TUTTOSCIENZE 22 aprile 92


LA TECNOLOGIA CONTRO IL VULCANO L' incerta guerra dell' Etna Satelliti per prevedere le colate laviche
Autore: BIANUCCI PIERO

ARGOMENTI: GEOGRAFIA E GEOFISICA, VULCANO, ERUZIONI
NOMI: PIERI DAVID, GLAZE LORI, ABRAMS MICHAEL
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D C Le tappe della colata lavica
NOTE: 057

TV e giornali ci raccontano in termini epici la lotta della tecnologia contro l' eruzione dell' Etna. Bisogna ammettere che il tentativo di deviare la lava per salvare il paese di Zafferana si presta bene alla drammatizzazione. Da una parte un manipolo di scienziati e di uomini coraggiosi che trafficano con esplosivo in condizioni proibitive, dall' altra la «furia della natura», secondo un classico e mai consunto stereotipo giornalistico; sullo sfondo il coro da tragedia greca della popolazione, in bilico tra sfida, rabbia, paura. E poco è mancato che con il «Forza Etna] » di Sgarbi tifoso in controtendenza dal dramma il copione slittasse nella farsa. In realtà questo modo di rappresentare le cose è emotivo, grossolano, cinematografico (dopo i terremoti e gli squali arriverà una pellicola ispirata alla vulcanologia). Certo oggi la scienza fornisce strumenti in più rispetto al passato per la comprensione e, in parte, per il controllo della natura, inclusi i fenomeni vulcanici. Ma perché non ci si aspetti il miracolo bisognerebbe anche fornire ai cittadini i dati necessari per capire le effettive proporzioni tra le forze in gioco. Bisognerebbe dire alla gente che Franco Barberi, regista scientifico delle operazioni sull' Etna, è un bravo vulcanologo, ma non è Rambo. Quali sono le reali dimensioni del fenomeno in corso sull' Etna? Che strumenti ha la scienza per prevedere e controllare questi eventi? L' eruzione iniziata il 14 dicembre dell' anno scorso ha riversato finora 150 milioni di metri cubi di magma. Già dopo i primi giorni Barberi ci disse in una intervista che, stando ai segnali da lui rilevati, bisognava prepararsi a una effusione lunga: non settimane ma mesi, forse parecchi mesi. La previsione si è dimostrata esatta. Guardando alla serie storica di questo secolo, l' attuale eruzione ha già superato quelle del 1910 (44 milioni di metri cubi), del 1911 (88), del 1923 (97), del 1928 (43) e del 1971 (78). Rimane seconda soltanto all' eruzione del 1950 51, che riversò lava per 171 milioni di metri cubi. L' entità della colata e la sua maggiore o minore fluidità (e quindi velocità ) sono parametri essenziali per valutare le probabilità di successo di un intervento con barriere artificiali ed esplosivi. Il fenomeno in corso sull' Etna non è certo tra quelli più facilmente dominabili per la quantità totale di lava emessa, e anche il ritmo di emissione è considerevole (15 metri cubi al secondo nelle rilevazioni del 16 aprile). Qualche chance la offre tuttavia la relativa lentezza di scorrimento: 300 metri all' ora è la massima velocità finora riscontrata, e solo per brevissimo tempo; in genere si è trattato di pochi metri al giorno. Per fortuna siamo lontani dal record di 100 chilometri all' ora stabilito il 10 gennaio 1977 dal vulcano Niragongo, nello Zaire. Quanto all' energia cinetica liberata nelle eruzioni, è variabile tra 10 e oltre 1000 bombe H, ma questo parametro ha un significato importante solo nelle eruzioni di tipo esplosivo, nelle quali l' energia viene rilasciata in brevissimo tempo, non nelle eruzioni effusive come quelle dell' Etna. Tuttavia il confronto tra migliaia di bombe H e alcuni quintali di esplosivo al plastico è pur sempre eloquente. Premesso che l' Etna è un vulcano in costante e moderata attività da circa 700 mila anni e che esso non costituirebbe un pericolo se soltanto si fosse tenuto conto di qualche semplice criterio di buon senso nel situare gli insediamenti abitati, ora che gli insediamenti ci sono (e neppure Catania è al sicuro, come dimostrò l' eruzione del 1669), vediamo che cosa si fa e si può fare per prevedere e controllare l' attività dell' Etna nella routine e non soltanto nell' emergenza. Una prima operazione consiste nel creare modelli matematici e simulazioni al computer delle possibili eruzioni e del loro corso, disegnando poi mappe di pericolosità per le diverse zone che possono essere raggiunte dalla lava. Ciò oggi è possibile in base ai dati storici e all' osservazione diretta del fenomeno in atto. Università di Pisa, Protezione Civile e Centro di ricerca Ibm hanno creato questi modelli, proprio con il contributo di Franco Barberi, e quindi un primo passo è stato compiuto. Se fino a ieri si poteva ancora giustificare la costruzione di case in luoghi a rischio, d' ora in poi questa scelta può essere considerata soltanto sciocca e autolesionista. Per le previsioni a breve termine, l' osservazione accurata dei microsismi locali è la tecnica attualmente più sicura. Lo prova il fatto che nelle 12 ore che precedettero l' eruzione del marzo 1981 si registrarono ben 2800 piccoli terremoti, invece dei 50 100 dei periodi di attività normale. Un altro sistema, inaugurato da scienziati francesi, si avvale dei satelliti Gps per rilevare lievi deformazioni del terreno intorno al cratere. Anche i satelliti Lageos (costruiti da Alenia Spazio) possono rilevare questi lievi movimenti del suolo. Il primo Lageos è già in orbita, il secondo sta per essere lanciato. Infine, l' osservazione da satellite, soprattutto nella banda delle radiazioni termiche (infrarosso), è molto promettente per una sorveglianza su scala planetaria del rischio vulcanico. L' ultimo numero della rivista francese «La Recherche» dedica un ampio articolo di Alain Bonneville (Centre geologique di Montpellier) proprio a questa tecnica e riassume ciò che con essa si è fatto proprio per tenere sotto controllo l' Etna. Nel 1990 David Pieri, Lori Glaze e Michael Abrams, tre ricercatori del Jet Propulsion Laboratory (California) calcolarono il bilancio termico di una colata di lava attiva sull ' Etna. In base a questo dato tararono una immagine infrarossa del vulcano ripresa da un satellite di telerilevamento «Landsat» e riuscirono a fare un modello della dispersione termica anche nel caso che la colata non sia ancora iniziata ma stia covando nelle viscere del vulcano (le anomalie termiche in genere sono di qualche grado). Dal 1982 si misura dallo spazio la temperatura del suolo in tutta la zona dell' Etna ma a risoluzione molto bassa (un chilometro quadrato) perché si usa un satellite meteorologico Noaa L' entrata in servizio del «Landsat 5» nel 1984 ha permesso di disegnare mappe termiche con pixel (il più piccolo elemento significativo) di 120 metri di lato. E' così diventato possibile rilevare le anomalie termiche che annunciano probabili eruzioni in quanto sono prodotte dalla circolazione sotterranea di acqua calda e vapore indotta dalla risalita del magma. Già il 23 ottobre ' 86 si è riusciti a prevedere un' eruzione con una settimana di anticipo. Il satellite ambientale europeo Ers 1 segue l' eruzione dell' Etna fin dall' inizio e il Centro di Geodesia di Matera, dell' Agenzia spaziale italiana, ne elabora i dati in collaborazione con Telespazio (Iri Stet). I suoi sensori sono in grado di integrare i dati dei Landsat e degli analoghi satelliti francesi Spot. Naturalmente molto lavoro rimane per perfezionare queste tecniche. Più ancora c' è da fare nelle tecniche di intervento sulle colate con barriere ed esplosivi. Ma queste sono le tendenze e le prospettive realistiche in quella che è stata folcloristicamente descritta come una guerra tra l' uomo e i vulcani. Piero Bianucci


DATI STORICI Tutti i paesi distrutti da eruzioni
AUTORE: S_R
ARGOMENTI: GEOGRAFIA E GEOFISICA, VULCANO, ERUZIONI
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: T I paesi limitrofi all' Etna distrutti dalle varie eruzioni
NOTE: 057

NON è la prima volta che le eruzioni dell' Etna minacciano le case di Zafferana. Era già accaduto nel 1972, e ancor prima nel 1951, quando la lava invase anche Milo. La cronistoria delle colate del vulcano più alto e più attivo d' Europa non riguardano però solamente l' area a Nord Est del cratere centrale. Nel 1928 toccò a Mascali: il paese fu quasi completamente distrutto. Poi, se si escludono lunghi periodi di tranquillità fasi caratterizzate da modeste manifestazioni effusive nel 1979 tocca a Fernazzo e ancora una volta a Milo. Due anni dopo è la volta di Randazzo: il grosso centro del Catanese viene gravemente danneggiato. Ma è nuovamente il cratere di Nord Est a creare i maggiori problemi agli abitanti delle pendici del vulcano. Questa bocca resta ininterrottamente in attività dal 1955 al 1971. Una azione effusiva senza conseguenze per le popolazioni, che però ha fatto vivere in allarme per 16 anni i paesi di quel versante. L' episodio più grave risale al 1669. La colata arrivò fino al litorale, alla periferia di Catania. Si tratta sicuramente della manifestazione più devastante; il fiume di lava impiegò quattro mesi per giungere fino al capoluogo. Stessa sorte nel ' 600 per Bronte, a Nord: il centro del paese venne risparmiato, ma a farne le spese furono gli ulivi e gli agrumeti. La continua attività del vulcano ha cambiato il paesaggio a ridosso dei crateri. La vegetazione è quasi completamente scomparsa al di sopra dei 2000 metri. Al di sotto è possibile perlustrare oltre 50 grotte create dalle colate laviche, oppure visitare gli «hornitos» piccoli crateri di materiale poroso a forma di camino. (s. r. )


DIMISSIONI Watson cade nella guerra per il Genoma Vince l' ala mercantile, depositate nuove domande di brevetto
Autore: VERNA MARINA

ARGOMENTI: GENETICA, RICERCA SCIENTIFICA, DIRETTORI, DIMISSIONI
PERSONE: WATSON JAMES
NOMI: BOURKE FREDERICK, WATSON JAMES
ORGANIZZAZIONI: CENTRO RICERCHE SUL GENOMA UMANO DEL NATIONAL INSTITUTE OF HEALTH (NIH) , GLAXO
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 057

A VEVA percorso l' intera parabola: l' intuizione della struttura cellulare a doppia elica, la decodificazione del Dna (per il quale, insieme a Crick, ottenne il Nobel nel 1962) e, in anni più recenti il grandioso progetto Hugo, la mappa dei centomila geni che governano il nostro organismo. James Watson sembrava vincere sempre nemmeno le critiche alla ventilata mappa considerata troppo dispendiosa rispetto ai possibili risultati e difficilmente gestibile sembravano toccarlo. Invece proprio la mappa e proprio il suo punto debole, il brevetto dei geni l' ha perduto: nei giorni scorsi Watson è stato costretto a dare le dimissioni dalla carica di direttore del Centro ricerche sul genoma umano del National Institute of Health (Nih). La ragione ufficiale è un suo pacchetto di azioni Glaxo, un interesse privato considerato incompatibile con la sua carica pubblica. Il motivo vero sarebbero invece le due richieste di brevettare sequenze di genoma 374 nel giugno ' 91, 2375 nello scorso febbraio fatte da alcuni ricercatori dello stesso Nih. In pratica, si stanno mettendo le mani avanti su pezzi del Dna del cervello le cui funzioni sono ancora sconosciute ma che potrebbero rivelarsi fondamentali per una nuova generazione di neurofarmaci. L' offensiva dell' Nih è considerata da molti scorretta sul piano etico, oltre che contraria alle leggi in materia di brevetti. Una parte dei responsabili internazionali del Programma Genoma, infatti, si è sempre battuta per la libera circolazione delle conoscenze, sottolineando che la mappa sarebbe stata patrimonio universale. Gli interessi economici in gioco sono però così alti che nell' arco di tre anni il progetto è stato avviato nell' 89 questi ricercatori sono passati in minoranza. Dalla primavera scorsa, infatti, la direzione dell' Nih è passata nelle combattive mani di Bernadine Healy, più interessata alle ricadute economiche della mappa che ai suoi obbiettivi scientifici. Dietro la caduta di Watson ci sarebbe un potente industriale americano, Frederick Bourke, molto legato agli ambienti politici di Washington, il cui obbiettivo è quello di creare la prima compagnia privata dedicata esclusivamente alla decodificazione delle sequenze geniche. Tra i ricercatori che aveva cercato di strappare alla concorrenza, c' erano anche due britannici che Watson non intendeva perdere. In questo scontro molto rovente, Watson è stato pubblicamente accusato da Bourke in una lettera alla Healy e ai funzionari della Casa Bianca di aver preso contatti con la multinazionale farmaceutica Glaxo per spingerla a creare un proprio dipartimento di mappatura genica (un lavoro così noioso che in parte è già appaltato all' industria privata), affidato proprio al ricercatore che lui voleva strappargli. Tra i colpi bassi, l' accusa a Watson di possedere azioni Glaxo e quindi di avvantaggiarsi dell' eventuale progetto inglese. Watson ha scelto le dimissioni anziché la vendita delle azioni incriminate: segno indiscutibile che l' ala meno mercantile ha perso la guerra del genoma. Marina Verna


PRIMO LANCIO IL 5 MAGGIO Endeavour, navetta maratoneta Può restare in orbita 28 giorni
Autore: LO CAMPO ANTONIO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA
ORGANIZZAZIONI: NASA
LUOGHI: ITALIA
TABELLE: D
NOTE: 058

CENTRO spaziale Kennedy di Cape Canaveral: con il trasporto dal «Vertical Assembly Building» alla rampa «39 B», la Nasa ha iniziato i preparativi per il lancio della nuova navetta spaziale «Endeavour » , realizzata per sostituire il «Challenger» esploso in volo il 28 gennaio 1986. Esternamente, «Endeavour» è del tutto simile alle altre navette, ma differisce in alcune componenti: dispone di computer di bordo e apparati di navigazione notevolmente migliorati nella sua stiva è installato il sistema «Extended Duration Orbiter», che consentirà permanenze in orbita fino a 28 giorni (l ' attuale record è di 11 giorni); in coda è dotato di un paracadute di 12 metri di diametro che si aprirà subito dopo l' atterraggio per aiutare la frenata sulla pista. Il paracadute è simile a quello di cui è dotato lo shuttle «Buran», costruito ancora sotto il regime sovietico. Come l' «Atlantis», anche l' «Endeavour» ha la parte superiore delle ali e della fusoliera ricoperte dall' Afrsi, una resina isolante che sostituisce in gran parte le tegole bianche antitermiche. L' Afrsi permette un gran risparmio di peso (e un conseguente aumento del carico utile) e di tempo per la sostituzione e la manutenzione della copertura antitermica. Inoltre, elementi strutturali d' alluminio sono stati sostituiti da parti in grafite epossidica. L' «Endeavour» è la sesta navetta costruita, e la decisione di procedere alla sua realizzazione fu presa nell' agosto 1986 con una spesa di circa 2 miliardi di dollari. E' anche l' ultima dell' attuale generazione. Il primo volo dell' «Endeavour» vedrà lo spettacolare e rischioso recupero del satellite «Intelsat VI», finito su un' orbita errata, e diverse attività extraveicolari da dedicare al collaudo di metodi d' assemblaggio in orbita, con materiale che dovrà essere utilizzato per la costruzione della stazione spaziale «Freedom». Il lancio di questa prima missione, che durerà 7 giorni, affidata al comando del veterano Daniel Brandestein, è fissato al 5 maggio. Durante l' accensione di prova dei tre motori della navetta, avvenuta il 5 aprile (durata di funzionamento di circa 20 secondi) ci sono stati alcuni problemi che hanno consigliato la sostituzione dei propulsori. Ma ciò avverrà direttamente sulla rampa di lancio: quindi è molto probabile che l' «Endeavour» possa decollare secondo il calendario previsto. Antonio Lo Campo


In volo per studiare il Sole Successo della prima missione di Atlas: ne sono in programma altre nove per coprire l' intero ciclo di attività della nostra stella, che dura 11 anni
Autore: QUINTILLI FRANCO

ARGOMENTI: AERONAUTICA E ASTRONAUTICA, ASTRONOMIA
ORGANIZZAZIONI: ATLAS 1, ATLANTIS SHUTTLE, ALENIA SPAZIO, ISO, ALAE
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 058

LO Shuttle «Atlantis» lanciato il 24 marzo ha avuto il compito, tramite strumenti sofisticati posti nello Spacelab, il laboratorio spaziale costruito dalla Alenia Spazio di Torino, di eseguire due missioni: Atlas 1 (Atmospheric Laboratory for Application and Science) e Ssbuv a 1 (Shuttle Solar Backscatter Ultra Violet). Atlas 1 è la prima di dieci missioni simili che si svolgeranno durante un intero ciclo di attività solare, la cui durata è di undici anni. Durante questo periodo si ha una crescita e un calo di tempeste solari, macchie e fenomeni magnetici. L' Atlas 1 ha raccolto inoltre informazioni sulla composizione dell' atmosfera; ha indagato sulle interazioni tra atmosfera e campi magnetici ed elettrici terrestri; ha studiato fonti di luce ultravioletta nell' universo e ha misurato l' energia contenuta nella luce del Sole per verificarne le variazioni nel tempo. Le misure della missione Atlas 1 sono divise in quattro grandi aree: astronomia, fisica del plasma nello spazio, ricerche sul Sole, scienza dell' atmosfera. La maggior parte della strumentazione per i rilevamenti e le misure astronomiche, incluso un telescopio, ha operato tramite un computer Tutti i dati venivano inviati direttamente agli scienziati a terra presso lo «Spacelab Mission Operations Control». L' equipaggio della navetta ha invece portato a termine manualmente tutte le misurazioni riguardanti la fisica del plasma, riportando tutti i dati direttamente agli esperimentatori. Per ciò che riguarda la scienza dell' atmosfera, ben sei ricerche sono state effettuate: Atlas 1 ha infatti studiato la media e alta atmosfera con una varietà di apparecchiature che hanno aiutato a correlare la composizione dell' atmosfera stessa, la sua temperatura e pressione con l' altezza, latitudine, longitudine e i cambiamenti nelle radiazioni solari, nonché la reazione atmosferica a fattori esterni come le tempeste geomagnetiche. Inoltre sono stati tenuti sotto esame anche gli effetti alle alte quote di numerosi episodi ambientali, come eruzioni vulcaniche, incendi delle foreste, i pozzi di petrolio incendiati in Kuwait e ora fortunatamente spenti. Della missione facevano parte anche gli esperimenti: Iso, Atmos e Grille, Alae, Mas. L' Iso (Imaging Spectrometric Observatory) ha compiuto misure di tipo spettrale per determinare la composizione dell' atmosfera. L' Atmos (Atmospheric Trace Molecule Spectroscopy) e il Grille (Grille Spectrometer) hanno disegnato una mappa dei gas presenti in piccole quantità nella media atmosfera, inclusi anidride carbonica e ozono. Questa mappa, realizzata durante le orbite sia allo spuntare del Sole sia al suo tramonto (cioè ogni 90 minuti) si è basata sulla quantità di radiazione infrarossa che queste molecole assorbono. L' Alae (Atmospheric Lyman Alpha Emissions) è un esperimento che ha misurato l' abbondanza di due forme di idrogeno: idrogeno comune e idrogeno pesante, chiamato deuterio. Comparando questi due a differenti quote, si è ottenuta una indicazione delle turbolenze atmosferiche a quote tra i 100 e i 200 chilometri. Il Mas (Millimeter wave Atmospheric Sounder) è un sistema che misura la forza delle onde millimetriche irradianti a precise frequenze di vapore acqueo, diossido di cloro e ozono. L' osservazione ha permesso agli scienziati di meglio comprendere la distribuzione di questi gas nell' alta atmosfera. I dati rilevati dal Mas saranno particolarmente preziosi in quanto non dovrebbero essere alterati dalla presenza di aerosol, la cui concentrazione è aumentata con l' eruzione del vulcano Pinatubo (Filippine) avvenuta nel giugno dell' anno scorso. La missione Ssbuv a 1 ha avuto il compito di misurare nell' atmosfera i livelli di ozono con uno strumento calibrante associato all' Atlas 1. Esso assicura un rilevamento il più accurato possibile della fascia di ozono, comparando questa lettura con quella dei satelliti Noaa 9 e Noaa 11 della National Oceanic and Atmospheric Administration, con quella del satellite Nimbus 7 e con i dati dell' ultimo satellite Uars (Upper Atmosphere Research Satellite) lanciato nel settembre ' 91 per studiarele variazioni della fascia di ozono. Ai due programmi hanno partecipato Belgio, Francia, Germania, Giappone, Paesi Bassi, Regno Unito, Svizzera. Il lancio di Atlas 2 è previsto nella primavera del 1993. Il prossimo volo dell' «Atlantis», invece, sarà per la prossima estate. L' Italia vi sarà coinvolta per due ragioni: perché il satellite che sarà messo in orbita è il nostro Tss (Tethered Satellite System, concepito dallo scomparso Giuseppe Colombo), e perché a bordo della navetta volerà il primo astronauta italiano, Franco Malerba. Franco Quintilli


SCIENZA E TECNICA Antropologi con macchina da presa Sulle orme della Mead, immagini e voci strappate all' oblio In onda su RaiSat una serie di film sulle culture che scompaiono
Autore: PENNACINI CECILIA

ARGOMENTI: ANTROPOLOGIA E ETNOLOGIA, TELEVISIONE
NOMI: MEAD MARGARET, LEVI STRAUSS CLAUDE, BATESON GREGORY
ORGANIZZAZIONI: RAISAT
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 058. Churinga

PRIMA la tecnica cinematografica, poi quella televisiva, hanno fornito nuovi strumenti alla ricerca antropologica e alla sua divulgazione. Ma questo materiale audiovisivo rimane, soprattutto in Italia, poco accessibile persino agli specialisti. Una recente iniziativa del canale televisivo sperimentale RaiSat, che trasmette dal satellite Olympus su tutto il bacino del Mediterraneo, ha permesso di raccogliere e ripubblicare un buon numero di classici dell' antropologia visuale in una serie di trasmissioni che ha come tema i comportamenti non verbali, e dunque i rituali, i fenomeni artistici e simbolici, di numerose popolazioni di varie parti del mondo. La serie si intitola «Churinga», dal nome di quegli oggetti sacri degli Aranda dell' Australia centrale che, carichi di significati simbolici, costituiscono immagini potenti di quella cultura. «Churinga» va in onda già da qualche settimana su RaiSat, alle ore 20 di ogni martedì. Filmare, prima che sia troppo tardi le culture che scompaiono è diventata un' urgenza della ricerca antropologica e della sua divulgazione. I musei dell' uomo si stanno pian piano dotando di archivi di film etnografici, documenti preziosi della vita delle società semplici, che a volte meglio degli oggetti, avulsi dal loro contesto sociale, ci fanno capire un po' come queste popolazioni vivevano e, soprattutto, rendono possibile la conservazione dei dati etnografici. Il contatto tra popolazioni e culture diverse porta con sè una irreversibile diminuzione delle differenze culturali. Negli ultimi tre secoli intere popolazioni sono fisicamente scomparse in America e in Groenlandia in seguito all' arrivo dei bianchi, portatori di nuove e letali malattie e di molte altre novità in grado di produrre modificazioni profonde e spesso devastanti. L' idea di società chiuse in un loro splendido e teoricamente controllabile isolamento è certo l' illusione di un' antropologia superata. In realtà ogni etnia oscilla costantemente tra il bisogno di chiudersi nelle proprie tradizioni e quello di aprirsi al contatto con i mondi vicini. Ma complessivamente il nostro secolo ha assistito a un generale e massiccio impoverimento delle tradizioni locali e all' intensificarsi delle relazioni tra diverse culture. Già nel 1955 Claude Levi Strauss denunciava in «Tristi Tropici» l' avvento della monocultura, come quella della barbabietola. Si vanno piano piano assottigliando, in definitiva, le condizioni che rendono possibile e affascinante lo studio antropologico dell' uomo basato sulle sue differenze. «Verrà il tempo in cui l' illuminazione dell' autentico shock culturale sarà più difficile da raggiungere» scriveva Margaret Mead in un intervento che si può considerare per certi versi la fondazione dell' antropologia visuale, cioè di quella branca dell' antropologia che utilizza sistematicamente gli strumenti di registrazione audiovisiva. Margaret Mead fu con Gregory Bateson una pioniera in questo campo. I due si recarono a Bali e in Nuova Guinea tra il 1934 e il 1937, dove realizzarono una vasta ricerca fotografica e cinematografica con lo scopo di mettere in luce gli aspetti visibili dell' ethos dei Balinesi e degli Iatmul, cioè il «modo in cui essi come persone che vivono, si muovono, stanno in piedi, dormono, danzano e vanno in trance incarnano quella astrazione che noi chiamiamo cultura». Se questo fu il primo esempio di raccolta sistematica di documenti etnografici filmati, altri tentativi erano già stati fatti fin dalle origini del cinema. I filmati di Alfred Cort Haddon nello stretto di Torres del 1898, quelli di Baldwin Spencer tra gli Aranda dell' Australia centrale del 1901, quelli di Poch in Nuova Guinea del 1904 sono documenti preziosi anche se brevi e malcerti. La grande stagione del documentarismo inglese contribuisce anch' essa allo sviluppo dell' antropologia visuale con i film realizzati da Basil Wright e John Grierson negli Anni Trenta. E negli stessi anni gli antropologi Marcel Griaule, Franz Boas e Norman Tindale si cimentano tutti con la cinepresa, spinti dalla necessità della documentazione etnografica. Una piccola rivoluzione giunge negli Anni Cinquanta con i film africani di Jean Rouch, etnologo e cineasta francese che mette in discussione la presunta scientificità della distanza tra l' osservatore e l' indigeno e riportando al cinema il metodo, che risale a Bronislav Malinowski, dell' osservazione partecipante inventa la «macchina da presa partecipante»: con questo metodo gira numerosi documentari in cui il punto di vista resta sempre molto interno alla realtà studiata. Cecilia Pennacini


SCAFFALE Papuli Gino: «Guida al giornalismo scientifico», Eri, Edizioni Rai
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: STORIA DELLA SCIENZA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 058

SOLTANTO una quindicina di anni fa in Italia non esisteva un giornalismo scientifico. C' erano, indubbiamente, giornalisti esperti nell' informare su quanto avveniva nel mondo della ricerca, ma erano poche eccezioni (vengono in mente Didimo, Masini, Angela) Le stesse pagine della scienza, fiorite in vari quotidiani negli Anni 60 e scomparse alla spicciolata nel decennio successivo, erano messe insieme in modo piuttosto casuale, accostando tre o quattro articoli che collaboratori esterni, per lo più accademici, di loro iniziativa inviavano alla redazione. Oggi le cose sono molto cambiate: esistono supplementi di scienza e nei giornali maggiori sono nate redazioni che filtrano l' informazione scientifica come da sempre si fa in altri campi, dall' economia allo sport. I giornalisti scientifici non sono ancora molti, ma si contano ormai a decine anziché a unità. Tutto ciò è conseguenza dell' importanza che la diffusione delle informazioni scientifiche ha assunto nel nostro tempo. Si incomincia, inoltre, a riflettere sull ' informazione scientifica. Il primo lavoro organico in questo senso ce lo offre Gino Papuli analizzando tutti gli aspetti della questione: il rapporto scienza pubblico, la figura del divulgatore, il ruolo dell' editore, le difficoltà specifiche della divulgazione, il suo controllo, la sua efficacia. Una lettura illuminante, che potrà favorire una ulteriore crescita in senso critico di questo importante ambito giornalistico.


SCAFFALE Gratton Livio: «Origine ed evoluzione dell' universo», La Nuova Italia. Romano Giuliano: «Archeoastronomia italiana», Edizioni Cleup
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: ASTRONOMIA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 058

Scomparso l' anno scorso, allievo del famoso Istituto di via Panisperna diretto da Fermi, Gratton è stato un protagonista di spicco dell' astrofisica italiana. Basti ricordare, tra i suoi meriti, i 200 lavori scientifici che ha firmato e la fondazione dell' Istituto di astrofisica spaziale a Frascati. Di Gratton compare ora un' agile sintesi delle attuali conoscenze sull' origine e sull' evoluzione dell' universo, una summa cosmologica che non evita la difficoltà di qualche formula ma che, nella sostanza, rimane accessibile a un pubblico di media cultura. Il lettore attraverso queste pagine verrà condotto fino alle frontiere più avanzate delle conoscenze astrofisiche, inclusi i temi recentissimi della struttura frattale dell' universo. Chi invece è interessato al filone della archeoastronomia ha finalmente a disposizione un libro organico, almeno per ciò che riguarda l' Italia. L' autore, Giuliano Romano, dell' Università di Padova, è un pioniere in questo genere di studi: fu lui, per esempio, a individuare le caratteristiche astronomiche di alcuni «castellieri» del Veneto, terrapieni eretti secondo orientamenti equinoziali in modo da farli funzionare come una sorta di calendario della preistoria. Altri interessanti monumenti astronomici vengono descritti in varie parti d' Italia, dalla Valle d' Aosta, alla Puglia, alla Sardegna. La seconda parte del volume contiene tutte le nozioni tecniche di astronomia sferica necessarie per sviluppare questo genere di ricerche.


SCAFFALE Rebaglia Alberta: «Logos, interpretazione e microfisica», Franco Angeli
AUTORE: BIANUCCI PIERO
ARGOMENTI: FISICA, LIBRI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 058

La fisica del nostro secolo, con la rivoluzione della meccanica dei quanti, ha posto alla filosofia, e alla scienza in generale, problemi inediti. E' sostenibile una ontologia delle scienze fisiche? In altre parole, lo scienziato che esplora il mondo quantistico studia l' Essere, un altro da sè oggettivo, o si muove dentro un sistema di concetti e di idee che hanno perso ogni riferimento immediato con ciò che il senso comune chiama realtà ? Ponendosi in una prospettiva ermeneutica, Alberta Rebaglia analizza a fondo questi problemi nelle prime 200 pagine del suo saggio per proporre poi, nelle cento successive, una «struttura ontologica compatibile con le esigenze quantistiche».


FALCO PELLEGRINO Veleni senza frontiere Le prede svernano nei Paesi dove si usa il Ddt
Autore: LATTES COIFMANN ISABELLA

ARGOMENTI: ZOOLOGIA, ECOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 059

VEDERE la sua sagoma bruna che dall' alto del cielo si lancia in picchiata verso il suolo e piomba come un siluro su un topo di campagna, è uno spettacolo che mozza il respiro. E' la tecnica di caccia del falco pellegrino (Falco peregrinus), il superbo rapace in preoccupante declino in tutto il mondo. Questo uccello che sfreccia nell' aria con battiti d' ala rapidi e sferzanti alternati da brevi planate, può raggiungere, quando si precipita sulla preda la fantastica velocità di trecento chilometri orari. Ed è proprio la sua incredibile abilità di cacciatore che sin dal IV secolo a. C. ha attirato su di lui l' interesse dell' uomo, sempre pronto a sfruttare a proprio vantaggio le straordinarie doti degli animali. Che i falchi venissero addestrati per scopi venatori nella cosiddetta «arte della falconeria» in tempi lontani, quando ancora foltissime schiere di questi e altri rapaci solcavano i cieli, si può anche ammettere. Ma è inconcepibile che si continui a farlo oggi che la situazione è radicalmente mutata. Eppure in Arabia, nel Nordafrica, in alcuni Paesi europei, specialmente in Germania, e perfino sporadicamente a casa nostra, esiste ancora l' usanza della caccia con il falcone, addestrato a questo scopo. Si spiega così la diffusione del bracconaggio, una delle cause della sua rarefazione, accanto alla caccia legale, consentita fino a ieri. Per troppi anni i falchi pellegrini, così come le aquile, i nibbi, gli sparvieri, sono stati considerati «animali nocivi» e ucciderli era quasi un atto meritorio. Lo testimoniano i tanti trofei di rapaci imbalsamati appesi alle pareti delle case o delle osterie di montagna. Ce n' è voluto del tempo prima che si facesse strada il concetto che questi uccelli sono indispensabili all' equilibrio della natura, perché regolano in maniera mirabile l' eccesso numerico delle specie predate e operano una benefica selezione naturale, catturando gli individui più deboli o malati. Ma se intere popolazioni sono scomparse dal loro habitat originario, la causa è soprattutto l' uso indiscriminato dei pesticidi in agricoltura, a cominciare dal famigerato Ddt, il cui uso è stato vietato in gran parte del mondo La sua nefasta influenza è infatti subdola e a lungo termine: nella maggior parte dei casi, il tossico non uccide direttamente gli uccelli, ma i suoi residui si accumulano insidiosamente negli ecosistemi, colpendo dapprima i gradini più bassi della catena alimentare per poi arrivare gradatamente alle specie che si trovano al vertice. Le concentrazioni di Ddt aumentano infatti a ogni gradino della catena alimentare. Un insetto minuscolo può contenere nei suoi tessuti, poniamo, un centesimo di una parte per milione di Ddt. Un uccello insettivoro che mangia milioni di insetti contaminati può accumularne una parte per milione. Un predatore, come il pellegrino, che vive più a lungo e mangia uccelli insettivori contaminati, può accumularne una quantità fino a venti volte superiore. L' effetto più evidente di questo accumulo di tossico è che la femmina non dispone più di una quantità di calcio sufficiente e depone uova dal guscio fragile e sottilissimo che si spacca sotto il peso dell' adulto che cova. Un caso emblematico è accaduto di recente negli Stati Uniti, dove l' uso del Ddt è proibito dal 1973. Si cantava vittoria per il successo ottenuto da una campagna di allevamento e di rilascio in libertà organizzata dal Fondo Pellegrino dell' Idaho: nel giro di 17 anni si è riusciti a ripopolare regioni in cui i falchi pellegrini erano molto rarefatti o da cui erano completamente scomparsi. Nel 1990 erano ormai tremila, reintrodotti in 28 Stati. Nello Stato del New Jersey, dove la specie era completamente scomparsa, gli ornitologi esultano quando nel 1980 due coppie nidificano felicemente. Nel 1986 le coppie nidificanti diventano quattordici. Un risultato quasi insperato. Ma ecco un calo inspiegabile nel numero delle coppie nidificanti: nove nell' 88, otto nell' 89, sette nel ' 90. Le uova vengono esaminate e rivelano tracce di Ddt. Come mai? Una risposta potrebbe essere questa. Gli uccelli non conoscono frontiere e molti di quelli che i pellegrini mangiano provengono dai Paesi di svernamento che si trovano nel Centro e nel Sud America, dove si continua a usare il Ddt. Sono uccelli contaminati. Nessuna meraviglia, quindi, che le conseguenze si ripercuotano su chi li mangia. Brian Walton, coordinatore del Gruppo di ricerca sui rapaci dell' Università di California a Santa Cruz, fa notare che, a parte il Ddt, altri fattori tossici provenienti da sottoprodotti industriali sono contenuti, sia pur in minima quantità, nelle uova del falco pellegrino, cosa che non succedeva cinquant' anni fa. Comunque, gli ornitologi non si lasciano scoraggiare e continuano nella loro campagna di protezione a oltranza del falco pellegrino, soddisfatti dei risultati ottenuti nelle altre regioni, come la California, dove si contano oggi centoventi coppie nidificanti. Isabella Lattes Coifmann


NEI TOPI E il muscolo si trasformò in osso Grazie alle proteine che differenziano le cellule
Autore: FURESI MARIO

ARGOMENTI: MEDICINA E FISIOLOGIA, GENETICA, RICERCA SCIENTIFICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 059

DUE chirurghi ortopedici dell' Ospedale Barnes di Saint Louis (Usa) stanno studiando la possibilità di trapianti di ossa fatte con i muscoli. I trapianti ossei sono oggi limitati a minute particelle che, inserite in un osso per colmare una parte mancante, vi si incorporano molto lentamente e non sempre. I due ortopedici americani sono invece riusciti a trapiantare intere ossa pienamente vitali ed esenti dal rischio di rigetto, essendo originate da un lembo di muscolo preso dallo stesso animale sottoposto al trapianto Per comprendere come ciò sia stato possibile, occorre richiamarsi al processo di differenziazione che, attivato nell' uovo fecondato, compone quel meraviglioso mosaico di cellule che formano ogni essere vivente. E' un processo rimasto sconosciuto sino a metà del secolo scorso, quando si smise di pensare che l' uovo umano nascondesse nel suo nucleo un homunculus ultramicroscopico. Per avviare lo studio della differenziazione cellulare si dovette però attendere la nascita della genetica moderna con la scoperta, nel 1953, del Dna, l' «acido della vita», e gli sviluppi della genetica molecolare. Il processo di differenziazione cellulare inizia nell' embrione solo dopo la quinta divisione, quando l' embrione stesso è diventato un granello chiamato morula, costituito da 32 cellule ancora tutte identiche tra loro. Da questo momento in poi accanto ai geni materni operano quelli ereditati dal padre. Ai nostri fini il momento più interessante del processo di differenziazione coincide con la formazione del mesenchima, cioè del tessuto che, formato da cellule tutte eguali, differenziandosi darà origine alla varietà delle proteine che formeranno i muscoli le ossa, i grassi, il midollo osseo e i vasi sanguigni. La trasformazione delle cellule del mesenchima in quelle specifiche di ciascuno di questi organi viene operata dalle apposite proteine funzionanti da fattori di differenziazione che, nel caso delle ossa sono forniti dalla osteogenina. La sua scoperta avvenne nel 1987 ad opera del professor Reddi, che allora dirigeva le ricerche genetiche nell' istituto Nazionale di Sanità di Bethesda. Sulla via indicata dal Reddi si posero anche i due ortopedici Khouri e Brown: il loro osso da trapianto era fatto con un pezzetto di muscolo asportato all' animale. I numerosi tentativi sono stati ora coronati da pieno successo. Gli esperimenti sono stati condotti mettendo in uno stampo di resina di silicone un brandello di muscolo di un topo, dopo avergli iniettato l' osteogenina. Successivamente lo stampo è stato inserito nell' addome dello stesso topo collegandolo con il sistema vascolare e dieci giorni dopo si è potuto constatare l' avvenuta generazione in vivo dell' osso autogeno, ben vascolarizzato. L' esito ottenuto ha fatto pensare alla possibilità di compiere lo stesso autotrapianto sull' uomo per sostituirne articolazioni deformate dall' artrite e ossa colpite da radiazioni o cancro. Non pochi sono gli ostacoli che occorrerà superare per raggiungere questo obiettivo che non sa più di fantascienza anche perché l' ostacolo maggiore, rappresentato dalla difficoltà di ottenere osteogenina in misura sufficiente, è stato superato con il ricorso alla tecnologia della clonazione imperniata sul Dna ricombinante. Rimarrebbe il pericolo che, effettuando l' ossificazione direttamente nell' organismo interessato al trapianto il processo possa estendersi ai muscoli confinanti e alle altre strutture funzionali della stessa zona, come nervi, tendini e legamenti. In vista di ciò il nucleo degli embriologi impegnati in questa ricerca ha deciso di servirsi nei futuri esperimenti di animali di grossa taglia che potranno ospitare il complesso di formazione dell' osso destinato al trapianto nell' uomo. Mario Furesi


NUOVO PARCO: VAL GRANDE «Wilderness» all' italiana Tre livelli di protezione e un «cuore» inaccessibile Un territorio montano alpino con falchi aquile e poiane
Autore: DOLFINI GIULIANO

ARGOMENTI: ECOLOGIA, ANIMALI
LUOGHI: ITALIA, PIEMONTE, VAL GRANDE
TABELLE: C
NOTE: 059

A 70 anni dalla nascita del primo parco, il Gran Paradiso, sulle Alpi c' è una nuova area protetta, il parco nazionale «Val Grande» Quasi ai confini con la Svizzera, fra le valli Ossola, Vigezzo e Cannobina, comprende i bacini orografici del torrente S. Bernardino della Val Grande e della Val Pogallo, che poi si immette nel Lago Maggiore. Il «Wilderness». L' idea di inserire questa zona nelle aree selvagge (Wilderness) nacque nel ' 77 e si realizzò nell' 87. L' azienda di Stato delle foreste demaniali riunì settemila ettari nei comuni di Malesco, S. Maria Maggiore, Trontano, Beura Cardezza, Premosello, Miazzina, Cursolo Orasso, creando così, su 973 ettari la prima riserva naturale integrale. In seguito si aggiunsero altri 2410 ettari sul monte Mottac. Le caratteristiche. Il nuovo parco è di 11. 700 ettari, in una zona rimasta primitiva, suddivisa secondo l' importanza naturalistica e la tutela che si intende attuare: 7. 500 ettari sono area di protezione, 3. 150 riserva generale orientata, 1. 014 riserva integrale. Il territorio. E' tipicamente montano alpino a partire dagli 800 metri fino a vette che raggiungono i 1800 metri. La zona è stata abbandonata dall' uomo cinquant' anni fa ed è tornata nelle condizioni dei secoli scorsi. La vegetazione è quella tipica delle Alpi centrali: ontani noccioli, pioppi tremuli nei valloni più umidi. Poi betulle, querce, castagni, sorbi, maggiociondoli, frassini, aceri, abeti bianchi e larici. Il più diffuso fra i 900 e i 1600 metri è il faggio (con esemplari enormi). Ricco di fiori il sottobosco: tulipano alpino, felci, aglio ursino, rododendri bianchi. La zona è percorsa da cinque torrenti. La fauna. Vi sono scoiattoli, lucertole, vipere, il picchio rosso e il cuculo, la gazza ghiandaia rapaci come la poiana, il falco e l' aquila. Vivono anche duecento camosci e naturalmente marmotte, ghiri, coturnici, fagiani di monte caprioli e cervi. Esistevano un tempo la lontra e il lupo. La tutela. E' di tre livelli. Area di protezione: 7500 ettari, dove si possono svolgere attività silvo pastorali e agro turistiche, con restauro conservativo degli alpeggi e casolari. Altri 3150 ettari sono di riserva generale orientata, dove non si possono costruire nuove opere nè trasformare il territorio, mentre sono possibili le colture agricole forestali tradizionali. Il «cuore» del parco sono 1014 ettari di tutela ecologica integrale: qui possono accedere solo i ricercatori e i guardaparco. Cicogna (comune di Cossogno). E' l ' unico centro abitato nel parco, considerata area di promozione economica e sociale. Il paesino può essere restaurato secondo le tipologie tradizionali e adibito a sviluppo di attività turistiche e ricreative funzionali al parco. Giuliano Dolfini


RICOMBINAZIONE GENICA Scritte solo a grandi linee le istruzioni ereditarie per l' uso del nostro cervello
Autore: CALISSANO PIETRO

ARGOMENTI: GENETICA, MEDICINA E FISIOLOGIA, RICERCA SCIENTIFICA
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 059

SOTTO l' urgente spinta di comunicare le mille sfumature dei suoi pensieri e delle sue emozioni, l' Homo sapiens ha inventato dei sistemi simbolici basati sull' impiego di un numero limitato di segni le lettere dell' alfabeto, le note musicali, i numeri che a seconda di come sono mescolati, assumono significati differenti Un gruppo di ricercatori giapponesi, con qualche innesto statunitense, nel sempre fertile humus del campo californiano di Berkeley, ha recentemente scoperto che anche i neuroni, o cellule nervose, sono ottimi semiologi. Con la differenza che i loro rimescolamenti riguardano geni e non simboli (l' annuncio è comparso sull' autorevole settimanale scientifico americano Science vol. 254, pagine 81 86). Perché la scoperta che descriveremo è potenzialmente così importante? Un problema centrale nel campo delle neuroscienze è il seguente: in che modo i miliardi di fibre nervose del nostro cervello, provenienti da altrettanti neuroni, formano i circuiti e i contatti appropriati con le loro cellule bersaglio? Negli anni che seguirono alla decifrazione del codice genetico e alla conseguente dimostrazione che nel doppio filamento del Dna depositario dei caratteri ereditari si possono stipare milioni e milioni di informazioni, si pensò che i dati di questo processo fossero scritti nei geni costituiti da questa struttura e nelle proteine sintetizzate in base alle loro istruzioni. Se, ad esempio, le migliaia di fibre nervose del nervo ottico di un dato animale debbono formare altrettanti contatti con i neuroni riceventi situati in una precisa area dell' encefalo, i geni e le corrispettive proteine preposte allo scopo debbono essere dello stesso ordine di grandezza. In questo processo di formazione dei circuiti le proteine svolgono il ruolo di sistemi di riconoscimento e di ancoraggio tra la fibra nervosa in via di accrescimento e la cellula bersaglio che deve essere innervata. Poiché ogni gene fornisce le istruzioni per la sintesi di una proteina, se ne doveva dedurre che vi debbono essere tanti geni preposti alla formazione dei circuiti quanti sono i neuroni del cervello. Oggi sappiamo che ciò non è possibile e che, anche se lo fosse, sarebbe poco sensato. Non è possibile concentrare tutte queste informazioni nei geni poiché il numero dei terminali nervosi (sinapsi) del nostro cervello (che è dell' ordine del milione di miliardi) è enormemente superiore al numero di geni (che sono qualche centinaio di migliaia) che costituiscono il nostro intero patrimonio ereditario. Non sarebbe sensato depositare tutte le informazioni nel Dna perché l' animale dotato di un cervello esclusivamente costruito su di esse sarebbe come un robot incapace di elaborare risposte adattive ai continui cambiamenti dell' ambiente. In realtà si conoscono animali primitivi (i vermi, ad esempio) provvisti di poche migliaia di neuroni nei quali i circuiti si formano quasi esclusivamente su base ereditaria. Di sicuro il cervello dei mammiferi, e a maggior ragione quello dei primati, è dotato di troppi neuroni e di un numero ancora maggiore di fibre nervose per poter essere programmato in tutti i suoi circuiti. E allora, con quale meccanismo questi miliardi di fibre trovano le cellule con le quali stabiliranno i collegamenti sinaptici con le loro cellule bersaglio? Due teorie sono state avanzate per rispondere a questa domanda. Si definiscono con il termine, rispettivamente, di teoria istruttiva e teoria selettiva. La teoria istruttiva è stata definita nei primi decenni del secolo quando molte conoscenze sulla formazione del cervello non erano ancora disponibili e gli scienziati si basavano su intuizioni che erano solo elaborazioni un po' articolate del comune buon senso. Essa sosteneva che il cervello alla nascita è come una tabula rasa e i circuiti si formano in risposta agli stimoli provenienti dal mondo esterno. A poco a poco l' encefalo del neonato acquisisce e consolida questi circuiti, che verrebbero a costituire i programmi di risposta alle sollecitazioni ambientali. E' chiaro che secondo quest' ipotesi poco o nulla è programmato nei nostri geni e tutto dipende dalle stimolazioni sensoriali che avrebbero la funzione, per così dire, di «istruire» il cervello a formare i circuiti appropriati. Secondo l' ipotesi selettiva, il cervello alla nascita non è una tabula rasa ma è già dotato di primitivi circuiti. Gli stimoli sensoriali hanno la funzione di selezionare fra un certo numero di repertori preesistenti quelli più adatti a una determinata risposta. Nel nostro genoma, quindi, le istruzioni per la formazione dei circuiti sarebbero solo scritte a grandi linee e gli stimoli sensoriali svolgerebbero il ruolo non tanto di fattori plasmanti di questo processo quanto di selezionatori dei contatti sinaptici più appropriati fra le tante possibili varianti. Questa teoria ha raccolto negli anni recenti un numero crescente di neofiti perché meglio si adatta a spiegare talune proprietà strutturali e funzionali dell' encefalo. Anch' essa però soffriva dell' obiezione avanzata a ogni teoria basata sulla ereditarietà anche se parziale dei circuiti nervosi. Se, nelle linee generali, i circuiti sono predeterminati nei geni, quali e quante sono le corrispettive proteine necessarie allo scopo? La critica era che, anche assumendo un programma ereditario limitato alle linee generali di sviluppo, il numero di geni e proteine coinvolti era ancora troppo elevato, almeno nelle specie dotate di sistemi nervosi complessi. A meno di ipotizzare che quei geni possano rimescolarsi fra loro fornendo così un numero molto maggiore di possibilità combinatorie nel qual caso ne basterebbe qualche migliaio, in grado di ricombinarsi nel corso dello sviluppo come altrettanti simboli di uno dei codici ideati dall' uomo, per fornire le istruzioni sufficienti allo scopo. Vi è da dire che la capacità di ricombinare geni con lo scopo di moltiplicare enormemente le possibilità combinatorie per la sintesi di nuove proteine era già stata osservata nei linfociti, le cellule preposte alla produzione degli anticorpi. In questo modo, poche migliaia di geni possono fornire le istruzioni per la sintesi dei milioni di proteine anticorpali che il nostro organismo è in grado di sintetizzare per difenderci dagli agenti infettivi. Ed ecco giungere la dimostrazione che in effetti anche i neuroni sono in grado di effettuare quel tipo di prestidigitazione genica è proprio il caso di definirla in questi termini denominata ricombinazione, che fornisce le possibili fondamenta sulle quali la teoria selettiva può poggiare. Sia chiaro: nell' articolo pubblicato dalla rivista «Science» si dimostra soltanto che i neuroni e soltanto loro, oltre ai linfociti mostrano la capacità di effettuare un processo di ricombinazione genica. A quale funzione siano preposti i geni riarrangiati non è dato ancora di sapere. Non ci sarebbe da stupirsi se presto si scoprisse che essi forniscono le istruzioni per la sintesi di proteine non solo coinvolte nella formazione dei circuiti ma anche in processi ad essi strettamente collegati, come l' apprendimento e la memoria. Pietro Calissano Istituto di Neurobiologia C. N. R. Roma


CENSIMENTI SUL CAMPO La conta degli elefanti Gli occhi che spiano dall' alto
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 060

A LL' INIZIO dell' era cristiana popolava tutta l' Africa, dal Mediterraneo al Mar Rosso e fino al Capo di Buona Speranza. Ma per sua sfortuna aveva due pregi: le zanne d' avorio e la più grande mole di carne che si potesse ottenere con un unico buon colpo di lancia avvelenata. Così la sorte dell' elefante si è sempre intrecciata con quella degli uomini, dalle stragi del Nord Africa perpetrate dai Romani ai grandi commerci con l' Europa avviati poco prima del Rinascimento. Erano più di cinque milioni: nel giro di un secolo vennero dimezzati. La più grande strage avvenne a metà del secolo scorso, quando le importazioni raggiunsero le mille tonnellate d' avorio l' anno che corrispondono a cinquantamila elefanti abbattuti. Con la prima guerra mondiale il ritmo rallentò , ma la pace lo accelerò di nuovo: nel 1930, quando la caccia commerciale venne definitivamente chiusa, le popolazioni dell' Africa occidentale erano praticamente scomparse e quelle dell' Africa centrale e orientale si erano ridotte drasticamente. Nel secondo dopoguerra, gli elefanti erano un paio di milioni, non particolarmente insidiati. In gran parte vivevano nei parchi nazionali appena costituiti e quelli che ne erano fuori erano abbattuti con discrezione: lo dimostra il prezzo stabile dell' avorio (sulle settemila lire il chilogrammo). Improvvisamente, dieci anni dopo i prezzi presero a salire in maniera spropositata (alla fine degli Anni 80 avevano raggiunto le centoventimila lire al chilo) e si diffusero le voci del crollo degli elefanti, anche all' interno dei grandi parchi. Per ricostruire il numero dei capi abbattuti, ancora una volta si ricorre alle tonnellate d' avorio che arrivano sui mercati. Giappone e Hong Kong all' epoca ne dichiaravano un migliaio l' anno, che corrispondono a circa novantamila capi. Il resto del mercato ne richiedeva probabilmente altri trentamila. Negli ultimi dieci anni le quantità di avorio dichiarate ufficialmente sono diminuite, ma solo perché si è ridotto il peso medio delle zanne: era di 12, 7 chilogrammi nel ' 72, è di 4, 7 nell' 86. E' accaduto infatti che, risultando sempre più scarsi i maschi adulti, i bersagli principali sono ormai le femmine e i giovani. Oggi, bloccato il mercato ufficiale dell' avorio, la conta dei capi viene fatta direttamente, sul campo. Nella scheda, i sistemi classici di censimento: le conoscenze delle popolazioni locali, la ricognizione dall' alto con aerei o elicotteri, gli escrementi.


CHI SA RISPONDERE?
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 060

& Perché compaiono le larve nella pasta, nei fagioli e nelle ciliegie troppo mature? (Cristina Bonione) & Perché la maggior parte degli animali marini muore se viene immersa nell' acqua dolce ? (Federico Pavan) & Ipotizzando la disponibilità di tutti i materiali da costruzione naturali e artificiali, quale altezza potrebbe raggiungere il più alto edificio oggi possibile? & Che cosa si rischia a non completare una cura di antibiotici? _______ Risposte a: La Stampa Tuttoscienze, via Marenco 32, 10126 Torino. Oppure al fax numero 011 65. 68. 688 indicando chiaramente «Tuttoscienze» sulla prima pagina.


LA PAROLA AI LETTORI E' ancora il Big Bang a scaldare lo spazio
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 060

L A domanda sugli esperimenti di Mendel ha fatto piovere sulla redazione di Tuttoscienze la maggior quantità di lettere mai ricevuta. Eccone ancora un paio: «La scelta di Mendel di utilizzare il genere Pisum non era certo originale, tuttavia egli riuscì a formulare i principi fondamentali dell' ereditarietà dove altri avevano fallito, grazie al suo personalissimo approccio al problema » . (Serena Chiacchio Siena) «Mendel aveva a disposizione ben trentadue tipi differenti di piante di pisello, che continuò a studiare per parecchi anni prima di iniziare i suoi esperimenti quantitativi. Dopo queste osservazioni preliminari, selezionò sette caratteristiche che apparivano come caratteri nettamente differenti nelle diverse varietà di piante. Come lo stesso Mendel scrisse: " Il valore e l' utilità di ogni esperimento sono determinati dalla idoneità del materiale allo scopo per cui è usato" ». (Claudio Aimone Ozegna Canavese) Perché nello spazio, nonostante i miliardi di stelle, la temperatura è di _ 270? Questo valore (_ 2, 735 gradi Kelvin), trovato nel 1965 da alcuni scienziati dei Bell Telephone Laboratories, è semplicemente la temperatura della radiazione cosmica di fondo, residuo del Big Bang che diede origine all' universo. Essa è sotto forma di onda perché, a causa dell' espansione dell' universo, la lunghezza d' onda di tale radiazione è molto spostata verso il rosso (effetto Doppler). Le stelle non hanno alcun ruolo nei confronti di questa temperatura perché le enormi distanze che le separano fungono da dissipatrici del calore da loro prodotto. (Marco Baldo Torino) Come si fa a cucire dall' interno, fino all' ultimo spicchio, i palloni di cuoio? E' una tecnica da calzolaio, ormai quasi in disuso. Un tempo, quando i palloni erano interamente di cuoio e venivano cuciti a mano spicchio a spicchio, venivano trattati come le scarpe. Oggi il 90 per cento della produzione arriva dal Pakistan e il cuoio vero è ormai un ricordo. Si usa infatti un cuoio sintetico, poi plastificato per renderlo impermeabile. (Gianni Sorbelli Lambrate) Che cos' è il singhiozzo? E' un atto respiratorio anomalo. Consiste nell' improvvisa contrazione del diaframma con costrizione della glottide l' apertura delimitata dalle corde vocali che permette il passaggio dell' aria nelle vie respiratorie. Questa chiusura incompleta provoca una scossa, accompagnata da un rumore caratteristico e involontario. Solitamente il singhiozzo non ha un significato patologico, in quanto è semplicemente un atto riflesso causato da un' irritazione delle fibre sensitive (ad esempio, in rapporto a fatti gastrici). Può però dipendere anche da fattori patologici o essere collegato ad alcuni tipi di nevrosi. (Simona Poletti San Maurizio d' Opaglio, No) Il caratteristico rumore è provocato dall' aria, inspirata con più forza e velocità del normale. Le contrazioni possono dipendere dalla stimolazione dei filamenti nervosi del diaframma ad opera di organi addominali troppo dilatati, oppure da una semplice irritazione dello stomaco per l' ingestione di sostanze particolari, come le bevande troppo fredde o calde e gli alcoli molto forti. In altri casi è connesso a una lesione del nervo frenico o a un' anormale sollecitazione dei centri nervosi della respirazione. (Silvia Masoero, Torino) Perché le luci «fisse», ad esempio quella dei lampioni, sembrano tremolare, se si guardano da lontano? Il tremolio delle luci fisse lontane è dovuto alla turbolenza dell' aria: l' atmosfera infatti è ben lungi dall' essere calma e omogenea, quindi i raggi luminosi provenienti da sorgenti lontane, attraversando questi strati di aria turbolenta, vengono sensibilmente disturbati. Anche le luci di paesi visti in lontananza brillano, nelle notti di forte vento. E così le stelle dopo una schiarita. (Paolo Barrella Chiusi Scalo, Si)


LE DATE DELLA SCIENZA La prima operazione con anestesia un secolo e mezzo fa in Connecticut
Autore: GABICI FRANCO

ARGOMENTI: STORIA DELLA SCIENZA, MEDICINA E FISIOLOGIA
NOMI: LONG CRAWFORD
LUOGHI: ESTERO, USA
NOTE: 060

L' ANESTESIA nacque nell' ambulatorio di un medico del Connecticut, Crawford Long, che nella primavera del 1842 eseguì un' operazione chirurgica indolore utilizzando sul paziente etere solforico. L' avvenimento, però, passò inosservato per due anni, fino a quando un altro medico, tal dottor Colton, si accorse che il «gas esilarante» (protossido d' azoto) aveva effetti anestetizzanti: mentre stava sperimentando le conseguenze del gas su di un paziente questi cadde a terra ferendosi alle gambe ma, una volta destatosi dal torpore, sembrava non ricordare il dolore sofferto. Un collega di Colton, allora, il dentista Horace Wells, decise di sperimentare questo gas su se stesso facendosi estrarre un dente da Colton. Wells, che non avvertì alcun dolore, pensò che si sarebbe aperta una nuova era soltanto per la chirurgia odontoiatrica. In realtà quell' esperienza avrebbe inaugurato una nuova era per tutta la chirurgia. Nel 1846 Morton e Jackson, un medico e un chimico, brevettarono l' etere solforico e il 16 ottobre dello stesso anno venne effettuata pubblicamente un' operazione chirurgica in anestesia all' ospedale di Boston. I progressi delle tecniche per ottenere l' anestesia sono continui, tanto che oggi il ruolo dell' anestesista ha praticamente la stessa importanza del ruolo del chirurgo. Del 1884 è la scoperta dell' anestesia locale con la cocaina, che verrà sostituita dalla novocaina nel 1904. Nel 1888 Conrad e Guthzeit realizzarono la prima anestesia per via endovenosa dopo aver sintetizzato il barbital. Curiosità: il famoso chimico Humphrey Davy scriveva già alla fine del Seicento: «Il protossido di azoto sembra avere le proprietà di abolire il dolore e si potrà forse utilizzare per gli interventi chirurgici non prevalentemente cruenti» . La regina Vittoria, essendosi fatta anestetizzare con il cloroformio durante il suo ultimo parto, nominò baronetto James Young Simpson, cui ufficialmente è attribuita la scoperta di questa sostanza. Franco Gabici


STRIZZACERVELLO Una curiosa frazione
Autore: PETROZZI ALAN

ARGOMENTI: GIOCHI
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 060

Una curiosa frazione Ieri l' insegnante di matematica ha proposto ai suoi studenti una frazione con ben 10 cifre sia al numeratore che al denominatore e ha chiesto la sua semplificazione ai minimi termini. Mentre tutti erano ancora chini sul foglio, Pierino è andato alla cattedra e ha presentato il suo risultato. La soluzione era esatta ma l' insegnante ha notato che Pierino vi era giunto adottando il poco ortodosso metodo di cancellare tutte le cifre che comparivano sia al numeratore che al denominatore, lasciando così i valori finali che avrebbe ottenuto semplificando la stessa frazione con criteri più matematici. Ora, sapendo che sia il numeratore che il denominatore non finivano con lo zero, sapreste indicare quale fosse la frazione scritta sulla lavagna? Come vedrete domani, accanto alle previsioni del tempo, le soluzioni possibili sono due. (A cura di Alan Petrozzi)


LA LAVASTOVIGLIE Un getto di pulito Ogni casalinga dedica 68 minuti il giorno a ripulire piatti, bicchieri, posate Come funziona la macchina che elimina questo ingrato lavoro quotidiano
LUOGHI: ITALIA
NOTE: 060

U NA casalinga in media impiega 68 minuti della sua giornata per lavare piatti, bicchieri, pentole e posate. La lavastoviglie ha liberato milioni di donne da questo ingrato lavoro. La macchina è governata da un timer; quando la macchina viene accesa, una valvola fa entrare l' acqua in un primo recipiente in cui viene ammorbidita con l' aggiunta di una sostanza anticalcare. Poi l' acqua (fredda) viene pompata dentro i bracci spruzzatori; gli spruzzi forzati, opportunamente orientati, fanno girare i bracci e staccano dalle stoviglie i resti del cibo, che vengono espulsi con lo scarico. Poi la macchina si riempie nuovamente di acqua e il contenitore rilascia il detersivo, mentre la temperatura viene portata a 45 60 gradi C. Per il risciacquo entra acqua fredda che viene scaldata mentre vi viene aggiunto uno speciale detersivo lucidante. Il calore rilasciato dalle stoviglie stesse provoca l' asciugatura.




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