TUTTOSCIENZE 23 settembre 92


IL LANCIO Lungo volo con un razzo «Titan 3»
Autore: A_L_C

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 049

LA corsa verso Marte ricomincia dalla rampa di lancio numero 40 del Kennedy Space Center, pochi chilometri a Sud dal punto dal quale partono gli shuttle. Salvo imprevisti, un razzo «Titan 3» con in cima la sonda interplanetaria «Mars Observer» decollerà tra le 12 e 27 e le 14 e 27 (ora locale) di venerdì. Il «Titan» verrà aiutato nella prima fase di accelerazione da due robusti razzi a combustibile solido la cui spinta individuale è di seicento tonnellate. Alto 48 metri e pesante settecento tonnellate, il «Titan 3» nella versione «E Centaur» fu già impiegato nel 1975 per lanciare le due sonde «Viking» che scesero l' anno seguente sulla superficie di Marte, ma in questa occasione si tratterà di verificare per la prima volta il funzionamento di un nuovo stadio propulsivo denominato Tos (Transfer Orbit Stage, realizzato dall' azienda spaziale americana Martin Marietta), sul quale si trova la sonda. Il propulsore a combustibile solido «Orbus 2» del Tos dovrà accendersi al momento esatto per due minuti e mezzo e accelerare la navicella «Mars Observer» sulla giusta traiettoria interplanetaria svincolandola dall' attrazione gravitazionale terrestre. Dodici minuti dopo lo spegnimento dell' «Orbus», la sonda dovrà distaccarsi dal Tos per proseguire autonomamente il suo lungo viaggio sotto il diretto controllo del Jet Propulsion Laboratory della Nasa a Pasadena. Il lancio, originariamente previsto per il 12 settembre, è stato rinviato perché una tubazione per il passaggio di azoto nella «camera stagna» che protegge il «Mars Observer» in cima al razzo, ha lasciato filtrare impurità esterne, contaminando alcune parti del veicolo. Solo dopo otto giorni di controlli, pulizie e rimontaggi, la sonda interplanetaria è ora nuovamente pronta per il «go».


TAGLIATI I FONDI L' Europa rinuncia a Hermes e propone alla Russia di fare lo «shuttle» insieme
Autore: V_RAV

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, FINANZIAMENTO, CRISI
ORGANIZZAZIONI: ESA, ALENIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 049

L' EUROPA dello spazio fa i conti con la crisi economica, scopre che le risorse sono insufficienti per finanziare i programmi originari e rettifica il tiro proponendo alla Russia, che ha ereditato dall' ex Urss esperienze ed impianti di prim' ordine, di unire gli sforzi per ridurre le spese. Vittima numero uno di questo «riorientamento» è la navetta «Hermes». La principale delle decisioni prese dal consiglio dell' Esa, l' agenzia spaziale europea, nella riunione svoltasi a Parigi all' inizio di settembre è infatti quella di avviare uno «studio approfondito della possibilità di realizzare in comune con la Russia un futuro veicolo di trasporto spaziale». Inoltre saranno definite le tappe che dovranno condurre in seguito a una stazione spaziale euro russa; la prima sarà un contributo dell ' Esa alla stazione «Mir». Tutto questo nel corso dei prossimi tre anni; poi si vedrà. La decisione del consiglio dell' Esa dovrà essere ratificata dal vertice dei ministri della Ricerca, fissato per il 9 novembre a Grenada. I russi hanno già costruito una navetta, la «Buran», più piccola degli shuttle americani; è stata lanciata una sola volta senza uomini a bordo poi è stata «ibernata » per puntare invece sulle collaudate capsule «Soyuz». Quanto ad «Hermes» gli studi sono in corso, sotto la regia della società francese Dassault; è stata inoltre costituita la società che doveva costruirla, «Eurohermes», di cui insieme con Dassault, Aerospatiale, Deutsche Aerospace, fa parte anche Alenia. La sterzata è stata imposta dalla Germania, che già a novembre al vertice ministeriale di Monaco di Baviera, adducendo le difficoltà causate dalla riunificazione tedesca, aveva insistito perché i programmi dell' Esa fossero ridimensionati. Difficoltà finanziarie a parte, il «siluro» ad Hermes rappresenta una sconfitta per la Francia, da sempre leader incontrastata e locomotiva dell' Europa spaziale; il fatto è che i tedeschi, che da tempo rivendicavano un ruolo politico più decisivo, ora con l' affossamento del progetto che più stava a cuore ai francesi hanno colto l' occasione per far capire a Parigi che d' ora in poi sarà necessario fare i conti con loro. (v. rav. )


GEOLOGIA La Terra, camicia di ferro E' nel mantello, in parte da studiare
Autore: DRAGONI MICHELE

ARGOMENTI: GEOGRAFIA E GEOFISICA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D
NOTE: 050

IL mantello è un guscio di rocce spesso 3000 chilometri, che costituisce la maggior parte del volume terrestre. Sopra il mantello c' è la sottile crosta superficiale; sotto c' è il nucleo liquido i cui movimenti generano il campo magnetico. I geofisici sfruttano le onde sismiche prodotte nei terremoti per indagare la struttura interna della Terra e ne hanno da tempo dedotto che il mantello non è omogeneo dal punto di vista delle proprietà fisiche, ma è suddiviso in una parte superiore, fino alla profondità di 670 chilometri e in una inferiore, da 1050 chilometri in giù. Tra le due esiste una zona intermedia, detta «di transizione». Recenti esperimenti di laboratorio indicano che il mantello inferiore potrebbe essere più ricco di ferro del mantello superiore. Altri esperimenti non confermano però una tale conclusione. A questi dati e alla loro interpretazione è attribuita grande importanza, poiché hanno implicazioni significative su diversi processi che avvengono nella Terra. Il mantello, pur essendo solido, non è immobile ma si rimescola lentamente. E' il moto chiamato convezione, dovuto al fatto che il mantello è attraversato da un flusso di calore proveniente dal nucleo e dai materiali radioattivi presenti nello stesso mantello. E' un problema ancora aperto se la convezione sia unica, coinvolgendo in uno stesso moto tutto il mantello, oppure avvenga in due strutture separate, nel mantello superiore e in quello inferiore. Una risposta avrebbe conseguenze importanti sulla nostra conoscenza della Terra: ci permetterebbe di dire come varia la temperatura dentro il pianeta, di comprendere quale motore muove le placche e qual è l' origine delle aree vulcaniche note come «punti caldi». Il mantello superiore è formato prevalentemente da silicati di magnesio, dove circa il 10% degli atomi di magnesio sono sostituiti da atomi di ferro. A mano a mano che si scende in profondità la temperatura e la pressione aumentano e i minerali subiscono trasformazioni di fase, cioè la loro struttura cristallina assume in genere forme più compatte, adattandosi alle mutate condizioni ambientali. Una di queste trasformazioni avviene a 670 chilometri e segna la base del mantello superiore. Se il mantello inferiore è più ricco di ferro del mantello superiore, ad esempio col 20% di atomi di ferro, la convezione non sarebbe in grado di portare il materiale del mantello inferiore, più denso, sopra il confine dei 670 chilometri. Si avrebbero dunque due convezioni separate. Oltre a rendere il mantello chimicamente disomogeneo, una maggiore quantità di ferro nel mantello inferiore avrebbe effetto su un' importante grandezza fisica: la conducibilità elettrica. La conducibilità elettrica del mantello condiziona la nostra possibilità di registrare in superficie i segnali elettromagnetici provenienti dal nucleo. Se fosse molto elevata il mantello farebbe da schermo ai segnali elettromagnetici del nucleo e noi non potremmo osservarli. Studiando le variazioni del campo magnetico terrestre i geofisici hanno determinato l' andamento della conducibilità elettrica nel mantello. Se sapessimo in che modo la conducibilità varia in funzione del contenuto di ferro nel materiale che compone il mantello, e a quelle condizioni di temperatura e pressione, potremmo dedurre quanto ferro c' è. Vari esperimenti di laboratorio sono stati realizzati a questo proposito. Alcuni hanno mostrato che vi è un notevole aumento della conducibilità elettrica quando il contenuto di ferro passa dal 10 al 20 per cento. Questi dati, confrontati con la stima della conducibilità di cui si è detto, suggeriscono anch' essi un elevato contenuto di ferro nel mantello inferiore. Ma anche in questo caso non vi è accordo con i risultati di altri esperimenti e la questione rimane per ora aperta. Un mantello inferiore più ricco di ferro è una condizione sufficiente per la convezione separata, ma non necessaria. Le due parti del mantello potrebbero rimescolarsi separatamente anche se il mantello fosse chimicamente omogeneo. Una risposta certa sul contenuto di ferro sarebbe decisiva per la soluzione del problema. Michele Dragoni Università di Bologna


ENERGIA Ecco l' «Iter» per la fusione nucleare
Autore: P_B

ARGOMENTI: ENERGIA, NUCLEARI, TECNOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 050

LA fusione nucleare risponderà in modo definitivo alla domanda di energia dell' umanità. Ma non prima del 2040. E' la previsione di Umberto Colombo, presidente dell' Enea, e della maggior parte dei cinquecento scienziati provenienti da venti Paesi che si sono incontrati a Roma dal 14 al 18 settembre per il 17 Simposio sulla tecnologia della fusione, organizzato dall' Enea. La fusione nucleare di cui si parla è quella degli atomi di idrogeno in atomi di elio: in sostanza, il fenomeno che tiene accese le stelle, Sole incluso. Questo modo di produrre energia è di gran lunga il più efficace, pulito ed economico che si possa immaginare: dall' annichilazione di un grammo di materia si ottengono 25 milioni di kilowattora (quanti ne consuma in un giorno una città di un milione di abitanti) e il combustibile, il deuterio, un isotopo dell' idrogeno, è notevolmente diffuso in natura, a cominciare dall' acqua di mare. Peccato che per realizzare la fusione nucleare si debbano superare ostacoli tecnologici durissimi. Basti dire che i nuclei di deuterio possono unirsi a formare nuclei di elio soltanto a temperature di oltre cento milioni di gradi. Dopo di che rimane il problema di estrarre l' energia prodotta e di risolvere i problemi creati dalla enorme produzione di neutroni comportata dalla liberazione dell' energia (questo, almeno, nella reazione più a portata di mano; c' è anche una reazione che non pone questo problema, ma è più difficile a realizzarsi). Sulla lunga strada della fusione una tappa importante è stata segnata dalla macchina europea «Jet», che un anno fa ha prodotto per la prima volta al mondo una quantità di energia considerevole (circa 2 megawatt). Il prossimo traguardo consiste nel raggiungere il pareggio energetico: cioè nel ricavare almeno tanta energia quanta se ne spende per scaldare e confinare il plasma di idrogeno. Dopo di che si deve passare a un saldo attivo e a un reattore con caratteristiche commerciali. Quest' ultimo è il traguardo che gli specialisti della fusione oggi collocano intorno al 2040. E in mezzo? Il progetto intermedio più importante, di cui si è molto discusso a Roma, si chiama «Iter», sigla che indica un reattore termonucleare sperimentale internazionale. Vi contribuiranno quattro part ner: Comunità Europea, Stati Uniti, Giappone e Russia. Approvato il 21 luglio scorso, diretto dal francese Paul Henry Rebut, coordinato da 180 ricercatori e con un organico di mille scienziati, «Iter» costerà un miliardo di dollari durante i primi sei anni, dedicati alla progettazione. Il reattore vero e proprio, che dovrebbe essere pronto per il 2005 2006, costerà almeno cinque miliardi di dollari Dopo di che occorreranno 10 15 anni di sperimentazione. La potenza termica di «Iter» dovrebbe aggirarsi tra i mille e i tremila megawatt, cioè da una a tre volte la potenza di una centrale atomica standard. L' industria italiana in «Iter» avrà un ruolo importante: vi sono impegnate la Fiat e l' Ansaldo, accanto a Siemens, Framatome, Ncc e altre aziende di spicco mondiale. Italiano è anche il capo del gruppo di ricerca sulla fusione della Cee, Romano Toschi, la cui esperienza in questo settore risale al primo «tokamak» (è il nome della macchina più usata per sperimentare la fusione) realizzato a Frascati, già negli Anni 70. Le commesse a Fiat e Ansaldo dovrebbero ammontare a circa 40 miliardi nel periodo 1993 ' 98. «Iter», tuttavia, ha osservato Umberto Colombo, non esaurisce i problemi scientifici tuttora aperti circa la fusione nucleare. Un contributo utile potrebbe venire da un' altra macchina chiamata «Ignitor» e progettata dall' italiano Bruno Coppi, che ha come obiettivo la realizzazione, su scala ridotta, di una fusione in pareggio energetico. Il costo di «Ignitor» è stimato in 700 miliardi di lire: troppo per il bilancio Cee e non sostenibile dall ' Italia da sola. Ma forse si potrebbe trovare una soluzione intermedia, coprendo così il tempo morto tra la fine degli esperimenti con «Jet» e l' inizio degli esperimenti con «Iter».


MUSEO INTERATTIVO A GERUSALEMME Si prega di toccare gli oggetti esposti I visitatori possono fare da sè gli esperimenti
Autore: KRACHMALNICOFF PATRIZIA

ARGOMENTI: DIDATTICA, MOSTRE, FISICA
LUOGHI: ESTERO, ISRAELE
NOTE: 050

DALLA fine di luglio Gerusalemme ha un museo scientifico intitolato a Bloomfield. Ma se la parola «museo» tradizionalmente fa pensare a una struttura dove «si guarda e non si tocca», questo ne è l' esatto opposto. Nel museo sono esposti oggetti e apparecchi accompagnati da presentazioni, dimostrazioni, film, videocassette e conferenze, ma soprattutto da chiarissime istruzioni per il «do it yourself», il «fai da te», destinate ai ragazzi, ma anche agli adulti che vogliono sperimentare in prima persona nozioni apprese solo dai libri, e spesso imparate a memoria ma non capite. Ogni «pezzo» offre vari livelli di interpretazione: per i più piccoli può essere solo un gioco divertente, con luci, colori, palline e spesso acqua in movimento. Per i più grandi le spiegazioni dettagliate dei fenomeni e del perché avvengono hanno la funzione importantissima di rendere fisica e tecnologia non solo meno astruse ma addirittura piacevoli e divertenti; per gli adulti, infine, hanno il compito di spiegare «tutto quello che avreste voluto sapere ma non avete mai osato chiedere». Per chiarire meglio la struttura del museo, possiamo prendere come esempio uno dei tanti fenomeni illustrati e spiegati, che riguarda da vicino un oggetto familiare al pubblico di ogni età: il televisore. Ecco il fenomeno delle «ombre che svaniscono» con la sua spiegazione. «Ombre che svaniscono. La vostra ombra non vi segue, ma rimane dietro di voi e poi svanisce piano piano. Entrate nella stanza e state in piedi vicino al muro verde chiaro. Aspettate il segnale acustico poi assumete una posizione o fate un salto in aria una luce brillante lampeggerà un secondo dopo l' ultimo beep. La vostra ombra è orà impressa nel murò. La vostra ombra rimane sul muro perché.. Il muro è rivestito di un materiale fosforescente che emana luce per un po' di tempo dopo che è stato illuminato da una luce brillante. Dopo il lampo di luce, tutto il muro risplende nel buio, fuorché nel punto in cui il vostro corpo ha bloccato la luce. La vostra ombra sembra svanire lentamente perché... Quella che svanisce veramente è la luminescenza del muro, così quando viene il prossimo lampo, tutto il muro è quasi buio come la vostra ombra Un materiale è fosforescente se è in grado di assorbire energia e poi liberarla gradualmente come luce. Esistono molti materiale fosforescenti, con tempi di liberazione diversi, che vanno fino a molte ore (ma allora la luce è molto debole). Lo schermo del vostro televisore è rivestito (all' interno) da un materiale fosforescente che prende l' energia da un flusso di elettroni invece che dalla luce (come in questo caso). La luce esce molto rapidamente in una frazione di secondo e quindi con grande chiarezza. La chiarezza dipende da quanto rapidamente la luce viene emessa, perché una data quantità di energia può essere liberata o rapidamente per un tempo breve, o lentamente per un tempo lungo. In un tubo fluorescente gli elettroni che passano attraverso un gas liberano luce. Tuttavia, questa luce è soprattutto blu e ultravioletta (che è invisibile). Per cambiare il colore in bianco l' interno del tubo è rivestito da un materiale fosforescente. Il rivestimento assorbe la luce blu e ultravioletta e la riemette come luce bianca. Il materiale è chiamato fluorescente solo perché riemette la luce quasi immediatamente». Altri esperimenti con la luce sono quello della «Scrittura luminosa», delle «Figure nell' aria» e della «Bacchetta magica», mentre non mancano quelli sul movimento, sulla gravità e sul suono. Il primo lotto del museo, che potrà naturalmente essere ampliato e modificato, va sotto la denominazione «Cambiamento e movimento», ed è diviso in cinque sezioni: 1) Fenomeni; ordine, disordine e caos, in cui si spiega come i movimenti fluttuanti e rotatori di aria e acqua sono sfruttati dalla natura per fare i tornado e dall' uomo per costruire gli aeroplani. Il movimento può essere regolare (quello che degli orologi) e caotico (quello che determina il tempo atmosferico). 2) Forze e leggi, con la Legge di Newton, la forza centrifuga e il giroscopio. 3) La percezione, con la spiegazione della televisione e del cinema, nonché alcune principali illusioni ottiche. 4) Centro di scoperta, sul movimento attraverso passaggi, sentieri e tubi. 5) Il giardino della scienza, sul movimento e la velocità del suono e sugli affascinanti comportamenti dell' acqua. Patrizia Krachmalnicoff


ASTRONOMIA Equinozio d' autunno: a scuola è un' occasione per un po' di «fai da te»
Autore: GABICI FRANCO

ARGOMENTI: ASTRONOMIA, DIDATTICA, SCUOLA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 050. Il cerchio di Ipparco

L' equinozio d' autunno (22 settembre) cade in un momento poco amato dagli studenti perché coincide con la fine delle vacanze. Tuttavia gli studenti potranno rendere più piacevole il rientro dedicando i primi giorni di scuola alla realizzazione di un semplice strumento che anticamente era usato per stabilire con esattezza l' inizio della primavera e dell' autunno. Lo strumento fu ideato da Ipparco di Nicea (II secolo a. C. ), il più grande astronomo dell' antichità, ed è conosciuto come «Cerchio di Ipparco» o «Armilla equinoziale». Essendo uno strumento che sfrutta le ombre, c' è da augurarsi che la giornata equinoziale sia serena. Anche in caso di maltempo, però, il lavoro di costruzione non sarà stato inutile perché lo strumento può essere utilizzato per tutto l' anno come orologio solare. Alla base del funzionamento del «Cerchio di Ipparco» sta il comportamento del Sole, che descrive archi più o meno ampi a seconda della stagione. Tutti i suoi percorsi, infatti, giacciono su piani paralleli all' equatore celeste (che è la proiezione dell' equatore terrestre sulla volta celeste) e quindi, come si vede dalla figura, i punti del sorgere e del tramontare cambiano continuamente al trascorrere dei giorni. Solo nelle due giornate equinoziali, quando si trova sul piano equatoriale, il Sole sorge esattamente a Est e tramonta esattamente a Ovest. Il «Cerchio di Ipparco» (che si può realizzare in cartone) verrà disposto secondo un piano parallelo al piano equatoriale, e ciò significa che lo strumento dovrà formare con l' orizzontale un angolo pari al complemento della latitudine. Il «cerchio», durante l' anno, proietterà sulla base un' ombra di forma ellittica, mentre nei giorni equinoziali l' ombra sarà rettilinea. In quelle giornate, infatti, il Sole si sposta proprio sul piano che contiene l' equatore celeste e quindi l' ombra della parte superiore si proietterà sull' ombra della parte inferiore. La linea dell' ombra indicherà esattamente la direzione Est Ovest. Se anziché un «cerchio» si usa un disco il «Cerchio di Ipparco» si trasforma in una meridiana (meridiana equatoriale). Basterà tracciare sul disco una circonferenza, suddividerla in 24 parti uguali e sistemare uno gnomone al centro del quadrante e ad esso perpendicolare. Lo gnomone, che risulta così puntato verso il Polo Nord celeste, formerà con il piano dell' orizzonte un angolo pari alla latitudine del luogo e ogni ora la sua ombra descriverà un angolo di 15 (360: 24). Quando il Sole, nell' istante del mezzogiorno solare vero, passa al meridiano, l' ombra dello gnomone cade sulla linea XII, detta linea meridiana (direzione Nord Sud). Le altre linee saranno tracciate secondo la figura. Il quadrante rivolto verso il Nord segnerà il tempo solo in primavera e in estate. Per far funzionare la meridiana equatoriale anche in autunno e in inverno occorre far passare lo gnomone dall' altra parte del disco, sul quale saranno state tracciate le linee analogamente a quanto si è fatto in precedenza. Ci si renderà conto che nel periodo 21 marzo 22 settembre l' ombra dello gnomone ruoterà in senso orario sulla faccia superiore del quadrante, mentre nei rimanenti sei mesi l' ombra si muoverà in senso antiorario nella parte inferiore del quadrante. Nei giorni equinoziali, invece, trovandosi i raggi del Sole sul piano del quadrante, la meridiana non indicherà alcuna ora. Franco Gabici Direttore Planetario di Ravenna


IL POPOLO DOGON Quando l' uomo aveva un' anima femminile dentro il suo prepuzio
Autore: AIME MARCO

ARGOMENTI: ANTROPOLOGIA E ETNOLOGIA
NOMI: GRIAULE MARCEL
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 051

OGGI è quasi un deserto, la siccità che assilla il Sahel ha trasformato questa savana in una distesa arida, poche e stentate piantine nei campi di miglio. In alto, sulla «falaise», si vedono le grotte dove abitavano i Tellem, un popolo pigmeo che risiedeva in quel territorio prima dell' arrivo dei Dogon, il popolo dei misteriosi osservatori del cielo. Era il 1946 e il celebre antropologo francese Marcel Griaule, dopo aver speso più di quindici anni della sua vita in quell' angolo sperduto del Mali, aveva la sensazione di essere ormai vicino alla comprensione di ciò che stava alla base della società Dogon. Fu un cacciatore ottantenne, cui un incidente aveva tolto la vista, ad assumersi il compito di rivelare gli aspetti più esoterici della religione Dogon a quell' uomo che, pur essendo nato di notte sotto la luna come tutti i bianchi, si dimostrava serio e sincero. Trentatrè giorni impiegò Ogotemmeli per esaurire il suo racconto. Il circuito fu la rivelazione di una cosmogonia complessa e raffinatissima che avrebbe dovuto far ricredere le molte persone che consideravano gli Africani grezzi e ignoranti. Alla radice di tutto c' è Amma, il Dio Supremo che ha emanato Nummo, la sua incarnazione, la forza vitale che viene concepita anche come Acqua, ma può essere rappresentata anche dalla Parola. Amma aveva creato due creature uguali: l' uomo e la donna, entrambe a immagine di Nummo. Nummo poi disegnò sul terreno due sagome, una sopra l' altra: una maschio e l' altra femmina. Sia l' uomo sia la donna si sdraiarono su queste figure appropriandosi entrambi contemporaneamente dell' essenza femminile e maschile. Così accadde che all' inizio ogni essere umano aveva in sè un' anima maschile e una femminile. Nell' uomo l' anima femminile si trovava nel prepuzio, mentre nella donna l' anima maschile era nel clitoride. Nummo capì ben presto che gli esseri umani non sapevano affrontare una vita così complessa. Decise allora di circoncidere l' uomo privandolo della sua parte femminile, mentre alla donna fu reciso il clitoride rendendola totalmente femminile. L' ordine era finalmente stabilito. Le idee cosmologiche hanno impregnato a tal punto la vita dei Dogon che ogni manifestazione della loro opera, del loro ingegno, riflette il modello primario da cui tutti discendono. Osservando dall' alto un villaggio Dogon si noterà che esso è sempre orientato da Nord verso Sud e che la sua pianta rappresenta simbolicamente il corpo umano. La testa è la To guna, la Casa della Parola, dove gli anziani si riuniscono per prendere le decisioni più importanti. Accanto alla To guna c' è la fucina dove lavorano i fabbri, misteriosi manipolatori del ferro simili agli stregoni. Il petto dell' uomo è costituito dalle case delle famiglie con i loro granai. La mano destra è la Casa delle Donne dove si rinchiudono durante il periodo mestruale, quando sono impure. Più in basso la pietra usata come frantoio rappresenta gli organi genitali femminili, mentre il feticcio del villaggio, dalla caratteristica forma fallica, simboleggia l' organo maschile. Nel punto più basso, gli altari del villaggio: i piedi. Il simbolismo Dogon raggiunge ogni più piccolo e all' apparenza insignificante oggetto: il paniere intrecciato, con la base quadrata e l' apertura tonda, se capovolto rappresenta l' universo perché il cielo è quadrato e la terra rotonda. I principali elementi che costituiscono i granai simboleggiano gli otto organi della forza vitale di Nummo. I solchi nei campi sono tracciati a serie di otto e sempre in direzione est ovest. Anche i pilastri della To guna sono ricchi di simboli: l' antilope apportatrice di vita, la volpe, il coccodrillo e il seno femminile, perché «dopo Dio c' è il seno», dicono i Dogon, sintetizzando l' essenza della vita umana. Quando Ogotemmeli spiegò a Griaule che un cesto capovolto rappresentava il sistema del mondo, aggiunse che in principio sul quadrato superiore delle dimensioni di cubito, si trovavano tutti gli animali e le piante della terra. Griaule domandò sorpreso come potevano stare su di un gradino di un cubito tutti gli animali e le piante. «Tutto questo viene detto a parole rispose Ogotemmeli ma ogni cosa sui gradini è un simbolo, antilopi simboliche, avvoltoi simbolici, iene simboliche... Un numero qualsivoglia di simboli può trovare posto su di un gradino di un cubito». Marco Aime


DIETE Pelle controcorrente Per vivere bene ha bisogno di grassi Acidi indispensabili per immagazzinare riserve di energia Cute funzionale con 5 grammi al giorno di acido linoleico
Autore: CALABRESE GIORGIO

ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE, SANITA', MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 051. Cibo, alimenti, mangiare

OGGI molti promettono una pelle sempre giovane, elastica, senza rughe e inestetismi di varia natura, ricorrendo a formule magighe, che sappiamo bene non esistono. Inoltre, mentre tutti consigliano di diminuire i grassi alimentari, la nostra pelle va contro corrente perché essa, per vivere bene, ha proprio bisogno di essi. Recenti lavori condotti presso l' Istituto di Fisiologia Generale e Chimica Biologica di Farmacia dell' Università di Milano hanno messo molto in rilievo l' importanza degli acidi grassi essenziali (Age) nell' organismo umano. Essi infatti costituiscono una forma di immagazzinamento dell' energia e agiscono come emulsionanti, oltre a essere componenti essenziali di tutte le membrane cellulari. Le principali fonti dietetiche di Age sono i pesci e i vegetali, che posseggono degli enzimi particolari, le Desaturasi, necessarie per la loro sintesi. In particolare, le piante sono più ricche di acido Linoleico, mentre i pesci sono più ricchi di acido Alfa Linoleico. Gli acidi grassi essenziali, capostipiti della Famiglia n 6 e n 3, sono contenuti nel latte umano, nel latte di vacca, nei prodotti caseari e nel tuorlo d' uovo, anche se in quantità ridotta. L' acido Alfa Linoleico è contenuto nel grano, nelle verdure a foglie verdi, nell' olio di semi di soja e di lino, oltre che nell' olio di pesce. L' acido Linoleico è contenuto in molti olii di origine vegetale. I suoi prodotti di desaturazione, cioè il Gammalinoleico e il Diomogammalinoleico, sono particolarmente abbondanti nell' olio di primula serale e nell' olio di borragine. L' acido Arachidonico è abbondante nella carne e nel tuorlo d' uovo, mentre l' acido Adrenico è contenuto nei reni, nelle ghiandole surrenali e nel cervello. Il latte umano, oltre a contenere entrambi gli acidi essenziali, è particolarmente ricco di acido Diomogammalinoleico, a differenza del latte di mucca, che è ricco di acido Gammalinoleico Infine, l' acido Timnodonico e l' acido Clupadonico sono contenuti soprattutto in pesci di acqua fredda: sgombro, aringa, salmone, tonno e triglia. Il fabbisogno giornaliero di acido Linoleico è fissato a 5 grammi, quello Alfa Linoleico è fissato a 300 400 milligrammi. Già nel 1929 due grandi scienziati, Burr e Burr, avevano definito nel ratto una nuova malattia da carenza «causata dall' esclusione rigida dei grassi dalla dieta», indicata successivamente appunto con il nome di Sindrome di Burr. I sintomi di questa carenza sono: Aumento notevole della perdita di acqua attraverso la cute a causa del collasso dell' effetto «barriera lipidica» dell' epidermide. Aumento dell' indice mitotico dei cheratinociti che provoca squamosità corrispondente all' infittirsi degli strati epidermici spinoso (acantosi), granulare (ipergranulosi) e corneo (ipercheratosi). Ritardo e difficoltà di cicatrizzazione delle ferite da taglio o da ustioni. Ipertrofia delle ghiandole sebacee con aumento della viscosità del sebo e ipercheratinizzazione del canale pilo sebaceo. Fragilità capilare cutanea. Scolorimento del pelo negli animali e dei capelli dell' uomo che possono cadere dopo essere diventati fragili. L' applicazione sulla pelle di acido Linoleico non è in grado da sola di ripristinare la normale funzionalità della cute, ma occorre applicare anche il suo metabolita, cioè l' acido Arachidonico. Infatti, l' acido Linoleico ripristina la normale funzionalità della barriera epidermica impermeabile all' acqua e l' iperproliferazione dei cheratinociti, mentre solo l' applicazione topica di acido arachidonico è in grado di aumentare la velocità di cicatrizzazione delle ferite e diminuisce la fragilità capillare. Anche la carenza di acido Alfa Linoleico comporta effetti negativi: la cute diventa distrofica e presenta dermatite desquamativa molto generalizzata, la faccia presenta dermatite maculopatosa emorragica e il cuoio capelluto presenta follicolite emorragica. Si può dedurre dai dati riportati che per un corretto metabolismo dei grassi a livello cutaneo è molto importante una scelta oculata dei grassi alimentari. Giorgio Calabrese


VENERDI' PARTE UNA SONDA NASA RITORNO A MARTE
Autore: BIANUCCI PIERO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
ORGANIZZAZIONI: MARS OBSERVER, NASA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 049

RITORNO a Marte. Da Cape Canaveral sta per partire verso il pianeta rosso la sonda "Mars Observer", una navicella dal peso di 2 tonnellate e mezzo che compirà un'indagine preliminare in vista dello sbarco umano. Non è escluso qualche ritardo nel lancio, già previsto per il 16 settembre, ma lo slittamento non può spingersi oltre i primi dieci giorni di ottobre perché poi la "finestra di lancio" si chiude e soltanto nel 1994 le posizioni della Terra e di Marte sarebbero di nuovo favorevoli. Per la Nasa, dopo tanti fallimenti, è un'occasione di riscatto. Per gli scienziati è la possibilità di riprendere l'esplorazione avviata con successo 17 anni fa da quelle sonde "Viking" che eseguirono la prima ricerca diretta di forme di vita marziana, con esito negativo. Il costo è di quelli vertitginosi, tipici delle missioni più sofisticate: quasi un miliardo di dollari (mille miliardi di lire). Più precisamente, 515 milioni di dollari per la sonda e gli strumenti a bordo, 282 milioni per il lancio, 15 per l'inseguimento della sonda dalle stazioni radio al suolo. Un rinvio della partenza al 1994, altre ai danni scientifici, comporterebbe un costo aggiuntivo 100 milioni di dollari. La comprensione delle tempeste di polvere e in genere della meteorologia marziana, la ricerca di eventuali vulcani attivi, la mappatura del pianeta con grande precisione anche nelle misure di quota e lo studio della composizione chimica del suolo sono alcuni degli obbiettivi principali. Dopo queste osservazioni di carattere globale, le prossime missioni dovrebbero essere già mirate allo sbarco. Con quali strumenti "Mars Observer" si accinge al suo lavoro? Intanto c'è una raffinata attrezzatura per ottenere immagini a diversa scala. Una camera grandangolare fornirà una visione globale del pianeta in due colori e a bassa risoluzione (i più piccoli particolari rilevabili in queste imprese saranno di 7 chilometri e mezzo, corrispondenti a un pixel del sensore elettronico). Da queste immagini si vedrà come e perché si sviluppano la circolazione atmosferica globale e le grandi tempeste che periodicamente sconvolgono l'intero pianeta. Una seconda camera fornirà una soluzione intermedia, che mostrerà particolari fino a 300 metri. Infine un potente teleobiettivo riuscirà a distinguere oggetti di appena un metro e mezzo: per esempio massi erratici che potrebbero ostacolare l'atterraggio di un astronave. Uno spettrometro a raggi gamma servirà ad analizzare chimicamente il suolo. La radiazione gamma che verrà rilevata è prodotta dal bombardamento dei raggi cosmici sul suolo marziano. La loro diversa energia consentirà di stabilire l'abbondanza di 16 elementi chimici fino a un metro di profondità. In vista di insediamenti umani molto importante è la ricerca di acqua o ghiaccio sotterraneo. Uno spettrometro per l'emissione infrarossa completerà le informazioni ricavate dai raggi gamma. Altri strumenti misureranno la temperatura al suolo e a varie quote nella rarefattissima atmosfera marziana, l'eventuale campo magnetico, la propagazione delle onde radio. Un altimetro a laser, infine, rileverà l'altezza delle formazioni geologiche con la precisione di due metri. Il viaggio del "Mars Observer" durerà quasi un anno. La navicella arriverà nelle vicinanze di Marte alla fine di agosto '93 dopo 337 giorni di volo interplanetario e cinque manovre per correggere la rotta. In un primo tempo si inserirà in un orbita ellittica intorno ai poli marziani. L'orbita verrà poi resa circolare a 400 chilometri sopra la superficie del pianeta e di lì incominceranno le osservazioni, che dureranno 687 giorni, cioè un intero anno marziano. La missione del "Mars Observer" si inserisce in una vasta collaborazione internazionale che vede, accanto agli Stati Uniti, la Francia, la Gran Bretagna, la Germania e la Russia. L'ex Unione Sovietica ha in programma altre due sonde che dovrebbero arrivare su Marte nel 1995 e aprire la strada all'esplorazione diretta del pianeta nel primo decennio del ventunesimo secolo. Questa impresa per adesso ha ancora contorni vaghi. Si parla di costi dell'ordine di 50 miliardi di dollari, di astronavi in rotazione su se stesse per creare una gravità artificiale in modo da non indebolire l'equipaggio, di sistemi di propulsione alternativi, con partenza da una base lunare. In una prospettiva ancora a più a lungo termine, esistono studi per rendere Marte abitabile e quindi colonizzabile. Oggi Marte offre un ambiente simile a quello dell'Antartide ma portato a 30 chilometri di quota: 50 gradi sotto zero e pressione atmosferica pari a un millesimo di quella terrestre. Ma secondo una ricerca del Centro Ames in 140 mila anni sarebbe possibile, coltivando alghe e sciogliendo la calotta polare, dotare Marte di un'atmosfera e di un clima accettabili per l'uomo. Chi volesse documentarsi fin d'ora su questi ed altri progetti può leggere "Pianeta Marte: esplorazione e colonizzazione del pianeta rosso", un libro del giornalista scientifico inglese Arthur E. Smith appena pubblicato dall'editore Muzzio. Piero Bianucci


CERVELLO Alla ricerca della "casa" dei ricordi Individuate tre aree con la tomografia a emissione di positroni
Autore: GIACOBINI EZIO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, RICERCA SCIENTIFICA
ORGANIZZAZIONI: IMMAGINE PET
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 049

SI sa da tempo che le tracce delle cose che ricordiamo si raccolgono come un prodotto finale di un processo molto complicato nella corteccia cerebrale. E' tuttora difficile indicare in che parte, in che strato e a che profondità finiscano i ricordi, e come ci giungano. Certo però è un lungo viaggio che include tragitti intricati tra strutture al di sotto della stessa corteccia. Tra le strutture cerebrali che partecipano alla formazione delle tracce stabili delle cose da ricordare ne abbiamo una a forma di cavalluccio marino collocata pressappoco al centro del cervello e chiamata, appunto per la sua forma, ippocampo. Altro problema affatto filosofico è se per ricordare sia necessario comprendere. Supponiamo che una parola venga proiettata rapidamente su uno schermo. Al fine di ricordarla è necessario "pensarla", cioè capirne il significato, o basta "vederla" cioè percepirla come un semplice stimolo? Se non è necessario comprendere, allora individui che in seguito a traumi o danni cerebrali presentino varie forme di amnesia potrebbero essere in grado di ricordare una determinata parola solo rivedendola, pur non avendone mai compreso il significato. In tal caso, quali parti del cervello del malato sono indispensabili per queste funzioni mnemoniche più semplici? La corteccia del lobo frontale, ritenuta sede dei processi cognitivi più complessi, la corteccia del lobo occipitale (parte posteriore del cervello) dove si raccolgono ed elaborano gli impulsi ghe giungono dalla retina, o l'ippocampo, sede principale del meccanismo mnemonico? Per decifrare questo difficilissimo puzzle, occorre osservare le diversi parti del cervello mentre un soggetto sta svolgendo un compito mnemonico. Una sola tecnica permette di eseguire un esperimento così elaborato e difficile. Si chiama tomografia ad emissione di elettroni (in inglese PET = positron emission tomography) sviluppata nel 1972 in Usa e ora usata in una decina di centri americani e in Italia in un istituto di Milano. Gli scienziati iniettano per endovena una molecola di glucosio avente un atomo di ossigeno leggermente alterato e in grado di essere visualizzata su uno schermo sotto forma di traccia luminosa. Dopo che il glucosio è entrato nel sangue nel cervello, si eseguono varie foto con la tecnica PET. Nello studio compiuto all'Università di California a San Diego, 18 soggetti volontari si dovevano accomodare su poltrone tipo barbiere con il capo leggermente reclinato in modo da inserirsi in un grosso ciambellone di due metri di diametro, il PET. Mentre lo zucchero a ossigeno marcato veniva iniettato, si procedeva al test mnemonico. Il PET continuava intanto a fotografare le varie parti del cervello, che venivano costruite sullo schermo. Il test era elementare: si doveva osservare una parola che appariva su uno schermo televisivo in mezzo ad altre 30. Dopo qualche minuto di distrazione appariva una nuova lista di dieci frammenti delle parole mostrate in precedenza. A questo punto al soggetto in esame veniva chiesto di dire la prima parola che gli veniva in mente. Ad esempio, per il frammento "mot" il soggetto poteva rispondere "motore", "motivo" o "moto". Chi si ricordava di aver visto la parola "motel" cinque minuti prima, rispondeva automaticamente "motel". Ciò era indice di una traccia permanente nel cervello formata nella prima esposizione. Il test veniva ripetuto tre volte e a distanza di 30 secondi si riproduceva una nuova immagine PET nel cervello. Nella prima parte del test non esisteva relazione tra parole viste e i frammenti proiettati successivamente, nel secondo i frammenti erano parti delle stesse parole, nel terzo si chiedeva al soggetto di ricordarsi delle parole viste la prima volta e di collegarle ai frammenti. L'immagine PET dimostrava che nella seconda parte del test il richiamo della parola giusta collegata al frammento (motmotel) provocava un aumento del consumo di energia da parte del cervello in una sua zona specifica. Non si trattava dell'ippocampo, la fabbrica della memoria, bensì di quell'area della corteccia che aveva "visto" la parola, cioè la regione visiva posteriore chiamata occipitale. Questo significava che il soggetto non aveva nessun bisogno di afferrare il significato della parola (vista in un lampo) ma solo di percepire la forma delle lettere che la compongono. L'esperimento dimostrava inequivocabilmente che nel corso di un atto mnemonico (ricordare una singola parola) si stabilisce una traccia fuggevole ma ben evocabile in una determinata zona del cervello. Tale memoria è presente per un certo tempo e può essere richiamata dalla presenza di uno stimolo associato (mot-motel). Si tratta di un'eco mnemonica. Se al soggetto veniva richiesto di associare volontariamente i due stimoli (parola e frammento), allora anche la zona dell'ippocampo era illuminata sullo schermo PET: chiaro segno di un processo più alto e più complicato che richiedeva l'intervento di più strutture cerebrali. Nella fase finale del processo veniva raggiunta anche la parte frontale della corteccia. Ezio Giacobini Università del Sud Illinois


MEDICINA DEL LAVORO Ammalarsi per disagio Meno infortuni in fabbrica, più depressioni
Autore: SCANSETTI GIOVANNI

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, LAVORO, INCIDENTI, STATISTICHE, INCHIESTA
NOMI: RAMAZZINI BERNARDINO
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: T
NOTE: 051

DA marzo è in corso l'"Anno europeo per la sicurezza, l'igiene e la difesa della salute nell'ambiente di lavoro", dichiarato dalla Cee per sensibilizzare gli Stati membri sui rischi professionali e sugli aspetti sociali ed economici della sicurezza e della difesa della salute. Anche in questa prospettiva, dal 30 settembre al 3 ottobre si terrà a Torino il 55 Congresso nazionale della Società italiana di medicina del lavoro e igiene industriale. La prima di queste due discipline mediche ha ormai una storia di oltre 250 anni, con la culla a Modena e a Padova ad opera dell'illustre clinico carpigiano Bernardino Ramazzini: le due prime edizioni (1770 e 1713) del suo " De Morbis Artificum Diatriba" (Discorsi sulle malattie degli artigiani), posero, fra l'altro, anche le basi della futura epidemiologia dei tumori umani con l'attribuzione al celibato della frequenza elevata del carcinoma mammario nelle suore. Tale frequenza, osservata dal Ramazzini, in seguito fu riferita più precisamente alla non procreazione da Domenico Antonio Rigoni-Stern (Verona 1844), suo continuatore in questo studio. Importanti sviluppi si sono avuti nel primo '900 anzitutto con un periodo di censimento e classificazione della patologia professionale. Nel secondo dopoguerra, anche per l'impulso e l'aiuto della Comunità europea del carbone e dell'acciaio (Ceca), viene promosso un lavoro tenace e capillare per far progredire lo studio e la prevenzione della silicosi polmonare, la più grave e diffusa malattia professionale di allora, propria dei minatori, fonditori, scalpellini, ceramisti. Si arriva così alla terza fase, quella della prevenzione primaria che, per giungere alla eliminazione della causa della malattia, deve prima identificarla, valutarla e, se possibile, decifrarne il meccanismo di azione. La medicina del lavoro si sposa quindi con l'igiene industriale e inizia lo sviluppo della tossicologia per la misura delle dosi interne dei tossici professionali e dei loro effetti biochimici a livello cellulare. Oggi ci troviamo davanti a una materia multidisciplinare che ricerca i mezzi biologici e igienici per la prevenzione delle malattie professionali, per loro natura malattie artificiali in quanto provocate dall'uomo. I risultati sono gratificanti, perché il modo di lavorare è cambiato profondamente sotto l'influsso dei suggerimenti del medico del lavoro all'impiantista, e sono migliorate le condizioni globali di salute del singolo. Alcune patologie sono state cancellate, altre cronicizzate e sfumate fino a farle sembrare non-professionali (ambientali?). Con la diminuzione degli infortuni invalidanti e delle malattie professionali, oggi appaiono in aumento il disagio e le patologie aspecifiche, multifattoriali, sotto forma di un malessere sul lavoro che può riguardare anche l'ambiente dell'ufficio: basti l'esempio delle attività svolte al videoterminale. Ecco quindi che l'epicentro dell'interesse della medicina del lavoro si sposta dalla cura del singolo al benessere del gruppo, un cambiamento che esige una nuova abilità, soprattutto epidemiologica. Il modello sviluppato dalla medicina del lavoro in questi ultimi decenni, il senso preventivo, è risultato all'avanguardia nel processo di miglioramento delle condizioni globali di salute del singolo come della società, così da venire esportato dalla fabbrica verso l'ambiente esterno, per la sua bonifica e per la prevenzione delle malattie ambientali. Questo è ben evidente in qualcuno dei settori più impegnativi per la ricerca, e rilevanti per l'epidemiologia, come quello già citato dei tumori (almeno il 2 per cento dei totale dei casi è riferibile al lavoro, secondo le conclusioni del Consiglio sanitario nazionale relative al periodo 1981-83), e l'altro delle allergopatie: l'asma bronchiale professionale ha preso oggi il posto che aveva, un tempo, la silicosi polmonare. Infine - anche sotto l'impulso di un diverso modo di pensare civile e sociale per l'effetto del quale si è passati dal programmare un supporto economico al disabile al promuovere la sua indipendenza e occupazione - un nuovo compito del medico del lavoro è divenuto quello di riconoscere la capacità al lavoro, e non più la disabilità, di un candidato all'assunzione. Non si può affermare, salvo che in casi rari, che per i lavori oggi ordinari esistono standard fisici prestabiliti. E' illuminante, a questo proposito, il contenuto del recente American whit Disabilities Act (1990), la legge americana sulle minorazioni, subito completata dalla Equal employment opportunity commision con il relativo Technical assistance manual (1992), che definisce e descrive le fasi del processo che i medici del lavoro debbono svolgere in sede di valutazione per l'impiego. Nello spirito di queste recenti conquiste civili, il tema principale del Congresso torinese sarà il lavoro del diabetico e del cardiopatico, visti ambedue sotto numerose angolazioni, a parte, come ovvio, la prevalenza delle due malattie fre le maestranze e la loro terapia di appoggio. Fra l'altro, nel primo caso saranno trattate l'alimentazione e l'uso del tempo libero; per il secondo ci si soffermerà su come sono occupati i portatori di pace-maker e i trapiantati. Tra i temi delle altre sessioni, oltre a quella monografica dedicata all'industria tipografica, vale la pena di citare gli effetti extrauditivi del rumore industriale, l'Hiv e l'Hbv nei loro rapporti con il lavoro, i mezzi individuali di protezione, la robotica. Giovanni Scansetti Università di Torino


VACCINO TRIVALENTE Calma] Complicazioni solo per la parotite e solo per uno dei ceppi di virus
Autore: BENSO LODOVICO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, SANITA'
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 051

IL vaccino trivalente contro il morbillo, rosolia e parotite (orecchioni) e quello monovalente contro la parotite recentemente ritirati dal commercio meritano qualche parola in più. E' stata la stessa industria produttrice a segnalare che in un distretto del Regno Unito poco dopo la vaccinazione si erano verificati lievi complicazioni meningee con una frequenza superiore a quella attesa. E' stata incriminata solo la componente "parotite" del vaccino trivalente, mentre le altre due restano lo strumento più efficace per la prevenzione delle encefaliti postmorbillose e delle embriopatie da rosolia. Il termine "trivalente" inoltre non deve creare confusione con altre vaccinazioni trivalenti in uso per altri gruppi di malattie. La tendenza a localizzarsi nelle meningi del virus della parotite, sia selvaggio che vaccinico, è ben nota. In almeno metà dei soggetti con la classica infezione da paramixovirus della parotite è possibile riscontrare, con esami clinici o di laboratorio, qualche interessamento meningeo, ora in fase molto precoce, ora lievemente più tardiva. A volte è piuttosto evidente e ha come sintomi principali cefalea, vomito, rigidità nucale e febbre. Questa localizzazione, più frequente nel maschio che nella femmina, è benigna e va distinta dalla più grave encefalite parotidea, soddisfacentemente prevenuta dalla vaccinazione. Le complicazioni segnalate riguardano i vaccini preparati con il ceppo di virus parotitico attenuato denominate Urabe AM9 ma non quelli preparati con il ceppo J. LynnB. Non sarà difficile, per l'industria, cambiare il ceppo o diminuire la concentrazione virale. In Italia sono state vaccinate alcune centinaia di migliaia di soggetti senza che sia stato confermato il dato britannico. Nessun timore, quindi, per chi è stato già vaccinato. Appena superato quaesto momento di verifica, la vaccinazione antiparotitica dovrà tornare a essere un importante aiuto per la prevenzione delle complicanze di questa malattia. Esse sono rare prima della pubertà, ma possono diventare preoccupanti a pubertà iniziata soprattutto perché interessano i testicoli, con il conseguente rischio di sterilità. In epoca preadolescenziale, quindi, almeno tutti i maschi che non hanno superato la malattia o non sono stati vaccinati in precedenza dovrebbero essere sottoposti a inoculazione del vaccino, da richiamare dopo dieci anni. Lodovico Benso Università di Torino




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