TUTTOSCIENZE 12 agosto 92


VELENI DAL RUBINETTO Acqua, possiamo fidarci? Così diventa potabile anche quella che non lo è
Autore: RAVIZZA VITTORIO

ARGOMENTI: ECOLOGIA, INQUINAMENTO, SANITA', DEMOGRAFIA E STATISTICA, ALIMENTAZIONE, ACQUA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: T. G. Consumo di acqua minerale in Europa. G. Costo dell' acqua potabile al metro cubo in Italia, Gran Bretagna, Germania, Francia. G. Fabbisogno nazionale di acqua. T. Sei insidie inquinanti: erbicidi, alluminio, amianto, nitrati, clorazione, fluoruri
NOTE: 025

D ELLE 600 epidemie sviluppatesi in Italia negli ultimi trent' anni del secolo scorso il 70 per cento fu causato da acque infette. Un dato che contrasta violentemente con il quadro presunto idilliaco di una società ancora per gran parte contadina, in cui la parola inquinamento non esisteva neppure nel vocabolario. Oggi la qualità dell' acqua che beviamo è quella stabilita da una «direttiva» della Comunità Europea (numero 80/778) fatta propria dall' Italia con un decreto del presidente della Repubblica del 24 maggio dell' 88. L' acqua è potabile se gli inquinanti che essa contiene non superano le «concentrazioni massime ammissibili» (Cma). Ma è buona quest' acqua? Evidentemente no se ogni famiglia italiana spende in media 300 400 mila lire l' anno per l' acqua minerale. Certo, non fa morire nessuno e questo, nonostante tutto, è un bel progresso rispetto all' arcadica Italia umbertina in cui semplicemente non c' erano controlli sulle fonti. Ma la Cee ha solo fissato la quantità massima di inquinanti perché l' acqua possa essere definita potabile, mentre a parte ha indicato i «valori guida» (Vg), molto più bassi, ai quali si dovrebbe tendere. L' Italia non solo è molto lontana dai valori guida ma in molti casi non è neppure riuscita a entrare nei limiti delle concentrazioni massime ammissibili. Infatti, poiché in casi eccezionali erano ammesse alcune deroghe alla concentrazione massima di inquinanti il nostro Paese di questi casi «eccezionali» è riuscito a trovarne un' infinità, suscitando la riprovazione di Bruxelles. Dunque l' acqua che beviamo non è affatto buona. Alla fine dell' 88 circa 2 milioni di abitanti di 326 Comuni in Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Marche bevevano acqua «non conforme» per la presenza di «antiparassitari e prodotti assimilabili», come diserbanti a base di atrazina. (Solo nel marzo del ' 90 il ministero della Sanità ha sospeso l' uso dell' atrazina sicché l' acqua dovrebbe ora essere rientrata nella norma). Questi dati, come gli altri che seguono, sono contenuti nella autorevole relazione che Vittorio Silano, direttore generale del ministero della Sanità, ha portato di recente ad un convegno su «Acque, acquedotti, qualità ottimale» organizzato dalla Fiera di Forlì, dal Consorzio Acque delle Province di Forlì e Ravenna e da Ecotec ' 92. Circa 2 milioni di persone in Lombardia (un milione nella sola Milano), un milione in Veneto, 650 mila in Piemonte bevono acqua per la quale «il rispetto immediato del valore per i composti organo clorurati è impossibile»; parole testuali di Silano. Sono composti che si formano in seguito ai trattamenti dell ' acqua con il cloro o che vengono scaricati legalmente o no dalle industrie. In sostanza, poiché in molte zone superano i massimi stabiliti dalla Cee il governo ha introdotto una «deroga» in attesa di rientrare nella norma. E questo benché tra gli altri composti di questo tipo vi sia il cloroformio, sospettato di essere cancerogeno Nitrati. Derivano da scarichi civili, zootecnici, industriali e soprattutto dal dilavamento dei terreni concimati con fertilizzanti azotati; sono in continuo aumento. I Comuni i cui abitanti hanno bevuto o bevono acqua «fuori norma» per la presenza di nitrati sono circa 280. Inoltre tra l' 88 e il ' 91 è stato necessario elevare il tasso ammesso di ferro o di manganese (o di ambedue) dell' acqua utilizzata da 407 Comuni; attualmente la deroga è ancora necessaria in 388 Comuni con un milione e mezzo di abitanti. Nell' area di Napoli le acque sotterranee che alimentano l' Acquedotto Vesuviano contengono 4 milligrammi per litro di fluoruri contro il limite «canonico» di 1, 4 milligrammi. E poiché non è possibile chiudere i rubinetti a milioni di utenti «sono stimati in circa 400 dice Silano i Comuni in Campania per i quali sussiste una necessità di deroga». La città di Reggio Calabria e le Regioni Emilia Romagna Marche, Sardegna e Toscana hanno chiesto deroghe per il magnesio; Marche, Lombardia, Sardegna, Toscana oltre alla provincia autonoma di Bolzano per i solfati; Emilia Romagna, Marche, Lombardia, Toscana e Veneto tra l' 88 e il ' 91 hanno avuto problemi con l' ammoniaca ed hanno ottenuto le relative e immancabili deroghe; e dopo tale data l' hanno chiesta ancora altri 160 Comuni. Complessivamente l' immagine che si ricava da questo elenco di deroghe è quella di una rete di protezione mitragliata di buchi e squarci. La Cee, per fare ancora qualche esempio, ha indicato come concentrazione massima per il ferro 0, 2 milligrammi per litro ma l' Italia, che ha «recepito» la direttiva, ha poi immediatamente «derogato» portandola a 1 milligrammo; idem per il manganese: 0, 05 milligrammi per litro ma portato a 0, 2 milligrammi; per il fluoro la concentrazione massima comunitaria è compresa tra 0, 7 e 1 milligrammo ma l' Italia consente fino a 3 milligrammi. L' ammoniaca, oltre a far aumentare la quantità di cloro che diventa indispensabile aggiungere all' acqua per renderla sicura, è un indicatore di mancanza di igienicità; la Comunità ne ha stabilito la quantità massima a 0 5 milligrammi per litro (quella desiderabile, presa come valore guida, è di appena 0, 05 milligrammi) ma l' Italia all' inizio di quest' anno, con l' ennesima deroga, l' ha portata a ben 0, 10 milligrammi. Le deroghe, ovviamente, sono temporanee e sono state adottate per consentire di portare, in tempi relativamente brevi, la situazione entro i confini fissati dalla Comunità. Ci riusciremo? E se anche ciò avverrà, dovremo per forza rassegnarci a bere acqua che rientra appena nei limiti minimi? Il convegno di Forlì è stato l' occasione per presentare l' Acquedotto di Romagna, alimentato dal bacino di Ridracoli, situato nel parco nazionale delle Foreste Casentinesi: porta acqua pulita in 44 Comuni romagnoli (compreso Rimini). Come dire che l' acqua buona c' è (se non la si inquina); basta cercarla. Vittorio Ravizza


A COLLOQUIO CON EDELMAN E il nervo torna bambino Test di ricrescita con i gangliosidi
Autore: VERNA MARINA

ARGOMENTI: BIOLOGIA, GENETICA
NOMI: LEVI MONTALCINI RITA, EDELMANN GERALD
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 025

ERA uno dei punti fermi della biologia: le vie nervose sono finite e immutabili, i danni irreparabili, la rigenerazione impossibile. E invece l' attuale ricerca neurobiologica va dimostrando che, almeno in alcuni casi, il tessuto nervoso danneggiato da un trauma è in grado di ripararsi. Esso infatti è plastico, cioè capace, all' occorrenza, di modificare sia la sua struttura che la sua funzione. Tra le sostanze naturali che hanno un ruolo in questa plasticità ci sono il fattore di crescita nervoso, per il quale Rita Levi Montalcini ha ottenuto il Nobel, e i gangliosidi, gli eroi del momento. Non hanno ottenuto il premio, è vero, ma qualcosa che gli si avvicina moltissimo: sono stati i protagonisti del Nobel Symposium di quest' anno, un seminario selezionatissimo (mai più di trenta scienziati) che si tiene a Stoccolma con i massimi esperti della materia prescelta. I gangliosidi sono una classe di molecole molto complesse, formate da zuccheri e grassi, onnipresenti. Si trovano infatti sul rivestimento esterno (la membrana) di tutte le cellule, ma soprattutto di quelle del sistema nervoso. Qui si concentrano a livello delle sinapsi, la parte terminale della cellula che permette la trasmissione dei messaggi dall' una all' altra. Proprio questa localizzazione insieme alla particolare struttura chimico fisica rende le molecole dei gangliosidi particolarmente adatte a captare i segnali esterni e a favorirne la trasmissione, modificando la membrana. La conoscenza di questi processi di comunicazione tra le cellule permette di immaginare delle terapie completamente diverse da quelle tradizionali, basate sull' antagonismo fra due sostanze. L' idea di base è quella di imitare i processi naturali, somministrando o potenziando le molecole coinvolte nei diversi processi i gangliosidi, nel caso di lesioni al sistema nervoso. Gli esperimenti condotti finora sulle colture di cellule e sui primi pazienti volontari stanno dimostrando che la strada è corretta e percorribile. Dal punto di vista teorico, una delle menti più chiare su questo problema è quella di Gerald Edelmann, Nobel nel ' 72 per la struttura delle gammaglobuline, oggi concentrato sull' embriogenesi. La rigenerazione nervosa ha infatti molti punti in comune con quello straordinario processo che parte da una cellula l' ovulo femminile fecondato e arriva alla complessità di forme e di funzioni degli organismi viventi. Fino a pochi mesi fa Edelman era il direttore del Rockfeller Institute di New York, oggi è allo Scripps dell' Università di La Jolla, California. Vulcanico, creativo è stato a lungo incerto se fare di professione il medico o il violinista è andato avanti a dispetto di una delle regole non scritte dell' ambiente scientifico americano: togliersi di mezzo dopo aver vinto il Nobel. Lui ha obbedito solo a metà, racconta a Stoccolma: ha lasciato perdere gli anticorpi e si è dedicato ai processi biologici alla base del nostro comportamento. E' stata l' annosa controversia tra geni e ambiente nella formazione dell' individuo a portarlo ai gangliosidi e ai meccanismi di riparazione delle cellule nervose. Se infatti i geni non sono tutto ma determinante è l' interazione con l' ambiente, lo studio e l' imitazione dei continui scambi di messaggi tra le cellule che fanno crescere l' organismo potrebbe portare molto lontano. Come nello sviluppo embrionale, anche nella rigenerazione nervosa la cellula deve crescere, riconoscere i bersagli, far maturare nuove sinapsi per rendere possibili nuovi collegamenti. E' come se il nervo, dopo una lesione, ritornasse al punto di partenza, a ripetere gli stessi passi che l' hanno fatto diventare adulto ed efficiente. Marina Verna


HOWARD HUGHES E LA SUA «OCA DI ABETE» Un sogno a 8 motori Storia del più grande aereo del mondo Il gigantesco idrovolante compì un solo brevissimo volo Ora è diventato un' attrazione per i visitatori di Los Angeles
AUTORE: ROGLIATTI GIANNI
ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, TRASPORTI, AEREI
PERSONE: HUGHES HOWARD
NOMI: HUGHES HOWARD
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 026

IL 2 novembre 1947 il più grande aeroplano mai costruito (per la precisione un idrovolante) si staccò dall' acqua davanti a Long Beach in California, rimase in aria per circa un minuto e poi nuovamente si posò con la grazia di una farfalla. Ora, dopo molte vicissitudini, prima e dopo il volo, si trova da un paio d' anni in una sistemazione permanente sul molo accanto alla Queen Mary, proprio vicino al punto da dove partì per quell' unico balzo e si può visitare come una delle meraviglie della moderna tecnologia. Questo colosso è stato costruito da uno straordinario e, nei suoi ultimi anni di vita misterioso, uomo d' affari americano, Howard Robard Hughes Jr. Era nato il 24 dicembre 1905 ed è morto (dopo anni di totale romitaggio all' ultimo piano di uno dei suoi alberghi di Las Vegas) il 5 aprile del 1976 sull' aereo che lo portava all' ospedale di Houston. Hughes aveva avuto successo nei tre campi di attività in cui si era maggiormente impegnato e cioè l' industria petrolifera, quella cinematografica e quella aeronautica ed aerospaziale. Alla base della fortuna di Howard Hughes c' era stata un' azienda per la costruzione di trivelle usate nella perforazione dei pozzi di petrolio, azienda ereditata dal padre a soli 18 anni e che non avrebbe potuto amministrare perché minorenne. Un escamotage legale gli permise di entrarne comunque in possesso, dimostrando di che pasta era fatto. Successivamente uno zio materno lo introdusse nel mondo magico di Hollywood dove, dopo un paio di esperienze sbagliate, divenne uno dei grandi produttori, lanciando stelle del calibro di Jean Harlow e Jane Russell. L' aviazione lo attirò fin da giovanissimo: prese il brevetto di pilota, poi si interessò alla costruzione di aerei di ogni tipo con i quali ottenne numerosi record di velocità e distanza. Riuscì a sopravvivere anche a un incidente occorsogli mentre collaudava un nuovo modello per l' esercito americano. La storia del più grande aereo del mondo comincia nel 1942 quando i sommergibili tedeschi sembravano vincere la battaglia dell' Atlantico ed Henry Kaiser (che costruiva le navi Liberty) cominciava a chiedersi se non fosse il caso di fare invece dei grandi aerei da trasporto. Venne interpellato Hughes e questi, dopo un iniziale scetticismo, si lanciò nell' impresa prima con Kaiser e poi da solo: la scelta dell' idrovolante venne dettata dalla considerazione che tutti i continenti sono circondati dal mare ed esistono specchi d' acqua importanti anche all' interno. La costruzione ebbe alti e bassi, dovuti alle mutanti condizioni generali (la guerra era finita) e politiche: Hughes venne anche accusato di usare i soldi del governo americano per una impresa già fallita in partenza, ma in realtà ci rimise di tasca sua sette milioni di dollari, che andarono ad aggiungersi ai 18 stanziati dal governo. Fu in quel tempo che venne coniato il nomignolo un po' dispregiativo di «Spruce Goose», l' oca di abete rosso, che oggi è usato per indicare l' aereo. L' altra scelta qualificante di questo aereo gigantesco, ossia la costruzione in legno, fu dettata dal fatto che il progetto non godeva di priorità durante il periodo bellico e non gli vennero assegnati i necessari quantitativi di alluminio e acciaio, che erano materiali strategici. Per la costruzione venne allestito il più grande hangar mai visto accanto ad uno stabilimento di Hughes a Culver City, 40 chilometri dal mare una volta finiti i tre pezzi principali, e cioè lo scafo e le sue semiali, vennero trasportati con mezzi speciali in un viaggio di due giorni fino alla riva al mare dove venne allestito un bacino di carenaggio per l' assemblaggio finale. L' aereo fu pronto il 1 novembre 1947. Per le prove in mare, che non contemplavano ancora il decollo, furono invitati alcuni giornalisti ed imbarcati 18 specialisti per gli impianti di bordo, ma nessun altro pilota all' infuori del capo, Howard Hughes. Nel seggiolino di destra c' era Dave Grant, il progettista degli impianti idraulici di bordo, una novità assoluta in quanto tutti i comandi di volo erano servoassistiti. Le dimensioni non finiscono mai di stupire: l' apertura alare è di 97, 6 metri (contro i 60 metri del «Jumbo» ); la corda cioè la larghezza dell' ala nel punto di attacco con la fusoliera è di 15, 55 metri; lo spessore dell' ala all' attacco è di 3, 50 metri (il che vuol dire che ancora a metà apertura lo spessore è tale da consentire ad un uomo di camminare nell' ala per andare a controllare i motori, cosa fattibile grazie ad appositi passaggi); la superficie alare è di 1063, 2 metri quadrati; la fusoliera (o se si vuole lo «scafo» trattandosi di un idrovolante) è lunga 66, 65 metri; la larghezza massima è di 7, 62 metri; l' altezza del timone è di 24 metri e dalla chiglia al pavimento della cabina di pilotaggio ci sono 10 metri di dislivello; il peso a vuoto è di 135 tonnellate; il carico utile di 59 tonnellate; i serbatoi hanno una capacità di 14 mila galloni pari a 52. 500 litri; la motorizzazione è fornita da 8 motori Pratt & Whitney 4360 a quadrupla stella e 28 cilindri con una potenza di 3000 cavalli ciascuno e quindi per complessivi 24. 000 cavalli azionanti eliche di 4, 76 metri di diametro a quattro pale. La velocità di crociera era stimata in 350 chilometri l' ora e quella registrata all' unico decollo fu di 115 chilometri. Dell' unico breve volo esiste la registrazione fatta da un radiocronista che fu l' unico giornalista a rimanere a bordo dopo che gli altri erano scesi alla fine delle prove di rullaggio. A questo punto, infatti, Hughes decise a sorpresa di tentare il decollo mentra la voce del cronista scandiva la velocità letta sull' indicatore; dopo avere detto «settanta miglia» costui ebbe un attimo di stupore perché si era accorto che era cessato il rumore dell' acqua sullo scafo. Si riprese subito e gridò: «Signore e signori stiamo volando] ». Gianni Rogliatti


PROGETTO TEDESCO OK, il computer ti sorride Terminali con espressioni umane
Autore: PREDAZZI FRANCESCA

ARGOMENTI: INFORMATICA, PROGETTO, ELETTRONICA
NOMI: WALSER WILHELM, WALSER MARGIT
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 026

NON c' è dubbio che i computer, a partire dalla prima generazione di ingombranti calcolatori alimentati con schede perforate, siano andati sempre più «umanizzandosi» e adattandosi alle esigenze del consumatore: un nuovo passo in questa direzione è il progetto di due psicologi di Tubinga, Wilhelm e Margit Walser, che ha già attirato l' interesse di un partner giapponese. L' idea è di dare un volto al computer, una vera e propria faccia che possa riprodurre le espressioni del volto umano: preoccupazione, paura, sorpresa o gioia quando tutto va bene. La necessità di dare una faccia al calcolatore nasce da un' osservazione pratica. Per l' essere umano l' espressione del volto è immediatamente percepibile ed il messaggio che ci trasmette viene recepito all' istante, mentre lo stesso non si può dire dei lunghi elenchi di dati forniti dal computer, che richiedono pazienza, attenzione, e soprattutto tempo per essere analizzati e valutati. E' vero che con determinati programmi è possibile mettere in evidenza i valori che superano una certa soglia (per esempio in una lista di temperature), in modo da avere un quadro più immediatamente percepibile della situazione. Ma non in tutti i casi i problemi si possono risolvere semplicemente mettendo in evidenza i valori limite. A volte una situazione (per esempio la sicurezza di un reattore) si può valutare solo globalmente, combinando fra loro diversi parametri, i quali presi singolarmente potrebbero essere ancora nei limiti di sicurezza, mentre valutati nel loro insieme potrebbero già indicare un possibile pericolo. E' a questo tipo di situazioni che si interessa Wilhelm Walser. Un computer che, proprio come farebbe un essere umano, si mostrerebbe preoccupato perché c' è «qualcosa che non va» , segnalando immediatamente all' operatore una situazione potenzialmente pericolosa. Lo stesso computer «sorriderebbe contento» quando tutto è sotto controllo. I campi di applicazione del computer con la faccia, sono soprattutto quei settori nei quali con i programmi tradizionali è difficile avere una visione d' insieme facilmente percepibile. Per esempio, nella catena di produzione di un' industria la cui quota di mercato è in ribasso, i grafici dei diversi rami della produzione molto spesso si assomigliano e anche ad un esame più attento risulta difficile identificare in quale caso l' insieme dei singoli dati segnala già una situazione critica e in quale invece si tratta solo di un leggero squilibrio. Il riconoscimento dell' espressione di un viso è «un canale particolarmente rapido ed efficace di percezione» affermano i due psicologi di Tubinga e in una tabella di 80 dati i valori abnormi salterebbero subito agli occhi se fossero contrassegnati da una smorfia di rabbia o di sorpresa. Tanto più che la riproduzione della mimica umana attraverso il computer è in grado di realizzare una vastissima gamma di espressioni con un estremo margine di precisione, permettendo praticamente di riprodurre la «contrazione di ogni singolo muscolo». Anzi, conclude Glaser, volendo è possibile produrre anche espressioni mimiche delle quali l' uomo stesso non si serve, come facce asimmetriche in cui la parte destra e quella sinistra vadano letteralmente per conto proprio. Francesca Predazzi


NUOVO PLANETARIO Tutto il cielo in un personal: catalogate 45 mila stelle comete e eclissi del passato
Autore: BIANUCCI PIERO

ARGOMENTI: ASTRONOMIA, INFORMATICA, TECNOLOGIA
NOMI: MASSIMINO PIERO
ORGANIZZAZIONI: PALNETARIO
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 026

IL cielo in un personal computer. Luna, Sole, pianeti e 45 mila stelle. Non basta: il cielo di qualsiasi epoca passata presente e futura, visto da qualsiasi luogo della Terra e persino da un satellite in orbita intorno al nostro pianeta. E' il programma «Planetario» scritto da Piero Massimino, ricercatore che lavora all ' Osservatorio astrofisico di Catania. Più esattamente è una nuova versione, fortemente potenziata, del «Planetario» già creato da Massimino alcuni anni fa e utilizzato con grande vantaggio (e anche grande divertimento) da molti professionisti e dilettanti dell' astronomia. Un processore più potente Naturalmente i nuovi sviluppi richiedono un personal computer più potente. Il vecchio programma si accontentava, per esempio, di un M 24 della Olivetti, modello base, o di un suo equivalente. La nuova versione, scritta per il sistema operativo MS Windows, richiede una macchina che utilizzi almeno un processore 80286, che abbia 2Mb di memoria e disponga di almeno 5 Mb liberi su disco rigido. Inoltre sono necessari scheda grafica, mouse e monitor a colori. Il programma può essere acquistato direttamente dall' autore o tramite la rivista «L' Astronomia» (Media Presse, via Nino Bixio 30, Milano). La quantità di dati che Massimino è riuscito a stipare nel suo programma è sorprendente. Lo dimostra la lunga lista delle opzioni possibili. Interessante è il confronto con la versione precedente. I progressi sono troppi perché si possano descrivere tutti. Ricordiamone almeno i principali. La magnitudine limite delle stelle prese in considerazione è passata dalla sesta all' ottava, con un balzo da 5000 a 45. 000 stelle catalogate, ognuna con il suo moto proprio. Inoltre sono state introdotte le immagini computerizzate delle nebulose e degli ammassi stellari del Catalogo di Messier (110 oggetti). Altri 900 oggetti celesti stelle variabili, sorgenti radio e X, pulsar e quasar vengono visualizzati. Un data base permette di schedare corpi celesti che interessino personalmente l' utente (comete, asteroidi e così via) Nuovi comandi consentono di tracciare la griglia sferica delle coordinate celesti e di disegnare sul globo terrestre le regioni da cui sono visibili eclissi di Sole totali e anulari dal 1900 al 2100 Osservazioni simulate Eclissi, passaggi di Venere davanti al Sole, moto dei satelliti di Giove e percorsi dei pianeti tra le stelle sono visualizzabili così bene da permettere vere e proprie «osservazioni simulate». La loro utilità per studi storici (ad esempio sulle circostanze di antiche eclissi e congiunzioni) è evidente. E così pure per programmare ricerche future. Con un solo rischio: grazie al programma di Massimino il cielo nel computer è così realistico e affascinante che alla fine l' osservazione diretta dei fenomeni astronomici può sembrare quasi superflua... Piero Bianucci


SCAFFALE Lopez Antonio: «Sentieri natura, 50 itinerari nell' Italia più bella», Giorgio Mondadori
AUTORE: V_RAV
ARGOMENTI: ECOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 026

Sempre più prepotente si afferma il bisogno e il gusto di vivere nella natura, di percorrerla e conoscerne i vari aspetti; non ci si accontenta di incontri casuali, nè di approcci superficiali, ma si mira ad un contatto sempre più cosciente. Di qui la fortuna che hanno avuto recentemente le guide ai più diversi ambienti naturali A questo modo «colto» di affrontare passeggiate ed escursioni va incontro anche questo «Sentieri natura», ricco di informazioni zoologiche, botaniche, geologiche, antropologiche, frutto dei lavoro di naturalisti, disegnatori, fotografi e «collaudatori» di itinerari della rivista Airone. Cinquanta itinerari naturali dedicati ad alcune delle zone più intatte d' Italia, dalla valle del Bove sull ' Etna ai monti della Luna in Valle di Susa, dal lago Trasimeno luogo di frequentazioni storiche e letterarie allo Stagnone di Marsala con la punica isola di Mozia, con un occhio di riguardo ai parchi nazionali, dallo Stelvio a quello della Maiella o delle Dolomiti bellunesi, dal Pollino all' Aspromonte. Per ogni percorso una cartina dettagliata, schede naturalistiche, fotografie, 160 disegni ad acquerello di mammiferi, uccelli, rettili, piante, fiori architetture caratteristiche. In chiusura consigli per riconoscere animali e piante, fotografarli, disegnarli.


SCAFFALE Marini, Consiglio, Angradi, Finoia, Sanna: «Cetacei nel Mar Tirreno centrale», Tip. Artistica Nardini
AUTORE: V_RAV
ARGOMENTI: ZOOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 026

Il libro, come dice il sottotitolo, è il risultato della campagna di avvistamento dei cetacei condotta tra l' 89 e il ' 90 da un gruppo di studio coordinato dal Dipartimento di biologia animale e dell' uomo dell' università «La Sapienza» di Roma con la collaborazione delle Ferrovie. Per mesi, due volte la settimana, i partecipanti hanno attraversato il Tirreno fra Civitavecchia e Olbia sui traghetti delle Ferrovie con lo scopo di individuare i cetacei, valutare la consistenza dei branchi, prendere nota degli spostamenti stagionali. In appendice l' elenco delle specie di cetacei nel mondo con i nomi scientifici e i termini italiani fissati ufficialmente da Cagnolaro e Notarbartolo di Sciara.


SCAFFALE Giovanni Badino: «Tecniche di Grotta», Società speleologica italiana
AUTORE: V_RAV
ARGOMENTI: DIDATTICA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 026

Un manuale per chi si accinge a scendere per la prima volta in una grotta ma anche per chi vuole perfezionare la propria tecnica, scritto da uno dei più noti speleologi italiani. Fisiologia, materiali, tecniche, astuzie, rischi, situazioni di pericolo, soccorsi, cose che si devono fare e cose che non si devono fare: il libro è una summa di consigli frutto di preparazione teorica e di esperienza pratica, versione ultima di un testo didattico che si è sviluppato in molti anni, fitto di fotografie e disegni, oltre che di riferimenti ad eventi e situazioni vissuti in prima persona.


SCAFFALE Falciai Lucia, Minervini Roberto, «Guida dei crostacei decapodi d' Europa», Muzzio
AUTORE: V_RAV
ARGOMENTI: ZOOLOGIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 026

CHI passa le vacanze al mare avrà certamente modo, anche solo stando appollaiato su uno scoglio o osservando il fondo attraverso il vetro di una maschera a pochi metri da riva, di vedere granchi e gamberi; chi farà immersioni un po' impegnative in luoghi non ancora troppo compromesi potrà imbattersi in qualche aragosta; e persino chi percorrerà le rive di qualche appartato ruscello potrà incontrare un superstite gambero di fiume. Per conoscere e identificare queste discrete ed elusive creature dell' acqua potrà essere utile un libro come questa guida, corredata di ben 67 disegni a colori e 600 in bianco e nero (opera di Paolo Bernucci). I crostacei decapodi non sono animali facili da riconoscere e spesso anche il «tecnico» incontra difficoltà. La guida di Falciai e Minervini è programmaticamente rivolta non solo al profano ma anche al biologo o comunque al tecnico che opera sull' ambiente; un lavoro, quindi, assai rigoroso e dettagliato che comunque lascia largo spazio alla curiosità non professionale.


SINDROME X Misteriosa insulina E' il denominatore comune di alcune malattie croniche della società industrializzata Uno studio mette in discussione i tradizionali fattori di rischio, come l' età e il peso
Autore: PORTA MASSIMO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, SANITA'
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 028

S OTTO l' etichetta un po' inquietante di «sindrome X» vengono raggruppate le malattie croniche più diffuse nelle società industrializzate: il diabete non insulino dipendente, l' ipertensione arteriosa, l' obesità, l' ipercolesterolemia e l' ipertrigliceridemia, l' arteriosclerosi. Anche se apparentemente distinte fra loro, queste condizioni sembrano avere un denominatore comune, l' insulino resistenza. Per capire di che cosa si tratti, vediamo il caso del diabete. I medici distinguono un diabete di tipo 1, detto anche insulino dipendente perché chi ne è affetto non potrebbe sopravvivere senza le quotidiane iniezioni di insulina e uno di tipo 2, non insulino dipendente. Il primo colpisce soprattutto i giovani al di sotto dei 30 anni e sembra essere una malattia autoimmune, dovuta cioè al fatto che l' organismo non riconosce più come proprie le cellule del pancreas che producono l ' insulina, denominate beta cellule, e le distrugge come rigetterebbe un organo esterno dopo il trapianto. Il diabete tipo 2 rappresenta il 90% di tutti i casi di diabete, cresce con l' età dopo i 40 50 anni e colpisce, secondo l' Organizzazione Mondiale della Sanità, dal 3 al 6% della popolazione nei Paesi industrializzati. Le sue cause sono ancora poco chiare. Non è che l' insulina manchi, anzi nel sangue ce n' è più del normale, ma sembra che essa sia incapace di svolgere efficacemente il proprio compito di far penetrare all' interno delle cellule il carburante loro necessario: il glucosio. In altri termini, nel diabete di tipo 1 si ha una situazione simile a quella di un' automobile rimasta senza benzina, mentre in quello di tipo 2 è come se il carburatore fosse permanentemente ingolfato. L' incapacità dell' organismo a utilizzare la propria insulina è denominata insulino resistenza e fa sì che le beta cellule ne producano inizialmente di più, ma finiscano a lungo andare con l' esaurirsi. Il diabete inizierebbe quando l' insulina, anche se in quantità più alta del normale, non è più sufficiente a superare l' ostacolo. Come si è detto, l' insulino resistenza è presente in tutte le condizioni accomunate sotto il termine di «sindrome X», anche se non associate al diabete. Non è stato finora possibile individuare le cause del mancato funzionamento dell' insulina. Fattori predisponenti sono l' età e il sovrappeso. C' è inoltre un fatto nuovo e sorprendente: in alcuni Paesi in via di sviluppo (in termini reali e non solo eufemistici) si assiste a un aumento drammatico di tutte le manifestazioni della sindrome X. Nell' atollo di Nauru, nel Pacifico, dove lo sfruttamento delle miniere di fosfati ha molto aumentato lo standard di vita, e nell' isola di Mauritius, un' altra economia emergente dell' Oceano Indiano, un adulto su due sopra i 45 anni ha il diabete o è ad alto rischio di diventare diabetico. Perché le popolazioni che emergono ora da secoli di carenze alimentari sono colpite così pesantemente dal diabete? Una spiegazione possibile è che l' insulino resistenza rappresenti, in tempi di carestia, un meccanismo di difesa che permetterebbe di amministrare più parsimoniosamente lo scarso nutrimento disponibile. Sarebbero così selezionati gli individui che sprecano meno «carburante» ma questi, pena del contrappasso, risulterebbero più vulnerabili alla sindrome X quando arrivano le vacche grasse. Si tratta di caratteristiche trasmesse geneticamente? Studi condotti su gemelli identici mostrano che se uno di essi si ammala di diabete tipo 2, l' altro lo segue nel volgere di pochi anni. Poiché i gemelli nati dallo stesso uovo hanno il medesimo corredo di geni e cromosomi, questa sembrerebbe una prova inconfutabile della origine ereditaria della malattia. Ma una nuova ipotesi formulata dal professore Hales, dell' Università di Cambridge, è arrivata a sconvolgere le nostre poche certezze in proposito. Innanzitutto Hales e i suoi collaboratori hanno messo a punto metodiche di dosaggio che dimostrerebbero come l' aumento dell' insulina misurata nel sangue dei diabetici non sarebbe reale, ma un artefatto dovuto alla presenza di precursori e prodotti di degradazione dell' ormone ad esso simili ma non attivi. In secondo luogo, uno studio sulla popolazione di Ely, meglio nota per la sua splendida cattedrale gotica, ha inaspettatamente mostrato che gli individui più alti erano meno insulino resistenti dei concittadini più piccoli. Infine un' altra indagine condotta fra gli anziani dello Hert fordshire, dove già negli Anni 20 venivano registrati il peso alla nascita e a un anno di età di tutti i bambini, ha mostrato come il rischio di diventare diabetici dopo i 50 anni fosse 8 volte maggiore negli individui che avevano il peso alla nascita inferiore. Questa osservazione è ancor più sorprendente se si pensa che finora abbiamo ritenuto a rischio per la sindrome X le persone che nel primo anno di vita erano francamente sovrappeso. Come interpreta questi dati il professore Hales? Prima di tutto ricordando che le condizioni di vita nell' Inghilterra degli Anni 20 erano analoghe a quelle dei Paesi attualmente in via di sviluppo. La malnutrizione delle donne in gravidanza, o il ridotto sviluppo della placenta, potrebbero aver ostacolato la crescita del feto portando alla nascita di bambini relativamente sottopeso e poi di adulti meno sviluppati in altezza. Poiché nella vita fetale l' insulina è un fattore fondamentale di crescita, è verosimile che in questi bambini anche lo sviluppo delle beta cellule sia stato scarso. Poiché queste ultime hanno scarsa capacità di riprodursi dopo la nascita, un loro deficit potrebbe predisporre al diabete tipo 2 se e quando si manifestasse l' insulino resistenza in età matura. Le osservazioni sui gemelli si spiegherebbero perciò con il fatto che entrambi i feti condividono le condizioni di crescita in utero, non sulla base di fattori genetici. Il miglioramento delle condizioni generali di vita che si è verificato nei Paesi occidentali dovrebbe essersi riflesso anche sullo sviluppo fetale, spiegando perché la prevalenza del diabete è da noi inferiore che nel Terzo mondo emergente, ma lasciando ben sperare per le prossime generazioni di quei Paesi. Massimo Porta Università di Torino


FUMO PASSIVO Mi avveleni, e te lo dimostro Allarme per i dosaggi delle ammine aromatiche
Autore: VAGLIO GIAN ANGELO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, SANITA', RICERCA SCIENTIFICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 028

T RA le priorità annunciate di recente dal ministro della Sanità del nuovo governo c' è anche un' iniziativa legislativa per la regolamentazione del fumo. Estendere il «vietato fumare» nei luoghi pubblici equivale a ridurre i danni alla salute causati dal fumo passivo, che possono essere molto rilevanti, come dimostrano i risultati di una ricerca del Dipartimento di Farmacologia dell' Università di Firenze. Qui sono state dosate diciassette ammine aromatiche primarie, contenute nel fumo diretto aspirato dal fumatore e in quello laterale respirato dai non fumatori. Sono sostanze cancerogene e mutageniche, con valori limiti soglia (TLV: Threshold Limit Value) dell' ordine di 2 parti per milione. Per l' anilina, che è l' ammina presente nel fumo nella quantità più alta, il limite oltre al quale si verificano danni alla salute per esposizione superiore alle otto ore giornaliere è di circa 8 milligrammi per metro cubo di aria. I campioni da analizzare sono stati preparati con un' apparecchiatura costruita appositamente, in grado di far gorgogliare il fumo diretto di una sigaretta in una soluzione che assorbe le ammine aromatiche, mentre quelle presenti nel fumo laterale sono trattenute in una seconda soluzione. Misure di spettrometria di massa sulle due soluzioni hanno dimostrato che il quantitativo totale di ammine aromatiche nel fumo laterale è 50 60 volte maggiore che nel fumo diretto. L' anilina è presente in quantità che vanno da circa 800 nanogrammi (miliardesimi di grammo ) nel fumo diretto a circa 18 mila nel fumo laterale per sigaretta con tabacco scuro, e da circa 150 a 11 mila nanogrammi per sigaretta del tipo più leggero. L' anilina rappresenta circa la metà delle ammine aromatiche sia nel fumo aspirato dal fumatore che in quello passivo. I ricercatori dell' Università di Firenze hanno poi messo a confronto i livelli di ammine aromatiche in diversi tipi di ambienti: uffici con uno o due fumatori, locali attigui a uffici con fumatori, uffici aperti al pubblico, scompartimenti di carrozze ferroviarie e così via. Rispetto alle ammine aromatiche presenti nell' aria esterna, sono state trovate quantità tre e sei volte maggiori negli uffici con uno o due fumatori, mentre negli uffici aperti al pubblico le quantità sono da 12 a 15 volte maggiori che all' esterno. Significativi sono anche i dosaggi di ammine aromatiche negli uffici, in cui lavorano non fumatori, attigui a locali abitualmente frequentati da fumatori. I livelli superano del 50% quelli tipici dell' aria esterna. Nello stesso tipo di uffici metà delle ammine presenti nel normale orario di lavoro persiste anche dopo aver tenuto le finestre aperte per qualche ora. La diffusione di queste sostanze risulta elevata, e d' altra parte sembrano poco efficienti gli usuali ricambi non forzati di aria, anche perché le ammine aromatiche vengono assorbite dai materiali che ricoprono le pareti, gli oggetti e gli abiti. Una conferma della facile diffusione è venuta dai campioni di aria prelevati in scompartimenti per non fumatori di carrozze ferroviarie, dove sono state trovate quantità di ammine aromatiche dieci volte superiori a quelle dell' aria esterna. Gian Angelo Vaglio Università di Torino


MADAGASCAR L' orchidea che previene gli aborti
Autore: G_P

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, BOTANICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 028

NEL Madagascar sono state scoperte quattro nuove piante medicinali: un' orchidea bianca (Angraecum eburneum), usata per prevenire gli aborti grazie alle sue proprietà antispastiche; una specie locale di fico (Ficus polyphlebia) utilizzata invece per indurlo; una nuova specie di aloe che cura le ferite infette e la Brochoneura, una pianta rara nota alle popolazioni locali come anestetico e usata per curare il mal di denti e le infiammazioni agli occhi. Queste quattro piante vanno ad affiancarne un' altra, la rosa pervinca, preziosissima per la cura della leucemia e del morbo di Hodgkin. Essa frutta circa cento milioni di dollari l' anno all' industria farmaceutica occidentale, ma quasi nulla al Madagascar. Per questo i ricercatori malgasci si sono attivati per costituire sull' isola delle strutture farmaceutiche in grado di sfruttare localmente questa preziosa fonte di reddito, grazie anche all' aiuto degli erboristi locali e del Wwf. (g. p. )


PREVENZIONE Osteoporosi, chi è a rischio? Un test costoso ma preciso misura la perdita di tessuto
Autore: LEVI MARINA

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 028

L' OSTEOPOROSI significa diminuzione della massa ossea, quindi rottura di quell' equilibrio che rende così efficiente l' osso normale. In condizioni di piena salute, questo tessuto è estremamente funzionale. Pur essendo leggero è resistentissimo e per romperlo occorrono sollecitazioni molto forti. Queste caratteristiche sono date dalla sua struttura: se guardiamo un femore ai raggi X, vediamo un orlo esterno compatto che circonda un reticolo di trabecole orientate secondo le linee di forza. Anche la sua composizione risponde alle stesse esigenze: in una sostanza fondamentale omogenea, sono immerse sottili fibre di collagene che servono di supporto ai cristalli di sali di calcio. Inoltre, in caso di frattura, l' osso è in grado di ripararsi rapidamente perché è in rinnovamento continuo. Per tutta la vita alcune cellule, gli osteoblasti, producono osso nuovo mentre altre, gli osteoclasti, distruggono quello vecchio. Se viene turbato l' equilibrio tra rinnovamento e riassorbimento, se la normale composizione dell' osso in particolare la giusta percentuale di sali di calcio viene alterata, compare l' osteoporosi. L' osso diventa più rarefatto; al suo interno si determinano microfratture responsabili di dolori ossei diffusi; il solo peso del corpo può causare lo schiacciamento di alcune vertebre, traumi anche minimi provocano fratture di un polso, di un femore. Molti fattori sono determinanti in quest' alterazione, in primo luogo l' età. Seguono l' alimentazione, l' azione di alcuni ormoni, eventuali malattie. Negli ultimi anni sono stati fatti molti studi sull' argomento e la ricerca di cause e rimedi dell' osteoporosi è diventata uno degli obiettivi principali della medicina moderna. A questo non sono ovviamente estranei forti interessi delle case farmaceutiche. Al momento attuale la terapia farmacologica si basa sulla somministrazione di preparati a base di calcio, della vitamina D che serve a fissarlo nelle ossa, di calcitonina (un ormone prodotto dalla tiroide che inibisce l' azione degli osteoclasti) e di altre sostanze di sintesi che hanno un' azione analoga. Si è visto comunque che tutti sono molto più efficaci nel prevenire che nel curare. Ciò significa che faremmo bene a curarci per tempo? Un atteggiamento del genere avrebbe costi enormi per il servizio sanitario e appare comunque eccessivo. Ha senso invece agire su quei tre fattori alimentazione, attività fisica, esposizione al sole che possono ritardare la degenerazione delle ossa. Quindi, cibi ricchi di proteine e soprattutto di calcio, da aumentare in certi periodi della vita, come infanzia, gravidanza, allattamento, menopausa. L' attività fisica sicuramente rinforza la struttura ossea e il sole è indispensabile per produrre vitamina D, che fissa il calcio alle ossa. La categoria più esposta all' osteoporosi è quella delle donne in menopausa. La diminuita produzione di estrogeni, caratteristica di questa età, ha infatti un' influenza negativa sull' osso. Negli ultimi anni si è molto discusso sulla necessità di sottoporre tutte le donne in menopausa a una terapia ormonale sostitutiva. Molti sostengono che se non esistono controindicazioni e se viene attuata correttamente, non vi sono apprezzabili effetti collaterali e che questa è la migliore terapia preventiva per l' osteoporosi. Altri preferiscono invece attuarla solo in caso di effettiva necessità. Si è visto in effetti che alcune persone vanno incontro a una perdita di massa ossea molto più rapida di altre. Per sapere se si appartiene a questa categoria a rischio, oggi ci sono vari tipi di test. L' esame radiologico delle ossa è in grado di svelare l' osteoporosi solo quando la perdita di massa ossea è superiore al 30%, quindi abbastanza tardivamente. Più sensibili sono invece gli apparecchi con i quali si esegue la cosiddetta «densitometria ossea ». Ne esistono di vario tipo e con diversa sensibilità. Al momento attuale sono comunque abbastanza costosi e non sufficientemente diffusi per assicurare uno screening di massa. Per questo i medici tendono a sottoporre a questo esame soltanto persone a rischio: per una menopausa precoce, precedenti familiari, scarsa attività fisica, assunzione di cortisone e così via. Marina Levi


ESTRATTI DI PLACENTA Peso molecolare, arma vincente Quando è ridotto, evita allergie e intolleranze
Autore: PELLATI RENZO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, SANITA'
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 028

SINO a ieri, era la sintesi chimica che forniva molecole per lo studio delle varie malattie. Trattandosi però di molecole estranee all' organismo, sovente era difficile stabilire i rapporti fra dose utile e dose tossica. Gli effetti collaterali di un farmaco a volte compaiono subito (esempio: gli antireumatici possono provocare disturbi gastrici in soggetti predisposti), a volte compaiono dopo anni (esempio: il talidomide, un antinausea oggi non più in commercio, ha provocato delle malformazioni nei feti). Oggi la farmacologia batte una strada diversa, tendendo a potenziare le risorse dell' organismo (endofarmacologia) e a studiare farmaci compatibili con i sistemi biologici dell' organismo. Un' applicazione di questo nuovo indirizzo è l' impiego di sostanze naturali di origine proteica, con peso molecolare compreso fra 30. 000 e 300. 000 Dalton, ottenute dalla placenta umana (dopo frazionamento, isolamento e purificazione). Queste sostanze si sono dimostrate capaci di stimolare la liberazione endogena di sostanze neurotrofiche: in altre parole, stimolano i nervi periferici a produrre il fattore di crescita nervoso. L' Ngf (Nerve Growth Factor) isolato da Rita Levi Montalcini non può ancora essere utilizzato a causa del suo elevato peso molecolare (essendo una sostanza proteica, può scatenare allergie e intolleranze). Invece le sostanze proteiche di natura placentare (con un peso molecolare ridotto) sono ben tollerate e migliorano la funzione motoria e sensitiva nelle persone colpite da neuropatia periferica. La somministrazione dell' estratto placentare provoca un ristabilimento della guaina mielinica (il rivestimento che protegge la fibra nervosa) e il ripristino degli enzimi e delle sostanze indispensabili per il funzionamento dell' assone (la fibra nervosa vera e propria). Il campo di applicazione è vastissimo. Sono numerose le persone che soffrono di formicolii, diminuzione della sensibilità e della forza muscolare, dolori diffusi alle braccia e alle gambe simili alle punture di spillo, soprattutto nel corso della notte. Comunemente la causa viene attribuita al «colpo d' aria fredda», a una forma reumatica. In realtà, può darsi che siano colpite le fibre nervose che conducono la sensibilità e consentono l' attività motoria. Le cause possono essere diverse: sostanze tossiche presenti nell' ambiente (gas, sostanze chimiche, fumo di sigaretta), traumi subiti nel corso di incidenti stradali o di attività sportive, eccessive dosi di alcolici, forme artrosiche diabete non compensato da una dieta equilibrata o dalla somministrazione corretta di insulina (neuropatia diabetica). Per curare le neuropatie periferiche ovviamente bisogna innanzitutto curare la malattia di base o eliminare la sostanza tossica responsabile dei disturbi provocati, quindi controllare i sintomi dolorosi e ripristinare i danni alla fibra nervosa. Renzo Pellati


PARCHI INDIANI E l'uomo risuscitò la tigre Il numero di animali è cresciuto di cinque volte Protezione integrale, ma anche coabitazione con l'uomo
Autore: VIZIOLI GIORGIO

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ECOLOGIA, ANIMALI, PROGRAMMA
NOMI: GHOSH ARIN
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 027

ALL'INIZIO del secolo vivevano in India oltre 40 mila tigri, diffuse in tutto il sub-continente. Nel 1972 ne erano rimasti solo 268 esemplari: il rischio di estinzione era quindi molto forte. In vent'anni di attività, il Progetto Tigre, che costituisce il fiore all'occhiello della politica ambientale del governo indiano, è riuscito a invertire la tendenza: oggi, nelle aree poste sotto protezione, il numero di questi animali è cresciuto di quasi cinque volte, passando a circa 1300 individui. Direttore del Progetto Tigre è Arin K. Ghosh, molto soddisfatto dei risultati ottenuti: "La protezione dei grandi felini e un'impresa complessa. Inoltre, in un Paese come l'India, i nostri obiettivi passavano in secondo piano di fronte ai gravi problemi della povertà e dello sviluppo. Ora però vediamo che il bilancio del nostro lavoro è veramente positivo: le zone poste sotto tutela, da otto che erano vent'anni fa, sono passate a 18, per una superficie totale di oltre 28 mila chilometri quadrati". Il Progetto Tigre, concepito dal celebre naturalista indiano Arjan Singh e avviato nell'ambito del Wildlife Protection Act emanato da Indira Gandhi nel 1972, è stato condotto con un tale rigore e una tale competenza (ereditati dai colonizzatori britannici) che non sono mancati risultati concreti. "L'elemento caratterizzante del Progetto Tigre - spiega Gosh - è il fatto che esso non riguarda solo la tigre ma tutto l'eco-sistema nel quale questo animale è inserito. Con la nostra attività, quindi, non dobbiamo favorire solo la riproduzione delle tigri ma anche il ripopolamento di quelle stesse aree da parte di decine di altre specie, anch'esse in pericolo d'estinzione. La tigre si colloca infatti in cima a una catena alimentare di cui fanno parte tutti gli animali, carnivori ed erbivori, gli uccelli, gli insetti, le specie vegetali. Per questo la presenza e la prolificazione delle tigri (come di tutti gli altri predatori) in determinate aree costituisce uno degli indicatori più significativi di equilibrio e integrità ambientale". Ma come si possono conciliare i drammatici problemi che affliggono la popolazione indiana con le esigenze dell'attività di conservazione? "E' proprio questo l'aspetto più impegnativo del nostro lavoro - dice ancora Ghosh -; nelle aree che circondano le zone di nostra competenza risiedono popolazioni rurali numerose e particolarmente povere, che premono ai confini delle riserve chiedendo, comprensibilmente, di poterne sfruttare le risorse. Le aree protette, tra l'altro, sono particolarmente ricche di alberi da frutto, legname e selvaggina. Tuttavia, se anche queste terre fossero aperte all'insediamento umano e allo sfruttamento economico, si tratterebbe di un breve sollievo: in poco tempo anche queste risorse diverrebbero insufficienti e intanto si sarebbe irrimediabilmente perduto un patrimonio naturale di importanza inestimabile. La conservazione quindi non è un lusso che si ponga in contrapposizione con le esigenze dello sviluppo". Le aree protette sono strutturate come due corone circolari, che le dividono in due parti. Alla zona centrale viene applicata una politica protezionistica integrale, con l'esclusione di ogni tipo di interferenza umana, permessa invece nella zona più esterna seppur limitata e regolata in modo da ridurne l'influenza sulla zona centrale. In pratica, in queste aree è prevista una coabitazione equilibrata tra uomo e natura: limiti all'insediamento, vincoli all'edilizia e alle attività produttive. Diffusi in tutto il Paese, dalle pendici dell'Himalaya all'estremità meridionale della penisola indiana, i parchi del Progetto Tigre possono essere visitati facendo riferimento agli uffici del turismo presenti in tutte le principali citta dell'India. La stagione migliore varia da parco a parco: in generale è meglio evitare la visita nel periodo estivo (dell'Europa), che in India coincide con le stagione delle piogge. Tra tutti, per bellezza del paesaggio e ricchezza e rarità della fauna, si distinguono i parchi dell'Asam, lo Stato più orientale del Paese. Giorgio Vizioli


HIMALAYA In troppi sulle montagne ma la saggezza contadina riuscirà a salvare i boschi
Autore: AIME MARCO

ARGOMENTI: ECOLOGIA, MONTAGNA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 027

ANCHE le foreste dell'Himalaya, la più alta catena montuosa del pianeta, corrono gravi rischi. E' un ecosistema che parte dal livello del mare e raggiunge gli 8848 metri dell'Everest, passando dalle foreste tropicali ai deserti artici. Le precipitazioni oscillano dai 150 millimetri annui del Tibet ai 10 mila dell'Arunchal Pradesh. La giovane età di queste montagne e la presenza dei monsoni con le loro forti piogge contribuiscono all'instabilità di questa regione, peraltro soggetta a grandi erosioni, i cui effetti si ripercuotono fino alle pianure vicine al mare. Le ondate di piena si trasformano in disastrose alluvioni nei territori dell'India, del Bangladesh e della Cina. Il problema oggi si è complicato per la massiccia opera di deforestazione intrapresa negli ultimi anni dagli abitanti della regione himalayana. A differenza di quanto è avvenuto nelle montagne europee, che la gente ha via via abbandonato emigrando verso la pianura e le città, le migliorate condizioni igieniche e sanitarie hanno causato un aumento, superiore al 12 per cento, della popolazione che abita nelle valli himalayana. La crescente pressione demografica ha spinta i contadini a tagliare un gran numero di alberi: per riscaldarsi e per ricavarne terreno utile alle coltivazioni a al pascolo. All'opera dei montanari si è aggiunta quella dei governi, spesso promotori di politiche miopi nei confronti del patrimonio forestale. La costruzione di strade e dighe ha richiesto l'abbattimento di migliaia di alberi. Anche il crescente turismo, con le sue necessità di legno per la cucina e il riscaldamento comtribuisce al disboscamento. Recentemente gli attriti politici tra India e Nepal hanno portato al blocco delle esportazioni di prodotti petroliferi da parte del governo di Delhi e il rinnovato bisogno di combustibile ha decimato la valle di Katmandu. Qualcosa però inizia a muoversi ai piedi dell'Everst. I governi, preoccupati dei crescenti disastri ecologici - erosione del suolo con conseguente aumento delle frane ed esportazione di terreni fertili verso le piane del Golfo del Bengala, aumento delle inondazioni, perdita del patrimonio faunistico, riduzione della capacità di assorbimento di anidride carbonica - hanno promosso una serie di programmi per tentare di invertire la tendenza alla deforestazione. Ma sono state soprattutto le comunità locali a proteggere le loro foreste. Incentivati da organismi di salvaguardia come il Woodland Mountain Institute, i contadini himalayani hanno iniziato la loro opera di recupero ambientale. La via scelta è destinata ad avere più successo dei tentativi esterni, perché passa attraverso il rispetto delle culture tradizionali. Incentivando la produzione di latticini, si è favorita la trasformazione dell'allevamento di bestiame dal pascolo alla stalla, lasciando molti ettari di terreno a un rapido rimboscamento. Il paesaggio alla coltivazione di alberi da frutta, che aprono nuovi e più redditizi mercati, ha determinato l'abbandono dei campi marginali, con la conseguente ricrescita dei loro alberi. I boschi sono spesso comunitari, appartengono così al villaggio intero. Gli stessi capi tendono oggi a promuovere un taglio più razionale, un sistema che in fondo non è altro che quello praticato dagli antenati. Occorre promuovere la coscienza ambientale, fare capire, attraverso la tradizione locale, che la foresta è indispensabile. I montanari già lo sanno, basta creare condizioni più favorevoli alle loro attività. Alcune comunità considerano le foreste luogo sacro e non le aggredirebbbero mai. Gruppi di fede buddista mantengono un ferreo rispetto per gli animali e contribuiscono a mentenere l'equilibrio con l'ambiente. Rimane il problema della presenza dei visitatori esterni. Occorrono senza dubbio dei fondi per la creazione di parchi protetti, ma soprattutto è necessaria una migliore gestione del turismo. Alcune valli sono intasate dai trekker, mentre altre sono deserte. Il numero di alpinisti e trekker che ogni anno si reca nell'Himalaya continua a crescere e l'impatto, sia culturale che economico sulle popolazioni locali è forte. I turisti esportano spesso, con il denaro, anche le loro abitudini e i loro bisogni. Sono ospiti, ma a volte si comportano da invasori. Il rispetto della cultura locale passa attraverso l'uomo per giungere all'ambiente. La lezione dei montanari dell'Himalaya è un ottimo esempio di come anche le tradizioni più antiche sappiano rinnovarsi e adattarsi ai problemi attuali. Marco Aime


FERTILIZZANTI Un punto in più a favore del letame Stimola la crescita dei batteri vicino alle radici
Autore: MARCHESINI AUGUSTO

ARGOMENTI: BOTANICA, AGRICOLTURA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 027

FIN dai tempi più lontani l'uomo ha praticato la fertilizzazione organica del terreno per aumentare della produzione agricola, ma il vero incremento dei raccolti è stato realizzato quando, al letame di origine animale e ai residui colturali interrati con l'aratura, si sono aggiunti o sostituiti i fertilizzanti minerali di sintesi, e ciò in perfetto accordo con la teoria minerale sulla nutrizione delle piante di Giusto Liebig. Oggi il letame, che per tanto tempo fu il concime dell'impresa agricola basata sul ciclo foraggio-bestiame-letame (oggi le aziende sono organizzate in modo diverso), non viene quasi più utilizzato e ciò sta generando conseguenze negative sull'agrosistema. Lo stallatico, oltre a fornire gli elementi nutritivi (azoto, fosforo, potassio) ai vegetali, apporta al suolo sostanza organica che si trasforma in humus. L'humus del terreno svolge una funzione indispensabile per il mantenimento della fertilità: alimenta la fauna e la microflora del suolo che garantiscono un'attività biosintetica ed enzimatica del terreno, libera durante la decomposizione o mineralizzazione dell'hunus una serie di nutrimenti inorganici per le piante e mantiene una buona struttura fisica del suolo. E' noto infatti che l'humus forma complessi argillo-umici che aumentano la capacità di scambio del terreno e quindi la disponibilità di elementi quali alluminio, calcio, ferro, magnesio, potassio, ione ammonio. Tali elementi, per mancanza di complessi argillo-umici, potrebbero essere sia dilavati dalle piogge sia legati a composti insolubili senza poter essere scambiati nella soluzione circolante del terreno, che viene a contatto con le radici e sazia le esigenze nutritive delle piante. Recentemente è stata dimostrata una nuova funzione della sostanza organica del terreno. E' risultato che il concime organico è capace di stimolare la popolazione microbica che vive vicino alle radici delle piante (rizosfera), portando una modificazione profonda dell'equilibrio fra i vari gruppi microbici in funzione del loro potere di sintesi nei riguardi dei fattori di crescita sia vegetali sia ormonici. Per esempio, l'acido indolacetico, ormone indispensabile allo sviluppo delle piante, è sintetizzato da varie specie batteriche a partire dal substrato elettivo costituito dall'amminoacido triptofano contenuto negli essudati radicali. La presenza di sostanze vicine alle gibberelline è stata pure messa in evidenza nei batteri isolati dalla rizosfera. Le citochine possono anch'esse essere sintetizzate dai microrganismi presenti nel terreno. Infine, le vitamine sono sintetizzate da una microfibra eterogenea. I fertilizzanti organici sono dunque in grado di fornire alle piante un'alimentazione minerale e una buona miscela di ormoni e vitamine che vengono biosintetizzati dalla ricca microflora presente nella rizosfera del terreno. Tutto ciò contribuisce a incrementare il valore nutritivo, il sapore e il profumo dei prodotti agricoli. Augusto Marchesini Istituto sperimentale nutrizione piante, Torino


GRANCHI MARINI Una vita in balia delle fasi lunari Adattarsi a un territorio ogni sei ore invaso o liberato dal mare
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ETOLOGIA, ANIMALI, MARE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 027

IN generale, la gente conosce i granchi soltanto per i loro pregi gastronomici. Ma l'estate è la stagione in cui si ha l'occasione di vederli da vicino lungo la battigia, gli scogli, sul bagnasciuga. E vederli vivi, mentre camminano indaffarati sulla sabbia con le loro cinque paia di zampe ambulatorie, mentre si azzuffano facendo cozzare l'una contro l'altra le chele o corteggiano la dama prescelta per le nozze, è uno spettacolo da non perdere. I granchi marini vivono in uno degli habitat più scomodi del pianeta, nella zona intercotidale, a cavallo tra il mare e la terraferma, in balia dall'alta e della bassa marea. Devono averle studiate tutte, nel corso della lunga storia evolutiva durata cinquanta milioni di anni, per adattarsi ad un ambiente così particolare, in cui tutto cambia al ritmo delle fasi lunari. A intervalli regolari di sei ore, il mare alternativamente invade o libera il loro territorio. Quando giunge l'alta marea, corrono il rischio di annegare o di venir trascinati lontano. Quando invece restano all'asciutto con la bassa marea, rischiano di morire disidratati. Di qui la necessità di trovare di volta in volta le soluzioni migliori per sopravvivere. Fra le 4500 specie di granchi, il sistema respiratorio più in voga è quello per branchie, che utilizzano l'ossigeno disciolto nell'acqua. Le tane scavate nella sabbia o nel fango si riempiono d'acqua durante l'alta marea e la conservano durante il riflusso, prezioso serbatoio di ossigeno. Alcuni granchi sono capaci di vivere temporaneamente in terraferma grazie a una riserva d'acqua contenuta nella camera branchiale, riserva che vien fatta circolare con l'aiuto di appositi lobi respiratori delle mascelle. Nei minuscoli granchi tropicali del genere Dota, piccoli come mosche, il flusso d'acqua viene convogliato lungo il dorso tutto irto di tubercoli e cuscinetti, che consentono di aumentare la superficie della pellicola acquosa, incrementandosi così notevolmente gli scambi gassosi. Ci sono perfino i granchi che respirano con le zampe e con le chele. L'ha scoperto David Maitland dell'Università del New South Wales, studiando il granchio Scopimera inflata. In questa specie, la cuticola che ricopre le articolazioni delle zampe e delle chele è estremamente assottigliata e sotto pelle corre una rete riccamente ramificata di vasi sanguigni, analoga a quella che si trova negli organi respiratori veri e propri, branchie e polmoni. Ma, respirazione a parte, sono tanti i problemi che i granchi debbono risolvere. Quelli che hanno una sede fissa ad esempio, vale a dire una tana costruita a scopo di abitazione, compiono abitualmente escursioni a largo raggio in cerca di cibo, ma alla fine debbono sapersi orientare e ritrovare la via di casa. Ci riescono perché posseggono particolari organi sensori localizzati sulle zampe che fungono, per così dire, da contachilometri. E, quel che conta, grazie a uno speciale orologio interno, sono in grado di regolarsi sulla posizione del sole. Certo è che, in virtù di questi dispositivi naturali, ce la fanno sempre a raggiungere la tana prima che l'alta marea ne nasconda l'entrata, sommergendola. Vi sono, tra i granchi, perfino specie migratrici, come i Gecarcinidae che vivono nelle isole a Sud di Giava. Sono granchi terricoli lunghi una dozzina di centimetri, che respirano per polmoni, ma nonostante le loro abitudini terrestri, non si sono completamente svincolati dall'ambiente acquatico. Quando giunge l'epoca della riproduzione, milioni di individui, caratteristici per il colore rosso scarlatto del loro carapace, si mettono in marcia. Abbandonano le foreste dell'hinterland, dove trascorrono il resto dell'anno, e si avviano verso la costa. Viaggiano soltanto nelle ore più fresche del mattino e della sera, evitando il solleone. Dopo un paio di settimane, la marcia si arresta, i maschi scavano un tunnel nella sabbia e lì gli individui dei due sessi si accoppiano. a questo punto i maschi fanno dietro front. Hanno adempiuto alla loro missione. Le femmine invece, ormai gravide, proseguono il viaggio e raggiungono il mare, perché le uova debbono essere deposte nell'acqua. Ed è un accalcarsi spettacolare di corpi che cercano di raggiungere al più presto l'onda che si frange sugli scogli o sull'arena. Ogni femmina deposita circa centomila uova, che presto tingono l'acqua di marrone per un largo tratto di costa. Non c'è dubbio che i granchi hanno un temperamento piuttosto aggressivo. L'ha constatato il biologo K. Wada dell'Università di Kyoto, studiando quelli della specie Ilyoplax pusillus. Questi granchiolini della corazza larga all'incirca un centimetro si scavano la tana nella sabbia intercotidale. Vivono in comunità numerose e le loro case sono vicinissime le une alle altre. Ma dev'essere sempre rispettata la distanza di sicurezza. Guai perciò se un granchio dominante si accorge che un subordinato si è permesso di scavarsi la tana entro otto centimetri dalla sua. Immediatamente agita le pinze in atteggiamento di minaccia. Il destinatario dell'avvertimento capisce l'antifona e indietreggia rifugiandosi nella sua tana. Crede di essersela cavata, ma si sbaglia di grosso. Perché il dominante gli dà subito una lezione coi fiocchi. Raccoglie un bel po' di fango con le chele e se ne serve per otturare l'ingresso della tana del vicino molesto. Il povero prigioniero rimane così murato vivo e gli ci vuole un'ora buona di lavoro per uscire dalla prigione. Intanto però il prepotente ha avuto tutto il tempo di perlustrare la zona e di fare piazza pulita di ogni preda commestibile. Sicché, quando il povero recluso esce all'aperto, non trova più niente da mangiare. Isabella Lattes Coifmann




La Stampa Sommario Registrazioni Tornén Maldobrìe I3LGP Scrivi Inizio