino era il modo più sicuro per averlo sempre con sè. Louise Bloomsfield, Lessolo (TO) L' abitudine di portare un anello ai lobi è molto antica ed è stata mutuata dagli zingari, secondo i quali acuisce la vista. Mario Guglielminetti, Torino Le nostre nonne esponevano al Sole, ben insaponati, i capi con macchie resistenti, sostenendo che i raggi solari li avrebbero sbiancati. Effettivamente accadeva. Perché ? Ogni reazione chimica endotermica (che cioè ha bisogno di energia per accadere) è facilitata dal calore. L' ossidazione dello «sporco» da parte dell' ipoclorito di sodio contenuto nel sapone è endotermica ed è pertanto «promossa» dall' energia che può ricevere dal Sole, sia come radiazione ultravioletta che come calore. Questo spiega anche perché per macchie difficili sia indispensabile acqua anche calda (90) Andrea Fenoglio, Barge (CN)


CHI SA RISPONDERE?
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 092

& Se la nostra pelle si rinnova di continuo, come fanno i tatuaggi a durare nel tempo? & Perché dopo l' amputazione di una gamba il paziente sente un forte dolore dall' arto assente? Andrea Diotto, Torino & Anni fa un certo Sandy Kidd sostenne di aver messo a punto una sorta di giroscopio, che non aveva bisogno di carburante, in quanto negava la forza di gravità. Nessuno gli credette e Kidd dovette emigrare negli Usa per trovare fondi. Qualcuno ha notizie di questa macchina? _______ Risposte a: «La Stampa Tuttoscienze», via Marenco 32, 10126 Torino. Oppure al fax 011 65. 68. 688, indicando chiaramente «TTS».


L'ULTIMA FRONTIERA ARRIVA IL CHIRURGO-ROBOT I primi esperimenti in America e in Italia
Autore: BASSI PIA

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, ELETTRONICA, SANITA', TECNOLOGIA
LUOGHI: ESTERO, USA, SACRAMENTO, ITALIA, TREVISO
NOTE: 089

QUALCHE settimana fa, in una sala operatoria di Sacramento, in California, un robot ha praticato un foro d'alta precisione nel femore di un paziente rivoluzionando ancora una volta le tecniche operatorie. Anche in Italia lavora un super-assistente di questo genere: viene usato nel reparto di Neurochirurgia dell'Ospedale di Treviso per asportare tumori profondi del cervello. Si chiama Neurotech e consiste di un braccio fissato direttamente al tavolo operatorio con una sonda teminale che, introdotta nel cranio del paziente, invia sul monitor le immagini dello spazio esplorato. Il chirurgo, vedendo i contorni precisi della lesione e la profondità del tumore maligno, individua la via migliore per raggiungerlo, i tessuti da asportare e quelli da non toccare assolutamente. Nel computer vengono immagazzinati in precedenza i dati del cranio del paziente ricavati con le normali tecniche diagnostiche. In questo modo si può fare una ricostruzione tridimensionale dell'anatomia del cervello, le immagini elaborate possono essere richiamate su monitor ad alta definizione che riproducono con straordinario realismo anche aree molto piccole. La posizione della sonda è costantemente visualizzata su tre piani: trasversale, coronale e sagittale. In questo modo il chirurgo sa esattamente in quale punto della massa cerebrale sta operando. Con l'aiuto di questo robot e della computergrafica si possono operare tumori profondi finora irraggiungibili. Pia Bassi




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