TUTTOSCIENZE 26 agosto 92


PRIMI ARRIVI Due rivoluzioni In laboratorio la cavia in cucina il tacchino
Autore: BENEDETTI GIUSTO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 033. Animali importati in Europa dall'America dopo Colombo

C'E' un'"arca di Colombo" carica di animali che ha attraversato l'Atlantico verso l'Europa. Sono specie che ormai consideriamo di casa nostra, ma che invece hanno profondamente cambiato il costume e le nicchie ecologiche del Vecchio Continente. Il tacchino, per esempio. Non sappiamo con precisione quando e dove le popolazioni precolombiane avessero iniziato la domesticazione del tacchino selvatico (Meleagris galoppavo), ma alcuni reperti ossei scoperti in Messico nella valli di Tehuacan e databili tra il 200 a.C. e il 700 d.C. dimostrano come la specie fosse già allevata almeno 1500-2000 anni prima dell'arrivo degli spagnoli. I resoconti dei primi esploratori - conquistatori testimoniano inoltre la sua grande diffusione e il largo consumo delle sue carni da parte degli aztechi. Riferisce Cortes che alla corte di Mantezuma venivano consumati non meno di mille tacchini al giorno. Ma va anche detto che, probabilmente, in buona parte erano destinati all'alimentazione delle fiere del grande serraglio reale. L'esistenza del tacchino fu scoperta nel 1499 da Pedro Alonzo Ninho che, l'anno seguente, ne portò in Spagna alcuni esemplari: fu subito il trionfo e in breve tempo il tacchino strappo al pavone il ruolo di protagonista sulle mense principesche del Rinascimento. Ne fanno fede un ordine del vescolo di Valencia (1511), che imponeva a tutte le navi di ritorno dalle Americhe di portare dieci tacchini, e un'ordinanza del vescovo inglese Crammer (1541) che vietava agli ecclesiastici di consumare più di un tacchino per ogni piatto di portata nel corso dei loro pranzi. In Italia il tacchino si impone con grande rapidità, e sono del 1570 le "Pallanche d'India ripiene di tordi, ecervellate, impillottate alla francese, arrostite allo spiedo, servite con capponi e zuccaro sopra" che compaiono nel ricettario di Bartolomeo Scappi, "cuoco segreto" di papa Pio V. Quasi comtemporanea alla scoperta del tacchino fu quella dell'anatra muta (cairina moschata). Pare che i primi esemplari siano stati osservati dallo stesso Colombo sull'isola di Hispaniola nel 1493, ma soltanto all'inizio '500 la nostra anatra varcò l'Atlantico: non alla volta dell'Europa, ma dell'Africa. Gli spagnoli difatti pensarono che un animale avvezzo al clima tropicale del Centro America si sarebbe meglio adattato all'analogo clima del Continente Nero. L'anatra muta era originaria delle Ande centrali. Non è improbabile che la scoperta della sua esistenza sugli altopiani peruviani abbia indotto gli europei a rivalutarne le doti di resistenza anche a climi piuttosto ostili. Verso la metà del '500 l'anatra muta venne portata dall'Africa in Europa: ciò spiega il nome di "anatra di Guinea" o di "Cairina" (cioè "del Cairo") con cui venne indicata nei primi tempi. L'anatra muta non tardò a palesare doti di resistenza anche a climi freddi, elevata prolificità, ottima resa delle carni magre e saporite. In breve divenne una delle specie domestiche più allevate nel mondo. Particolarmente apprezzati paiono essere gli ibridi sterili ("mulards") che si ottengono incrociandola con il germano domestico e che vengono impiegati in quel barbaro rito che è la preparazione del foie gras. Ultimo ma non meno importante acquisto nel campo degli animali domestici fu quello della cavia (Cavia aperea porcellus). La domesticazione della forma selvatica (Cavia aperea tschudi), oggi quasi scomparsa, avvenne intorno al 4000 a.C. ad opera delle popolazioni andine. La vita della cavia nella società degli incas non era allegra: veniva utilizzata come cibo o animale da sacrificio. Con l'arrivo degli europei, che la scoprirono nel 1532, le cose non andarono meglio. Dopo una breve carriera come animale da compagnia, riassunse il ruolo che le era proprio: fu nuovamente immolata sugli altari, non più quelli delle divinità pagane ma quelli della scienza.


ANIMALI DEL NUOVO MONDO L'arca di Colombo In Europa uno zoo americano
Autore: BENEDETTI GIUSTO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 033. Animali importati in Europa dall'America dopo Colombo

SONO sporchi, dishonesti e orridi da vedere... et oltra che stoppiano e ammazzano molte fiate i galli nostrani". Così Agostino Gallo, ne "Le vinti giornate dell'agricoltura et dè piaceri della villa" (1550) liquida i tacchini, probabilmente i primi animali del Nuovo Mondo che varcarono l'Atlantico e vennero insediati in Europa. Nonostante questo giudizio poco promettente, il tacchino è oggi l'animale americano più diffuso nel mondo: ogni anno ne vengono allevati 220 milioni (27 milioni in Italia). Quello del tacchino non è un caso isolato: gli animali americani che attualmente popolano il Vecchio Mondo sono più numerosi di quanto non si pensi: trenta specie di vertebrati e un mumero sensibilmente superiore di invertebrati fanno ormai parte della fauna europea, integrate nei nostri ecosistemi. Vari sono i motivi che hanno spinto gli europei a introdurre fauna americana nel nostro continente: la curiosità, ma anche il desiderio di esplorare nuove possibilità alimentari, di dare un tocco esotico a parchi e giardini, di poter disporre di pelli e pellicce senza affrontare i rschi e i disagi di lunghe campagne di caccia. Liberazioni internazionali o fughe da condizioni di cattività hanno fatto sì che nel nostro continente si stabilissero, con il passare del tempo, colonie più o meno consistenti di cervi dellaVirginia, oche del Canada, tartarughe della Florida, procioni, visoni americani, castori canadesi, rane toro, e così via. E non mancano popolazioni di pappagalli: si tratta dei parrocchetti monaci (myopsitta monachus) che, fuggiti da giardini zoologici o da collezioni private, sono andati a costituire piccoli stormi selvatici nei pressi di diverse citt ' europee. Alcune specie furono introdotte inconsapevolmente: è il caso di numerosi insetti fitoparassiti (tra i più celebri la Fillossera della vite e la Dorifora della patata), importanti assieme alle piante ospiti; altre vennero introdotte a fini di lotta biologica contro questi parassiti o contro specie nocive indigene. Un caso a sè è quello del bue muschiato (Ovibos Moschatus), una sorta di gigantesca pecora con fattezze da bovino, ha trovato in Europa la salvezza: pressoché sterminato nelle zone d'origine (Alaska, Canada, Groenlandia), ha ritrovato nuovo vigore e speranza di sopravvivere nella penisola scandinava e in alcune isolette dell'estremo Nord d' Europa.


STRAGI IN NOME DELLA MODA Di cincillà mi voglio vestire Animali importanti per diventare pellicce
Autore: BENEDETTI GIUSTO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 033. Animali importati in Europa dall'America dopo Colombo

L'USO delle pelli di animali è antico quanto l'uomo e, nel corso dei millenni, si è andato via via trasformando da necessità per la sopravvivenza a fatto di moda e di costume. La scoperta del Nuovo Mondo e delle sue risorse faunistiche ha ampliato le scelte: già nel XVI secolo, le pellicce della lontra canadese, dell'orso bianco, delle otarie sudamericane e soprattutto dei chinchilla delle Ande erano oggetto di fiorenti commerci tra l'America e l'Europa. Nei secoli seguenti, con l'espansione coloniale e le continue scoperte di nuove specie, la lista degli animali cacciati per la loro pelle si allunga in maniera impressionante: dal visone americano alla lince canadese, dall'ocelot all'opossum, dal giaguaro al grizzly, dal procione al topo muschiato. E ancora pecary, iguane, alligatori e caimani, foche, trichechi, bisonti, alci, scimmie urlatrici... La lista è lunghissima e il massacro fu di proporzioni difficilmente immaginabili, specie a partire dal secolo scorso, con la nuova borghesia smaniosa di concedersi i lussi che sino a pochi anni prima erano privilegio di una ristretta elite. Non fu certo per sensibilità ecologica (allora pressoché sconosciuta) ma per motivi pratici, che sorse l'idea di creare in Europa dei centri di allevamento per quegli animali la cui pelliccia era particolarmente richiesta sul mercato. Accadde così che, a cavallo tra la fine del secolo scorso e l'inizio del nostro secolo, venissero introdotti in Europa il nutria ("castorino"), il visone americano, il cincillà, il castoro canadese, l'ondatra (o "rat musque"), il procione lavatore. Nella maggior parte dei casi gli animali erano rinchiusi negli allevamenti, ma talora venivano immessi in natura per essere successivamente sottoposti a periodico prelievo. Così è accaduto per il castoro canadese in Finlandia, l'ondatra in Cecoslovacchia e il visone americano nell'ex Unione Sovietica. Alle popolazioni deliberatamente introdotte allo stato selvatico se ne sono aggiunte, con l'andar del tempo, delle nuove in seguito a fughe dagli allevamenti o alla loro chiusura. L'Europa quindi attualmente ospita popolazioni consistenti e più o meno estese di animali da pelliccia americani. Il termine "consistenti" non dà forse un'idea precisa: i procioni selvatici presenti in Germania, Francia e Olanda sono non meno di 60-80 mila; ancora più numerosi gli esemplari di nutria sparsi in buona parte del nostro continente (Italia compresa); addirittura a milioni vengono valutata le ondatre che, da specie neartica quale erano, si sono ormai trasformate in specie oloartica: il loro areale euroasiatico è ormai più vasto di quello americano.


IL PERSICO SOLE Pesci aggressivi all'assalto dei nostri fiumi
Autore: BENEDETTI GIUSTO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 033. Animali importati in Europa dall'America dopo Colombo

NEPPURE gli ambienti acquatici sono stati risparmiati dall'" invasione" americana: se alcune specie di pesci americani si possono considerare poco più che occasionali nel Vecchio Mondo, altre hanno assunto un ruolo di primo piano nelle nostre acque interne e hanno portato a notevoli sconvolgimenti degli ecosistemi acquatici dell'Europa. Particolarmente devastante si è rivelata l'introduzione di alcuni voraci predatori, che hanno sensibilmente modificato la consistenza numerica delle specie indigene: il pesce gatto (Ictalurus spp.) ad esempio compare in Francia nel 1871 e colonizza rapidamente le acque transalpine: in Italia, dove viene introdotto nel 1904, è dapprima confinato nei vivai del Ferrarese e del Vicentino, ma la grande alluvione del '26 lo diffonde a tutta la Val Padana. Il suo ruolo negativo nelle acque italiane fu subito evidente, tanto che già nel 1931 fu varata una legge per proibirne non solo l'immissione, ma anche l'allevamento nei vivai. Le obiettive difficoltà di controllo fecero comunque sì che la legge per proibirne non solo l'immissione, ma anche l'allevamento nei vivai. Le obiettive difficoltà di controllo fecero comunque sì che la legge venisse totalmente disattesa e le immissioni illegali proseguirono indisturbate sino ai giorni nostri, diffondendolo nei fiumi e nei laghi dell'Italia centrale, e addirittura nel lago di Baratz, in Sardegna. Simili sono le vicende del persico sole (lepomis gibbosus), ampiamente diffuso in tutta l'Europa Centrale e ormai divenuto uno dei pesci più comuni della Val Padana e delle sue convalli, e del persico trota (micropterus salmoides): mentre il persico sole si è rivelato assai dannoso per l'ittiofauna indigena, portando alla rarefazione di numerose specie di Ciprinidi e di Percidi (nel Trasimeno ha determinato la scomparsa della lasca), il persico trota sembra al contrario svolgere un'azione piuttosto positiva, controllando le popolazioni delle specie ittiche troppo prolifiche e soprattutto arginando la diffusione del persico sole. Il più celebre tra i pesci americani presenti in Europa è la trota iridea (oncorhychus mykiss, come si dice ora, o salmo gairdneri, come si diceva sino a pochi anni fa). Una celebrità non immeritata, perché grazie a lei la troticoltura italiana è salita a livello europeo nel giro di pochi anni. Fino agli Anni 50 la produzione di trote in Italia colmava soltanto il 10% del fabbisogno nazionale: nel 1960 vennero allestiti i primi vivai di trote iridee e già nel 1965 il nostro Paese non solo era in grado di soddisfare completamente il mercato interno, ma riusciva a destinare 10 mila quintali di trote all'esportazione, divenendo, negli anni seguenti, il leader europeo nel settore. Ultima, importante presenza americana nelle nostre acque è quella della gambusia (gambusia affinis), un pesce lungo pochi centimetri, che abita la fascia compresa tra il Sud degli Stati Uniti e il Nord del Messico. La sua caratteristica saliente è quella di dedicarsi alle larve di zanzara con pervicace accanimento: un individio adulto può divorarne 150 al giorno. Nei primi anni del nostro secolo, la Gambusia fu introdotta in tutta l'Europa mediterranea e balcanica, per condurre la lotta biologica contro la zanzara anofele, portatrice della malaria; nel 1922 fu introdotta anche nelle Paludi Pontine e nel Viterbese, e da qui si estese a quasi tuuta la Penisola, con particolare predilezione per le lagune salmastre, i delta dei fiumi, le acque interne stagnanti. Anche se sarebbe ingiusto non riconoscere al pesciolino i suoi meriti, va subito detto che l'anofele fu sconfitta soprattutto dalle bonifiche e dal Ddt, e che il ruolo svolto dalla gambusia nella lotta antimalarica si dimostrò piuttosto marginale. Non marginale si è invece rilevata la sua azione negativa sugli ecosistemi acquatici europei: vorace, molto adattabile, assai prolifica, la gambusia è entrata in competizione con alcune specie indigene, come lo spinarello e il nono, determinandone una drastica riduzione. Nei piccoli bacini la gambusia porta rapidamente alla scomparsa dello zooplancton. Testi di Giusto Benedetti biologo


ANIMALI LUMINESCENTI Adescami, ma in codice Oltre agli amori la luce pilota trappole
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ETOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: Insetti

IN materia di luminescenza, la natura è stata assai prodiga con le creature marine, ma piuttosto avara con quelle terrestri. Mentre nel mare la schiera dei produttori di luce è foltissima e comprende un ampio arco di specie zoologiche che spazia dai protozoi ai celenterati, dai molluschi ai tunicati e ai pesci, sulla terraferma soltanto uno sparuto gruppo di insetti gode di questo privilegio. Vi appartengono le lucciole e le lampiridi che ravvivano con i loro tremuli faretti l'oscurità delle notti d'estate e oggi sono diventate, ahimè, uno spettacolo piuttosto raro. I pesticidi e gli antiparassitari con cui si irrorano i campi in maniera sempre più massiccia hanno decimato la nostra Luciola italica, un tempo frequentissima nelle campagne. Sopravvive ancora (per quanto tempo ancora?) la Lampyris noctiluca. Nei Paesi tropicali ci sono invece i grossi pirofori che emanano una luce intensa e continua. La specie più nota, i Pyrophorus noctilucus, che i brasiliani chiamano " cucujo", è lungo circa cinque centimetri. Con i loro messaggi luminosi, le lucciole, le lampiridi, i pirofori si parlano d'amore. Ciascuna specie ha il suo codice ben preciso. Se il partner non si attiene a quel codice, se risponde troppo presto o troppo tardi, rimane tagliato fuori dalle combinazioni amorose. C'è però un'altra creatura luminosa che usa la luce per uno scopo ben diverso. E' la Arachnocampa luminosa, un minuscolo dittero per il quale la luce anziché essere un messaggio d'amore è un'esca ingannatrice tesa agli ingenui. Qualcosa che ricorda le lampade delle nostre barche da pesca, che attirano i pesci come una calamita. Lo chiamano anche "verme luminoso della Nuova Zelanda", perché le sue larve, produttrici di luce, hanno un tipico aspetto vermiforme. Le aracnocampe costituiscono una delle più interessanti attrattive turistiche di quella terra delle meraviglie che è la Nuova Zelanda. Non le si trova in nessun'altra parte del pianeta. Ai turisti che visitano il Paese viene sempre consigliata una visita alla celebre grotta di Waitomo, dove questi "vermetti" scintillanti si addensano a formare una fittissima popolazione. Sono migliaia e migliaia di puntini luminosi che brillano sulla volta, le pareti, le stalattiti, le stalagmiti della grotta. Nella camera più ampia, dove si va in barca, quella miriade di luci si riflette nell'acqua con un effetto straordinario e il visitatore ha quasi l'impressione di trovarsi nello spazio, circondato da ogni parte da un cielo stellato. Basta però che qualcuno alzi la voce o faccia rumore stropicciando i piedi a terra o che un alito di vento si insinui nella caverna, perché di colpo le luci si spengano, salvo riaccendersi di lì a poco, non appena è cessata l'azione di disturbo. La guida raccomanda ai turisti di avanzare nel più assoluto silenzio, per non rompere l'incanto di quello spettacolo magico. Poi solleva la torcia elettrica e dirige il fascio luminoso verso il più vicino insediamento di aracnocampe. Le luci delle larve non sono più visibili, ma in compenso si vedono distintamente migliaia di sottili fili che penzolano nel vuoto. A guardarli bene, ci si accorge che ciascuno è cosparso di tante goccioline perlacee. Quei fili imperlati pendono soprattutto dalla volta della caverna, strana decorazione che arricchisce il merletto delle incrostazioni calcaree. Nel suo ciclo vitale, che dura in tutto dieci o undici mesi, la parte del leone la fa lo stadio larvale, che nell'Aracnocampa luminosa dura otto o nove mesi. La larva subisce quattro mute e raggiunge la lunghezza di trenta-quaranta millimetri. In contrasto, l'adulto è molto più piccolo: misura dai dodici ai sedici millimetri. L'organo luminoso della larva si trova all'estremità dell'addome e ha la precisa funzione di attirare i minuscoli insetti che svolazzano nella grotta. Anche gli adulti sono luminosi e la luce delle femmine pupe o adulte serve indubbiamente da richiamo sessuale. La giovane larva anzitutto si fabbrica il cosiddetto "nido" , una meravigliosa architettura lunga il doppio o il triplo della lunghezza corporea, e lo sospende al soffitto della grotta con una rete di fili sottili di seta. Poi tesse i "filamenti-esca", che penzolano in giù fino a settanta per nido e misurano una trentina di centimetri, dieci volte la lunghezza della larva. Questi filamenti sono cosparsi di goccioline di una sostanza vischiosa che aderisce ai minuscoli insetti volatori, imprigionandoli. Non appena una preda rimane invischiata, la larva se ne accorge grazie a due papille sensorie che si trovano nel suo addome e percepiscono le vibrazioni impresse al filo dalla vittima che cerca disperatamente di liberarsi. L'aracnocampa allora si sporge in fuori, tira su filamento e preda e se li mangia. In compenso, una volta superato lo stadio di pupa e diventato adulto, lo strano insetto non ha più bocca e cessa di mangiare. In quel breve lasso di tempo che le rimane, pensa soltanto a riprodursi. Fino a tre maschi si radunano intorno a una pupa femmina, aspettando che emerga e lottano tra loro per conquistarsi le posizioni migliori. Non appena l'addome della prigioniera esce allo scoperto, i maschi incominciano a fecondarla. La femmina vive in tutto da uno a tre giorni, preoccupata solo di deporre in un posto appropriato le sue uova (da cento a trecento), mentre i maschi vivono un giorno in più per avere il tempo di ripetere la loro impresa con una seconda femmina. La larva mangia qualunque cosa tocchi i suoi fili-esca. Succede così, per ironia della sorte, che qualche piccolo adulto appena nato, svolazzando tra i pericolosi filamenti, rimanga invischiato e uno dei suoi figli tranquillamente se lo mangi. Isabella Lattes Coifmann


TUMORI DEL CERVELLO All'attacco con un virus La chirurgia molecolare sui topi funziona
Autore: MARCHISIO PIER CARLO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, RICERCA SCIENTIFICA
LUOGHI: ITALIA

CHE cosa c'è di più frustante, per un chirurgo, del dover ammettere che un paziente è inoperabile? Essere costretti a confessare ai parenti di un malato che è impossibile anche solo tentare di rimuovere un tumore mortale? Ciò capita ancora con una certa frequenza ai neurochirurghi, che spesso non arrivano fisicamente ad aggredire un tumore del cervello nascosto in zona inaccessibile a bisturi e laser. Anche in questo campo però stanno entrando prepotentemente in gioco biologia cellulare e biologia molecolare. I dati, riportati su Science del 12 giugno scorso, sono per ora solo sperimentali ma tanto ben fondati che l'apposita commissione dell'Istituto di sanità americano (Nih), che esamina i problemi applicativi ed etici delle tecnologie del Dna ricombinante, ha dato parere favorevole unanime a che sia avviata immediatamente la sperimentazione su tumori umani. Come vedremo tra poco, questa è la data di nascita della chirurgia molecolare. Il gruppo di studio responsabile di questa sperimentazione e, in futuro, della vera attività "operatoria" ha avuto la brillante idea di inserire in cellule di topo un vettore genico che porta un enzima del virus dell'herpes capace di essere espresso e prontamente trasferibile a cellule adiacenti che si dividono rapidamente. Quindi, trapiantare un po' di queste cellule di topo dentro un tumore fa sì che il marcatore virale si trasferisca anche alle cellule del tumore rendendole altamente sensibili a un farmaco che attacca selettivamente il virus dell'herpes. Problemi di rigetto non ne esistono, perché il cervello è ad essi refrattario; problemi di grandi manipolazioni nemmeno, perché basta entrare nella massa del tumore con un ago piccolissimo sotto il sofisticato controllo dei moderni mezzi radiologici. Non resta che aspettare che il virus si replichi e infetti le cellule del tumore rendendole suscettibili al farmaco anti-herpes, il ganciclovir. Negli animali da esperimento tutto funziona perfettamente: le cellule che veicolano l'herpes si replicano e infettano solo quelle del tumore, le uniche a dividersi velocemente nel cervello, e il farmaco le distrugge ambedue a cose fatte. Sembra tutto semplice e ci si aspetta molto da questo approccio, volto per ora alla neurochirurgia, ma per il quale si intravedono altri campi applicativi. Ormai si parla molto di terapia genica, soprattutto nella correzione di disturbi congeniti. Di usare molecole di origine biologica, come gli anticorpi monoclonali, in grado di riconoscere bersagli neoplastici e distruggerli selettivamente, si parla da tempo. Questo delle cellule armate di virus dell'herpes è un ulteriore passo verso l'allestimento di armi biologiche sempre più raffinate e selettive. Nulla si oppone a che altri tumori possano venir aggrediti con bombe a scoppio ritardato basate sulle caratteristiche biologiche specifiche di ogni singolo tumore. Affinché questo avvenga, è necessario che si vengano a trovare a contatto, nella stessa struttura di ricerca, biologi attenti ai problemi della medicina e medici pronti a recepire rapidamente la carica di progresso innovativo della moderna biologia. Finiranno in quel momento gli stereotipi del biologo sterile chiuso nel suo laboratorio e del chirurgo-barbiere armato solo di bisturi e pinze per dar vita a un nuovo tipo di medico la cui formazione spetta a un'università moderna e innovativa che si intravede lontana e che tutti sperano nasca in un prossimo futuro. Pier Carlo Marchisio Università di Torino


INTOSSICAZIONI Caldo, incuria e ignoranza moltiplicano il rischio di avvelenarsi con la carne
Autore: SALOMONE MONICA

ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE, MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

GLI alimenti contaminati da microrganismi o dalle loro tossine sono un pericolo sempre in agguato. A seconda della causa si parla di tossinfezioni oppure di intossicazioni. Le tossinfezioni sono causate dall'ingestione, insieme con l'alimento, di batteri vivi e vitali la cui moltiplicazione e conseguente attività metabolica determina disturbi dopo un'incubazione di circa 12 ore. La tossinfezione salmonellare causa disturbi gastroenterici ed essendo altamente patogena per l'uomo basta una carica microbica relativamente esigua per dare dei sintomi; per altri batteri come bacilli, coli, pseudomonas, enterococchi, comunemente presenti nel tratto intestinale, è necessaria una notevole carica microbica. Intossicazioni o avvelenamenti sono dovuti alla presenza di una tossina nell'alimento; il tempo che intercorre tra l'ingestione del cibo contenente la tossina e il sopraggiungere dei sintomi è in media di quattro ore. Le sostanze, potenziale causa di malesseri temporanei e talvolta addirittura fatali, possono inquinare esternamente gli alimenti di origine animale durante le operazioni di macellazione, preparazione, trasporto e conservazione, oppure essere già presenti nell'animale vivo. I principali errori in cui si incorre nella preparazione dei cibi sono i seguenti: preparazione troppo in anticipo rispetto al tempo della consumazione; alimenti pronti lasciati troppo a lungo a temperature che consentono la moltiplicazione batterica; cottura insufficiente; contaminazione crociata (per contatto diretto-indiretto di alimenti cotti con quelli crudi); manipolazione degli alimenti da parte di persone infette. Una buona cottura libera gli alimenti di origine animale dai germi patogeni, purché tutte le parti (fino al "cuore" del prodotto) siano portate a una temperatura di almeno 70 C. Se le carni si presentano ancora rosse in prossimità delle ossa, occorre proseguire la cottura fino al completo sbiancamento. Quando gli alimenti si raffreddano a temperatura ambiente, i germi iniziano la moltiplicazione; maggiore è il tempo che intercorre tra la cottura e consumo, più grande è il rischio. Quindi è meglio consumare i cibi appena cotti. Nel caso si preparino in anticipo o si vogliano conservare gli avanzi, è necessario mantenerli a temperatura molto elevata (almeno 60 gradi centigradi) oppure decisamente bassa (al massimo 10 C). Questa regola è fondamentale ogni volta che la conservazione si deve prolungare oltre le 4-5 ore. E' preferibile non conservare alimenti cotti destinati ai neonati. Un errore frequente è quello di riporre in frigorifero porzioni troppo grandi ancora calde; i grandi pezzi di carne si raffreddano lentamente e nel centro ancora caldo si sviluppa la contaminazione batterica. Inoltre il calore emesso crea sbalzi termici all'interno del frigorifero, alterando la catena del freddo. Riscaldare a fondo gli alimenti cotti conservati è la migliore protezione contro i germi che si sono moltiplicati durante la conservazione (proprio perché anche una buona conservazione non elimina completamente la proliferazione batterica); occorre quindi portare il cibo ad almeno 70 C. Un alimento cotto può essere facilmente contaminato al minimo contatto con un alimento crudo, per esempio attraverso l'uso di uno stesso coltello. Basta questo per reintrodurre tutti i rischi di crescita batterica e di malattia presenti prima della cottura. Altro importante punto è l'igiene personale: lavarsi con cura le mani prima di cucinare e dopo ogni interruzione; dopo aver manipolato alimenti crudi come carni o pesci, lavarsi bene prima di toccare altri cibi; eventuali ferite alle mani devono essere ben coperte e isolate prima di cucinare. Negli animali domestici (cani, gatti, uccelli) albergano germi pericolosi che possono trasmettersi ai cibi attraverso le mani: una ragione in più per lavarle spesso. Tutte le superfici che vengono a contatto con gli alimenti devono essere assolutamente adatte e igieniche; si pensi che ogni resto di alimento è una potenziale riserva di germi; la biancheria che viene a contatto con piatti e utensili dovrebbe essere cambiata ogni giorno ed essere lavata in acqua bollente; anche gli strofinacci per i pavimenti devono essere lavati di frequente. Gli alimenti vanno anche protetti da insetti, roditori o altri animali portatori di germi, conservandoli in recipienti ermeticamente chiusi. Infine, se si hanno dubbi sulla qualità dell'acqua, occorre far bollire non solo quella da bere ma anche quella che serve per preparare gli alimenti e il ghiaccio. Monica Salomone


BIONICA IN GERMANIA Che idea, la tana del topo Con due gallerie che si incrociano, è sempre perfettamente aerata Gli architetti si ispirano al muso dei delfini per la prua delle navi
Autore: PREDAZZI FRANCESCA

ARGOMENTI: TECNOLOGIA, BIOLOGIA
NOMI: NACHTIGALL WERNER
LUOGHI: ITALIA

C'E' una nuova disciplina che sta prendendo piede in Germania, la bionica. Contrazione tra biologia e tecnica, emula di Leonardo da Vinci, cerca di imparare dalla natura le soluzioni tecniche ottimali. Ma a differenza di Leonardo, che fallì con i suoi esperimenti sul volo perché cercava semplicemente di copiare, per Werner Nachtigall, che ha fondato a Saarbruecken la Società tedesca di bionica, "la natura può servire solo da stimolo, sta poi alla creatività dell'ingegnere interpretarlo e adattarlo alla realtà tecnica". All'Università di Saarbruecken è nata la prima laurea sperimentale in "biologia tecnica e bionica". Dopo un diploma in biologia, prevede una specializzazione biennale in materie come fisiologia speciale, biomeccanica, tecnica biomedica, tecnica delle costruzioni. Al primo congresso tedesco di bionica, i ricercatori hanno presentato una serie di soluzioni tecniche suggerite dalla natura, che verranno esposte in una mostra itinerante, a Saarbruecken a settembre e a Monaco a novembre. L'alta velocità (40 Km/h) raggiunta dal pescecane delle Galapagos ha ispirato uno studio della sua pelle, per scoprire se ci fossero elementi particolarmente favorevoli a diminuire la resitenza all'acqua. Anziché completamente liscia, come si ipotizzava, la pelle del pescecane è invece dotata di innumerevoli piegoline microscopiche, spesse pochi centesimi di millimetro e dirette nel senso della corrente. Pur aumentando la superficie dell'animale del 20 per cento, questa particolare superficie diminuisce l'attrito dell'8 per cento. In base a questa scoperta, nel 1989 è iniziato un test con un Airbus 320 della Lufthansa, che è stato ricoperto con fogli adesivi che riprendono la pelle di pescecane. L'idea ha funzionato: il risparmio energetico va dal 3 al 7 per cento secodo il tipo di aeroplano, il che significa da 50 a 350 mila litri di cherosene in meno l'anno. Restano tuttavia alcuni problemi tecnici da risolvere prima di adottare l'innovazione. Il risparmio energetico e una migliore tollerabilità ambientale sono due obiettivi della bionica, anche perché spesso la natura spontaneamente accoppia una resa ottimale con il minore sforzo. I topi della prateria americani, ad esempio, hanno sviluppato un sistema di aerazione delle tane basato sul principio di Bernouilli: scavando due gallerie, una verticale e una obliqua, hanno tane sempre aereate, indipendentemente dalla direzione del vento. Una soluzione che potrebbero copiare gli architetti. E ancora: il muso dei delfini come forma idrodinamica per la prua di una nave, un "occhio bionico" con cui guidare aerei e automobili, preso a prestito dall'occhio dei mammiferi e un grattacielo di 13 piani ideato da due architetti di Santa Marinella: hanno copiato la piantaggine, le cue foglie sono disposte in mode tale che d'estate si riparano a vicenda dal Sole, mentre d'inverno non si fanno ombra. Francesca Predazzi


PARCO DI TREBONSKO Cinquecento stagni una colonia di lontre e le cicogne sul tetto
Autore: GIULIANO WALTER

ARGOMENTI: ECOLOGIA, ZOOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA

NELLA Boemia meridionale, a circa 175 chilometri da Praga, e non lontano da Ceskè Budejovice, si incontra una delle zone naturalistiche più importanti d'Europa: l'area di protezione del paesaggio di Trebonsko, inserita nella rete delle riserve della biosfera del programma Mab (Man and Biosphere) dell'Unesco sin dal 1977. Due anni più tardi, il 15 novembre del 1979, il ministero della Cultura cecoslovacco dichiarava Trebonsko "area di protezione del paesaggio". Sotto il profilo geologico, si tratta di un bacino lacustre il cui cuore è formato da sedimenti del Cretaceo, in piccola parte ricoperti da depositi del Terziario; i fiumi e i torrenti dei dintorni si sono formati da sedimenti quaternari. L'intera zona è caratterizzata da un paesaggio piatto e uniforme, cui si sottraggono solo le aree in vicinanza del fiume Luznice, dove l'erosione ha modellato il paesaggio. L'area protetta, oltre 700 chilometri quadrati di fiumi, canali, stagni, prati e foreste allagate, ha origini artificiali. Fu infatti costruita dall'uomo medievale, che vi realizzò un efficace sistema di chiuse, dighe e canali adatti a impiantare una redditizia economia basata sulla pesca. A Trebonsko si può dire sia nata l'acquacoltura con l'allevamento, soprattutto, della carpa. Tra le zone più interessanti, la Palude rossa, dove è stato attrezzato un sentiero naturale lungo le sponde del lago e dove si è insidiata una preziosa vegetazione a té del Labrador; due torbiere, una riserva ornitologica. Altre due riserve nazionali, "Pisecny presyp u Vlkova" e "Slepicì vrsek", proteggono le dune sabbiose, mentre la riserva " Na Msalech", nei pressi del bacino di Kanov tutela una stazione di ginepro. Ma la parte naturalisticamente più interessante del parco di Trebonsko è senza dubbio la zona "Starà reka", dove il letto originario del fiume Luznice si sviluppa attraverso numerosi meandri che costituiscono l'asse principale dell'area protetta, ricco di numerosi rami ciechi che originano pozze confinanti con boschi allagati in cui si ritrovano giganteschi esemplari centenari di rovere. L'intera area, costituita da oltre cinquecento stagni, è popolata da numerosi uccelli acquatici tra cui vanno segnalati i cigni, gli aironi, l'aquila di mare, la spatola, la marzaiola, il quattrocchi, l'oca selvatica. Non mancano poi chiurli, pittine, beccaccini, pettegole e rapaci quali il falco pecchiaiolo, il nibbio reale, la poiana. L'incontro che più colpisce i visitatori è senza dubbio quello con la cicogna e con i suoi nidi enormi costruiti sui camini delle fattorie. Più difficile da avvistare è la lontra, che tuttavia ha mantenuto qui la più consistente colonia europea: la sua presenza rassicura, tra l'altro, sulla buona qualità delle acque. Fanghi salso ferrosi provenienti dalle torbiere di Trebon sono localmente impiegati per fini medici, nella cura dei disturbi dell'apparato locomotorio e delle articolazioni. Per avere informazioni e indicazioni sulle visite all'area, ci si può rivolgere alla sede del parco, nel cortile del castello di Trebon. Il materiale per il pubblico non è molto, e tutto in cecoslovacco, tranne un poster in inglese. In compenso i funzionari sono molto cortesi: parlano inglese e si scusano per non avere a disposizione, al momento, documentazione scientifica. Walter Giuliano


RELATIVITA' Gli eredi di Einstein al lavoro
Autore: BIANUCCI PIERO

ARGOMENTI: FISICA, CONFERENZA
NOMI: REGGE TULLIO, SCIAMA DENNIS, CANDELAS PHILIP, HAMILTON WILLIAM
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, BARDONECCHIA (TO)

IL fantasma di Einstein, il fisico più innovatore, più autorevole e probabilmente anche più discusso del nostro secolo, aleggerà a Bardonecchia dal 1o al 5 settembre al decimo convegno italiano di Relatività, evocato da eredi come Dennis Sciama (il maestro di Stephen Hawking), Tullio Regge, William Hamilton, Philip Candelas e Remo Ruffini, per citare soltanto i titolari di relazioni di carattere panoramico. Altri interventi riguarderanno un po' tutti gli aspetti teorici e sperimentali: onde gravitazionali, cosmologia, buchi neri, teorie quantistiche della gravitazione, teoria delle stringhe. Come si sa, due sono le formulazioni della relatività elaborate da Einstein. La prima, quella della "relatività ristretta" , risale al 1905 e - contrariamente a ciò che può far pensare ai profani la parola relatività - risolve il problema di una interpretazione dei fenomeni naturali invariante rispetto a osservatori che usino sistemi di riferimento diversi, purché inerziali. La teoria della "relatività generale", pubblicata nel 1916, estende il principio di invarianza delle leggi naturali ed è essenzialmente una teoria della gravitazione. Ormai la relatività ristretta appartiene all'ingegneria. Senza tenerne conto non si potrebbe tracciare la rotta delle navicelle spaziali nè costruire un grande accelleratore di particelle nucleari nè realizzare un ordigno atomico. Nella fisica moderna le sue formule sono di uso corrente quanto il teorema di Pitagora in geometria. Anche a favore della relatività generale si è accumulata una quantità schiacciante di applicazioni e di prove sperimentali. In questo campo però rimane molto terreno da dissodare: vari aspetti possono essere ancora sviluppati, alcune previsioni attendono una verifica che potrà venire solo da tecnologie più avanzate di quelle oggi disponibili, e soprattutto rimane aperto il problema di mettere d'accordo relatività generale e meccanica quantistica, l'altro grande paradigma scientifico delineato in questo secolo, con il contributo dello stesso Einstein. A Bardonecchia si dibatteranno proprio questi aspetti, per la prima volta sotto l'egida della neonata Società italiana di relatività e di fisica della gravitazione. Indipendentemente dai risultati che ne emergeranno, è facile prevedere un confronto ricco di stimoli. Se, come è giusto, la vitalità di una teoria si misura dalla sua capacità di prevedere fenomeni nuovi, non c'è dubbio che la relatività generale è in piena fioritura. Dai Campi Elisi dei fisici, Einstein ha visto avverarsi molte delle sue previsioni. L'universo risulta effettivamente in espansione a partire da un Big Bang, un grande scoppio primordiale. I buchi neri - ormai individuati quasi con certezza - hanno aperto nuovi capitoli dell'astrofisica. Fenomeni esotici come le "lenti gravitazionali" e gli "anelli di Einstein" sono stati messi in evidenza con i nuovi potenti telescopi dell'ultima generazione. La più recente conferma dell'universo prefigurato da Einstein viene dal telescopio spaziale "Hubble": osservato con un sufficiente livello di risoluzione, il cosmo intero appare lievemente deformato dall'irregolare curvatura dello spazio creata dalle perturbazioni gravitazionali dei corpi celesti. E' un po' come se vedessimo il cosmo attraverso una grande, unica "lente di Einstein", e questa lente si comporta come un fondo di bicchiere, disturbando il cammino, altrimenti rettilineo, della luce in arrivo dalle galassie più lontane. Le questioni aperte, però, sono ancora più affascinanti. Intanto la relatività generale attende la scoperta delle onde gravitazionali, e quindi dei gravitoni, le particelle che trasmettono questa forza. Ma soprattutto si va alla ricerca di una teoria che colleghi la gravità alle altre forze fondamentali, le interazioni forte ed elettrodebole. Per far ciò è necessario una teoria quantistica della gravitazione, impresa difficilissima. Ma bisognerà arrivarci, non soltanto per motivi scientifici ma anche per motivi estetici. Che poi, suggeriva Einstein, sono i più importanti. Piero Bianucci


"NATURE ": SPERANZE DELUSE I terremoti beffano il sismologo Impossibili le previsioni, dicono i giapponesi
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: GEOGRAFIA E GEOFISICA, TECNOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

TRENT'ANNI di studi e di investimenti per arrivare a una sconfortante constatazione: forse è stata tutta fatica sprecata, forse avevano ragione gli scettici: i terremoti non si possono prevedere. Gli scienziati giapponesi, che su questo obiettivo avevano investito molto del loro prestigio, oggi sono in crisi e dovranno accettare che il loro programma di lavoro, il più ambizioso e dispendioso del mondo in questo campo, sia sottoposto a una severa revisione. La task force che Tokyo ha in campo per tenere sotto osservazione i fenomeni sismici in una delle regioni più attive del globo, perenne minaccia per l'arcipelago, è imponente: 500 scienziati, apparecchiature per un miliardo di dollari, un sottomarino, il "Sinkaii 6500", in grado di scendere a quasi 7000 metri per osservare l'attività vulcanica sottomarina, navi oceanografiche, centri di ricerca; il tutto coordinato dal Geodetic Council of Japan, un organismo del ministero dell'Educazione, della scienza e della cultura. "Gli scienziati giapponesi hanno ammesso per la prima volta che vi è una grande distanza tra l'ottimismo ufficiale e la realtà delle ricerche", scrive ora l'autorevole rivista scientifica inglese "Nature". Le 72 pagine dell'ultima relazione sui programmi di ricerca, sottolinea la rivista, non sono in grado di elencare neppure un successo; in compenso registrano segnali di crisi, tanto che per la prima volta, per valutare i risultati, sono stati chiamati scienziati esterni. La relazione ammette, ad esempio, che nonostante i grandi miglioramenti nella rete di osservazione dei fenomeni anomali associati ai terremoti come le variazioni di livello del mare, i cambiamenti della quantità di radon, le fluttuazioni dei campi magnetico ed elettrico "vi sono molti casi nei quali tali anomale osservazioni non possono essere obiettivamente identificate come precursori di terremoti". Come nel caso dello sciame sismico che in giugno e luglio '89 scosse la citta" di Ito, a sud di Tokyo: benché i pescatori locali avessero segnalato fenomeni come il cambiamento di colore del mare e morie di pesci gli scienziati non realizzarono che stava per avvenire una grande eruzione vulcanica sottomarina se non poche ore prima dell'inizio. Se la possibilità di prevedere i terremoti si allontana, si fa sempre più precisa la previsione del tempo grazie a sempre più potenti strumenti di elaborazione dei dati. Lo " European centre for medium-range weather forecast", che fornisce le previsioni a 18 centri meteorologici nazionali in tutta Europa, ha ricevuto un nuovo elaboratore Cray Y-MP C90 (l'unico in Europa) sei volte più potente del modello Y-MP8 usato fino ad ora, capace di 16 miliardi di operazioni il secondo. Il centro fa previsioni fino ad una distanza di dieci giorni; con il nuovo computer sarà in grado di ottenere previsioni molto più precise grazie ad una più accurata analisi dei dati provenienti dai satelliti meteorologici. E le possibilità di miglioramento sembrano ancora considerevoli. Vittorio Ravizza


MANUTENZIONE IN ORBITA Il telescopio spaziale tra un anno avrà gli occhiali
Autore: QUINTILLI FRANCO

ARGOMENTI: ASTRONOMIA, AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
ORGANIZZAZIONI: HUBBLE
LUOGHI: ITALIA

IL 2 aprile 1990 lo shuttle Discovery metteva in orbita a 610 chilometri di altezza l'Hubble Space Telescope (Hst), uno strumento pesante 11.500 chili, lungo 13 metri e con un obiettivo di 2,4 metri. Due mesi dopo in questa ambiziosa realizzazione della Nasa furono riscontrati due difetti: aberrazioni sferiche nello specchio primario del telescopio e un tremolio causato dai panelli solari (forniti dall'Esa) a ogni passaggio ombra-sole (cioè ogni periodo orbitale di 96 minuti). Oggi, dopo due anni di vita in orbita, l'Hst è entrato in una fase di routine operativa e produce risultati d'avanguardia, sorprendendo i suoi stessi critici. Cosa è accaduto per far mutare i primi giudizi negativi? Lo specchio primario ha una forma leggermente imprecisa; ma gli effetti dell'aberrazione sferica possono essere corretti con il computer con un trattamento delle immagini al computer. Molte immagini corrette con questo sistema rivelano particolari sorprendenti, mai visti prima. Naturalmente tutto ciò è realizzabile anche grazie alla eccezionale nitidezza delle immagini: a 610 chilometri di quota tutti gli effetti di distorsione atmosferici vengono annullati. Inoltre la posizione dell'Hst permette l'osservazione di radiazioni ultraviolette che non passano l'atmosfera. Come le aberrazioni, anche il secondo problema quel tremolio - è stato risolto temporaneamente tramite computer. Tuttavia l'ottimismo che attualmente circonda la missione dell'Hst non fa dimenticare la normale manutenzione, programmata ogni tre anni. Questo sarà l'obiettivo della missione dello shuttle Atlantis prevista per la fine del 1993 o l'inizio del 1994, la prima per effettuare una regolare manutenzione nel corso dei previsti 15 anni di vita dell'Hst. Il "cargo bay" dello shuttle funzionerà come laboratorio di riparazione e calibrazione. L'Hubble Space Telescope è uno stupendo e complesso sistema, composto da 400.000 differenti parti - alcune ridondanti - e 49 tipi di componenti-chiave, inclusi i giroscopi, facilmente accessibili e sostituibili. Per correggere l'aberrazione sferica, un gruppo di ingegneri e scienziati dell'Hubble Space Telescope ha ideato uno strumento chiamato Costar (Corrective Optics Space Telescope Axial Replacement). Nell'autunno del 1990 questo strumento fu sottoposto per l'approvazione allo Space Telescope Science Institute presso l'Università John Hopkins in Baltimore, Maryland. Dopo aver portato il telescopio spaziale nel cargo-bay dello Shuttle, gli astronauti rimuoveranno dal suo alloggiamento lo strumento High Speed Photometer (Hsp) del peso di 221 chilogrammi, e al suo posto metteranno il Costar. Fissato nel suo vano, il Costar aprirà una serie di piccoli bracci, che piazzeranno gli specchi correttivi davanti alle aperture che lasciano passare la luce nei tre strumenti di osservazione dell'Hst: la Faint Object Camera (Foc), sviluppata dall'Esa e costruita da Dornier Systems (Germania) e British Aerospace (Regno Unito) sotto la direzione di Duccio Macchetto; il Faint Object Spectrograph (Fos) progettato dall'Università della California a San Diego e costruito dalla Martin Marietta (Denver, Colorado); l'High Resolution Spectrograph (Hrs) progettato dal Goddard Space Flight Center della Nasa e costruito dalla Ball Aerospace in Boulder, Colorado. Gli specchi correttivi del Costar riconvergeranno la luce ritrasmessa dallo specchio primario dell'Hst prima che questa entri dentro questi strumenti. Il Costar riporterà le prestazioni di questa strumenti molto vicino alle aspettative originali. Anche la Wf/Planetary Camera - del peso di 227 chili - sarà sostituita con una versione più avanzata, fornita anche di tre fotocamenre a grande campo e una fotocamenra planetaria. Questo strumento - progettato dal California Institute of Technology e costruito dal Jet Propulsion Laboratory in Pasadena, California - permette l'osservazione di vaste aree dello spazio, per studiare corpi distanti come galassie e quasar; inoltre, avendo un'alta risoluzione, permetterà lo studio dei pianeti del Sistema solare. Quanto al tremolio cui si è accennato quale secondo problema, l'Esa - partner della Nasa in questo programma - ha progettato e costruito nuovi pannelli solari per ridurre l'instabilità. Anch'essi saranno sostituiti durante la missione dell'Atlantis. Franco Quintilli


Incidenti nucleari Le radiazioni si curano a Cuba Da Cernobil e ora dal Brasile migliaia di pazienti
Autore: BEVILACQUA GIANLUCA

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

MIGLIAIA di bidoni e container dipinti di giallo si succedono in file ordinate, poggiati su sottili piastre di cemento. Intorno, reti di filo spinato e garitte di guardia. E' il deposito di Abadia, a 20 chilometri da Goiania, la capitale dello Stato brasiliano di Goias, dove sono immagazzinate alla meno peggio oltre 13 mila tonnellate di materiale radioattivo, eredità del maggiore incidente nucleare mai registrato in America Latina: l'apertura accidentale della capsula di cesio 137 di un apparecchio per radio-terapia che, nel settembre 1987, causò la morte di quattro persone e la contaminazione di almeno altre 500. Da allora le vittime sono state lasciate praticamente senza assistenza e solo nelle prossime settimane cinquanta contaminati - 38 bambini 12 adulti - potranno finalmente iniziare un trattamento contro le conseguenze delle radiazioni, nello stesso centro di Cuba dove negli ultimi due anni e mezzo sono passate oltre 12 mila vittime di Cernobil. Il complesso di Tararà, a 20 chilometri da L'Avana, è oggi uno dei principali centri di ricerca del mondo in questo campo, con un ospedale pediatrico specializzato: 350 posti letto e circa 500 persone, tra medici e infermieri. "Dall'aprile del 1990 a oggi, abbiamo avuto in cura 10. 070 bambini e quasi duemila adulti, in maggioranza provenienti dall'Ucraina - dice il dottor Carlos Dotres, responsabile del " Programma de atencion a los ninos de Cernobil" -. Tre medici della nostra equipe lavorano a Kiev per selezionare i pazienti che hanno bisogno di venire a Cuba e assisterli al ritorno. Le cure a Tararà di solito durano 40-60 giorni, ma nei casi più gravi arrivano fino a un anno". A circa 300 dei bambini assistiti sinora, (3 per cento del totale) sono stati diagnosticati tumori di diversi tipi (soprattutto leucemie e cancri alla tiroide) e in sette casi sono stati necessari trapianti di midollo osseo, tutti andati a buon fine. I decessi sono stati nove. Per 1700 bambini (17 per cento) è stato necessario il ricovero ospedaliero per altre disfunzioni e sono stati effettuati due trapianti di reni e 12 operazioni cardiovascolari. Per il 60 per cento dei piccoli pazienti sono state invece sufficienti cure ambulatoriali, mentre il restante 20 per cento era formato da bambini apparentemente sani, che sono stati sottoposti a controlli preventivi (quando non acuto, l'avvelenamento da radiazioni fa sentire in genere le sue conseguenze dopo diversi anni). Nel 95 per cento dei casi sono state riscontrate carie e perdita di denti, che possono facilitare la propagazione di infezioni in organismi già debilitati dall'assorbimento delle radiazioni. All'arrivo a Tararà, l'82 per cento dei bambini aveva problemi psicologici, che si manifestavano sotto forma di affaticabilità, debolezza, emicranie, mancanza di appetito. I ricercatori cubani l'hanno battezzato "sindrome di Cernobil" o " radiofobia". "Chi ha ricevuto anche solo una piccola dose di radiazioni si convince di essere condannato e questo aumenta le possibilità che contragga davvero una serie di malattie - spiega Dotres -.Ma con adeguato sostegno psicologico, il 92 per cento dei pazienti ha superato questo problema". Nel momento di picco del programma di assistenza, sono stati ospitati a Tararà fino a mille bambini per volta (oggi ve ne sono 160), con un costo per il governo cubano stimato in 20 milioni di dollari l'anno. Una spesa non piccola, per la fragile economia dell'isola ma che, all'epoca, serviva a compensare almeno in parte i vitali aiuti in petrolio e macchinari provenienti dall'Unione Sovietica. La fine dell'Urss e dei rapporti commerciali privilegiati con l'Est europeo ha portato Cuba sull'orlo del collasso economico, ma il programma di assistenza ai bambini di Cernobil è continuato. "Cuba ha sempre concepito la cooperazione in campo sanitario come una forma concreta di solidarietà internazionale - dice Dotres -. Nel concreto, il programma di Tararà ci costa molto lavoro ma poco petrolio. Un problema più serio è costituito dal blocco economico imposto dagli Stati Uniti, che ci costringe a complicate e costose triangolazioni per poter importare medicine e apparecchiature made in Usa". L'accordo per l'assistenza alle vittime dell'incidente di Goiania firmato da Fidel Castro con le autorità brasiliane durante la Conferenza di Rio de Janerio - costerà a Cuba almeno 200 mila dollari, che il governo dell'isola spera si possano trasformare in un buon investimento per diminuire il proprio isolamento internazionale. Gianluca Bevilacqua


ANNUNCIO SONY Nato il laser blu, tre ore di musica in un compact disc Una svolta tecnologica anche per i computer
Autore: MEZZACAPPA LUIGI

ARGOMENTI: ACUSTICA, TECNOLOGIA, INFORMATICA, ELETTRONICA
ORGANIZZAZIONI: SONY
LUOGHI: ITALIA

L'ANNUNCIO della Sony, il 22 luglio scorso, circa un nuovo dispositivo di emissione di luce laser ha destato molto interesse tra i ricercatori. Si tratta, in sostanza, di un semiconduttore che emette luce laser blu. A dirla così sembra semplice, ma non lo è se è vero che i laboratori e le università americane e giapponesi ci lavorano da almeno vent'anni. Alla 3M si è riusciti solo l'anno scorso a dimostrare la possibilità di realizzare un semiconduttore ad emissione di luce blu con le caratteristiche del raggio laser. E alla Sony, solo poche settimane fa, lo si è realizzato, anche grazie alle scoperte del gruppo americano. Gli attuali lettori di compact disc (cd) utilizzano luce laser rossa. La luce blu ha una lunghezza d'onda che è la metà di quella della luce rossa e i suoi raggi possono essere focalizzati su spazi più piccoli e modulati con maggiore precisione. Ciò significa che l'informazione può essere incisa in uno spazio minore ed è quindi possibile aumentare di molto la capacità dei dischi ottici, sia quelli audio sia quelli Rom, destinati a memorizzare dati di computer. Per i cd musicali si passerebbe dagli attuali 70 minuti a tre ore di incisione; per le applicazioni informatiche, invece, il laser blu potrebbe essere l'elemento destinato a rompere definitivamente gli indugi in un campo estremamente interessante, ma non ancora affermato come quello della multimedialità. Altre promettenti prospettive si aprono per i dispositivi di stampa, che potrebbero acquisire maggior definizione e accuratezza e, naturalmente, costare meno. Non appena sarà possibile riprodurre i tre colori fondamentali con la luce laser, inoltre, si apriranno incredibili possibilità per la realizzazione di schermi video. Anche in chirurgia si potrebbero avere grandi benefici. La notizia di questi sviluppi ha scatenato una corsa all'intensificazione delle ricerche. In America, Giappone ed Europa tutti i laboratori e le università lavorano per individuare le tecniche di costruzione dei semiconduttori. E' in gioco una posta molto alta, costituita dall'immenso vantaggio commerciale per chi riuscirà per primo a definire e a imporre uno standard tecnologico. Per gli Stati Uniti questa occasione rappresenta qualcosa di ancora più importante: rientrare alla grande nel mercato dei semiconduttori dal quale furono praticamente estromessi dai giapponesi. Ultimamente le cose stanno andando meglio per l'industria americana e il laser blu potrebbe confermare la ripresa in un campo strategico della tecnologia. Ma, come sempre, dal dire al fare c'è una bella differenza: gli ostacoli da superare per la realizzazione di prodotti commerciali sono ancora molti e anche la Sony ammette che dovranno passare alcuni anni prima che la tecnologia possa essere usata sui lettori di compact disc. Il problema più grosso è che, per ora, il laser blu lavora solo se raffreddato da azoto liquido alla temperatura di circa 180 gradi sotto zero. Un particolare rilevante anche per i prodotti di non largo consumo come i computer. Il depositario americano di questa tecnologia è, come abbiamo detto, la 3M che però non è presente nel mercato dei semiconduttori e non mostra interesse ad entrarvi. " I soldi si fanno nelle applicazioni collegate all'uso di questi dispositivi, non nella tecnologia in se stessa", sostiene uno dei responsabili della ricerca. Non più grandi di un granello di sabbia, i laser a stato solido emettono un fascio di luce "coerente". Sono basati sul principio che quando un elettrone subisce una caduta di energia emette luce. I laser sono fatti di microscopici strati di materiale dalle differenti proprietà elettriche, la cui struttura assomiglia vagamente a un sandwich. Una delle due "fette di pane" è ricca di elettroni e l'altra invece è carente. Se si applica un giusto livello di tensione allo strato di semiconduttore ricco, gli elettroni si staccano da esso per andare a compensare le carenze dell'altro strato. Nel passaggio gli elettroni perdono energia ed emettono luce. I laser a stato solido sono usati anche per trasmettere la luce attraverso fibre ottiche per le comunicazioni telefoniche. Una lunghezza d'onda più corta può in teoria trasportare più informazioni, ma i ricercatori sostengono che in questo campo il laser blu non costituisce una scoperta interessante perché la sua propagazione lungo le fibre ottiche non è efficace. Luigi Mezzacappa


SPELEOLOGIA Pronto soccorso in fondo alle grotte Sotto terra gli interventi sono assai più difficili che in alta montagna
Autore: BADINO GIOVANNI

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
NOMI: TONIOLO BRUNO, SARACCO ERALDO
ORGANIZZAZIONI: CAI
LUOGHI: ITALIA

TUTTI i frequentatori di zone montane conoscono l'esistenza del Corpo nazionale Soccorso alpino, l'organizzazione del Club Alpino Italiano che si occupa del recupero di infortunati in montagna. Meno nota è la sua sezione specializzata negli incidenti che avvengono all'interno delle montagne, la Sezione Speleologica. L'idea della sua formazione venne sostenuta nei primi anni '60 soprattutto da due torinesi, l'allora capo del Soccorso Alpino Bruno Toniolo e lo speleologo Eraldo Saracco. Proprio a Saracco, morto in una grotta in Sardegna, è dedicata l'intera sezione, costituita nel marzo del '66. In una prima fase si optò per una completa dipendenza dalle strutture del Soccorso Alpino, per utilizzarne l'esperienza. Poi, per gradi, la nuova struttura divenne autonoma: nel '71 divenne Delegazione del Cnsa e nel '79 sua Sezione, da esso dipendente ma autonoma per le necessità operative. Ha una struttura che ricalca in parte quella del Cnsa. Riunisce seicento fra i migliori speleologi operanti in Italia, suddivisi in dieci delegazioni che coprono l'intero territorio nazionale, ognuna con ampia autonomia amministrativa e tecnica. Al vertice dell'organizzazione sta un responsabile nazionale (che è automaticamente uno dei due vicepresidenti del Cnsa), che cura gli aspetti nazionali del soccorso e ha un ruolo direttivo negli incidenti eccezionali, che richiedono il contemporaneo intervento di più delegazioni. Gli incidenti in grotta sono, per fortuna, abbastanza rari: sono circa l'uno per cento di tutti quelli che capitano in montagna. Sono però spesso gravissimi, per le enormi difficoltà che può porre il recupero di un ferito. In montagna l'elicottero ha rivoluzionato le tecniche di soccorso: rapide soluzioni con squadre piccole. Purtroppo sottoterra gli elicotteri non volano e così i volontari che occorrono in un incidente sottoterra devono essere assai numerosi (fra le cinque e le dieci volte) di quelli richiesti per un intervento in superficie. Ne consegue anche che gli incidenti in grotta sono di soluzione lenta: le squadre si avvicendano anche per giorni. Un altro problema è la grande diversità delle richieste di soccorso. Gli incidenti in grotta accadono con le modalità più varie: si può cadere, in modo più o meno grave, esser colpiti da sassi più o meno grossi, perdere il controllo degli attrezzi. Ci si può perdere, rimanere bloccati dall'acqua, incastrarsi in strettoie, rimanere assiderati, essere tano stremati da dover chiedere aiuto per tornar fuori. Spesso, poi, la richiesta di intervento arriva al soccorritore senza dati su che cosa sia successo: non sono usciti, e basta. Tutti questi guai possono avvenire in zone remotissime. Una domanda che viene spesso fatta agli speleologi è: ma che cosa fate in grotta tutto quel tempo, cioè le 15-25 ore di una "punta"? La risposta è semplice: ci si sposta. Le grotte sono vastissime, più di quanto la gente immagini, e alcune zone si trovano a molte ore di viaggio dall'ingresso. In caso di incidente, sono guai. In genere lo spazio che uno speleologo sano copre in un'ora richiede un tempo di dieci volte maggiore se si trasporta un ferito e molte zone ipogee sono così remote che un ferito grave non ne può essere estratto. Giovanni Badino


ALIMENTAZIONE Un grasso senza grasso Due possibili surrogati: proteine estratte dal latte e dalla chiara d'uovo o una variazione sui trigliceridi, con la glicerina sostituita dal saccarosio
Autore: FOCHI GIOVANNI

ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE
LUOGHI: ITALIA

CHI è afflitto da seri problemi di sovrappeso o da rischi cardiovascolari dovrebbe mangiare - si sa - meno grassi. Il difficile sta nel fatto che questi contribuiscono notevolmente alla consistenza dei cibi e alle sensazioni della lingua e del palato, fattori determinanti per il gusto. Un sollievo ai forzati delle diete ipocaloriche o anticolesterolo lo ha già portato, negli Stati Uniti e in alcuni Paesi europei (per ora Finlandia, Gran Bretagna e Francia), un surrogato dei grassi prodotto dalla Nutra-Sweet col marchio Simplesse. Si tratta di proteine estratte dal latte e dalla chiara d'uovo, che vengono pastorizzate a caldo mentre una forte agitazione impedisce loro di coagulare. Alla fine si ottiene una massa formata da granuli quasi sferici, larghi fra 0,1 e 3 micron (millesimi di millimetro), che in bocca viene percepita come se fosse un grasso. Il Simplesse è un ingrediente per formaggi molli, yogurt, gelati, creme, salse, besciamelle. Può essere usato sopra i cibi da cuocere in forno ma non può sostituire l'olio da frittura: essendo di natura proteica, non resiste a riscaldamenti molto forti e prolungati. Per quest'ultimo scopo potrebbe invece andar bene un prodotto che, a differenza del Simplesse, non ha una base naturale, ma rappresenta una variazione sintetica sul tema dei trigliceridi (i composti organici che costituiscono i grassi vegetali e animali). E' l'Olestra della Procter & Gamble, che negli Stati Uniti attende il via dalla Food and Drug Administration. Come un po' ermeticamente dice il loro nome, i trigliceridi sono composti derivati dalla glicerina per combinazione chimica di tutti e tre i gruppi alcolici in essa contenuti. Nell'Olestra la glicerina è sostituita dal saccarosio, il comune zucchero da cucina. Le proprietà del grasso artificiale risultante sono molto simili a quelle dei trigliceridi: esso dunque resiste alle alte temperature e soddisfa il palato. E' però inattaccabile dall'enzima lipasi: quindi non viene metabolizzato dal nostro organismo e così, attraversandolo senza lasciarvi nessuno dei suoi componenti, non produce nè calorie nè colesterolo. Neanche il Simplesse viene trasformato in colesterolo: tuttavia, essendo di natura proteica, viene digerito, e quindi sviluppa calorie, ma le proteine, rispetto ai trigliceridi, sono molto meno energetiche e quindi meno ingrassanti. Ogni grammo di trigliceridi fornisce un'energia pari a circa 9 chilocalorie, valore più che doppio di quello fornito dalle proteine e anche dai carboidrati. Infatti nei trigliceridi ci sono lunghe catene idrocarburiche che, sotto sforzo, vengono ossidate nelle cellule del dal nostro organismo, liberando molta energia. Negli altri due tipi di composti, invece, il carbonio è già ossidato in parte, e così, come "carburanti", essi rendono meno; di conseguenza, a parità di lavoro da noi compiuto, vengono consumati in quantità maggiore e danno luogo a scorte meno abbondanti, cioè fanno aumentare meno il nostro peso. Gianni Fochi Scuola Normale di Pisa


ANIMALI LUMINESCENTI Adescami, ma in codice Oltre agli amori la luce pilota trappole
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ETOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: Insetti

IN materia di luminescenza, la natura è stata assai prodiga con le creature marine, ma piuttosto avara con quelle terrestri. Mentre nel mare la schiera dei produttori di luce è foltissima e comprende un ampio arco di specie zoologiche che spazia dai protozoi ai celenterati, dai molluschi ai tunicati e ai pesci, sulla terraferma soltanto uno sparuto gruppo di insetti gode di questo privilegio. Vi appartengono le lucciole e le lampiridi che ravvivano con i loro tremuli faretti l'oscurità delle notti d'estate e oggi sono diventate, ahimè, uno spettacolo piuttosto raro. I pesticidi e gli antiparassitari con cui si irrorano i campi in maniera sempre più massiccia hanno decimato la nostra Luciola italica, un tempo frequentissima nelle campagne. Sopravvive ancora (per quanto tempo ancora?) la Lampyris noctiluca. Nei Paesi tropicali ci sono invece i grossi pirofori che emanano una luce intensa e continua. La specie più nota, i Pyrophorus noctilucus, che i brasiliani chiamano " cucujo", è lungo circa cinque centimetri. Con i loro messaggi luminosi, le lucciole, le lampiridi, i pirofori si parlano d'amore. Ciascuna specie ha il suo codice ben preciso. Se il partner non si attiene a quel codice, se risponde troppo presto o troppo tardi, rimane tagliato fuori dalle combinazioni amorose. C'è però un'altra creatura luminosa che usa la luce per uno scopo ben diverso. E' la Arachnocampa luminosa, un minuscolo dittero per il quale la luce anziché essere un messaggio d'amore è un'esca ingannatrice tesa agli ingenui. Qualcosa che ricorda le lampade delle nostre barche da pesca, che attirano i pesci come una calamita. Lo chiamano anche "verme luminoso della Nuova Zelanda", perché le sue larve, produttrici di luce, hanno un tipico aspetto vermiforme. Le aracnocampe costituiscono una delle più interessanti attrattive turistiche di quella terra delle meraviglie che è la Nuova Zelanda. Non le si trova in nessun'altra parte del pianeta. Ai turisti che visitano il Paese viene sempre consigliata una visita alla celebre grotta di Waitomo, dove questi "vermetti" scintillanti si addensano a formare una fittissima popolazione. Sono migliaia e migliaia di puntini luminosi che brillano sulla volta, le pareti, le stalattiti, le stalagmiti della grotta. Nella camera più ampia, dove si va in barca, quella miriade di luci si riflette nell'acqua con un effetto straordinario e il visitatore ha quasi l'impressione di trovarsi nello spazio, circondato da ogni parte da un cielo stellato. Basta però che qualcuno alzi la voce o faccia rumore stropicciando i piedi a terra o che un alito di vento si insinui nella caverna, perché di colpo le luci si spengano, salvo riaccendersi di lì a poco, non appena è cessata l'azione di disturbo. La guida raccomanda ai turisti di avanzare nel più assoluto silenzio, per non rompere l'incanto di quello spettacolo magico. Poi solleva la torcia elettrica e dirige il fascio luminoso verso il più vicino insediamento di aracnocampe. Le luci delle larve non sono più visibili, ma in compenso si vedono distintamente migliaia di sottili fili che penzolano nel vuoto. A guardarli bene, ci si accorge che ciascuno è cosparso di tante goccioline perlacee. Quei fili imperlati pendono soprattutto dalla volta della caverna, strana decorazione che arricchisce il merletto delle incrostazioni calcaree. Nel suo ciclo vitale, che dura in tutto dieci o undici mesi, la parte del leone la fa lo stadio larvale, che nell'Aracnocampa luminosa dura otto o nove mesi. La larva subisce quattro mute e raggiunge la lunghezza di trenta-quaranta millimetri. In contrasto, l'adulto è molto più piccolo: misura dai dodici ai sedici millimetri. L'organo luminoso della larva si trova all'estremità dell'addome e ha la precisa funzione di attirare i minuscoli insetti che svolazzano nella grotta. Anche gli adulti sono luminosi e la luce delle femmine pupe o adulte serve indubbiamente da richiamo sessuale. La giovane larva anzitutto si fabbrica il cosiddetto "nido" , una meravigliosa architettura lunga il doppio o il triplo della lunghezza corporea, e lo sospende al soffitto della grotta con una rete di fili sottili di seta. Poi tesse i "filamenti-esca", che penzolano in giù fino a settanta per nido e misurano una trentina di centimetri, dieci volte la lunghezza della larva. Questi filamenti sono cosparsi di goccioline di una sostanza vischiosa che aderisce ai minuscoli insetti volatori, imprigionandoli. Non appena una preda rimane invischiata, la larva se ne accorge grazie a due papille sensorie che si trovano nel suo addome e percepiscono le vibrazioni impresse al filo dalla vittima che cerca disperatamente di liberarsi. L'aracnocampa allora si sporge in fuori, tira su filamento e preda e se li mangia. In compenso, una volta superato lo stadio di pupa e diventato adulto, lo strano insetto non ha più bocca e cessa di mangiare. In quel breve lasso di tempo che le rimane, pensa soltanto a riprodursi. Fino a tre maschi si radunano intorno a una pupa femmina, aspettando che emerga e lottano tra loro per conquistarsi le posizioni migliori. Non appena l'addome della prigioniera esce allo scoperto, i maschi incominciano a fecondarla. La femmina vive in tutto da uno a tre giorni, preoccupata solo di deporre in un posto appropriato le sue uova (da cento a trecento), mentre i maschi vivono un giorno in più per avere il tempo di ripetere la loro impresa con una seconda femmina. La larva mangia qualunque cosa tocchi i suoi fili-esca. Succede così, per ironia della sorte, che qualche piccolo adulto appena nato, svolazzando tra i pericolosi filamenti, rimanga invischiato e uno dei suoi figli tranquillamente se lo mangi. Isabella Lattes Coifmann


TUMORI DEL CERVELLO All'attacco con un virus La chirurgia molecolare sui topi funziona
Autore: MARCHISIO PIER CARLO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, RICERCA SCIENTIFICA
LUOGHI: ITALIA

CHE cosa c'è di più frustante, per un chirurgo, del dover ammettere che un paziente è inoperabile? Essere costretti a confessare ai parenti di un malato che è impossibile anche solo tentare di rimuovere un tumore mortale? Ciò capita ancora con una certa frequenza ai neurochirurghi, che spesso non arrivano fisicamente ad aggredire un tumore del cervello nascosto in zona inaccessibile a bisturi e laser. Anche in questo campo però stanno entrando prepotentemente in gioco biologia cellulare e biologia molecolare. I dati, riportati su Science del 12 giugno scorso, sono per ora solo sperimentali ma tanto ben fondati che l'apposita commissione dell'Istituto di sanità americano (Nih), che esamina i problemi applicativi ed etici delle tecnologie del Dna ricombinante, ha dato parere favorevole unanime a che sia avviata immediatamente la sperimentazione su tumori umani. Come vedremo tra poco, questa è la data di nascita della chirurgia molecolare. Il gruppo di studio responsabile di questa sperimentazione e, in futuro, della vera attività "operatoria" ha avuto la brillante idea di inserire in cellule di topo un vettore genico che porta un enzima del virus dell'herpes capace di essere espresso e prontamente trasferibile a cellule adiacenti che si dividono rapidamente. Quindi, trapiantare un po' di queste cellule di topo dentro un tumore fa sì che il marcatore virale si trasferisca anche alle cellule del tumore rendendole altamente sensibili a un farmaco che attacca selettivamente il virus dell'herpes. Problemi di rigetto non ne esistono, perché il cervello è ad essi refrattario; problemi di grandi manipolazioni nemmeno, perché basta entrare nella massa del tumore con un ago piccolissimo sotto il sofisticato controllo dei moderni mezzi radiologici. Non resta che aspettare che il virus si replichi e infetti le cellule del tumore rendendole suscettibili al farmaco anti-herpes, il ganciclovir. Negli animali da esperimento tutto funziona perfettamente: le cellule che veicolano l'herpes si replicano e infettano solo quelle del tumore, le uniche a dividersi velocemente nel cervello, e il farmaco le distrugge ambedue a cose fatte. Sembra tutto semplice e ci si aspetta molto da questo approccio, volto per ora alla neurochirurgia, ma per il quale si intravedono altri campi applicativi. Ormai si parla molto di terapia genica, soprattutto nella correzione di disturbi congeniti. Di usare molecole di origine biologica, come gli anticorpi monoclonali, in grado di riconoscere bersagli neoplastici e distruggerli selettivamente, si parla da tempo. Questo delle cellule armate di virus dell'herpes è un ulteriore passo verso l'allestimento di armi biologiche sempre più raffinate e selettive. Nulla si oppone a che altri tumori possano venir aggrediti con bombe a scoppio ritardato basate sulle caratteristiche biologiche specifiche di ogni singolo tumore. Affinché questo avvenga, è necessario che si vengano a trovare a contatto, nella stessa struttura di ricerca, biologi attenti ai problemi della medicina e medici pronti a recepire rapidamente la carica di progresso innovativo della moderna biologia. Finiranno in quel momento gli stereotipi del biologo sterile chiuso nel suo laboratorio e del chirurgo-barbiere armato solo di bisturi e pinze per dar vita a un nuovo tipo di medico la cui formazione spetta a un'università moderna e innovativa che si intravede lontana e che tutti sperano nasca in un prossimo futuro. Pier Carlo Marchisio Università di Torino


INTOSSICAZIONI Caldo, incuria e ignoranza moltiplicano il rischio di avvelenarsi con la carne
Autore: SALOMONE MONICA

ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE, MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

GLI alimenti contaminati da microrganismi o dalle loro tossine sono un pericolo sempre in agguato. A seconda della causa si parla di tossinfezioni oppure di intossicazioni. Le tossinfezioni sono causate dall'ingestione, insieme con l'alimento, di batteri vivi e vitali la cui moltiplicazione e conseguente attività metabolica determina disturbi dopo un'incubazione di circa 12 ore. La tossinfezione salmonellare causa disturbi gastroenterici ed essendo altamente patogena per l'uomo basta una carica microbica relativamente esigua per dare dei sintomi; per altri batteri come bacilli, coli, pseudomonas, enterococchi, comunemente presenti nel tratto intestinale, è necessaria una notevole carica microbica. Intossicazioni o avvelenamenti sono dovuti alla presenza di una tossina nell'alimento; il tempo che intercorre tra l'ingestione del cibo contenente la tossina e il sopraggiungere dei sintomi è in media di quattro ore. Le sostanze, potenziale causa di malesseri temporanei e talvolta addirittura fatali, possono inquinare esternamente gli alimenti di origine animale durante le operazioni di macellazione, preparazione, trasporto e conservazione, oppure essere già presenti nell'animale vivo. I principali errori in cui si incorre nella preparazione dei cibi sono i seguenti: preparazione troppo in anticipo rispetto al tempo della consumazione; alimenti pronti lasciati troppo a lungo a temperature che consentono la moltiplicazione batterica; cottura insufficiente; contaminazione crociata (per contatto diretto-indiretto di alimenti cotti con quelli crudi); manipolazione degli alimenti da parte di persone infette. Una buona cottura libera gli alimenti di origine animale dai germi patogeni, purché tutte le parti (fino al "cuore" del prodotto) siano portate a una temperatura di almeno 70 C. Se le carni si presentano ancora rosse in prossimità delle ossa, occorre proseguire la cottura fino al completo sbiancamento. Quando gli alimenti si raffreddano a temperatura ambiente, i germi iniziano la moltiplicazione; maggiore è il tempo che intercorre tra la cottura e consumo, più grande è il rischio. Quindi è meglio consumare i cibi appena cotti. Nel caso si preparino in anticipo o si vogliano conservare gli avanzi, è necessario mantenerli a temperatura molto elevata (almeno 60 gradi centigradi) oppure decisamente bassa (al massimo 10 C). Questa regola è fondamentale ogni volta che la conservazione si deve prolungare oltre le 4-5 ore. E' preferibile non conservare alimenti cotti destinati ai neonati. Un errore frequente è quello di riporre in frigorifero porzioni troppo grandi ancora calde; i grandi pezzi di carne si raffreddano lentamente e nel centro ancora caldo si sviluppa la contaminazione batterica. Inoltre il calore emesso crea sbalzi termici all'interno del frigorifero, alterando la catena del freddo. Riscaldare a fondo gli alimenti cotti conservati è la migliore protezione contro i germi che si sono moltiplicati durante la conservazione (proprio perché anche una buona conservazione non elimina completamente la proliferazione batterica); occorre quindi portare il cibo ad almeno 70 C. Un alimento cotto può essere facilmente contaminato al minimo contatto con un alimento crudo, per esempio attraverso l'uso di uno stesso coltello. Basta questo per reintrodurre tutti i rischi di crescita batterica e di malattia presenti prima della cottura. Altro importante punto è l'igiene personale: lavarsi con cura le mani prima di cucinare e dopo ogni interruzione; dopo aver manipolato alimenti crudi come carni o pesci, lavarsi bene prima di toccare altri cibi; eventuali ferite alle mani devono essere ben coperte e isolate prima di cucinare. Negli animali domestici (cani, gatti, uccelli) albergano germi pericolosi che possono trasmettersi ai cibi attraverso le mani: una ragione in più per lavarle spesso. Tutte le superfici che vengono a contatto con gli alimenti devono essere assolutamente adatte e igieniche; si pensi che ogni resto di alimento è una potenziale riserva di germi; la biancheria che viene a contatto con piatti e utensili dovrebbe essere cambiata ogni giorno ed essere lavata in acqua bollente; anche gli strofinacci per i pavimenti devono essere lavati di frequente. Gli alimenti vanno anche protetti da insetti, roditori o altri animali portatori di germi, conservandoli in recipienti ermeticamente chiusi. Infine, se si hanno dubbi sulla qualità dell'acqua, occorre far bollire non solo quella da bere ma anche quella che serve per preparare gli alimenti e il ghiaccio. Monica Salomone


BIONICA IN GERMANIA Che idea, la tana del topo Con due gallerie che si incrociano, è sempre perfettamente aerata Gli architetti si ispirano al muso dei delfini per la prua delle navi
Autore: PREDAZZI FRANCESCA

ARGOMENTI: TECNOLOGIA, BIOLOGIA
NOMI: NACHTIGALL WERNER
LUOGHI: ITALIA

C'E' una nuova disciplina che sta prendendo piede in Germania, la bionica. Contrazione tra biologia e tecnica, emula di Leonardo da Vinci, cerca di imparare dalla natura le soluzioni tecniche ottimali. Ma a differenza di Leonardo, che fallì con i suoi esperimenti sul volo perché cercava semplicemente di copiare, per Werner Nachtigall, che ha fondato a Saarbruecken la Società tedesca di bionica, "la natura può servire solo da stimolo, sta poi alla creatività dell'ingegnere interpretarlo e adattarlo alla realtà tecnica". All'Università di Saarbruecken è nata la prima laurea sperimentale in "biologia tecnica e bionica". Dopo un diploma in biologia, prevede una specializzazione biennale in materie come fisiologia speciale, biomeccanica, tecnica biomedica, tecnica delle costruzioni. Al primo congresso tedesco di bionica, i ricercatori hanno presentato una serie di soluzioni tecniche suggerite dalla natura, che verranno esposte in una mostra itinerante, a Saarbruecken a settembre e a Monaco a novembre. L'alta velocità (40 Km/h) raggiunta dal pescecane delle Galapagos ha ispirato uno studio della sua pelle, per scoprire se ci fossero elementi particolarmente favorevoli a diminuire la resitenza all'acqua. Anziché completamente liscia, come si ipotizzava, la pelle del pescecane è invece dotata di innumerevoli piegoline microscopiche, spesse pochi centesimi di millimetro e dirette nel senso della corrente. Pur aumentando la superficie dell'animale del 20 per cento, questa particolare superficie diminuisce l'attrito dell'8 per cento. In base a questa scoperta, nel 1989 è iniziato un test con un Airbus 320 della Lufthansa, che è stato ricoperto con fogli adesivi che riprendono la pelle di pescecane. L'idea ha funzionato: il risparmio energetico va dal 3 al 7 per cento secodo il tipo di aeroplano, il che significa da 50 a 350 mila litri di cherosene in meno l'anno. Restano tuttavia alcuni problemi tecnici da risolvere prima di adottare l'innovazione. Il risparmio energetico e una migliore tollerabilità ambientale sono due obiettivi della bionica, anche perché spesso la natura spontaneamente accoppia una resa ottimale con il minore sforzo. I topi della prateria americani, ad esempio, hanno sviluppato un sistema di aerazione delle tane basato sul principio di Bernouilli: scavando due gallerie, una verticale e una obliqua, hanno tane sempre aereate, indipendentemente dalla direzione del vento. Una soluzione che potrebbero copiare gli architetti. E ancora: il muso dei delfini come forma idrodinamica per la prua di una nave, un "occhio bionico" con cui guidare aerei e automobili, preso a prestito dall'occhio dei mammiferi e un grattacielo di 13 piani ideato da due architetti di Santa Marinella: hanno copiato la piantaggine, le cue foglie sono disposte in mode tale che d'estate si riparano a vicenda dal Sole, mentre d'inverno non si fanno ombra. Francesca Predazzi


PARCO DI TREBONSKO Cinquecento stagni una colonia di lontre e le cicogne sul tetto
Autore: GIULIANO WALTER

ARGOMENTI: ECOLOGIA, ZOOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA

NELLA Boemia meridionale, a circa 175 chilometri da Praga, e non lontano da Ceskè Budejovice, si incontra una delle zone naturalistiche più importanti d'Europa: l'area di protezione del paesaggio di Trebonsko, inserita nella rete delle riserve della biosfera del programma Mab (Man and Biosphere) dell'Unesco sin dal 1977. Due anni più tardi, il 15 novembre del 1979, il ministero della Cultura cecoslovacco dichiarava Trebonsko "area di protezione del paesaggio". Sotto il profilo geologico, si tratta di un bacino lacustre il cui cuore è formato da sedimenti del Cretaceo, in piccola parte ricoperti da depositi del Terziario; i fiumi e i torrenti dei dintorni si sono formati da sedimenti quaternari. L'intera zona è caratterizzata da un paesaggio piatto e uniforme, cui si sottraggono solo le aree in vicinanza del fiume Luznice, dove l'erosione ha modellato il paesaggio. L'area protetta, oltre 700 chilometri quadrati di fiumi, canali, stagni, prati e foreste allagate, ha origini artificiali. Fu infatti costruita dall'uomo medievale, che vi realizzò un efficace sistema di chiuse, dighe e canali adatti a impiantare una redditizia economia basata sulla pesca. A Trebonsko si può dire sia nata l'acquacoltura con l'allevamento, soprattutto, della carpa. Tra le zone più interessanti, la Palude rossa, dove è stato attrezzato un sentiero naturale lungo le sponde del lago e dove si è insidiata una preziosa vegetazione a té del Labrador; due torbiere, una riserva ornitologica. Altre due riserve nazionali, "Pisecny presyp u Vlkova" e "Slepicì vrsek", proteggono le dune sabbiose, mentre la riserva " Na Msalech", nei pressi del bacino di Kanov tutela una stazione di ginepro. Ma la parte naturalisticamente più interessante del parco di Trebonsko è senza dubbio la zona "Starà reka", dove il letto originario del fiume Luznice si sviluppa attraverso numerosi meandri che costituiscono l'asse principale dell'area protetta, ricco di numerosi rami ciechi che originano pozze confinanti con boschi allagati in cui si ritrovano giganteschi esemplari centenari di rovere. L'intera area, costituita da oltre cinquecento stagni, è popolata da numerosi uccelli acquatici tra cui vanno segnalati i cigni, gli aironi, l'aquila di mare, la spatola, la marzaiola, il quattrocchi, l'oca selvatica. Non mancano poi chiurli, pittine, beccaccini, pettegole e rapaci quali il falco pecchiaiolo, il nibbio reale, la poiana. L'incontro che più colpisce i visitatori è senza dubbio quello con la cicogna e con i suoi nidi enormi costruiti sui camini delle fattorie. Più difficile da avvistare è la lontra, che tuttavia ha mantenuto qui la più consistente colonia europea: la sua presenza rassicura, tra l'altro, sulla buona qualità delle acque. Fanghi salso ferrosi provenienti dalle torbiere di Trebon sono localmente impiegati per fini medici, nella cura dei disturbi dell'apparato locomotorio e delle articolazioni. Per avere informazioni e indicazioni sulle visite all'area, ci si può rivolgere alla sede del parco, nel cortile del castello di Trebon. Il materiale per il pubblico non è molto, e tutto in cecoslovacco, tranne un poster in inglese. In compenso i funzionari sono molto cortesi: parlano inglese e si scusano per non avere a disposizione, al momento, documentazione scientifica. Walter Giuliano


RELATIVITA' Gli eredi di Einstein al lavoro
Autore: BIANUCCI PIERO

ARGOMENTI: FISICA, CONFERENZA
NOMI: REGGE TULLIO, SCIAMA DENNIS, CANDELAS PHILIP, HAMILTON WILLIAM
LUOGHI: ITALIA, EUROPA, ITALIA, BARDONECCHIA (TO)

IL fantasma di Einstein, il fisico più innovatore, più autorevole e probabilmente anche più discusso del nostro secolo, aleggerà a Bardonecchia dal 1o al 5 settembre al decimo convegno italiano di Relatività, evocato da eredi come Dennis Sciama (il maestro di Stephen Hawking), Tullio Regge, William Hamilton, Philip Candelas e Remo Ruffini, per citare soltanto i titolari di relazioni di carattere panoramico. Altri interventi riguarderanno un po' tutti gli aspetti teorici e sperimentali: onde gravitazionali, cosmologia, buchi neri, teorie quantistiche della gravitazione, teoria delle stringhe. Come si sa, due sono le formulazioni della relatività elaborate da Einstein. La prima, quella della "relatività ristretta" , risale al 1905 e - contrariamente a ciò che può far pensare ai profani la parola relatività - risolve il problema di una interpretazione dei fenomeni naturali invariante rispetto a osservatori che usino sistemi di riferimento diversi, purché inerziali. La teoria della "relatività generale", pubblicata nel 1916, estende il principio di invarianza delle leggi naturali ed è essenzialmente una teoria della gravitazione. Ormai la relatività ristretta appartiene all'ingegneria. Senza tenerne conto non si potrebbe tracciare la rotta delle navicelle spaziali nè costruire un grande accelleratore di particelle nucleari nè realizzare un ordigno atomico. Nella fisica moderna le sue formule sono di uso corrente quanto il teorema di Pitagora in geometria. Anche a favore della relatività generale si è accumulata una quantità schiacciante di applicazioni e di prove sperimentali. In questo campo però rimane molto terreno da dissodare: vari aspetti possono essere ancora sviluppati, alcune previsioni attendono una verifica che potrà venire solo da tecnologie più avanzate di quelle oggi disponibili, e soprattutto rimane aperto il problema di mettere d'accordo relatività generale e meccanica quantistica, l'altro grande paradigma scientifico delineato in questo secolo, con il contributo dello stesso Einstein. A Bardonecchia si dibatteranno proprio questi aspetti, per la prima volta sotto l'egida della neonata Società italiana di relatività e di fisica della gravitazione. Indipendentemente dai risultati che ne emergeranno, è facile prevedere un confronto ricco di stimoli. Se, come è giusto, la vitalità di una teoria si misura dalla sua capacità di prevedere fenomeni nuovi, non c'è dubbio che la relatività generale è in piena fioritura. Dai Campi Elisi dei fisici, Einstein ha visto avverarsi molte delle sue previsioni. L'universo risulta effettivamente in espansione a partire da un Big Bang, un grande scoppio primordiale. I buchi neri - ormai individuati quasi con certezza - hanno aperto nuovi capitoli dell'astrofisica. Fenomeni esotici come le "lenti gravitazionali" e gli "anelli di Einstein" sono stati messi in evidenza con i nuovi potenti telescopi dell'ultima generazione. La più recente conferma dell'universo prefigurato da Einstein viene dal telescopio spaziale "Hubble": osservato con un sufficiente livello di risoluzione, il cosmo intero appare lievemente deformato dall'irregolare curvatura dello spazio creata dalle perturbazioni gravitazionali dei corpi celesti. E' un po' come se vedessimo il cosmo attraverso una grande, unica "lente di Einstein", e questa lente si comporta come un fondo di bicchiere, disturbando il cammino, altrimenti rettilineo, della luce in arrivo dalle galassie più lontane. Le questioni aperte, però, sono ancora più affascinanti. Intanto la relatività generale attende la scoperta delle onde gravitazionali, e quindi dei gravitoni, le particelle che trasmettono questa forza. Ma soprattutto si va alla ricerca di una teoria che colleghi la gravità alle altre forze fondamentali, le interazioni forte ed elettrodebole. Per far ciò è necessario una teoria quantistica della gravitazione, impresa difficilissima. Ma bisognerà arrivarci, non soltanto per motivi scientifici ma anche per motivi estetici. Che poi, suggeriva Einstein, sono i più importanti. Piero Bianucci


"NATURE ": SPERANZE DELUSE I terremoti beffano il sismologo Impossibili le previsioni, dicono i giapponesi
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: GEOGRAFIA E GEOFISICA, TECNOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

TRENT'ANNI di studi e di investimenti per arrivare a una sconfortante constatazione: forse è stata tutta fatica sprecata, forse avevano ragione gli scettici: i terremoti non si possono prevedere. Gli scienziati giapponesi, che su questo obiettivo avevano investito molto del loro prestigio, oggi sono in crisi e dovranno accettare che il loro programma di lavoro, il più ambizioso e dispendioso del mondo in questo campo, sia sottoposto a una severa revisione. La task force che Tokyo ha in campo per tenere sotto osservazione i fenomeni sismici in una delle regioni più attive del globo, perenne minaccia per l'arcipelago, è imponente: 500 scienziati, apparecchiature per un miliardo di dollari, un sottomarino, il "Sinkaii 6500", in grado di scendere a quasi 7000 metri per osservare l'attività vulcanica sottomarina, navi oceanografiche, centri di ricerca; il tutto coordinato dal Geodetic Council of Japan, un organismo del ministero dell'Educazione, della scienza e della cultura. "Gli scienziati giapponesi hanno ammesso per la prima volta che vi è una grande distanza tra l'ottimismo ufficiale e la realtà delle ricerche", scrive ora l'autorevole rivista scientifica inglese "Nature". Le 72 pagine dell'ultima relazione sui programmi di ricerca, sottolinea la rivista, non sono in grado di elencare neppure un successo; in compenso registrano segnali di crisi, tanto che per la prima volta, per valutare i risultati, sono stati chiamati scienziati esterni. La relazione ammette, ad esempio, che nonostante i grandi miglioramenti nella rete di osservazione dei fenomeni anomali associati ai terremoti come le variazioni di livello del mare, i cambiamenti della quantità di radon, le fluttuazioni dei campi magnetico ed elettrico "vi sono molti casi nei quali tali anomale osservazioni non possono essere obiettivamente identificate come precursori di terremoti". Come nel caso dello sciame sismico che in giugno e luglio '89 scosse la citta" di Ito, a sud di Tokyo: benché i pescatori locali avessero segnalato fenomeni come il cambiamento di colore del mare e morie di pesci gli scienziati non realizzarono che stava per avvenire una grande eruzione vulcanica sottomarina se non poche ore prima dell'inizio. Se la possibilità di prevedere i terremoti si allontana, si fa sempre più precisa la previsione del tempo grazie a sempre più potenti strumenti di elaborazione dei dati. Lo " European centre for medium-range weather forecast", che fornisce le previsioni a 18 centri meteorologici nazionali in tutta Europa, ha ricevuto un nuovo elaboratore Cray Y-MP C90 (l'unico in Europa) sei volte più potente del modello Y-MP8 usato fino ad ora, capace di 16 miliardi di operazioni il secondo. Il centro fa previsioni fino ad una distanza di dieci giorni; con il nuovo computer sarà in grado di ottenere previsioni molto più precise grazie ad una più accurata analisi dei dati provenienti dai satelliti meteorologici. E le possibilità di miglioramento sembrano ancora considerevoli. Vittorio Ravizza


MANUTENZIONE IN ORBITA Il telescopio spaziale tra un anno avrà gli occhiali
Autore: QUINTILLI FRANCO

ARGOMENTI: ASTRONOMIA, AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
ORGANIZZAZIONI: HUBBLE
LUOGHI: ITALIA

IL 2 aprile 1990 lo shuttle Discovery metteva in orbita a 610 chilometri di altezza l'Hubble Space Telescope (Hst), uno strumento pesante 11.500 chili, lungo 13 metri e con un obiettivo di 2,4 metri. Due mesi dopo in questa ambiziosa realizzazione della Nasa furono riscontrati due difetti: aberrazioni sferiche nello specchio primario del telescopio e un tremolio causato dai panelli solari (forniti dall'Esa) a ogni passaggio ombra-sole (cioè ogni periodo orbitale di 96 minuti). Oggi, dopo due anni di vita in orbita, l'Hst è entrato in una fase di routine operativa e produce risultati d'avanguardia, sorprendendo i suoi stessi critici. Cosa è accaduto per far mutare i primi giudizi negativi? Lo specchio primario ha una forma leggermente imprecisa; ma gli effetti dell'aberrazione sferica possono essere corretti con il computer con un trattamento delle immagini al computer. Molte immagini corrette con questo sistema rivelano particolari sorprendenti, mai visti prima. Naturalmente tutto ciò è realizzabile anche grazie alla eccezionale nitidezza delle immagini: a 610 chilometri di quota tutti gli effetti di distorsione atmosferici vengono annullati. Inoltre la posizione dell'Hst permette l'osservazione di radiazioni ultraviolette che non passano l'atmosfera. Come le aberrazioni, anche il secondo problema quel tremolio - è stato risolto temporaneamente tramite computer. Tuttavia l'ottimismo che attualmente circonda la missione dell'Hst non fa dimenticare la normale manutenzione, programmata ogni tre anni. Questo sarà l'obiettivo della missione dello shuttle Atlantis prevista per la fine del 1993 o l'inizio del 1994, la prima per effettuare una regolare manutenzione nel corso dei previsti 15 anni di vita dell'Hst. Il "cargo bay" dello shuttle funzionerà come laboratorio di riparazione e calibrazione. L'Hubble Space Telescope è uno stupendo e complesso sistema, composto da 400.000 differenti parti - alcune ridondanti - e 49 tipi di componenti-chiave, inclusi i giroscopi, facilmente accessibili e sostituibili. Per correggere l'aberrazione sferica, un gruppo di ingegneri e scienziati dell'Hubble Space Telescope ha ideato uno strumento chiamato Costar (Corrective Optics Space Telescope Axial Replacement). Nell'autunno del 1990 questo strumento fu sottoposto per l'approvazione allo Space Telescope Science Institute presso l'Università John Hopkins in Baltimore, Maryland. Dopo aver portato il telescopio spaziale nel cargo-bay dello Shuttle, gli astronauti rimuoveranno dal suo alloggiamento lo strumento High Speed Photometer (Hsp) del peso di 221 chilogrammi, e al suo posto metteranno il Costar. Fissato nel suo vano, il Costar aprirà una serie di piccoli bracci, che piazzeranno gli specchi correttivi davanti alle aperture che lasciano passare la luce nei tre strumenti di osservazione dell'Hst: la Faint Object Camera (Foc), sviluppata dall'Esa e costruita da Dornier Systems (Germania) e British Aerospace (Regno Unito) sotto la direzione di Duccio Macchetto; il Faint Object Spectrograph (Fos) progettato dall'Università della California a San Diego e costruito dalla Martin Marietta (Denver, Colorado); l'High Resolution Spectrograph (Hrs) progettato dal Goddard Space Flight Center della Nasa e costruito dalla Ball Aerospace in Boulder, Colorado. Gli specchi correttivi del Costar riconvergeranno la luce ritrasmessa dallo specchio primario dell'Hst prima che questa entri dentro questi strumenti. Il Costar riporterà le prestazioni di questa strumenti molto vicino alle aspettative originali. Anche la Wf/Planetary Camera - del peso di 227 chili - sarà sostituita con una versione più avanzata, fornita anche di tre fotocamenre a grande campo e una fotocamenra planetaria. Questo strumento - progettato dal California Institute of Technology e costruito dal Jet Propulsion Laboratory in Pasadena, California - permette l'osservazione di vaste aree dello spazio, per studiare corpi distanti come galassie e quasar; inoltre, avendo un'alta risoluzione, permetterà lo studio dei pianeti del Sistema solare. Quanto al tremolio cui si è accennato quale secondo problema, l'Esa - partner della Nasa in questo programma - ha progettato e costruito nuovi pannelli solari per ridurre l'instabilità. Anch'essi saranno sostituiti durante la missione dell'Atlantis. Franco Quintilli


Incidenti nucleari Le radiazioni si curano a Cuba Da Cernobil e ora dal Brasile migliaia di pazienti
Autore: BEVILACQUA GIANLUCA

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA

MIGLIAIA di bidoni e container dipinti di giallo si succedono in file ordinate, poggiati su sottili piastre di cemento. Intorno, reti di filo spinato e garitte di guardia. E' il deposito di Abadia, a 20 chilometri da Goiania, la capitale dello Stato brasiliano di Goias, dove sono immagazzinate alla meno peggio oltre 13 mila tonnellate di materiale radioattivo, eredità del maggiore incidente nucleare mai registrato in America Latina: l'apertura accidentale della capsula di cesio 137 di un apparecchio per radio-terapia che, nel settembre 1987, causò la morte di quattro persone e la contaminazione di almeno altre 500. Da allora le vittime sono state lasciate praticamente senza assistenza e solo nelle prossime settimane cinquanta contaminati - 38 bambini 12 adulti - potranno finalmente iniziare un trattamento contro le conseguenze delle radiazioni, nello stesso centro di Cuba dove negli ultimi due anni e mezzo sono passate oltre 12 mila vittime di Cernobil. Il complesso di Tararà, a 20 chilometri da L'Avana, è oggi uno dei principali centri di ricerca del mondo in questo campo, con un ospedale pediatrico specializzato: 350 posti letto e circa 500 persone, tra medici e infermieri. "Dall'aprile del 1990 a oggi, abbiamo avuto in cura 10. 070 bambini e quasi duemila adulti, in maggioranza provenienti dall'Ucraina - dice il dottor Carlos Dotres, responsabile del " Programma de atencion a los ninos de Cernobil" -. Tre medici della nostra equipe lavorano a Kiev per selezionare i pazienti che hanno bisogno di venire a Cuba e assisterli al ritorno. Le cure a Tararà di solito durano 40-60 giorni, ma nei casi più gravi arrivano fino a un anno". A circa 300 dei bambini assistiti sinora, (3 per cento del totale) sono stati diagnosticati tumori di diversi tipi (soprattutto leucemie e cancri alla tiroide) e in sette casi sono stati necessari trapianti di midollo osseo, tutti andati a buon fine. I decessi sono stati nove. Per 1700 bambini (17 per cento) è stato necessario il ricovero ospedaliero per altre disfunzioni e sono stati effettuati due trapianti di reni e 12 operazioni cardiovascolari. Per il 60 per cento dei piccoli pazienti sono state invece sufficienti cure ambulatoriali, mentre il restante 20 per cento era formato da bambini apparentemente sani, che sono stati sottoposti a controlli preventivi (quando non acuto, l'avvelenamento da radiazioni fa sentire in genere le sue conseguenze dopo diversi anni). Nel 95 per cento dei casi sono state riscontrate carie e perdita di denti, che possono facilitare la propagazione di infezioni in organismi già debilitati dall'assorbimento delle radiazioni. All'arrivo a Tararà, l'82 per cento dei bambini aveva problemi psicologici, che si manifestavano sotto forma di affaticabilità, debolezza, emicranie, mancanza di appetito. I ricercatori cubani l'hanno battezzato "sindrome di Cernobil" o " radiofobia". "Chi ha ricevuto anche solo una piccola dose di radiazioni si convince di essere condannato e questo aumenta le possibilità che contragga davvero una serie di malattie - spiega Dotres -.Ma con adeguato sostegno psicologico, il 92 per cento dei pazienti ha superato questo problema". Nel momento di picco del programma di assistenza, sono stati ospitati a Tararà fino a mille bambini per volta (oggi ve ne sono 160), con un costo per il governo cubano stimato in 20 milioni di dollari l'anno. Una spesa non piccola, per la fragile economia dell'isola ma che, all'epoca, serviva a compensare almeno in parte i vitali aiuti in petrolio e macchinari provenienti dall'Unione Sovietica. La fine dell'Urss e dei rapporti commerciali privilegiati con l'Est europeo ha portato Cuba sull'orlo del collasso economico, ma il programma di assistenza ai bambini di Cernobil è continuato. "Cuba ha sempre concepito la cooperazione in campo sanitario come una forma concreta di solidarietà internazionale - dice Dotres -. Nel concreto, il programma di Tararà ci costa molto lavoro ma poco petrolio. Un problema più serio è costituito dal blocco economico imposto dagli Stati Uniti, che ci costringe a complicate e costose triangolazioni per poter importare medicine e apparecchiature made in Usa". L'accordo per l'assistenza alle vittime dell'incidente di Goiania firmato da Fidel Castro con le autorità brasiliane durante la Conferenza di Rio de Janerio - costerà a Cuba almeno 200 mila dollari, che il governo dell'isola spera si possano trasformare in un buon investimento per diminuire il proprio isolamento internazionale. Gianluca Bevilacqua


ANNUNCIO SONY Nato il laser blu, tre ore di musica in un compact disc Una svolta tecnologica anche per i computer
Autore: MEZZACAPPA LUIGI

ARGOMENTI: ACUSTICA, TECNOLOGIA, INFORMATICA, ELETTRONICA
ORGANIZZAZIONI: SONY
LUOGHI: ITALIA

L'ANNUNCIO della Sony, il 22 luglio scorso, circa un nuovo dispositivo di emissione di luce laser ha destato molto interesse tra i ricercatori. Si tratta, in sostanza, di un semiconduttore che emette luce laser blu. A dirla così sembra semplice, ma non lo è se è vero che i laboratori e le università americane e giapponesi ci lavorano da almeno vent'anni. Alla 3M si è riusciti solo l'anno scorso a dimostrare la possibilità di realizzare un semiconduttore ad emissione di luce blu con le caratteristiche del raggio laser. E alla Sony, solo poche settimane fa, lo si è realizzato, anche grazie alle scoperte del gruppo americano. Gli attuali lettori di compact disc (cd) utilizzano luce laser rossa. La luce blu ha una lunghezza d'onda che è la metà di quella della luce rossa e i suoi raggi possono essere focalizzati su spazi più piccoli e modulati con maggiore precisione. Ciò significa che l'informazione può essere incisa in uno spazio minore ed è quindi possibile aumentare di molto la capacità dei dischi ottici, sia quelli audio sia quelli Rom, destinati a memorizzare dati di computer. Per i cd musicali si passerebbe dagli attuali 70 minuti a tre ore di incisione; per le applicazioni informatiche, invece, il laser blu potrebbe essere l'elemento destinato a rompere definitivamente gli indugi in un campo estremamente interessante, ma non ancora affermato come quello della multimedialità. Altre promettenti prospettive si aprono per i dispositivi di stampa, che potrebbero acquisire maggior definizione e accuratezza e, naturalmente, costare meno. Non appena sarà possibile riprodurre i tre colori fondamentali con la luce laser, inoltre, si apriranno incredibili possibilità per la realizzazione di schermi video. Anche in chirurgia si potrebbero avere grandi benefici. La notizia di questi sviluppi ha scatenato una corsa all'intensificazione delle ricerche. In America, Giappone ed Europa tutti i laboratori e le università lavorano per individuare le tecniche di costruzione dei semiconduttori. E' in gioco una posta molto alta, costituita dall'immenso vantaggio commerciale per chi riuscirà per primo a definire e a imporre uno standard tecnologico. Per gli Stati Uniti questa occasione rappresenta qualcosa di ancora più importante: rientrare alla grande nel mercato dei semiconduttori dal quale furono praticamente estromessi dai giapponesi. Ultimamente le cose stanno andando meglio per l'industria americana e il laser blu potrebbe confermare la ripresa in un campo strategico della tecnologia. Ma, come sempre, dal dire al fare c'è una bella differenza: gli ostacoli da superare per la realizzazione di prodotti commerciali sono ancora molti e anche la Sony ammette che dovranno passare alcuni anni prima che la tecnologia possa essere usata sui lettori di compact disc. Il problema più grosso è che, per ora, il laser blu lavora solo se raffreddato da azoto liquido alla temperatura di circa 180 gradi sotto zero. Un particolare rilevante anche per i prodotti di non largo consumo come i computer. Il depositario americano di questa tecnologia è, come abbiamo detto, la 3M che però non è presente nel mercato dei semiconduttori e non mostra interesse ad entrarvi. " I soldi si fanno nelle applicazioni collegate all'uso di questi dispositivi, non nella tecnologia in se stessa", sostiene uno dei responsabili della ricerca. Non più grandi di un granello di sabbia, i laser a stato solido emettono un fascio di luce "coerente". Sono basati sul principio che quando un elettrone subisce una caduta di energia emette luce. I laser sono fatti di microscopici strati di materiale dalle differenti proprietà elettriche, la cui struttura assomiglia vagamente a un sandwich. Una delle due "fette di pane" è ricca di elettroni e l'altra invece è carente. Se si applica un giusto livello di tensione allo strato di semiconduttore ricco, gli elettroni si staccano da esso per andare a compensare le carenze dell'altro strato. Nel passaggio gli elettroni perdono energia ed emettono luce. I laser a stato solido sono usati anche per trasmettere la luce attraverso fibre ottiche per le comunicazioni telefoniche. Una lunghezza d'onda più corta può in teoria trasportare più informazioni, ma i ricercatori sostengono che in questo campo il laser blu non costituisce una scoperta interessante perché la sua propagazione lungo le fibre ottiche non è efficace. Luigi Mezzacappa


SPELEOLOGIA Pronto soccorso in fondo alle grotte Sotto terra gli interventi sono assai più difficili che in alta montagna
Autore: BADINO GIOVANNI

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
NOMI: TONIOLO BRUNO, SARACCO ERALDO
ORGANIZZAZIONI: CAI
LUOGHI: ITALIA

TUTTI i frequentatori di zone montane conoscono l'esistenza del Corpo nazionale Soccorso alpino, l'organizzazione del Club Alpino Italiano che si occupa del recupero di infortunati in montagna. Meno nota è la sua sezione specializzata negli incidenti che avvengono all'interno delle montagne, la Sezione Speleologica. L'idea della sua formazione venne sostenuta nei primi anni '60 soprattutto da due torinesi, l'allora capo del Soccorso Alpino Bruno Toniolo e lo speleologo Eraldo Saracco. Proprio a Saracco, morto in una grotta in Sardegna, è dedicata l'intera sezione, costituita nel marzo del '66. In una prima fase si optò per una completa dipendenza dalle strutture del Soccorso Alpino, per utilizzarne l'esperienza. Poi, per gradi, la nuova struttura divenne autonoma: nel '71 divenne Delegazione del Cnsa e nel '79 sua Sezione, da esso dipendente ma autonoma per le necessità operative. Ha una struttura che ricalca in parte quella del Cnsa. Riunisce seicento fra i migliori speleologi operanti in Italia, suddivisi in dieci delegazioni che coprono l'intero territorio nazionale, ognuna con ampia autonomia amministrativa e tecnica. Al vertice dell'organizzazione sta un responsabile nazionale (che è automaticamente uno dei due vicepresidenti del Cnsa), che cura gli aspetti nazionali del soccorso e ha un ruolo direttivo negli incidenti eccezionali, che richiedono il contemporaneo intervento di più delegazioni. Gli incidenti in grotta sono, per fortuna, abbastanza rari: sono circa l'uno per cento di tutti quelli che capitano in montagna. Sono però spesso gravissimi, per le enormi difficoltà che può porre il recupero di un ferito. In montagna l'elicottero ha rivoluzionato le tecniche di soccorso: rapide soluzioni con squadre piccole. Purtroppo sottoterra gli elicotteri non volano e così i volontari che occorrono in un incidente sottoterra devono essere assai numerosi (fra le cinque e le dieci volte) di quelli richiesti per un intervento in superficie. Ne consegue anche che gli incidenti in grotta sono di soluzione lenta: le squadre si avvicendano anche per giorni. Un altro problema è la grande diversità delle richieste di soccorso. Gli incidenti in grotta accadono con le modalità più varie: si può cadere, in modo più o meno grave, esser colpiti da sassi più o meno grossi, perdere il controllo degli attrezzi. Ci si può perdere, rimanere bloccati dall'acqua, incastrarsi in strettoie, rimanere assiderati, essere tano stremati da dover chiedere aiuto per tornar fuori. Spesso, poi, la richiesta di intervento arriva al soccorritore senza dati su che cosa sia successo: non sono usciti, e basta. Tutti questi guai possono avvenire in zone remotissime. Una domanda che viene spesso fatta agli speleologi è: ma che cosa fate in grotta tutto quel tempo, cioè le 15-25 ore di una "punta"? La risposta è semplice: ci si sposta. Le grotte sono vastissime, più di quanto la gente immagini, e alcune zone si trovano a molte ore di viaggio dall'ingresso. In caso di incidente, sono guai. In genere lo spazio che uno speleologo sano copre in un'ora richiede un tempo di dieci volte maggiore se si trasporta un ferito e molte zone ipogee sono così remote che un ferito grave non ne può essere estratto. Giovanni Badino


ALIMENTAZIONE Un grasso senza grasso Due possibili surrogati: proteine estratte dal latte e dalla chiara d'uovo o una variazione sui trigliceridi, con la glicerina sostituita dal saccarosio
Autore: FOCHI GIOVANNI

ARGOMENTI: ALIMENTAZIONE
LUOGHI: ITALIA

CHI è afflitto da seri problemi di sovrappeso o da rischi cardiovascolari dovrebbe mangiare - si sa - meno grassi. Il difficile sta nel fatto che questi contribuiscono notevolmente alla consistenza dei cibi e alle sensazioni della lingua e del palato, fattori determinanti per il gusto. Un sollievo ai forzati delle diete ipocaloriche o anticolesterolo lo ha già portato, negli Stati Uniti e in alcuni Paesi europei (per ora Finlandia, Gran Bretagna e Francia), un surrogato dei grassi prodotto dalla Nutra-Sweet col marchio Simplesse. Si tratta di proteine estratte dal latte e dalla chiara d'uovo, che vengono pastorizzate a caldo mentre una forte agitazione impedisce loro di coagulare. Alla fine si ottiene una massa formata da granuli quasi sferici, larghi fra 0,1 e 3 micron (millesimi di millimetro), che in bocca viene percepita come se fosse un grasso. Il Simplesse è un ingrediente per formaggi molli, yogurt, gelati, creme, salse, besciamelle. Può essere usato sopra i cibi da cuocere in forno ma non può sostituire l'olio da frittura: essendo di natura proteica, non resiste a riscaldamenti molto forti e prolungati. Per quest'ultimo scopo potrebbe invece andar bene un prodotto che, a differenza del Simplesse, non ha una base naturale, ma rappresenta una variazione sintetica sul tema dei trigliceridi (i composti organici che costituiscono i grassi vegetali e animali). E' l'Olestra della Procter & Gamble, che negli Stati Uniti attende il via dalla Food and Drug Administration. Come un po' ermeticamente dice il loro nome, i trigliceridi sono composti derivati dalla glicerina per combinazione chimica di tutti e tre i gruppi alcolici in essa contenuti. Nell'Olestra la glicerina è sostituita dal saccarosio, il comune zucchero da cucina. Le proprietà del grasso artificiale risultante sono molto simili a quelle dei trigliceridi: esso dunque resiste alle alte temperature e soddisfa il palato. E' però inattaccabile dall'enzima lipasi: quindi non viene metabolizzato dal nostro organismo e così, attraversandolo senza lasciarvi nessuno dei suoi componenti, non produce nè calorie nè colesterolo. Neanche il Simplesse viene trasformato in colesterolo: tuttavia, essendo di natura proteica, viene digerito, e quindi sviluppa calorie, ma le proteine, rispetto ai trigliceridi, sono molto meno energetiche e quindi meno ingrassanti. Ogni grammo di trigliceridi fornisce un'energia pari a circa 9 chilocalorie, valore più che doppio di quello fornito dalle proteine e anche dai carboidrati. Infatti nei trigliceridi ci sono lunghe catene idrocarburiche che, sotto sforzo, vengono ossidate nelle cellule del dal nostro organismo, liberando molta energia. Negli altri due tipi di composti, invece, il carbonio è già ossidato in parte, e così, come "carburanti", essi rendono meno; di conseguenza, a parità di lavoro da noi compiuto, vengono consumati in quantità maggiore e danno luogo a scorte meno abbondanti, cioè fanno aumentare meno il nostro peso. Gianni Fochi Scuola Normale di Pisa




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